La foto in caserma con il Tricolore rimesso sulle spalle dell’estremista

La vicenda di Macerata deborda dai suoi confini territoriali e pone interrogativi che non possono rimanere senza risposta. La provincia italiana è da tempo il centro di tutti gli avvenimenti che diventano nazionali ed internazionali, come gli eventi mediatici che sono generalmente ambientati in sonnolenti territori dove nella fiction accade di tutto, ma nella realtà tutto sembra immobile.

Qui abbiamo un simbolo che subito conquista le prime pagine internazionali. La bandiera italiana, il tricolore annodato sulle spalle di Luca Traini, che per sicura sciatteria o involontaria circostanza viene appoggiato per una foto scattata in caserma dopo il suo arresto. La foto si ritroverà su tutti i media, anche all’estero, anche solo per contestualizzare, cioè per dire che il fatto è accaduto in Italia. Manna dal cielo per le redazioni, ma nota stridente sulla vicenda che ha visto le forze dell’ordine attente e vigili nell’intervenire prontamente, ma ingenue nell’aver fatto uscire quella foto dal luogo in cui quella foto non poteva essere scattata con quella bandiera, logicamente prima rimossa dal nodo che aveva durante l’immobilizzazione e poi posizionata sulle spalle sul divanetto rosso accanto al calendario dell’Arma.

Una svista, sicuramente provocata dalla troppa facilità con cui oggi è possibile catturare le immagini, ma che rafforza i messaggi con i quali Traini ha voluto compiere il suo gesto disumano. Il saluto romano al monumento dei caduti, il suo tatuaggio con il simbolo del reparto più efferato delle SS naziste, il suo annuncio in bar e autogrill del gesto folle che si accingeva a compiere: la strage. C’è un effetto indotto che quella foto in caserma ha ottenuto immediatamente, per cui oggi il fronte giustificazionista cresce nell’irrazionalità prodotta da un equivoco.

Quel tricolore con il ragazzotto di provincia simpatizzante della destra estrema già candidato nella Lega, non ha nulla a che fare. Quella bandiera portata come per la vittoria ai Mondiali non può appartenere a chi simpatizza con i movimenti neonazisti che crescono in Europa e in Italia e spara 30 colpi contro inermi ragazzi di colore. Anche il reato di vilipendio alla bandiera dovrebbe essere contestato al Traini, perché ha associato il simbolo che ci unisce e ci rende unici nel mondo al suo gesto sconsiderato ed al suo tatuaggio. Quando i simboli si associano, nella mente di chi ha “la guerra in testa” come Luca Traini, dobbiamo parlare di terrorismo. La bandiera aggrava la cosa, perché è usata allo stesso modo di come si usano talvolta i simboli religiosi per giustificare l’azione terroristica. Possiamo parlare di terrorismo politico perché ha determinato quel panico che la violenza estrema ed incontrollata scatena: “Accade dove anche io potrei essere”.

Stridono anche le modalità di trasporto dalla caserma al carcere di Traini, con quell’incauto ammanettamento davanti e non dietro sconsigliato per soggetti di quella corporatura e con quella pericolosità accertata. Ma a volte non si calcolano gli effetti collaterali che l’esposizione mediatica di un gesto oggi può provocare. Rimangono interrogativi che rendono il caso Macerata macabro sintomo di un Paese che non riesce ancora a elaborare la giusta distanza da xenofobia e razzismo nonostante le leggi e la Costituzione.

Colpi anche sui bar “rossi”. “Volevo sparare in aula”

Luca Traini dovrà rispondere di strage aggravata dalle finalità razziste. Eppure tra i suoi obiettivi, oltre a uomini di colore in giro per Macerata e dintorni, c’erano anche precisi punti di ritrovo della sinistra antagonista, centri sociali o posti collegati all’attività dello spaccio: bar, discoteche e circoli; oltre alla sede del Pd di via Spalato. Il razzismo come fattore scatenante, ma non solo. Tra i locali colpiti c’è il Baobab: “Per 32 anni è stato dell’Arci, da qualche anno è a gestione privata ma ha sempre mantenuto più o meno la stessa linea – spiega Marco Cecchetti, il titolare –. Un posto aperto a tutte le culture. Il locale l’altra mattina era chiuso, Traini ha sparato due colpi verso la porta d’ingresso”. Stesso discorso per il “Terminal”, altro ritrovo frequentato da giovani e movimenti di sinistra. Colpito pure il bar King, a due passi da corso Cavour e dal Monumento ai Caduti dove Traini ha concluso il suo show itinerante. Il bar è più volte finito nelle cronache per motivi legati allo spaccio di droga, l’ultimo a dicembre scorso, quando il questore ne aveva ordinato la chiusura amministrativa per quindici giorni. Drammatico anche quanto accaduto nei confronti del bar H7 a Casette Verdini, a meno di dieci chilometri da Macerata, dove Traini ha esploso tre colpi della sua Glock contro la vetrina. Dentro il titolare e alcuni clienti, sfiorati dalle pallottole che hanno colpito i contenitori di patatine. Casette Verdini è il luogo dove sono stati trovati i due trolley con i resti martoriati di Pamela Mastropietro, la ragazza uccisa dal pusher nigeriano Innocent Oseghale, l’orribile fatto di cronaca che ha scatenato la furia di Traini. L’uomo, dopo aver colpito 5 uomini e una donna, ha lasciato una scatola vuota di proiettili e un cero di Mussolini proprio nel luogo del ritrovamento delle valigie.

Il sabato del 28enne di Tolentino era partito con propositi di vendetta (“Quando ho saputo dello scempio fatto sul corpo di Pamela, ho sbroccato”). Il primo obiettivo del suo piano era infatti proprio Oseghale, in tribunale a Macerata per la convalida dell’arresto: “Voleva uccidere il nigeriano – ha confermato il procuratore capo di Macerata Giovanni Giorgio – aveva saputo quanto accaduto a Pamela Mastropietro e voleva vendicarsi direttamente. Secondo lui il fenomeno dell’immigrazione clandestina andava stroncato”. Vista l’impossibilità di agire direttamente contro Oseghale, Traini è passato al piano B, iniziando il suo raid tra Macerata e dintorni. In un’occasione, vista la presenza di minori di origini africane, Luca Traini avrebbe sparato in aria per spaventarli e farli scappare. Di una cosa si è dispiaciuto: “Non volevo colpire la ragazza africana – ha ammesso davanti al suo legale, Giancarlo Giulianelli, che ieri lo ha incontrato nel carcere di Montacuto, ad Ancona, dove si trova in isolamento a poche decine di metri proprio dalla cella di Oseghale – Era sinceramente dispiaciuto per questo, lo ha fatto per sbaglio. Luca sta bene, è sereno, ma ci stiamo preoccupando per la sua salute, non tanto fisica, quanto mentale. Non mi risulta che lui abbia avuto storie con ragazze tossicodipendenti in passato e non ha avuto mai bisogno di psichiatri o psicologi. A parte oggi (ieri mattina, ndr) che ha incontrato la psicologa del carcere. Luca ha avuto un’infanzia e un’adolescenza difficili. Aveva un problema di obesità che gli ha causato relazioni difficili e per arrivare a un fisico scultoreo ha fatto tanti sacrifici. Di recente, dopo dissapori e rapporti tesi, si era riavvicinato al fratello dopo che era nato il nipotino”. Poi ha aggiunto un dettaglio inquietante: “Politicamente c’è un problema: la gente mi ferma per darmi messaggi di solidarietà verso Luca…”.

Per oggi pomeriggio, nel carcere anconetano, è stata fissata l’udienza di convalida dell’arresto. Gli inquirenti smentiscono che nell’auto Traini abbia lasciato un biglietto con le ragioni del gesto. Nell’abitacolo, al contrario, c’erano altri quattro caricatori con una settantina di colpi, mentre altri 30 li aveva già esplosi. In città l’atmosfera resta pesante. Forza Nuova ha spostato la sua manifestazione a giovedì sera, mentre stasera ci sarà una fiaccolata organizzata dall’associazione “L’Esistenza ora” dedicata a Pamela Mastropietro. La politica, locale e nazionale si sta scatenando. Il punto lo ha messo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “La diffidenza genera violenza. L’Italia ha bisogno di sentirsi comunità”.

Io con Waters, lui con Nardella

Ringrazio l’ineffabile Michele Anzaldi, il “bravo” di Renzi e il Gasparri che non ce l’ha fatta, per l’affetto e la pubblicità gratuita.

Le sue parole, puntualmente dadaiste, avrebbero avuto senso se fossi stato invitato per fare un monologo politico, magari un pezzo del mio spettacolo di successo (tiè) Renzusconi: non certo se, come accadrà, andrò al Festival come uno degli otto giurati di qualità.

A scegliermi è stato Claudio Baglioni. E sulla musica, ma in generale su tutto, tendo a dare maggiore credito a Baglioni che non ad Anzaldi, a cui ricordo en passant la mia attività pluri-ventennale di critico musicale (e performer teatrale): io ho intervistato Roger Waters, lui al massimo Nardella.

Diciamo, e ci vuol poco, che so di musica molto più di quanto lui sappia di politica. Care cose.

 

Le cinque giornate dei conflitti dell’Ariston

Dunque stanno per partire (questa sera su RaiUno) le 5 giornate di Sanremo, dove bisognerà capire chi fa la resistenza a chi. Claudio Baglioni, direttore-dittatore artistico, ha confezionato uno spettacolo assolutamente musicale, dove lo spazio per l’intrattenimento sarà minimo e la canzone (rigorosamente italiana, al limite dell’autarchia) l’indiscussa regina. Rottamate negli anni precedenti le vallette (con invidiabile lungimiranza) quest’anno sono stati eliminati i comici: per ora non ne è stato annunciato nemmeno uno. Bisogna capire se il pubblico gradirà o no: non sarà facile eguagliare gli ascolti di Carlo Conti, anche se come al solito la controprogrammazione delle altre reti è inesistente. Le ore di televisione sono molte e la scaletta è densissima: non sarà semplice tenere incollati gli spettatori per un tempo così lungo. Stasera arriverà Fiorello (non è chiaro se in apertura a fare lo scaldapubblico, come lui vorrebbe, o più tardi come invece gradirebbe Baglioni). La prima probabile defezione è da imputarsi all’influenza: Laura Pausini ieri aveva la febbre alta e la laringite, quasi certamente salterà l’esibizione di stasera.

Ieri mattina abbiamo assistito alla prima conferenza stampa che speriamo non sia il paradigma su cui misurare le serate: è durata un’ora e mezza, praticamente fino all’inizio delle prove, si rischia che il Festival dia la linea a Unomattina. Tornando seri, al battesimo c’erano tutti, compreso lo sponsor unico Tim che ha annunciato un’apparizione di Mina, se abbiamo capito giusto in ologramma, prevista per l’ultima sera. Poi Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino, la banda del DopoFestival, i vertici Rai, Nando Pagnoncelli strappato ai sondaggi elettorali per l’impegno di Ipsos al Festival, il sindaco di Sanremo. Il divo Claudio ha ribadito – o è un fan del repetita iuvant o pensa che noi giornalisti siamo duri di comprendonio – diverse cose, tra cui appunto la primazia della musica. Ha poi risposto, cavandosela bene, a una domanda sulle critiche di Antonio Ricci: “Replicherei volentieri ma ho una cosa molto più importante da fare nei prossimi giorni”. Venendo alle questioni di sostanza, gli abbiamo domandato dei conflitti d’interessi con Friends & Partner, il promoter con cui lui ha un contratto di esclusiva, che gestisce ben 22 artisti (tra big in gara e ospiti) chiamati sul palco dell’Ariston da Baglioni medesimo: “Da loro non ho ricevuto né pressioni né consigli: chi mi conosce sa che non avrebbe trovato terreno fertile. Piuttosto ci ha provato qualche ex ministro e qualche alto prelato…”. Aggiungendo: “È una percentuale che rispecchia le quote di mercato dell’agenzia Friends & Partner tra gli artisti italiani”. Sarà, ma facendo un raffronto con lo scorso anno, quelli di Friends & Partner erano meno della metà tra cantanti in gara e ospiti. C’è poi una questione da risolvere: Baglioni duetterà con tutti gli ospiti italiani. Ma in che formula? “Tutti cantano con Baglioni” o “Tutti cantano Baglioni”? Perché se, come sembra, gli ospiti canteranno una sua canzone, si pone un’altra questione di opportunità legata ai diritti Siae.

Non bastasse, c’è financo un possibile conflitto d’interessi floreale. Il sindaco di Sanremo ha lanciato ieri in conferenza stampa una campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne. Il simbolo è una spilla con un ranuncolo, che forse tutti gli artisti indosseranno sul palco. Ma chi è il re del ranuncolo sanremese? Il sindaco Alberto Biancheri, titolare della Biancheri Creations, “azienda leader nella produzione e commercializzazione di bulbi di ranuncolo”. E come s’intitola la campagna? “Io sono qui” che poi è il titolo di un brano del 1995. Di Claudio Baglioni. E tout se tient.

Editto-Anzaldi (Pd): “Scanzi non può andare a Sanremo”

La prima polemica politica di questo Sanremo elettorale chiama in causa il Fatto Quotidiano (tanto per cambiare). Protagonista (tanto per cambiare) il segretario della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai, Michele Anzaldi del Pd. Il quale non ha ancora introiettato due concetti, che elencheremo per semplificare la comprensione: a) il Fatto Quotidiano è un giornale, come tale esercita la funzione di controllo su chi governa (sembra incredibile, ma è così); b) il paradosso di una commissione politica che “vigila” sull’informazione è tutto italiano, altrove accade il contrario.

Tutto ciò premesso, succede quanto segue. Come ogni anno i risultati della gara canora saranno determinati dal televoto, in combinato disposto con i giudizi espressi dalla sala stampa e quelli della giuria degli esperti, che in questa edizione sarà presieduta da Pino Donaggio. E di cui fa parte il nostro Andrea Scanzi.

Nome che deve aver mandato di traverso il pranzo al deputato dem, che ha dedicato al tema un post esageratamente lungo su Facebook: “La scelta di far rappresentare il mondo del giornalismo nella giuria di qualità di Sanremo ad Andrea Scanzi è incomprensibile: umilia i tanti giornalisti Rai e peraltro pone anche problemi di conflitti di interessi e di par condicio. La Rai ha 1.700 giornalisti, ancora una volta maltrattati per far spazio a un volto della concorrenza. Scanzi, infatti, è un volto fisso de La7, peraltro non risulta essere un esperto di musica e nelle sue apparizioni tv si occupa prevalentemente di politica. Ed è proprio la politica il filo conduttore dello spettacolo teatrale che in questi giorni sta portando in giro per l’Italia, uno spettacolo contro Renzi e il Pd prodotto dal Fatto Quotidiano”.

E qui ci sentiamo noi in obbligo di ringraziare Anzaldi, per la pubblicità al nostro giornale, oltre a permetterci di ricordare il curriculum musicale di Scanzi (dalla tesi di laurea sui cantautori al libro con Ivano Fossati, dagli spettacoli su De André, Ivan Graziani, Gaber agli articoli di critica musicale su diversi giornali tra cui il nostro).

Ma non finisce qui: “È conforme alle norme che la Rai dia visibilità in una trasmissione di intrattenimento con ascolti milionari a chi sta girando l’Italia con uno spettacolo di carattere politico? Che ne pensa l’Agcom? La Rai chiarisca anche se dietro la scelta di Scanzi ci sono potenziali conflitti di interessi con la sua agenzia VisVerbi, la stessa che ha curato l’attività del consigliere Rai in quota M5s Carlo Freccero e che ha lavorato ad alcuni eventi del Movimento 5 stelle e di Davide Casaleggio”. E qui è lo stesso Carlo Freccero a rispondere: “Non si capisce perché il direttore artistico del Festival non possa nominare chi ritiene opportuno in giuria, senza che immediatamente intervenga la politica e (come in 1984) il ministero della Verità ad argomentare che l’opinionista scelto potrebbe aver manifestato idee personali contrarie all’ex presidente del Consiglio. Palesemente inesistente risulta anche il presunto conflitto d’interessi che riguarda me, Scanzi e la società VisVerbis. Con la nomina a consigliere, peraltro non retribuita, ho interrotto qualsiasi contatto con agenzie di prestazione artistica. Ringrazio Anzaldi per l’attenzione ossessiva con cui segue la mia reale o presunta attività. Evidentemente mi attribuisce un potere che non ho. Forza, ancora poche settimane poi gli auguro buone ferie”.

Pablo Escobar, il Pd e i social (col latte)

Sei un candidatodel Partito democratico alle prossime elezioni e lo staff del segretario Matteo Renzi ti sta addestrando a come vincere la partita della vita (tua e soprattutto sua) sul media più insidioso che esista: la buia palude dei social network. Obiettivo: arrivare indenni al 4 marzo schivando gli attacchi degli ultragrilli in agguato dietro le fake news. Primo quadro: c’è il modello “Voltaire”, quello “Pablo Escobar” e quello “Game of thrones”, quale scegli? Se opti per la modalità del noto trafficante compare il bonus “Los ‘matamos a todos’”: i commenti vengono falciati e i troll bannati senza pietà. Le repliche – se pure ci sono – devono essere dello stesso tenore degli attacchi, per la serie “a brigante, brigante e mezzo”. Il modello “Voltaire”, particolarmente adatta ai più pazienti, è la modalità del “dialogo a tutti i costi”, anche con chi vi insulta, i toni sono moderati/dialogici. Mai scrivere sui social da stanchi, affamati, ubriachi o peggio. Se poi volete scrivere una cosa terribilmente aggressiva buttatela giù in un documento Word. Poi alzatevi, andate in cucina bevete un bicchiere di latte e mangiate due bei biscotti. Tornate e rileggete il testo. Nel 99% dei casi non lo posterete (Le istruzioni del Pd sono vere, fantasia è il resto).

La differenza tra Sylos Labini e Madia

Ho letto sul Fatto del 4 febbraio che nella perizia effettuata dal biologo Enrico Bucci sulla tesi di dottorato del ministro Marianna Madia, commissionata dall’Alta scuola Imt di Lucca, per verificare la diffusione del plagio nella ricerca economica, si è scelto di analizzare, oltre ai lavori d’ignoti economisti svedesi, il Manifesto contro la disoccupazione nell’Unione europea. Questo documento è stato scritto da mio padre, Paolo Sylos Labini, nel 1998 con altri colleghi economisti: Jean Paul Fitoussi, Franco Modigliani, Beniamino Moro, Dennis Snower, Robert Solow, e Alfred Steinherr. Nella perizia si conclude che “anche questo lavoro, come la tesi oggetto di indagine, contiene numerosi brani tratti da testi precedenti, senza peraltro che la fonte sia citata, a conferma di uno standard diffuso nel settore disciplinare e probabilmente diverso da quello di altri settori”. La conclusione sembra essere che in economia copiare è lo standard, quindi la Madia ha fatto quello che fan tutti.

Mi auguro che saranno gli economisti (delle varie scuole) a chiarire se questo è davvero lo standard nel loro settore, cosa di cui ovviamente dubito fortemente. A me preme ricordare che il Manifesto

non è un articolo scientifico ma un documento politico che ebbe diffusione su diverse testate, italiane e internazionali. Uno dei suoi obiettivi era di suggerire la modifica delle norme, purtroppo oggi in vigore, alla base del funzionamento della Banca centrale europea. Gli estensori sostenevano che la Bce, alla stregua della Federal Reserve degli Stati Uniti, dovesse perseguire due obiettivi: mantenere sotto controllo la disoccupazione e combattere l’inflazione, e non solo il secondo.

Il Manifesto, firmato da due premi Nobel (Modigliani e Solow), fu sottoscritto prima della pubblicazione da 46 eminenti economisti, tra i quali Olivier Blanchard (in seguito capo economista del Fondo Monetario), Alan Blinder, Rudiger Dornbusch, Paul Samuelson (Nobel) e James Tobin (Nobel), mentre tanti altri hanno firmato dopo la pubblicazione. È dunque sorprendente non solo che un tale documento sia accusato di “plagio”, ma anche che sia considerato come modello standard di articolo scientifico di ricerca in economia, così da poter sostenere che il plagio è una pratica diffusa. Trattandosi di un manifesto, è ovvio che non contenga riferimenti bibliografici; ed è altrettanto ovvio che 50 tra i più noti economisti del mondo non avessero alcuna ragione per plagiare alcunché. Chi ha scritto quella perizia per conto di Imt, non avendo cognizione di causa di ciò che stava analizzando, ha sbagliato bersaglio.

Come sia possibile che l’Imt, a quanto si dice un’eccellenza del paese, e il comitato dei tre Saggi da questo nominato (Francesco Donato Busnelli, Massimo Egidi e Giovanni Maria Flick) abbiano potuto avallare una perizia basata, tra l’altro, su un tale marchiano errore è una questione aperta che richiederà una risposta convincente di fronte all’opinione pubblica mentre io valuterò le strade da intraprendere per tutelare, anche da un punto di vista legale, la memoria di mio padre. Di certo si tratta di un’operazione tanto incredibile quanto misera, che dovrebbe far riflettere sul livello raggiunto dall’accademia (e dalla sua eccellenza?) di questo paese.

 

“In lista a Bolzano pure Mattarella”. Renzi copre Boschi

“Vota la squadra, scegli il Pd”. La scritta si staglia su uno sfondo popolato da sagome di persone colorate. Nessun nome, nessun volto riconoscibile. Solo il logo del partito. Ma nel giorno in cui Matteo Renzi presenta i candidati democratici al Teatro Eliseo di Roma, all’insegna di questo slogan, non risparmia frecciatine e allusioni né ai componenti della suddetta squadra, né a chi dovrà, dopo il 5 marzo, tirare le file dei risultati usciti dalle urne e decidere se tra loro c’è qualcuno che può formare un governo. Ci si riferisce al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Motivo? Anche lui si candidò a Bolzano.

La questione il segretario dem la tira fuori in mattinata, durante il videoforum di Repubblica: “Il tema della candidatura di Boschi non ad Arezzo, ma a Bolzano si collega alla scelta di candidare Padoan a Siena, nel collegio più complicato sulla questione banche”. Come dire, starà al ministro dell’Economia condividere oneri e onori del risultato. Ma soprattutto: “Boschi e Bressa, che hanno seguito la vicenda degli accordi con il Trentino Alto Agile, si candideranno lì. Anche Sergio Mattarella si candidò a Bolzano”. Questo lontano esempio (2001) non è casuale. Intanto associa Boschi al presidente nella figura del “paracadutato”: all’epoca Lorenzo Dellai – leader della Margherita in Trentino – protestò pubblicamente, poi si adeguò; Mattarella invece dichiarò che avrebbe potuto tranquillamente scegliere un collegio di Palermo, ma preferiva spendersi in un progetto nazionale. Inoltre ricordare quella candidatura significa evocare anche l’imbarazzante vicenda delle “firme false” presentate per la candidatura del capo dello Stato: ci furono 17 rinvii a giudizio, ma tutto finì grazie a una leggina di B. Insomma, Renzi per provare a rimandare al mittente le critiche sulla Boschi, imbarazza il Colle.

La squadra la maltratta. Dev’essere chiaro che in caso di sconfitta (che definisce così: “Se il Pd non è il primo gruppo parlamentare abbiamo perso”), le responsabilità sono condivise. “Ho fatto delle deroghe allo Statuto del Pd che prevede che non si possono fare più di 3 mandati in Parlamento perché altrimenti Paolo Gentiloni non si poteva candidare. E neanche Marco Minniti e Dario Franceschini”, dice a Repubblica. Dei tre non c’è nessuno all’Eliseo. Per il primo Renzi chiama l’applauso: “È assente perché impegnato con un importante capo di Stato”, dice senza nominare Erdogan (il capo di Stato in questione è uno che molti paesi neanche ricevono, dopo il golpe e le violazioni dei diritti umani). Per inciso, il premier è capolista alla Camera nel collegio di Macerata e il ministro dell’Interno è nell’uninominale a Pesaro: sfida complicata già prima della sparatoria di Luca Traini per le difficoltà del terremoto (e infatti Gentiloni avrebbe preferito, e tanto, correre altrove).

All’Eliseo assenti anche Graziano Delrio (per un vertice Italia-Austria), Andrea Orlando, Roberta Pinotti. In prima fila spiccano Pier Carlo Padoan e Nicola Zingaretti (che poi salgono sul palco), Luigi Zanda, Valeria Fedeli, Piero Fassino. C’è anche Claudio De Vincenti: “Sì, ero stato escluso dalle liste, ma poi c’è stato un lavoro di pressione collettiva per farmi rientrare. Prima di tutto da Calenda”. Parlano anche Sandra Zampa, Lisa Noja, Paolo Anibaldi (società civile, entrambi disabili). Nessun renziano. Sotto al palco ci sono Francesco Bonifazi, Maria Elena Boschi, Luca Lotti. In seconda fila appare Francesca Barra, vicino a Lorenzo Guerini, Matteo Richetti ed Ettore Rosato. Le renziane premiate con pluri-candidature, tipo Simona Malpezzi e Alessia Rotta, sono in mezzo alla platea. Lo spettacolo pare costruito per fornire l’immagine di un Pd plurale. Interviene anche Romano Carancini, sindaco dem di Macerata. In maniera piuttosto arruffata parla di “accoglienza e legalità”. Quando finisce, Renzi tira un sospiro di sollievo. Esortazione finale: “Ora divertiamoci. Possiamo vincere”. Per la chiusura della campagna rispolvera il grande gioco stile scout: “Facciamola in 100 piazze. Ognuno scelga la sua”. Andate e moltiplicate i voti, se ce la fate.

Silvio Boldrinoni

Era il 23 agosto 2009 e lui, a parte un colorito mogano-palissandro, era tirato a lucido e laccato come un sanitario Ideal Standard. Lui nel senso di Silvio Berlusconi, ancora premier, reduce da una visita di Stato in Tunisia e in partenza per la Libia dall’amico Gheddafi, rilasciò una memorabile intervista alla tunisina Nessma Tv, che aveva appena comprato in società col vecchio compare Tarak Ben Ammar (presente quel giorno in studio con lui) e con l’amico Gheddafi. Lì il Cainano, ammiccando con l’occhio lubrico da latrin lover all’avvenente conduttrice che lo riempiva di elogi, lanciò un appello agli africani perché si trasferissero in massa a casa nostra: “Noi italiani abbiamo il dovere di guardare a quanti vogliono venire in Italia con una apertura totale di cuore. E di donare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, una casa, di una scuola per i figli e la possibilità di un benessere che significa anche la salute e l’apertura di tutti i nostri ospedali alle loro necessità e questa è la politica del mio governo… È necessario incrementare le possibilità per la gente che vuole tentare nuove opportunità di vita e di lavoro, occorre aumentare le possibilità di entrare legalmente in Italia e negli altri Paesi europei. Questo è ciò che voglio sia fatto, non solo in Italia, ma in tutta Europa”. A quel punto l’occhio da cascamorto virò nell’occhio umido da caimano: “E poi bisogna dire che gli italiani sono stati un popolo che ha lasciato l’Italia e che è emigrato in altri Paesi… La cosa più terribile sono le organizzazioni criminali, che approfittano della speranza degli altri, delle persone che sono nella miseria e che vogliono donare a se stessi e ai propri cari un futuro migliore. E allora si affidano a persone che con imbarcazioni non sicure si mettono in mare, con tragedie a ogni istante”. Così, in un nanosecondo, milioni di maghrebini – ignari del livello medio di attendibilità di ogni parola che esce dalla bocca di B. (zero) – si fecero l’idea che l’Italia fosse diventata il loro Paese di Bengodi. E prepararono i bagagli.

Ora confrontate quelle parole con queste, pronunciate sempre da B. a La7, il 28 dicembre 2017: “Una volta i poveri del mondo non sapevano nulla di come si vive nei paesi del benessere e quindi non avevano spinte a spostarsi, lasciare la loro patria e venire qui. Adesso anche nelle più sperdute tribù dell’Africa esistono dei grandi schermi televisivi con delle batterie, anche senza corrente. E alla sera tutto il villaggio si raduna a vedere la televisione che illustra la nostra vita. Quand’ero in Congo a costruire un ospedale per bambini, ebbi l’invito da una di queste tribù e mi trovai in un villaggio senza luce ma con il grande schermo funzionante”.

Lì, aggiunge commosso, “un ragazzo di 20 anni, che aveva i piedi nudi e la stessa maglietta da cinque anni, mi disse: la nostra più grande aspirazione è venire da voi per cambiare la nostra vita e quella dei nostri figli”. Chissà se, su uno di quei tipici maxischermi da villaggio (turistico?), il giovanotto aveva visto e sentito B. promettere il paradiso in terra ai migranti africani come neppure la Boldrini al brindisi di Capodanno. Chissà se era informato del Trattato militare siglato nel 2008 dal novello dottor Schweitzer col regime di Gheddafi per riempirlo di armi, tecnologie e opere pubbliche in cambio della chiusura a ogni costo (stragi, repressioni e campi di concentramento nel deserto) dei flussi migratori dalle coste libiche. Chissà se sapeva che, due giorni dopo l’intervista alla tv tunisina, l’apostolo dei migranti aveva esaltato a Tripoli, accanto all’amico colonnello, i balsamici effetti dei respingimenti in mare. Ma soprattutto chissà che ne pensa di tutto ciò l’alleato di B. Matteo Salvini che, dopo gli orrendi fatti di Macerata, accusa una non meglio precisata “sinistra” di avere riempito l’Italia di clandestini, mentre l’unico ministro che a memoria d’uomo sia riuscito a ridurre gli sbarchi si chiama Minniti ed è, se non proprio di sinistra, almeno del Pd.

Ora B. annuncia l’immediato rimpatrio di “600 mila irregolari” (una cifra a caso, gli è venuta così). Strano, perché nel 2002 il suo governo, con i voti della Lega, approvò la più grande sanatoria di irregolari mai vista in Europa (694.224 domande accolte). Nel 2003 accettò senza fare un plissé il Regolamento Ue di Dublino che affibbiava in esclusiva l’accoglienza dei migranti ai paesi di primo sbarco, cioè all’Italia. Nel 2009, mentre B. invitava i migranti a venire a frotte, il suo governo, sempre coi voti della Lega, varò la seconda mega-sanatoria di irregolari (294.744) e il decreto Maroni col reato di immigrazione clandestina. Un’ideona che da nove anni intasa le Procure siciliane di decine di migliaia di fascicoli inutili su altrettanti fantasmi dall’identità, nazionalità e residenza imperscrutabili, punibili con multe di mille o 2 mila euro che mai nessuno pagherà. Inoltre, essendo tutti indagati (almeno i sopravvissuti), i migranti possono avvalersi della facoltà di non rispondere e di mentire, dunque le forze dell’ordine e i pm non possono più interrogarli come testi con l’obbligo di rispondere e dire la verità sui loro scafisti. Infine possono ricorrere contro i rimpatrii (già in larga parte teorici, o perché mancano gli accordi bilaterali con gli Stati di provenienza, o perché non si riesce a identificarli, o perché le questure e le prefetture non hanno soldi per i charter) fino al termine del processo, cioè per anni e anni, in attesa della Cassazione.

Nel 2011 finalmente B. si levò dalle palle, ma ci lasciò in eredità una bella guerra in Libia che moltiplicò gli annegamenti e gli sbarchi, per la gioia di Mafia Capitale e degli altri affaristi della cosiddetta accoglienza. Ora per fortuna non gli credono più nemmeno gli africani (tant’è che, appena arrivati in Italia, fanno di tutto per valicare le Alpi): mica sono italiani.

Jimmy il Fenomeno e i cornetti

Il dolce far nulla è una sensazione che mi piace tanto vivere. Con Manolita amiamo girovagare di notte per le strade di Roma con la mia Vespa 50 bianca luccicante. Lei parla ininterrottamente dei massimi sistemi, mentre io osservo la città con il vento gelido che mi punzecchia il volto, che mi fa scendere qualche lacrima invernale e con una gran gioia del nulla! Ci fermiamo dal famoso cornettaro “Quelli della notte”, con un meraviglioso odore di forno che si espande lungo la strada, alle 5 della mattina c’è una gran fila di gente variegata, anche attori. I cornettari notturni sono ragazzi dalla pelle più che ambrata, spolverati ovunque di farina bianca di tipo 00. C’è un buco nella saracinesca adibito a passare cornetti caldi in cambio di denaro contante, Roma si rianima all’uscita delle discoteche in un brulicare di Fiat Uno colorate, Ciao e Vesponi parcheggiati di fronte a questi spacci giocosi e più che calorici, oltre ogni conteggio. Mentre assaggio il secondo boccone di un cornettone alla crema, il Cinghiale, soprannomen omen, ingurgita beato la nona bomba alla Nutella scommettendo con Jimmy il Fenomeno, sì proprio lui, il piccoletto con gli occhi storti, il porta fortuna del cinema italiano. E fenomeno lo è sul serio, perchè oltre a mangiarsi 11 cornetti è riuscito pure a farseli pagare dal Cinghiale grazie a un imminente mal di pancia. È ora di andare, mentre saliamo in sella mi ferma Jimmy e mi dice con la testa che dondola: “Scusa, ti posso pensare stanotte?”. Iniziamo a ridere strozzandoci con il cornetto: “Fai tu Jimmy!”. “Che bello, ho il permesso. Evviva!”.

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)