l’Impossibile poesia nel teatro di Napoli

Napoli non è lirica, è teatrale, è poesia della vita, che è cosa diversa dalla poesia come riparazione della vita. A Napoli ha poco senso fare una lettura di versi perché non interessa a nessuno. Non interessa al popolo e non interessa alla borghesia. Invece qui borghesia e popolo sono accomunate dal teatro e dal canto. E non è un caso che in ogni quartiere borghesia e popolo siano adiacenti. È difficile capire perché Napoli non ama la poesia. Qualcuno potrà dire che molte canzoni napoletane sono poesie. Una vecchia questione. Io la risolverei così: molte canzoni sono poetiche, ma non sono poesie, nel senso che se le leggi su carta non puoi chiamarle poesie. Napoli non è lirica e lo si capisce anche dal rapporto con la morte: qui è meno rimossa che altrove, ma è come se fossimo sempre nel regno della recita: lucidare un teschio, adottarlo, più che sentirne in profondità l’orrore. Con questo non voglio dire che Napoli non è profonda, ma semplicemente che prevale la dimensione collettiva su quella individuale. Il napoletano non è mai solo, la città ti stringe, ti tocca, ti impedisce di coltivare quella concentrazione che fa da preludio all’esercizio della poesia. Per capirci: la Lucania è lirica e non è teatrale. E lo stesso si può dire dell’Irpinia. Ogni luogo ha la sua geologia emotiva. Si tratta di riconoscerla. Senza pretendere di essere una cosa e anche un’altra.

“Se candidate Alfieri togliete il nostro nome dai circoli Pd”

Per un Paolo Siani che in qualche modo lo difende (“parliamo delle sue idee”), c’è un Vassallo che dice chiaro e tondo che non bisognava candidarlo. Il signore delle fritture di pesce Franco Alfieri spacca il Pd sul tema della legalità e la voce “contro” è di quelle che fanno rumore. Si tratta di Antonio Vassallo, 34 anni, figlio di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso dalla camorra il 5 settembre 2010. Antonio ha scritto un lungo post sintetizzabile così: “A nome mio e della mia famiglia siamo sempre più indignati e ci dissociamo dalla decisione del Pd di candidare Franco Alfieri. Chiediamo al Pd anche di cambiare la denominazione dei circoli a lui dedicati, con l’augurio che la memoria non venga solo affissa ma praticata tutti i giorni, in maniera tale che possa non ridursi ad un’inutile nostalgia”. Vassallo junior non perdona al Pd – che 10 anni fa negò la candidatura al padre – di aver schiertato nel collegio di quel territorio il nemico politico per antonomasia di Vassallo senior, quell’Alfieri che fu assessore provinciale ai Lavori Pubblici e da Angelo Vassallo fu denunciato per lo scandalo delle strade provinciali pagate coi soldi pubblici e mai eseguite. Fu aperta un’inchiesta, il 21 luglio 2010 Vassallo fu sentito dai pm e in seguito la Procura di Salerno ha battuto anche questa pista tra i probabili moventi dell’omicidio, senza però trovare alcun riscontro.

Per un breve periodo Antonio ha provato a seguire le orme del padre, da assessore della giunta Pisani. Si dimise, lui esterno, per dissapori con gli assessori eletti.

Vespa e il vino: “Mai favori da Trenitalia”

In merito all’articolo uscito sul Fatto Quotidiano di due giorni fa, riguardante la vendita dei vini prodotti dall’azienda di Bruno Vespa a bordo delle Frecce Trenitalia, pubblichiamo la replica degli interessati.

Né la mia società, né io abbiamo avuto mai contatto con Trenitalia che ha appaltato la ristorazione sulle Frecce a una grande società esterna privata, Elior Spa. Elior non informa Trenitalia delle singole etichette messe in vendita. Due anni fa il presidente di Elior ebbe modo di assaggiare i nostri vini e già nel 2016 ordinò una partita di Bruno dei Vespa, il nostro vino di base, apprezzato anche dalla redazione del Fatto Quotidiano che mi mandò la foto di una degustazione interna al giornale.

Nel settembre scorso, il presidente di Elior ci scrisse che i consensi erano stati tali da suggerire la ripetizione dell’esperienza.

Parlare dunque di “Grandi favori” nei miei confronti da parte di Trenitalia, del tutto estranea alla vicenda, è una pesantissima distorsione della verità e pertanto gravemente diffamatorio

Il Fatto Quotidiano ha riservato nel giorno 2 febbraio l’onore della prima pagina alla notizia che sulle Frecce di Trenitalia si può bere anche uno dei vini prodotti da Bruno Vespa.

È opportuno che i lettori conoscano qualche ulteriore dettaglio per non essere tratti in inganno dalla superficiale sintesi del titolo. Trenitalia infatti per sua missione non è sommelier. Si affida invece a chi lo fa per mestiere perché, ogni trimestre, proponga ai viaggiatori, tra le varie bevande, anche sette diversi vini di qualità Dop, Doc e Docg, in rappresentanza di altrettante diverse regioni e cantine vinicole.

A ognuno poi la sua scelta. Anche quella di bere birra artigianale, bevande analcoliche e persino acqua.

Né il collega Vespa né Trenitalia smentiscono una virgola di ciò che ho scritto. Vespa effettua alcune puntualizzazioni che per onor del vero è opportuno siano puntualizzate a loro volta.

Ribadisco: l’acquisto del Bruno di Vespa è stato effettuato da Itinere, filiale italiana di Elior che ha in appalto la ristorazione sulle Frecce, ovviamente con il consenso di Trenitalia che com’è logico si riserva sempre il diritto di dire l’ultima parola su ciò che viene servito ai viaggiatori sui suoi treni.

Fa piacere sapere che il presidente del colosso Elior sia entusiasta del vino di Vespa e che da lui in persona sia partito l’ordine d’acquisto. Ma per quanto autorevole, quel signore ha sempre una sola testa e un solo palato e i viaggiatori delle Freccerosse sembrano avere gusti diversi dai suoi, come attestano i dati delle vendite che ci sono stati forniti dal direttore della branca italiana della stessa Elior.

“Faraone si vendica perché non ho aiutato il suo amico”

Nel Pd siciliano in pieno caos per le candidature calate dall’alto, con i capilista blindati da Renzi, le dimissioni del segretario Raciti e i circoli di Caltanissetta in rivolta, “chiusi per dignità”, il “trombato” eccellente, Rosario Crocetta, accusa: “Mi ha fatto fuori Davide Faraone perché non ho riconfermato al vertice dell’Ersu Alberto Firenze’’, ora indagato nell’inchiesta che ha condotto in carcere il re delle scommesse, Benedetto Bacchi: alcune intercettazioni raccontano come si prodigasse per promuovere un emendamento alla Camera per sanare centinaia di punti gioco dell’imprenditore vicino a Cosa Nostra.

Crocetta, che c’entra Firenze?

Con Renzi l’accordo Pd-Megafono era fatto, prevedeva il riconoscimento nazionale del Megafono, io ritiravo la mia candidatura a Presidente della Regione. Quel giorno di settembre la direzione regionale di via Bentivegna, alla presenza di Lorenzo Guerini, doveva ratificarlo. Quando di sera ci riunimmo per formare le liste per le regionali, insieme ai dirigenti del Pd, vidi Faraone agitatissimo nei miei confronti. E gli chiesi: “Perché continui ad avercela con me anche dopo l’accordo con Renzi, ormai dovremmo essere della stessa area politica….”

E lui che rispose?

Che non potevamo mai essere della stessa area politica perché non avevo confermato Alberto Firenze al vertice dell’Ente per il diritto allo studio, procurandogli, mi disse, un danno enorme. E qualche giorno dopo scoprii che Firenze era incaricato di preparare la lista young a favore di Micari Presidente. Lo spieghi, adesso, Faraone qual era quel danno.

Sul fronte renziano era tra i più attivi, gli aveva organizzato la Leopolda siciliana cercando i finanziamenti. Si è sentito ricattato?

Allora scoppiai a ridere, non capivo come la vicenda di un incarico potesse compromettere un rapporto politico sancito col segretario nazionale del Pd. Adesso dopo la vicenda giudiziaria di Bacchi, e l’attività di lobbying di Firenze, comincia ad essere tutto più chiaro.

Non confermando Firenze alla guida dell’Ersu è stato lungimirante, aveva la palla di vetro?

Non sapevo nulla dell’inchiesta su di lui e Bacchi e non è vero che avessi pronosticato il suo arresto. Quella sera in via Bentivegna, alla presenza di quel dirigente nazionale, che non può non aver sentito, a meno di non essere sordo, dissi che sui comportamenti di Firenze, negli ambienti giornalistici di Palermo, c’erano mormorii, circolavano indiscrezioni non lusinghiere e che ritenevo eticamente incompatibile, con la mia linea di governo, la riconferma di un incarico a suo favore. Adesso apprendo che in commissione antimafia per quell’emendamento fecero giustamente un casino: che c’entra un sottosegretario alla Sanità con le bische? Mi meraviglia che nessuno chieda le dimissioni di Faraone.

Ce l’ha con lui perché l’ha escluso dalle liste, trasformandola in un “pollo da arrostire”, come ha scritto su Facebook.

La mancata candidatura mi farà bene, mi tolgo un poco dalle palle, ma è grave che Renzi non mi abbia più risposto a telefono e dal suo staff mi dicevano di parlare con Faraone, il suo proconsole siciliano. Lui è un bimbominkia inadeguato al ruolo istituzionale che ricopre, ma attorno c’è un Pd che lo preferisce a chi lo ha salvato da scivoloni spaventosi. Lo sa che tra gli assessori che mi avevano proposto c’era Franco Rinaldi, il cognato di Genovese condannato per la formazione professionale? Se li avessi ascoltati il mio governo sarebbe durato tre mesi…

Fine dei domiciliari, Cosentino è di nuovo un uomo libero

Torna in libertà Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario all’Economia del governo di Silvio Berlusconi nonché coordinatore regionale campano di Forza Italia. Cosentino, originario di Casal di Principe (Caserta), ha trascorso gli ultimi quattro anni in regime di carcerazione preventiva e ai domiciliari. La decisione è stata presa su istanza della difesa di Cosentino (avvocati Stefano Montone e Agostino De Caro) dalla sesta sezione della Corte d’Appello di Napoli. Resta a carico dell’ex sottosegretario l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Cosentino è stato condannato in quattro differenti processi. Nel più importante di questi gli è stata inflitta una pena di nove anni per il reato di concorso esterno in associazione camorristica, confermando l’ipotesi della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli che riteneva Cosentino il referente politico nazionale del clan dei Casalesi. La Campania, dove Cosentino è stato politico di primo piano, è una regione molto contesa: il governo è del Pd con De Luca, ma Forza Italia è tornata forte e il M5S schiera il suo leader di Pomigliano, Luigi Di Maio.

Il giudice riceve contributi, ma si salva ancora

Il giudice di Chieti Camillo Romandini è stato titolare di un’azienda agricola e, in qualità d’imprenditore, ha ottenuto contributi pubblici dalla Regione Abruzzo per 46mila euro. Eppure non avrebbe potuto: i magistrati non possono essere titolari d’impresa e tantomeno, quindi, incassare finanziamenti pubblici per le loro attività private. A sostenerlo, dopo la denuncia presentata da Lorenzo Torto, è il nucleo tributario della Guardia di Finanza di Pescara che, in seguito all’esposto, ha effettuato le sue indagini confluite in un’informativa di circa 30 pagine consegnata alla procura di Campobasso.

Nel maggio 2017 le fiamme gialle scrivono che Romandini “in un recente passato” è stato “titolare dell’omonima impresa individuale agricola” poi “cessata in data 11 giugno 2015”. Indagando hanno scoperto che dal 2004 al 2015 ha “ottenuto contributi collegati agli aiuti erogati all’agricoltura” per 46mila euro. Tutto in regola?

Secondo la Gdf, no: gli investigatori ipotizzano il reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato”. Il motivo? Romandini, presentando le istanze per i contributi, secondo la Gdf ha “omesso” di “informare l’autorità competente del proprio ruolo di magistrato, a cui era preclusa la possibilità di essere titolare di impresa”. E quindi, i contributi ottenuti, li avrebbe conseguiti “indebitamente”. Ricevuta l’informativa, il pm di Roma Alberto Pioletti trasmette gli atti, per competenza, alla collega di Campobasso Elisa Sabusco, che ha chiesto l’archiviazione di Romandini.

“Per l’integrazione di tale ipotesi di reato”, scrive la pm, “la presentazione di dichiarazioni attestanti cose non vere”. Oppure, aggiunge, “l’omissione di informazioni rilevanti, in conseguenza delle quali vengono erogate somme non dovute”.

Ora, se è certo Romandini non ha presentato dichiarazioni false, come certifica l’informazioni della Gdf, qualche dubbio, sulla “omissione di informazioni rilevanti”, viene proprio leggendo l’informativa della Gdf, laddove spiega che Romandini, nel chiedere i contributi, avrebbe omesso di dichiarare il proprio ruolo di magistrato. Ma la pm di dubbi non ne ha: “La Gdf – scrive – non ha riscontrato nessuna irregolarità o falsità nei fascicoli relativi alla domanda unica di pagamento del Romandini”. E quindi il giudice, “nella sua qualità di titolare di azienda agricola, non ha ricevuto erogazioni illecite”. Nessun reato, quindi, ma un probabile illecito disciplinare, perché il suo ruolo di magistrato rende Romandini “incompatibile all’esercizio di attività di impresa”. Così il fascicolo è pronto ad approdare al Csm.

E non si tratta della prima volta che Romandini viene indagato a Campobasso. Il giudice, ora in Corte d’Appello a Roma, fu indagato infatti – proprio dopo le rivelazioni del Fatto -per le presunte pressioni sui giudici popolari, nel processo di primo grado, che portò all’assoluzione dei 19 imputati per la megadiscarica dei veleni di Bussi sul Tirino. Romandini era presidente del collegio che allora non riconobbe l’avvelenamento doloso delle acque, derubricando il reato da disastro ambientale in colposo, con conseguente prescrizione. Sentenza poi ribaltata dalla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila. Anche quel fascicolo, per Romandini, finì con un’archiviazione e la trasmissione degli atti al Csm. Il procedimento disciplinare è ancora in corso. Per quanto riguarda invece il fascicolo aperto per i finanziamenti della sua azienda agricola, ricevuta notizia della richiesta di archiviazione, il denunciante Lorenzo Torto ha presentato in procura la sua opposizione, chiedendo alla pm Sabusco di proseguire le indagini.

Ora il partito Mediaset dovrà occuparsi pure delle torri tv

Il calcio, la pubblicità, certo. Forza Mediaset in Parlamento o dal governo, da Adriano Galliani in giù, avrà da lavorare sul core business del partito-azienda, ma non solo: c’è anche un progetto industriale più vasto di cui il prossimo esecutivo dovrà occuparsi ed è la questione delle torri o, come dice chi ne sa, dell’operatore unico delle reti. Non è un caso, dunque, se si parte con Galliani: Berlusconi, allora proprietario di Telemilano, volle conoscerlo nel 1979 perché era interessato alla sua Elettronica Industriale, società specializzata in apparecchiature per la ricezione del segnale tv poi inglobata nel Biscione. Oggi, dopo 30 anni di Milan, il geometra monzese torna al punto di partenza.

La situazione attualmente è questa: la Rai ha la sua Raiway, Mediaset – attraverso Rti e Elettronica Industriale – la sua EiTowers, che veicola La7 e altri operatori (Persidera di Telecom, che è in vendita, Dfree di Tarak Ben Ammar, etc). Sono società abbastanza simili e si dividono quasi tutto il mercato: circa 2.300 torri per le tv ciascuna più qualche centinaio di antenne per la telefonia mobile (EiTowers, però, ne ha altre mille nella controllata TowerTel). Anche la capitalizzazione in Borsa è simile: 1,3 miliardi circa per entrambe. Insomma, dicono gli esperti, la fusione delle due società è un progetto industriale molto sensato: c’è il problema che, per legge e statuto, il controllo delle torri Rai deve restare pubblico (non si può scendere sotto al 51%, oggi è al 65%).

Poi c’è Inwit, la società controllata da Telecom che possiede le antenne per la telefonia e non ha molto a che fare con questa partita, ma potrebbe finire nella complicata pace futura tra i Berlusconi e Bolloré, il patron di Vivendi che controlla Telecom ed è azionista di Mediaset dopo averne tentato la scalata. Problema: al di là delle compatibilità industriali, poche, Inwit capitalizza in Borsa a oggi 3,3 miliardi, un boccone difficile da digerire per Raiway e EiTowers.

Il progetto dell’operatore unico, però, resta in piedi ed è il prossimo governo che dovrà dargli forma. Modelli di integrazione e sforzo finanziario non sono nodi facili da sciogliere, tanto più che c’è il problema del controllo pubblico e dei “paletti” dell’Antitrust: “Lo sviluppo di un’effettiva concorrenza nella fornitura di servizi di tlc agli utenti finali richiede che sia garantita una piena parità di trattamento nell’accesso all’ingrosso all’infrastruttura – ha scritto nel 2016 – in linea generale, i rischi di discriminazione sono strettamente connessi con l’integrazione verticale dell’operatore di rete: un operatore di rete attivo anche nei mercati al dettaglio ha sia la capacità che l’incentivo a porre in essere forme di discriminazione per ricercare un indebito vantaggio competitivo nella vendita dei servizi finali”.

Difficile che si arrivi al soggetto “puro” indicato dall’Antitrust, ma partner strategici dell’operazione potrebbero essere il fondo strategico F2i e il suo azionista di riferimento, Cassa Depositi e Prestiti, per garantire la presenza pubblica ed evitare che l’operatore unico a venire abbia un’azionista di controllo in conflitto di interessi. Ultimo, ma non ultimo, beneficio. Con l’avvento della fibra e della tv su Internet Raiway, EiTowers e le loro ingombranti infrastrutture sono a rischio di rapida obsolescenza: farsele pagare un po’ e non doverle più gestire può essere un affare; integrarle con le reti per la telefonia è un modo per rendere la futura società più solida. Come si vede, l’orientamento del prossimo governo in questa vicenda non è secondario. Anche su questo dovrà vigilare Galliani, che nel 1979 incontrò Berlusconi.

Bergamo ai ragazzi del Cinema America: “Concorrete al bando”

Il vicesindaco di Roma Luca Bergamo replica ai ragazzi del Cinema America e ai tanti artisti – per ultima Sabrina Ferilli – che hanno contestato la decisione del Comune di inserire il cinema all’aperto di Piazza San Cosimato nel bando dell’Estate romana 2018. “L’Estate Romana – scrive Bergamo in una lunga lettera – è lo strumento che da oltre 40 anni il Comune di Roma ha ideato per creare una programmazione per la stagione estiva. L’avviso pubblico, il ‘bando’, quest’anno come l’anno scorso, dà diritto a vantaggi indiretti, come tra l’altro la possibilità di fare attività culturale senza pagare parte delle tasse dovute quando si occupa suolo pubblico”. Bergamo invita quindi l’associazione a partecipare al bando: “Vorrei ricordare che quando la scorsa estate dissi che bisognava inserire Piazza San Cosimato nel avviso dell’Estate Romana per superare ogni problema, l’Associazione Piccolo Cinema America rispose con forza che i tempi dell’avviso dell’Estate Romana non gli consentivano di partecipare. Quest’anno anticipiamo di due mesi la pubblicazione dell’avviso, cioè in febbraio, e l’Estate Romana inizia il 1 giugno e non il 30 come accaduto nel 2017. Allora perché non partecipare?”.

Il rosatellum fa schifo ma ogni voto è importante

Tutti indignati. Si va alle elezioni senza sapere cosa i partiti faranno dei nostri voti. Non dichiarano “prima”, con chiarezza, con chi si alleeranno. Decideranno tutto dopo, con i soliti giochetti parlamentari…

Chi può giurare sulle scelte post 4 marzo di Berlusconi? Rimarrà fedele agli impegni presi con Salvini e Meloni o alla parola data ai suoi neo-estimatori di Bruxelles e Strasburgo? E Salvini? È vero che non vede l’ora di accasarsi con i Cinque Stelle, sottraendosi all’invasiva presenza berlusconiana?

Di Maio, dal suo canto, l’ha detto e ridetto: non ottenendo la maggioranza di voti richiesta per governare da soli, i Cinque Stelle si alleeranno con chi ci sta. Lega, Liberi e Uguali o Pd o persino Berlusconi.

Renzi, si sa, propende per un nuovo “patto del Nazareno” con Berlusconi. Ma, se fosse sonoramente sconfitto, il Pd prenderebbe tutt’altra direzione, magari riappacificandosi con i bersaniani. Con tanti pronti a scattare: Gentiloni, Franceschini, Orlando, ma anche Prodi, Enrico Letta…

Cosa allora potrebbe determinare, in misura e modi decisivi, le scelte che effettueranno protagonisti e comprimari della scena politica? La risposta, a pensarci, è semplice: potrebbero determinarle, in primis, gli elettori (astensionisti esclusi). Per esempio, se Renzi prende una valanga di voti, potrà fare quello che vuole: il “partito di Renzi” o “della nazione” e/o il patto con Berlusconi. Ma se perde…

Insomma la politica, stavolta, potrebbe essere decisa veramente dal voto degli elettori, in base a un classico caso di eterogenesi dei fini. Sono riusciti a fare la legge elettorale più porcata del mondo, per blindarsi e blindare al massimo favoriti e favorite (intreccio perverso fra collegi uninominali e liste proporzionali di “nominati”, senza preferenze, senza voto disgiunto, ecc. ecc.), col risultato, per vie contorte, di mettere il proprio destino in mano agli elettori.

“Caro Antonio, non siamo dei passacarte”

Giorgio Mulè fa parte della batteria dei giornalisti candidati, avendo lasciato la direzione di Panorama per correre con il centrodestra in Liguria.

Mulè, sul Fatto di ieri Antonio Padellaro ha scritto che voi giornalisti candidati dovrete fare i conti la dura realtà di un pulsante verde, bianco o rosso da premere su ordine del capogruppo di turno. La preoccupa questa prospettiva?

È una visione molto disincantata delle cose. Pensare che non si possa cambiare nulla è un pessimo servizio alla politica, figlia di una rassegnazione che, ahimè, non porta da nessuna parte.

Le logiche parlamentari però possono essere molto ciniche e questo lei lo sa.

Ma proprio perché noi giornalisti abbiamo creduto per anni alla forza delle opinioni, ora non possiamo inginocchiarci al pensiero per cui andremo in Parlamento soltanto a spingere un bottone.

Però dovrete sporcarvi le mani.

La politica è sangue e merda, lo so bene (la citazione è di Rino Formica, storico esponente del Psi craxiano, ndr), ma si puo mantenere un’integrità morale anche nella mediazione, nella necessaria ricerca del compromesso di cui è fatta la comunità parlamentare.

Sì , ma si può pensare di essere diversi solo perché si proviene da questo mondo?

Credo di sì, in un certo senso.

Ma voi non siete certo i primi giornalisti candidati, e non è che l’esperienza dei colleghi in Parlamento sia sempre stata memorabile.

Certo, ma allora dobbiamo credere che sia una battaglia persa? No, bisogna invece provarci, voglio vedere con i miei occhi se c’è il rischio di non essere più se stessi là dentro. In quel caso, se davvero non dovessi riuscire a incidere come immagino, dovrò dare ragione a Padellaro. E sarò il primo a lasciare.