L’ex operaio rasato, tra la nonna e la palestra

“Cosa faccio oggi? Sto andando a sparare a qualche africano”. Luca Traini ieri mattina ha annunciato le sue intenzioni mentre stava sorseggiando un caffè al bar di un distributore lungo la superstrada verso Macerata. La barista e gli avventori del locale ovviamente non potevano immaginare che a quella dichiarazione poi sarebbero seguiti i fatti. Addirittura ci hanno scherzato su, cercando di stemperare i toni, visto che quel giovane lo conoscevano bene.

Lui, Luca Traini, è entrato in azione meno di mezz’ora dopo quella sosta. Era già considerato un personaggio “particolare” prima della sparatoria. Una croce celtica sul corpo e il simbolo di Terza Posizione, che può ricordare una svastica, vicino all’occhio destro . Se bastassero i simboli non ci sarebbero dubbi sull’appartenenza ideologica di Traini, testa rasata su un corpo massiccio.

Eppure c’è dell’altro: “Col passare degli anni è cambiato, si è avvicinato a compagnie sbagliate e ha iniziato a fare discorsi gravi e ad avere atteggiamenti sempre più estremisti, tra battute razziste e saluti romani. Da tempo so che aveva una pistola. Per questo ed altro sono stato costretto a cacciarlo dalla palestra”. A parlare è Francesco Chierico, titolare della palestra Robbys di Tolentino, frequentata da Traini fino all’ottobre scorso. Il ritratto di un giovane difficile, dunque, nonostante alcuni vicini di casa di Traini si siano espressi in maniera diversa, parlando sì di un ragazzo che ultimamente era più taciturno, ma comunque sempre sorridente e gentile. Una cosa è certa, la sua evoluzione estremista dal punto di vista politico.

Luca Traini aveva deciso di intraprendere la carriera nei partiti avvicinandosi alla Lega Nord che lo scorso giugno lo ha candidato al Consiglio comunale di Corridonia. Una candidatura successiva all’ingresso in politica. Alcune foto lo ritraggono, proprio l’estate scorsa, in piena campagna elettorale, vicino a Matteo Salvini durante un comizio del leader della Lega proprio a Macerata. Un’esperienza fallimentare, considerando il bottino di zero preferenze, neppure la sua. La segretaria provinciale della Lega Nord, Maria Letizia Marino ha affermato che Traini “si è sempre comportato correttamente con noi, poi si è avvicinato ad altri movimenti politici”. Magari Forza Nuova che ieri ha garantito pieno sostegno a Traini, anche sotto il profilo delle spese legali se necessario.

Il 28enne frequentava palestre e non solo, a Macerata e provincia, per vivere aveva svolto diversi lavori, tutti saltuari. L’operaio, il muratore, addirittura il buttafuori nelle discoteche. Una situazione familiare difficile, vissuta tra abbandoni e dissapori, fino al punto da costringerlo ad uscire dalla casa dei suoi genitori, a Piediripa, per trovare ospitalità dalla nonna, a Tolentino. “Credo fosse in cura, da uno psichiatra, penso o forse da uno psicologo, diceva che lo avevano definito borderline – racconta ancora Chierico, il titolare della palestra, all’agenzia Adnkronos –. L’assurdo è che da noi in palestra aveva amici di tutte le parti del mondo, anche extracomunitari, ragazzi di colore. Rideva e scherzava con tutti”.

Nessun lavoro fisso, un sostentamento ambiguo: difficile capire, al momento, come Traini potesse permettersi di mantenere una macchina seminuova e di un certo valore, frequentare palestre ed essersi procurato una pistola “regolare”.

Spara agli immigrati: 6 feriti. Un’ora di panico a Macerata

Avvolto nel tricolore, il braccio destro teso nel saluto fascista, lo sguardo fiero e privo di tensione. Luca Traini, 28 anni, ha concluso così la sua mattinata di follia, sui gradoni del Monumento ai Caduti di Macerata, dopo aver scatenato il panico sparando a sei persone di varie nazionalità africane. Quasi una liberazione per lui. L’ex candidato della Lega alla amministrative del Comune di Corridonia in pratica si è fatto arrestare, sebbene i carabinieri avessero ormai stretto la morsa su di lui. Soddisfatto del raid, Traini ha lasciato la sua auto aperta in mezzo alla strada, si è tolto il giubbotto per avvolgersi la bandiera addosso e salire sul monumento in stile fascista.

Nessuna resistenza al fermo, anzi l’ammissione di essere stato il protagonista della caccia al nero che per oltre un’ora ha fatto calare la città nel terrore. Per poi concludere con un “Viva l’Italia”. Nel mirino folle di Traini persone di colore, sorprese durante una passeggiata o mentre sorseggiavano un caffè. Il bilancio parla di sei feriti, cinque uomini e una donna: ghanesi, senegalesi e nigeriani, la stessa nazionalità di Innocent Oseghale, il presunto omicida di Pamela Mastropietro, la 18enne ospite di una comunità di recupero per tossicodipendenti trovata a pezzi dentro due trolley mercoledì scorso a dieci chilometri da Macerata. Ieri mattina, più o meno alla stessa ora, il giudice ha confermato il carcere per Oseghale.

Nessuno dei feriti è in pericolo di vita: “Soltanto uno ha suscitato preoccupazioni per una lesione al fegato – spiega Emanuele Rossi, primario del pronto soccorso dell’ospedale di Macerata –, ma è stato già trattato ed è da considerare fuori pericolo. Gli altri hanno subìto lesioni minori. Tutti però hanno rischiato di essere colpiti ad organi vitali”. Due dei feriti sono richiedenti asilo seguiti dal Gus (Gruppo umana solidarietà): “Faremo di tutto per loro, sotto ogni profilo. Noi stiamo dalla parte delle vittime e rifiutiamo ogni forma di fascismo. Molti si devono fare un esame di coscienza, ora abbassare i toni” afferma il presidente, Paolo Bernabucci.

Il tiro al bersaglio è cominciato ieri verso le 11, quando Luca Traini, sulla sua Alfa 147 nera priva di targa, ha iniziato lo shooting in via dei Velini. Per primo ha colpito un uomo davanti ad un supermercato. Nel giro di mezz’ora il 28enne di Piediripa (Macerata) ha ripetuto il gesto altre sette volte. In altrettanti punti di Macerata, tutti più o meno nel cuore della città, con l’eccezione di Casette Verdini. Anche qui torna il collegamento con l’omicidio della Mastropietro: è la frazione di Pollenza dove sono stati trovati i trolley con i resti della ragazza. L’episodio più eclatante si è verificato nel frequentatissimo corso Cairoli, dove i proiettili sparati con la sua pistola Glock 4, regolarmente detenuta, hanno colpito un africano e la vetrina del bar dove si trovava, rischiando di ferire altre persone.

Nel frattempo in città si era diffuso il terrore, con video, foto e messaggi via social. Compreso l’appello del sindaco, Romano Carancini: “Restate chiusi in casa, evitate di uscire all’aperto, c’è un pazzo che sta sparando ai passanti”, ha detto su Facebook. Un autentico coprifuoco. Sospesa anche l’uscita degli alunni da tutte le scuole cittadine.

Il movente razziale del gesto è subito emerso in tutta la sua drammatica realtà. Resta da capire, tornando ad intrecciare la sparatoria di ieri con il macabro ritrovamento dei resti di Pamela Mastropietro, se Luca Traini si sia attivato con la modalità killer in seguito a quell’orrore o magari alle notizie, non confermate, che le sevizie fossero il frutto di oscuri riti tribali: “Conosco Luca, mi ha raccontato di essersi innamorato con una ragazza romana con problemi di droga ospite di una comunità della zona”, ha raccontato la coordinatrice locale della Lega, Maria Letizia Marino. Girano voci su una possibile relazione tra Traini e Pamela sono emerse ieri, ma i carabinieri hanno escluso collegamenti fra i due. E anche i familiari della povera ragazza: “Non lo conosciamo – hanno detto la mamma e lo zio di Pamela, legale della famiglia –. La violenza non può essere la risposta alla tragedia che ci ha colpiti. Ci sono le aule di giustizia per i responsabili di questo brutale omicidio”.

Si fa ma non si dice

Siccome la mamma dei cretini è sempre gravida, l’addetto stampa del M5S in Veneto, tal Ferdinando Garavello, raccomanda a candidati e comunicatori una regola praticata dai politici di tutto il mondo da che mondo è mondo: lo sputtanamento degli avversari. Solo che, anziché dettarla a voce senza lasciare tracce, commette l’ingenuità di metterla per iscritto in un messaggio collettivo via social (“In campagna elettorale faremo molta comunicazione negativa sui partiti e sui candidati. Quindi, ognuno di voi va a cercarsi i diretti concorrenti e tira fuori tutto il peggio che si può tirar fuori: nefandezze, foto imbarazzanti, dichiarazioni e tutto quello che può servire a fare campagna negativa su di loro”). Che ovviamente finisce sui giornali. Che ovviamente scatenano i loro sepolcri imbiancati e le loro verginelle violate, fingendo di indignarsi per l’invenzione della gogna, come se non fosse vecchia come la ruota. Come se la propaganda elettorale negativa l’avessero scoperta i 5Stelle o quel tal Garavello. Come se fin dall’inizio della storia della Repubblica la Dc e il Pci non si combattessero a colpi di campagne sui comunisti che mangiavano i bambini e volevano abolire la religione (“Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no”) e, dall’altra, sui democristiani “forchettoni” al soldi dell’America. O come se nell’agosto del 2016 Filippo Sensi, allora portavoce di Renzi e poi di Gentiloni, ora in lista nel Pd, non avesse postato per sbaglio in una chat con i giornalisti delle agenzie, insieme alle consuete veline di giornata, anche un ordine che era meglio impartire a voce: “Proviamo a menare Di Battista sul discorso della Libia ricordandogli l’Isis”. E la cosa non destò scandalo, perché il pentastellato non era il picchiatore, ma il picchiato. Dunque, giù botte.

Su La Stampa, il commissario Jacopo Iacoboni parla di “macchia del fango pro M5S”, per distinguerla da quella anti-M5S che lo vede protagonista incontrastato. Sempre per la stampa umoristica, Libero titola: “Di Maio ordina ai suoi: sputtanate gli avversari”. E il Giornale: “Ordine di servizio ai militanti: infangate i candidati avversari”. Cosa che Libero e il Giornale non si sognerebbero mai di fare con gli avversari di B. e Salvini. Quindi cercare altarini imbarazzanti (e magari veri) degli avversari è “macchina del fango” se lo dice un 5Stelle, mentre se il portavoce del governo istiga a “menare” un 5Stelle è cosa buona e giusta.

Stesso sistema per gli impresentabili. Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato l’elenco completo (o quasi, se ne scopre sempre qualcuno nuovo) dei più impresentabili fra gli impresentabili.

E cioè gli inquisiti, imputati e condannati per reati gravi in lista: FI&Pd ne candidano a decine, Lega e FdI qualcuno, LeU un paio, i 5Stelle nessuno. Infatti ieri il Giornale Unico dell’Inciucio che quotidianamente esce nelle edicole sotto le testate del Corriere, di Repubblica, del Messaggero e de La Stampa, titolava sugli impresentabili dei 5Stelle, come se fossero un esercito. La Stampa: “Di Maio scivola sugli impresentabili”. E chi sarebbero? Alcuni “indipendenti” ex iscritti o ex simpatizzanti di altri partiti (Pd, FI, Lega), mai indagati né sospettati di nulla di men che corretto; il solito addetto stampa veneto, che non è candidato, dunque non può essere impresentabile perché non si presenta; e l’ormai famigerato Emanuele Dessì da Frascati, che postò una foto sui social con Domenico Spada prima che fosse inquisito per la testata al cronista, rivelò di aver picchiato un rumeno che minacciava la sua famiglia, elogiava la violenza e vive in una casa popolare a 7,9 euro al mese da quando era nullatenente. Il classico candidato che, se queste cose fossero emerse prima, Di Maio avrebbe cancellato dalle liste (le segnalazioni di “nefandezze” sono richieste anche all’interno del M5S e sono servite al leader per eliminare un po’ di soggetti imbarazzanti). Ora che è troppo tardi, Dessì verrà fatto dimettere da deputato in caso di elezione e comunque rischia l’espulsione dal M5S.

Ma si tratta pur sempre di un caso singolo su 348 candidati uninominali e circa 400 plurinominali, selezionati in un mese su quasi 15 mila concorrenti alle Parlamentarie. Invece, da uno solo, si riesce a far apparire che siano tutti così. Corriere: “Parlamentarie M5S, caos tra addii e accuse. Pd: 240 euro di sgravi per i figli a carico”. La par condicio è assicurata: i 5Stelle sono citati per il “caos” e gli “addii” (al plurale, anche se n’è andata solo un’ex deputata che non verrà rieletta, essendo finita quarta su quattro nel listino proporzionale, ndr) e il Pd per i tanti bei soldini che regalerà alle mamme e ai papà. Stesso giochino su Repubblica: “Il Pd: aiuti a famiglie e lavoro. Senza Grillo, M5S nel caos” (prima, per Repubblica, il M5S era sempre nel caos perché Grillo comandava da solo dal blog, ora è nel caos perché s’é fatto un blog tutto suo e non comanda più). E sul Messaggero: “Tra impresentabili, ricorsi e dimissioni è caos M5S”, “L’incubo impresentabili ritorna”. Invece, se Minniti, Del Rio, la minoranza interna di orlando ed Emiliano, le federazioni locali si ribellano ai paracadutati, alle epurazioni e alle liste indecenti di Renzi, nessun “impresentabile”, nessuna “rivolta”, nessun “caos”: al massimo “malumori”, ma parlando con pardon e chiedendo scusa alle signore (Corriere: “I malumori di Delrio e Minniti per le ‘garanzie’ del segretario su collegi e posti nelle liste). E sia chiaro: l’unico impresentabile, peraltro mai indagato, del M5S, puzza come la cloaca massima, mentre decine di impresentabili voluti e candidati apposta da FI&Pd profumano di Chanel n.5.

Intanto il Consiglio di Stato torna a bocciare la “riforma” del competentissimo ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che apre i musei italiani ai direttori stranieri. E tutti i giornaloni danno ragione a Franceschini che strilla contro i giudici cattivi. Nessuno spiega che la magistratura amministrativa agisce in base alla Costituzione e a un divieto imposto dalla legge 165/2001 del governo Amato, varata dall’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio: Dario Franceschini.

Ma il meglio arriva sull’ennesimo “caso vaccini”. Da due giorni Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero (e anche il Foglio, con una lectio magistralis del virologo rag. Cerasa) la menano sulla Raggi “No Vax” che si ribella alla Lorenzin dunque alla Scienza, spalleggiata da Salvini & Meloni, anch’essi tifosi e untori di tutti i virus disponibili sul mercato. E, siccome tutti lo scrivono, tutti ci credono. Peccato che, a impedire i vaccini obbligatori per tutti siano proprio quelli che dicono di volerli: la Lorenzin che ha fatto un decreto senza coperture né strutture per renderlo operativo in tutte le Asl d’Italia, tant’è che si parla di 40mila bimbi ancora non in regola che rischiano di essere sbattuti fuori da asili e scuole. Di questi, 10 mila vivono nel Lazio e 8mila a Roma (dove le Asl dipendono dalla Regione amministrata dal Pd). Allora il Consiglio comunale della Capitale ha approvato una mozione dei 5 Stelle non per difendere i No Vax, ma per tenere a scuola i figli dei Sì Vax che rischiano l’espulsione o la multa perché non si riesce a vaccinarli per colpa del governo e della Regione. Il Messaggero: “Raggi e Salvini uniti nella lotta contro l’applicazione della legge sui vaccini obbligatori”. Repubblica: “Lorenzin: ‘Sui vaccini Raggi fuorilegge’. Con lei Di Maio e Salvini. Renzi: ‘Incivile’”. Il Foglio: “La scelta di Raggi sui vaccini dimostra che l’estremismo non è solo sbagliato: è pericoloso”. Poi si scopre che la mozione Raggi – molto simile a quelle appena approvate a Firenze e in Toscana da Pd&C. – non l’hanno votata solo i 5Stelle e le destracce, ma l’intero Consiglio comunale all’unanimità: compreso il Pd, che tiene i piedi in due scarpe, come quando sparava contro il nuovo stadio della Roma e poi votava a favore.

Tutto questo però è meglio non scriverlo. Sennò poi i lettori capiscono che i giornaloni fanno peggio di ciò che rimproverano a quel tal Garavello: la “gogna” e la “macchina del fango” per “tirare fuori il peggio”, ma solo sui 5 Stelle. E, se non lo trovano, se lo inventano.

“Belli capelli” e gli incroci pericolosi

Brand manager junior specialist. Cosa significhi non sappiamo: di certo si tratta della qualifica con cui è stata assunta alla Juventus Camilla Carnevali, figlia di Giovanni Carnevali, l’ad del Sassuolo che è anche amministratore unico di “Master Group Sport”, agenzia di marketing molto addentro alle cose dello sport. Classe 1960, grande amico di Beppe Marotta, l’ad della Juventus con cui lavorò tra gli anni 80 e 90, detto “Belli capelli” per il suo look piacente e giovanile, è stato a suo modo il protagonista dell’ultima sessione del (triste) calciomercato, dove il colpo in canna è stato per 30 giorni quello di Politano dal Sassuolo al Napoli (sic), affare mai andato in porto – mormorano i maligni – anche per non indisporre la Juve e Marotta.

E insomma: che la figlia di “Belli capelli” sia stipendiata dalla Juve e che Politano non sia andato al Napoli magari è casualità: la stessa che ha portato al club di Andrea Agnelli Alberto Pairetto, figlio dell’ex designatore Pierluigi squalificato per Calciopoli, come “Event manager”.

Di certo, Politano è almeno il secondo buon giocatore del Sassuolo che non va in un grande club per interferenze dall’alto: era già successo a Berardi, vicino a Inter e Roma senza mai riuscire a farcela. Carnevali, naturalmente, smentisce di aver ricevuto pressioni da Marotta. Che “Belli capelli” abbia insomma quel po’ di pelo sullo stomaco che tanto fa gioco, nella giungla del pallone, è un dato di fatto. Per dire: ci sarebbe sul suo conto un piccolo problema di conflitto d’interessi se è vero che da un lato è l’ad di un club di A e dall’altro è il patron dell’agenzia di marketing che come si legge nel suo stesso sito “gestisce i principali avvenimenti calcistici nazionali in collaborazione con la Lega di A e B”. Tutto regolare? Per “Belli capelli” tutto fa brodo. L’importante è che se ne parli.

Stati Uniti in apnea: è l’ora della grande parata (sportiva)

“Difficile non vedere i Patriots favoriti. Anche se non si sa mai: Philadelphia è una città affamata di sport e di vittorie”.

Sono in molti a pensarla come Giorgio Tavecchio, il primo italiano a giocare un’intera stagione in NFL, il massimo campionato di football americano. Se New England non ha perso lo scorso Super Bowl, quando era sotto di 25 punti nel terzo, per poi dare vita alla più clamorosa delle rimonte contro gli Atlanta Falcons, difficile possa accadere quest’anno.

Quella che andrà domenica notte sarà la 52esima edizione della finale del torneo NFL, un evento che ogni anno calamita l’attenzione di milioni di fan e curiosi. La sfidante dei Patriots quest’anno saranno i Philadelphia Eagles, cui servirà il classico miracolo per avere la meglio dei campioni in carica, la franchigia più vincente della storia. Sotto la guida di coach Bill Belichick, negli ultimi 20 anni il team del Massachusetts ha vinto cinque volte il Super Bowl in otto apparizioni. “Il più forte di tutti? Indubbiamente il quarterback dei Pats Tom Brady, un fuoriclasse che a ogni partita sta riscrivendo la storia del football americano”, commenta Tavecchio. Che in questi giorni è in Spagna per un po’ di vacanza, e che ovviamente domenica notte sarà collegato con lo U.S. Bank Stadium di Minneapolis, dove Justin Timberlake sarà il mattatore dello show di half-time. “Per chi tifo? Per i kicker delle due squadre, spero che facciano bene”.

Solidarietà tra colleghi: in quel ruolo, quello di chi entra in campo per eseguire i calci piazzati, Giorgio ha appena vissuto una stagione indimenticabile. Nato nel 1990 a Milano, era sbarcato negli Stati Uniti dieci anni fa, per giocare a football al college in California e studiare economia. Con una determinazione feroce, ultimo arrivato in una cultura in cui il football americano è un dogma, è sempre rimasto nel giro delle squadre professionistiche, ma non aveva mai esordito in campionato. Dopo anni di attesa, speranze e frustrazioni, la sua grande occasione è arrivata a settembre, quando si è ritrovato titolare con i suoi Oakland Raiders. L’esordio è stato incredibile, con 14 punti giunti dai suoi piedi e due spettacolari realizzazioni da oltre 50 yard.

“Non so cosa insegni la mia parabola, sto cercando di capirlo. Di sicuro è una storia di tenacia, perseveranza, dedizione, un percorso in cui non ho mai permesso che l’atleta prendesse il sopravvento sull’uomo. È un successo collettivo, in cui il ruolo di famiglia, allenatori e sostenitori, e anche della mia fede, è stato determinante”.

L’ultima stagione, nonostante il fallito assalto ai playoff dei Raiders, ha fatto di lui un giocatore NFL a tutti gli effetti, con un futuro in questo mondo di giganti. Nel frattempo, grazie alle sue imprese, è cresciuta anche l’attenzione dell’Italia nei confronti del football americano. Giorgio, soprannominato “Italian Stallion” dai suoi tifosi in ossequio a Sylvester Stallone e allo stereotipo sui nostri connazionali in America, ne approfitta per fare pubblicità alla disciplina, che, seppur con meno clamore, ha un suo campionato anche in Italia. “Riparte il 3 marzo, lo scorso anno hanno vinto i Seamen Milano” ricorda Tavecchio.

“Sono lusingato da tutte le parole che sono state spese su di me. Essere il portabandiera di uno sport così importante, che negli Stati Uniti vanta milioni di tifosi, è qualcosa di speciale. La NFL è la piattaforma perfetta per fare emergere i miei valori: umiltà, rispetto, sacrificio. Con la speranza di non essere l’ultimo italiano a giocare qua”.

A casa è un big bang di nevrosi borghesi

“A casa tutti bene”. Anzi, malissimo. D’altra parte siamo in un film di Gabriele Muccino, il suo più corale, il suo Festen, per dirla alla danese. Al centro è la famiglia quale metafora e metonimia della società umana, della vita stessa, e quindi “è un gran casino”. E per di più è una famiglia disfunzionale, come si dice oggi, nonostante la saggia precisazione di Pierfrancesco Favino, “sfido chiunque a dirmi che esiste una famiglia funzionale”. Appunto.

Dunque largo al selfie collettivo, protagonista emblematico di una locandina affollata di sorrisi perfetti come erano i sogni di questi personaggi, oggi “naufraghi” sull’isola verde speranza come i corpi ancora vergini di Edoardo e Luna, gli unici adolescenti nel consesso parentale. Muccino ha scelto l’Ischia post terremoto quale isola dei suoi famosi, un affresco d’epica relazionale straripante di star del made in Italy. Perché quei 7,5 milioni di euro di budget che Lotus Production (Leone Film Group + Rai Cinema) e 3 Marys gli hanno messo a disposizione valgono quanto i 55 milioni di dollari elargiti da Hollywood. “Produttivamente questo film non ha nulla da invidiare ai miei lavori americani” gioisce il cineasta ormai rincasato nel Belpaese dopo la lunga esperienza californiana, “basta nomadismo, avevo voglia di tornare a vivere in Italia, ma questo non significa che non farò più film in Usa”. E pensare che, a proposito di Oscar e dintorni, avrebbe dovuto girare Call Me By Your Name per espressa volontà del “produttore” Luca Guadagnino. “Ma già all’epoca, quindi diversi anni fa, gli dissi che doveva farlo lui e visti gli esiti avevo ragione: non è la mia materia e l’ho passata senza rimorsi né rimpianti”. Si accontenterà il buon Gabriele delle oltre 500 copie che 01 diffonderà della sua nuova fatica dal 14 febbraio, con tanto di promozionalissima superospitata a Sanremo alla prima serata di Festival.

Tormentati più o meno consapevolmente, riappaiono alcune vecchie glorie mucciniane, da Stefano Accorsi (“ritrovare Gabriele è sempre bello e semplice”) a Sabrina Impacciatore, esordiente ne L’ultimo bacio e qui anche collaboratrice alla sceneggiatura, dal citato Favino alla madre di questi tre, ovvero la celebrata e celebrante (di nozze d’oro col personaggio di Ivano Marescotti) Stefania Sandrelli, che è bello veder recitare con Sandra Milo nei panni di sua cognata, nonché madre di Massimo Ghini sposato con Claudia Gerini, e di Gianmarco Tognazzi coniugato con Giulia Michelini. E poi ancora i “consorti” (o ex, neo fiamme, amanti…) dei tre fratelli: Carolina Crescentini, Valeria Solarino, Giampaolo Morelli, Elena Cucci e Tea Falco. Un set da grande famiglia vera, con tanto di chat ancora aperta fra gli attori-amici (“sembriamo una comunità di recupero per tossici da affetto” scherza Gimbo Tognazzi), che per Muccino ha rappresentato forse “l’avventura più emozionante e speciale degli ultimi anni”.

Tutti insieme appassionatamente su una trama esile ma classica: famiglia della neo borghesia alimentare i cui genitori festeggiano le nozze d’oro sull’isola dove vivono nel lusso. Accorrono figli e nipoti in grande spolvero dal traghetto e con l’intenzione di rientrare in serata: peccato il maltempo li trattenga in soggiorno forzato col parentado per un paio di giorni, dannatissimi. Esplode il big bang di nevrosi, tutti sclerano, tutti urlano, piangono e qualcuno – il personaggio di Favino – addirittura arriva a maltrattare fisicamente la moglie: “È un black-out, di quelli da scappa o combatti. Ma arriva da Fellini non dalla cronaca”, precisa Muccino che ben conosce la delicatezza della cocente attualità.

“È dannoso tirar fuori i nomi per distruggere qualche vita”

Firmataria del manifesto “Dissenso comune”, ma a posteriori dalla sua redazione, Sabrina Impacciatore crede nella “piccola ma grande rivoluzione culturale” che questo potrà sortire, a condizione che ci siano “fra noi donne reali condivisioni e complicità”, e che il documento non resti fine a se stesso. Ma nessuna “caccia alle streghe”.

Come risponde ad Asia Argento che ha accusato le firmatarie di “Dissenso comune” di volersi ripulire le coscienze dal silenzio finora tenuto nei confronti di chi si è esposto?

In ogni intervista dove ho potuto farlo, ho sempre apprezzato il comportamento di Asia, il suo coraggio, e mi sono indignata quando ho scoperto che era stata attaccata sui social. Ma non essendo io sui social non ho avuto modo di testimoniare in suo favore se non, appunto, nelle interviste fatte da quando sono in scena con Venere in pelliccia: purtroppo non è mai uscita questa cosa e mi sono chiesta se tali omissioni non fossero pilotate.

Miriana Trevisan è rammaricata dell’esclusione dall’elaborazione iniziale del documento e dal fatto che le modifiche da lei proposte siano state ignorate. Perché è accaduto questo?

Onestamente io non ne sapevo niente, a me è arrivato un messaggio da una collega – di cui non faccio il nome – un paio di settimane fa col quale mi proponeva di firmare il manifesto, ma io stessa non ho partecipato alla redazione del documento. Quindi non posso dare un’opinione in merito.

E rispetto alla pubblicazione dei nomi degli accusati di che parere è?

Sono contraria di base alla caccia alle streghe: credo che tirare fuori dei nomi per poi distruggere delle vite sia dannoso. Ma soprattutto non produce risultati al fine di migliorare la condizione delle donne, nel senso che se ne parla al momento e poi finisce tutto lì, con l’effetto anche di screditare le fonti. Se dei nomi utili devono uscire – e sono usciti – sono quelli di gente come Bellomo.

A Trevisan è stato detto che la lettera è “un primo passo”. Cosa accadrà ora, quali passi verranno fatti concretamente?

Anzitutto dovremmo non perdere quest’occasione d’oro per attivare una rivoluzione culturale che sarebbe grande in un Paese dove nel 2018 ancora regna una cultura misogina anche da parte delle donne stesse, intendo quelle che educano i figli al non rispetto nella relazione col femminile. E quindi, in concreto, dobbiamo ripartire da lì, dalle origini: noi attrici potremmo sfruttare la nostra notorietà per andare nelle scuole e parlare ai ragazzi ma anche ai genitori, ragionare su proposte che arrivino a diventare leggi a tutela reale delle donne. Perché non esiste nulla di concreto dalla politica italiana che protegga veramente noi donne: penso sempre a quella donna sfigurata di notte dal suo compagno mentre dormiva e al suo uomo ancora a piede libero dopo pochi mesi di detenzione. Questo mi fa capire quanto siamo indietro e quanto ancora c’è da lavorare. Il cinema può essere un utile megafono in tal senso.

Donne contro: “Hanno avuto paura di non lavorare più”

Il giorno dopo la pubblicazione del manifesto “Dissenso comune”, sottoscritto da oltre  120 donne tra attrici, registe e lavoratrici dello spettacolo, si contano le aggiunte (Stefania Sandrelli) e le escluse, coloro che non hanno voluto firmare o che non sono rientrate nel gruppo che ha redatto l’appello.  L’assenza di Asia Argento – che ieri dalle colonne di questo giornale ha accusato le colleghe di “lavarsi la coscienza dopo mesi di assordante silenzio” – ha provocato una prima defezione: l’attrice e scrittrice Francesca D’Aloja, che ha espresso su Twitter il suo ‘dissenso’ e ha ritirato la firma. E proprio sui social ieri ha tenuto banco la polemica sull’efficacia di un manifesto che non contiene neanche un nome. Il “Fatto” ha provato a cercare molte delle firmatarie, trovando la disponibilità a rispondere della sola Sabrina Impacciatore. Ad Asia Argento si è però unita Miriana Trevisan, l’altro nome che manca all’appello.

 

“Mi sembra un condono: vi controlliamo ma non facciamo niente, state tranquilli”. Tra le donne che non hanno voluto firmare il manifesto “Dissenso comune”, oltre ad Asia Argento – che ieri sul Fatto ha accusato le colleghe di volersi lavare la coscienza dopo mesi di silenzio – c’è anche Miriana Trevisan. Anche lei mesi fa ha avuto il coraggio di denunciare un presunto caso di molestia, anche lei è stata quasi del tutto lasciata sola.

Secondo Asia Argento lei sarebbe stata contattata dal gruppo di colleghe solo pochi giorni fa. È così?

Asia mi aveva raccontato che qualcosa si stava muovendo. Una quindicina di giorni fa, vado a memoria, sono stata coinvolta da Jasmine Trinca attraverso una conoscenza comune.

Ha partecipato ai loro incontri?

No. So che all’inizio erano un piccolo gruppo, una ventina di donne. Si sono viste, hanno studiato. Una volta si stava organizzando un incontro ed ero pronta ad andare, poi all’ultimo è saltato.

Sempre Asia Argento ci ha raccontato di aver provato a farla inserire nella chat del gruppo. Invano.

È vero. L’ho trovata una cosa poco carina. Ma non capisco: sono una donna, dicono di aver subito anche loro quello che abbiamo subito noi. Quindi cosa ho di diverso, se non un dolore? E un dolore per il ‘sistema’, proprio come lo chiamano nel manifesto.

Cosa è successo dopo?

Mi hanno mandato la prima versione, sono rimasta scioccata. Ho cercato – attraverso la persona che mi faceva da tramite con Jasmine – di far inserire alcune modifiche, perché non ero d’accordo. Anzi, ho cercato di mandarle in chat e mi è stato risposto che ci avrebbero pensato loro. Jasmine mi ha anche detto: ‘Lascia perdere questa chat’. Abbiamo parlato al telefono per un’oretta, si è anche ipotizzato un altro incontro, ‘perché noi vogliamo ascoltarvi, siamo dalla vostra parte’. Ha manifestato un’apertura sincera, ma insisteva sul fatto che non è stato facile metterle tutte d’accordo.

Lei ha chiesto che venissero fatti nomi e cognomi?

Certo. Mi è stato risposto che quest’appello è soltanto un primo passo. Però c’è stata un’ammissione: la paura.

Si spieghi meglio.

Si ha paura di non lavorare più in quel ‘sistema’. E io questa cosa la capisco. Ma non sarebbe più onesto dire la verità, ‘non facciamo i nomi perché abbiamo paura’? Forse qualcuno, là fuori, avrebbe apprezzato l’onestà.

Invece hanno scritto di non voler puntare il dito contro nessuno.

È una presa di posizione troppo timida. La questione è proprio questa: che messaggio diamo alle nostre figlie? Io non ho firmato perché, invece, bisogna insegnare a puntare il dito ogni volta, sul nascere di una violenza, creare un diritto senza avere paura.

Eppure per l’appello si è parlato di atto politico.

Non ho mai visto un atto politico più generalizzato di questo.

Al tempo della sua denuncia, le era stata manifestata solidarietà?

Da parte di altre vittime, sì, moltissime. Due o tre colleghe del mondo della televisione mi hanno scritto in privato: ‘Hai ragione, mi è successa la stessa cosa, ma non la racconto perché altrimenti non lavoro più’.

Solo due o tre?

Si vede che il nostro è un ambiente candido… (ride)

A questo appello hanno aderito ben 124 donne, e forse altre se ne aggiungeranno. Si sente meno sola?

Hanno scritto ‘non abbiamo più paura, siamo unite’. Ma che significa, quando poi abbassano lo sguardo e non hanno la forza di fissare negli occhi la realtà? Il passato ci insegna che non è così che si affrontano le cose. Anzi, così finisce tutto nel vuoto. Questo manifesto mi sembra un condono: è come dire ‘state tranquilli, non vi facciamo niente, vi controlliamo solo’. Intanto questi personaggi sono ancora liberi di fare del male. Allora voglio rilanciare: vogliamo essere unite? Io ci sto, ma guardatemi negli occhi. Lasciamo perdere le chat: voglio piangere insieme a ognuna di voi.

Migranti, salta il “tappo” nel Mediterraneo

La rete di contenimento dei flussi migratori, del controllo e della sicurezza in questo inizio d’anno mostra più di una crepa. Drammi e tragedie ai confini del mondo, dalle acque mortali davanti alle coste libiche fino all’esasperazione degli animi a Calais, estremo nord della Francia che guarda le bianche scogliere di Dover.

Francia e Italia in prima linea, ‘gemelle diverse’ che tra Sahel e Mediterraneo hanno scelto strategie analoghe, fino alla presenza militare. La cronaca delle ultime ore parla di 300 persone salvate dalla Marina libica, fra cui 77 donne, e dell’ennesimo naufragio. Un barcone carico di disperati, un centinaio di persone, in maggioranza pachistani, è colato a picco pochi minuti dopo aver lasciato la terra ferma a Zuara. Si teme un numero elevato di vittime, almeno 90; ci sono appena tre superstiti.

L’ultima tragedia del mare di una lunga scia ormai, quasi si sia tornati ai numeri, se non addirittura qualcosa in più, degli anni precedenti. La seconda metà del 2017 ha fatto registrare un drastico calo degli arrivi, frutto del pacchetto di accordi varato dal ministro degli Interni, Marco Minniti. Il risultato, in termini di numeri, degli accordi presi con le autorità libiche, ufficiali e non, è stato immediato, ma adesso l’effetto sta svanendo. Secondo i dati forniti dal ministero, nei primi trenta giorni del 2018 sono arrivati sulle coste italiane, nei vari porti siciliani e calabresi, addirittura più migranti rispetto allo stesso periodo del 2016 e del 2017.

Le cifre dimostrano che il “tappo” messo dall’Italia per arginare i flussi sta saltando. Altro dato sconfortante sono i 258 morti nel mar Mediterraneo nel primo mese del 2018. Nel frattempo, proseguono i ritorni volontari e i rimpatri assistiti gestiti dalle organizzazioni che si occupano di migrazioni dalla Libia. Partite, con un mese di ritardo, anche le missioni delle nostre ong che hanno aderito alla missione dell’Aics (la Cooperazione italiana) per portare benefici ai profughi rinchiusi nei centri di detenzione.

Sempre le statistiche del Viminale, mostrano un altro dato interessante: il massiccio transito, nell’ultimo periodo, di cittadini in fuga dal Pakistan e la conferma è arrivata, purtroppo, dal naufragio di ieri. Costante il numero dei profughi eritrei, da anni in fuga da un regime dittatoriale durissimo di cui si conosce poco.

Con la chiusura della rotta terrestre scelta in passato dai migranti del Corno d’Africa, attraverso la Siria, la Turchia fino alla Grecia, gli eritrei hanno rimpolpato il numero dei disperati lungo la costa tra Egitto e Libia.

Eritrei che sono stati co-protagonisti di una drammatica rissa a colpi d’arma da fuoco e bastoni nei pressi del centro di distribuzione del cibo a Calais. il bilancio è pesante: 20 feriti, di cui 4, tutti eritrei giovanissimi, tra 16 e 18 anni, sono in fin di vita: lo scontro è avvenuto con un gruppo di afgani uno dei quali è ricercato dalla polizia.

Arrivare tardi non è uguale per tutti

Mi scuso per la maleducazione che ho mostrato non facendomi trovare al mio posto per rispondere alla sua domanda. Nei 5 anni in cui è stato un mio privilegio rispondere alle domande per conto del governo ho sempre creduto che dovremmo elevare il livello di cortesia e rispetto nel rispondere. Mi vergogno per non essere stato al mio posto, e di conseguenza offrirò al primo ministro le mie dimissioni con effetto immediato”.

Cose dall’altro mondo, almeno per i nostri standard. Sono bastati 2 minuti di ritardo sul posto di lavoro, un aplomb ultra-british da far invidia anche ai fanatici della pignoleria e il ministro Lord Bates annuncia le dimissioni al Parlamento. Ciò accadeva due giorni fa a Londra. Ieri, invece, la Bbc s’è divertita a chiedere con un video ai suoi corrispondenti esteri: “How late is too late?” (Quanto tardi è davvero troppo tardi?). Prima la lectio puntualitatis del giornalista dal Rwanda, di quello dallo Sri Lanka, da Sudamerica e Giappone.

Terminato il video, si rimane quasi sgomenti. Manca qualcosa, qualcuno. Manca chi più di tutti avrebbe potuto dare manforte al ministro, uno che l’orologio lo usa solo come accessorio di moda, colui secondo il quale la puntualità è una variabile circoscritta tra i 15 minuti e le 2 ore di ritardo, e che chiama “flessibilità d’orario”, o più comunemente “contrattempo”, “imprevisto”, “impegno improrogabile”. Manca l’italiota. Nessuno del Belpaese che abbia spiegato a Bates che qui abbiamo sdoganato e pure istituzionalizzato il quarto d’ora accademico. Nessuno che gli abbia detto che nel Parlamento di qui, non solo non ci si presenta per “rispondere a una domanda”, ma neppure quando c’è una legge da votare? Che dire, poi, dell’elasticità d’orario?: ci si dà appuntamento alle 9 ma se s’arriva alle 11:30 s’è pur sempre “in tempo”. E come tradurre nella lingua di Shakespeare il meme: “Ti ho detto che arrivo tra 5 minuti… non serve che mi chiami ogni mezz’ora”? Fortuna che le dimissioni di Bates siano state respinte all’unanimità dall’intera aula.