Ospiti acchiappa-pubblico per correr dietro allo share

E dunque ci risiamo. Domani ricomincia Sanremo, il primo Festival dopo quelli di super Carlo, campionissmo di ascolti (nel 2017: 50,7% lo share medio e 10.848.239 spettatori). Numeri che avevano stroncato sul nascere le polemiche sul cachet di Conti (650mila euro, 100mila in più del 2016), insieme alla non trascurabile circostanza che la “spalla” del conduttore era Maria De Filippi che quelle cinque prime serate le aveva fatte gratis. Da qualche edizione ormai il Festival è un evento virtuoso: fa guadagnare e non perdere la Rai. Quest’anno la squadra di conduzione costerà di più: a Claudio Baglioni andranno 600 mila euro; a Michelle Hunziker 400mila; a Pierfrancesco Favino 300 mila euro. Totale: un milione e300mila. Se vi sembrano molti, basta ricordare che la Hunziker, valletta a Sanremo 2007, prese 1 milione di euro. Stessa cifra per Paolo Bonolis nel 2009 e Giorgio Panariello nel 2005.

Vil denaro a parte, cominciamo dai fatti per capire che Sanremo sarà (non è semplice, perché l’entourage di Baglioni è molto riservato e le prove si stanno svolgendo a porte blindate, pare anche per i funzionari Rai). Il Festival numero 68 inizia domani, come di consueto al Teatro Ariston per chiudersi sabato notte.

Venti big in gara: Annalisa (Il mondo prima di te), Enzo Avitabile e Peppe Servillo (Il coraggio di ogni giorno); Decibel (Lettera dal Duca); Diodato e Roy Paci (Adesso); Elio e le Storie Tese (Arrivedorci) Ermal Meta e Fabrizio Moro (Non mi avete fatto niente), Giovanni Caccamo (Eterno), Le Vibrazioni (Così sbagliato), Lo Stato Sociale (Una vita in vacanza), Luca Barbarossa (Passame er sale), Mario Biondi (Rivederti), Max Gazzè (La leggenda di Cristalda e Pizzomunno), Nina Zilli (Senza appartenere), Noemi (Non smettere mai di cercarmi), Ornella Vanoni, Bungaro e Pacifico (Imparare ad amarsi), Roby Facchinetti e Riccardo Fogli (Il segreto del tempo), Red Canzian (Ognuno ha il suo racconto), Renzo Rubino (Custodire), Ron (Almeno pensami), The Kolors (Frida). Nelle ultime due serate a decidere il vincitore contribuirà anche la “Giuria degli esperti”: la presiede il cantante e compositore Pino Donaggio (Io che non vivo eccetera) e, tra gli altri, ne fanno parte Giovanni Allevi, Gabriele Muccino e il nostro Andrea Scanzi.

Sul fronte dei biglietti, il costo dei singoli posti è stato rivelato negli ultimi giorni: oltre agli abbonamenti per tutti e cinque i giorni, i prezzi per le singole serate vanno dai 100 euro per un posto (in galleria) nelle prime quattro ai 660 euro per la finale (in platea).

Quanto alla formula, la competizione sarà molto attenuata dall’assenza di eliminazioni, che secondo Baglioni sarebbero state umilianti per gli artisti. Tutti in gara fino a sabato, quindi. Pare, ma di questo non siamo certi, che non sarà resa pubblica nemmeno una classifica di massima che aggiungerebbe un po’ di pepe al tutto (su questo la Rai sta cercando di insistere col “dittatore artistico”, come lui stesso scherzando si definisce).

Al posto della tradizionale serata cover, ci saranno i duetti con le venti canzoni in gara. E questa è un’altra delle questioni che agita i piani alti di Viale Mazzini, dove si respira preoccupazione per uno spettacolo che si teme “troppo canoro” e poco televisivo, con meno appeal in termini di audience. Non sarà semplice eguagliare lo share di Carlo Conti, sulla cui base sono stati venduti gli spazi pubblicitari: se fosse molto più basso, gli inserzionisti avrebbero diritto a spazi aggiuntivi come risarcimento.

Ma non è detto, visto che la paura di un flop ha innescato una vorticosa corsa all’ospite “acchiappapubblico”: per la prima serata ci saranno Fiorello (convinto dal pressing del dg Mario Orfeo) e Laura Pausini. La super coppia dovrebbe aiutare a far salire gli ascolti del battesimo di domani: è un passo importante perché di solito il debutto segna il trend delle serate successive.

Si dice che potrebbero arrivare alcuni tra gli ex conduttori del Festival (Pippo Baudo per i 50 anni del suo primo festival) e, se è vero quello che ha scritto il settimanale Spy, anche la mitica Franca Leosini, regina di Storie maledette. Attesi pure Gianni Morandi, Biagio Antonacci, i Negramaro, il trio Pezzali-Renga-Nek, Gianna Nannini, Gino Paoli, i tre tenorini del Volo, Giorgia, Danilo Rea, Piero Pelù e i Maneskin. Tra gli stranieri, Sting, Shaggy e James Taylor. Si fa prima a dire chi non ci sarà.

Siccome a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca sempre, qualcuno ha fatto notare che molte (troppe) di queste star sono della scuderia di Friends and Partners (F&P Group), la stessa di Claudio Baglioni: come ha sottolineato Il Giornale, “il direttore artistico, cioè colui che sceglie cantanti e ospiti, e presentatore del Festival”. La società (che appartiene all’etichetta discografica Warner Music) gestisce undici big in gara su venti (Red Canzian, Mario Biondi, Facchinetti-Fogli, The Kolors, Elio, Noemi , Ron, Ornella Vanoni, Annalisa, Fabrizio Moro). Il conto totale per ora è di 22 artisti di Friends and Partners, compreso Giorgio Panariello che dovrebbe portare a Sanremo un pezzo comico.

In principio fu “la Fossa”. L’alba dei demoni in città

Milano, San Siro. Corre l’anno 1968 e sulla rampa 18 dei “popolari” del Meazza un gruppo di ragazzi si presenta allo stadio con maglie rossonere, bandiere, sacchetti di coriandoli e un drappo rossonero: è l’atto di fondazione del gruppo ultras del Milan Fossa dei Leoni ed il ’68 è l’anno di nascita del movimento ultras italiano. Fotografie sbiadite in bianco e nero, un effetto dissolvenza in cui volti, capelli, vestiti, stivaletti, voci, sogni, utopie e disillusioni osservati oggi raccontano un’Italia che si è trasformata anche sugli spalti di uno stadio.

Chi sono questi ragazzi dai volti nascosti da sciarponi di lana, passamontagna e foulard con i colori delle squadre e non della militanza politica? Cosa desiderano? Da dove vengono? Chi sono Pompa, Giò, Margaro, l’Imperatore, Karma, Beppe Rossi? Callaghan? Sono i pionieri di una nuova sottocultura giovanile che mobiliterà persone e passioni per decenni.

A partire dal biennio 1968-69 – una fase di cambiamento sociale e culturale irreversibile – negli stadi italiani compaiono i primi ultras: giovani antagonisti, estremisti politici disillusi, parossistici amanti del calcio, o meglio, di una squadra di calcio. Operai di Mirafiori come i torinesi Giò e Beppe Rossi, compagni e camerati fiorentini come i carismatici Pompa e Pampa, figure mitiche come Geppo il romanista, leader come il genoano Callaghan. Proletari, disoccupati, studenti, professionisti, tossici tutti insieme dietro fumogeni e bandiere, introducono elementi di novità e di radicalità nella forma e nell’essenza del tifo. Sono loro che espongono striscioni di dimensioni e denominazioni inedite, con ricorso a termini di stampo militaresco (brigate, commandos, guerriglieri) ad animali aggressivi (pantere, aquile, leoni) ai movimenti politici di massa (Collettivo, Fronte, Armata, Hooligans, Fighters, Boys, Skins, Korps, Bronx, Ghetto, Fedayn, Tupamaros). La stella a cinque punte e la chiave inglese, la croce celtica e Che Guevara, teschi umani ed armi di vario genere. In origine utilizzando semplici e tradizionali bandiere, poi negli anni con spettacoli più complessi e fantasiosi: coriandoli, rotoli di carta, sciarpe, fumogeni, torce, estintori, palloncini, strisce di stoffa o plastica, bandierine, bandieroni, fino ad arrivare a grandiosi spettacoli coreografici degli Anni 90.

I gruppi prendono posizione nelle curve dietro la porta, i settori più economici. La curva, il territorio assume una sacralità simbolica e rituale. Nasce così il mito della curva “Zona Temporaneamente Autonoma”, per dirla con il filosofo, anarchico, saggista, poeta e scrittore statunitense Hakim Bey: La Maratona degli Ultras Granata, La Sud della Fossa dei Leoni del Milan, la Nord interista, le Gradinate Nord (Genoa) e Sud (Sampdoria) di Genova, La Fiesole di Firenze, La Sud dell’Olimpico di Roma, la Ovest di Catanzaro.

Muta il suono della folla: tamburi, grida e canti spontanei con testi codificati e melodie che riprendono i canti politici, rock e tradizionali. Gli ultras codificano metalinguaggi, si esprimono con slogan, scritte sui muri, manifestazioni di piazza, blocchi stradali, boicottaggi, gemellaggi ideologici o etici. Si sovvenzionano attraverso fanzine auto-prodotte, adesivi, sciarpe.

Un mondo “romantico”, di massa, che a partire dagli Anni 90 degenera tra contraddizioni e derive ingestibili di cui lo stesso movimento ultras è vittima: la politicizzazione, la commercializzazione, la violenza irrazionale e vandalica, la creazione di gruppi di potere e interesse e i frequenti rapporti tra ambienti della criminalità organizzata e gruppi ultras di alcune metropoli, affini per frequentazioni e aree di interesse, che nelle curve hanno potuto riciclare denaro e ampliare mercati e affari.

Gli ultras si scontrano con gli avversari dentro e fuori gli stadi. La violenza, simbolica e fisica, è intesa come difesa della territorialità, lo scontro con rivali e forze dell’ordine come “dovere morale” ed esaltazione “deviante” di valori, origini, identità cittadina, regionale, morale, sociale e politica. Ma la violenza causa anche morti, come Paparelli, Fonghessi, Spagnolo, Filippini, De Falchi fino a Raciti, nel 2007.

La curva è anche un laboratorio politico e sociale degli ultimi cinquant’anni. Infatti se dalla nascita la cultura ultras è dotata di una carica antagonista e di insofferenza verso ogni forma di controllo, nei decenni successivi la destra radicale ha trovato in alcuni stadi terreno fertile, intolleranza e neofascismi hanno allevato nelle curve abbandonate dalla sinistra radicale – dopo una iniziale e poi intermittente infatuazione – un humus che ha pervaso i rivoli del malcontento popolare incanalandolo verso Forza Nuova e Casa Pound.

Sugli ultras, infine, le forze dell’ordine e i governi hanno per anni sperimentato tecniche di controllo e repressione che sono poi state applicate altrove: dal Daspo urbano alle tecniche antisommossa somministrate per anni nelle curve e poi nelle piazze (Genova 2001 docet), fino ai morti e ai feriti causati dalle Forze dell’Ordine (Ercolano, Sandri, Aldrovandi).

Cinquant’anni di movimento ultras, dalle sue origini nella temperie politica del l’68 ad oggi, hanno quindi costruito una memoria collettiva, un agire che – considerato “impolitico” e illegittimo – ha dato invece forma e voce all’immaginario e allo stile di vita di una consistente parte di popolazione, con rivendicazioni e bisogni pratici e simbolici, che ancora non trova comprensione nel vocabolario politico tradizionale.

Gli ultras italiani hanno costruito nel bene e nel male, tra contraddizioni, esasperazioni ed infiltrazioni politiche e delinquenziali, la propria identità soprattutto nel rappresentare una forma di opposizione, per quanto imperfetta, alle politiche commerciali di tv, società sportive e Lega Calcio ma anche alla retorica del sistema dominante tout court. Una visione antagonista del proprio ruolo all’interno del sistema-calcio e della società in generale, con atteggiamenti e comportamenti che oggi confluiscono nella spettacolarizzazione massificante del “calcio moderno” con la carica mediatica conseguente.

Gli ultras, questi “demoni” metropolitani, sono in realtà i figli, gli studenti, i lavoratori e i consumatori delle nostre città. Probabilmente nei prossimi anni sarà possibile estirpare la loro rabbia dalle curve, ma non eliminare le contraddizioni che porteranno la stessa rabbia a esplodere in nuovi luoghi del conflitto, che ancora oggi non riusciamo a scorgere.

La battaglia del grano: Forza Nuova in campagna

Per i militanti neofascisti di Forza Nuova, la “resistenza nazionale” si costruisce con la salvaguardia del lavoro e dell’agricoltura, rigorosamente tricolore. “Stop alla sostituzione etnica sui posti di lavoro” è la prima battaglia del Sinlai, Sindacato nazionale dei lavoratori italiani, legato al Si-Cel, il Sindacato italiano-Confederazione europea del lavoro, una scissione dell’Ugl. Lo stesso slogan dal 2010 circola anche nelle campagne, sbandierato da un’altra sigla, Lega della Terra, che difende ortofrutta e contadini rigorosamente made in Italy, il cui presidente, Federico Trotta, è stato candidato a sindaco di Grosseto con Forza Nuova nel 2016. Strutture collaterali al movimento neofascista, che millantano di essere “apartitiche”, salvo poi pubblicare sui profili Facebook del partito e di Italia agli italiani – lista con cui FN si presenta alle prossime elezioni – un grafico che mostra tutte le diramazioni sociali della “piattaforma nera”.

I concetti di “sangue” e “patria” stanno a cuore ai seguaci di Roberto Fiore, che hanno deciso di affidare la guida di questo sindacato “alternativo” a un nome già noto nella galassia dell’estrema destra, Valerio Arenare, responsabile delle politiche sindacali di Forza Nuova. D’altronde i tempi per rispolverare questi ideali sono maturi: solo pochi giorni fa, Attilio Fontana, il volto del centrodestra alle elezioni regionali in Lombardia, formulava la sua personale apologia della razza bianca, che “va difesa dall’arrivo dei migranti”.

Il bersaglio del Sinlai e della Lega della Terra è la triplice confederale Cgil, Cisl e Uil, “responsabile” di aver introdotto il flusso di lavoratori stranieri nel nostro Paese. In particolare, la Cgil è stata oggetto di diverse provocazioni, l’ultima dopo che una sua sindacalista Fiom, Eliana Como, ha espresso tutto il suo “schifo” per un volantino di FN, in cui si accusa il primo sindacato italiano di ignorare i principali problemi del Paese, con in bella vista la foto di un africano. Cgil e Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, hanno lanciato un appello alle istituzioni “Mai più fascismi”, chiedendo lo scioglimento delle sigle di estrema destra. Le tensioni tra gli ambienti di Forza Nuova e la Cgil hanno raggiunto l’apice ultimamente: “Un nostro collega è stato picchiato da alcuni militanti di Forza Nuova a Forlì – dichiara la donna –. È il risultato dell’odio che seminano queste persone”.

Como, che non nasconde critiche nei confronti della sua stessa organizzazione, attacca il Sinlai, liquidandolo come una sigla pressoché inesistente, che strumentalizza il malessere dei salariati: “Il sindacato o è di classe o non è, la rappresentanza deve essere generale. Se essa stessa alimenta divisioni, allora indebolisce i lavoratori. La Cgil dovrebbe avere il coraggio di fare una grande campagna culturale sui posti di lavoro, a rischio di perdere qualche iscritto. Ma bisogna urlare che il fascismo è un crimine”.

Alberto Prunetti, scrittore e traduttore, autore di Amianto (Edizioni Alegre) e del romanzo “working class” 108 metri in uscita a maggio per Laterza, fornisce ulteriori elementi di analisi: “Il fascismo è in realtà uno strumento per dividere i lavoratori, ricompattandoli su comunità fittizie e immaginarie – spiega _. Il gioco è quello di stratificare e segmentare per evitare forme di solidarietà tra lavoratori. Mettere gli sfruttati gli uni contro gli altri. Fare la guerra tra poveri, che di norma è vinta dai ricchi. Un sindacato fascista è il sogno di ogni imprenditore: è un sindacato bianco, che collabora a estendere lo sfruttamento e non può metterlo in discussione. Sposterà sempre la colpa, col metodo del benealtrismo, verso altri obiettivi lontani dal padrone: gli stranieri, qualche complotto o magari gli ebrei, le banche o una indistinta serie di poteri forti”.

Eppure sono tante le conquiste sociali attribuite al Ventennio. Un’opera di revisionismo storico sui social e nel dibattito pubblico. Nessuno è riuscito a smontare sinteticamente la vulgata fascista meglio di Wu Ming su Twitter: “L’articolo 18 dello statuto dei lavoratori del 1970 è stato conquistato con le lotte dell’Autunno caldo (1969) da operai in larga maggioranza iscritti alla Cgil. Anche la pensione sociale viene introdotta nel 1969. C’era ancora il duce nel 1969?”. E Prunetti tira le somme “Insomma, è una balla. ll fascismo ha un’altra caratteristica: è un’ideologia che deve celare la verità. Semplifica, banalizza e mistifica: perché serve a mascherare la realtà, per dominarla e imbrigliarla”.

Arginare gli effetti della globalizzazione e tributare gli onori dovuti alle eccellenze enogastronomiche italiane: a celebrare il requiem della purezza alimentare italica è la Lega della Terra, il forcone forzanovista sparso per le campagne del Paese. In tedesco è Landbund, il nome del partito dei contadini che sostenne la leadership di Hitler durante le tragiche elezioni del 1933.

In un articolo pubblicato sul sito dell’associazione, dal titolo “Contadino, ultimo rivoluzionario”, il nazismo è parafrasato come “ideologia rivoluzionaria del secolo scorso” – nella stessa carrellata è presente per la sinistra anche Mao Zedong – e vengono riprese le teorie di Richard Walter Darrè, ministro dell’Alimentazione e dell’Agricoltura del Terzo Reich. Nel suo testo Blut und Boden, la riscoperta degli antichi costumi è possibile solo tornando alla terra e ripudiando la modernità industriale.

Tra i progetti della Lega della Terra, la denominazione comunale di origine (De.c.o) – etichetta riciclata dal marchio di garanzia partorito dalla Legge 142 del 1990, su spinta di Luigi Veronelli, giornalista anarchico e gastronomo – che certifica la provenienza territoriale del prodotto. E “Compro italiano”, un ulteriore bollino per il cibo nostrano, realizzato obbligatoriamente da aziende tricolore, raccolto, spremuto e confezionato unicamente da lavoratori italiani. Ma il vero cruccio del neofascismo agricolo è il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento nei campi. Per risolvere la piaga, è necessario eliminare il problema alla radice: blocco dell’immigrazione, rimpatri ed esercito nelle campagne.

Il 30 ottobre 2017, su Facebook, la Lega della Terra, per motivare la partecipazione alla “marcia dei patrioti” del 4 novembre a Roma – chiamata da Forza Nuova per commemorare la marcia su Roma del 1922 – scrive: “Lo ius soli non potrà che far crescere il numero di immigrati già altissimo in Italia con i conseguenti rischi nel mondo del lavoro agricolo, a partire dal caporalato fino ad arrivare al prezzo del costo del lavoro e dei prodotti ancora più basso di quello di oggi”.

Alberto Prunetti smonta anche questo pilastro: “L’ossessione per la purezza, che è tutta simbolica e costruita culturalmente, ma che viene però naturalizzata, è un altro dei loro miti. E poi certo, per cavalcare il rancore sociale, ovviamente il sangue e il suolo. Tutta questa retorica di sangue e suolo però è tutt’altro che igienica. Come sostiene Karl Kraus, produce solo una cosa: il tetano”.

La difesa della patria include anche quella delle donne, soprattutto se lavoratrici e braccianti. A gennaio, Sinlai e Lega della Terra hanno promosso la campagna “Donne e caporalato”. Obiettivo: “liberare” le donne dal giogo dei caporali, per restituirle al loro “habitat naturale” ovvero le mura domestiche. Secondo le sigle neofasciste infatti, dopo aver costretto le donne a lavorare, quindi a stare lontano dai propri figli, adesso le si vuole costringere anche alla miseria. A prendere parte a questa campagna, c’è pure l’Associazione culturale Evita Peron (il braccio “femminile” di Forza Nuova), che aggrega mamme e bambini, famosa per organizzare colonie estive per i più piccoli, in cui si insegnano vecchi inni fascisti e l’alzabandiera. Anche in questo caso, così come a settembre per la circolazione del volantino “Difendila, dai nuovi invasori. Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia”, i militanti esprimono la loro visione patriarcale della società: la donna deve stare al suo posto, ossia quello che le viene concesso dagli uomini.

Negli ultimi mesi, Sinlai e Lega della Terra hanno fiutato aria di consensi al sud, prima in Campania, organizzando incontri promozionali di prodotti locali, poi in Puglia, stringendo alleanze con i piccoli proprietari di aziende agricole. Una delle battaglie in cui si sono fatti notare di più, è stata quella sul rinnovo del contratto provinciale dei lavoratori agricoli e florovivaisti a San Ferdinando di Puglia, nella provincia di Barletta-Andria-Trani. Auto, mezzi agricoli e falò accesi a bloccare le strade hanno segnato la protesta di produttori e contadini del 1° settembre scorso. “Quel giorno – racconta Giuseppe De Leonardis, Segretario Generale Flai Cgil della provincia – era presente anche FN in strada. Avevano chiamato rinforzi dai comuni limitrofi”.

“A noi non risulta la presenza di queste organizzazioni tra i lavoratori. È solo propaganda da tastiera”, conferma Aboubakar Soumahoro dell’Unione sindacale di base (Usb), sindacato molto attivo nelle campagne del meridione. Riguardo Forza Nuova, invece, Soumahoro fornisce un altro parere, “nonostante i neofascisti siano insignificanti in questi territori”. Il 10 ottobre 2017, mentre 200 lavoratori – che risiedevano nelle vicinanze del ghetto di Rignano Garganico – occupavano la Cattedrale di Foggia per protestare per l’assenza di acqua potabile e per le condizioni di vita disumane, “gruppi sparuti si aggiravano nei dintorni, distribuendo volantini razzisti e xenofobi”.

A Borgo Mezzanone, dove si dispiega la “Pista”, un insediamento di baracche e lamiere, il sindacalista racconta di aggressioni e intimidazioni ai lavoratori stranieri. “Invece di condurre la rabbia verso le istituzioni e i vertici della filiera, si stigmatizza il migrante come capro espiatorio del disagio sociale e della mancanza di servizi nella zona”. Secondo Soumahoro “nel comitato degli abitanti, esausti e abbandonati, i neofascisti si sono infiltrati, fomentando l’odio”.

No profit in ordine sparso. La politica non conviene

La tentazione c’è sempre e forse il caso nel Lazio – dove si presenta una lista “Centro Solidale per Zingaretti” – potrebbe confermarlo, ma lo schema “non profit uguale voti a sinistra” è morto da tempo e la maggior parte delle associazioni del terzo settore non si schiera con nessuno. Il 4 marzo andrà al voto in ordine sparso.

Eppure “la situazione sociale e sanitaria è peggiorata, c’è una grandissima domanda di welfare e il mondo dell’associazionismo resta estremamente differenziato”, spiega il professore di Scienze politiche dell’Università della Calabria Antonio Costabile. Che aggiunge: “In Calabria, a esempio, prevale l’associazionismo mosso dal bisogno del lavoro e quello pilotato dalla politica, con enti creati ad hoc dal politico di turno proprio in occasione di elezioni o di stanziamenti di fondi”. È infatti di questi giorni la notizia di nove rinviati a giudizio, tra cui il candidato sindaco di Lamezia Terme Pasqualino Ruberto, nell’ambito dell’inchiesta sulla Fondazione “Calabria Etica”, le cui 251 assunzioni di collaboratori per progetti di assistenza alle famiglie disagiate avrebbero avuto fini “clientelari”, perché fatte a ridosso delle elezioni regionali 2014 e delle amministrative 2015 di Lamezia.

Ma per tutte quelle associazioni che ogni giorno lavorano nella legalità, come prendere le distanze dal collateralismo malato e allo stesso tempo far sentire la propria voce? C’è chi scrive corposi manifesti programmatici, come la Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish), che ricorda che la disabilità rappresenta la prima causa di impoverimento economico e riguarda direttamente oltre 4 milioni di italiani, a cui si aggiungono le migliaia di familiari. Prendendo spunto dall’importo irrisorio della pensione riservata agli invalidi civili, 282 euro e dalla totale assenza del tema disabilità nella campagna, la Fish lancia un programma che tocca tutti gli aspetti cruciali: dal riconoscimento della condizione di disabilità all’inclusione lavorativa al diritto alla mobilità e all’accessibilità alle nuove tecnologie.

Altri propongono campagne social: le Acli hanno lanciato #voTIAMO con l’idea di coinvolgere e indurre amici, conoscenti, parenti o vip a fare post su fb, twitter, instagram o un brevissimo video che spieghi con una frase perché il voto è importante. L’hashtag è #voTiAMO, l’obiettivo è “valorizzare il senso critico degli elettori per sviluppare un modo nuovo di guardare i candidati e i programmi superando la sensazionalità degli slogan”.

I giovani e gli studenti di Azione cattolica, invece, si rivolgono ai loro coetanei invitandoli a recarsi alle urne: “Vorremmo creare occasioni di dialogo, parlando a tutti e con tutti, senza sostenere alcuna delle parti politiche ma favorendo il confronto costruttivo”.

Da segnalare anche Legambiente che – pur dichiarando neutralità – protesta per l’esclusione dalle liste Pd dell’ex presidente Ermete Realacci e gli animalisti come Davide Celli, figlio del celebre etologo Giorgio, che – delusi da Michela Vittoria Brambilla e dal suo movimento – si sono messi in proprio perché “gli animali non li rappresenta più nessuno”.

E infine c’è chi si candida in prima persona alle Regionali del Lazio come Paolo Ciani, responsabile dei servizi con i rom e sinti della Comunità di Sant’Egidio e capolista del “Centro solidale per Zingaretti” insieme a Carla Messano, presidente dell’Associazione volontari ospedalieri e Rita Visini (attuale assessora regionale alle Politiche Sociali). O nel Friuli Vincenzo Zoccano, candidato M5s e presidente del Forum italiano Disabilità. E poi, due nomi “militanti” da sempre, che hanno scelto di mettersi alla prova in politica: Rossella Muroni, ex presidente di Legambiente, candidata con Liberi e Uguali e Vincenzo Spadafora, prima presidente del Comitato Italiano per l’Unicef, poi Garante nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, adesso candidato 5 Stelle.

C’è anche chi si è visto sfilare la candidatura all’ultimo secondo, come quella nel Partito Repubblicano Italiano-Ala di Alberto Comellini, che doveva portare avanti a nome del “Coordinamento Famiglie disabili” il lavoro svolto a favore dei caregiver familiari, ovvero andare oltre lo stanziamento di un fondo di 20 milioni l’anno per tre anni.

Sul versante della notorietà, il volto più conosciuto della “società civile” a candidarsi è sicuramente quello di Giusy Versace, classe 1977, atleta paralimpica, conduttrice tv, volontaria dell’Unitalsi: è candidata nella lista di Forza Italia in Lombardia, nel collegio di Varese, per la Camera.

“È bene ricordare che, in passato, il passaggio di leader del terzo settore al mondo politico e amministrativo non ha di per sé assicurato grandi risultati né per il non profit né per i problemi sui quali il non profit è impegnato”, spiega Massimo Coen Cagli, fondatore della scuola di fundraising di Roma, da più di 35 anni impegnato nel non profit in organizzazioni sociali e culturali.

È stato, per esempio, il caso dell’ultimo parlamento, che ha concesso ai gestori del gioco di azzardo un maxisconto nonostante 141 parlamentari aderenti al gruppo interparlamentare del non profit: “È un paradosso che ci fa capire che la presenza di non profit nelle liste non garantisce di per sé che gli interessi portati avanti dalle organizzazioni vengano poi sostenuti concretamente”, commenta Coen Cagli.

Infatti, provvedimenti che avrebbero aiutato a potenziare l’azione del non profit sono stati per lungo tempo ignorati come i tempi di riscossione del 5 per mille, tuttora molto lunghi nonostante le promesse e, per contro, il via libera al 2 per mille ai partiti, pieno di facilitazioni e tempi rapidi di riscossione.

Insomma, nella maggior parte dei casi ricondurre l’impegno sociale a uno schieramento politico può voler dire limitare la forza della società civile e anche creare forme di collateralismo, che indeboliscono il potere di contrattazione di tutto il settore: se c’è una lezione da imparare per il terzo settore è questa.

La Madia copiò, ma (ri)annuncia querele

Il ministro della Funzione pubblica Marianna Madia (Pd) annuncia, per la seconda volta in un anno, una “azione legale di risarcimento danni” perché Il Fatto “insiste” nonostante “Imt di Lucca e Cambridge Journal of Economics abbiamo accertato la totale regolarità formale e sostanziale della tesi e degli articoli scientifici”.

Sì, Il Fatto insiste: a marzo 2017 Laura Margottini ha rivelato che, dall’analisi condotta con software anti-plagio e validata da esperti internazionali, oltre 4000 parole della tesi di dottorato del 2008 sulla flexicurity

dell’allora deputata Pd Marianna Madia risultavano prese da lavori di altri senza adeguate citazioni. Poi abbiamo scoperto che dell’esperimento di economia comportamentale al centro della ricerca non esiste traccia: l’università olandese di Tilburg dove la Madia dice di averlo condotto non l’ha mai vista.

Dopo gli articoli del Fatto, l’Imt di Lucca dove la Madia ha conseguito il dottorato ha avviato un’indagine interna. Poiché nessun professore era in grado di valutare la tesi (bizzarro per una scuola di “alti studi”), l’Imt si è affidato a una società esterna, Resis. La società aveva appena avuto un appalto da 40.000 euro senza gara dall’Imt per corsi e attività sul tema dell’etica scientifica, ma pure la perizia indulgente firmata da Enrico Bucci (un biologo digiuno di economia) rivelata ieri dal Fatto riconosce che la Madia riporta lavori di altri senza citare e omette che un terzo della tesi lo ha scritto con una sua collega. Resis glissa completamente sull’esperimento fantasma – il punto più imbarazzante – e assolve la Madia con una motivazione che dovrebbe far indignare i veri economisti che finora sono stati, con rare eccezioni, pavidi e omertosi sul caso: “Sebbene questo risulti sorprendente anche per chi scrive, a valle della presente analisi è evidente che il settore disciplinare all’interno del quale la tesi si situa tollera comportamenti che altrove sarebbero inaccettabili senza che questo costituisca un particolare problema”. Questi i fatti.

Se al Cambridge Journal, dove è apparso il capitolo 2 della tesi (con la firma della co-autrice prima rimossa) va bene pubblicare articoli scientifici di questo livello è affar suo, ognuno fa ciò che crede della propria credibilità. E se l’Imt di Lucca protegge la sua allieva più illustre con argomenti che dovrebbero far scappare qualunque studente con un minimo di amor proprio è scelta discutibile ma legittima. Ma è bene che gli elettori cui la Madia chiede la rielezione, nel collegio di Roma2 e nelle liste del Pd al proporzionale, abbiano chiaro il quadro. Un ministro ha ottenuto un dottorato che le permette di avere una carriera accademica in questo modo. E quando un giornale lo scopre, anche grazie alla “legge Madia” sull’accesso agli atti, invece che dimettersi come fanno i ministri nei Paesi in cui ai politici è richiesta un’integrità almeno analoga a quella del cittadino medio, minaccia azioni legali per intimidire.

E voi economisti, se tacete perché davvero “così fan tutti”, non osate mai più farci prediche dalle colonne dei grandi giornali sulla meritocrazia e la competenza che i politici devono dimostrare per essere degni del loro incarico.

Una scheda “proporzionale”: la grafica privilegerà i simboli

C’è grande attesa nel mondo politico per la prossima scheda elettorale: si conosce, infatti, il facsimile allegato alla legge approvata a fine ottobre, il cosiddetto Rosatellum, ma manca quella ufficiale che, come al solito, sarà fornita dal ministero dell’Interno tramite il Poligrafico dello Stato. È nei dettagli però, com’è noto, che si nasconde il diavolo e i dettagli assillano i promotori della legge, soprattutto il Pd: a quanto risulta al Fatto Quotidiano, nelle prove grafiche della scheda si tenta di far risaltare particolarmente i simboli delle liste penalizzando invece i nomi dei candidati dei collegi uninominali. Il motivo – come vedremo – è abbastanza semplice, ma l’obiettivo è di difficile realizzazione perché la legge ha posto per iscritto almeno un paletto nel disegno della scheda.

Breve riepilogo. Il Rosatellum, come si sa, elegge circa un terzo dei parlamentari col maggioritario (chi prende un voto in più nel singolo collegio) e il resto col proporzionale con una soglia di sbarramento del 3% su base nazionale. Attenzione: a differenza del vecchio Mattarellum, che alla Camera era un sistema misto, non esiste il voto disgiunto. Tradotto: la scheda sarà unica e, se si vota un partito/coalizione, non si può votare il candidato di collegio di un altro partito/coalizione. La ratio di questa legge era semplice: penalizzare M5S e LeU, che non si coalizzano. I risultati però rischiano di essere controproducenti.

Il problema è questo: gli elettori considereranno questa legge maggioritaria o proporzionale? La risposta non è oziosa: se passerà la natura “maggioritaria” sarà privilegiata la bontà del candidato all’uninominale; se vincerà quella proporzionale allora si sceglierà la lista. Per capirci, ai tempi del Mattarellum circa il 20% degli elettori sceglieva un candidato diverso da quello del “proprio” partito nel proporzionale: anche fossero la metà sarebbe un problema. Per fare un esempio: l’elettore ex Pci-Pds-Ds di Bologna voterà il candidato del Pd Pier Ferdinando Casini o quello di LeU Vasco Errani? E a Modena la ministra ex Forza Italia Beatrice Lorenzin o l’ex capogruppo dem in comune Paolo Trande (LeU)?

C’è un altro problema che spinge a minimizzare lo spazio grafico e sta tutto nella scelta di non permettere il voto disgiunto. Se si vota la lista (il partito) il voto va automaticamente anche al candidato di collegio, ma cosa accade se un elettore barra solo il nome del candidato uninominale? Questo: tutti i voti di questo tipo verranno distribuiti tra le liste che appoggiano quel candidato uninominale in proporzione ai voti ottenuti da ciascuna lista in tutte le sezioni del collegio. Se i voti “maggioritari” sono molti, i grandi partiti rischiano di perdere “sangue” a vantaggio dei piccoli (e – nel caso quei piccoli non raggiungano l’1% – a buttare quei voti).

E qui si arriva al problema tecnico. La soluzione, in sé, sarebbe abbastanza facile: basterebbe rendere più piccolo, molto, il rettangolo in cui verrà riportato il nome del candidato uninominale in modo da rendere anche fisicamente difficile barrarlo con una “X”. Questo, però, crea una complicazione ulteriore per via di quel che c’è scritto nella legge: “La larghezza del rettangolo contenente il nome del candidato nel collegio uninominale è doppia rispetto alla larghezza dei rettangoli contenenti i nomi dei candidati nel collegio plurinominale”.

Tradotto: se si restringe troppo l’uninominale, i nomi del proporzionale (che devono essere la metà dei primi) diventano minuscoli. Un precario equilibrio potrebbe essere trovato (anche) facendo risaltare maggiormente i simboli: essendo a colori i loghi dei partiti potrebbero “aggredire” chi guarda la scheda facendo scomparire il nome che gli sta sopra. Si vedrà, perché se è vero che il diavolo, come abbiamo detto, sta nei dettagli, è pure vero che fa le pentole ma non i coperchi del voto utile.

Muore Magda, gli occhi dolci di “Bianco, rosso e Verdone”

Addio a Irina Sanpiter, l’indimenticata Magda di Bianco, rosso e Verdone. Nel cult a episodi del 1981, l’attrice russa interpretava la moglie vessata di Furio, ovvero il regista e protagonista Carlo Verdone: madre di due figli e vittima di un marito logorroico e pedante, Magda avrebbe consegnato all’immaginario collettivo il suo rassegnato “Non ce la faccio più!” prima di fuggire con il playboy Raoul, alias Angelo Infanti, su un Maggiolino azzurro. Nata a Mosca nel ‘57, Irina è deceduta ieri al Policlinico Umberto I di Roma, stroncata dalla leucemia che combatteva dalla metà degli anni Ottanta. Una malattia di cui Verdone non era a conoscenza: “Sono addolorato. Ci vedevamo poco ma l’abbraccio, quando ci si incontrava, era sempre forte e pieno di dolce nostalgia”. Su Facebook ricorda come trovò Irina, grazie a “Sergio Leone, era parente della moglie (moscovita) dello sceneggiatore Giorgio Arlorio”, e perché la scelse, in virtù “di quegli occhioni dolci e malinconici che dovevano essere una caratteristica della mia Magda”. La Sanpiter non avrebbe continuato col cinema: dopo Lacrime napulitane di Ciro Ippolito nello stesso anno, preferì darsi all’organizzazione di concerti rock. Di quello strepitoso road movie, in cui venne doppiata da Solvejg D’Assunta, “non è rimasto quasi nessuno e questo mi deprime terribilmente”: il riferimento di Verdone è ai colleghi Mario Brega, Elena (Lella) Fabrizi e lo stesso Infanti, tutti scomparsi. “Ma il cinema ci ‘ferma nel tempo’. Illudendoci di una certa immortalità”, e Carlo conclude: “Magda sarà sempre nel mio cuore come una delle creazioni più riuscite: era allegra, spiritosa, ironica. Grazie Irina per aver condiviso con me una bella commedia rimasta nel cuore di tanti spettatori”.

“Noi minacciati per l’aiuto agli immigrati”

“Molti maceratesi non ci vedono di buon occhio, siamo accusati di aiutare gli immigrati, c’è un clima pesante in città; un anno e mezzo fa ho ricevuto una lettera di minacce, ho sporto denuncia, ma non ho voluto la scorta, non mi fanno paura”. Paolo Bernabucci è il presidente del Gus, il Gruppo di Umana Solidarietà, l’associazione maceratese che si occupa dell’accoglienza dei rifugiati.

Solo nel capoluogo gestisce 80 migranti in prima accoglienza e 110 col sistema Sprar e dà lavoro a 100 persone. Tra gli stranieri che sono passati sotto il Gus anche Innocent Oseghale, il nigeriano accusato di aver ucciso e fatto a pezzi Pamela Mastropietro: “Lo abbiamo accolto alla fine 2015 – racconta Bernabucci – ma un anno fa è stato messo fuori dal progetto perchè spacciava, nel frattempo si è fidanzato e ha messo incinta una ragazza del posto. Lo abbiamo perso di vista”. Ignoti, sabato pomeriggio, hanno dato alle fiamme i bivacchi sotto il tunnel del parco di Fonte Scodella: “La tenda era vuota – racconta uno dei gambiani – ci siamo accorti dell’incendio, ma ormai era andato tutto distrutto, c’è un crescente clima d’odio nei nostri confronti, abbiamo paura”. Forte la reazione della comunità nigeriana di Macerata: “Il grosso della nostra comunità si è integrata, volevamo portare solidarietà alla famiglia di Pamela, ma il sit-in è saltato per quanto successo sabato. Oseghale non lo conosciamo”. In serata con una manifestazione spontanea, in 500 hanno affollato i Giardini Diaz a Macerata, seguita da un corteo pacifico. Per sabato prossimo confermata la manifestazione nazionale, sempre a Macerata, mentre la fiaccolata di Forza Nuova e Casa Pound contro gli immigrati è stata annullata.

Nonostante gli appelli venuti in particolare dal segretario del Pd Matteo Renzi e dal leader di M5s Luigi Di Maio, l’attacco a sfondo razzista di Macerata finisce per diventare un argomento della campagna elettorale. Pietro Grasso e Laura Boldrini di LeU hanno messo sul banco degli imputati Matteo Salvini, che in risposta condanna il gesto dell’ex candidato della Lega Luca Traini, ma sostenendo che è motivato dall’immigrazione “fuori controllo organizzata” dal governo e dalla sinistra. Giorgia Meloni e l’avvocato Giulia Bongiorno, candidata della Lega, hanno collegato il tentativo di strage all’omicidio della ragazza che potrebbe essere stato perpetrato da un immigrato nigeriano, facendo proprie le affermazioni dello stesso Traini. Meloni ha coinvolto nella polemica anche Sergio Mattarella, definendo “vergognoso” il fatto che il presidente non abbia telefonato alla madre della ragazza romana uccisa e poi smembrata. E Silvio Berlusconi, pur non parlando direttamente dell’accaduto, ha sostenuto che gli immigrati irregolari sono “una bomba sociale pronta a esplodere.”

Traini: “Volevo la strage per vendicare Pamela”

Chiederà la semi infermità mentale il legale di Luca Traini, il 28enne di Tolentino fermato sabato mattina al Monumento ai Caduti di Macerata dopo il raid a colpi di pistola. Il padre del ragazzo ha affidato l’incarico all’avvocato Giancarlo Giulianelli: “Traini è andato fuori di testa dopo aver ascoltato un programma radiofonico in cui si parlava dell’omicidio di Pamela. Da lì è scattato tutto”. La procura di Macerata ha modificato il reato contestato: da tentato omicidio a strage aggravata dalla finalità di razzismo. contestato anche il porto abusivo di armi.

Il 28enne ha trascorso in isolamento nel carcere di Montacuto il suo primo giorno di detenzione. Lo stesso istituto dove è stato rinchiuso Innocent Oseghale, l’origine della follia che ha trasformato Macerata in epicentro del terrore: “La morte di Pamela ha mosso la mia coscienza: ho deciso di entrare in azione e di vendicarla. Sono uscito per ucciderli tutti”, ha detto ai carabinieri. Nessun legame con la Mastropietro, la 18enne con problemi di droga trovata a pezzi mercoledì dentro due trolley, a una decina di chilometri dal capoluogo. La ragazza sarà sepolta nel cimitero romano del Verano. Il funerale si terrà in settimana, si attendono gli esiti degli esami tossicologici.

Considerata la confessione di Traini, un pezzo importante dell’inchiesta sul raid di piombo sarà basata sull’analisi balistica: due caricatori svuotati in otto punti della città. Sei i colpi andati a segno, esplosi per uccidere. Gli inquirenti stanno analizzando le procedure che hanno permesso a Traini di detenere una Glock 4, una semiautomatica a 17 colpi: “Non ci risulta che il soggetto avesse conseguito il porto d’armi, ma poteva detenere la pistola in casa”, ha precisato il comandante provinciale dei carabinieri, il colonnello Michele Roberti. Detenzione ottenuta grazie ad una richiesta in cui il soggetto deve dimostrare, tra le altre cose, di non avere precedenti penali e problemi psicosociali. Qualcuno, insomma, ha firmato quel provvedimento nonostante fosse considerato un soggetto borderline: “Durante l’interrogatorio – aggiunge il colonnello Roberti – Traini è rimasto calmo, tranquillo, e ha fornito una piena confessione”. In casa dell’uomo è stato trovato il “Mein Kampf”, in bella mostra sul tavolo. Sequestrato anche il computer, dove gli investigatori cercheranno altri indizi.

Migliorano intanto le condizioni dei sei feriti, cinque uomini ed una donna, tutti fuori pericolo nonostante uno sia ancora in rianimazione. E sempre sabato, qualcuno ha dato fuoco alla tenda e agli effetti personali di uno dei feriti e di altri tre africani. Ennesimo segnale del clima che si respira in città. Testimoniato dai membri di Forza Nuova che ieri mattina hanno presenziato l’arrivo del ministro Maurizio Martina nella sede del Pd di via Spalato, bersaglio di Traini. Il proiettile, dopo aver bucato la porta d’ingresso, è finito sul poster del governatore delle Marche, Luca Ceriscioli affisso sulla parete della stanza: “Quell’uomo ha sparato per uccidere, ma per fortuna era sabato mattina e in sede non c’era nessuno” denuncia Francesco Vitali, segretario provinciale del Pd. Nessuna frizione con i simpatizzanti di Forza Nuova, tenuti a bada da un nutrito schieramento di polizia in assetto antisommossa: “Traini non è come Kabobo. Ha compiuto una sciocchezza, non lo giustifico però lo capisco. Mettetevi nei panni della madre di Pamela _ attacca Desideria Raggi, presidente nazionale dell’associazione ‘Evita Peron’, la costola femminile di Forza Nuova _ Gli spari colpa del clima di razzismo? Tutt’altro, è colpa del governo, delle sue politiche”.