Le larghe intese ai tempi di Crasso, Pompeo e Cesare

Uno dei temi della rovente campagna elettorale è l’ipotesi di un futuro governo delle larghe intese tra tre (apparentemente?) nemici: Berlusconi, Renzi, Di Maio. Sui primi due gli indizi di liaison sono fortissimi, eppure anche il terzo ha cinguettato qualcosa salvo subito smentire, ma le smentite in politica, si sa, lasciano il tempo che trovano. Un celebre caso di larghe intese fu il primo triumvirato tra Pompeo, Cesare e Crasso (60 a.C.). Ce ne parla Plutarco: “Cesare stipulò un accordo con Crasso e Pompeo sulle seguenti basi: essi si sarebbero candidati al consolato, Cesare li avrebbe appoggiati mandando a votare un gran numero di soldati. Una volta eletti, i due si sarebbero fatti attribuire province ed eserciti e avrebbero ottenuto per Cesare la conferma di quelle province che già governava (Gallia cisalpina, Narbonense e Illirico) per altri cinque anni” (Plutarco, Vita di Pompeo 51). Sempre Plutarco, ma stavolta a proposito di Cesare, aggiunge: “Cesare, entrato in città, subito si impegnò in un progetto politico che trasse in inganno tutti fuor che Catone; si trattava della riconciliazione di Pompeo e Crasso, i più potenti in città. Cesare appunto li fece incontrare, da nemici li fece diventare amici e convogliò su di sé, nel suo interesse, la potenza di ambedue; così, con un atto privato, senza che alcuno se ne accorgesse, mutò la forma costituzionale dello Stato” (Plutarco, Vita di Cesare 13). Dunque nessuna meraviglia, di accordi spregiudicati, anche di quelli più innaturali, è ricca la storia, però le conseguenze di solito sono gravi: da quelle larghe intese, come ammoniva Plutarco, uscì mutata la costituzione repubblicana e nacquero le guerre civili.

Ariete, trovati un passatempo solitario. Scorpione: ridimensiona le aspettative

 

ARIETE – Prenditi Sette giorni di te, come Cecilia Vinesse (Piemme): “Sono l’unico qui che ha voglia di divertirsi?”. A quanto pare sì! Perciò smettila di fare inviti a destra e sinistra e trovati un passatempo solitario.

 

TORO – So tutto di te, dice Clare Mackinstosh (DeA Planeta) e con lei un collega serpentino che ti spia solo per coglierti in fallo: “Quando la sera torni dal lavoro è allora che diventi la sua preda.

Tu non lo conosci. Ma lui conosce te”. Trovati un valido alleato in ufficio.

 

GEMELLI Gli atti di mia madre, spiega András Forgách (Neri Pozza), sono tutti atti mancati, evanescenti e confusi, un po’ come i tuoi: “Sposarsi o non sposarsi in ogni caso/ Te ne pentirai/ Andare o restare in ogni caso/ Te ne pentirai”. Smettila con questa perniciosa politica.

 

CANCRO – Io ti salverò, promette Émilie Frèche (Sperling&Kupfer), a patto però che ti sbarazzi definitivamente di alcuni amici micragnosi: “I soldi, i soldi: per loro contano solo quelli! Sono così materialistici!”.

 

LEONE – La gioia del vagare senza meta permette di “dimenticare quello spesso sedimento di dolore che si era depositato su di noi”: dai retta a Roberto Carvelli (ediciclo) e dedica più tempo allo sport, foss’anche solo una passeggiata.

 

VERGINE – Scrive Francesca Garolla (CuePress): “Stamattina fa freddo, ma il cielo ci accarezza. Non siate tristi perché io non lo sono”.Tranquillizzatevi un poco in amore: scalpitare non serve a niente. Tu es libre, ovvero siete liberi, anche di non fare nulla. Aspettate l’altro.

 

BILANCIA – “È la donna della mia vita… ma il filo si è spezzato anche questa volta”: smettila di piangere come un coccodrillo, fingendoti naufrago nella Città arida (Coconino). Tu non sei Yoshihiro Tatsumi, e hai tutte le carte per riconquistare la tua bella.

 

SCORPIONE – L’isola che brucia, di Emma Piazza (Rizzoli), è metafora della tua attuale impasse professionale: “La mia Grande Occasione è davanti a me, ne sono sicura, eppure questo pensiero è doloroso”. È tempo di ridimensionare le tue aspettative su un affare non così grande né importante.

 

SAGITTARIO – “In ospedale, ti può sempre andare peggio… Se ti senti male, c’è la guerra e gli amici sono stati uccisi, ti diranno che però oggi c’è il sole”. Allegria! Imparala da Mattia Torre (Baldini&Castoldi): La linea verticale, alias love, non è poi così ripida

 

CAPRICORNO – Lettere per te da Samuel Beckett (Adelphi): “Sono felice di avere tue notizie ma anche triste perché ho la sensazione che tu sia molto triste”. Non scoraggiarti troppo, però: sta tornando nella tua vita una persona decisamente terapeutica.

 

ACQUARIO – In 120, rue de la Gare (Fazi), Léo Malet ti mette in guardia da un finto amico che, “oltre al nome, ha anche i modi del lacchè”: chi è? Non far finta di non averlo capito, ma non sopravvalutare la tua capacità di tenerlo a distanza. Non se ne andrà tanto presto.

 

PESCI – Per Nicola Gardini (Salani), Il tempo è mezza mela, “Il tempo è quella vela/ Che sta sparendo al largo/ L’odore di candela/ Appena appena spenta/ L’inizio del letargo”. Hai bisogno di staccare dal lavoro: concediti un sonnacchioso letargo con chi sai tu.

Facce di casta

 

Bocciati

Politiche volanti
In una lunga intervista fiume, fiume in cui scorre sempre la stessa identica acqua, Matteo Renzi ha raccontato se stesso (strano!), i suoi progetti post voto e i rapporti con avversari e compagni di partito. Il punto più alto l’ha toccato nel paragone con l’attuale presidente del Consiglio: “Se Gentiloni è come la camomilla, allora io sono la Red Bull”. Sarà perchè ha messo le ali, dunque, che le sue politiche sono un insieme di voli pindarici senza né capo né coda.

4

 

Nulla di nuovo sotto il sole
Ecco il pacato, ragionato, per nulla strumentale commento di Matteo Salvini alla tristissima vicenda di Pamela, la ragazza tagliata a pezzi e chiusa in due valigie: “Immigrato nigeriano, permesso di soggiorno scaduto, spacciatore di droga. È questa la ‘risorsa’ fermata per l’omicidio di una povera ragazza di 18 anni, tagliata a pezzi e abbandonata per strada. Cosa ci faceva ancora in Italia questo verme? Non scappava dalla guerra, la guerra ce l’ha portata in Italia. La sinistra ha le mani sporche di sangue. Altra morte di Stato. Espulsioni, espulsioni, controlli e ancora espulsioni! La Boldrini mi accuserà di razzismo? La razzista (con gli italiani) è lei. #stopimmigrazione”. Non ci sono limiti: ogni tragedia, se messa sotto la giusta luce e spremuta perbene, può essere un concentrato di astio elettoralmente manipolabile.

4

 

Promossi

La verità è che non gli piace abbastanza
Di questi tempi in cui qualsiasi cosa ci venga chiesta, la ragione profonda, se non altro a detta di chi ce lo comunica, pare sia che ce lo chiede l’Europa, ci si aspetterebbe che la massima ambizione per un politico fosse quella di diventare un parlamentare europeo. Cosa può esserci infatti di più soddisfacente che direzionare le volontà di quest’onnipresente Europa matrigna, che ha ormai sostituito la Natura leopardiana, incidendo dunque davvero, non più schiavi dell’impotenza dei governi nazionali, sulle sorti dei meschini concittadini?
La logica vorrebbe così, e invece a quanto pare, quando si tratta di farsi eleggere, gli stessi che quotidianamente raccontano quanto vincolante sia l’Europa, ci mostrano come le vere priorità per contare qualcosa siano altre. Non ha mancato di farlo notare con un tweet Ferruccio de Bortoli, attento osservatore delle contraddizioni endemiche ai protagonisti della nostra scena politica: “Sono diversi gli europarlamentari che si candidano alle elezioni del 4 marzo, a dimostrazione che Strasburgo è un ripiego.
Poi non lamentiamoci se contiamo poco in Europa”. Il ragionamento, quello di de Bortoli s’intende, non fa una piega.

7

 

La rivincita della bionda
E poi arriva il giorno che speravi non dovesse mai arrivare, il giorno in cui ti tocca dare ragione a Michaela Biancofiore. L’amazzone berlusconiana, da sempre molto legata all’Alto Adige, ha commentato così il fatto di dover sfidare Maria Elena Boschi nel collegio uninominale di Bolzano: “Non sono io a sfidare la Boschi. È lei che viene a casa mia”. Stavolta, anche mettendocela tutta, è veramente difficile darle torto.

6

Parabeni, rughe & C: viaggio nelle fake news della bellezza

Che sia un rimedio anti-cellulite, un mascara miracoloso o una protezione solare, quello che manca è un’informazione adeguata e attendibile sul prodotto che si acquista. Gli spot pubblicitari, ma anche le etichette non sono ancora del tutto esaustivi. Beatrice Mautino, biotecnologa e giornalista scientifica ha tentato col suo libro Il trucco c’è e si vede di scardinare quel meccanismo tale per cui è la pubblicità a influenzare – talvolta in modo subdolo – i consumi celando così la realtà dei fatti. Una lunga e articolata inchiesta su cosa, ad esempio, siano i parabeni, e perchè da anni siano considerati cancerogeni per la salute umana, giungendo poi alla conclusione che altro non sia che il frutto di una leggenda metropolitana.

Essere sommersi da informazioni di qualsiasi tipo e credibilità, e il mondo del web ne è complice, è la ragione per cui si incappa in errori troppo spesso ingenui: un sapone sullo scaffale di un supermercato è, secondo il motto che lo pubblicizza, “un detergente particolarmente indicato per persone con pelli irritabili”, salvo poi scoprire leggendo l’etichetta che quel detergente porta con sé una descrizione distorta e che nemmeno il bollino che ne certifica la qualità riuscirà a salvarlo. Nel libro non mancano vere e proprie lezioni di marketing: nel capitolo “I cinque comandamenti della pubblicità corretta” la scrittrice non lesina nel dare lezioni a chi, nella teoria, dovrebbe fare vera divulgazione scientifica per tutelare il bene del consumatore, ma nella pratica si limita a enfatizzare o omettere, questo o quell’elemento, con l’obiettivo di rendere accattivante anche una crema al collagene. Si tira un sospiro di sollievo leggendo il capitolo dedicato al male dell’universo femminile, ovvero la cellulite.

Che cosa è in realtà l’incubo denominato anche “buccia d’arancia”, con un’interessante digressione a quando è stato scoperto il fenomeno (a quanto pare l’ossessione da ritenzione idrica ha visto gli albori a metà dell’Ottocento), chi lo ha scoperto, come la scienza ha affrontato la questione. Il picco di soddisfazione all’interno del capitolo arriva alla frase: “La cellulite non è una malattia”, e sarebbe in realtà un bel pretesto per un business milionario delle case cosmetiche e farmaceutiche.

Sfatati i miti della cosmesi e degli inestetismi del corpo umano, senza mai cadere nel tranello della polemica gratuita ma cercando di documentare anche la più innocua delle affermazioni, uno degli aspetti più intriganti del libro rimane il capitolo che riguarda l’iter legislativo che un cosmetico deve attraversare per finire sul mercato. Quali sono i meccanismi che regolano le campagne pubblicitarie, quanto sono patinati e capziosi gli slogan che accompagnano un prodotto, stimolando così l’interesse di chi lo acquista, il tutto incorniciato da un’infarinatura di concetti e nozioni concernenti dermatologia, chimica e la stessa ricerca scientifica che è la base su cui poggia l’inchiesta.

La Settimana Incom

 

Bocciati

La battaglia di Canne
Scandalo all’Isola dei sedicenti famosi: un tale (famoso per essere l’ex fidanzato della sorella di Belen, e abbiamo detto tutto) è accusato di aver portato marijuana sull’Isola da una ex pornostar. Di cui Alfonso Signorini ha detto: “È rimasta scottata dall’arresto del figlio, che aveva decine di piante di marijuana in casa”.
Circostanza confermata anche dalla figlia della suddetta attrice, nota per aver partecipato a sua volta a un reality in quanto figlia. È il programma campione d’ascolti dell’ultimo periodo.

 

N.c.

Il rosario di Sanremo
E dunque durante la prima serata del festival di Sanremo (inizia domani sera) arriva Fiorello, dopo anni di inviti e suppliche. Basterà a salvare la patria? Pare di no. Per ogni serata dovrebbe esserci un volto Rai ad assistere Baglioni. Si parla di Carlo Conti, Pippo Baudo e Fabio Fazio. Ma allora che ci stanno a fare i tre conduttori?

 

Happy days (si fa per dire)
Scott Baio (Chachi, il nipote di Fonzie nel mitico telefilm) è accusato di molestie da Nicole Eggert, la bagnina Summer Quinn nella terza e quarta stagione di Baywatch. L’attore, dice la collega, avrebbe abusato di lei quando aveva tra i 14 e i 17 anni e lavoravano insieme a una sitcom. Ma lui si difende e smentisce tutto. Tra un po’ ci diranno che Al molestava Marion.

 

Promossi

Madonna che quadro
Torna in Italia (a Palazzo Barberini a Roma fino all’8 aprile), un capolavoro emigrato oltre tre secoli fa: la Madonna Esterházy di Raffaello Sanzio, del Szépmüvészeti Museum di Budapest. Un quadro fondamentale, leggiamo sul Messaggero: “Non solo per quanto è bello; ma perché ci riporta ai giorni in cui l’artista lascia Firenze, per Roma: lo inizia sulle rive dell’Arno, lo conclude sul Tevere; sullo sfondo c’è un paesaggio tipicamente toscano, con ruderi romani in cui qualcuno vede la Torre dei Conti nei Fori, e le rovine del Tempio di Vespasiano”.
Tra molte bruttezze che esportiamo (e importiamo) qualche bellezza per fortuna torna indietro seppur temporaneamente.

 

Viva l’Italia
“Cara Italia, ho scritto ‘sei la mia dolce metà’ perché è davvero così. Tu mi hai visto nascere, mi hai cresciuto e ora che in ogni tuo angolo gridano il mio nome come posso voltarti le spalle?”. Il nuovo singolo di Ghali, è una lettera d’amore al suo (nostro) Paese. Il video su Youtube è stato il più visto di un artista italiano nelle prime ventiquattro ore, ha avuto il maggior numero di commenti, il maggior numero di mi piace. In 48 ore ha superato cinque milioni di visualizzazioni. Come canta Francesco De Gregori, “Viva l’Italia, l’Italia che non ha paura”.

Var sarà maschile o femminile? Per insultare il dilemma va sciolto

Sempre caro mi fu l’ermo colle delle imperfette ma umanissime partite prive di Video Assistance Referee, quando potevi urlare a squarciagola “arbitro cornuto!”, estendendo eventualmente l’ingiuria ai complici guardalinee. Il “cornuto”, infatti, era (ed è, la Var non lo esenta dalle sue colpe) il bersaglio dell’impietoso odio da curva, responsabile di tutti i mali e di tutte le decisioni (per noi tifosi) sbagliate. In virtù della sua imperizia o presunta malafede, l’arbitro è per definizione calcistica vittima di derisione, insulti, sputi. Col rischio di essere preso a nerbate, se non peggio (esecrabile esercizio degli ultras più violenti).

Lo stadio purtroppo esibisce sempre più il peggio della società di cui è parte. Ricordo persino un gioco da tavolo chiamato “Akkiappa l’arbitro”: dovevi colpire più velocemente possibile la testa di alcuni pupazzetti a forma di arbitro usando dei guantoni da pugile, un contatore elettronico segnava i punti…

Oggi, l’innovazione tecnologica impone l’aggiornamento dei riti curvaioli, già modernizzati da Twitter e Facebook. La par condicio dell’insulto suggerisce di accoppiare le corna allo strumento che interviene “per gli incidenti revisionabili” (match-changing situation) della partita, nel solco del tifo più tradizionale. Tuttavia, è goffo ed algido pigliarsela con un aggeggio, visto che dietro l’arrogante definizione anglosassone si nasconde la vecchia moviola, declinata al digitale. Meglio colpire chi gestisce la moviola. Sono in due. Arbitri pure loro. Assistono il direttore di gara. Suggeriscono la review. Segnalano. Consigliano. L’arbitro in campo poi decide. Ogni volta, ci potrebbe essere il loro zampino. Perciò, appare scontato allargare il repertorio lessicale della collera calcistica con “Varisti cornuti!”, essendo due. Quando uno ti taglia la strada col suv, mica te la prendi con l’auto, bensì con chi la guida.

Il dubbio, semmai, è un altro. Varista è un termine maschile. Per esempio, l’offesa “Varisti venduti!” può reggere, nella logica del sospetto e del complotto da stadio. Ma applicato a Var? Meglio “Var cornuta!”? O “Var cornuto!”? L’acronimo deriva dall’inglese (la lingua del protocollo Uefa). Lo scorso ottobre Gerardo Mastandrea, giudice sportivo della Lega di serie A, in relazione alle partite della 7° giornata del campionato, sanciva la punizione di Fabio Paratici, direttore sportivo della Juventus (multandolo tra di 20mila euro) per avere “nel tunnel che adduce agli spogliatoi, proferito espressioni gravemente ingiuriose e insultanti nei confronti del Var”. Maschile, quindi.

Tuttavia, leggendo i giornali, si scopre che non tutti hanno rispettato il testo del giudice, optando per il femminile. La disputa filologica è fondamentale per chi prepara gli striscioni da esporre negli stadi: con implicazioni semantiche che potrebbero degenerare nel politicamente scorretto. La promiscuità del nome Var rischia di diventare un motivo conflittuale in più, se si manipola il significato coniando gli improperi più creativi e derisori o giocando sulle parole: le VARiabili sono infinite. Come si vede, materia da Bar Sport. Pardòn, da Var Sport.

Molestie a scuola. Poter salvare una compagna vale il rischio di deluderla

 

Cara Selvaggia, sono una ragazza di uno sperduto paesino e frequento il quarto liceo. Questo pomeriggio la mia più cara amica, nonché compagna di banco, ha raccontato a me e a un’altra compagna di classe una confessione, quella di Francesca (che è un’altra ragazza della nostra classe), la quale le ha parlato delle molestie sessuali subite da un bidello. E, in particolare, di un episodio in cui l’uomo, strattonandola, l’ha trascinata in ascensore con l’intento di palpeggiarla e di approfittare di lei. La scena le è stata descritta dettagliatamente e Francesca le ha anche ammesso di essere riuscita a spiegare a qualcuno per la prima volta quanto successo solo dopo molto tempo. I fatti risalgono ad alcune settimane fa. Ma da anni lei percepisce come ambigui ed equivoci alcuni comportamenti di quest’uomo. Nell’ultimo periodo si era lasciato addirittura andare a frasi oscene e domande spinte poste a lei e di fronte a una sua amica che, purtroppo, è l’unica testimone ad aver sentito le parole volgari del collaboratore scolastico. Tutte frasi e domande con un finto tono ironico e che erano soltanto il presagio di ciò che la mente malata di quell’essere immondo sognava già e che è quasi riuscito a fare.

Penso tu possa immaginare quale possa essere il tipo di rapporto che si instaura tra ragazzi e collaboratori scolastici, un rapporto diverso da quello che si instaura con i professori, più confidenziale, insomma. Nessuno se lo aspetterebbe mai. Come non ce lo aspettavamo noi. Sono scoppiata in lacrime al solo immaginare tanto schifo. E il peggio purtroppo doveva ancora arrivare. La cosa più brutta è stata scoprire che Francesca – su insistenza del suo fidanzato al quale ha, per fortuna, raccontato tutto – confidandosi con una docente, si è sentita consigliare di non parlare di questa storia, aspettando che succeda quantomeno qualcosa più grave prima di prendere provvedimenti seri perché “la scuola ha già abbastanza problemi”. Un altro consiglio ricevuto da questa professoressa è stato quello di confinarsi in classe e di girare per i corridoi solo se accompagnata da più compagne. Questa insegnante, che ha inizialmente dubitato della ragazza, si preoccupa più del buon nome della scuola che della tutela dei suoi alunni. Siamo anche in quel mese in cui gli alunni di terza media si iscrivono al primo anno delle superiori e chissà quali conseguenze e ripercussioni potrebbero esserci se si sapesse una cosa del genere.

Per quanto mi riguarda quella donna, che è la nostra docente di scienze, dovrebbe perdere il diritto ad insegnare all’istante. E alla fine di tutto ciò, Francesca si è fatta convincere dalle parole della complice professoressa e si rifiuta di denunciare. In quanto minorenne, dovrebbe intervenire la famiglia qualora si volesse procedere per vie legali. Famiglia che non è stata messa al corrente dell’accaduto né dalla ragazza, che ha paura di non essere compresa dai genitori, né dalla docente. Io e le mie amiche abbiamo chiamato un nostro giovane amico avvocato che ci ha spiegato che questa ragazza ha tempo sei mesi per denunciare. Altrimenti si potrebbe ricorrere a un altro modo, con il quale risolvere la faccenda internamente alla scuola ed evitare così lo scandalo, ottenendo però solo il trasferimento per quest’uomo che potrebbe successivamente continuare indisturbato la sua opera di persecuzione ai danni di ragazzine minorenni. Quell’uomo è un pedofilo. Avevamo pensato di riferire noi alla famiglia, ma lei non è d’accordo. Non vuole che si sappia. Prova vergogna.

Ho deciso che le consiglierò di rivolegersi a un’associazione che la possa aiutare. Francesca è dimagrita moltissimo nell’ultimo periodo, e le capita spesso di non riuscire a respirare. È successo anche in classe diverse volte. Noi vogliamo solamente aiutarla e io non mi fermerò finché non arriverà una sentenza contro questo maniaco.

Ludovica

 

Cara Ludovica, la priorità è che quel personaggio venga allontanato il prima possibile dalla scuola. È pericoloso. Parlo dell’insegnante di scienze, naturalmente (vi inviterei a raccontare al preside la faccenda). Riguardo il bidello, credo che la situazione sia troppo grave perché rispettiate la richiesta di silenzio di Francesca. Parlate con i suoi genitori e fatelo al più presto. L’opportunità di salvarla dalle molestie di quello schifoso, vale il rischio di deluderla.

 

La certezza delle elezioni: i litigi

Cara Selvaggia, fino al 4 marzo in casa mia vivremo in trincea. Mio marito, giornalista di un noto quotidiano sportivo, voterà per i 5 Stelle. È un grillino della prima ora e per un certo periodo aveva persino pensato di entrare in politica con loro, poi per fortuna le trasferte pagate per scrivere di Juve gli piacevano troppo e ha cambiato idea. Mio figlio di anni 27 non è mai andato a votare e quest’anno farà il suo esordio alle urne per votare Grasso. Io voterò Pd, come faccio da tempo. Ogni sera, a tavola, è una discussione, con l’uno che tenta di convincere l’altro. L’altra sera mio figlio e il padre hanno litigato così tanto che a un certo punto ha bussato il vicino di casa (leghista doc) per chiederci di abbassare la voce. Mio figlio gli ha risposto: “Un leghista che chiede di abbassare i toni è una novità”. Insomma, è scattata la discussione anche con lui. Non so se arriveremo vivi al 4 marzo. E tu, per chi voterai?

Lorenza

 

Cara Lorenza, ho un’unica certezza: in casa tua litigherei senz’altro con te e col tuo vicino di pianerottolo. Sul resto, sono ancora combattuta. (Ma per fortuna mio figlio, al massimo, può votare per X Factor, al momento).

 

Inviate le vostre lettere a:

il Fatto Quotidiano
00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.
selvaggialucarelli @gmail.com

Previdenza integrativa, poca chiarezza nella polizza Generali

Generafuturo o, meglio, Generaoscurità. Non è proprio alla portata di un normale risparmiatore capire il funzionamento del piano individuale pensionistico (pip) delle Generali. La nota informativa, scaricata da Internet, è di 48 pagine con la numerazione che riparte 5 (!) volte. Informazioni importanti sono frammischiate ad altre secondarie.

Potrei portare parecchi esempi. Mi limiterò a qualcuno, lieto di rincarare la dose in caso di proteste. Già è balordo l’abbinamento, ora frequente, di una polizza rivalutabile e una indicizzata a uno dei tanti oscurissimi fondi interni delle compagnie italiane.

Anche la seconda è spacciata per un’assicurazione, ingenerando nel risparmiatore l’idea di una sicurezza dell’investimento che invece non c’è.

Nessuna garanzia. Per il fondo in questione (A. G. European Equity) la nota informativa riporta in mezzo a tant’altro “Garanzia: non presente”. Ciò significa che uno non può protestare neanche in caso di perdita totale. Ma questo bisogna capirlo, perché non è scritto in modo chiaro. In compenso viene presentato come un “investimento in titoli ad elevato dividendo in modo da garantire redditività corrente alla gestione” che è un duplice inganno. Primo, perché non c’è nessuna garanzia simile per i dividendi futuri, ma tutt’al più un’aspettativa. Secondo, perché comunque non sarebbe garantito il rendimento della gestione, ma solo un flusso di ricavi con un saldo magari anche negativo.

Formulazione angolosa. Per la parte in polizza rivalutabile (Gesav Global) una complessa clausola di sei righe stabilisce che la compagnia si pappa il 20% di quanto rende sopra una certa soglia. Qualcosa di molto simile alle tanto vituperate commissioni di incentivo o performance dei fondi comuni, però espresso in modo più complicato e senza nessuna giustificazione, cioè nessun collegamento a rendimenti di mercato.

Costi penalizzanti. Per Gesav Global la suddetta commissione è aggiuntiva a un 1,3% annuo fisso, in grado ai tassi attuali di massacrare o addirittura azzerare il risultato per il malcapitato sottoscrittore. Peggio ancora il 2,05% per A. G. European Equity, davvero una bella botta. In più viene di norma prelevato il 4,75% sui versamenti, altra mazzata chiaramente finalizzata a pagare il venditore di tale intruglio. Vale quindi per Generafuturo quanto vale per tutta la previdenza integrativa: se la conosci, la eviti. Ringrazio per altro il lettore Maurizio Rossi di Quarto d’Altino, che me l’ha segnalato.

Cresce la domanda di test di paternità

In Italia quasi due bambini su dieci sono figli illegittimi. È lo scotto della crescente promiscuità del nuovo millennio. La stima ci arriva dai centri del Gruppo Artemisia di Roma, tra i più importanti del Paese che effettuano i test di paternità. Il genetista Alvaro Mesoraca, responsabile di uno dei laboratori, ci dice che le richieste per il test sono in continua crescita, e negli ultimi dieci anni sono aumentate almeno del 5%. Oggi ne arrivano circa 400 l’anno. Su richiesta delle madri che vogliono avere la certezza del padre, o dei padri sospettosi che non si fidano delle partner. Si fa il test di paternità (basta prelevare un campione di saliva con un tampone) ormai a un prezzo accessibile: 500 euro contro i 2mila euro di 5 anni fa. Mesoraca ci mette in guardia dai test fai da te acquistabili online. Attirano molto perché un kit di prelievo su Internet costa appena 90 euro e ti arriva comodamente a domicilio ma è una fregatura. Il risultato infatti non è affidabile, perché non si sa se i laboratori di analisi sono validati e durante il tragitto il campione può alterarsi. E poi consente di violare la privacy, visto che uno dei due genitori può ordinarlo all’insaputa dell’altro e del figlio.

Cessione del quinto, insidie e trappole per chi si indebita

Più tutele per la clientela con un’offerta di prodotti maggiormente calibrati e con una struttura dei costi chiara e comprensibile, secondo una logica di trasparenza sostanziale. A chiederlo ancora una volta, dopo i richiami del 2009 e del 2011 e vari tentativi di moral suasion, è la Banca d’Italia agli operatori finanziari che concedono prestiti in cambio della cessione del quinto dello stipendio o della pensione. Una particolare forma di finanziamento che, a differenza dei prestiti tradizionali, prevede la restituzione mensile del capitale richiesto con una trattenuta in busta paga o sul rateo della pensione, non superiore al 20% del loro valore, per la gioia degli operatori che vi scorgono un’opportunità di profitto (in un’era di marginalità compressa nel settore), a fronte di rischi contenuti visto che a rispondere sarà direttamente il datore di lavoro o l’Inps.

Insomma, una soluzione decisamente più semplice da seguire rispetto alla normale trafila dei finanziamenti concessi da banche e società di credito che ha un’ampia platea di potenziali clienti (i dipendenti pubblici e privati con contratto di lavoro a tempo indeterminato e i pensionati Inps e Inpdap) e che, negli ultimi anni a causa della chiusura dei rubinetti del credito, ha visto crescere la richiesta. Tanto che, secondo l’Osservatorio sul credito al dettaglio realizzato da Assofin, Crif e Prometeia, nel 2017 la domanda della cessione del quinto è aumentata ancora del 3,5% trainata soprattutto dalle erogazioni ai pensionati, che costituiscono quasi la metà dei flussi totali. Evidente l’analisi che occorre fare: da un lato, le famiglie cominciano a vedere la luce in fondo al tunnel e tornano a chiedere di pagare a rate l’auto, la ristruttuzione di casa o anche solo l’iscrizione in palestra. Dall’altra, però, a tenere vivo il settore sono gli over 65 che continuano a rappresentare il vero welfare per figli e nipoti con la garanzia dell’entrata fissa rappresentata dalla pensione. Peccato, tuttavia, che la cessione del quinto abbia spesso costi eccessivi rispetto ai prestiti personali, perché le voci si moltiplicano tra spese aggiuntive di mediazione e bancarie e assicurazioni obbligatorie. Senza sottovalutare la nebulosa circa il reale indebitamento finale, visto che chi richiede la cessione del quinto non riesca mai a capire quanto spenderà in totale. Da qui, infatti, il faro di Bankitalia che ha avviato negli scorsi giorni “un percorso migliorativo delle operazioni di finanziamento esortando gli intermediari a compiere un’attenta valutazione del merito creditizio del cliente e a offrire il prodotto più adatto alle esigenze, facendo molto attenzione ai rischi di sovraindebitamento”, spiega Fabio Picciolini, esperto finanziario. I numeri lo dimostrano: oggi oltre un terzo degli italiani ha sulle spalle un prestito o un mutuo per la casa (+4,1% rispetto a un anno fa), ma ben un contratto su quattro riguarda la cessione del quinto.

Una richiesta spinta all’insù da un altro elemento: nonostante costi di più di un normale prestito, la cessione del quinto viene scelta come unica strada da chi è iscritto nella lista dei cattivi pagatori e non può accedere alle altre forme di finanziamento. E così si rischia di non fare neanche attenzione al Taeg (il costo effettivo del prestito, comprensivo del tasso di interesse e di tutte le spese) o a quelle scritte in fondo alla pagina del contratto che limitano le possibilità di estinzione anticipata.

I conti sono presto fatti: per un prestito da 40mila euro, l’azienda potrebbe trattenere oltre 340 euro al mese dallo stipendio, ma alla fine in tasca alla dipendente andranno circa 25mila euro. Il resto, infatti, va via in interessi, commissioni, oneri per la pratica e assicurazioni. Tant’è che nel 2016 la cessione del quinto è stata oggetto di 15.297 ricorsi all’Arbitro bancario finanziario, circa il 71% del totale. Ma non basta neanche leggere bene la documentazione prima della firma per evitare il costo occulto, che è sempre dietro l’angolo. Può accadere, a esempio, che chi concede il prestito richieda la sottoscrizione delle polizze assicurative sui rischi vita e lavoro (che, invece, possono essere sottoscritte direttamente dal cliente in un’altra banca o assicurazione) oppure si stabilisca a favore dell’intermediario la possibilità di modifica unilaterale delle condizioni contrattuali, con in prospettiva un potenziale aggravio di spesa.

Non va, quindi, dimenticato che anche dopo la firma del contratto, ci sono 14 giorni per cambiare idea e recedere senza penali e che ogni trimestre Bankitalia pubblica i tassi di interesse medi delle operazioni di finanziamento ai fini della definizione del tasso usurario. Sono tassi molto importanti, che possono aiutare ad avere un’idea del costo medio dei finanziamenti. Un buon punto di partenza per valutare l’effettiva convenienza del prestito.