Ma mi faccia il piacere

Magari ci ricascano. “Berlusconi: basta impresentabili” (Il Messaggero, 25.1). “Gli italiani credono in me nonostante le fake news” (Silvio Berlusconi, presidente FI, il Giornale, 2.2). Ormai si fa le battute da solo.

Interessi di conflitto. “Berlusconi: Galliani allo Sport” (la Repubblica, 25.1). Poi Confalonieri alle Telecomunicazioni, Marina alle Finanze, Ghedini alla Giustizia e Renzi premier.

La guerra tiepida. “Io sono un ragazzo della guerra, che per 50 anni ha vissuto nell’angoscia della guerra fredda e che nel 2002 è riuscito a far entrare la Russia nella Nato” (Silvio Berlusconi, conferenza stampa al Parlamento europeo dopo i suoi incontri con i vertici Ppe, 22.1). E naturalmente gli Stati Uniti nel Patto di Varsavia. Ora però, Silvio, fai il bravo nonnetto perchè c’è l’infermiera col pappagallo.

Scroccopoli. “Chi in Lazio vota per il Movimento Cinque Stelle si assume la responsabilità di eleggere uno scroccone che abita in una casa pubblica pagata poco, 7 euro al mese” (Matteo Renzi, segretario Pd, 4.2). Tipo quel sindaco scroccone di Firenze che abitava in un bel pied-à-terre in via degli Alfani 8, in pieno centro storico, a due passi da Palazzo Vecchio, gentilmente offerto dall’amico Marco Carrai, che pagava l’affitto al posto suo e poi fu nominato al vertice di Firenze Parcheggi e di Toscana Aeroporti.

La Buona Squola. “Scrive scuola con la ‘q’, maestra licenziata” (La Verità, 2.2). Ora punta a fare la ministra della Pubblica Istruzione.

Su, non fate così. “Caro Augias… mi rivolgo a lei perchè sono sconcertato per l’atteggiamento costantemente ostile de La Repubblica, a me da sempre cara, nei confronti del Pd… Dottor Alberto Artom – Pietra Ligure”. “Ricevo ogni giorno lettere così” (Corrado Augias, la Repubblica, 2.2). Uahahahahahahah.

Fate la carità. “Siccome credo nella trasparenza, vi ho portato il conto corrente di quando ho iniziato a fare il presidente del Consiglio e quello di oggi pomeriggio. Ho due mutui e un conto corrente, e non ho paura di niente. Il 30 giugno 2014 avevo 21 mila euro, oggi ne ho 15 mila” (Matteo Renzi, segretario Pd, Matrix, Canale5, 18.1). Quasi quasi comincio a lavorare.

Chiù pilu per tutti. “Se vinco il mio collegio a Potenza, oppure con Liberi e Uguali superiamo il 10%, mi impegno a rasarmi i capelli per formare la L di Liberi e Uguali” (Roberto Speranza, deputato uscente LeU, Un giorno da pecora, Radio1, 30.1). Mi sa che è la volta che diventi capellone.

Concorrenza sleale. “Di Maio ordina ai suoi: sputtanate gli avversari” (Libero, 3.2). “Ordine di servizio ai militanti: infangate i candidati avversari” (il Giornale, 3.2). Rubando il mestiere a Libero e al Giornale.

Divisione dei compiti. “Da precario a leader Gentiloni guida 4 liste: Non farò patti con FI” (la Repubblica, 25.1). Quelli li fa Renzi, poi io ridivento premier.

Franza o Spagna. “Giacomo Mancini jr.: ‘Destra o sinistra, sono socialista’. Dai Ds a FI fino al Pd (con paracadute di FdI): Mi alleo con chi rispetta la mia storia” (La Verità, 30.1). Ché a sputtanarla ci pensi già tu.

Colpa di Virginia. “Un movimento nato per sostituire la democrazia rappresentativa che non sa tenere in vita un albero di Natale” (rag. Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio, 30.1). Per la cronaca: “Spelacchio” era morto già prima di partire per Roma dalla Val di Fiemme, dov’era stato regolarmente segato alle radici. Ma Cerasa ha studiato ragioneria, mica botanica.

Buon viaggio. “Se l’Italia non ci segue, Milano dovrà rivolgersi all’Europa” (Giuseppe Sala, sindaco Pd di Milano, Corriere della Sera, 24.1). Ecco, bravo, mandaci una cartolina.

La supercazzola. “L’atomistica liberale mira a dissolvere la famiglia nella pluralità nomade e diasporica degli io irrelati o, in modo convergente, a ridefinirla come mero assemblaggio effimero e a tempo determinato, rispondente in via esclusiva al libero e illimitato desiderio” (Diego Fusaro, filosofo, Twitter, 20.1). Come fosse Antani, con scappellamento a destra.

Il titolo della settimana/1. “Di Maio scivola sugli impresentabili” (La Stampa, 3.2). B. e Renzi invece ci camminano su in perfetto equilibrio.

Il titolo della settimana/2. “Silvio trova un lavoro ai giovani disoccupati” (Libero, 3.2). Ma soprattutto alle ragazze.

“Weinstein mi è saltato addosso. Tarantino mi mandò fuori strada”

L’aveva promesso dopo le denunce delle attrici contro il produttore Harvey Weinstein: “Sono troppo arrabbiata per parlare, ma prima o poi lo farò”. Così è stato. Uma Thurman ha raccontato al New York Times le molestie subite dal produttore di Kill Bill: Volume I (2003), ma anche le aggressioni di Quentin Tarantino, durante le riprese di Kill Bill: Volume II (2004). “Mi spinse a terra e cercò di mettersi sopra di me e di svestirsi. Fece molte cose sgradevoli, ma non insistette più di tanto e non mi costrinse. Mi sentivo come un animale che si contorce per liberarsi, come una lucertola”, ha raccontato Thurman di Weinsteint. E quando gli disse che l’avrebbe raccontato, lui la minacciò di rovinarle la carriera. Su Tarantino, ha raccontato che la obbligò a guidare l’auto modificata a una velocità elevata. Girando, Thurman finì fuori strada e si ferì alle ginocchia e al collo con conseguenze che ancora si porta dietro. Per questo la Miramax, temendo di venire indicata come responsabile dei problemi di salute, non le ha mai consegnato il video della scena. Ora visibile sul sito del NYT.

“La Rondine” non chiamatela Operetta Gelmetti ricrea la coerenza sinfonica

Nelle prime battute del Tabarro Puccini dipinge l’acqua torbida e limacciosa della Senna come a nessun francese è riuscito. Il Trittico fu composto durante la Grande Guerra; e fatto trionfare da Gino Marinuzzi dopo la prima esecuzione, alla quale il capolavoro in tre atti unici cadde. Ancora Parigi, e ancora Marinuzzi a concertare nel 1917 la prima esecuzione a Montecarlo, per l’opera meno compresa del Maestro: si continua a guardarla con diffidenza; La Rondine è la sua invenzione più delicata, più elegante.

Né Toscanini né De Sabata avrebbero posseduto la raffinatezza, la trasparenza di Marinuzzi. Diretta da Gianluigi Gelmetti, che firma anche l’esemplare regia, il raro titolo ha aperto a Catania la stagione del Teatro Massimo Bellini. Quando, pochi anni prima, era apparso Il cavaliere della rosa di Strauss, alcuni cretini lo condannarono sostenendo trattarsi di un’Operetta travestita da Dramma musicale. Il “genere” conta più della res; e lo stesso capitò alla Rondine, con l’aggravante che l’originario progetto, una commissione viennese, era appunto quello d’un’Operetta.

Le stigmate originarie vengono a Puccini rinfacciate, e a nulla vale che quest’altro capolavoro sia percorso da un fitto sistema tematico che, in un suo particolarissimo modo, assicura alla vicenda borghese uno sfondo mitico. Tutta la storia è percorsa dal ritmo del Valzer, e i Valzer di diversa specie – da quello viennese a quello francese a quello espressionista – Puccini conosceva Schönberg e, se non lo amava, lo rispettava – potrebbero esser ridotti a Suite sinfonica, da accostarsi al Poema di Ravel. Ravel il Valzer canta in modo tragico e terribile; il passo di Puccini è sommesso: la sua vicenda tragica viene narrata con stilistica attenuazione: resta tragica.

Il finale è enigmatico: il Maestro apparentemente non giudica. Il grande cantore dell’animo femminile tratta ancora una volta la storia di una donna di alto sentire che, per essere, in sostanza, una prostituta – ufficialmente è una femme entretenue – viene respinta dalla società e ricacciata ai margini quando un autentico amore è da lei vissuto pubblicamente. Ella rinuncia: se n’esce di scena con una nota pianissimo, senza recriminazioni. In tale finale antiretorico Puccini s’identifica intensamente con Magda e condanna quel mondo, del quale pur fa parte.

La sconfitta di colei ch’è irregolare s’inscrive nella narrazione di Parigi, ma da Alessandro Dumas figlio s’incarna in musica con Verdi, con Bizet, con Delibes (Lakmé), Massenet (Sapho, la stessa vicenda della Rondine, da Daudet), per confluire in Puccini. Magda è un’altra Butterfly che, invece di uccidersi, torna alla sua vita umiliante, tra feste e risate ch’è costretta a sopportare.

Gelmetti riesce a far della partitura un solo arco: la sua strepitosa bravura abolisce i trapassi, ogni episodio musicale e drammatico sfocia nell’altro con la coerenza sinfonica che della Rondine è la cosa più difficile da scorgere e palesare. La sua regia veste come un guanto vicenda e sua trasfigurazione musicale. Raro il titolo, coraggiosa la proposta, anticonformista la realizzazione. Non mancheranno quelli che additeranno le tre al pubblico ludibrio.

Più che i protagonisti vocali, mi piace ricordare la schiera dei comprimarî, dalle non sempre piccole parti difficili: solo un vero direttore artistico sa sceglierli. E dei protagonisti, più arduo che quello del primo tenore (a Montecarlo Tito Schipa!), il ruolo del “secondo”: il bravissimo Andrea Giovannini.

 

“Il calcio bisogna insegnarlo con partecipazione e dolcezza”

Azeglio Vicini è stato, insieme con Liedholm, un maestro per Agostino. L’unica volta che ricordo di averlo incontrato fu un pomeriggio, su di un campo di allenamento. Non ne sono certo ma credo fosse Coverciano. Probabilmente in occasione di un evento della Rai che precedeva la grande euforia delle “notti magiche”. Quando mi raggiunsero insieme io ero seduto su di un pallone a guardare i giocatori. “Non devi sederti sul pallone. Perché se no diventa ovale e poi quando calci non colpirai bene la sfera”. Non ricordo altro. Mio padre probabilmente sorrise sarcastico avendo già scorto, nei piedi del figliolo, un prossimo talento per il curling.

Mi capitò di rincontrare Mister Vicini solo molti anni dopo, quando nel 2010 mi trovai a rimettere a posto un po’ dei maniacali appunti di Agostino. In quegli scatoloni, fra le mille cose che uscirono fuori insieme alle bozze de Il Manuale del Calcio, dormiva un loro lungo carteggio: sportivo ed umano. Credo fossero più di 100 lettere che andavano dalla metà degli anni 80 al 91 o giù di lì. Rigorosamente scritte a mano. Quanto mi colpì questo che poi è tutto fuorché un particolare. La carta, la penna, l’impegno verso una certa calligrafia tale da non costringere l’interlocutore ad uno sforzo eccessivo. Tutto rimandava a quanto poi avrei trovato in quelle righe: un utilizzo soppesato delle parole. Il ragionamento razionale applicato a fatti di calcio e non: metrica di un gioco che viveva su un foglio ripiegato e spedito.

Stiamo parlando di poco più di trenta anni fa e di due uomini che pure avevano possibilità di sentirsi e vedersi abbastanza agevolmente. Ho passato una notte e un giorno a leggerle. Con quella carta ingiallita e lievemente umida era come se donasse a quelle parole una consistenza speciale. C’era qualcosa fra i due oltre a una evidente stima professionale.

L’impressione era che Vicini volesse mettere ognuno dei suoi ragazzi a suo agio: come se costruire un legame empatico fosse un viatico per intendersi meglio sul campo da gioco. Credo che tutti, fra i tifosi e gli addetti ai lavori, ne abbiano ammirato il bel calcio ma ancor di più la maieutica sportiva: “… bisogna insegnare il calcio con partecipazione e dolcezza”. Sarà questa l’unica riga che mi vedrà violare la riservatezza che si deve a un rapporto epistolare. Nella quotidiana fiera dell’egocentrismo pallonaro oggi una frase così faccio fatica persino ad immaginarla su di un campetto per bambini.

Leggendone i tanti ricordi di queste ore credo che abbia cresciuto i suoi calciatori esattamente con questo intento: farne anzitutto degli uomini. Di lui si è detto che ha vinto meno di quanto meritasse: da appassionato penso sia vero. Altrettanto giusto sarebbe però andare a vedere quanto hanno vinto, nel tempo, quei ragazzi che aveva cresciuto. Personalmente poi non ho mai amato i vincenti, anche perché sono spesso assai più numerosi di coloro che sanno fare un buon uso della loro vittoria.

Ho sempre amato quelli che sono capaci di combattere col sorriso. Quelli che nonostante tutto si rialzano sempre e, relativizzando, sanno lanciare il cuore oltre l’ostacolo, ritrovare un equilibrio e un nuovo posto nel mondo. Partecipazione e dolcezza: Vicini si riferiva a un calciatore in particolare e contemporaneamente a tutto il calcio. Allora come adesso.

“Il mio sogno è dirigere il Festival di Venezia. E magari vinco un Oscar”

Scarpe e cappotto fuori dalla porta, sul pianerottolo: a casa di Luca Guadagnino si entra spogliati dalle sporcizie del mondo. Anche la vita comune resta ai margini. Dentro il suo appartamento di Crema si respira un po’ l’aria dei film da lui girati, con un tempo scandito secondo il suo stile, a volte rarefatto, condiviso con gli amici e gli attori di Chiamami con il tuo nome che entrano, escono, aprono il frigo e magari spadellano, la lingua inglese si intreccia all’italiano, sempre due toni sotto, nessuno urla, il telefono, quando squilla, e squilla spesso, disturba, e altera questo equilibrio essenziale (“Ho deciso, butto lo smartphone, voglio liberarmi da questa dipendenza”). Il televisore non c’è. Meglio parlare e confrontarsi. O meglio tirare giù lo schermo e guardare il cinema nelle giuste dimensioni. I libri non sono d’arredamento, ma un percorso. Giù in strada una sessantina di adolescenti presidiano il portone: aspettano Timothée Chalamet, giovane rivelazione di Chiamami con il tuo nome, pellicola candidata a quattro premi Oscar.

Perché Crema?

Coincidenza: dieci anni fa non volevo più vivere a Roma, ma non sapevo dove e senza lasciare l’Italia. Un giorno mi sono ricordato di una visita in questa cittadina per trovare un amico, e di quanto mi era piaciuta la sua atmosfera, così simile a certe illustrazioni di libri per ragazzi; inoltre ho sempre avuto una passione per il Nord.

Nebbia, campagna, silenzio.

È un posto distante dalle pratiche del mondo, la routine è molto riservata; mentre in queste settimane, dopo il successo del film, è scattato un corto circuito.

Con i ragazzi sotto casa.

La catalizzazione dell’attenzione sulla città non mi rende felice.

La sua fama sta alterando un equilibrio.

Da un certo punto di vista, questa è la mia vita, la mia quotidianità genera strane mescolanze. Però sono contento per Timothée: l’anno scorso non lo conosceva nessuno, ora è una superstar.

Da adolescente non inseguiva i suoi miti?

Volevo conoscere le persone che ammiravo, essenzialmente registi. Selfie, mai. La fama non mi interessa, non è un parametro.

Ci sarà un “però”…

Da ragazzino avevo una passione, quasi feticistica per Dario Argento. A 12 anni, vivevo a Palermo, un amico di mamma ci telefona: “Dì a tuo figlio che ho visto Argento seduto al ristorante”.

E lei?

Corsi al locale, da solo e a piedi: per guardarlo rimasi tutto il pomeriggio davanti alla vetrina.

Se ripensa a quella debolezza si imbarazza?

Molto. Anzi, chiedo ufficialmente scusa a Dario.

È spaesato da tale celebrità.

Perché non mi interessa, non sono abituato a vedere spezzato il ritmo della giornata; per me è un qualcosa di violento e incontrollabile: l’idea di un qualcuno che ti vuole perché sei famoso, mi suscita sentimenti strani.

Accade da sempre…

Oggi ci sono delle forme di fama più rapida, più brucianti, dove il tutto evapora in un attimo, dove vince l’immediatezza, il qui e ora.

Lei non è un regista seriale.

Marco Melani (critico cinematografico) diceva una cosa fantastica: “Si può fare cinema, ma anche si può non fare”. E a questo credo profondamente, penso veramente che noi possiamo inserirci in un’azione creativa, produttiva, riflessiva verso l’oggetto filmico, ma allo stesso modo stare fermi.

Senza ansia.

Non ho un ritmo fissato.

Quanto è una scelta artistica e quanto obbligata?

L’inconscio non mente mai e quindi sono molto scettico nel dare la colpa a ciò che arriva da fuori: se ci ho impiegato cinque anni e mezzo per realizzare un film, il motivo non è esterno, quanto da una resistenza interiore.

Ne è convinto…

Tra Io sono l’amore e A Bigger Splash, ho rifiutato decine di progetti, alcuni dei quali sono diventati film importanti.

Italiani o stranieri?

In Italia non mi è mai stato offerto un film.

Lei rifiuta…

Non sono in grado di girare qualcosa in cui non credo, capita solo con le pubblicità, ma è un altro mestiere, dove indosso un’altra divisa per uno scopo, una sorta di obbligo: guadagnare i soldi e sperimentare linguaggi.

Quando gli attori hollywoodiani descrivono la loro esperienza con i registi italiani, spesso parlano di sensibilità “latina”. È vero o è marketing?

Non lo so. Hollywood funziona come la corte narrata da Sofia Coppola in Maria Antonietta: fazioni pronte a fronteggiarsi, poi la Regina dà la tendenza e tutti la seguono. Comunque è una questione di marketing.

E i suoi colleghi italiani?

Nessuno di loro punta solo sui sentimenti, nessuno parte dal cuore, hanno piuttosto un linguaggio ben specifico, una cifra delineata, molto forte e strutturata: Sorrentino è interessato ai sistemi del potere, Garrone ama il concetto della fabula e dell’archetipo, a Virzì piace la commedia umana.

I registi la chiamano per consigli su Hollywood?

Alcuni sì.

Un consiglio fondamentale ricevuto.

È arrivato anni fa da una persona che non conoscevo ma ammiravo e ammiro: Jean-Marie Straub. Lo incontrai quando avevo 21 anni, gli chiesi: “Maestro, cosa devo fare per continuare nel cinema? Iscrivermi a una scuola di regia?”. Lui stoppò l’appellativo “maestro”, non “lo sopporto”, poi aggiunse: “Mai una scuola: il cinema non si impara lì”.

Secondo Abel Ferrara “il cinema è dei gangster. Chi lo fa è un gangster”.

Ha ragione. E magari uno non è un gangster ma un impostore; se non è un impostore è un saltimbanco; se non è un saltimbanco è un bugiardo. Se non è un bugiardo è un illusionista. Tutti i più grandi autori di opere d’arte cinematografica lo sono, non c’è altro modo: devi cercare di ottenere la fiducia di un gruppo di persone più o meno ampio e soprattutto devi trovare i fondi per portare a compimento un’astrazione figlia della tua testa.

Ha un team di lavoro.

Un gruppo di persone osmotico: ho lo stesso montatore da quasi 30 anni, lo stesso produttore, la stessa truccatrice, lo stesso parrucchiere…

Una famiglia…

Che c’è a prescindere dal set. Aggiungo Claudio Gioè, protagonista del primo cortometraggio, datato 1995.

Ha una preparazione cinematografica importante…

Vuole sapere il mio sogno più grande? Dirigere la mostra del cinema di Venezia.

Addio Barbera…

Il suo ruolo lo ricopre benissimo, il mio è un sogno e lo esprimo.

Come si trova a Los Angeles?

Città interessante, nella quale si mangia male, soprattutto perché sono spesso in albergo, e il cibo d’albergo è quanto di più pervertito ci sia. Per me il cibo è fondamentale…

Oltre al cibo?

Sono motivati dalle forme più crudeli di capitalismo, ma allo stesso tempo non hanno alcun senso di superiorità, sono profondamente convinti della necessità della conoscenza. Sono curiosi. Aperti. Generosi.

Su cosa li ha maggiormente incuriositi?

All’inizio per la mia pronuncia inglese.

Come lo ha imparato?

Grazie ai film, per tigna.

E dopo?

Per loro sono un autore, poi restano ammutoliti quando gli manifesto il mio interesse verso le loro forme di cinema, e il mio desiderio di girare una pellicola di super eroi.

Leggeva i fumetti?

No, però ho capito presto il loro appeal erotico: dei feticci del puro desiderio, un ultracorpo che ci serve per sognare.

Crede all’attore che recita come forma di psicanalisi?

Non è mai quella la motivazione, nessuno di loro si mette realmente in discussione: vogliono essere guardati, puntano a irretire lo sguardo del soggetto di cui hanno necessità. Il regista. Il pubblico. Un attore non guardato è un attore morto.

Quando i giovani le dicono “desidero fare l’attore”?

Provo sconforto: o tu hai un talento naturale sconvolgente al punto tale che sarai guardato sempre, come nel caso di Timothy…

Come ha scoperto Timothée Chalamet?

Presentato dal suo agente: cinque minuti e ho capito che era il protagonista.

Insomma, non incoraggia.

Difficilmente consiglio questo mestiere: è una trappola terrificante, è triste quando vedo una dimensione di illusione così profonda in soggetti che si ostinano a voler recitare, quando non hanno le qualità per andare avanti.

Gli attori la pressano?

No, vivo qui, a Crema.

Quanti copioni ha nel cassetto?

In questo momento sette.

Tutti differenti?

Non giro mai lo stesso film, anche se i critici diranno “non è vero, parli sempre dei ricchi in vacanza”.

“Chiamami con il tuo nome” narra di borghesi in vacanza…

Diciamo che presto il fianco.

Ha dichiarato: “Oggi gli intellettuali italiani non esistono”.

Mi pento quando pronuncio frasi a effetto: c’è un libro straordinario, La ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda, perfetto per capire chi è l’intellettuale e cosa vuol dire far parte di una generazione che forgia l’entità politica e sociale di una nazione.

Quindi?

Lei racconta le lezioni con Antonio Banfi (filosofo e politico), di battaglie furibonde e ideali; battaglie dove ci si scannava, con alla base un pensiero profondissimo. Leggendo quel libro non scorgo la medesima vibrazione nella società attuale. Trovo nomi isolati come Franco Cordero e Giorgo Agamben, e magari altri cento. Ma isolati.

Lei ama cucinare…

È l’attività che mi manca maggiormente in questo periodo.

Cosa le piace?

Le elaborazioni complicate (e mostra la sua collezione di testi, a partire dal celeberrimo L’arte della gastronomia).

Con Paul Bocuse…

È morto un maestro, una persona di importanza capitale per la mia vita: quando avevo 12 anni vidi il suo libro e misi da parte la cifra necessaria per acquistarlo: affascinato lo leggevo come fosse un romanzo. Quel libro esprimeva grande desiderio di vita.

Provava le sue ricette?

Un giorno mio padre mi beccò a spignattare invece di studiare. Lo buttò nel secchio. Anni fa ho raccontato questa vicenda a Maria Sole Tognazzi e lei, poco dopo, ha risposto con un gesto da amica vera, di una generosità rara: mi ha donato la copia del padre, con le sue annotazioni. Ancora la ringrazio.

Lei non ama le serie tv.

L’idea che la serie possa sostituire il potere del cinema, perché ha più tempo per raccontare le vicende, è una affermazione da stolti; l’idea che la serie tv rappresenti qualcosa di nuovo è da poveretti. Spesso le serie sono logorroiche o diarroiche, più che promotrici di un linguaggio nuovo.

Incollano alla tv.

Costruite con tattiche attente, ideate da gruppi di lavoro di dieci o quindici persone che costruiscono ogni episodio con delle trappole narrative che ti agganciano.

Una sua qualità.

So cosa desidero e lo faccio, non mi confondo.

Arbasino divide in: “Giovane promessa, solito stronzo, venerato maestro”. Visti i suoi 46 anni è in tempo per diventare “venerabile”.

Questo termine mi causa brividi sulla schiena, e il “maestro” mi irrita: quindi posso solo sperare non accada. Una volta ho incontrato Arbasino.

E come è andata?

Ero a Roma con Carlo Antonelli (direttore del museo di villa Croce). Pioveva. Traffico nel disastro. Alla fine, grazie al telefono, troviamo un taxi. Nell’attesa ci ripariamo sotto un portone. Che si apre e appare lui nella sua suprema eleganza. Lo fermiamo e iniziamo una chiacchiera piacevole, lui favoloso, divino, noi abbagliati, persi nella sua gentilezza. Arriva il taxi, ci saluta, apre la portiera, sale e se ne va.

Vi ha rubato il taxi?

Sì, però ci ha salutato.

Tutto ciò lo ha reso più etereo o molto terreno?

Solo favoloso. Noi costretti a camminare sotto la pioggia.

Vi eravate presentati?

No, solo inchinati: era più importante sfruttare quegli attimi per ascoltare una personalità del genere, che mettere davanti il nostro “Io”.

Per anni lei ha vissuto economicamente sulle spalle degli amici.

Per fortuna non ho avuto una famiglia ricca.

Per fortuna?

È molto difficile trovare le motivazioni giuste se hai le spalle coperte. Quello del cinema è un mestiere complicato e impegnarsi da una condizione non di privilegio, ti irrobustisce, ti forgia. Il bisogno è fondamentale.

Torniamo agli amici.

Per anni ho scroccato.

Com’era organizzato?

Non era dissimulato, dicevo semplicemente: “Non ho soldi, datemi una mano”

In quanti l’aiutavano?

Parecchi, persone che oggi sono miei collaboratori o amici fraterni. Alba Rothvacher mi ha salvato il culo; Fabrizia Sacchi pure, Walter Fasano non ne parliamo.

Senza sensi di colpa?

All’inizio, sì. Poi un giorno trovo in una bancarella una vecchia autobiografia di Polansky, la leggo, e lui dice: “Se non avessi avuto coloro che sono stati la mia famiglia e il mio sostentamento che mi hanno campato per più di 15 anni, non avrei mai potuto fare il regista”.

L’impulso di mollare?

Neanche per un secondo.

Woody Allen continua a venir accusato di molestie.

(Guadagnino adotta un tono secco, da cronista leggermente infervorato e snocciola una conoscenza assoluta di tutto il processo, la vita, la filmografia del regista) Il Diritto viene prima di tutto, e due Corti hanno riconosciuto la sua non colpevolezza per le accuse di 25 anni fa.

Lo ha mai conosciuto?

Sì, ed è stato divertente, ho scoperto un omino dimesso, attento ad ascoltare.

Ascolta?

Tutti i grandi lo fanno.

Con chi andrà agli Oscar?

Con mia sorella, il mio compagno non vuole venire. È timido.

Vincerà?

Non lo so. Forse almeno uno sì…

Twitter: @A_Ferrucci

Caccia abbattuto, pilota ucciso dall’Isis e la vendetta di Mosca in Siria: 30 morti

Dopo l’abbattimento di un caccia militare e l’uccisione del pilota, la Russia ha condotto massicci raid nella provincia di Idlib uccidendo 30 miliziani di Jabhat al-Nusra. Il jet, un Su-25, è stato abbattuto da un lanciarazzi portatile nell’area della città di Maarat al Numan. Il pilota è riuscito a lanciarsi con il paracadute ma è stato ucciso nei successivi scontri a terra. “I Manpads (Man-portable air-defense systems, ndr) posseduti dai miliziani in Siria sono stati forniti dagli Stati Uniti attraverso paesi terzi”. Così il vice presidente della Commissione Difesa e Sicurezza del Consiglio della Federazione, Franz Klintsevich, ha sottolineato l’abbattimento del caccia che stava sorvolando l’area dove i movimenti jihadisti mantengono ancora una nutrita presenza ed è di fatto l’ultimo fronte di combattimento dello Stato islamico in Siria. Da due anni i russi aiutano direttamente sul campo il regime di Assad.

Tra Israele e Rwanda il business dei profughi africani deportati

“Forse non ve ne rendete conto, ma riguarda anche l’Europa, specialmente l’Italia in quanto tra i principali paesi di transito per chi vuole entrare nell’Unione via mare, l’espulsione in Rwanda e Uganda dei migranti sans papier che vivono da anni in Israele”. Chi lo afferma è l’avvocato Iftach Cohen, consulente di bibliotheque sans frontieres per il Mediterraneo e tra i fondatori nel 2010 della prima organizzazione non governativa israeliana We are refugees per offrire gratuitamente rappresentanza legale ai migranti e prevenirne l’arresto o l’espulsione in un paese terzo.

Pur essendo annosa, la questione dei circa 40mila rifugiati richiedenti asilo in Israele è salita agli onori della cronaca internazionale però solo a metà dicembre scorso quando la Knesset ha votato a favore dell’aumento delle misure restrittive e deciso la chiusura entro marzo del centro di detenzione di Holot, nel deserto del Negev. Da allora non solo gli attivisti locali per i diritti umani, gli intellettuali come David Grossman (che era membro dell’Ong), Oz e Yehoshua ma anche numerosi piloti della linea di bandiera israeliana e alcuni medici degli ospedali pubblici hanno dichiarato di essere contrari alle detenzioni e alle espulsioni. Ma è stato solo quando pochi giorni fa 36 sopravvissuti ai lager nazisti hanno scritto una lettera aperta al premier Netanyahu che la sorte di migliaia di eritrei e sudanesi, alcuni nati già in Israele, è stata intrecciata plasticamente al destino del popolo ebraico, diaspora compresa.

Indipendentemente da ciò che avverrà a partire da marzo, questa iniziativa ha avuto, unica, la forza di scatenare un dibattito, perché le parole degli scampati ai rastrellamenti e alle camere a gas, non possono non toccare le coscienze di chi è stato per antonomasia vittima o ha avuto familiari vittime di deportazioni. “Sappiamo bene cosa significa essere rifugiati. Non espellete i profughi africani, il loro destino è come il nostro: così li condannate a sofferenze, torture e morte”, hanno scritto nella loro lettera al premier questi ultimi testimoni della Shoah. Anche numerosi rabbini hanno deciso di schierarsi a favore dei richiedenti asilo, paragonando le sofferenze di Anna Frank. Molti di loro si sono dichiarati disposti a dare ospitalità ai rifugiati, contravvenendo alla legge, qualora il premier Netanyahu darà il via alle espulsioni – secondo i media dietro compenso di 5mila dollari a rifugiato – nei due paesi africani.

“Nonostante il governo israeliano non abbia mai svelato il nome dei paesi terzi e Uganda e Rwanda abbiano negato di aver stretto un patto, ci sono molte testimonianze raccolte dai media che mostrano la vita miserabile che i richiedenti asilo mandati in Rwanda devono affrontare perché a nessuno di loro è mai stato concesso alcun visto umanitario bensì un lascia passare turistico di pochi mesi e quindi il limbo, come in Israele del resto”, spiega l’avvocato Cohen. Siccome Israele non può espellere gli eritrei e i sudanesi, seguendo la consuetudine internazionale che li considera comunque in pericolo per la situazione politica dei loro paesi, era stato trovato dalle autorità l’escamotage di metterli in un centro di detenzione fino a un massimo di 3 anni per indurli a firmare un documento per il rimpatrio volontario in paesi terzi.

Fu proprio Cohen, assieme ai rappresentanti di altre organizzazioni non governative, a redigere un appello alla Corte Suprema per l’incostituzionalità di questa norma. Appello che venne accolto dai giudici con grande sorpresa anche dell’opinione pubblica dato che la Corte fino ad allora non aveva mai abolito una legge di stampo politico. “Il problema però non è stato risolto perché i migranti anche se ancora sul territorio israeliano vivono in un limbo dove però almeno hanno più probabilità di trovare cibo e un lavoro anche se in nero. In Rwanda e Uganda è decisamente peggio”, conclude l’avvocato israeliano. Nei giorni scorsi ci sono state numerose manifestazioni a Tel Aviv e a Gerusalemme davanti alle residenze del primo ministro e del presidente della Repubblica in cui venivano esibite le fotografie di coloro che, avendo preferito evitare di vivere per tre anni nel centro di detenzione di Holot o da “infiltrati” – come vengono chiamati ufficialmente i richiedenti asilo – avevano scelto di aderire al programma di rimpatrio volontario. Questi “infiltrati” sono morti in seguito sul territorio libico o in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa dopo la traumatica esperienza israeliana e rwandese.

Atomiche contro Russiagate Trump sfida l’Fbi e il mondo

Un po’ in sordina, Donald Trump procede alla revisione della strategia nucleare Usa, che prevede un’espansione degli arsenali, con un’inversione a U rispetto alla dottrina Obama, e assottiglia credibilità e sicurezza della dissuasione atomica. Il presidente che tiene la sordina sulla Nuclear Posture Review, continua a battere la grancassa dello scontro con l’Fbi, che gli replica senza paura.

L’America ha altro in testa: occhi e cuori puntati sul SuperBowl, la finalissima del campionato di football, il più grande spettacolo sportivo-televisivo della stagione Usa: questa notte, i favoriti New England Patriots di Boston si giocheranno il titolo contro le ‘aquile’ di Filadelfia. Davanti al televisore, come almeno 50 milioni di connazionali, Trump, gran tifoso del suo amico Tom Brady, inossidabile quarterback della squadra di Boston.

Nella stagione degli atleti in ginocchio durante l’inno, in segno di protesta e di dissenso con Trump, anche il SuperBowl potrebbe diventare un evento politico. Il presidente non pare, però, curarsene, impegnato com’è, per il momento, a provare a smontare l’inchiesta sul Russiagate, cioè l’intreccio di contatti in campagna elettorale tra il suo staff ed emissari del Cremlino. In un tweet, il presidente si assolve e accusa gli agenti federali: il memo della Commissione Intelligence della Camera “mi scagiona totalmente” e dimostra che “la caccia alle streghe” contro di lui “continua”. Nonostante tutte le prove finora emerse, e le ammissioni fatte da suoi ex collaboratori, Trump ribadisce che “non ci sono state né collusione né ostruzione … Questa è una disgrazia americana!”.

Toni da bullo, come gli aveva rimproverato, commentando il discorso sullo stato dell’Unione, Joseph Kennedy III, deputato del Massachusetts, cui i democratici avevano affidato la propria replica. Il direttore dell’Fbi Chris Wray, scelto da Trump dopo essersi disfatto di James Comey, scrive ai 35mila dipendenti: “Parlare è facile; il lavoro che fate è ciò che resterà … Negli ultimi 9 mesi ne avete viste di tutti i colori e so che è spesso inquietante… E gli ultimi giorni non sono stati meglio … Voglio essere chiaro: sono impegnato nella nostra missione, sono con voi”. Tra il presidente e i suoi agenti, Wray sceglie di stare con i suoi uomini. E il procuratore che guida l’inchiesta sul Russiagate, Robert Mueller, non fa marce indietro.

Ne fa una, invece, clamorosa e pericolosa il Pentagono, pubblicando una Nuclear Posture Review rivista e vistata da Trump, che aveva chiesto di verificare la strategia atomica definita nel 2010 fin dall’insediamento alla Casa Bianca. Ufficialmente, la revisione conferma la scelta della deterrenza e l’impegno alla non proliferazione; ma il segretario alla Difesa James Mattis insiste sulla necessità “di guardare un faccia la realtà”.

Il nuovo piano prevede la realizzazione di due ordigni a basso potenziale, da utilizzare anche di fronte a un possibile massiccio cyber-attacco che mandi in tilt la rete elettrica, quella delle telecomunicazioni o la rete internet.

La ‘dottrina Trump’ si abbevera nelle paure degli americani e, nel contempo, le alimenta: vede Cina e Russia, per non parlare di Corea del Nord e Iran, come antagonisti, riesuma missili a medio raggio banditi, prelude a una nuova stagione di ansie atomiche. Il Cremlino la bolla come “anti-russa”. Il Vaticano, che predica il disarmo nucleare”, la considera “un passo indietro nella storia”. Il professor Stefano Silvestri, analista di sicurezza dello Iai, vede assottigliarsi la credibilità della dissuasione, perché “la produzione d’armi convenzionali sempre più efficaci, lo sviluppo d’ogive atomiche ‘specialistiche’ e la riduzione dei tempi di reazione a pochi minuti abbassano la soglia nucleare e possono indurre a varcarla più facilmente”.

 

Medici e infermieri, in 8 anni bruciati 45 mila posti di lavoro

Medici, infermieri, ostetriche e radiologi: in otto anni, dal 2009 al 2016, i piani di rientro e il blocco del turnover hanno ridotto di 45mila unità il personale della sanità pubblica. È quanto si legge nel il Conto economico del personale della Pa 2016, pubblicato dalla Ragioneria generale dello Stato. “Un sistema disegnato per strangolare la sanità pubblica – commenta Costantino Troise, segretario del sindacato dei medici Anaao-Assomed – Senza personale aumentano le liste d’attesa e i disagi per i cittadini che non possono fare altro che rivolgersi al privato”. La Sanità è il secondo comparto della Pa per riduzione del personale: quasi 5mila in meno nel 2016 (4.808 unità) rispetto al 2015. Ed è un perdita, si legge, pari a “poco meno della metà di quella registrata nell’anno precedente, la più consistente (10.325 unità)”. Ma se si guarda al “confronto con il 2009, anno con la massima occupazione nella sanità pubblica, a fine 2016 risultavano impiegate 45.053 unità in meno”. In questi 8 anni i dipendenti della sanità sono passati da 693.716 unità a 648.663, il picco più basso nell’ultimo decennio. In particolare, dal 2009 al 2016, si contano 7.700 medici in meno e ben 12mila infermieri.