Il “buono” e il “cattivo” divisi in casa Kennedy

I Kennedy sono un serbatoio inesauribile della politica statunitense: scomparso il Grande Vecchio, Ted Kennedy, che aveva tenuto lo scranno per quasi cinquant’anni in Senato, falcidiata da tragedie e morti precoci la generazione dei figli di John e di Robert, siamo alle schiere di nipoti e pro-nipoti. Non sorprende trovarne due al centro dell’attenzione, in questi giorni. Sorprende, piuttosto, trovarli su fronti opposti dello spartiacque tra democratici e repubblicani: Kennedy è sinonimo di liberal e progressista, oltre che di potere e soldi.

 

Il buono e il cattivo, battaglia in casa

Il Kennedy più nuovo è Joseph “Joe” Kennedy III, 38 anni, pronipote di JFK, il presidente assassinato a Dallas nel 1963, deputato del Massachusetts – e di dove?, se no -: capelli ricci rosso irlandese, assomiglia a Ted Anni 60. Volto pulito, maniche di camicia, tono fermo ma pacato, è stato il volto e la voce dell’opposizione democratica con il contro-discorso sullo stato dell’Unione dopo quello del presidente Donald Trump, la sera del 30 gennaio.

Siccome i democratici sono terribilmente a corto di leader e di nomi, quando mancano mille giorni alle presidenziali 2020, il 3 novembre, Joe s’è subito trovato proiettato nella corsa alla nomination, cui non è neppure detto che a questo giro si candidi. Ma con quel nome è iscritto d’ufficio al club delle stelle nascenti – spesso, poi, stelle filanti – dei liberal americani.

Il reprobo, su posizioni negazioniste, almeno per quanto riguarda i vaccini, è Robert F. Kennedy jr, 64 anni, nipote di JFK, cavaliere di molte cause fortunatamente perdute e tendenzialmente sbagliate una vocazione complottista. Lui è un referente di Trump nella crociata anti-vaccini che è stata più volte attribuita al magnate presidente ma che, in realtà, non è mai partita, anche perché, al primo cenno, oltre 350 associazioni scientifiche di tutte le estrazioni hanno scritto alla Casa Bianca esprimendo il loro “appoggio univoco alla sicurezza dei vaccini” e la loco convinzione che i vaccini “salvano vite di bambini e di adulti”.

 

La fantomatica crociata anti-vaccini di Trump

Ufficialmente, non c’è traccia della commissione sulla sicurezza e validità scientifica dei vaccini che Trump voleva creare e affidare al Kennedy negazionista. Un anno fa, la cosa pareva fatta ma venne poi smentita dal portavoce del presidente: “Nessuna decisione è stata ancora presa”. Con tutte le grane che Trump ha dovuto affrontare nel primo anno alla Casa Bianca, crearsene un’altra non dev’essere una priorità. Ci sono stuoli di scienziati pronti a ricordare che “c’è un’ampia letteratura medica che smentisce chi dice che i vaccini non sono sicuri e che anzi sostiene che sono il modo migliore, più sicuro e più economico per prevenire malattie e decessi”.

Della nomina di Kennedy a capo di una fantomatica Vaccine safety task force, lui e Trump hanno discusso a più riprese. Un anno fa, al National press club di Washington, Robert Kennedy e l’attore Robert De Niro fecero una conferenza stampa e accusarono i media di essere al servizio dell’industria farmaceutica e di non alimentare il dibattito sulla validità dei vaccini: lanciarono pure un premio di 100 mila dollari per chiunque trovasse uno studio scientifico che dimostri che iniettare livelli di mercurio come quelli contenuti nei vaccini sia sano per i bambini o per le donne incinte.

E nell’agosto scorso Robert Kennedy raccontò alla reporter Helen Branwell, di avere incontrato, su richiesta della Casa Bianca, i responsabili federali della salute pubblica per discutere presunte lacune nella sicurezza dei vaccini.

Probabilmente, a tenere a freno le riserve di Trump contro i vaccini è stato il risultato fallimentare del principale argomento di Kennedy, la correlazione tra un aumento dell’autismo e la diffusione dei vaccini. Nei mesi scorsi, studi accurati hanno dimostrato che l’autismo negli Stati Uniti è in regresso e che l’aumento riscontrato negli anni immediatamente precedenti era dovuto a controlli più capillari e a una revisione dei criteri di accertamento della malattia che alla diffusione dei vaccini.

 

Il discorso di “Joe”: bene, con critiche

Nulla di misterioso, invece, nel “manifesto per l’America di tutti” illustrato dal Kennedy deputato nella replica democratica al discorso sullo stato dell’Unione di Trump: un manifesto pensato in vista delle prossime elezioni di midterm del 6 novembre, quando i democratici cercheranno di strappare ai repubblicani la maggioranza al Senato – è risicata, d’un solo voto, 51 a 49 – e pure alla Camera, dove il margine è più netto.

Ma non tutti nel partito e fra i simpatizzanti hanno apprezzato stile e sostanza del giovane Kennedy: lo zoccolo duro dell’ala liberal gli ha rimproverato eccessiva timidezza verso il magnate presidente. In testa a tutti, il senatore del Vermont Bernie Sanders, principale avversario di Hillary Clinton nella corsa alla nomination 2016. “Gli americani – ha deto – non vogliono un presidente disonesto, prepotente, che rappresenta gli interessi dei miliardari e va contro i verdetti della scienza. Trump – ha aggiunto Sanders – cerca di dividere il Paese sulla base del colore della pelle, delle origini, della religione, del genere, degli orientamenti sessuali”.

Sulla stessa lunghezza d’onda la senatrice Elizabeth Warren, famosa per le battaglie anti-Wall Street e una delle più acerrime antagoniste del presidente: “L’America non è più forte se Donald Trump cerca di strappare l’assicurazione sanitaria a milioni di americani. E il nostro futuro non è più sicuro se il presidente dà gigantesche agevolazioni fiscali ai miliardari e alle grandi società togliendo soldi all’istruzione, alle infrastrutture e a tutti gli strumenti che servono a migliorare le condizioni di vita della gente comune”.

Per i progressisti, Joe Kennedy non è andato giù abbastanza duro, non ha davvero preso di petto Trump, che non ha mai menzionato – anche se i riferimenti erano trasparenti – nel suo intervento, fatto in una scuola tecnica superiore di Fall River, cittadina fondata da migranti e centro focale dell’industria manifatturiera del Massachusetts, 70 chilometri a sud di Boston. Un luogo simbolico per dire agli americani che quelle che il magnate insediato alla Casa Bianca prospetta sono “false scelte”: “Questa amministrazione non sta solo minando le leggi che ci proteggono, sta minando l’idea stessa che meritiamo tutti protezione… Dalla sanità alla giustizia, dall’economia ai diritti civili, l’agenda democratica è in forte contrasto con il presidente Trump… La nostra visione dell’Unione è guidata dalla semplice idea che ogni americano possa permettersi l’uguaglianza e la dignità economica che merita”.

E Kennedy ha poi affondato il colpo: “I bulli possono sferrare un pugno e lasciare il segno, ma non sono mai riusciti a eguagliare la forza e lo spirito del popolo unito in difesa del suo futuro”.

E rivolgendosi, in spagnolo, ai dreamers, figli di immigrati irregolari portati negli Usa illegalmente quando erano minori, al centro in questi giorni di una disputa politica, li ha incoraggiati: “Siete parte della nostra storia. Lotteremo per voi e non vi abbandoneremo”. Ad ascoltarlo fra i suoi ospiti un soldato transgender, Patricia King: una scelta di rottura con le politiche di Trump.

 

La corsa liquida alla nomination 2020

Sanders, 77 anni, e la Warren, 69, sono due avversari che Joe potrebbe trovarsi sulla strada se decidesse di puntare alla nomination 2020: una corsa ancora liquida, se si considera che il nome più citato nei sondaggi è ancora quello di Joe Biden, 76 anni, senatore del Delaware per 36 anni, poi vice-presidente di Barack Obama, ma non sceso in lizza nel 2016. Sanders, Biden e la Warren hanno il pregio dell’esperienza e l’handicap dell’età; il “nuovo” Kennedy manca d’esperienza, ma non ha un’immagine usurata. Dovrebbe però vedersela anche con altri astri nascenti, come Cory Booker, 49 anni, senatore del New Jersey, e Kamala Harris, 54 anni, senatrice della California.

Le critiche al discorso di Joe rispecchiano le contraddizioni interne al partito democratico, le cui due anime faticano a trovare un’unica voce dopo il trauma della batosta elettorale 2016. Kennedy, eletto nel 2012 (nella famiglia il primo della sua generazione a conquistare un seggio nazionale), conquistò visibilità e notorietà lo scorso anno per un appassionato intervento in difesa dell’Obamacare: difficile però vederlo come “il nuovo che avanza” visto che si porta cucita addosso l’inevitabile etichetta di ennesimo erede d’una dinastia politica, connotazione scomoda, al tempo dell’anti-politica.

Soprannominato Milkman all’Università, perché non beveva alcol, Joe, per il momento, guarda più al Senato che alla Casa Bianca: l’obiettivo più prossimo è riportare in famiglia il seggio di senatore del Massachusetts che, di padre in figlio e di fratello in fratello, il clan di Camelot ha avuto per oltre 60 anni nel secondo dopoguerra.

Valerie Solanas, la seriale odiatrice di uomini prima dell’avvento di #metoo

La ragazza con la pistola è Valerie Solanas. È quella che di sé dice “sono una rivoluzionaria, non una pazza”. La scena contemporanea è tutta di #MeToo, ovvero la campagna di mobilitazione contro gli abusi sulle donne, ma la ragazza che aspetta, punta e spara resta lei: Valerie Solanas che il 3 giugno 1968, e dunque nell’apoteosi del 1968, scarica tre colpi di pistola sul petto di Andy Warhol portandolo sulla soglia della morte. Un fatto, questo, di un’era fa.

Il femminismo bussa oggi alle estreme conseguenze – fare del fatto naturale un fatto culturale – e l’epica della dialettica borghese si consuma nella guerra delle femmine contro i maschi: Woody Allen, probabilmente, in conseguenze delle accuse di molestie che gli arrivano non potrà più presentarsi in pubblico e nel solco di Harvey Weinstein – il produttore predatore – già tutto il monolite ideologico derivato da Hollywood va a franare, un po’ come quando ebbe a svanire l’Impero Sovietico.

Una dittatura che non ci sarà mai più, quella dell’immaginario fabbricato – e qui si capovolge l’esito, tutto di meravigliose pedagogie – nel vapoforno del melodramma liberal, con le faccine di Weinstein e Allen perfette a ricalcare, recuperando Warhol, i medaglioni da parata di memoria bolscevica. Erano quelli con i faccioni di Marx, Lenin e Stalin sulla Piazza Rossa.

La ragazza con cui la coscienza contemporanea non ha mai fatto i conti è comunque Valerie Solanas (Ventnor 1936-San Francisco 1988). Presente nel presepe di Greenwich Village e della stessa Factory di Warhol, Solanas – lesbica, teorica dell’automazione radicale – è innanzitutto l’autrice di Scum.

È il “famigerato manifesto superfemminista”, scrive Stefania Arcara nel saggio introduttivo di Trilogia, tutti gli scritti di Valerie Solanas (Morellini editore), l’opera di una mascolina odiatrice di uomini che “ha subìto un ostracismo permanente attraverso la patologizzazione del discorso psichiatrico e della retorica liberale che ne hanno delegittimato il ruolo di scrittrice e polemista”.

Manifesto Scum non è l’acronimo di Society for cutting up men, ossia Società per la cancellazione dell’uomo (“straordinariamente di cattivo gusto”, dirà la stessa Solanas di questa esegesi della sigla) ma è comunque il marchio custodito nelle genuine che fa da innesco a un capitombolo tutto interno alle dinamiche “della parte giusta”. La guerra delle femmine contro i maschi (ricchi) è la contraddizione in seno alle rivendicazioni dell’autocompiacimento liberale e borghese dove l’uomo – tra le grinfie di Solanas – è il Conformismo.

Ecco la prosa: “Il maschio che si avventura più lontano è la drag queen; ha un’identità, è una femmina, ma non ha un’individualità; si conforma in maniera coatta allo stereotipo femminile creato dal maschio, riducendosi a nient’altro che a un fascio di manierismi stilizzati”. Ed ecco la poesia: pum, pum!

Vera, Estela e Yolanda, tre madri ambasciatrici di un paese universale

Chissà se è vero che “son tutte belle le mamme del mondo”, come pretendeva un canto innocente del dopoguerra. Certo sono bellissime le madri che in ogni angolo del mondo chiedono giustizia per i loro figli. Senza rassegnarsi, senza inchinarsi davanti alle leggi dell’omertà o della paura, sfidando le reazioni di poteri feroci, tante volte complici o mandanti.

La storia contemporanea ce ne ha mostrate molte. Purtroppo e per fortuna. Con le fattezze bianche o indie, contadine o cittadine. Le abbiamo viste in Italia, a centinaia, ribellarsi alla mafia e alla camorra. Ma ne abbiamo viste a decine di migliaia sotto altre latitudini, in tempi diversi. Le madri argentine, per esempio, che ebbero il coraggio di invadere la Plaza de Mayo al tempo dei colonnelli, battendo pentole e campanacci, in nome dei figli e anche dei nipoti, di cui portavavano sul petto le grandi foto. O le madri messicane, che reclamano di sapere qualcosa degli oltre trentamila desaparecidos che narcos e polizie hanno accumulato come mostruosa tenaglia in questo inizio di millennio.

La storia di Vera, per esempio, è una delle più commoventi e terribili, capace com’è di traghettarci in tre righe da un orrore all’altro del 900. Perché Vera Vigevani Jarach nacque a Milano in una famiglia ebrea scappata in Argentina dopo le leggi razziali del 1938. L’Olocausto le portò via il nonno materno, la dittatura militare di Videla le ha ucciso dall’altra parte del mondo la sua unica figlia, Franca, militante nel movimento studentesco, sequestrata a 18 anni e sparita nel silenzio delle torture e dei voli della morte. Usava così, nella patria del tango, negli Anni 70: torturare gli oppositori e gettarli vivi dagli aerei, con il mondo che capiva e taceva, e si interessava all’Argentina palpitando per i Mondiali di calcio.

Oppure Estela Barnes de Carlotto, a cui quella dittatura di assassini portò via Laura, la figlia, militante nella Gioventù Peronista e al momento del sequestro incinta di tre mesi. Quando il corpo venne ritrovato dopo un anno, Estela seppe con certezza che sua figlia aveva avuto un bimbo e da quel momento non smise di cercarlo. Di più, non ha smesso di cercare tutti gli altri bambini nati in prigionia, sequestrati dai militari e “regalati” successivamente in adozione ad altre famiglie, spesso quelle degli aguzzini o dei loro amici. Questa mamma coraggiosa oggi è presidente e voce delle Abuelas della Plaza de Mayo. Ossia di le nonne che fino adesso hanno ritracciato 127 nipoti. Uno di loro è Guido, il nipote di Estela, ritrovato dopo 35 anni di ricerche.

E poi c’è Yolanda Morán Isais, originaria dello stato di Coahuila, Messico settentrionale. Yolanda è la madre di Dan Jeremeel Fernández Morán, sparito il 19 dicembre del 2008 all’età di 34 anni, nella località Torreón, Coahuila appunto. I militari arrestati per la sua sparizione furono trovati morti in carcere. Da anni questa madre gira instancabile per il mondo, per svegliarlo dai suoi torpori. La foto del figlio che le copre il cuore, anche lei. Ma anche quella dei nipoti, a cui mette in bocca la domanda disperata: “Donde està mi papà?”. Quando racconta sembra una specie di divinità davanti alla quale ciascuno smette di fiatare. Oggi è coordinatrice di Fundem (Fuerzas unidas por nuestros desaparecidos en México), Region Centro.

Ebbene, saranno queste tre donne a ricevere domani mattina, all’inaugurazione dell’anno accademico, la laurea honoris causa dall’Università Statale di Milano. La riceveranno in Relazioni internazionali. Insieme, simbolicamente. Per avere saputo raccontare il dramma e la violazione del diritto, il bisogno di giustizia e di speranza. Ambasciatrici di un paese universale che non riesce a farsi Stato. Artefici e tessitrici di un grandioso sistema di relazioni internazionali che vola alto su quello delle nazioni e se ne fa coscienza. La prolusione sarà di Enrico Calamai, il vice console che a Buenos Aires, tra il 1972 e il 1977, mise in salvo tanti oppositori. Ilaria Viarengo, direttrice del Dipartimento di Studi internazionali, giuridici e storico-politici, spiegherà il senso di queste lauree “con l’anima”, che verranno conferite in un’aula magna strapiena dal rettore Gianluca Vago. Poi il pomeriggio l’incontro con la città e gli studenti. Chissà se ascoltando le storie e vedendo quelle rughe d’incanto, qualcuno ricorderà il verso bellissimo di Garcìa Lorca: “Ahi!/ come un arco di viola/ il grido ha fatto vibrare/ le lunghe corde del vento”.

Anche i gesuiti di papa Francesco fanno il tifo per le larghe intese

Per un gesuita, il discernimento è la regola principe, come insegna sant’Ignazio di Loyola. Anche se, al posto degli esercizi spirituali, si compila una guida analitica all’incertissimo voto politico italiano del 4 marzo, il discernimento è fondamentale. E così La Civiltà Cattolica, la prestigiosa rivista quindicinale della Compagnia di Gesù, indica ben cinque criteri e tre “illusioni ottiche” per orientarsi nella selva elettorale .

A firmare la guida è padre Francesco Occhetta, l’autorevole politologo della rivista diretta da padre Antonio Spadaro, tra gli “ideologi” del corso rivoluzionario di papa Francesco (senza dimenticare che le bozze della rivista vengono lette in via preventiva dalla Segreteria di Stato del Vaticano). Per padre Occhetta, l’elettore deve fare la sua scelta in base a cinque criteri.

Il primo: l’attenzione ai programmi, oltre gli slogan della propaganda, perché “i programmi non sono neutri rispetto ai valori”. Il secondo: lo spirito costituzionale dei candidati accantonando il loro storytelling e guardando invece l’affidabilità e la competenza, non solo l’onestà. Il terzo: la cultura costituzionale che deriva all’articolo 67, contro cioè il vincolo di mandato. Il quarto: valutare più le (possibili) coalizioni di governo che quelle elettorali. Il quinto e ultimo: discernere la complessità del voto, contro le semplificazioni del gentismo (populismo).

Se i cinque criteri non risparmiano critiche implicite alle liste ritenute populiste (M5s, Lega e Fratelli d’Italia), le tre “illusioni ottiche” investono tutti. Eccole: “La prima è credere che il centro-destra sia coalizzato e unito; la seconda è pensare che il M5s sia omogeneo e compatto; la terza è che la sinistra sia moderna dopo la frammentazione interna e la re-introduzione del sistema proporzionale”.

Una volta terminati questi esercizi civici per il voto non resterà che una sola opzione: “Una coalizione di coesione sociale sostenuta dall’area moderata di larghe intese, che garantirebbe anche una cultura istituzionale e più sovranità europea”. Una coalizione in cui i leader Renzi e Berlusconi sarebbero i garanti ma non i protagonisti. Ergo, per Palazzo Chigi non resta che un Gentiloni bis, più “largo” dell’attuale.

Una ragazzina tra sensi di colpa e angosce troppo grandi per lei

Come madre di due studentesse liceali, accetterei una loro relazione con un professore solo se avessi la garanzia che fra trent’anni le vedrò presidenti della Repubblica, com’è successo ad Emmanuel Macron, asceso all’Eliseo anche grazie al supporto morale e intellettuale, oltre che affettivo, della sua compagna-insegnante. In latino “studium” significa anche amore, e chi sa insegnare bene sa anche amare. I ragazzi, con le loro sensibilissime antenne, lo intuiscono subito, per questo il prof o la prof carismatica è sempre oggetto di passioni e gelosie, anche quando non è figo/gnocca come nei film. Il primo caso attestato di allievo che si offre al prof risale all’Atene del V secolo: Alcibiade, il ragazzo più bello di Atene, si infila senza pudore nel letto di Socrate, filosofo alla moda brutto ma fascinoso, proponendo uno scambio sesso contro saggezza. Ma Socrate gli ride in faccia: furbetto, vorresti da me un bene immortale in cambio di una merce deperibile come il tuo corpo?

Va bene, Socrate è un modello un po’ alto. Ma i prof cacciatori di studentesse non si limitano a desiderarle, o a prediligerle apertamente mettendole in imbarazzo davanti ai compagni. Le inducono a suon di messaggini a mentire e a ingannare i genitori, a inventarsi lezioni e recuperi che non esistono: passi se i bugiardi sono due teenager, ma non un insegnante cinquantenne con famiglia che spinge una quindicenne alla menzogna e al doppiogiochismo per potersela scopare in pace, caricandola di angosce e sensi di colpa troppo grandi per lei, magari con qualche patetico alibi fra Nabokov e i film della Liceale con Gloria Guida. Che sconsolante deriva, povera scuola italiana: da Lettera a una professoressa ai Whatsapp zozzi da un professore. Forse don Milani non pensava a lui quando scriveva “vi siete deformati proprio insegnando in una scuola così”. Ma calza a pennello.

L’ossessione amorosa è grave, ma la molestia è molto peggio

Va bene, gli uomini che ricattano le attrici per avere sesso in cambio di una particina fanno schifo e sono colpevoli; va bene, un magistrato che impone un dress code succinto e l’assenza di fidanzato per accedere a borse di studio fa schifo ed è colpevole; va bene, trecento e passa business men in giacca e cravatta che a Londra a un party caritatevole molestano pesantemente le hostess andate lì per lavorare fanno schifo e sono colpevoli. Però in tutto questo degrado esiste anche il caso di uomini che si innamorano veramente di ragazze molto giovani. Ad esempio un professore di un’allieva.

Una cosa vecchia quanto il mondo. Non si tratta di scusarli: è ovvio che quella soglia non bisogna mai varcarla, vista l’asimmetria di potere. Però persino una femminista-femminista può ammettere che non tutti i casi sono uguali. E che un conto sono le Iacuzzi piazzate nel luogo dei provini o l’uomo d’affari sovraeccitato che tira fuori il pene alla festa di beneficienza, un conto un’ossessione amorosa che tutto sommato rivela più che altro la debolezza di chi la prova. A differenza dei professionisti della Roma bene che si portavano a letto le famose baby squillo (ricordate?), la vicenda del professore romano ha almeno un’aura, seppure pallida, di romanticismo che i molestatori di serie e di professione, o gli strafatti che organizzano giri di prostituzione minorile, non hanno. Insomma: una quindicenne è portatrice di quella forza incommensurabile che si chiama bellezza e gioventù che probabilmente ha schiacciato un uomo che ha passato la metà della sua vita. Il quale comunque ha sbagliato, perché doveva limitarsi a guardarla con ammirazione e godere della sua giovinezza da lontano. Ma dalla violenza di un produttore che saltava addosso a decine e decine di attrici, salvo distruggere la carriera di quelle che dicevano con lacrime e fatica no, siamo ben lontani.

I Co.Co. di Malagò: Costacurta&Corradi

Dopo i co.co.co. dell’Inps, ecco i Co.Co. del calcio. E cioè Costacurta&Corradi, i nuovi collaboratori coordinati di Figc e Lega serie A, subcommissari rispettivamente di Fabbricini (Billy) e Malagò (Bernardo). Chi a sorpresa (Corradi), chi meno (Costacurta), i due ex calciatori sono i volti nuovi della rivoluzione in atto nel mondo del pallone dopo la presa di potere del numero uno del Coni, Malagò: che per commissariare la Figc, e a seguire la Lega, si è avvalso della silenziosa ma decisiva collaborazione della componente calciatori senza la quale, il giorno delle votazioni, niente di quanto è successo sarebbe stato possibile.

Quello che molti si chiedono, oggi, è se la nomina di Costacurta e Corradi sia il primo segno di ringraziamento di Malagò nei confronti di Damiano Tommasi, presidente dell’Aic. E certo, due ex calciatori nella stanza dei bottoni di Figc e Lega non dispiaceranno al sindacato. Si tratta però, a ben guardare, di due calciatori dalla militanza sindacale praticamente nulla: niente a che vedere con un Demetrio Albertini, tanto per fare non far nomi. Cinquantun anni Costacurta, 41 Corradi, sposati entrambi con bellissime dello spettacolo (Martina Colombari ed Elena Santarelli), opinionisti tv dei due poli che contano (Sky/Mediaset Premium), Costacurta&Corradi sono in realtà il capolavoro nel capolavoro di Malagò: che con la loro nomina ha introdotto di fatto una nuova componente nel direttivo del calcio, quella delle paytv, peraltro già pesantemente operativa.

Prendiamo Billy Costacurta. Dici il suo nome e pensi al Milan di Sacchi-Capello-Ancelotti: li ha attraversati tutti, ha vinto 7 scudetti, 5 Champions League e 2 Coppe Intercontinentali. In realtà, Costacurta oggi significa Sky, quindi Juventus. Nel corso della sua recente militanza, Billy è riuscito nell’impresa di superare a sinistra, in juventinismo, persino Massimo Mauro. Sua la memorabile frase: “Pjanic e Matuidi sono i due migliori centrocampisti al mondo” che contenderà l’Oscar della Boutade dell’anno a “CR7 riserva nella Juve” di Mario Sconcerti. Aria da professorino, dotato di un eloquio impeccabile, a lui è stata affidata la scelta del nuovo ct: senza tradire la minima emozione, ha detto che andrà presto in missione da Mancini, che sa essere disponibile, lo stesso Mancini al quale ai tempi del City in diretta Sky diede della “testa di cazzo” (11 dicembre 2012, video reperibile in rete, nda), pensando di avere il microfono spento. Non propriamente la simpatia fatta persona, si è recentemente distinto per aver deriso, in coppia con la D’Amico, Paolo Cannavaro in lacrime dopo il suo addio al calcio. Le mille lacrime sparse a piene catinelle da Buffon, invece, sempre commoventi. Figurarsi.

Sull’altra sponda, quella di Premium, ha agito invece un po’ più discretamente Bernardo Corradi. Ottimo centravanti nella Lazio manciniana d’inizio millennio, ha giocato in Spagna (nel Valencia di Albiol, Canizares e Aimar), in Inghilterra (nel City non ancora grande di Hart, Barton e Miller), chiudendo a 36 anni a Montreal. Ha accolto l’invito di Malagò in un momento durissimo della sua vita: la malattia del figlio Giacomo di 8 anni, che lui e mamma Elena non hanno voluto tenere nascosta. Conta solo quello. In bocca al lupo davvero.

L’ascensore sociale è bloccato perchè non abbiamo fiducia

Altro che “populismo”. La parola che spiega la politica di questi anni è “elefante”. Nel senso del grafico che prima o poi frutterà il Nobel all’economista Branko Milanovic: una curva che indica quali individui hanno beneficiato della crescita tra il 1988 e il 2008. È andato tutto ai già ricchi, il top 1 per cento, e alla nascente classe media asiatica. Zero alla classe media occidentale, quella che oggi vota Donald Trump, Lega, Cinque Stelle, o si astiene. Si è ridotta la disuguaglianza tra Paesi, è aumentata quella all’interno di ciascun Stato.

Molti economisti hanno analizzato questo fenomeno, pochi hanno spiegato quali sono le conseguenze e perché dobbiamo preoccuparci di vivere in quello che l’economista Thomas Piketty definisce un “capitalismo patrimoniale”, dove a fare la differenza sono le ricchezze ereditate più che le competenze. Federico Fubini, vice direttore del Corriere della Sera, ha scritto un singolare libro, La maestra e la camorrista (Mondadori), per indagare la persistenza della disuguaglianza e le sue conseguenze, con esperimenti di economia comportamentale e inchieste sul campo per spiegare “perché in Italia resti quello che nasci”. Le conclusioni a cui arriva offrono una griglia utile a valutare le proposte dei partiti in queste settimane.

Fubini parte da un lavoro di Guglielmo Barone e Sauro Mocetti per la Banca d’Italia: i due economisti hanno trovato i dati per confrontare i redditi dei fiorentini del 2011 con i loro antenati del 1427 che avevano comunicato molte informazioni in un censimento, incrociando i cognomi. La letteratura accademica sul tema prevede che vantaggi e svantaggi derivanti dalla famiglia di appartenenza svaniscono nel giro di qualche generazione. I ricercatori della Banca d’Italia scoprono invece che a Firenze resistono per sei secoli e che un “pavimento di cristallo” impedisce a chi discende da famiglie benestanti del Quattrocento di cadere troppo in basso, mentre chi era artigiano nel 1427 ha generato una dinastia di artigiani. Fubini scova un certo Fabio Mannucci, restauratore, che pare discendere da Manno Mannucci, artigiano del legno: entrambi, a 600 anni di distanza, stanno nel quarantottesimo percentile, nella parte bassa del ceto medio.

Capire le cause e gli effetti di questa palude sociale è complesso. Fubini offre una sua chiave di interpretazione: quello che differisce tra chi sta sopra e chi sta sotto è la fiducia, la disponibilità alla cooperazione. Fubini sottopone dei questionari a studenti tra i 16 e i 18 anni di Mondragone, a Caserta, il Comune con più omicidi di mafia. Chiede di rispondere alle stesse domande a studenti d’eccellenza del collegio Ghisleri di Pavia e ai soci junior dell’Aspen Institute. I giovani campani danno un punteggio di 8,1 al principio “non fidarsi mai degli altri”. Al Ghisleri 4,3, idem all’Aspen. Le differenze si vedono anche nelle aspettative: i ragazzi di Mondragone pensano di essere “più forti degli altri” in percentuali maggiori dei loro coetanei d’élite, ma hanno meno fiducia nelle loro possibilità di realizzare le proprie ambizioni. Questa diffidenza si sviluppa quasi subito: Fubini la riscontra anche in bambini piccoli, sotto i cinque anni. Chi ha famiglie ai margini dell’illegalità o viene da contesti criminali non riesce a fidarsi, di fronte al dilemma se avere oggi cinque carte dei Pokemon da un altro bambino o dieci domani preferisce sempre l’uovo alla gallina. E di fronte a un ovetto Kinder non riesce a trattenersi dall’aprirlo anche se gliene sono stati promessi due se resiste per 15 minuti. Chi non si fida non rischia tempo, energie e denaro su investimenti di cui dovrebbe incassare il risultato dal resto della comunità negli anni a venire. Perché prendere una laurea se tanto il destino già segnato? Se pensi che l’ascensore sociale sia fuori servizio, neppure premi il bottone di chiamata.

Il risultato di questa inchiesta può spingere aa rassegnarsi alle conclusioni di Piketty: la disuguaglianza si auto-alimenta per le dinamiche strutturali del capitalismo, si è ridotta solo grazie a eventi traumatici come la seconda guerra mondiale, grande livella. Fubini suggerisce alcuni rimedi meno sanguinosi: investire molto sull’istruzione, soprattutto nelle politiche che riguardano chi è ai margini: alzare l’obbligo scolastico da 16 a 18 anni, portare (come ha fatto lo stesso Fubini) persone con storie di emancipazione e successo a raccontare le proprie vite agli studenti di aree disagiate, dare borse di studio per l’università. Rimettere una vera imposta di successione e cancellare il valore del titolo di studio per togliere illusioni pericolose (e successive frustrazioni) sul valore intrinseco del “pezzo di carta”.

Invece che dare una risposta a queste questioni, un po’ tutti i partiti chiedono il voto con una logica novecentesca: più spesa pubblica per quasi tutti (Pd, M5S, Liberi e Uguali) o meno tasse per tutti ma soprattutto per i ricchi (centrodestra). Il tratto comune tra i programmi è che tendono ad aspettarsi da tutti gli italiani le stesse reazioni di fronte ai medesimi stimoli: dai più soldi o più servizi all’elettore e quello starà meglio. L’inchiesta di Fubini dimostra che non è così semplice. E che distribuire risorse, anche con le migliori intenzioni, senza considerare le radici profonde dei problemi che si vogliono affrontare rischia di essere soltanto una pericolosa forma di spreco.

Proteggere dalla narrazione falsa gli stranieri residenti

Il primo problema per affrontare la lettura di Stranieri e residenti, una filosofia della migrazione(Bollati Boringhieri) è sapere di chi esattamente stiamo parlando e come chiamare queste milioni di persone che tentano di attraversare il mondo, con spinte altrettanto dolorose, sempre diverse, e un solo Immenso flusso, da sud verso nord. Stiamo affrontando il problema dei migranti, dei rifugiato, degli scampati da guerre e torture, dei clandestini, degli irregolari, degli illegali, di una questione di razza, di sangue, di scambio dei popoli, di traffico di esseri umani? Il lettore ha subito notato (e noterà di più dopo avere letto il libro) che questa lista di nomi e definizioni dei protagonisti del fenomeno migrazione non solo è largamente incompleta, ma anche deliberatamente imprecisa. I migranti sono definiti quasi sempre con parole false, quasi sempre con parole ostili, o che denotano pericolo, e necessità di stare alla larga e di stare in guardia. Al centro della leggenda, che è stata artificiosamente e deliberatamente creata per rendere più difficile l’arrivo e più sgradevole la convivenza, c’è la storia dei “trafficanti di esseri umani” che, certo, non sono dei gentiluomini, quando si presentano con i barconi, come unico strumento di salvezza, e li riempiono ben oltre il livello del pericolo estremo. È necessario tener conto, però, di un fatto che la storia non perdonerà facilmente. Quasi ciascun Paese civile ha chiuso, vietato e sbarrato con le armi ogni corridoio umanitario. Sarebbe come privare tutta una città dell’acqua e poi definire criminale chi distribuisse da bere a pagamento e in malo modo. Ma l’invenzione dei trafficanti non è solo una questione di parole. Crea la possibilità di chiamare “guerra ai trafficanti”, una guerra che in realtà è contro i migranti. Questa guerra – col vero nome – apparirebbe molto meno civile e umanitaria. Eppure è il solo scopo di rendere accettabili tutte le operazioni che riguardano il respingimento di irregolari, illegali, clandestini, profughi di qualunque massacro. È bene criminalizzare il passaggio in mare, persino se avvenuto su barche di volontari. È bene sospettare degli scampati. O sono la merce dei trafficanti, o sono profittatori che vogliono sostituirsi ai privilegi dei bianchi. O sono il frutto di strani accordi delle Ong con i trafficanti (certo per profitto). O sono terroristi. Ecco perchè Stranieri residenti, una filosofia della migrazione è un libro base della cultura contemporanea. Leggerlo ci aiuta a sapere, perchè ascoltiamo e alla fine diciamo frasi false e parole prive di senso e separate dalla realtà.

Il nuovo cinema francese: prove di pace nelle banlieue

La Francia salvata dagli immigrati. Almeno al cinema. Non è un paradosso né un pio desiderio. È una constatazione, semplificata in forma di slogan, che emerge scrutando l’insieme del cinema francese, come consentono di fare ogni inverno i “Rendez-vous” di Unifrance. Quattro giorni di full immersion fra titoli e protagonisti del sistema-cinema più sano d’Europa e forse del mondo. Non solo perché in costante rialzo, in patria e fuori, ma perché prodigo di nicchie in cui possono crescere e talvolta prosperare non tanto presunti campioni di incasso, ma piccoli e autentici campioni di pluralità culturale.

Qualche nome per capirsi. Se l’unico oriundo radicato nel nostro cinema è il turco Ferzan Ozpetek, e se i nostri immigrati sullo schermo arrivano solo per rappresentare se stessi (nei documentari) o per fare colore in commediucce e commediacce, in Francia non solo vige uno star system etnico (Omar Sy, Kad Merad, Gad Elmaleh), ma ogni anno sulla scia di Abdellatif Kechiche (Palma d’oro con La vita di Adèle) debuttano registi che si chiamano Rachid Hami, Sou Abadi, Rachid Djaïdani, Hamé Bourokba, Ekoué Labitey, Daouda Coulibaly, per citare solo alcuni dei migliori. E la vera notizia è che non lo fanno con film di rottura come ai tempi del cinema beur (arabo in verlan, il gergo delle banlieue che inverte le sillabe), ma con storie ben ponderate di dialogo e riscatto. Già. Mentre in Italia si litiga su Ius soli e Ius culturae, a Parigi e dintorni i figli delle periferie stanno facendo una piccola rivoluzione a colpi di cultura, tutta a favore dell’integrazione. E quelle periferie che appena ieri erano incubatrici di odio e terrorismo, oggi sono spesso teatro di azzardati esperimenti sociali. Messi in opera, o almeno messi in scena, da registi spesso cresciuti tra le durezze, l’emarginazione, il rancore delle banlieue.

Ed ecco il taciturno professore di violino capitato chissà come in una caotica scuola del 19mo arrondissement, domare quei piccoli selvaggi di tutti i colori, che all’inizio non distinguono un archetto da un frustino, fino a portarli a suonare tutti insieme la Sheherazade di Rimskij-Korsakov al concorso della Philharmonie di Parigi (La mélodie dell’algerino Rachid Hami, scoperto a Venezia, in sala a fine marzo, assai simile nell’impianto al toccante Una volta nella vita di Marie Castille Mention-Schaar).

Ecco il monumentale Gérard Depardieu, qui selvatico ex operaio di sinistra che ha perso tutte le battaglie ma non la passione dell’arte, battere in lungo e in largo l’ex douce France accanto a un giovane (ma ricco e arrogante) rapper arabo in fuga da una gang rivale (il divo hip hop Sadek, origini tunisine). In un godibile crescendo di scontri fra quei due campioni di epoche e culture inconciliabili, prima dell’inevitabile ma emozionante riconciliazione finale (Tour de France di Rachid Djaïdani, padre algerino e madre sudanese).

O il colpo doppio di Stéphane de Freitas, un figlio di immigrati portoghesi in fuga da Salazar (ben 750.000 fra il 1958 e il 1975), pragmatico nipotino di don Milani. Che prima fonda una scuola di eloquenza destinata agli sgrammaticati figli delle banlieue per insegnare loro a esprimersi, ovvero a farsi rispettare. Poi gira un documentario su quella palestra un po’ scuola di teatro e un po’ X Factor della retorica, ma mille volte più divertente di tante commedie. Anche perché popolato di storie, facce, presenze traboccanti di vita (À voix haute/Speak Up, piccolo grande caso in Francia, in Italia quest’estate).

Ma bisogna citare anche l’effervescente Due sotto il burqa di Sou Abadi, iraniana mandata a crescere a Parigi dai genitori anti-ayatollah, che sbertuccia la sharia esportando nelle banlieue jihadiste la commedia en travesti stile A qualcuno piace caldo. Con l’aggravante che a subire il fascino di un maschio vestito da donna (velata) non è un americano ma un barbuto jihadista.

Un esordio irriverente che nella Francia post-Bataclan nessuno voleva produrre, anzi è costato diffide e minacce alla regista, salvo poi (ri)scoprire che l’umorismo protegge dall’intolleranza. Anzi forse proprio l’ondata di terrorismo ha fatto alzare la testa a questi figli di una Francia diversa e orgogliosa di esserlo.

“Oggi sembra incredibile ma il primo ciak di À Voix haute fu battuto il 7 gennaio 2015, giorno della strage di Charlie Hebdo”, ricorda de Freitas. Che aggiunge: “Del resto proprio il dibattito sulle vignette di Maometto aveva sbloccato il mio progetto, arenato negli uffici dei produttori. Allestendo il Concorso nazionale di eloquenza – che interessa migliaia di studenti l’anno in tutta la Francia – sapevo cosa volevo. Dare a quei ragazzi la possibilità di scoprire se stessi e di aprirsi al mondo”.

Modi suadenti, linguaggio forbito, de Freitas conosce la materia: “Quando sono diventato un giocatore di basket professionista ho traslocato in una zona chic di Parigi. Ma appena aprivo bocca tutti capivano che venivo dai palazzoni di Aubervilliers. Perché subire questo marchio d’infamia?”. La risposta è un concorso che forgia attori, avvocati, giornalisti, docenti. “Comunque persone più consapevoli”, sottolinea.

Già, la consapevolezza. Anche per Rachid Hami, fuggito dall’Algeria delle stragi a 8 anni, nel 1993, è questa la parola chiave. “Lasciavo un Paese devastato dal Fronte islamico di salvezza, gli inventori del jihadismo, per scoprire un posto in cui avevo il diritto di andare a scuola e la speranza di farcela”, dice il regista di La mélodie, già attore per Kechiche e Desplechin. “Come immigrato volevo mostrare a tutti il potere della cultura. Una cultura accessibile rende l’integrazione possibile”, oltre che desiderabile. “Per chi è nato qui – dice – da genitori immigrati forse è più complicato, ti senti escluso dalla nascita, il sentimento cambia”. Ma chi fugge da guerre e miseria ha un altro sguardo. Anche per questo in Italia converrebbe non perdere tempo. E non solo al cinema.