Convegno dei biologi, il presidente invita scienziati no-vax

Dovrebbe essereun convegno dell’Ordine Nazionale dei Biologi, per celebrare il cinquantesimo anniversario dalla propria fondazione, ma l’evento ha già scatenato le proteste di alcuni accademici. Pier Luigi Lopalco, epidemiologo dell’Università di Pisa, segnala che l’evento – previsto il prossimo 2 marzo a Roma – riunirà “il gotha dell’antivaccinismo nazionale ed estero”, con la partecipazione di molti dei ricercatori più citati dagli esponenti no-vax. Tra loro Luc Montagnier, uno degli scopritori del virus Hiv che ha recentemente abbracciato diverse teorie controverse, e Antonietta Gatti, autrice di uno studio sulle nanoparticelle nei vaccini, smentito dalla comunità scientifica. E il primo intervento previsto sarà del senatore Vincenzo D’Anna, presidente dell’Ordine dei biologi che già in Parlamento aveva espresso posizioni critiche riguardo la legge sull’obbligo vaccinale. “Davanti a un evento simile – ha detto ancora Lopalco – di solito ci si rivolge all’Ordine perché l’onore della professione venga tutelato. In questo caso a chi possiamo telefonare?

Mafia, stipendi pubblici ai condannati. Anche uno all’ergastolo per Fortugno

Il carcere è duro. Ma se, ogni mese, si continua a percepire lo stipendio lo si affronta con meno difficoltà. Avranno pensato questo alcuni condannati definitivi, anche per reati di mafia gravissimi, che sui loro conti correnti si vedevano il bonifico da parte dell’Azienda sanitaria provinciale (Asp) di Reggio Calabria di cui sono dipendenti. Anche dopo la sentenza definitiva, l’Ente non li ha mai licenziati garantendo loro almeno l’assegno familiare a cui avevano diritto prima che la Cassazione mettesse il sigillo all’interdizione “perpetua” dai pubblici uffici.

Così è stato per Alessandro Marcianò, il mandante dell’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale Franco Fortugno. Condannato all’ergastolo per oltre un anno, ha continuato a percepire lo stipendio di caposala dell’ospedale di Locri. Lo stesso, ma per cinque mesi, è stato per il medico Filippo Rodà condannato nel processo “Konta Korion” perché, da ex assessore comunale di Condofuri, è ritenuto il referente politico della cosca Rodà-Casile.

Addirittura 10 anni, invece, è stato il periodo durante il quale l’Asp di Reggio non si è accorta che Giovanni Morabito è stato condannato per mafia dalla Corte d’Appello di Milano con una sentenza definitiva dal febbraio 2008.

“È possibile che in 10 anni nessuno si sia accorto di nulla?” si domanda il direttore del Asp Giacomino Brancati. È stata sufficiente una verifica della “dotazione organica” per fare emergere delle discrasie tra i dati forniti dalle singole unità operative e quelli in possesso dell’ufficio Personale dell’Asp che non ha mai avviato il licenziamento per chi era stato condannato in via definitiva. Mandanti di omicidi e mafiosi così continuavano a percepire l’assegno familiare.

Il bubbone è scoppiato durante il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica seguito da una formale denuncia del direttore Brancati. La Procura di Reggio ha avviato l’indagine coordinata dal procuratore vicario Gaetano Paci e dall’aggiunto Gerardo Dominijanni che, adesso, dovranno verificare se il mancato licenziamento dei condannati sia stato frutto anche di connivenze nei vari uffici che dovevano procedere e non l’hanno fatto.

Una cosa è certa per Brancati: “C’è ancora tanto da bonificare all’interno dell’Asp. Basta pensare che, fino a poco tempo fa, le aziende che partecipavano ai nostri appalti non erano tenute a presentare le certificazioni antimafia”.

Patrizia se ne va con la nuova legge sul biotestamento

Ha scelto di andarsene da donna libera. Patrizia Cocco, 49 anni di Nuoro, dal 2012 lottava contro la Sla e lo scorso sabato ha deciso di dire basta, confermando per quattro volte ai medici la decisione di staccare la ventilazione meccanica e addormentarsi serenamente attraverso la sedazione palliativa profonda. Il suo è il primo caso noto di interruzione volontaria dei trattamenti sanitari dopo l’approvazione, lo scorso dicembre, della legge 219/2017 sul biotestamento, entrata in vigore lo scorso 31 gennaio.

Tutelando il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona, la norma riconosce la validità delle “Dichiarazioni Anticipate di volontà nei Trattamenti sanitari” (Dat). I medici non hanno potuto fare altro che accettare la decisione di Patrizia e, in base alle nuove norme, staccare le macchine, senza più dover aspettare il consenso di nessun giudice.

Oggi tutti ricordano Patrizia come una donna dolce, ma al tempo stesso grintosa e battagliera, poco incline a darla vinta a ingiustizie e prevaricazioni. Recentemente – riporta l’Unione sarda – aveva scritto a un’amica: “Mi manca vivere, vivere come sai che ho sempre voluto, e dopo aver pensato, pensato e pensato ho fatto una scelta precisa e ora sono serena”.

La sua è stata una scelta consapevole contro una malattia, la Sclerosi laterale amiotrofica, che poco a poco l’aveva trasformata, intrappolandola in un corpo che non avrebbe mai più potuto controllare. Insieme a lei, fino all’ultimo momento, sono rimasti i suoi familiari e il suo barboncino.

Fino a che la malattia glielo ha consentito, Patrizia Cocco ha lavorato in un’agenzia di viaggi, di cui era titolare. Da anni, però, aspettava l’approvazione di una legge che le consentisse di scegliere come gestire le proprie cure, tanto che, tramite il suo legale, si era anche rivolta al giudice tutelare di Nuoro per ottenere l’autorizzazione per l’assistenza medica. La decisione del giudice, però, non è mai arrivata.

“Patrizia mi aveva contattato, quest’estate, chiedendomi aiuto – ha dichiarato ieri il radicale Marco Cappato, che prima dell’approvazione della legge ha aiutato diversi malati ad ottenere la morte assistita fuori dall’Italia – ma non aveva le risorse per andare in Svizzera. Le spiegai che nelle sue condizioni avrebbe potuto chiedere e ottenere l’interruzione delle terapie, ma non ne poteva avere certezza”. Solo la norma sul fine vita ha potuto accelerare i tempi. Alla notizia della sua morte, sul profilo Facebook di Patrizia diverse persone hanno lasciato un messaggio di affetto. In commento a un post dello scorso 10 gennaio, in cui la donna scriveva di essere “senza speranza”, oggi sono comparsi decine di immagini di cuori e di baci. “Era una persona bellissima, intelligente, sagace e con tanta voglia di vivere – si legge in uno dei commenti – ha fatto una scelta che, chiunque la conoscesse, si aspettava avrebbe fatto. Ha vissuto come ha voluto e si è spenta come ha voluto”.

Morta per droga a 16 anni, assolto l’amico che era con lei

Si erano drogati insieme. Due ragazzi e due ragazze. Adele, 16 anni, dopo aver preso la terribile pastiglia di Mdma si era accasciata in una via del centro di Genova. Era morta poco dopo, il 29 luglio scorso.

Ieri Gabriele Rigotti – 19 anni, uno dei due amici maggiorenni – è stato assolto dall’accusa di spaccio e di morte come conseguenza di altro reato. Il pm aveva chiesto per lui una condanna a 8 anni (sarebbero stati 12, ma la pena era stata ridotta perché si trattava di giudizio abbreviato). Invece per il giovane, difeso dall’avvocato Riccardo Di Rella, è arrivata l’assoluzione per non aver commesso il fatto. Le motivazioni non sono ancora note, ma probabilmente il giudice ha accolto la tesi della difesa: niente spaccio, ma acquisto di gruppo. Il giudice ha trasmesso gli atti alla Procura perché verifichi se non vi sia stata omissione di soccorso. Tra pochi giorni comincerà invece il processo con rito ordinario a Sergio Bernardin, il fidanzato di Adele.

Il padre di Adele – rimasto vedovo pochi mesi prima della morte della figlia – non era in aula: “Vuole soltanto che sia stabilita la verità, non cerca vendette”, ha detto il suo avvocato Angelo Paone.

Renata, la difesa del Salento e l’omicidio che divide ancora

A34 anni dal suo assassinio, il nome di Renata Fonte divide ancora, e spaventa. L’omicidio dell’assessore di 33 anni, uccisa a Nardò (Lecce) la notte del 31 marzo 1984 mentre rientrava a casa da una seduta del consiglio comunale, è stato appena rievocato da una fiction andata in onda su Canale 5, ma tanto è bastato per riaccendere negli animi dei salentini e di quanti la conobbero, le identiche contrapposizioni che già infiammarono il dibattito un terzo di secolo fa.

La battaglia per il parco di Porto Selvaggio

L’opinione pubblica pugliese, oggi come allora, è spaccata su due punti: fu davvero la battaglia contro le possibili speculazioni edilizie nel parco naturale di Porto Selvaggio (meravigliosa oasi che si protende lungo la costa jonico-salentina) il movente del delitto? E poi ci fu oppure no un mandante eccellente, il cosiddetto “quarto livello”, che le indagini del tempo sfiorarono ma che non toccarono mai?

La fiction ha risposto “sì’’ ad entrambe le domande, contrapponendosi dunque in modo netto a coloro che continuano a negare anche oggi sia il movente ambientalista che il retroscena politico.

La ricostruzione televisiva ha rianimato una diabtriba trentennale tra chi considera Renata Fonte una eroina, e chi invece ancora oggi la vuole relegare al ruolo di mamma e moglie insoddisfatta che attraverso l’impegno in politica andava solo alla ricerca di un suo riscatto personale. Ma senza alcuna competenza specifica e in fondo senza alti ideali.

La giustizia ha fornito da tempo il suo verdetto definitivo, condannando i due esecutori materiali che uccisero Renata su commissione, i due intermediari che li avevano contattati e il mandante ufficiale: Antonio Spagnolo, primo dei non eletti nelle liste repubblicane nelle quali militava la stessa Renata Fonte (nipote di Pantaleo Ingusci, integerrimo meridionalista e intellettuale della prima ora della quale si sentiva l’erede spirituale).

Alle elezioni comunali del giugno 1982 Renata Fonte era risultata eletta, ma Spagnolo che perse il seggio per soli 50 voti si convinse (o lo convinsero) di essere stato vittima di brogli. Da qui l’odio verso la rivale di partito che sarebbe poi esploso (due anni dopo) nel terribile piano omicida. “Ho venuto qui a portare la pace’’ disse Spagnolo nel suo “discorso’’ di insediamento in consiglio comunale all’indomani dell’omicidio.

Ma era solo un paesano ignorante, pronto al compromesso e accecato da una smisurata sete di vendetta, oppure l’utile sciocco capitato al posto giusto nel momento giusto, e quindi usato dal famoso “quarto livello’’ per sbarazzarsi di Renata Fonte che ostacolava preziose lottizzazioni?

Gli interessi in campo e il tema della mafia

Questo interrogativo alimenta il terzo dubbio che divide oggi come allora l’opinione pubblica e che la fiction ha riproposto: Renata fu una vittima di mafia? Chi si oppone alla “santificazione della Fonte’’ (come si continua a leggere sui social media proprio in queste ore) nega con fermezza la natura mafiosa del delitto, una posizione solo in parte giustificabile col timore che affermare la mafiosità di quell’omicidio equivarrebbe a contaminare di mafiosità l’immagine dell’intero territorio.

Il punto è che da tempo ormai la mafia non è più solo coppola e lupara, e che ogni vicenda sulla quale convergano interessi affaristici, politici e criminali è in sé una vicenda mafiosa. Con in più quel clima di sottile ostilità nei confronti della vittima (e talvolta di omertà) che pure in questo caso purtroppo si continua a cogliere. Inteso in questo modo quindi, l’omicidio di Renata Fonte fu un delitto di mafia.

Ma il movente? Perché ancora oggi, a un terzo di secolo di distanza, il movente ambientalista di quell’omicidio divide così tanto? Il punto è che la pista di Porto Selvaggio è l’unico movente indicato anche nella sentenza di condanna, ed è la stessa ragione del delitto che Spagnolo rivelò ai suoi complici. Eppure oggi come allora c’è chi insiste a negare questa pista, smentendo quella che sembra essere una certezza.

Il rifiuto di riconoscere il ruolo di una donna

Ma c’è un altro aspetto sorprendente. Quando molti anni fa lavoravo nel Salento come cronista di nera e indagai a lungo sull’omicidio di Renata Fonte pubblicando poi (tra non poche difficoltà) il libro La posta in gioco, mi scontrai con gli identici pregiudizi, gli stessi preconcetti e la medesima negazione del ruolo di Renata in difesa del territorio che emergono pure oggi. E poiché è difficile immaginare che tutti siano complici sia pur solo morali di quell’omicidio, non resta che concludere che sia il suo essere donna il vero ostacolo verso l’accettazione.

Da anni le sue due figlie, Sabrina e Viviana, si battono con forza in tutta Italia per non far dimenticare il nome e la storia della madre, l’associazione Libera le sostiene in questo sforzo che ha raggiunto anche importanti risultati. Ma la battaglia di civiltà in corso, oltre che sul vero movente del delitto e sul nome di Renata, si dovrà forse concentrare anche sul pregiudizio arcaico di chi non vuole che sia un donna, e oltretutto una donna del sud, a incarnare il ruolo dell’eroe.

Anche nel football. Usa vincono gli sfavoriti

Quando lo sport si mescola alla politica, le passioni spesso s’incrociano. Davanti a oltre 50 milioni di spettatori, le Eagles, le Aquile di Philadelphia sovvertono i pronostici del SuperBowl, la finalissima del campionato di football americano, e battono i super-favoriti New England Patriots. Ci sono tutti gli ingredienti del pathos sportivo e politico – e pure dello spettacolo e dell’economia, con lo show nell’intervallo e gli spot milionari. Le Aquile volano in vantaggio, vengono raggiunte e superate, azzeccano la meta vincente a 2 minuti dal termine; Nick Foles, il quarterback di riserva, che gioca solo per l’infortunio del titolare, è il migliore in campo; Tom Brady, il quarterback dei Patriots, l’atleta più celebrato d’America, amico personale del presidente Trump, perde la palla decisiva; Justin Timberlake emoziona e irrita, con un ologramma di Prince che fa discutere.

E se Filadelfia festeggia – è la prima vittoria in 52 edizioni, mentre Boston, coi suoi Patriots, vanta 6 successi –, a Washington c’è chi rosica: in teoria, la vittoria delle Eagles, gli ‘underdogs’, sui Patriots, che sono l’establishment del football americano, sarebbe una parabola del successo, nelle presidenziali 2016, di Trump l’outsider su Hillary, la favoritissima veterana. Ma la sconfitta di Brady è una ferita per il presidente, che segue il match nel suo club di golf in Florida, dopo un’esibizione privata d’un gruppo di cheerleader universitarie.

Sulla partita s’innesta una grana già vissuta nell’ultimo anno per tutti i campionati, football, basket, baseball: alcuni giocatori della squadra scudettata fanno sapere che non andranno alla Casa Bianca, se il presidente li invita, come vuole una recente tradizione (furono proprio i Patriots i primi a creare un caso).

I rapporti tra Trump e i giocatori della Nfl, la Lega del football, si son fatti ancor più tesi, dopo che il magnate ha invitato le squadre a licenziare o a sospendere gli atleti che, in segno di protesta, s’inginocchiano, invece di stare in piedi, durante l’inno. Sfidando il presidente, sempre più giocatori, anche di altri sport, decidono di inginocchiarsi. E su questo pure Brady critica Trump.

Il risultato del SuperBowl non ha nulla a che vedere con l’andamento delle Borse, che, nel giorno dell’insediamento alla guida della Federal Reserve di Jerome Powell, scelto da Trump, vanno giù, confermando l’andamento debole dell’ultima settimana: il timore di rialzi dei tassi di interesse pesa di più delle lusinghe dell’economia in crescita e della riforma del fisco in arrivo. La Casa Bianca ammette di essere “preoccupata”, anche se dichiara “fiducia” nei valori economici.

Caccia al San Juan: fuga o bombe inglesi avrebbero schiantato il sottomarino

Mentre a continuare le ricerche del sottomarino “Ara San Juan”, scomparso il 15 novembre, è rimasta una sola nave russa dotata di sottomarini teleguidati in grado di raggiungere i 600 metri di profondità e si pensa di ingaggiare la compagnia americana Ocean Infinity, continuano a venire a galla ipotesi sulla tragedia. Se da una parte le indagini condotte dalla giudice Marta Yañez hanno portato alla scoperta di documenti che dimostrano le pessime condizioni tecniche in cui versava il sommergibile (che non poteva immergersi a più di 100 metri) dall’altra il sottomarino, il cui compito principale era il pattugliamento delle acque argentine principalmente per l’avvistamento delle navi per la pesca clandestina.

Ma il San Juan era sorvegliato da due elicotteri, uno cileno e l’altro inglese (come appare da un messaggio inviato dal sottufficiale Roberto D. Medina, membro dell’equipaggio, alla famiglia poco prima della scomparsa) e aveva rilevato la presenza di un sottomarino nucleare inglese, cosa già accaduta in una precedente missione nel luglio 2017, ragion per cui aveva ricevuto l’ordine di procedere in silenzio per poterlo registrare come appare da documenti riservati dell’Ammiragliato. Fatto che, secondo documenti che dimostrano il vero scopo della missione, potrebbe essersi ripetuto anche a novembre, quando il tragitto del San Juan copriva un’area marina attorno alle isole Falkand/Malvine. In base ai trattati, la marina argentina avrebbe dovuto informare quella inglese prima della missione. Regola non rispettata dal sottomarino per ordine dell’Ammiragliato: perciò le ipotesi ventilate per la scomparsa sono due: un tentativo di fuga dalla zona che però ha obbligato il sottomarino a superare la profondità di 100 metri e che di conseguenza sia stato invaso dall’acqua e quella più drammatica che sia stato raggiunto da bombe di profondità lanciate dagli inglesi. Fatto che viene supportato dall’“esplosione non nucleare di forte magnitudo”, registrata nella zona dove si trovava il San Juan sia dagli Usa che dall’istituto di Vienna che rileva le attività nucleari nel mondo per conto dell’Onu.

“Condannatemi pure, solo Allah mi può giudicare”

Di fronte ai giudici di Bruxelles Salah Abdeslam prima rimane seduto e non accetta di confermare la sua identità, come richiederebbe la prassi: “Sono stanco – avanza come pretesto –. Mi hanno tirato fuori dalla prigione in piena notte”. Poi rifiuta di rispondere alle domande della presidente del tribunale: “Le è stata data l’opportunità di parlare. Perché è qui?”, insiste la magistrata, Marie-France Keutgen. Lui si limita a qualche parola: “Mi è stato chiesto di venire. Sono io l’attore principale di questo processo”. A Bruxelles Salah Abdeslam si è avvalso della facoltà di non rispondere come ha sempre fatto finora anche davanti agli inquirenti francesi: “Il mio silenzio non fa di me né un criminale né un colpevole – sostiene -. È la mia linea di difesa: vorrei essere giudicato su prove scientifiche e tangibili”.

La presidente insiste, assicurando al jihadista che i suoi diritti saranno rispettati, ma Abdeslam ha già deciso: è in tribunale solo per provocare. Recita la professione di fede musulmana e afferma: “I musulmani sono trattati nel peggiore dei modi, non c’è presunzione di innocenza. Non ho paura di voi né dei vostri alleati. Ho fiducia solo in Allah”. Salah Abdeslam aveva lasciato la prigione di Fleury-Mérogis, nella regione di Parigi, alle 4 del mattino, a bordo di un convoglio scortato dalle forze speciali. Alle 8 e 40, i capelli sulle spalle, la folta barba, è entrato nell’aula del tribunale di Bruxelles, blindatissimo, con i fili spinati e 200 poliziotti. È fatto sedere al primo banco sorvegliato da celerini armati e incappucciati. Ai media è vietato di filmarlo in volto.

Abdeslam è uno dei jihadisti del commando che attaccò il Bataclan e i caffè di Parigi la sera del 13 novembre 2015. Il solo di loro che riuscì a fuggire. Salvo perché la cintura d’esplosivo che portava non avrebbe funzionato, secondo quanto è emerso di recente dall’analisi del computer del jihadista, ritrovato dalla polizia belga.

Ma ieri Abdeslam era in tribunale a Bruxelles non per rendere conto della strage di Parigi, che fece 130 morti, ma per una sparatoria scoppiata il 15 marzo 2016, durante la sua lunga latitanza, quando la polizia belga lo sorprese nel covo della rue du Dries, nel quartiere di Forest, a Bruxelles, insieme a due complici. Uno di questi, Mohamed Belkaid, rimase ucciso nello scontro a fuoco.

L’altro, Sofien Ayari, si salvò, e ieri è comparso a sua volta in tribunale. Abdeslam non fu arrestato in quell’occasione, ma tre giorni dopo, il 18 marzo, poco lontano da lì, a Molenbeek. Il 22 ci sarebbero stati gli attacchi all’aeroporto di Bruxelles.

Sulla sparatoria neanche Ayari è stato molto loquace. Sostiene che né lui né Abdeslam avevano sparato contro i poliziotti. Il solo a premere il grilletto sarebbe stato Belkaid. Ha pronunciato qualche frase, in un francese stentato. Sostiene per esempio di non essere d’accordo “al 100 per cento” con l’Isis, “solo quando attacca il regime di Bashar Al Assad”. Per il tentato omicidio degli agenti, la procuratrice federale belga, Kathleen Grosjean, ha richiesto contro i due terroristi il massimo della pena, 20 anni di reclusione. Il processo, sospeso per due giorni, riprenderà giovedì. Intanto Abdeslam sarà detenuto in isolamento al carcere di Vendin-le-Veil, in Francia, vicino alla frontiera, a circa 130 chilometri dalla capitale belga.

“Vendetta per le critiche ricevute dall’Ue”

Abbiamo fatto una campagna contro Ergodan per anni. Il risultato: viene in Europa senza aver dovuto cedere di un millimetro rispetto a tutto quegli che gli viene rimproverato dall’Occidente. All’inizio dell’anno ha avuto la forza di andare a Parigi da Macron, ieri era a Roma con il Papa. E anche Gentiloni deve farsi la foto di rito con lui – nonostante non ne sia troppo contento, essendo in piena campagna elettorale”. Così Daniele Santoro, esperto di Turchia della rivista geopolitica Limes, commenta a caldo la visita del leader turco in Italia, sottolineando il cambiamento epocale di un Paese che non guarda più soltanto all’Europa.

Sulle ragioni della visita a Roma, pesano certamente logiche di equilibri internazionali. “Tradizionalmente l’Italia viene considerato uno dei Paesi più vicini. A partire dalla relazioni personali instaurate dal governo Berlusconi con l’allora premier Erdogan”, spiega Valeria Talbot, ricercatrice dell’Istituto di Studi per la Politica Internazionale (Ispi) di Milano. L’Italia è infatti per Ankara il secondo partner commerciale dopo la Germania, sul suo territorio sono presenti 1400 aziende italiane e un importante investitore.

La studiosa ricorda come l’Italia è stata anche uno dei principali sostenitori dell’ingresso della Turchia nell’Ue, quando invece la Francia di Sarkozy si opponeva. Quanto ai rapporti con altri Paesi europei, nel corso del 2017 si sono fatti sempre più tesi quelli con i Paesi Bassi e la Germania, che ha ripetutamente accusato Erdogan di mettere in pericolo lo Stato di Diritto.

Sempre più lontana dall’Europa e in conflitto con aperto con gli Usa – che rimproverano a Erdogan la deriva autoritaria cominciata con Gezi Park nel 2013 e la repressione dopo il fallito golpe del 2016 e l’oppressione dei curdi – in che direzione si muove oggi la Turchia? “Con l’arrivo di Erdogan, dal 2002, il Paese ha smesso di guardare solo in direzione dell’Occidente come aveva fatto per decenni. Si è aperto a 360 gradi: verso il Medio Oriente e l’Africa, verso la Russia – principale fornitore di idrocarburi – e verso Pechino e la sua Nuova via della Seta”, sottolinea Talbot.

Questa, in sostanza, la forza del Sultano, che l’Occidente non ama ma con cui deve fare i conti. “Il riavvicinamento col Vaticano è dovuto alla comune opposizione alla decisione di due mesi fa di Trump su Gerusalemme capitale di Israele”, nota Santoro, ricordando anche come i rapporti tra Santa Sede e Ankara si erano gelati quando il 25 aprile 2015, in occasione del centenario dello sterminio degli armeni da parte dei turchi, Francesco lo aveva definito “primo genocidio della storia”. Quello di Roma è il secondo vertice bilaterale dopo quello di Parigi il mese scorso. La scelta non sembra casuale, dato che il consorzio italo-francese Eurosam ha ottenuto dalla Turchia un contratto per lo sviluppo di un sistema missilistico a lungo raggio.

Eppure il nodo dei rapporti con la Turchia è soprattutto politico. “Quello che dovrebbe preoccuparci di Erdogan, non è solo l’arretramento della democrazia, sicuramente in atto, o la minaccia ai curdi, non tutti allineati con il Pkk si tende a credere da noi. Piuttosto, il fatto che Erdogan ha un consenso interno sempre crescente, in quanto rappresentante della riscossa nazionale”, conclude Santoro.

Il Papa sdogana il Sultano. Effetto al Sisi per Erdogan

Cani poliziotto minacciosi e manganellate per i curdi; regali, affari e accoglienza da statista per il presidente turco Erdogan. In una Roma blindata, il Sultano con al seguito moglie, genero-ministro dell’Energia e uomini d’affari, è stato accolto con tutti gli onori da Papa Francesco e dalle massime autorità della repubblica italiana, partner Nato della Turchia, proprio mentre il suo esercito sta bombardando da più di una settimana il cantone di Afrin nel nord della Siria. Gli abitanti di questa zona al confine con la Turchia sono in maggioranza curdi, molti legati da rapporti di parentela con coloro appartenenti alla stessa minoranza residenti appena oltre confine e perciò considerati da Ankara terroristi del Partito dei lavoratori curdo, il Pkk fondato da Ocalan. “Non siamo terroristi, Erdogan è un terrorista – dice Rudy, un giovane curdo siriano rifugiato in Italia dopo aver rifiutato di prestare servizio militare nell’esercito di Assad – come ha dimostrato il giornalista turco Can Dundar (incarcerato per 4 mesi e quindi autoesiliato in Germania) svelando le immagini top secret in cui si vedono agenti dei servizi segreti turchi trasferire armi ai jihadisti”.

Mentre, dopo 58 anni, un presidente turco veniva accolto dal Pontefice, nei giardini di Castel Sant’Angelo le forze dell’ordine in assetto antisommossa chiudevano a tenaglia una cinquantina di manifestanti al sit-in indetto dalla Rete Kurdistan. Non appena gli attivisti hanno pronunciato la parola “corteo” sono partite le cariche lasciando a terra un manifestante con il volto grondante sangue. Un paio di attivisti sono stati arrestati e un’altra dozzina identificati. “È scandaloso che l’Italia accolga un dittatore che sta facendo bombardare civili innocenti e sbatte in carcere i giornalisti e coloro che esercitano il proprio diritto inalienabile di critica”, dice Zero Calcare, che illustrò la resistenza di Kobane contro lo Stato Islamico. Al sit in c’erano anche i rappresentanti della Federazione Nazionale della Stampa, Ordine dei giornalisti, Articolo21 e giuristi democratici.

Il colloquio tra Erdogan e Francesco è avvenuto a porte chiuse ed è durato quasi un’ora, un tempo molto lungo secondo il protocollo. Sul tavolo, come aveva annunciato in un’intervista alla Stampa lo stesso Erdogan, c’è lo status di Gerusalemme, ma anche la questione dei migranti, le persecuzioni dei cristiani e la “necessità di promuovere la pace e la stabilità nella Regione attraverso il dialogo e il negoziato, nel rispetto dei diritti umani e della legalità internazionale”, ha reso noto la Santa Sede più tardi. Il dono più simbolico, in questo frangente storico, fatto da Francesco al Sultano è stato un medaglione con un angelo della pace che, ha spiegato, “strangola il demone della guerra”.

Il convoglio presidenziale composto da 20 persone, si è quindi spostato al Quirinale. Durante il colloquio con Mattarella sono stati affrontati alcuni nodi: Siria, Libia e il rispetto dei diritti umani.

Su questi argomenti il nostro capo dello Stato ha ribadito le posizioni dell’Italia e dell’Unione europea senza riuscire a scalfire minimamente la posizione turca circa l’operazione in Siria e sulle aperte violazioni dei diritti umani. Solo per quanto riguarda l’approccio della questione libica si è registrata una convergenza di intenti. La motivazione reale della passerella dispiegata senza pudore dalle autorità italiane al presidente turco che amava dire pubblicamente “la democrazia è come un taxi, quando serve lo prendi , poi scendi”, è stata però un’altra. Erdogan è venuto a spiegare all’Italia, secondo partner commerciale europeo, che se non si comporterà bene, potrà scordarsi di vendere armi alla Turchia. A Parigi il mese scorso è stato firmato da Macron ed Erdogan un accordo per lo sviluppo del sistema di difesa aerea turco a lungo raggio da affidare al consorzio franco-italiano Eurosam. Nel pomeriggio c’è stato anche il colloquio con il premier uscente Gentiloni. Mentre i due discutevano, la Coldiretti sottolineava: “La Turchia invade l’Ue con cibi pericolosi e si classifica al 1° posto, davanti alla Cina, per gli allarmi alimentari: dai peperoni con pesticidi oltre i limiti ai fichi secchi con eccesso di tossine cancerogene, come pure nocciole e i pistacchi”.