Cerno e i suoi fratelli: l’orda dei giornalisti candidati

Cronisti locali, conduttori televisivi, inviati, persino direttori di quotidiani: il partito dei giornalisti è pronto a invadere il Parlamento, rischiando di aumentare la batteria degli onorevoli con il tesserino dell’Ordine in tasca, che già conta 46 membri tra gli uscenti. Tutti di fronte a un complesso deontologico: che fare da grandi, quando il mandato sarà finito? Tornare in redazione con l’etichetta del giornalista schierato o dire addio per sempre al rumore delle rotative? Tommaso Cerno, pur di candidarsi con il Pd, ha rinunciato alla condirezione di Repubblica e adesso giura che non tornerà indietro: “Se fossi un avvocato o un chirurgo potrei riprendere il mestiere, ma da giornalista no, non lo farò mai più”.

Parole simili a quelle di un altro ex direttore, Giorgio Mulè, che lascia Panorama per correre in Liguria con il centrodestra: “Non sono alla ricerca di poltrone, ma quella del giornalismo ormai è un’esperienza chiusa”. In Parlamento potrebbero finire anche altri ex direttori. Andea Cangini (Qn) correrà per il Senato nelle Marche, sotto il simbolo “Berlusconi presidente”. Con lui Luigi Amicone, fondatore di Tempi, in lista al proporzionale in Emilia. Fuori dal Patto del Nazareno,Emilio Carelli, ex Skytg24, correrà per il Movimento 5 Stelle, proprio come Primo Di Nicola, licenziatosi a novembre scorso dal Centro dopo il cambio di proprietà del giornale. Di Nicola ne fa un discorso di credibilità: “Servono giornalisti autonomi, indipendenti, capaci – ha scritto su Facebook tre giorni fa – che sono presidio di democrazia. Ma senza commistioni, stop alle porte girevoli”.

Stop alle porte girevoli, ma non per tutti. Gianluigi Paragone, candidato 5Stelle, non esclude che un giorno possa tornare in tv, dopo la chiusura del suo talk show La gabbia su La7: “Sai che noia se tutti i programmi fossero condotti dai cosiddetti giornalisti terzi? Tutte tribune elettorali. Non avrei problemi a tornare e fare televisione come ho sempre fatto, cioè prendendo posizione”. Anche la Iena Dino Giarrusso (M5s) non se la sente di dire addio alla telecamera: “Non ho paura di come sarei giudicato se tornassi a fare il giornalista. Gli insulti e le critiche c’erano prima e potrebbero esserci dopo, l’importante è fare il lavoro con la massima coscienza”. E proprio su Giarrusso ieri si è aperto un piccolo giallo, quando il suo nome è comparso nelle liste dei votati alle parlamentarie dei 5stelle. Voti presi: sette. “Un errore del sistema, – dice lui – avevo compilato solo una precandidatura, ma non sono mai stato candidato per il proporzionale”.

Ora correrà all’uninominale, al pari di Francesca Barra, l’ex giornalista di Matrix e In Onda che in un colpo solo ha detto sì al marito Claudio Santamaria e alla candidatura alla Camera per il Pd, senza escludere un ritorno in tv: “Continuerei a dedicarmi ai temi che da sempre mi appassionano, su cui ci sarà sempre bisogno di un giornalismo attento e critico”. Attento e critico, ma anche con il suo partito? Il rischio non sembra sfiorarla: “Il pubblico mi conosce, sa che non ho risparmiato critiche, per esempio, sul referendum sulle trivelle”.

Cede alla tentazione dei giornalisti anche LeU, che candida alla Camera Chiara Geloni, bersaniana di ferro ed ex direttrice di Youdem. Geloni non si fa problemi: “Continuerò a fare giornalismo di partito anche da eletta. Rispettare il lettore non è far finta di non avere una posizione, ma dire chiaramente da che parte si sta”.

E allora tutti in Parlamento, penna in spalla, con altre decine di colleghi delle cronache locali. Dai LeU Fabrizio Pucci (Il Tirreno) e Franca Antoci (La Sicilia) ai 5Stelle Alberto Samonà (ilsicilia.it) e Nardo Marino (Teleregione, in Sardegna), passando per i forzisti Gigi Casciello (ex Città di Salerno) e Maria Lucia Andria (pubblicista sarda). Domani le Camere, dopodomani si vedrà, lettori permettendo.

Voto disgiunto e stop ai nominati: ecco la proposta di legge

Un sistema proporzionale, la possibilità del voto disgiunto, le preferenze su ogni scheda: sono solo alcuni dei punti cardine della proposta di legge di iniziativa popolare scritta dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale del presidente Massimo Villone. Come annunciato pochi giorni fa dal vicepresidente Alfiero Grandi sul Fatto, il Coordinamento presenterà oggi a Roma, presso la Sala Fredda della Cgil Lazio, una proposta di legge nata dalla consultazione dei comitati territoriali, con l’obiettivo di raccogliere le firme necessarie a portare la legge in Parlamento e sostituire il Rosatellum. “In presenza di tre o più poli – è scritto nella relazione che accompagna la legge – solo un sistema elettorale di impianto proporzionale offre soluzioni istituzionalmente solide e non lesive della rappresentatività delle assemblee”. La proposta disgiunge il voto tra il collegio uninominale e quello plurinominale, in cui “si introduce il voto di preferenza”. Si consente così “di votare individualmente tutti i propri rappresentanti”. C’è poi una voce anche contro le pluricandidature, concesse fino a cinque volte nella parte proporzionale del Rosatellum: “Nessuno può essere candidato in più di un collegio plurinominale, a pena di nullità”.

Rotondi è indagato per finanziamento illecito

È arrivata al dunque l’inchiesta della Procura di Napoli sulla “cena di Baronissi”, l’evento conviviale organizzato al ristorante Terra Antica dal pm di Salerno Vittorio Santoro con imprenditori amici del magistrato da presentare all’onorevole Gianfranco Rotondi con lo scopo di raccogliere finanziamenti per la Fondazione Sullo, la creatura dell’ex ministro di Berlusconi.

Rotondi e Santoro sono amici e il politico (che avrebbe anche proposto a Santoro di presiedere la Fondazione) ha presentato il pm al Guardasigilli Andrea Orlando perorandone le ambizioni a una nomina ad ispettore del ministero di Giustizia (mai avvenuta).

La vicenda è emersa dalle intercettazioni di un filone parallelo alle indagini sul giudice civile Mario Pagano, arrestato a dicembre per corruzione con l’accusa di aver pilotato sentenze attraverso un sistema di amici magistrati. Secondo quanto risulta a il Fatto Quotidiano, Rotondi è indagato per finanziamento illecito ai partiti e millantato credito. In questa veste, il deputato è stato già sentito dai pm Ida Frongillo e Celestina Carrano. La Procura ora ha tutti gli elementi per decidere, probabilmente nei prossimi giorni, se chiudere le indagini e notificare l’avviso con le imputazioni, preludio di una richiesta di rinvio a giudizio, oppure proporre al gip una richiesta di archiviazione.

L’interrogatorio si è svolto tra la settimana di Natale e Capodanno. Periodo ideale per svolgerlo in discrezione e senza clamori che avrebbero potuto danneggiare le trattative politiche di Rotondi, leader di Rivoluzione Cristiana, partito federato con Forza Italia, che alla fine è riuscito a strappare una candidatura da capolista alla Camera in un collegio dell’Abruzzo. Negli uffici del Centro Direzionale l’ex ministro si è presentato accompagnato dal suo difensore, Alessandro Diddi, ed ha illustrato le sue ragioni di fronte ai pm che, nel ricostruire i rapporti con Santoro, hanno ipotizzato un millantato credito sul presunto do ut des finanziamenti-nomina al ministero.

Nel corso dell’interrogatorio Rotondi ha affermato che la Fondazione Sullo non è un partito ma un ente culturale a cui hanno aderito personalità ‘bipartisan’, ed è cosa diversa da Rivoluzione Cristiana, partito in regola con la registrazione dei finanziamenti, ma i 6000 euro raccolti a Baronissi non andavano dichiarati perché non destinati all’attività politica del partito. Sull’accusa di millantato credito, che presuppone la riserva mentale che l’atto prospettato – in questo caso la presentazione di Santoro ad Orlando per la nomina – non verrà mai realizzato, la difesa ha sottolineato che la presentazione ci fu. Peraltro, i contatti Rotondi-Santoro-Orlando sarebbero avvenuti in un periodo molto antecedente alla cena di Baronissi e questo secondo la difesa dovrebbe escludere qualsiasi correlazione. Vedremo cosa ne pensano i pm.

Sisma, il sindaco leghista vende “prodotti solidali”

La Lega nelle Marche punta sulla doppia candidatura di Giuliano Pazzaglini, sindaco di Visso, paese del cratere nel Maceratese, candidato alla Camera, nel collegio uninominale del Senato Ancona-Macerata e come capolista del proporzionale. Un sindaco che denuncia la ricostruzione lenta e lacunosa ma si mostra disinvolto nella gestione della cosa pubblica. Il 24 ottobre scorso, al termine del Consiglio comunale, Pazzaglini informa “in nome della trasparenza” di aver costituito una società per “la produzione e il confezionamento di generi alimentari”, in quanto a causa del sisma del 2016, spiega, “l’impegno da sindaco ha monopolizzato” il suo tempo costringendolo ad “abbandonare il lavoro di promotore finanziario”, specificando che “non si tratta di attività per cui il testo unico prevede incompatibilità di ruolo”.

A Visso e dintorni tutti già sapevano che il sindaco il 3 maggio 2017, cinque mesi prima, aveva costituito la società Sibyl Project con Giovanni Casoni, presidente della Croce Rossa locale, che confezionava cesti con prodotti tipici acquistati dai produttori locali da rivendere sul mercato anche locale. Una normale attività commerciale, finalizzata al profitto, con due particolarità: i pacchi portano la scritta “Ripartiamo da qui… Pacco solidale Sisma”; i soggetti interessati all’affare sono il sindaco di un paese tra i più importanti del cratere e il presidente della locale Croce Rossa. Quanto basta per generare forti malumori fra la popolazione di Visso e non solo, giunti fin alle orecchie del sindaco che ha, forse, pensato di metterli a tacere con la generica comunicazione in consiglio, dal sapore di excusatio non petita, accusatio manifesta. Si dà il caso, infatti, che fino ad allora i prodotti venivano fatturati alla Sibyl Project (il logo compariva sui pacchi) e poi alla Sibyl Iniziative, società del suo socio, il presidente della Croce Rossa. I pacchi sono confezionati dai volontari della Croce rossa, “no, dalla compagna del presidente Casoni” precisa il sindaco tralasciando che la signora Loredana e suo fratello Stefano Remigi sono dipendenti della Croce Rossa. Certo la dicitura “Pacco solidale per il sisma” è un po’ ingannevole in quanto, chiaramente, induce all’acquisto per solidarietà, mentre il profitto va alla società privata.

Il sindaco nega che i prodotti vengano venduti anche nel Comune di Visso ma quando gli diciamo che non è vero risponde: “Forse mi è sfuggito”. Così come nega di essere mai stato presente alla vendita e quando gli citiamo la sua telefonata di ringraziamento in occasione della manifestazione di solidarietà per Visso, organizzata dalla comunità di Meolo (Venezia), in cui era presente il suo socio Casoni, risponde: “Non lo ricordo”. Ribadisce che “è tutto legale” e di fronte alla nostra insistenza concede: “Posso anche condividere con lei che chiamarli solidali potrebbe essere stato un errore sul piano etico”.

Un errore vantaggioso. Pazzaglini esclude anche che i soldi spesi dalla Pro Loco, molti dei quali per eventi organizzati dalla società del suo socio Sibyl Iniziative provengano dalle donazioni arrivate in Comune, mentre dal conto di entrate e uscite si evince il contrario. Rincara la dose Roberto Mocci, recentemente dimessosi da presidente della Pro Loco: “Casoni ci aveva presentato una fattura di quasi 20 mila euro per qualche evento. Era sempre così”. Alla voce entrata c’è scritto: “Tesoreria Visso 16.034,72 euro”. Questa donazione è stata effettuata da Tenno (Trento) con la finalità (delibera di giunta n.25) di “provvedere agli interventi necessari a favore della popolazione colpita dal sisma”, che la giunta di Visso (delibera n.27) modifica in “Devoluzione in particolare per la realizzazione del mercatino dei commercianti di Visso”.

Il sindaco, infine, giura che la sua società non ha tratto alcun profitto dall’acquisto delle casette di legno per attività commerciali allestite nei “Giardini del Lago” ma la spiegazione che lascia una serie di questioni aperte. A noi risulta che la ditta Grosso di Meolo (Venezia) fattura quattro casette alla Pro Loco di Meolo che le dona a Visso, due al Comune di Taino (Varese) che le dona sempre a Visso e nove alla Sibyl Project del sindaco Pazzaglini e del Presidente della Croce Rossa. La Sibyl Project paga alla Grosso 26.761 euro per nove casette. Poi le vende alla Sibyl Iniziative (del socio del sindaco) che ne fattura alla Pro Loco di Visso quindici e non nove per 31.900 euro. I conti non tornano ma per Pazzaglini “è tutto lecito e trasparente, ci ho guadagnato in immagine – dice – ma non in soldi”. Perché, si domanda ancora Mocci, “non le abbiamo potute acquistare noi le casette?” Un sindaco (controllore) forse, farebbe bene a evitare affari con il presidente della Croce Rossa (controllato), soprattutto in una terra martoriata dal sisma. Ma come Pazzaglini scrive ai consiglieri “non lo vieta il testo unico”.

Gubitosa, l’ex azionista dell’Avellino che abbracciava B.

Ad Avellino nel collegio uninominale della Camera il M5s ha candidato un imprenditore che due anni fa ha fatto un selfie con Silvio Berlusconi a margine di una iniziativa elettorale di Forza Italia. Si tratta di Michele Gubitosa, 38 anni, patron di alcune società informatiche e all’epoca vicepresidente dell’Avellino. Le foto che lo ritraggono mentre abbraccia il Cavaliere e gli regala una maglietta dell’Avellino risalgono al 27 maggio 2016. Furono scattate all’Hotel Vesuvio di Napoli e Berlusconi si trovava lì, scrisse l’Ansa, per una “cena elettorale per imprenditori e grandi elettori”, in occasione della campagna di Gianni Lettieri contro Luigi de Magistris. “Mai fatto politica e mai parlato con Berlusconi di politica – dice Gubitosa – ero lì per provare a trattare Locatelli ma lui rise, il nostro colloquio durò solo pochi secondi. Poi mi trattenni con amici per una quarantina di minuti. Non sapevo fosse una cena elettorale”.

Caramelle, futuro e Rete: così parlò Casaleggio

Metti una sera a cena, in un ex cinema della periferia di Milano trasformato in ristorante. A fare da padrone di casa è Davide Casaleggio, insieme a Gianluigi Nuzzi: i due animatori della Associazione Gianroberto Casaleggio. Ai tavoli sono seduti gli ospiti, centoquaranta persone. Ci sono coloro che hanno aderito all’associazione pagando la quota d’iscrizione (300 euro). Ci sono gli amici di Gianroberto, che con Beppe Grillo ha fondato il Movimento 5 stelle, e qualche parlamentare, da Vito Crimi a Angelo Tofalo, da Paola Carinelli a Massimo Baroni. Ci sono alcuni candidati alle elezioni, da Gianluigi Paragone a Elio Lannutti, da Stefano Buffagni ad Alessia D’Alessandro. C’è anche il “candidato premier”, Luigi Di Maio, defilato, silenzioso.

Al centro della scena ci sono Davide e Gianroberto. Il primo con le sue parole, per ricordare il secondo, suo padre. Non è la politica, per una sera, la protagonista. Ma le idee, le visioni di Gianroberto Casaleggio che diventano un manifesto per l’associazione che, dopo il convegno sum#01 tenuto ad Ivrea nell’aprile 2017 (un anno dopo la sua scomparsa), ora propone dieci punti su cui riflettere e dieci obiettivi da realizzare.

Siamo alla fonte del pensiero da cui è nato il Movimento 5 stelle. Sono lontane le Grandi Narrazioni del Novecento. Qui le parole-chiave sono “futuro”, “tempo”, “rete”, “condivisione”, “natura”, “comunità”, “vita”. Declinate nei dieci punti e nelle citazioni che li illustrano, firmate da Gianroberto, Davide, Dario Fo, Serge Latouche, Mario de Andrade. Con un richiamo al Movimento di Comunità di Adriano Olivetti e una spruzzatina di Mao Tsetung (ma pochi l’hanno colta). “Disponiamo di un tempo limitato per vivere, se lo dedichiamo all’accumulo di denaro e barattiamo la vita per delle ricchezze, siamo dei folli. Il nostro tempo è l’unico valore”. Così scriveva Gianroberto Casaleggio, ossia Grc, nel 2013. È il punto 6 del manifesto: “Il tempo è l’unica ricchezza”. Il tempo che è segnato dalla morte, eppure “il fine ultimo è la vita” (punto 10). Per spiegarlo, niente filosofia, ma caramelle: “Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le ha mangiate velocemente, ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha iniziato ad assaporarle con calma”, come scrive De Andrade, poeta, scrittore, musicologo, fondatore del modernismo brasiliano. Il tempo, allora, è futuro, un “futuro che è immaginazione” (punto 1), cioè un nuovo del tutto nuovo, un nuovo radicale che non può essere classificato sotto etichette antiche o detto con parole vecchie. Per entrare nel futuro, “la conoscenza è condivisione” (punto 4), perché “per diritto di nascita chiunque dovrà poter accedere in modo libero alla conoscenza” (Grc, 2011). E “La Rete è un diritto” (punto 5), quella Rete che “è libertà di pensiero e di espressione” (Grc, 2004) e che si deve autoregolare: “In Rete ognuno può scrivere quello che vuole. Se il suo messaggio non è documentato ma campato in aria, sarà depotenziato dalla Rete stessa” (Grc, 2012). E i contenuti della Rete? Sono “le idee, il vero valore” (punto 3) perché “l’intelligenza, la creatività, la competenza possono fare tranquillamente a meno del denaro” (Grc, 2013). “L’intelligenza supera il lavoro” (punto 8): qui c’è il cambio di paradigma più radicale rispetto alle ideologie del Novecento che mettono al centro il lavoro: “Con la Rete, l’aggregazione di intelligenze a livello planetario potrà aiutarci a risolvere problemi considerati senza soluzione” (Grc, 2013). Invece del lavoro, al centro c’è la persona, e “le persone sono comunità” (punto 9): “La Rete crea di continuo comunità che giudicano ogni aspetto che la riguarda, dal prodotto di un’azienda al comportamento di un amministratore pubblico” (Grc, 2011). È la porta d’accesso della democrazia. Che ha un habitat: “La Natura si rispetta” (punto 7), perché “noi non distruggiamo il pianeta, ma soltanto il nostro ecosistema, cioè le nostre possibilità di sopravvivervi” (Latouche). Da questi dieci punti del manifesto discendono dieci obiettivi proposti agli associati, invitati a votarne tre per stabilire delle priorità. Sono la cittadinanza digitale, la mobilità elettrica, l’energia rinnovabile (al 50% entro il 2030 in Italia), il voto ai sedicenni (“Chi è abbastanza grande per lavorare può anche votare”), la formazione del Paese sul digitale, la tutela del reddito degli individui (cioè un nuovo welfare), l’abolizione della caccia (“Lo sport non può comportare la morte di esseri viventi”), l’utilizzo solo di risorse rigenerabili, la promozione dell’imprenditoria giovanile, un Paese a misura di bambino.

C’è anche la rivoluzione, in questa fenomenologia del Casaleggio-pensiero che potrà essere considerato ingenuo, folle, visionario, utopistico, assurdo, banale, ma che andrà preso sul serio, se si vuol capire il movimento che ha generato, senza fermarsi al giudizio di “populismo”. Il punto 2 del manifesto dice: “Il pensiero originale è rivoluzionario”. Ed è illustrato da una frase di Dario Fo dopo la morte di Gianroberto, nel 2016: “Ci sono uomini che campano la propria vita e poi se ne vanno senza lasciare nessun segno. Altri invece lasciano un solco profondo nella memoria di ognuno”. È Fo, ma che cita a memoria Mao.

Parlamentarie, donne in testa Di Maio si ferma al 25 per cento

In centinaia hanno tentato la lotteria del Parlamento e hanno portato a casa un solo voto, probabilmente il loro. Seimila preferenze sono finite nella quota degli esclusi perché il Movimento, a urne chiuse, si è accorto che non avevano i requisiti per partecipare. E poi ci sono i candidati a loro insaputa che ora annoverano tra le loro fila anche la iena Dino Giarrusso (7 voti, ma lui – lo leggete a pag. 9 – non ne sapeva nulla). A due settimane dalla chiusura dei seggi virtuali, ieri sera, il blog delle stelle ha pubblicato i risultati delle parlamentarie. E, calcolatrice alla mano, tra i 5 Stelle è partita la conta a chi ha vinto e chi ha perso. Tutto è relativo, certo: nella sfida delle preferenze, c’è chi potrebbe aver preferito non premiare i “big”, o perché dava per scontata la loro riconferma o per punizione. Dovrà capirlo Luigi Di Maio, che non fa il pienone: lo hanno scelto 490 campani sui 2040 votanti nel suo collegio, meno del 25 per cento. Va un po’ meglio per i suoi fedelissimi, tutti intorno al 30 per cento: Danilo Toninelli (502 preferenze su 1486), Alfonso Bonafede (399 su 1277), Riccardo Fraccaro (221 su 720). Quasi una sconfitta, nella geografia grillina, se paragonata ai consensi raccolti dal principale oppositore del capo politico: Roberto Fico prende 315 voti sui 1105 e supera il 28 per cento (gli altri ex compagni di Direttorio si fermano più giù: Carla Ruocco al 21, Carlo Sibilia al 15).

I 40 mila votanti alle Parlamentarie del M5S hanno premiato soprattutto le donne, proprio quelle di cui c’era penuria: Paola Taverna è la più votata nel Lazio (2136 preferenze sui 12068 votanti), seguita da Elena Fattori, la senatrice che sfidò Di Maio come candidata premier: stavolta vince, almeno in termini di voti reali, con 1173 preferenze. Barbara Lezzi è la più votata in Puglia, Laura Castelli è prima per la Camera in Piemonte, Giulia Sarti e Maria Edera Spadoni in Emilia Romagna, Tiziana Ciprini in Umbria, Mirella Liuzzi in Basilicata, Emanuela Corda in Sardegna, Giulia Grillo in Sicilia. Va meno bene ad Azzurra Cancelleri, sorella del candidato governatore nell’isola, ferma al 10 per cento.

Cappellacci corteggia (ricambiato) il velista in corsa coi grillini

“Ugo è un caro amico, una vecchia volpe e se solo avesse avuto la possibilità di portarmi dalla loro parte chissà, forse oggi non sarei qui”. Così il velista Andrea Mura, punta di diamante del M5S in Sardegna (corre per la Camera a Cagliari), sul coordinatore di Forza Italia Ugo Cappellacci, in una intervista su You.tg.net. La vecchia volpe ha risposto subito: “Lo dice Andrea stesso, avrebbe voluto candidarsi con noi, sono stato contattato anche dal suo manager che ha chiesto un collegio sicuro”. Cappellacci ha poi invitato Mura a un confronto pubblico, in cui dibattere anche della sua “clamorosa” candidatura con il Movimento che ha detto no alle Olimpiadi 2024 a Roma (Cagliari sarebbe stata sede delle regate olimpiche). Mura nel frattempo ha smentito qualsiasi richiesta di candidatura in Forza Italia, mentre il coordinatore regionale M5S Mario Puddu ha a sua volta negato che il velista abbia posto condizioni per correre. In questo clima, oggi il candidato premier Luigi Di Maio arriva in Sardegna per cinque tappe del suo tour elettorale. Benvenuto.

Ecco il brindisi per la Boschi: l’Svp manda giù

Boschi si beve la Svp come un Traminer. Strano posto per celebrare il matrimonio con il partito sudtirolese: la cantina di Termeno dove si produce il vino altoatesino. Ma la tattica politica-alcoolica vince. I rocciosi e pragmatici dirigenti della Süd Tiroler Volkspartei si sono sciolti come neve al sole. Folgorati da sorrisi e promesse (“Sono favorevole alla legge sulla toponomastica”, quella che rischia di cancellare migliaia di toponimi italiani). E la candidata si lancia in tedesco: “Gruss Gott”, buongiorno. Ovazione.

L’impresa era decisiva: per Maria Elena Boschi, ma soprattutto per gli alleati sudtirolesi. Due giorni fa Philipp Achammer – il trentaduenne segretario Svp – se l’era vista brutta davanti a decine di dirigenti del partito del collegio Boschi: Bolzano-Bassa Atesina. Il partito rischiava di crollargli addosso.

Ora ecco Boschi all’opera. Il sorriso scintillante, inossidabile. Ma gli occhi cercano un appiglio. Accanto a lei lo stato maggiore della Svp: Achammer, camicia bianca stile Renzi. Poi il presidente della Provincia di Bolzano, Arno Kompatscher. Boschi di fronte alla folla sembra più minuta, fragile. Ci prova Achammer: “La Svp fa alleanza con chi ha dimostrato nei fatti di credere nell’autonomia. Non ci leghiamo a chi si ricorda di noi un mese prima del voto”. Applausi, tiepidi. Tocca a Kompatscher: “La nostra autonomia è un modello citato perfino da Obama”. Alato, fin troppo. La platea non si scalda. Ci vuole altro per politici tosti, come Oswald Schiefer. Lui, segretario Svp in Bassa Atesina, aveva manifestato dubbi pesanti come pietre: “La voteremo. Ma se perderemo voti, rischiamo un senatore”. L’applausometro stenta. Finché sul palco sale lei: “Gruss Gott”, esordisce. Azzarda frasi in tedesco. Un applauso di quattro secondi. Basterà? La vittoria è certa, i sondaggi parlano di un 48% contro il 22 di Michaela Biancofiore. Ma potrebbe essere una vittoria di Pirro. E Boschi prende la scena. Altro applauso, sette secondi. Merito del sorriso? Oppure di parole che sono come musica per le orecchie: “Noi abbiamo fatto molto per questa terra. Abbiamo fatto 22 norme di attuazione. Io sono pragmatica e quando mi prendo un impegno…”. Applauso di dieci secondi. Sembra di leggere nei pensieri della platea: vabbé, sarà pure toscana… ma nessun’altra maggioranza aveva mai fatto tanto per i sudtirolesi. C’è la ciccia: il rinnovo delle concessioni idroelettriche e dell’Autobrennero. C’è in gioco la gestione dell’Agenzia delle Entrate e del personale dei tribunali.

“Schöne”, bellissima. Il cuore granitico dei dirigenti Svp vacilla. Ci pensa Bressa a salvare la forma: “Questa alleanza è politica, non di potere”. Applausi, anche se Bressa non ha lo stesso sorriso. Il volto di Wilfried Battisti Matscher – per trent’anni sindaco di Caldaro, nel cuore del collegio Boschi – si colora: “È la giusta alleanza per noi. Il Pd è stato leale. Ci hanno dato molto”. E il duro Schiefer? “È andata bene. Non parliamo di estetica. Ma se convince l’elettorato con charme e intelligenza, va bene”.

La conversione sulla via di Arezzo. Guardi i dirigenti, proprio quelli più critici, che fanno ressa: “Maria Elena, vieni, facciamo un selfie”. In alto i calici, volti paonazzi, abbracci. Il patto del Traminer. Ma la base che affollava le ultime file? Una persona su due ha ancora dei dubbi. Ma non importa: basta che mettano la croce sul simbolo. Si vince anche così. Il manifesto elettorale Svp è chiaro: “Edelweiss ankreuzen”, metti la croce sulla stella alpina. Boschi e Achammer alzano il calice. E via di corsa: “Vado dagli italiani”, sorride il ministro. Sarà più dura. Il sorriso potrebbe non bastare, dopo essere stati dimenticati per anni. Ma per vincere servono i sudtirolesi.

Renzi torna a casa, ma non è più lui: noia e niente show

Si confonde con i palazzi vicini il Teatro Aurora di Scandicci. Non c’è nulla che colpisca l’immaginazione nei dintorni, in questo Comune della provincia di Firenze, un agglomerato urbano cresciuto disordinatamente, che conta oggi 50mila abitanti. Cielo grigio, senza aperture. Piove. Matteo Renzi, per la prima campagna elettorale nazionale in cui corre per essere eletto, riparte da qui. Dal collegio, uninominale Toscana 1, per il Senato. Contro di lui ci sono per il centrodestra l’economista no-Euro, Alberto Bagnai; per i Cinque Stelle, Nicola Cecchi, ex Pd, ex sostenitore del Sì al referendum e per Leu Alessia Petraglia, ex senatrice dem. Non una sfida scoppiettante, e nemmeno un’impresa titanica. Come in un gioco dell’oca, Renzi torna alle origini: a Firenze, nel 2013, il Pd prese il 45% alla Camera, il 47% al Senato (e il Sì il 56%). Realismo, prudenza, niente fuochi d’artificio, niente promesse, niente slogan mirabolanti: è l’anti-show.

Renzi pare quasi voler emulare l’insuperabile Roberto Carlino (quello di “Non vendo sogni, ma solide realtà”). “Mi è costato non mettere neanche un’idea strabiliante nel programma”, confessa dal palco. Pure questo minimal. Sfondo azzurro, scritta a forma di freccia “#avanti” che indica “Renzi!” (nome rigorosamente assente nella campagna nazionale) e il logo del Pd. Il teatro – che conta circa 900 posti – è pieno. La platea è tutta di tifosi. Commenti per strada: “Qui a Scandicci chi votava Pci 30 anni fa non ce la fa a cambiare partito”. In sala, c’è qualche fedelissimo: David Ermini, capolista a Firenze. E poi, Roberto Giachetti, che è andato a Sesto Fiorentino a curarsi il suo nuovo collegio. Francesco Bonifazi, che sovrintende all’organizzazione. Scaldano la platea Simona Bonafè, che a Scandicci ha fatto l’assessore e che resta a Bruxelles, scartata l’idea di metterla in lista alle politiche e Dario Nardella, il sindaco di Firenze post-Matteo. Cinque anni fa tutti si affacciavano spavaldi sulla scena nazionale, ora sembrano avere una carriera soprattutto alle spalle.

Renzi prova a dare lezioni di stile: “Non parliamo male degli avversari. Viviamo la campagna elettorale con leggerezza”. La leggerezza è quella di chi sa di essere già retrocesso a un campionato minore rispetto agli inizi. “Io volevo abolire il Senato (che poi non è vero: voleva renderlo non eleggibile, ndr.), ma mi candido per quello perché rispetto la volontà degli elettori. Non scappo con il pallone”. La metafora l’aveva usata per chiarire che non lasciava il Pd dopo la sconfitta alle primarie contro Bersani. Però, il Senato resta lì qualsiasi cosa lui faccia. Lo ha scelto per sé e per il drappello di fedelissimi per provare a guidare le dinamiche parlamentari, visto che lì i numeri saranno più risicati. Spera nel 25%, la soglia che gli garantirebbe di sedersi da protagonista al tavolo con Forza Italia. Ma anche con il catenaccio, l’esito è incerto. In platea, c’è Rosa Maria Di Giorgi, candidata all’uninominale per Toscana 2. Cattolica integralista. Per Toscana 1 corre Gabriele Toccafondi che arriva da FI. Gli omologhi di Renzi nel collegio. E dura per gli elettori di sinistra. Tanto è vero che non ci sarà nessun evento collettivo.

Per la campagna toscana, Renzi si impegnerà due giorni a settimana. Uno sarà in Umbria, uno in Campania (dove corre nel proporzionale). L’idea è di fare incontri a tappeto e un porta a porta. “Puntiamo al 51%”, dice il coordinatore nel collegio, Alexander Marchi. Ma i ragionamenti nazionali mostrano il panico: “Per vincere un collegio ci vuole il 31%. Speriamo che non scatti il voto contro Renzi”. E una supporter: “Mi ricordo al Mandela forum, durante le primarie del 2013: c’era tutta un’altra energia. Non è facile tornare indietro”.