Veronica e il “sacrificio” da 45 milioni

Sono soldi. Milioni di milioni che Veronica Lario non vuole restituire all’ex consorte Silvio Berlusconi. Sessanta al lordo delle tasse, quarantacinque il suo netto. Cifra destinata al consumo e dunque “irripetibile”, scrive l’avvocato della signora.

Giunge in Cassazione, per l’ultimo tratto di una querelle giudiziaria solcata da questo mare di quattrini con i quali gli ex coniugi costruiscono le proprie memorie intime, la richiesta della Lario. Si aspetta che la Suprema Corte cancelli la sentenza con la quale i giudici di Appello di Milano nel novembre scorso cassarono l’assegno mensile di 1,4 milioni di euro a carico dell’ex marito, ordinando anche la restituzione dell’indebito percepito nei tre anni seguiti alla pronuncia di divorzio. Essendo economicamente “autonoma” Veronica non mantiene più quel diritto. Ecco, sul punto la contestazione. I soldi, quei soldi, servirebbero a ripagarla dal sacrificio impostole dall’unione: aver dovuto “sacrificare” il lavoro di attrice alla famiglia.

Un costo che si somma al beneficio per Berlusconi di liberare tempo, grazie all’impegno casalingo di Veronica, per i suoi affari e poi, sempre grazie all’attitudine della ex moglie, alla sua riservatezza e, presumiamo, anche alla sua beltà, di aver fatturato politicamente l’immagine di una famiglia coesa e felice, oltre che esteticamente a modo.

Ora noi dobbiamo dirlo chiaro: la simpatia per Veronica non è negoziabile. “Ciarpame senza pudore” definì il contesto anche umano nel quale suo marito sosteneva la funzione del capo del governo. Una pronuncia che ha costituito la prima vera crepa del berlusconismo. Eppure questo conteggio della bellezza, e anche della felicità o dell’infelicità, sembra un pochino fuori luogo. Che Veronica non sapesse di Silvio, dei suoi piaceri, del suo lifestyle? Dubitiamo. Ogni rinuncia ha un costo, e sono le donne prima e più degli uomini, a dover affrontare il doloroso bivio del lavoro oppure della famiglia. Ma in genere la scelta è dettata da motivi opposti. Sono i pochi soldi che obbligano alla rinuncia, invece nel caso in esame sono stati i soldi, fin troppi, ad aver messo Veronica con le spalle al muro: sposare il tycoon della Brianza, vivere nell’oro massiccio ma chiusa in casa invece che calcare da nubile il palco dei teatri d’Italia. Conteggiare poi la felicità (anche sessuale?) indotta al partner e lo sfruttamento intensivo che quest’ultimo per fini politici o di affari ha fatto della sua figliolanza non appare, a prima vista, granché utile né elegante. Dei soldi, sui soldi, con i soldi la vita di Silvio Berlusconi è lastricata. E Veronica, nei 23 anni di comunione, avrà assaporato forse più dispiaceri che piaceri. È certo dunque che lei, al contrario di lui, sa che i danè non sono tutto, che la felicità non si acquista a peso e che i figli, quand’anche facoltosi per nascita, non sono fatti di oro zecchino. Carne, sangue e forse persino lacrime. Veronica, se possiamo permetterci, pensi al resto che ha ritrovato.

Messina ai finti lobbisti: “Vi faccio incontrare B.”

Dalle cene eleganti agli assegni consistenti. Si può incontrare il politico più ricco d’Italia anche pagando, ma parecchio. “Certamente, a marzo. Lui tiene conto di queste cose”, assicura il tesoriere di Forza Italia Alfredo Messina.

I finti lobbisti gli hanno appena comunicato che l’operazione si fa, il versamento è stato deliberato e resta solo un favore supplementare: la possibilità di un incontro privato con lui, il presidente Silvio Berlusconi. Ora si può contare sull’aiuto del suo fido cassiere per un appuntamento? “Sì sì, naturalmente. Certo”. Bingo. I due consulenti della Mei Consulting, la società (in realtà inesistente) che fa gli interessi di facoltosi investitori arabi pronti a entrare nel mercato italiano della sigaretta elettronica, sono riusciti ad arrivare fino all’ex Cavaliere. È bastato un sito farlocco, una manciata di biglietti da visita, un vestito buono e la promessa di contribuire alla campagna elettorale di Forza Italia.

Come raccontato nell’inchiesta sotto copertura sul numero in edicola del mensile Fq Millennium, a favorire l’incontro con Messina era stato il senatore di FI Lucio Malan, uno dei sei parlamentari incontrati nei quattro giorni – dal 15 al 18 gennaio – dopo avere contattato le segreterie di diversi onorevoli. “Alfredo? Sono venuti da me due gentilissimi signori che curano gli interessi della sigaretta elettronica”, dice chiamandolo davanti ai nostri occhi per informare il tesoriere dell’intenzione di finanziare il partito. Sul cartoncino del Senato segna il numero diretto di Messina, promettendo anche “un comunicato in favore delle vostre istanze, indipendentemente dal contributo”.

L’appuntamento con il tesoriere è fissato per quattro giorni dopo, nel suo ufficio presso la sede romana di Forza Italia. I lobbisti per caso escono con l’Iban di Forza Italia e precise istruzioni su come finanziare il partito con somme superiori al tetto da 100mila euro previsto dalla legge e con la garanzia per i donatori di rimanere totalmente anonimi: “Basta non dare l’autorizzazione a rendere pubblica la cosa – spiega il tesoriere –. Per la legge sulla privacy”. Nel corso dell’incontro Messina – un passato ai vertici di aziende Fininvest e di Mediolanum – nulla domanda sulla provenienza dei fondi. E alla fine si congeda con una promessa inaspettata: “Vedrà che insomma, questa iniziativa la porteremo a conoscenza anche… a tutti i livelli. Quindi insomma, un impegno ci sarà sicuramente”.

Una disponibilità che abbiamo voluto verificare con una telefonata a Messina a distanza di due giorni dalla “riunione”. Subito gli diamo conferma dell’intenzione degli investitori di convocare a breve un consiglio di amministrazione per deliberare il versamento. Poi gli buttiamo lì quella velleità dei nostri pretenziosi sceicchi sull’appuntamento privato con l’ex Cavaliere. “Durante la campagna elettorale – risponde Messina – è un po’ complicato effettivamente, perché ci sono i giorni contati. Certamente, a marzo. C’è da dire che tiene conto di queste cose”.

Permeabilità di Camera e Senato alle richieste delle lobby, inefficacia del regolamento varato da Montecitorio due anni fa sui portatori di interesse e scarsa trasparenza sulla provenienza dei finanziamenti privati ai partiti. I temi affrontati nell’inchiesta irrompono ora anche nella campagna elettorale. Il M5S ha organizzato per oggi alle 14.30 una conferenza stampa al Senato invitando gli autori dell’inchiesta a raccontare l’esperienza. “Lobbisti in Parlamento: così gli uomini dei partiti prendono i finanziamenti aggirando la legge” è il titolo dell’evento a cui parteciperanno il candidato premier Luigi Di Maio, i parlamentari Roberto Fico e Paola Taverna, i candidati per il M5S a Roma Dino Giarrusso e ad Agropoli Alessia D’Alessandro. “Con il M5S al governo l’attività di lobbying verrà rigidamente regolamentata”, promettono i Cinque Stelle in una nota. Abbiamo spedito una copia del servizio anche al presidente del Senato e candidato premier per Liberi e Uguali Pietro Grasso, alla presidente della Camera e candidata per LeU Laura Boldrini, al segretario del Pd Matteo Renzi, al segretario della Lega Matteo Salvini, alla segretaria di FdI Giorgia Meloni, alla leader di Più Europa Emma Bonino. Intanto, tra le reazioni da registrare, quella del deputato del Pd Walter Verini, l’unico tra quelli incontrati insieme a Gianluca Pini (Lega) a respingere con fermezza il finanziamento offerto: “Non demonizzo chi sostiene interessi di parte – ha detto all’Ansa – purché lo faccia in maniera trasparente e legittima. Non in maniera opaca e con scambio di denaro”. Riceverà via sms i complimenti di Walter Veltroni che gli scrive “sono orgoglioso di te”.

Mirafiori, contratti di solidarietà a tutti gli addetti

A partire dal prossimo 19 febbraio, e fino al prossimo luglio, i contratti di solidarietà (riduzione del lavoro) alla Carrozzeria dello stabilimento Fca di Mirafiori verranno estesi da poco più di 2000 a quasi tutti gli attuali lavoratori del sito torinese (3526 su 3659 complessivi) comprendendo anche gli addetti al Levante, finora coinvolti dalla cassa integrazione ordinaria. La riduzione media dell’orario di lavoro sarà del 59% e gli esuberi dichiarati da Fca passano da 1245 a 2080. Lo annuncia la Fiom in una nota. “L’aumento delle fermate anche sulla linea del Levante (due settimane al mese) ha reso inevitabile coinvolgere tutta la Carrozzeria nella solidarietà, evidenziandone ancor di più la situazione di incertezza, che coinvolge tutto il cosiddetto Polo del lusso torinese, compresa la Maserati di Grugliasco, anch’essa ferma ormai 2 settimane al mese – commentano per la Fiom il segretario provinciale torinese, Federico Bellono e Ugo Bolognesi, responsabile della Carrozzeria di Mirafiori – la verifica prevista a giugno sarà cruciale: a settembre si esauriscono i contratti di solidarietà, e tutte le speranze sembrano riposte al 1 giugno, quando l’ad Marchionne dovrebbe annunciare il nuovo piano industriale”.

Pd, l’addio degli operai. L’elettore dem crede poco al programma

Le elezioni politiche del 2018 hanno già dato l’impulso a un profondo cambiamento del modo di condurre le campagne elettorali. In precedenza le proposte dei leader miravano a cambiare il funzionamento dello Stato. Poi, negli ultimi giorni, calavano l’asso, così fece Berlusconi nel 2006 con l’abolizione della tassa sulla prima casa, così ha fatto Renzi nel 2014 con gli 80 euro. A dire il vero si continua ancora oggi a dare un racconto sbagliato del valore in termini di consenso elettorale di questi messaggi. Si dice, per esempio, che il Pd alle Europee arrivò al 40% grazie ai famosi 80 euro. Secondo i nostri studi questo è falso, nel senso che in quel momento il Pd avrebbe ottenuto lo stesso il 40%, anche senza questa proposta. La leadership del neo-segretario del Pd riscuoteva fiducia nelle attese dei cittadini, indipendentemente dal bonus economico. Ma questa è un’altra storia.

Ecco che in queste elezioni si è cambiato completamente il tiro, non si parla affatto di come riformare lo Stato, non si parla dei diritti civili, né dell’economia o del ruolo dell’Italia nello scenario internazionale, ma il tutto si sta sviluppando in una sorta di mercato delle promesse. Il Segretario del Pd Renzi ha presentato un pacchetto di “100 proposte”. Insomma si è passato da un’idea forte da comunicare negli ultimi giorni di campagna elettorale a un “pacchetto di promesse”. Cento, tutte insieme. Però con l’aumentare degli impegni presi diminuisce la credibilità. Se la settimana scorsa il 65% riteneva che le proposte dei partiti non erano plausibili, oggi la percentuale degli scettici arriva al 72%, un incremento del 7%, e questo indipendentemente da chi le fa. Il motivo è da ricercare soprattutto nel fatto che i cittadini non riconoscono un legame narrativo tra tutte le promesse in campo di uno stesso partito, sono punti di un programma comunicati agli italiani senza un minimo di persuasione, ma soprattutto in assenza di legame “sentimentale” tra la classe politica e gli elettori.

A questo proposito l’istituto demoscopico Noto Sondaggi ha analizzato il livello di attendibilità di alcune delle promesse contenute nei 100 punti del Pd. Sono state testate 15 proposte, solo 3 sono risultate credibili da almeno il 20% degli italiani, tutte le altre sono sotto il 20, e addirittura per due sotto il 10%. Insomma, tenendo presente che il Pd è quotato in tutti i sondaggi sulle intenzioni di voto tra il 22-25%, le proposte vengono definite irrealizzabili anche da una parte delle stesso elettorato dem.

Andiamo con ordine. Il maggior livello di credibilità per il 22% degli italiani è l’ipotesi del servizio civile obbligatorio, nella top 3 ci sono anche l’estensione del credito di imposta (21%) e il bonus casa di 150 euro ai giovani (20%). Tutte le altre sono sotto la soglia 20: l’abbassamento del costo del lavoro (nel dettaglio, il costo dei contributi per i contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti dal 33 al 29%) è ritenuta realizzabile solo dal 15,2% e il bonus bebè solo dal 14%. Chiudono la classifica due punti che già sono stati il tallone di Achille di questa legislatura, cioè la possibilità di andare in pensione anticipatamente (7%) e la promessa di far scendere la disoccupazione al 9% (solo il 5% ci crede).

Un altro fattore che indica come si sia interrotto il legame tra il mondo del lavoro ed il Pd è l’analisi del comportamento di voto dei lavoratori. Il M5S è oggi il partito che attrae in misura maggiore la classe operaia: il 33% ha intenzione di votare i pentastellati, il Pd è la seconda scelta con il 20%, mentre su LeU ricade un ulteriore 10%, con la sorpresa di Potere al Popolo che aggrega il 4%. L’elettorato è diventato più esigente rispetto ad anni fa e quindi è da comprendere nelle prossime settimane come e se si tradurrà il valore delle promesse in termini di voto, soprattutto per quei profili elettorali che vogliono riconoscersi in scelte razionali e realizzabili.

 

Troviamo un posto per Milano

Non capisco Milano, non ho capito se è bella o se è brutta. Non capisco dove sia, che carattere ha. Forse è timida, ma non fa una vita da timida. Sicuramente è operosa, ma ci sono anche altri luoghi operosi con una loro impronta, un’impronta che a Milano io non vedo. Se penso a Lecce penso subito alla luce sulle pietre, è un immagine che mi fa archiviare in un certo modo la città nella mia testa. E se penso ad Aliano penso subito che Aliano ha un senso, è un luogo del mondo, a suo modo è una capitale del mondo. Faccio fatico a collocare Milano nella mia testa. È un luogo dove l’Italia funziona meglio? E se pure così fosse è una definizione che non mi produce alcuna emozione. Forse la verità di Milano non va cercata nella sua vitalità economica, ma appunto nel suo carattere. Milano è un posto tranquillo. Ecco, forse questa è la chiave per leggere la città. Qui anche il cielo è tranquillo, e il traffico è serenamente convulso e anche il veleno dell’aria è un veleno che non uccide ma smorza, rende i nervi lievemente molli. Milano non è l’oscena esibizione muscolare di Londra, non è lo spazio sterminato di Los Angeles. Questo è un posto piccolo e pacato, nel cuore di una pianura fatta di buona gente. L’Italia deve trovare un posto per Milano, non deve lasciarla andare altrove. Milano ha un senso se rimane una città italiana.

“La rinuncia al seggio è una pagliacciata”

“Una pagliacciata, cioè una mera rappresentazione pirotecnica senza significato giuridico”. L’avvocato amministrativa Gianluigi Pellegrino non usa perifrasi. A suo dire il modulo di rinuncia alla candidatura fatto sottoscrivere dal M5S a Emanuele Dessì, candidato al Senato nel collegio di Frosinone e Latina “reo” di vivere in una casa popolare con un affitto da 7 euro, non ha valore.

“È un impegno politico, e quello ognuno può giudicarlo come vuole, ma legalmente una procedura del genere non esiste”. sostiene Pellegrino. “Tanto più – continua il legale – che il modulo pubblicato sul blog non è indirizzato ad alcuna autorità: quindi sul piano giuridico è privo di effetti”. Quindi non esiste alternativa all’elezione? Pellegrino intravede uno spiraglio: “L’unica possibilità per i 5Stelle e Dessì è recarsi presso l’ufficio elettorale competente, e lì formalizzare nero su bianco una solenne rinuncia alla candidatura. Dopodiché si porrà il problema della procedura, di come farlo. E se gli negano la possibilità di rinunciare, potrebbero opporsi in via giudiziaria”.

Strada molto impervia comunque, “anche perché non esistono precedenti” come rimarca l’avvocato. Eppure domenica Luigi Di Maio ha pubblicato il documento di rinuncia sul blog delle stelle, invitando gli altri partiti a farlo sottoscrivere ai loro “impresentabili”. Diversi da Dessì, sul quale non pesano problemi legali. Già, perché l’ex consigliere comunale del M5S a Frascati sconta la casa affittata per pochi euro (ma in modo regolare, ha confermato il Comune). Assieme al post su Facebook in cui raccontava di aver “menato per la terza volta un romeno”, e al video in cui ballava con il pugile Domenico Spada, cugino di Roberto, che ad Ostia picchiò un giornalista di Nemo. Così, su richiesta di Di Maio, ha firmato il modulo. Ma ieri lo stesso Dessì al Messaggero ha ammesso: “Ho firmato e concordato con Luigi un documento, ma non so come funziona. Non posso farlo capire, perché non l’ho capito neanche io”. E chissà che ne pensa il senatore uscente Carlo Martelli, che lo avrebbe sottoscritto poche ore fa.

Il M5S ha scoperto che lui e un deputato, Andrea Cecconi, non erano in regola con le rendicontazioni, ossia con la restituzione di metà dello stipendio, a cui sono tenuti tutti i parlamentari a 5Stelle. E allora per Martelli e Cecconi, capilista in Piemonte e nelle Marche, è scattata la procedura davanti al Collegio dei probiviri, assieme alla richiesta di farsi da parte. Atti però solo simbolici. Martelli, come Cecconi e probabilmente Dessì, verrà eletto. E appena entrato potrà presentare le dimissioni, che però le Camere respingono sempre almeno due o tre volte. O addirittura cinque, come nel caso dell’ex senatore del M5S Giuseppe Vacciano, che non è riuscito a dimettersi. Prigioniero, suo malgrado.

Dda, sequestrati beni alle mogli di candidati Lega&CasaPound

Il Tribunale di Catanzaro ha confiscato i beni alle mogli di due candidati alle elezioni politiche del 4 marzo. Ieri mattina i carabinieri del Noe, infatti, hanno notificato il provvedimento a Stefania e Maria Concetta Mazzei, mogli rispettivamente di Domenico Furgiuele e Massimo Cristiano.

Il primo è il coordinatore calabrese di “Noi con Salvini” ed è capolista nei due listini proporzionali alla Camera, mentre il secondo con Casapound corre nel collegio uninominale di Catanzaro.

Candidati cognati, ma anche generi di Salvatore Mazzei il principale destinatario del provvedimento eseguito dagli uomini del maggiore Gerardo Lardieri. I beni confiscati, complessivamente, hanno un valore di oltre 200 milioni di euro. La Dda, coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, ha colpito la galassia societaria di Mazzei definito, nella sentenza di confisca, “imprenditore di riferimento delle cosche mafiose dominanti nei territori calabresi interessati dall’esecuzione di costose opere pubbliche”.

Secondo la Dda, Mazzei veicolava “le somme inquinate nelle società di famiglia”. Tra queste anche quelle confiscate alle due mogli dei candidati Furgiuele e Cristiano: la “Biorima srl” (di proprietà di entrambe), la società “Fornace Maricello” (che si occupa della produzione di laterizi e che appartiene a Stefania Mazzei) e la “Lamezia società a responsabilità limitata” di cui Maria Concetta Mazzei è proprietaria con il fratello Armando. Alla moglie del leghista è stato confiscato anche un immobile acquistato per 234 mila euro nel 2006. Sia l’esponente di Casapound che quello di Salvini non sono destinatari del provvedimento ma le loro mogli, secondo quanto scrive il Noe, “unitamente al proprio nucleo familiare (la famiglia Mazzei, ndr), hanno contribuito a occultare, al fine di evitare sequestro e confisca, i beni del proprio genitore”.

Con i “buoni” dello slogan tv Salvini vince a mani basse

Domenica c’eravamo chiesti sul Fatto se e in che misura la sparatoria fascioleghista di Macerata avrebbe messo in difficoltà elettorale Matteo Salvini. Al termine di una densa giornata politica e televisiva possiamo tranquillamente rispondere che il leader con la felpa ha vinto anzi stravinto la partita: non certo per i suoi meriti ma per l’abbandono di tutti gli altri. Infatti, non solo non ha “abbassato i toni” ma anzi si è fatto beffe delle giaculatorie istituzionali rilanciando alla grande le solite fake news che promettono la rapida ed efficiente soluzione del problema immigrati in un paio di mosse, come forse se la immaginano in qualche osteria padana.

Per esempio, con il ritorno ai vecchi, cari respingimenti in mare dell’epoca Maroni, al fine di incrementare il già vasto numero di disperati destinati a finire in pasto ai pesci. Pratica, per inciso, che è già valsa all’Italia la condanna dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Ma il pezzo forte è quando, gonfiando il petto, l’uomo che non deve chiedere mai annuncia che con lui a Palazzo Chigi saranno espulsi et voilà 50 mila non aventi diritto (nel 2017 sono stati 17 mila). Spettacolare exploit se non fosse per il piccolo particolare che con la maggior parte degli Stati di provenienza non esistono accordi di reciprocità e se gli rispedisci qualcuno non lo fanno neppure scendere dall’aereo. Però a Salvini è concesso dire tutto e il contrario di tutto senza praticamente contraddittorio poiché per contraddire occorre prima documentarsi. Molto più semplice lanciargli addosso l’accusa di seminare odio e di raccogliere violenza senza tuttavia spiegare come e perché tutto ciò avvenga. Come spesso accade agli esponenti della sinistra di governo che per anni hanno lasciato marcire i problemi favorendo la crescita di quella insicurezza su cui la destra ora pascola. E che pensano di cavarsela con qualche slogan da tg.

Se un disturbato mentale si mette a sparare per strada non è certo colpa di Salvini. Molto peggio se la propaganda un tanto al chilo cerca di illudere la gente (scatenandone la rabbia) che con ruspa e manette tutto si risolve per incanto. Perciò nel dibattito pubblico per essere convincenti bisogna essere capaci di argomentare, come ha fatto il ministro Calenda a proposito delle tematiche economiche nelle quali il nostro non sembra precisamente ferratissimo: “Ha passato tre anni all’europarlamento, a 20 mila euro al mese, e non sa come si mettono dei dazi. In Commissione commercio non l’ho mai visto. Almeno Marine Le Pen veniva”.

L’altra sera a Non è l’Arena il capo leghista ha potuto dare il meglio (e il peggio) di sé. A Massimo Giletti sui fatti di Macerata ha concesso soltanto che “la violenza va sempre condannata”. Caspiterina. Un po’ come dire che chi supera il limite di velocità in autostrada va multato. Silenzio invece sull’infinita serie di infamie leghiste contro la persona di Laura Boldrini, bruciata e decapitata in effigie. A ogni fantomatico annuncio su respingimenti ed espulsioni, applausi in sala da spellarsi le mani. Un altro paio di sparatorie razziste e ce lo ritroviamo a Palazzo Chigi.

Immigrati, asilo, Libia. Meglio se stanno tutti zitti

Com’era prevedibile i tentati omicidi di Macerata hanno portato l’immigrazione al centro della campagna elettorale con effetti anche bizzarri: per la prima volta, ad esempio, Matteo Renzi e Luigi Di Maio dicono la stessa cosa, cioè criticano con le stesse parole Silvio Berlusconi, il quale invece ha assunto i toni di Matteo Salvini in quello che, specie nel centrodestra, è un mercato di voti decisivo. Ovviamente si possono avere molte legittime opinioni sulla questione, ma altrettanto ovviamente dovrebbero essere basate sui fatti: un’analisi delle affermazioni dei leader politici sull’immigrazione mostra che tutti dovrebbero essere molto più prudenti, se non stare direttamente zitti.

Partiamo con Silvio Berlusconi. Negli ultimi giorni, l’ex Cavaliere s’è schierato decisamente contro l’immigrazione: “È una bomba sociale. Per colpa dei governi di centrosinistra, che non hanno saputo fermare l’occupazione, ora abbiamo 630 mila clandestini, con un calo verticale della sicurezza: in Italia oggi ogni minuto avviene un reato di strada, ogni due un furto in appartamento e ogni tre il furto di un’auto o di una moto”. A parte i numeri, che Berlusconi ama sempre dare a caso e senza citare fonti, è innegabile che ci sia stato un aumento degli sbarchi negli ultimi anni (con un relativo calo nel 2017), ma è anche vero che è la situazione dall’altra parte del Mediterraneo è cambiata assai dopo le cosiddette “primavere arabe” e le guerre in Siria e Libia.

E dire che Berlusconi, più che per gli allarmi pre-elettorali, può essere ricordato anche per un altro paio di cose: la più grande sanatoria di “clandestini” italiana (circa 800 mila) fu, nel 2002, quella seguita all’approvazione della legge Bossi-Fini; un’intervista alla tv tunisina Nessma del suo amico Tarak Ben Ammar (e sua) in cui scolpì frasi da missionario comboniano: “Gli italiani sono stati un popolo di emigranti. Questo ci dà il dovere di guardare alla gente che vuole venire in Italia con totale apertura di cuore e di dargli la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli e anche della salute nei nostri ospedali. Questa è la politica del mio governo”. Quanto ai 600mila rimpatri coatti promessi sono semplicemente impossibili: l’anno scorso sono stati circa 6mila, sono difficili da portare a termine e costano uno sproposito.

Alle parole del fu Cavaliere è seguita la reazione di Matteo Renzi: “Una bomba sociale? Ma l’immigrazione dipende da due fattori: coi trattati di Dublino ogni Paese gestisce l’immigrazione da solo, ma quegli accordi che ora il capo di Forza Italia contesta li ha firmati lui nel 2003. E se in Italia arrivano i migranti è perché qualcuno ha fatto la guerra in Libia e il presidente del Consiglio era Berlusconi”. Quasi alla lettera l’opinione di Luigi Di Maio: “Sull’immigrazione Berlusconi si propone come salvatore della Patria, quando è il traditore della Patria. La bomba sociale sull’immigrazione l’ha creata lui bombardando la Libia, firmando il regolamento di Dublino e facendo business sugli immigrati con la sinistra”.

Dublino e Libia. Sulla Convenzione di Dublino, che regola a livello comunitario la gestione delle richieste d’asilo, hanno in sostanza ragione Renzi e Di Maio. Il cosiddetto “Dublino II” fu firmato dal governo Berlusconi nel 2003 e contiene un principio fortemente voluto dalla Germania e assai penalizzante per Paesi come l’Italia e la Grecia: è il principio per cui lo Stato europeo che riceve il richiedente asilo arrivato illegalmente sarà poi quello “competente per l’esame della domanda di protezione internazionale” (articolo 13). Insomma, chi sbarca in Italia resta in Italia: tanto più che neanche la concessione dell’asilo consente all’immigrato di muoversi liberamente in Europa. La convenzione è stata poi rinnovata nel 2013 (Dublino III) e firmata dal governo Letta confermando in sostanza l’articolo 13.

Quanto alla guerra in Libia, invece, si tratta di un’accusa ingenerosa: tutti i protagonisti hanno riportato la contrarietà di Berlusconi all’attacco al suo amico Gheddafi nel 2011, tanto che il suo governo – nonostante le pressioni di Napolitano e Obama – resistette un mese prima di calare le braghe e partecipare attivamente al conflitto che Prodi ha poi definito “una guerra contro l’Italia”.

Triton e Renzi. Quanto al segretario del Pd c’è una cosa che dimentica di dire. Gliel’ha ricordata questa estate Emma Bonino dopo che Renzi aveva criticato il governo Letta (Bonino era ministro degli Esteri) per la firma su Dublino III. Riguarda la fine dell’operazione italiana Mare Nostrum, sostituita dalle missioni Ue a fine 2014: “I piani operativi che riguardano sia ‘Triton’ che ‘Sophia’ prevedono che il coordinamento di tutti gli sbarchi è deciso dal centro di Roma e che devono avvenire in Italia”. Circostanza confermata in Parlamento dal ministro Marco Minniti, che ha poi chiesto (invano) la ridefinizione degli accordi. In sostanza, nel momento in cui le tensioni in Libia e Siria e la chiusura della rotta turca (voluta da Angela Merkel e pagata dall’Ue) aumentava la pressione migratoria nel Mediterraneo, Renzi ha scelto di far avvenire tutti gli sbarchi in Italia per poi dover gestire il tutto secondo i principi di “Dublino” (pochissimi i cosiddetti “ricollocamenti”). Il governo del leader dem ci ha guadagnato la “clausola migranti”, cioè un po’ di flessibilità nel rapporto deficit-Pil (lo 0,2% per la precisione, circa 3,3 miliardi). Un’operazione, per così dire, poco accorta.

Di Maio & C. Su una cosa si può dar ragione al “capo politico” dei 5Stelle, quando ricorda “il business degli immigrati” fatto anche con l’avallo della politica: il caso di Mafia Capitale (Buzzi e le coop) o lo scandalo del Cara di Mineo (per cui è sotto processo il sottosegretario Castiglione) sono solo due esempi. Per il resto, la posizione del M5S sull’immigrazione è parecchio ballerina: a inizio legislatura avevano depositato un ddl per lo Ius soli, poi abbandonato; Di Maio si è appena rimangiato la definizione “taxi del mare” per le Ong che operano nel Mediterraneo; a Bruxelles i grillini lavorano per la protezione anche dei “migranti climatici”, in Italia presentano il programma “sbarchi zero” e si potrebbe continuare. È buona regola, e vale per tutti, ricordarsi che questioni troppo grandi non si lasciano governare da parole troppo piccole.

Minacce a Perugia: “È solo l’inizio”. Allarme a Genova

Indagini in corso da parte dei carabinieri per identificare chi abbia apposto un cartello con la scritta “Macerata è solo l’inizio” sotto alla targa che nel centro di Perugia ricorda Paolo Vinti, storico militante della sinistra scomparso nel 2010 e fratello di Stefano, già assessore regionale di Rifondazione comunista. “È un atto davvero grave che va condannato con fermezza e senza alcun indugio”, ha detto la presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini. Che poi ha aggiunto: “L’atto di via Cartolari a Perugia appare ancor più odioso se si considera che è stato commesso a sfregio dell’immagine di Paolo Vinti, personaggio che si è caratterizzato e speso in tutta la sua vita sui temi della pace e della non violenza”. Intanto ieri a Genova cinque persone sono state identificate e due di queste denunciate per i reati di porto ingiustificato di oggetti atti ad offendere e per il possesso di fuochi di non libera vendita, durante la manifestazione antifascista di sabato scorso nel capoluogo ligure. Nei loro zaini la Digos ha trovato una mazzetta da muratore, fuochi d’artificio, un coltello, e alcuni indumenti come felpe, pantaloni e berretti e bandiere nere che potevano servire per in parte per agire a volto coperto.