Il grande fratello marketing: lo spot ti guarda (e ti scheda)

Colonnine pubblicitarie con videocamera, registrazioni obbligatorie sui siti, automobili connesse a sensori sparsi in tutta Europa: siamo monitorati a ogni passo, profilati e, spesso, venduti al mercato delle pubblicità e alla fiera dell’efficienza tecnologica. Mercato che continua a crescere: solo in Europa, si prevede un valore di oltre 100 miliardi di euro nel 2020.

Lo spot guardone.A Milano, fermarsi di fronte a una delle colonnine (totem) che trasmettono messaggi pubblicitari in stazione significa cedere alla telecamera installata su di esso i seguenti dati: data e ora in cui lo abbiamo osservato, durata, sesso, fascia d’età, distanza e stima dell’espressione facciale, da felice a triste. Una scansione che il garante della Privacy ha ritenuto ammissibile a patto che i viaggiatori siano informati.

Scansione.In questi sistemi (più di 500 installati dalla Dialogica Srl, con raccolta e analisi informazioni tramite la Quividi s.a.s ma al servizio di Grandi Stazioni, unico titolare dei diritti sugli spazi pubblicitari) la memorizzazione è cifrata e resta sul dispositivo per qualche decimo di secondo. “La presenza di un volto verrebbe rilevata attraverso algoritmi di face detection e non di face recognition – si legge sull’istruttoria – che consentirebbero quindi di rilevare (genericamente) la presenza di un volto umano senza però identificarlo attraverso caratteristiche biometriche specifiche”.

Trattamento.Il trattamento di dati personali, però, c’è, anche se con finalità statistiche. Un anno fa il garante italiano, Antonello Soro, aveva messo in guardia sull’uso dei big data a fini scientifici e statistici: “Ci deve preoccupare anche il potenziale discriminatorio che dal loro utilizzo, anche rispetto a dati non identificativi o aggregati, può nascere per effetto di profilazioni sempre più puntuali ed analitiche: un gioco che finisce per annullare l’unicità della persona e il suo valore”.

Siamo schedati. La profilazione riceve input da ogni parte. “L’acquisizione dell’informazione richiede l’abilità di catturare i dati, computarli, ovvero effettuare elaborazioni, e comunicare i risultati – si legge in uno studio ITMedia Consulting/Bocconi – Il costo dell’informazione può essere attribuito al costo di queste 3 C”. Che è minimo. “Grazie allo sviluppo di internet, il costo della trasmissione dei dati si è ridotto drasticamente – si legge ancora – La raccolta dei dati, che fino a poco tempo fa sembrava essere l’ultima barriera da superare, oggi viene eliminata grazie alla digitalizzazione di ogni oggetto”.

Oggetti spia.Nell’ultima rilevazione dei Garanti della privacy Ue (Global Privacy Enforcement Network), su oltre 300 dispositivi connessi a Internet, dagli orologi ai contatori, fino ai termostati di ultima generazione, più del 60% non è risultato in regola. Il 59% non offre informazioni adeguate sulla raccolta, l’uso e la comunicazione a terzi dei dati. Il 68% sulla conservazione, il 72% non spiega come cancellarli, il 38% non fornisce assistenza.

Online.Sempre Italia: per mesi il sito di una famosa azienda di divani ha registrato gli indirizzi degli utenti, costringendoli a registrarsi e a cedere i dati per poter navigare. Impossibile fare nulla senza accettare i termini e le condizioni. Altrimenti, si legge nell’istruttoria del Garante “il cliente non avrebbe potuto registrarsi e quindi fruire delle funzionalità compreso l’acquisto di prodotti”. Uno studio di Princeton, a inizio gennaio ha mostrato la lista di 1.110 siti che “abusano di una tecnica per estrarre indirizzi email” degli utenti allo scopo di costruire profili di tracciamento del loro comportamento online e cucirgli addosso le pubblicità.

Il data market. Secondo uno studio del 2017 della Commissione Europea (European Data Market study) nel 2016 oltre 6 milioni di persone in Europa lavoravano per l’industria dei dati, una galassia di 255mila imprese che ha realizzato ricavi complessivi per 62 miliardi di euro. Cifra destinata a salire a 359mila entro il 2020. È il “data market”: in Europa nel 2016 valeva 59,5 miliardi di euro. Lo scenario di crescita ottimistico ne prevede 106,8 nel 2020.

Commissione.Ma è proprio su un progetto della Commissione Europea che ad ottobre i garanti Ue hanno espresso perplessità: un sistema di trasporto (C-ITS), in base al quale dal 2019 le autovetture in circolazione in Europa potranno “comunicare” tra loro e con altre infrastrutture (segnaletica, stazioni di trasmissione – ricezione) scambiandosi informazioni utili alla circolazione. “I Garanti europei – si legge in una nota – pur riconoscendo la validità del progetto sottolineano come la diffusione di questa nuova tecnologia, che comporterà la raccolta e l’elaborazione di quantità senza precedenti di dati (stile di guida, velocità, geolocalizzazione), ponga nuove sfide ai diritti fondamentali e alla riservatezza”.

Il Pil sta risalendo ma gli italiani sono ancora poco ottimisti

Il Pil risale, ma non la qualità dello sviluppo del Paese che si ferma agli stessi livelli del 2016. Perché resta “una grande area” di povertà e di vulnerabilità, crescono le diseguaglianze e la forbice sociale si allarga. E, insieme, cala la fiducia economica. È la fotografia scattata dal Rapporto 2017 sulla qualità dello sviluppo in Italia elaborato dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil e dall’Istituto Tecnè, da cui emerge anche un diffuso pessimismo.

È “evidente” che “la qualità della ripresa non è all’altezza delle necessità; troppo forte il suo carattere congiunturale e non strutturale“, commenta il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso: “Colpisce – dice – la mancanza di fiducia.” Gli italiani si dicono, infatti, ancora pessimisti sul futuro economico del Paese tra un anno: per il 32%, secondo l’indagine, sarà peggiore di oggi, per il 51% uguale e solo per il 17% migliore. Non va meglio la percezione sulla situazione economica della propria famiglia tra 12 mesi: il 75% pensa che sarà uguale a quella di oggi, mentre il 16% teme addirittura un peggioramento e solo il 9% vede un miglioramento.

Tutto a Torre del Greco

Deiulemar Nel 2012 il crac della compagnia Deiulemar lascia per strada 1.500 lavoratori e 13 mila risparmiatori. Piccoli investitori che hanno subito perdite per oltre 700 milioni, soldi investiti nelle obbligazioni vendute dalla compagnia. A fine 2017 la Corte d’Appello ha ridotto le pene per gli ex vertici della società (Michele Iuliano, l’armatore, morì per un attacco di cuore durante una perquisizione della Finanza). Non è stata, secondo i giudici, la crisi economica a mettere in ginocchio la Deiulemar, ma un grosso artificio che ha visto svuotare poco per volta il parco navi a favore di una girandola di società off shore a Malta, Madeira e in Lussemburgo.

Rizzo, Bottiglieri Poche settimane fa è affondata anche l’altra compagnia di Torre del Greco: la Rdb (Rizzo, Bottiglieri, De Carlini), fondata a metà del 1800. La società è andata in sofferenza a causa della crisi dei noli marittimi: la Rdb fatturava 446 milioni nel 2010, poi la rapida crisi, culminata con un fallimento da poco meno di un miliardo di euro. L’incredibile è che di fronte ad uno scenario del genere le banche hanno continuato a finanziare la società (per la Deiulemar stesso copione): i debiti bancari passano dal mezzo miliardo del 2010 a 875 milioni a fine 2015. E solo il Monte dei Paschi risulta esposta per ben 255 milioni.

Napoli, il mega buco degli armatori che ha affondato Mps

A Torre del Greco, cittadina marittima campana, non è bastata la tempesta Deiulemar, il crac con truffa da un miliardo della compagnia di navigazione, inabissatasi nel 2012. Pochi anni ed ecco il nuovo ciclone. Poche settimane fa è affondata per sempre, dichiarata fallita dal tribunale, l’altra grande compagnia di trasporto via mare della cittadina. Il crac anch’esso miliardario è quello della Rbd, la storica Rizzo, Bottiglieri, De Carlini, compagnia storica fondata a metà dell’800 e naufragata nel giro di pochi anni. Due crac, uno quello della Deiulemar con una pesante coda penale che si trascina da allora. L’altra quella di questi giorni per ora senza strascichi giudiziari. Si vedrà. Sta di fatto che subire due fallimenti del business tipico della città vuol dire mettere in ginocchio l’intera area.

Nel crac Deiulemar, oltre all’impatto sui lavoratori del luogo si contano ben 13mila risparmiatori che hanno subito perdite per oltre 700 milioni investiti nelle obbligazioni vendute dalla compagnia.

L’iter processuale Deiulemar ha visto per ora una condanna di primo grado e una sentenza di appello che ha dimezzato le pene per sette imputati delle famiglie proprietarie. Il crac infatti ha un retroscena di truffa.

Non è stata la crisi economica a mettere in ginocchio la Deiulemar, ma un gigantesco artificio che ha visto svuotare poco per volta il parco navi (gli asset preziosi della compagnia) a favore di una girandola di società off shore a Malta, Madeira e in Lussemburgo tramite conferimenti. Un depauperamento fraudolento del patrimonio della Deiulemar a favore dei proprietari. Nel caso di Rizzo Bottiglieri De Carlini la crisi dei noli marittimi sembra farla da padrona. Crollo delle tariffe di trasporto che è stata all’origine del crac, poi divenuto truffaldino della Deiulemar. Se crollano i prezzi dei noli, l’impatto sui ricavi è da subito evidente. La Rbd fatturava 446 milioni di euro nel 2010. Già l’anno successivo i ricavi precipitano a 287 milioni. Poi la discesa agli inferi: il fatturato precipita nel 2012 a 144 milioni fino a scendere a 115 milioni nel 2015, ultimo bilancio pubblicato. Con i ricavi in picchiata ecco apparire le perdite. Ottanta milioni già nel 2011, 120 milioni nel 2012 e poi la voragine con un buco di bilancio nel biennio 2014-2015 di ben 620 milioni. Naufragata. Basti pensare che il patrimonio finirà in rosso dopo il calvario delle perdite per oltre mezzo miliardo. Insanabile.

Ma cosa accade nel lungo inabissarsi della compagnia? Le banche fanno il contrario di quel che dovrebbero fare: anziché chiedere i rientri dei prestiti alle prime avvisaglie della crisi, foraggiano a piene mani gli armatori. I debiti bancari passano da mezzo miliardo del 2010, una cifra già imponente, a ben 875 milioni a fine 2015 un anno e mezzo prima del fallimento. Strano modo di concepire il rapporto con un’impresa in evidente crisi. Più i ricavi scendono e le perdite si cumulano più le banche si espongono sulla compagnia arrivando a quasi raddoppiare i fidi. Anche lo studente della Bocconi sa che se i flussi di cassa si esauriscono il debito diventa insostenibile e non rimborsabile. A Torre del Greco evidentemente quella regola di buon senso non era di casa. Un circolo vizioso che oggi pagano le banche che vedono finire a sofferenze irrecuperabili quasi 900 milioni di euro. E a sorpresa ecco che spunta il Monte dei Paschi di Siena. La Rbd armatori è il secondo insolvente per dimensioni della banca toscana, subito dopo la ex Sorgenia dei De Benedetti. Solo Mps era esposta su Rbd per 255 milioni su 875 milioni di totale crediti. Una concentrazione di rischio inaudita per la banca toscana che non solo ha puntato grosso su Rbd, ma ha finanziato allegramente anche la Deiulemar dove Mps ha di fatto già perso, dopo il crac del 2012, 73 milioni.

Vien da chiedersi perché la banca di Siena fosse così presente nel Golfo di Napoli a finanziare un business rischioso come quello delle compagnie marittime. Difficile rispondere con razionalità. Fonti raccolte dal Fatto riferiscono che su indicazione dell’allora presidente Giuseppe Mussari e del dg Antonio Vigni alcuni banchieri di Mps Capital Services erano stati mandati a Napoli a seguire le relazioni con i grandi armatori, con l’idea di conquistare il settore. Contattato dal Fatto, Antonio Vigni dice di “non ricordare, è passato molto tempo”. Memoria corta del banchiere. Ora che la banca è pubblica tra Deiulemar e Rbd il conto per il contribuente supera i 300 milioni di crediti non più rimborsabili.

La crisi dei noli è un fatto indubitabile, ma il rischio preso dal sistema bancario è stato scellerato. Rbd ha tentato fino all’ultimo di resistere, provando la strada del concordato che di fatto congela i creditori. Ma qualche creditore non ci è cascato e ha chiesto il fallimento concesso dal Tribunale. Ora il buco da quasi 900 milioni è conclamato. Chissà se i soldi si saranno evaporati solo per colpa della crisi? La Rbd aveva anche lei la sua bella holding di controllo in Lussemburgo, tale Luxdynamic sa, la solita scatola che consente di non veder tassati gli eventuali dividendi. Ma qui gli utili erano spariti da un pezzo e forse i curatori fallimentari un’occhiata in Lussemburgo finiranno per darla. Chissà che il copione Deiulemar non abbia fatto scuola.

L’ambiguità delle molecole

La chimica ultimamente è associata alla cattiveria. I cattivi veri, quelli non solo spaventosi ma anche subdoli, sono spesso dei chimici, sia quelli delle fiction (come Walter White, il narcoprofessore di Breaking Bad) sia quelli della realtà (da Alì il chimico alle multinazionali del farmaco).

‘Chimico’ viene spesso letto come ‘artificiale’, e quindi come ‘dannoso’, in un errore cognitivo carpiato tipico di chi ragiona a senso unico, in modo intuitivo. In realtà, non è esattamente così. ‘Naturale’ non significa necessariamente ‘innocuo’ (la cicuta e alcuni funghi sono ottimi esempi), e allo stesso modo ‘artificiale’ non significa per forza velenoso, tossico o cancerogeno. Una bella pagnotta è il risultato di una serie di processi chimici artificiali, sconosciuti prima dell’uomo, ma ben poche persone sono morte per aver ingerito del pane.

Ma il discorso è un po’ più ampio. Perché già la prima associazione, chimico-artificiale, è assurda. Secondo questa idea, sarebbe artificiale la luce delle lucciole (che viene da un fenomeno chimico, la fotoisomerizzazione) e la tela dei ragni (anch’essa un processo chimico, una delle polimerizzazioni più spettacolari del creato). La chimica non è altro che la scienza di come il mondo si trasforma nel tempo, studiata con un linguaggio – quello degli atomi e delle molecole – fatto di lettere e parole che non sono visibili ai nostri sensi. E imparare a gestire ciò che va al di là dei sensi non è facile.

Per fare questo, il chimico impara a leggere la natura usando un linguaggio fatto di lettere particolari – gli atomi – che possono combinarsi tra loro in parole e frasi ramificate – le molecole. Non di rado queste molecole hanno un significato ambiguo: esattamente come le frasi del linguaggio comune, il loro effetto dipende dal contesto. Sostenere che l’omosessualità è una malattia ha un effetto e un significato molto diverso se la stessa frase viene detta da Checco Zalone o da un alto prelato della Cei. Allo stesso modo, il glucosio può essere usato come carburante, reagendo con l’ossigeno per dare energia, ma anche come mattoncino da costruzione: la cellulosa, il materiale costitutivo di cui sono fatte le piante, non è altro se non un polimero del glucosio – tante piccole molecole di zucchero che si tengono per mano, e grazie a questa robusta collaborazione diventano un solido affidabile e tenace.

Ho usato, nella frase precedente, un termine che le persone digiune di scienza spesso adorano usare a casaccio: energia. Etimologicamente, significa ‘la capacità di fare lavoro’, ma in chimica lo usa in un altro senso. L’energia ciò che si conserva: l’unica caratteristica di un sistema isolato dal resto del mondo che non può cambiare. Siccome però i sistemi isolati esistono solo nella testa dei chimici e dei fisici, è necessario misurare anche quanto il sistema si trasforma, e dove va a finire questa trasformazione. I chimici esprimono questo concetto con il termine ‘entropia’ – ciò che si trasforma (e non significa semplicemente ‘disordine’). Ecco, grazie a questi due termini misteriosi, energia ed entropia, più una terza quantità un po’ meno sconosciuta, la temperatura, chi sa la chimica è in grado di prevedere cosa farà qualsiasi sistema – a patto che li sappia misurare o calcolare, cosa non sempre possibile.

Anzi, ad essere onesti, quasi mai.

Un altro concetto chiave che grazie alla chimica si impara a capire e ad usare correttamente è la quantità. Che è un concetto bastardo, perché in natura quasi sempre le relazioni tra quantità non sono lineari. Cosa significa ‘non lineare’? Banalmente, che l’effetto che ottieni aggiungendo o sottraendo una data quantità dipende da dove sei. Meglio dieci metri sopra o dieci metri sotto, per sopravvivere? Dipende. Se sei sott’acqua, dieci metri sopra è una buona scelta; se ti stai tuffando da un palazzo, parliamone. Lo stesso capita con le interazioni tra molecole. L’acqua fa bene o fa male? Dipende. Tutti i medici raccomandano di bere un litro o due di acqua al giorno, ma questo non significa che bere dieci litri di acqua al giorno faccia dieci volte meglio che berne uno, anzi. Se facessimo una cosa così stupida (oltre che impegnativa) andremmo in iponatremia, cioè carenza di sodio nel sangue, e ne conseguirebbe una encefalite fatale. Sì, si può morire anche bevendo troppa acqua.

Per fortuna non tutte le reazioni o le conseguenze a livello chimico sono fatali o dannose; ma il mondo in cui viviamo è talmente complesso che è difficile distinguere correttamente tra causa ed effetto, tra cambiamento e conseguenza.

L’essere umano impara grazie a un continuo processo di prova ed errore, di esecuzione e feedback; è grazie al riscontro, all’effetto che una nostra azione ha sull’ambiente che ci circonda, che capiamo come funziona il mondo. Ecco, il riscontro che vi danno i fenomeni chimici è spesso difficile da ignorare. Processi belli e spettacolari, a volte, come l’acqua che cristallizza in ghiaccio, una soluzione che da trasparente diventa d’improvviso viola, o le molecole di butadiene (un gas) che si coalizzano in una gomma. Processi schifosi o pericolosi, altre volte; l’odore degli acidi organici, o il terrificante tanfo dei seleniuri, o l’esplosiva isteria della nitroglicerina. Un riscontro vistoso, immediato, e riproducibile, esattamente come le inesorabili sederate che da bambini ci avvertono che non sappiamo ancora camminare; un feedback talmente chiaro e doloroso che bene o male tutti noi impariamo a gestire il nostro corpo, chi più chi meno, e a collegare l’invisibile mondo dell’equilibrio con il visibile e tangibile fatto che riusciamo a camminare. Ecco, lo studio della chimica non vi trasformerà necessariamente in dei serial killer avvelenatori di pozzi. Piuttosto, vi permetterà di collegare un altro mondo invisibile, quello delle molecole, con il palese e inevitabile mondo in cui viviamo. Chiamatelo ambiente, chiamatelo universo, chiamatelo come volete; ma se volete veramente ragionarci sopra, e conoscere o inferire le conseguenze delle azioni chimiche vostre o altrui, non potete ragionarci sopra se non conoscete la chimica. Sarebbe come cercare di correre senza saper camminare – non solo sbagliato, ma anche pericoloso.

L’Italia impoverita che adora Amazon e il suo braccialetto

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ci ricorda che due terzi dei bambini che hanno iniziato le elementari nel 2016 farà un lavoro che oggi non conosciamo. E ci raccomanda di attrezzarli per questo viaggio verso l’ignoto con massicce competenze digitali. L’economista Mariana Mazzucato, che non insegna greco antico ma economia dell’innovazione a Londra, replica che sarebbe più saggio indurli a studiare filosofia e storia dell’arte. Nel frattempo il presidente della Confindustria di Cuneo Mauro Gola scrive una lettera ai genitori di ragazze e ragazzi di terza media, intimando che dalla scelta della scuola superiore “dipenderà gran parte del loro futuro lavorativo”. Gola ha le idee chiare e consiglia ai quattordicenni di “capire quali sono le figure che le nostre aziende hanno intenzione di assumere nei prossimi anni e intraprendere un percorso di studi che sbocchi in quel tipo di professionalità”: operai specializzati, tecnici specializzati nei servizi alle aziende e addetti agli impianti e ai macchinari. Una visione del mondo che lo stesso Calenda ha definito “una fesseria”.

Parliamo di donne e uomini che, se non saranno morti di fame prima maledicendo genitori e nonni, andranno in pensione, se ci andranno, verso il 2075. La campagna elettorale più assurda di sempre contribuisce a rendere priva di senso la discussione pubblica sul futuro dei nostri figli. Ma non è solo colpa dei politici. Forse nel 2075 i nostri figli sfortunati ricorderanno come prodromo della loro imminente rovina il dibattito sul braccialetto di Amazon, in cui oggi si esprime una cultura da morti di fame, quali gli italiani stanno diventando in quote crescenti.

Il colosso del commercio online ha brevettato un braccialetto elettronico per i suoi magazzinieri, in grado di aiutarli a prendere dagli scaffali, senza sbagliare, l’oggetto da spedire. Qualcuno avanza il sospetto che questa tecnologia possa essere usata per controllare il lavoratore. Il premier Paolo Gentiloni manifesta preoccupazione. Calenda avverte: “L’interazione tra sistemi e uomo non deve umiliare la dignità del lavoratore”. Entrambi vengono investiti dalle contumelie dei liberisti alla vaccinara, che trattano er camomilla e l’ex braccio destro di Montezemolo come ottusi sindacalisti luddisti. “È solo un brevetto, il braccialetto non è ancora costruito”, eccepiscono quelli che però dicono di guardare al futuro. “Dove sta scritto che il braccialetto serve a controllare?”, incalzano opinionisti che parlano come lobbisti. Calenda si spinge più in là: “Se accettiamo l’idea che è la tecnologia a definire cosa è giusto e cosa non lo è, distruggiamo cinque secoli di cultura umanistica con annessi valori”. Ed è qui che l’amara sorte della Penisola meriterebbe qualche lacrima. C’è un sacco di gente, di vario livello economico e culturale, che inorridisce di fronte all’esigenza di bilanciare la produttività con la dignità dei lavoratori. Lo trovano un tema oscurantista, passatista, disfattista e anche un po’ panciafichista. Se una tecnologia aumenta la produttività, discuterla è da traditori della patria. Nella loro visione del mondo la dignità è un lusso da ricchi anziché il vero motore del progresso. Adesso maiora premunt, ci stiamo impoverendo e dobbiamo riempirci la pancia al più presto e a qualunque costo. Quindi produttività whatever it takes, soprattutto se il prezzo da pagare è la dignità di un altro. La tragedia italiana è tutta qui: oltre che più poveri stiamo diventando sempre più ignoranti. E ci siamo dimenticati di aver insegnato al mondo che la strada più breve per avere figli più ricchi (e felici) è dargli dignità facendoli studiare. E non fargli fare i magazzinieri da Amazon.

 

Gesù guarisce gli uomini da ansie e conflitti per servire il prossimo

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: “Tutti ti cercano!”. Egli disse loro: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”. E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

(Marco 1,29-39)

Il racconto di Marco descrive la giornata tipica di Gesù a Cafarnao. Egli esce dalla sinagoga, dove ha proclamato la Parola di Dio e va nella casa di Simone (Pietro) e Andrea accompagnato anche da Giovanni e Giacomo. Inizia attorno ad una persona malata la sua attività: “La suocera di Pietro era a letto con la febbre”. Le si avvicina, la prende per mano e la solleva guarendola; così la restituisce pienamente alla vita normale. La suocera, liberata da ciò che la rendeva incapace di muoversi, riprende a occuparsi degli altri. Felice per la guarigione si prende cura del benessere altrui. È il racconto, questo, di un segno sì straordinario ma così dimesso da non comportare neppure una parola da parte di Gesù. Forse, senza forzature, ci permette di pensare a come superare le nostre ansie, a guarire i conflitti delle nostre febbri, a risanare le debolezze delle nostre astenìe. La narrazione termina con la menzione: “ella li serviva”, nella forma greca dell’azione continuata che esprime la sequela e l’attitudine del discepolo cristiano. Tra la porta, la casa, la strada e la piazza in Cafarnao, Gesù dà inizio a giorni nuovi, la vita viene guarita e messa in una prospettiva di vittoria sul male. Il servizio della risanata non è reso solo a chi l’ha guarita; l’opera risanatrice di Gesù è per il servizio al prossimo. La dottrina con autorità di Gesù penetra ovunque e con la sua forza provoca la fuga dei demòni, aiuta i malati a rialzarsi, illumina e rinnova le coscienze.

“Quando ancora era buio …. si ritirò in un luogo deserto e là pregava”. Un giorno intero e la sera completamente dedicati a servizio dell’uomo, ma una notte fino all’alba per incontrare Dio, per pregare. L’urgenza di annunciare la novità della sua missione e la forza della buona notizia spinge Gesù a ricercare i suoi spazi temporali da trascorrere solo con Dio, a mettere la Sua anima nella volontà del Padre: “perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”.

Nell’incontro con Cristo si viene guariti da se stessi e messi in condizione di servire gli altri in una testimonianza che non esclude il martirio. Ecco l’esperienza di Francesco d’Assisi, Madre Teresa di Calcutta, Don Bosco, Giovanni Paolo II e l’infinita teoria di uomini e donne che consumarono la loro esistenza nel servire l’umanità. Forse è sfuggito a tanti che qualche giorno fa, Papa Francesco ha riconosciuto il martirio dei sette monaci trappisti di Tibhirine in Algeria, trucidati la notte tra il 26 e 27 marzo 1996, dei quali furono fatte trovare le teste ma non i corpi. Pur nell’angoscia più profonda per l’imminenza della fine e nella fragilità della loro paura credente, il priore fra Christian de Chergé a nome dei confratelli cristiani chiama l’uccisore: “amico dell’ultimo istante”. Ecco la preghiera che aiuta a varcare la soglia del Mistero, che dà la forza dell’amore per donare anche la propria vita. Per P. Carlo Maria Martini, mio Cardinale Arcivescovo: “La preghiera è dono di Dio, è dare spazio allo spirito Santo che prega in noi, ma il primo passo sta nel riconoscere che da soli non possiamo varcare la soglia”.

*Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche

Il ritorno della razza bianca

Finalmente due razzismi, che forse erano già stati catalogati come patologie diverse, il diritto superiore dell’uomo cristiano, e il diritto coloniale dell’uomo bianco, (entrambi dotati del potere di sfoltire le fila dei miscredenti) si incontrano, si riconoscono e si uniscono. La Polonia – il Paese d’Europa che più si è battuto contro l’accoglienza di un solo migrante – è in questi giorni la scena di un tragico spettacolo. Milioni di cittadini, che pure risultano mentalmente sani, difendono con il rosario tutte le frontiere di quel triste Paese. Invocano il dio dei bianchi contro l’invasione, nera e maomettana che stava arrivando (lo giurano).

Adesso hanno deciso, guidati dalle stesse persone, dalla stessa politica, dalla stessa ossessione malata però trionfante, che sono stufi di essere accusati di sterminio di tre milioni di ebrei polacchi. Li accusano tutti i documenti disponibili al mondo, insieme con la testimonianza dei sopravvissuti e di coloro che discendono dai sopravvissuti e dalle vittime. D’ora in poi in Polonia, Paese dell’Unione Europea, saranno condannati a tre anni di reclusione coloro che rifiuteranno di perdere la memoria. E diventa illegale ciò che tutti ricordano: la resistenza eroica e senza scampo dei giovani ebrei del Ghetto di Varsavia. La documentazione che, in ogni sinagoga polacca, possono mostrarti. I film di ciò che in un giorno qualsiasi, dal 1939 al 1945, cristiani polacchi e tedeschi nazisti potevano fare (spesso uniti in gruppi e pattuglie miste) ad ogni cittadino ebreo, dall’arresto al linciaggio. E potevi vedere, in immagini ancora chiarissime, la rapida ed efficiente costruzione di muri, con mattoni e cemento, all’inizio e alla fine delle strade abitate da ebrei, allo scopo di evitare la fuga delle persone e l’arrivo del pane. Anche i razzisti del vasto movimento anti immigrati (“l’invasione”) che si è radicato in Italia (con l’unica eccezione di alcuni vescovi, alcuni parroci e del Papa più insultato della Storia) sono pronti, alla prima svista elettorale, a imporci per legge di perdere la conoscenza dei fatti, la sequenza della persecuzione, non più i morti in mare e le mani che per un po’ escono dell’acqua. Sono pronti a imporci, per legge, di credere che se afferri la mano di uno che affoga e lo porti in salvo, hai collaborato all’invasione, al complotto, al misterioso cambio di popoli, all’irruzione dei neri nel sacro suolo della razza bianca. È la stessa razza bianca che ha sempre usato l’Africa prima come scenografia per le sue guerre, e poi come gigantesca miniera (scavata nei modi più pericolosi dai nativi, fino alla morte) per cose importanti che servono ai popoli civili, ovvero bianchi e cristiani, e non a loro. Non fatevi illusioni, come il pensare che noi, a differenza dei polacchi, siamo forse un po’ ostili ai neri sotto casa, ma non agli ebrei. Sulla questione chiedete a Liliana Segre, appena nominata senatrice a vita, se la Milano che è stata costretta da bambina ad attraversare in una lunga marcia, con migliaia di altri ebrei italiani, da San Vittore alla Stazione Centrale, destinazione Auschwitz, le ha lasciato un ricordo diverso da quello che, nelle stesse circostanze, le sarebbe rimasto impresso in Polonia. Del resto sono buoni testimoni di un’intensa circolazione antisemita italiana recenti eventi nel losco mondo ultrà del calcio italiano, dove la faccia di Anna Frank, riprodotta su appositi adesivi, è stata usata per fare quattro risate in qualche stadio, in attesa di qualche importante partita. Da tempo slogan e canti con la parola “ebreo” come insulto e “forno” come normale associazione alla parola ebreo, non interrompono più le partite.

Il fatto è che c’è un solo razzismo ed è lo stesso che travolge in questo periodo la Polonia, quasi tutta l’Europa dell’Est, fino all’Ungheria, che è diventata un paese solidamente nazista con libere elezioni, ma anche un paese leader contro gli immigrati, attraverso la trovata del filo spinato a rasoio. Non stiamo narrando, però, storie paurose e locali. Anche l’Estonia, anche l’Ucraina sono, senza remore e senza vergogna. (nonostante le prove del loro passato) sulla stessa strada. Con un colpo di mano clamoroso e audace è stata rovesciata la memoria documentata della storia, persino mentre alcuni testimoni sono ancora vivi. Il negazionismo poteva essere punito con la prigione, come è accaduto al falso storico Irving in Inghilterra. Ora la prigione punisce chi parla di Shoah. La notizia è importante perché ci descrive la destra che di nuovo dobbiamo affrontare, come nel 1939. Non c’è niente in essa che riguardi l’economia o il mercato. C’è ideologia. Una ideologia, come allora, finta cristiana, vera pagana, immensamente pericolosa perché offre protezione per la paura che ha inventato. E lavora con bravura a scardinare i legami di fiducia con lo Stato, dalle vaccinazioni che infettano i bambini, alle invasioni favorite dai volontari del salvataggio che scaricano neri non cristiani per infettare la razza, e spingere a uno spregevole meticciato.

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La storia è cattiva maestra perciò chiediamo l’uomo forte

Considerando lo scenario politico del nostro Paese, affollato di troppi e chiassosi figuranti e di incompetenti conclamati, non sorprende, come un sondaggio Demos ci informa, che nel 2017 l’80 per cento degli elettori invocava l’uomo forte al comando. Ciò rafforza una mia opinione. La storia è maestra di vita, ma i miei connazionali sono cattivi allievi, perché non hanno interiorizzato un insegnamento della storia d’Italia: gli uomini forti, saliti al potere perché capaci di esorcizzare le paure degli italiani, si sono rivelati uomini fragili, di cartone. Per questo ho sempre più nostalgia della lezione di uomini magari malinconici e dallo sguardo mesto come Parri e Berlinguer. Uomini privi dell’oratoria del tribuno, a disagio sul podio delle piazze e sotto le luci della ribalta, ma intransigenti nel perseguire il bene della Nazione contro l’invadenza dei partiti e l’egoismo degli individui.

Lorenzo Catania

 

DIRITTO DI REPLICA

Nell’articolo “Ecco come i politici si vendono ai lobbisti”, pubblicato da Il Fatto il 2 febbraio, si afferma che, nell’organizzare un incontro con il nostro amministratore, avrei detto che “oggi un Partito te lo compri con quello che hai in tasca.” La frase che ho realmente detto è: “Con l’abolizione del finanziamento pubblico ai Partiti, se non ci fossero persone come quel sant’uomo del nostro amministratore, il senatore Alfredo Messina, che disgiunge rigorosamente ogni aspetto politico – a cominciare dalle candidature – da elargizioni al nostro Movimento, oggi un Partito te lo potresti comprare, su singole istanze, con pochi milioni o anche meno.”

Le mie parole sono dunque state volte in modo da suggerire l’atteggiamento opposto a quello che ho

tenuto. Sottolineo che al Senato non c’è alcun registro delle lobby e che le persone che mi si sono presentate hanno chiesto un incontro per parlare del problema dell’aumento della tassazione sul fumo elettronico, che ha causato grandi danni al settore e alla relativa occupazione, anche nella mia Regione (loro stessi hanno detto che oltre 2mila negozi stanno chiudendo) – questione della quale mi sono occupato anni fa.

Solo alla fine del colloquio, al momento del congedo, hanno chiesto informazioni sulla possibilità di dare un contributo a Forza Italia, ricevendo come risposta che la cosa non aveva nulla a che fare con il mio impegno su qualunque questione e che, a tale scopo, dovevano contattare l’amministratore. Il quale, a quel che leggo dal vostro articolo, non ha fatto altro che illustrare le norme in vigore.

Insomma, questi Signori hanno millantato di essere ciò che non sono e, ora, riportano in modo fuorviante le mie parole, non avendo trovato alcunché di meno che regolare e rispettoso della legge.

Conseguenza di simili comportamenti è che un parlamentare dovrà rendersi assai meno disponibile a incontrare chi vuole manifestargli un problema reale – mentre io cerco di essere disponibile con chiunque, specialmente con coloro che pongono questioni di interesse collettivo. Usare migliaia di posti di lavoro in pericolo, per tentare di mettere in bocca a persone perbene ciò che non hanno detto, non mi sembra il massimo della moralità.

Lucio Malan

 

Il senatore Malan non ricorda esattamente le frasi che ha pronunciato due settimane fa nel nostro incontro, che riportiamo letteralmente. Riguardo alla possibilità di “comprarsi un partito” ha detto: “Grazie al fatto che è stata fatta la ‘battaglia di civiltà epocale’ di abolire il finanziamento pubblico ai partiti, un partito con quello che hai in tasca te lo compri, se hai una tasca un po’ grossa”. Quindi, altro che “pochi milioni”.

Riguardo al tesoriere Alfredo Messina, le parole di Malan sono state esattamente queste: “È solo grazie al fatto che ci sono delle persone per bene, perché ce ne sono, come per esempio il nostro amministratore (Alfredo Messina, ndr), che chiede soldi alla gente, però quando uno dice ‘a proposito vorrei candidarmi nel collegio’ allora devi cambiar stanza. Sono due cose separate. Tu mi vuoi dare 100mila euro, bravo, fai il bene della Patria. Vuoi candidarti? Allora devi andare da un’altra parte e possibilmente non passare prima da me”.

In realtà le cose non stanno così. Riguardo alle candidature quel “sant’uomo” del tesoriere, come lo definisce il senatore Malan, è l’ideatore del documento con cui per la prima volta in Italia viene consentito agli aspiranti parlamentari di far versare a un “terzo”, un finanziatore, i 30 mila euro di contributo per la candidatura in Forza Italia. Riguardo alle erogazioni liberali al partito, cioè l’oggetto dell’incontro avuto per gentile intercessione di Malan, lo stesso Messina si è prodigato di consigli su come donare senza rischi più dei 100 mila euro consentiti dalla legge, con anche la certezza per il finanziatore di rimanere del tutto anonimo. Questo, davvero, non ci sembra il “massimo della moralità.”

L. F. e T. M.

 

Nella mia responsabilità di Commissario Amministratore Nazionale del Movimento Politico Forza Italia mi occupo quotidianamente soprattutto dei problemi finanziari del partito. Svolgo questa attività con il massimo scrupolo, avendo cura di osservare leggi e regolamenti che disciplinano una materia molto delicata. Prudentemente curo la netta separazione tra le iniziative per il reperimento fondi e le attività legate a candidature o elezioni. Quando, in occasione di colloqui con soggetti terzi finanziatori, viene da questi fatto riferimento a candidature o a elezioni o all’interesse ad una propria candidatura, avverto immediatamente che il colloquio è terminato e che sono costretto a rinunciare, mio malgrado, al contributo. Ai suoi due giornalisti, nella loro veste di finanziatori del movimento, ho illustrato la procedura prevista, precisando anche come sia possibile che il sostenitore, ove lo desideri, mantenga l’anonimato. Tale possibilità tuttavia riguarda solo le evidenze nel nostro bilancio. È infatti comunque obbligatorio, ed è ciò che avviene, che il Movimento invii alla Presidenza della Camera dei Deputati ogni elemento utile all’individuazione delle persone fisiche o giuridiche che effettuano la contribuzione. Per le persone giuridiche è tassativo inviare la preventiva deliberazione dell’organo amministrativo della società e l’annotazione dell’iscrizione a bilancio della stessa.

Presso la Presidenza della Camera esiste apposito registro ove sono annotati i nomi delle persone eroganti e gli importi corrisposti. Le operazioni avvengono in totale, assoluta trasparenza e non è possibile attraverso l’anonimato che, come detto, di fatto non esiste, superare il limite di legge dei 100 mila euro annui per persona fisica o giuridica.

I due giornalisti, presentatisi sotto mentite spoglie avrebbero dovuto essere più attenti alle spiegazioni ricevute.

Alfredo Messina

 

Il tema delle candidature che qui solleva non è stato oggetto del nostro incontro, che era dedicato all’intenzione di finanziare Forza Italia. Al senatore Messina ricordiamo che, anche recandosi alla Camera, non è possibile conoscere i nomi dei finanziatori che non abbiano rilasciato il consenso: “Per la legge sulla privacy”, ci ha spiegato lui stesso, prima di suggerire come sia possibile – nel rispetto delle norme – suddividere finanziamenti superiori al tetto di 100mila euro tra “padre, moglie, figli”.

L.F. E T. M.

Macerata, i fattacci della vita che irrompono nelle urne

“La ragazza uccisa e fatta a pezzi da un nigeriano è un omicidio di Stato”

“Salvini è tra i responsabili di questa spirale di odio e violenza che dobbiamo fermare al più presto”.

 

La condanna del tentativo di strage fascista a Macerata deve essere naturalmente senza se e senza ma. E non saremo i soli a dire: ecco la conseguenza del clima infame che si è instaurato nel Paese a opera di chi da anni getta benzina sul fuoco del razzismo, dell’intolleranza e dell’odio pur di guadagnare voti. E se a Matteo Salvini e sodali fischiano le orecchie, ebbene sì è anche a loro che stiamo pensando. Ben sapendo che, mentre scriviamo, è già in azione la contraerea di chi capovolge i termini della questione e parla dell’atto di un esaltato ma anche di reazione esasperata dopo il massacro della povera Pamela Mastropietro. Che vede accusato un nigeriano senza permesso di soggiorno e dedito come tanti altri clandestini allo spaccio della droga. Dopodiché, oltre che nell’esprimere giudizi il nostro mestiere consiste principalmente nell’analisi di ciò che accade e nella ricerca delle possibili spiegazioni e delle prevedibili conseguenze. Le più immediate, a un mese esatto dal 4 marzo riguardano, logicamente, gli effetti che i tragici accadimenti di questi giorni e di queste ore rischiano di avere sul voto degli italiani. Che si tratti di fenomeni interdipendenti lo troviamo scritto con evidenza nella cronaca nera e nella cronaca politica contemporanea. Molti ricorderanno, per esempio, il caso di Giovanna Reggiani, la giovane donna uccisa dopo essere stata violentata e massacrata a Roma, nei pressi della stazione ferroviaria di Tor di Quinto. Autore dell’assassinio un muratore rumeno alloggiato nel vicino campo rom, poi condannato all’ergastolo. Era il 30 ottobre del 2007 e la città sprofondò in uno choc collettivo di insicurezza e paura. Cinicamente alimentato dalla destra che infatti pochi mesi dopo, nell’aprile 2008, riuscì a portare trionfalmente Gianni Alemanno in Campidoglio sovvertendo i pronostici favorevoli al candidato del centrosinistra Francesco Rutelli. Paura e insicurezza, tuttavia, che non si è certo inventate Salvini quando ha raccattato una Lega ai minimi termini quadruplicandone rapidamente i voti. Così come va riconosciuto che è stata la costante – e spesso insensata – sottovalutazione del problema sicurezza da parte della sinistra a portare acqua al mulino della destra leghista e di quella fascista risorgente (CasaPound, Forza Nuova). Meravigliarsi che nella pancia del Paese tanti e tali veleni provochino rabbia, violenza razzista e rigetto del problema immigrazione, è da ipocriti. Mentre cavalcare la canea, è da criminali. A questo punto, ricorrendo a una contabilità orrenda ma che è nelle cose, non possiamo sapere se il ragazzo italiano che spara sulle persone di colore farà perdere alla destra securitaria i voti, e quanti, che la ragazza italiana tagliata a pezzi probabilmente le aveva fatto guadagnare (anche se un’idea purtroppo ce la siamo fatta). Lo capiremo (forse) tra un mese. Di sicuro nelle scelte degli elettori contano enormemente di più i fatti della vita che ci minacciano (e qualche volta ci rassicurano) del carnevale di promesse inutili o impossibili che ci viene scaricato addosso dai partiti fuori dalla realtà.