Linea verticale, una medicina anti-tivù del dolore

Cannule, sondini, flebo, cateteri, esami istologici, giro visite… dottore ce la farò, Luigi tieni duro, come sono finito in questo incubo? Nella serie La linea verticale (Rai3, sabato 21:45, episodi al completo su Raiplay) ci sono a prima vista tutti gli ingredienti per catturare i fan tv del dolore, dell’ansia e della depressione, ma far girare gli ipocondriaci alla larga. Invece no. La vicenda di Luigi, quarantenne con moglie incinta del secondo figlio costretto a operarsi d’urgenza per un tumore al rene e catapultato in un reparto oncologico, è trattata da Mattia Torre con sensibilità e senso dell’equilibrio.

Poca azione, molta buona scrittura, nella Linea Verticale. L’aspetto più interessante è la fusione tra l’odissea umana e il racconto del mondo a parte ospedaliero: il dramma si fa commedia (all’italiana) tra pazienti atterriti, infermieri paterni, luminari narcisi, assistenti provoloni. Forse non tutti i personaggi sono verosimili, ma c’è una gran voglia di sperare che lo siano in questa serie così poco legata agli stereotipi televisivi e debitrice al nostro cinema più consapevole, tracce di Checco Zalone e di Nanni Moretti. Magnifica l’interpretazione di Valerio Mastandrea, sdoppiata tra dialoghi e monologo interiore, così iperrealista da farsi surreale. La sua docile, ondivaga perplessità è quella di noi tutti: chi non si è chiesto, almeno una volta nella vita, se la vita non sia un film dell’orrore? (per concludere che la miglior risposta è riderci su?).

Rotondi, lo scudo umano che torna sempre di moda

Gianfranco Rotondi è l’alluce valgo del centrodestra italiano. Politico immarcescibile, a dispetto di un talento direttamente proporzionale alla penuria effettiva di consenso, questo democristiano di terza fascia è sempre lì. Non casca mai. Si nasconde quando deve, si inabissa quando serve. E torna a batter cassa, puntuale come le tasse, quando c’è da chiedere una poltrona. Lo ha fatto anche dieci giorni fa, quando si favoleggia che si sia presentato personalmente a Villa San Martino. Non riusciva a farsi passare il Cavaliere e, corrucciato, ha annunciato che non se ne sarebbe andato senza prima avere ottenuto udienza. Alla fine l’ha ottenuta, pare dopo un lieve malore di Berlusconi. Brunetta, uno dei selezionatori, dopo la commovente transumanza dei candidati questuanti centrodestrorsi ha confessato ai suoi “la grande amarezza vissuta sul piano umano”. Scene che commuovono.

Rotondi ce l’ha fatta anche stavolta: ha ottenuto l’agognato paracadute, strappando l’ambita posizione di capolista in Abruzzo per il proporzionale al Senato. Seggio blindato, elezione assicurata. Avremo Rotondi senatore anche nella prossima legislatura: che culo. Gattopardo dichiarato e compiaciuto, Rotondi gioca da sempre al mezzo bischero. In realtà, bischero non lo è per nulla. Nato ad Avellino nel 1960, anche se a guardarlo parrebbe coevo di Badoglio, Rotondi si iscrisse alla Democrazia Cristiana già a 15 anni. A venti si mise in testa d’essere l’anti-De Mita. Laureato in Giurisprudenza. Anche giornalista. Eletto una prima volta in Parlamento nel 1994, con il Partito Popolare Italiano. Segue Buttiglione (bella coppia), si allea con il centrodestra e confluisce nel Ccd. Non viene eletto nel 1996, ma si rifà nel 2001 tra le fila del centrodestra. Nel 2003 il suo testimone di nozze è Silvio Berlusconi. Ancora eletto senatore nel 2006 e 2008, anno nel quale diviene ministro senza portafoglio per l’Attuazione del programma di governo (Berlusconi IV).

Proprio in veste di ministro, denotando un altissimo senso per le istituzioni, nel luglio 2008 dichiara: “Colpire un pm per educarne altri cento”. Alé. Favorevole al riconoscimento delle unioni omosessuali in aperto contrasto con la linea del centrodestra, è suo il progetto di legge DiDoRe (si chiamava così sul serio). Nell’ottobre scorso annuncia di essere entrato in possesso del simbolo della Democrazia Cristiana, che non valendo più nulla è perfetto per Rotondi. Il quale, instancabile, tre anni fa fonda il partito Rivoluzione Cristiana. Sembra una cosa da nulla, e infatti lo è, ma nel nulla attuale della politica italica anche il niente può spostare gli equilibri. Così, tra quarte gambe featuring Mastella-Fitto-Formigoni e Movimenti Ambientalisti by Brambilla, ora rischia d’essere decisiva persino la Rivoluzione Cristiana di Rotondi. Per vincere, e Berlusconi lo sa bene, serve tutto: anche il pulviscolo. Dieci giorni fa, a Piazza Montecitorio, Rotondi ha presentato le sue 50 candidate di Rivoluzione Cristiana. Sempre sobrio il commento di Dagospia: “Se c’è gnocca, c’è vita”. Colonna sonora dell’evento, l’inno della Dc “O bianco fiore”. Bei momenti. Rotondi pareva divertirsi molto, e in effetti ne aveva ben donde: “Come ho scelto le candidate? Con la Rete, come Grillo”. Poi la frase forte: “Nel 1948 furono le donne dei comitati civici della Dc a fermare i comunisti. Oggi saranno le donne di Rivoluzione cristiana a fermare il ribellismo e il Movimento 5 Stelle“. Risate. Titoli di coda. E la speranza mai scemata di un asteroide definitivo, che ci mondi per sempre dai peccati. Estinguendoci.

La fine dei magistrati in politica

È impressionante il numero degli “impresentabili” che sta per dare l’assalto alla massima istituzione del Paese. È grazie al Fatto che i cittadini hanno avuto la possibilità di conoscere i “curriculum” giudiziari di tanti possibili “onorevoli” tra i quali si annoverano condannati, arrestati, prescritti, indagati e imputati per peculato, corruzione, falso, truffa, bancarotta, abuso di ufficio, turbativa d’asta, voto di scambio. L’ex sottosegretario Giovanni Legnini, oggi vicepresidente del Csm, incredibilmente, ha pontificato che “il fatto che un politico sia indagato non dovrebbe comportare le sue dimissioni o l’esclusione dalle candidature”.

In questa campagna elettorale, imperano poi le “dynasty” del voto: i parenti dei politici eccellenti in corsa per il Parlamento sono tanti: figli, mogli e nipoti. A questa disdicevole pratica non si è sottratto anche, sia pure in misura più ridotta rispetto agli altri partiti (due casi), il Movimento 5 Stelle così offuscando, in parte, il merito di non aver presentato “impresentabili”. A questo si aggiunge il continuo passaggio di candidati da un partito all’altro. Contro questo indecente mercato, poco o nulla possono i cittadini il cui primario diritto di scegliere i propri rappresentanti è stato ulteriormente compresso dalla peggiore legge elettorale mai approvata.

In questo contesto una drastica riduzione delle candidature dei magistrati può da un lato indurre il sospetto che i politici preferiscano i pregiudicati ai giudici, dall’altro sembra che stia per chiudersi una stagione che ha visto un gran numerodi magistrati “scendere”, impropriamente, in politica. Non mancano le eccezioni tra le quali la più significativa è quella del magistrato Cosimo Ferri, da anni sottosegretario alla Giustizia (in quota Pdl), e oggi candidato Pd in collegi “blindati”. Sarebbe opportuno che costui – se eletto – si dimettesse dall’ordine giudiziario, non solo per l’impegno profuso nell’esecutivo, quanto per essere leader di una corrente associativa di magistrati. Sembra inopportuno che un magistrato, diventato parlamentare (e, quindi, politico), possa ancora essere un punto di riferimento di una corrente di magistrati.

Secondo Legnini “il Csm ha contribuito a un alleggerimento della tensione tra politica e magistratura grazie alla stesura di una delibera che, purtroppo, però, non è stata approvata dal Parlamento, che regolamenta l’accesso alle candidature per i magistrati in servizio e il loro reingresso in ufficio”. Ma quanto prevede la delibera è inadeguato a risolvere il problema. Per risolverlo è necessaria una legge che vieti ai magistrati di candidarsi nelle competizioni elettorali, salvo che si dimettano dall’ordine giudiziario. Né si può obiettare che in questo modo i magistrati vengono privati del diritto di elettorato passivo, perché ciò gli è sempre consentito dismettendo una carica che li vede far parte di un ordine che la Costituzione vuole “autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Se proprio non si volesse addivenire ad una decisione del genere, va statuito che il magistrato deve essere collocato, inderogabilmente, presso l’Avvocatura dello Stato o in un ruolo autonomo del ministero di Giustizia.

Altra alternativa è quella di prevedere che il periodo di consiliatura non venga computato ai fini della progressione in carriera. Il magistrato, al termine del mandato rientra – proprio perché non ha esercitato la funzione – nel grado e nell’anzianità (anche economica) che aveva al momento della sua elezione. Ciò costituirebbe un deterrente per i magistrati desiderosi di fare politica e metterebbe fine a quello scandaloso privilegio per il quale magistrati, fuori ruolo per anni, continuano a ottenere avanzamenti di carriera con lusinghiere valutazioni di professionalità senza aver mai più fatto una sentenza, un’udienza, un’indagine.

Razzismo, l’antidoto riflette il male

Al netto delle sparate elettorali (deportiamo i clandestini!), quale sia l’antidoto contro un razzismo sempre più aggressivo resta vago. Secondo i moderati occorre intervenire sulla causa, l’eccessivo numero di migranti: che è come sostenere che l’Italia guarirebbe dall’antisemitismo se sparisse l’oggetto sul quale viene esercitato, cioè se gli ebrei emigrassero. Altri sinceri democratici sostengono che occorra istruire ed educare: nobile intendimento, se fosse chiaro quale sia il messaggio da trasmettere. Cos’è oggi “razzismo”? E chi sono i razzisti? Per capirlo, e soprattutto per capire perché in Italia neppure il progressismo sia un argine al razzismo malgrado lo condanni con veemenza, risulta utile rileggere La Difesa della Razza.

All’inizio clamoroso successo editoriale (nel 1938 vendeva 150 mila copie e aveva pubblicità di banche e Fiat), il quindicinale fascista attribuiva all’Ebreo deformità che lo renderebbero radicalmente diverso dagli ariani. Queste caratteristiche immaginarie sarebbero non solo fisiche ma anche psicologiche, e le seconde, innate, formerebbero un sistema di valori e di comportamenti, quello che tecnicamente è una “cultura”. La cultura dell’Ebreo, di qualunque ebreo, lo predisporrebbe alle ruberie, a invadere le società ariane per sopraffarle (“l’invasione ebraica”, scriveva Telesio Interlandi, direttore della Difesa della Razza) e per snaturare, contaminandola, “la nostra cultura” (ancora Interlandi). Caratteristiche simili adesso sono attribuite ad altri alieni, i migranti.

L’equivalenza tra caratteristiche fisiche e caratteristiche morali nel discorso razzista diventa chiara se ascoltiamo quell’Antonio Fontana che si proclamò “difensore della razza bianca”. Poi si corresse: ho usato parole incaute, spiegò, ma la sostanza non la ritratto, del resto è condivisa da molta sinistra, per esempio l’idea che tutti i musulmani siano orientati alla guerra santa (“E non lo affermo io, rozzo leghista: l’ha scritto pure MicroMega, rivista degli intellettuali di sinistra”). Fontana, spiega Salvini, ha usato “razza bianca” come equivalente di termini quali “nostra cultura”, ‘nostri valori’ (“Noi siamo preoccupati per la scomparsa di una cultura e penso che la stessa Conferenza episcopale sia preoccupata se sono a rischio i nostri valori”). Questo vocabolario “culturalista” ormai appartiene a molta sinistra. Da qui una domanda: chi è più pericoloso, Salvini o quel progressismo che ne esecra l’estremismo ma ne convalida le premesse, così indebolendo gli anticorpi della maggioranza silenziosa? Non sarebbe la prima volta che la sinistra gioca per l’avversario: istruttivo in proposito il flirt tra pacifismo francese e antisemitismo negli anni Trenta.

Come non sappiamo distinguere lo statuto ideologico del razzismo contemporaneo, così annaspiamo quando si tratta di spiegare quali fattori sociali producano l’aumento del razzismo più aggressivo. Siamo soliti considerarlo la reazione dei dimenticati, delle fasce precarizzate dalla crisi, delle vittime della globalizzazione. Ma il razzismo dilaga proprio nei Paesi europei dove l’economia va meglio, Polonia e Ungheria; e non ha una relazione significativa con la cosiddetta “ansietà economica”, conferma l’American election studies in una ricerca sulla vittoria di Trump. Più verosimile, anzi certo, che influisca l’aumento di furti e borseggi compiuti da stranieri. In merito le statistiche sono confuse (sommano sotto la voce “stranieri” cittadini balcanici e migranti extra-comunitari), ma saremmo tutti felici se le forze dell’ordine ci liberassero della malavita africana sbarcata in Italia. Nell’esprimere questo auspicio, però chiediamoci perché certe malavite “comunitarie’, per esempio la rumena, potendo scegliere si trasferirono soprattutto in Italia. Quale intreccio di fattori rendevano il nostro Paese così appetibile? E non saranno proprio quegli italianissimi fattori il vero problema col quale dovremmo finalmente misurarci?

Chi ha motivo per temere domande di questo tipo e intende difendere lo statu quo può trovare conveniente prendersela con i “negri”. Valga in proposito l’odissea romana di una famiglia africana in grave stato di necessità che l’inverno scorso sei volte tentò di entrare in possesso dell’alloggio popolare dell’Ater che le era stato assegnato, e sei volte lo trovò occupato da abusivi; in un paio di occasione venne respinta da masnade ostili che a naso avevano molto a che spartire con un sistema per il quale, almeno fino a ieri, il 49% dei 48mila inquilini non pagava l’affitto, il 12% occupava un appartamento senza alcun titolo, mafie sovrintendevano all’attribuzione degli appartamenti, i partiti tacevano e i media non indagavano (nell’occasione titolarono conformi: “Guerra tra poveri”). E allora, non sarà il caso di domandarci se non sia uno specchio l’antidoto al razzismo?

Mail box

 

L’Italia ripudia la guerra. Ma l’art. 11 non viene rispettato

Mercoledì scorso si è tenuto a Milano, in sala Alessi del Comune, un convegno sulla “Attualità della Costituzione Repubblicana”, in cui sono stati trattati alcuni articoli da parte di relatori eccellenti. Tra questi Gino Strada che ha parlato del fondamentale articolo 11, quello che cita: “l’Italia ripudia la guerra”. Il convegno era stato ideato per festeggiare il compleanno della Costituzione: ben 70 anni! Costituzione sana, robusta e più viva che mai, nonostante i numerosi attacchi cui è stata sottoposta, non ultimo quello del referendum del 4 dicembre 2016 che ha visto l’ANPI e Libertà e Giustizia, di cui faccio parte, schierati in prima linea nella sua difesa. Dal convegno è emerso chiaramente che purtroppo la Costituzione ancora oggi non viene applicata, in particolare rimane inascoltato l’art. 11. L’Italia continua a bombardare, a portare guerre contro popolazioni inermi che non ci hanno mai fatto nulla di male. La colpa però non è certo della Costituzione, lei permane in tutta la sua grandiosità e continua ad essere attuale e più viva che mai. Se non viene rispettata, la responsabilità è solo dei politici e delle persone che continuano a votarli anche se hanno dimostrato di non volerla applicare e non promettono di ripudiare la guerra. Un invito ai leader dei partiti: intendete applicare la Costituzione? Intendete attuare l’articolo 11 della Costituzione, realizzando l’invito a ripudiare la guerra? Ecco, al posto di continuare a promettere ciò che è improponibile, perché non promettete di mettere finalmente in pratica i vari articoli della Costituzione che era stata definita la “più bella del mondo”?

Albarosa Raimondi
libertà e giustizia

 

Quanti altri ragazzi potrebbero perdersi?

Non sono buonista e non giustifico né ho in simpatia lo sparatorie folle, ma mi fa una gran pena, questo sì. Come chissà quanti altri giovani questo ventottenne senza famiglia e istruzione, senza presente e senza futuro ha cercato sollievo al proprio orribile disagio cercando risposte e trovandole nei posti sbagliati dove non ha trovato salvezza ma si è perduto. Quanti saranno nelle sue stesse condizioni? Giustamente andrà in galera e pagherà per la sua stupidità e per il suo atto da delinquente, spero trovi la forza di pentirsi e di rinascere, ma, ripeto, quanti giovani nelle sue stesse condizioni ci sono in Italia? Chi se ne occupa? Di chi è la colpa di tutto questo? Non della immigrazione clandestina o altre stupidaggini del genere ma di chi ha lasciato i giovani abbandonati a se stessi a sopportare disagi indescrivibili Facciamo un’analisi seria e diamoci una risposta se ancora ci riusciamo, ma dubito che siamo in grado di farlo.

Paola Zucca

 

DIRITTO DI REPLICA

Caro Antonio Massari, in merito al suo commento (sull’edizione di sabato) alla replica di questo Ufficio stampa che, a sua volta, replicava a un suo commento ad una lettera di rettifica del ministro Lotti, si precisa quanto segue:

1- Ricordiamo per la seconda volta che l’art 8 della legge 47 del 1948 – da lei più volte citato ma non applicato in questo caso dal suo giornale – impone di pubblicare le rettifiche, si legge nel testo, “nella stessa pagina che ha riportato la notizia cui si riferisce”. Dunque, visto che il suo articolo era in prima pagina la rettifica andava messa in prima pagina e non a pagina 12. Lei, poi, dice di avere “scarsa memoria di rettifiche in prima pagina”: vero, come è vero però che la legge lo impone. Possiamo dire che avete disatteso la legge e rispettato una pessima abitudine.

2- Il fatto che le rettifiche vengano pubblicate entro 24 ore nel 99,9% dei casi è cosa nota, diciamo che lo sanno tutti gli addetti ai lavori del mondo del giornalismo. Tutti tranne voi, evidentemente. Ne prendiamo atto. Poi, come purtroppo spesso accade, senza alcun riscontro oggettivo alludete che quel “99,9%” sia un dato inesatto: bene, ma siete voi a dover provare che noi siamo nell’errore, e non noi a dimostrare di non aver sbagliato. Un po’ di garantismo anche in questi casi non guasterebbe.

Ufficio stampa ministro Lotti

 

Egregio ufficio stampa del ministro, egregio ministro, replico alla replica della replica sulla replica alla vostra rettifica, ricordando che non trattavasi di rettifica, poiché nulla dell’articolo scritto è stato da voi smentito. Riguardo la tempistica della pubblicazione: prima ci accusate di violazione della deontologia; poi, lette le norme, derubricate la questione a criterio casistico (il 99,9 per cento dei casi); infine, quando vi chiediamo la fonte del dato da voi fornito (il 99,9 per cento), ritirate su un “lo sanno tutti”. Il tutto si commenta da sé. In prima pagina, peraltro, non c’era un articolo ma un richiamo (si chiamano richiami in prima). Quindi, l’idea di pubblicare la “non rettifica” in prima pagina, è priva di senso. Spero che la questione sia chiusa – avrei anche altro da fare – ma, se proprio vuole un amico di penna, scriva ad antoniomassari@gmail.com, vedremo che si può fare.

Antonio Massari

Alle urne. Consiglio per il dopo voto: acquistate un metro per misurare la realtà

Dopo il 4 marzo, e una volta che le promesse di tutti i candidati premier saranno com’è prevedibile mantenute, io mi alzerò tardi. Che è già un ottimo inizio. Non avendo impegni incombenti, per la verità non avendone proprio, passerò la mattina guardando la Tv (senza pagare il canone, me l’ha promesso Renzi). Al pomeriggio prenderò la mia auto (senza pagare il bollo, me l’ha giurato Silvio) e mi dirigerò con calma all’Università per seguire qualche lezione (senza pagare le tasse, me l’ha detto Piero Grasso). Sono ancora indeciso tra Paleontologia e Ingegneria spaziale. Magari entrambe, tanto lo farò unicamente per passione personale. Perché al lavoro, quasi sicuramente, non ci andrò. Avrò un reddito minimo garantito da 780 euro al mese, mi ha assicurato Luigi Di Maio. Se poi avrò una moglie e un marmocchio in casa, addirittura 1.250, mi ha confermato Berlusconi. Non avrò fretta. Se poi per noia o per curiosità mi farò assumere da qualcuno (perché il lavoro non mancherà, mi hanno detto tutti), sappiate che malissimo che vada sarò pagato 10 euro l’ora (parola di Renzi). Non verrò certo licenziato (che tanto il Jobs act, promessa, verrà abolito) e i soldi che guadagnerò, tutti ma proprio tutti, saranno tassati al 15% (me l’ha giurato Salvini). Se non l’avrò fatto prima, lascerò il lavoro a circa 60 anni, mica più a 67 (come mi ha assicurato Berlusconi). E lo farò con una pensione minima di mille euro (sempre il Berlusca, in gran forma). Tanto mi basterà per viaggiare il mondo intero e organizzare una grigliata a settimana con gli amici. Alla fine di una vita tranquilla e bellissima, non so ancora se il mio funerale sarà pagato dal mio marmocchio (che spero a sua volta percepisca già il reddito minimo e si alzi tardi al mattino) o mi verrà gentilmente offerto dallo Stato. E anzi, approfitterei di questo contesto per invitare i candidati a formulare una proposta su tale problematica rimasta irrisolta.

Gli economisti dicono che il mio stile di vita, e quello di tutti gli italiani, costerà 200 miliardi l’anno in più allo Stato. Cioè circa 50 mila euro l’anno per ogni singolo contribuente italiano. Cioè più dei soldi che guadagnerò col reddito minimo e quelli che risparmierò non pagando praticamente niente. A parte la casa. E la birra. E il cibo per le grigliate.

Ma quelli sono i tecnici, pignoli, saputelli e pure un po’ invidiosi. In realtà andrà tutto come deve andare e vedrete che sarà una pacchia. Me l’hanno promesso tutti.

Nicola Nicodemo

 

Caro Nicola,consiglio per il 5 marzo l’acquisto di un metro, ti servirà per misurare la distanza che separa l’apparenza dalla realtà. La politica – lo sai bene – è anche teatro, in alcuni casi ha il timbro della sceneggiata e la promessa elettorale, persino quella impossibile, è la parte centrale della recita. Però diciamocelo: la promessa gaglioffa resta troppo spesso impunita. Pensa se imitassimo il grande Totò. Una pernacchia ci salverebbe almeno dall’idea di essere idioti e, forse, accorcerebbe la vita (politica) ai demagoghi di ogni risma e colore.

Antonello Caporale

Gigi Di Biagio farà il ct delle amichevoli, poi arriverà il tecnico vero

Sarà Luigi Di Biagio il commissario tecnico dell’Italia nelle amichevoli internazionali del prossimo mese di marzo, in programma il 23 contro l’Argentina a Manchester e il 27 con l’Inghilterra a Londra. L’ha annunciato la Federcalcio in una nota sul suo sito ufficiale. La panchina degli azzurri era vuota da due mesi, da quando a metà novembre Gian Piero Ventura ha lasciato la Nazionale dopo la clamorosa esclusione dai Mondiali in Russia per mano della Svezia. “A seguito dell’incontro svoltosi nella sede della Figc a Roma alla presenza del commissario straordinario Roberto Fabbricini e del suo vice Alessandro Costacurta, è stato deciso di affidare a Luigi Di Biagio l’incarico di commissario tecnico della Nazionale in vista dei due impegni internazionali del prossimo mese di marzo, in programma il 23 contro l’Argentina a Manchester e il 27 con l’Inghilterra a Londra”. Le partite vere, invece, ci saranno a settembre e allora l’Italia dovrà avere il tecnico per conquistare un posto agli Europei del 2020. In lizza: Antonio Conte, Carlo Ancelotti, Roberto Mancini e Claudio Ranieri.

Conti scappa, a Radio Rai restano macerie

È la radio della Rai che ha perso di più. Parliamo di Radio 2 che, secondo i dati annuali pubblicati da Ter (Tavolo editori radio), nelle rilevazioni che vanno dal 4 maggio al 18 dicembre 2017, rispetto al 2016 ha registrato un calo di 275 mila ascoltatori nel giorno medio (- 9,3%, per un totale di 2.693.000 contatti), mentre nel quarto d’ora medio (dato molto importante per gli investitori pubblicitari) l’arretramento è di 45 mila ascoltatori.

Anche per Radio 1 e Radio 3 non c’è da stare allegri: il primo canale registra un calo di 189 mila ascoltatori nel giorno medio (- 4,6%, per un totale di 3.938.000 contatti) e di 12 mila nel quarto d’ora; Radio 3 perde invece 40 mila ascoltatori durante il giorno (-2,8%, per un totale di 1.396.000 contatti) e 2 mila nel quarto d’ora. L’unica con un trend positivo è Isoradio, che viene ascoltata quotidianamente da 870 mila ascoltatori con un aumento del 27% pari a 185 mila ascoltatori. Risultati molto negativi soprattutto se paragonati a quelli delle radio commerciali che, a parte Radio Capital, sono tutte in crescita, anche oltre il 20%.

Ma è Radio 2 a essere nel mirino e a suscitare i malumori dei vertici di Viale Mazzini, anche perché è il canale di cui si è più occupato Carlo Conti come direttore artistico, carica che non occupa più da metà dicembre: il suo contratto era in scadenza e ambo le parti – Conti e l’azienda – hanno deciso di non rinnovarlo.

Il motivo ufficiale è che il popolare presentatore nei prossimi mesi sarà troppo impegnato sul fronte televisivo. In realtà si racconta che Conti già da tempo desiderava lasciare l’incarico che Antonio Campo Dall’Orto gli aveva assegnato nel luglio 2016 proprio per il fallimento della mission: gli ascolti, invece di risollevarsi, sono precipitati, specie a Radio 2, su cui Conti si è più impegnato rivoluzionando il palinsesto e inaugurando nuovi programmi. Meglio dunque levarsi di torno prima del tracollo che, puntualmente, è arrivato. E poi, si sa, rispetto all’etere la tv regala più soddisfazioni. Anche se Conti la tv non l’aveva mai lasciata: anche da direttore artistico di Radio Rai, infatti, continuava a condurre programmi televisivi, tra cui la passata edizione del Festival di Sanremo. Ed è proprio questa l’accusa che qualcuno, in Rai, gli muoveva: stare troppo davanti alle telecamere e snobbare la radio.

Il problema, ora, è come affrontare il futuro con dati di ascolto in calo costante. Due sono le direttrici su cui sta puntando Mario Orfeo: la moltiplicazione dell’offerta e la digitalizzazione. Da dicembre l’etere di Viale Mazzini conta cinque nuove emittenti: Radio Classica, Radio Techetè, Radio Live, Radio Kids e una radio solo di musica italiana. Al contempo Viale Mazzini sta investendo sulle radio digitali. E dopo le elezioni si prevede un altro addio, col ritorno in tv di Gerardo Greco, attuale direttore di Radio 1 e Giornale radio.

Mediapro si prende il calcio: paura Sky, solo Mediaset gode

Dal 2018 e per tre anni il calcio italiano parlerà spagnolo: la Serie A abbandona Sky e Mediaset, inizia l’era MediaPro. I tifosi in realtà, forse, neanche se ne accorgeranno, perché le partite continueranno a essere trasmesse sulle solite emittenti. Ma dalla prossima stagione saranno gli spagnoli ad avere i diritti del campionato, grazie a un’offerta record da un miliardo e 50 milioni l’anno. Di qui il nervosismo di Sky, che ieri ha fatto arrivare una diffida alla Lega calcio, ma dovrà sedersi al tavolo e trattare.

Gongolano, invece, i presidenti dei club (e pure l’advisor Infront): dopo due aste andate a vuoto, sono riusciti ad aumentare il valore della tanto criticata Serie A (un miliardo e mezzo, con i diritti esteri e la Coppa Italia), che diventa il terzo campionato al mondo dopo Premier e Liga. Adesso loro dovranno decidere solo come spartirsi il bottino, il cerino è rimasto in mano alle pay-tv.

MediaPro, che partiva da 950 milioni più royalties, nella busta finale si è spinta fino a un miliardo e 50 milioni. È stata la mossa vincente per sbaragliare la concorrenza. Tra Milano e Roma, sotto la regia di Luca Lotti (ministro allo Sport), stava prendendo quota il partito pro-Sky guidato da Juve e Roma che puntava al terzo bando per dare un’altra occasione al colosso di Murdoch (e perché no, anche a Mediaset). Gli spagnoli, fiutato il pericolo, hanno deciso di chiudere la partita, superando il minimo d’asta e facendo scattare l’assegnazione automatica. A 9mila chilometri di distanza (ieri il presidente del Coni è arrivato a Pyeongchang per le Olimpiadi), il commissario Giovanni Malagò, che aveva preferito la Lega alla Figc anche per dire la sua sui diritti tv, non ha potuto che prenderne atto. Mentre Paolo Nicoletti, uomo di Lotti in via Rossellini, faceva buon viso a cattiva sorte: “È un risultato economico straordinario, siamo soddisfatti”. Contento di sicuro lo è Urbano Cairo, tra i primi a presentare a Milano gli spagnoli (con cui fa già buoni affari all’estero): d’accordo con Claudio Lotito, il presidente-editore del Torino ha anche provato a piazzare la coppia Javier Tebas – Giuseppe Vegas ai vertici della Lega; il blitz è saltato di poco.

La società con sede a Barcellona non realizzerà il cosiddetto “canale della Lega”: non può farlo, del resto, avendo vinto il bando per l’intermediario. Se ne riparlerà dopo il 2021. Intanto gli spagnoli produrranno riprese e immagini delle partite, rivendendole agli operatori esistenti. Per il tifoso, dunque, non cambierà molto: gli appassionati continueranno a vedere la Serie A con i loro abbonamenti alle varie piattaforme. Perché ciò accada, però, gli operatori dovranno trovare un accordo con MediaPro. Già da oggi cominceranno le trattative: la strategia prevede di piazzare prima i diritti in streaming (nel mercato degli OTT potrebbero farsi sotto anche Amazon, Tim e Perform, grazie a offerte su misura) e sul digitale. Quindi inizierà il negoziato più delicato per il satellite.

Per Mediaset l’irruzione di MediaPro non è una cattiva notizia: garantirà la possibilità di continuare a trasmettere almeno le gare delle big (obiettivo minimo, dopo il ridimensionamento di Premium), accorciando il gap con i rivali di Sky. E poi gli spagnoli sono vecchi amici dell’universo berlusconiano: col Biscione condividono la stessa concessionaria pubblicitaria, e curano già il museo del Milan. Non a caso fonti aziendali hanno fatto trapelare di “non avere preclusioni”.

Discorso diverso per Sky. Il colosso di Murdoch, da sempre principale investitore sul pallone, è rimasto scosso dalla perdita dei diritti: subito è partita una diffida contro l’assegnazione a MediaPro, impostata però sull’ipotesi di un canale della Lega (sarebbe “concorrenza sleale”) che non vedrà mai la luce. Possibile che la minaccia sfoci in un ricorso al Tar o all’Antitrust (che deve dare il via libera entro 45 giorni), ma a un certo punto Sky dovrà decidere se insistere col contenzioso o sedersi al tavolo. Stavolta, però, i rapporti di forza sono ribaltati: fino a ieri erano le televisioni a prendere per la gola i presidenti della Serie A, che non poteva fare a meno dei soldi dei diritti tv; ora saranno le televisioni a dover ascoltare le richieste di Media Pro, per non perdere il calcio che vale una buona fetta dei 7 milioni di abbonamenti alle pay-tv in Italia. L’epoca del duopolio Sky-Mediaset è finita. Almeno per come se l’erano immaginata loro.

Italo corre verso l’America: fondo Usa offre due miliardi

Italo corre verso l’America: Global Infrastructure Partners, fondo Usa che gestisce 40 miliardi di dollari e specializzato in infrastrutture, ha offerto 1,9 miliardi di euro per acquisire la creatura di Luca Cordero di Montezemolo. Per oggi è convocato un Cda straordinario della società per valutare l’offerta degli americani ed entro le 17 di mercoledì i soci dovrebbero decidere se prendere o lasciare.

L’offerta, secondo quanto rende noto Italo, prevede anche la conferma per l’amministratore delegato Flavio Cattaneo e il presidente Montezemolo negli attuali ruoli. È prevista poi la possibilità per gli attuali azionisti di riacquisto di una quota del 25%. E da ambienti finanziari trapela anche che il fondo Gip sarebbe disposto a rilevare pure i debiti di Italo che ammonterebbero a circa 400 milioni di euro. La novità arriva alla vigilia della riunione della Consob sul prospetto di quotazione compresa tra il 35 e il 40% del capitale di Italo, che è stata recentemente deliberata ma che, se dovesse essere accolta l’offerta del fondo, verrebbe bloccata. Il primo azionista di Italo è Intesa Sanpaolo col 19,2%, poi Generali (14,6%), il fondo Peninsula (12,8%) e Luca Cordero di Montezemolo (12,4%).