Altro che Gerusalemme, il Sultano a Roma per affari

Mentre i bambini curdi del cantone di Afrin, nel nord della Siria, sono costretti a cercare rifugio dalle bombe turche nelle grotte – come ha documentato la Cnn – colui che ha ordinato l’invasione di questa zona appartenente al territorio siriano farà la sua trionfale passerella a Roma domani e lunedì.

Per garantire che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan possa incontrare senza scocciature il presidente Mattarella, il premier Gentiloni e Papa Francesco, i cittadini italiani devono partecipare alle spese ma in silenzio, peggio che ai tempi delle sontuose visite di Gheddafi.

È stata creata una gigantesca area per tenere il più lontano possibile coloro che ritengono la politica del Sultano incompatibile con la democrazia e vorrebbero dimostrarlo manifestando nelle strade.

Quando lo scorso anno Erdogan andò negli Stati Uniti, le autorità americane permisero ai manifestanti di radunarsi davanti all’ambasciata turca dove però vennero picchiati e allontanati dalla scorta di Erdogan, contribuendo a rendere sempre più difficili i rapporti anche tra membri Nato ( la Turchia è il secondo membro Nato, dopo gli Usa per numero di soldati).

Agli attivisti e giornalisti italiani invece verrà concesso di entrare solo dove non creeranno fastidi al Sultano trionfante. Grazie all’intesa con Putin e con l’Iran sul destino di Bashar al Assad – suo ex amico fraterno – e al via libera anche da Washington riguardo Afrin, Erdogan è riuscito a ottenere un posto al tavolo dei negoziati non solo per quanto riguarda la questione siriana. Il Sultano gioca ormai da tempo un ruolo centrale in tutta la polveriera mediorientale e in ambito europeo rimane ancora, per volere di tutti gli stati membri, il guardiano – pagato profumatamente – dei profughi che vorrebbero venire in Europa attraverso la Turchia.

Per quanto riguarda il rapporto con l’Italia, secondo partner commerciale europeo di Ankara, c’è di più. La motivazione ufficiale della visita di Erdogan è la necessità di discutere della decisione americana di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele. Il presidente turco aveva subito approfittato della decisione di Trump per spacciarsi da unico e genuino difensore dei musulmani palestinesi. Per questo è stato invitato in primis da Papa Francesco, contrario al cambiamento dello status quo della Città Santa, ma il vero motivo è un altro: consolidare il recente accordo tra Italia-Francia e Turchia in ambito militare.

La sua visita segue di un mese l’accordo stretto per lo sviluppo del sistema di difesa aerea turco a lungo raggio, affidato al consorzio franco-italiano Eurosam, firmato tra Erdogan e Macron a Parigi.

Intanto sui tetti dei palazzi romani e nelle strade stanno per essere dispiegati oltre 3.500 uomini delle forze dell’ordine italiani, affiancati dagli agenti dell’intelligence turca. La Rete Kurdistan invece ha lanciato un appello con l’hashtag #ErdoganNotWelcome.

L’appuntamento per i manifestanti è per lunedì 5 febbraio dalle 11 alle 14 ai Giardini di Castel Sant’Angelo (lato via Triboniano). Nel frattempo accademici, politici e attori hanno inviato una lettera a Papa Francesco dicendosi “molto preoccupati” per l’incontro tra il Pontefice e il presidente turco. “Secondo quanto riportato dalla stampa, Papa Francesco avrebbe invitato Erdogan per discutere proprio della crisi su Gerusalemme… – scrivono i firmatari tra i quali ci sono il segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni e Carlo Freccero – Il presidente turco è particolarmente attivo nei confronti delle sorti della città di Gerusalemme e dei Palestinesi, ma è anche alla guida di un Paese che sta diventando sempre più autoritario e dittatoriale al suo interno e autore di una politica internazionale spregiudicata, che ha favorito anche la radicalizzazione dei jihadisti in Medio Oriente. Oggi, dopo la sconfitta di Daesh in Iraq e in Siria da parte delle forze curde, la Turchia ha intrapreso una nuova guerra ‘con l’attacco partito il 19 gennaio 2018’ proprio contro quei curdi che hanno sconfitto Daesh”.

Fidelito, una vita depressa all’ombra del papà

Nuovo lutto per la famiglia Castro. Fidel Ángel Castro Díaz-Balart , primogenito dello scomparso Fidel Castro, si è suicidato giovedì all’età di 68 anni. La notizia è stata diffusa dai media cubani i quali, del tutto insolitamente – mai è stata resa nota la causa della morte di Fidel – hanno specificato che Angel Castro “negli ultimi mesi era sotto cura da parte di un gruppo di medici a causa di un profondo stato depressivo”.

Fidelito, come veniva comunemente chiamato per la sua forte somiglianza col padre, era l’unico figlio che il defunto lìder maximo aveva avuto dalla sua prima moglie Mirta Díaz-Balart, conosciuta ai tempi dell’Università all’Avana, e dalla quale aveva divorziato nel 1955 mentre era in Messico a preparare il suo rientro nell’isola con un gruppo di guerriglieri. Fidelito aveva 5 fratellastri figli della seconda moglie di Fidel, la maestra Dalia Soto, e una sorellastra frutto della relazione con Natalia Revuelta. Per parte di madre era imparentato con due dei massimi esponenti dell’anticastrismo della Florida, i deputati repubblicani Lincoln e Mario Díaz-Balart.

Fidel Ángel si era laureato in fisica atomica nel prestigioso istituto Kurchatov dell’Unione sovietica, dove per ragioni di sicurezza aveva studiato col falso nome di José Raúl Fernández.

Al suo ritorno in patria il padre, che aveva l’ambizione di costruire una centrale nucleare a Juraguá, nella provincia di Cienfuegos, lo mise alla testa della Commissione per l’Energia nucleare. Nel 1992 però lo stesso lider maximo lo aveva deposto “per inefficienza nel disimpegno delle proprie funzioni”, dopo una serie di accuse di corruzione. Fidelito era ricomparso nella vita pubblica cubana nel 1999 , ma senza alcuna carica politica. Era sposato con la russa Olga Smirnova – dalla quale aveva avuto tre figli – era consigliere scientifico del Consiglio di Stato e vicepresidente dell’Accademia delle scienze. Cariche che occupava senza quasi apparire in pubblico. Per questo suscitarono scalpore le immagini di un selfie con Paris Hilton ad una festa durante la Fiera internazionale del sigaro cubano nel 2015. L’ultima sua apparizione in pubblico – con occhiali scuri e una bandiera cubana – fu nel dicembre 2016, al funerale del padre.

I rapporti con il genitore non erano mai stati facili. Nel 1959 dopo la vittoria della Rivoluzione, Fidelito aveva partecipato a un programma televisivo a New York, dove Fidel aveva offerto una rara immagine di padre di famiglia e dove il figlio rispondeva alle domande in un inglese – secondo le cronache dell’epoca – “migliore di Fidel Castro”. Lo stesso Fidel Ángel in un’intervista alla tv Russia Today aveva detto che “negli anni della mia prima giovinezza a Cuba vi era una situazione assai complessa e lui (il padre Fidel) come gli altri principali leaders avevano pochi contatti con la famiglia”.

Non vi saranno cerimonie pubbliche: la tv statale ha informato che i funerali di Fidel Ángel saranno riservati ai parenti. Ma nonostante il basso profilo che la famiglia e il governo vogliono tenere, il suicidio del primogenito del lider maximo assume rilevanza in una fase politica delicata per Cuba. In aprile infatti verrà eletta la nuova Assemblea nazionale del Poder popular (il parlamento unicamerale) che a sua volta nominerà il nuovo presidente della Repubblica, perché Raúl Castro ha confermato il suo ritiro. Dopo sessant’anni dunque non vi sarà un membro della famiglia Castro alla testa del governo.

Trump spara sull’Fbi per disinnescare l’inchiesta Russiagate

Non corre proprio buon sangue, tra Donald Trump e l’Fbi. “Una vergogna: un sacco di persone dovrebbero avere onta di se stesse”, è sbottato il magnate presidente con i cronisti, annunciando di avere declassificato un memo segreto uscito dalla commissione intelligence della Camera.

Il documento accusa i g-men del Federal bureau, figure mitiche dell’immaginario collettivo Usa – protagonisti di decine di film e serie tv – di avere compiuto abusi nelle indagini sul Russiagate e d’avere usato un loro informatore per fabbricare un dossier imbarazzante per Trump.

Con questa mossa, il presidente spera di azzoppare il procuratore speciale Robert Mueller, che conduce l’inchiesta sul Russiagate e il cui lavoro poggia in larga misura su materiale raccolto dall’Fbi. Dopo avere cacciato a maggio James Comey, il direttore dell’Fbi, nominato da Obama, ma capace di servire sotto diverse Amministrazioni, e avere accettato pochi giorni fa le dimissioni del vice Andrew McCabe, con cui aveva conti in sospeso, Trump si toglie ora altri sassolini dalle scarpe. Ma la mossa suscita un putiferio a Washington: non è affatto chiaro dove si vada a parare. I democratici accusano l’Amministrazione di minare la sicurezza dell’Unione e di “fare un favore” ai russi: se dovesse saltare Mueller, si aprirebbe – annunciano – una “crisi istituzionale”. Il memo di cui Trump autorizza la pubblicazione sarebbe “senza omissis”, secondo la Cnn. Si pensava, invece, di coprire parti che possano compromettere la sicurezza nazionale, come temono il Dipartimento della Giustizia e la stessa Fbi. Il memo è stato approvato solo dalla maggioranza repubblicana della commissione della Camera. La tesi della Casa Bianca, presa per buona da Devin Nunes, presidente della Commissione, è che l’Fbi e pure il Dipartimento alla Giustizia, retto da Jeff Sessions, in disgrazia presso Trump, hanno politicizzato e orientato le indagini. Sessione s’espone, difendendo il suo vice Rod Rosenstein. Il presidente sembra avere già svestito i panni del grande unificatore, indossati giusto il tempo del discorso sullo stato dell’Unione pronunciato martedì davanti al Congresso in plenaria, ed avere ripreso le sue vesti di capo di una fazione in lotta contro tutte le altre. Con Nunes, invece, sembra essersi stabilito un buon feeling: il deputato della California ha interpretato il ruolo di presidente della Commissione in modo molto partigiano.

Numerosi osservatori collegano il tentativo di ostacolare e di delegittimare Muller con il fatto che il cerchio del Russiagate si stringe intorno al presidente – che sarà presto sentito – al team della campagna elettorale e alla sua famiglia. Tre legali di un personaggio già formalmente incriminato, Rick Gates, hanno lasciato il loro incarico: può significare che Gates intende collaborare. Il magazine Politico pubblica le confidenze di due avvocati, che hanno chiesto di restare anonimi, i cui clienti sono coinvolti nel Russiagate: i legali sono convinti che il presidente finirà con l’essere incriminato per ostruzione della giustizia nel giro di due o tre mesi.

“Liquami nel fiume Crati”. Sequestrato il depuratore di Rende

Liquami direttamente nel fiume Crati senza nessun trattamento depurativo. La Procura di Cosenza ha sequestrato il depuratore consortile di Rende. Il gip ha emesso anche sei ordinanze interdittive nei confronti di quattro operai, dipendenti della società “Geko Spa” che ha in gestione l’impianto, del loro coordinatore Dionigi Fiorita (obbligo di presentazione) e del direttore Vincenzo Cerrone.

Per tutti l’accusa è inquinamento ambientale. Grazie alle intercettazioni telefoniche e alle telecamere, con l’operazione “Cloaca maxima” i carabinieri forestali sono riusciti a dimostrare come gli indagati azionavano dei bypass in modo tale che le acque non venissero depurate. In questo modo scaricavano illegalmente un ingente quantitativo di liquami, per lo più provenienti dagli scarichi urbani del Cosentino, direttamente nel fiume Crati.

“Le vaschette sono piene di merda – si sente dalla viva voce degli operai–. Vanno nel fiume”. Per la Procura “lo sversamento ha provocato una compromissione e un deterioramento, significativo e misurabile, delle acque del fiume e del relativo ecosistema”.

Flaminio, cronaca di una morte annunciata

Ieri mattina un uomo di circa 40 anni è stato trovato privo di vita nei locali all’interno dello stadio Flaminio di Roma, struttura che da sette anni versa in stato di totale abbandono. Si tratta, presumibilmente, di un senza fissa dimora proveniente dallo Sri Lanka, che secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti potrebbe essere deceduto per cause naturali. Forse potranno aiutare a chiarire meglio la dinamica dei fatti le testimonianze di alcune persone senzatetto presenti sul posto quando la polizia locale, durante un pattugliamento, ha rinvenuto il corpo.

Oltre all’aspetto umano, la vicenda inevitabilmente ripropone la domanda su come sia stato possibile ridurre a una discarica e a luogo di marginalità sociale un piccolo gioiello architettonico come il Flaminio, situato, giova ricordarlo, ad appena due chilometri da piazza del Popolo. È ormai da tempo un ricovero di senzatetto.

Firmato da Pier Luigi Nervi, tra i migliori interpreti dell’uso creativo del cemento armato nel ‘900, l’impianto è stato completato nel 1958 in vista delle Olimpiadi del 1960 e durante i Giochi ospitò alcune partite del torneo di calcio. Con una capienza di 25 mila posti il Flaminio è stato uno dei primi stadi di calcio italiani moderni disegnati “all’inglese”, ovvero senza la pista di atletica, mentre nei sotterranei ospita anche piscina e palestre.

La Roma e la Lazio, ovviamente, hanno sempre preferito il più capiente e vicino stadio Olimpico, ma il Flaminio ha ospitato altri sport e negli anni Ottanta è stato anche teatro di grandi concerti: dagli U2 a David Bowie fino a Michael Jackson e i Rolling Stones. Dopo l’ingresso dell’Italia nel torneo 6 Nazioni, dal 2000 al 2011 lo stadio è diventato la casa del rugby azzurro. Poi però anche la palla ovale, a caccia di un maggior numero di tifosi, ha traslocato all’Olimpico. Da quel momento è iniziato l’abbandono, seguito dal degrado della struttura.

L’impianto è di proprietà del Campidoglio che viste le sue ristrettezze di cassa non ha le risorse per ristrutturarlo. Inoltre la fondazione Nervi detiene i diritti morali sull’opera e potrebbe opporre un veto su eventuali progetti di restyling non graditi. La giunta di Ignazio Marino provò a farne la casa delle Nazionali giovanili di calcio, ma la Federcalcio non ha mai esercitato l’opzione in suo favore.

Lo scorso anno il Campidoglio ha vinto un bando della Getty Foundation da 161 mila euro con il quale è iniziato un lavoro, a cura dell’Università La Sapienza, per realizzare un piano di conservazione della struttura. Nei prossimi mesi intanto il Comune ha intenzione di bonificare gli spazii esterni agli spalti, delimitati da una cancellata, per renderli fruibili alla pratica sportiva amatoriale. Per riaprire realmente lo stadio, però, servirà un investimento, pubblico o privato, ben più importante.

Tra cause di lavoro, fisco e vip: tutti i guai del Teatro dell’Opera

“Risanamento, sviluppo e massima attenzione alla salvaguardia occupazionale dei dipendenti”. Era la missione del sovrintendente della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma, Carlo Fuortes, nominato dall’ex sindaco Ignazio Marino. Eppure, dalle cause di lavoro collezionate da dicembre 2013 non si direbbe. L’ultimo caso è quello del licenziamento di una ballerina la cui madre è finita ai domiciliari per stalking ai danni della direttrice Eleonora Abbagnato, un procedimento per il quale la Fondazione non si è costituita parte civile e che il teatro preferisce non commentare trattandosi di “una vicenda delicata di cui si sta occupando la magistratura”.

La danzatrice, attraverso il suo avvocato Michela Scafetta, denuncia atteggiamenti “discriminatori e persecutori” da parte dell’étoile siciliana, per aver prima ricevuto un provvedimento disciplinare dopo aver sostenuto (lei, lavoratrice precaria) un provino a Palermo, e poi per essere stata licenziata dopo 7 anni per “esigenze artistiche”. “E purtroppo lei è ancora in teatro a girare negli uffici”, commenta su Facebook Abbagnato, alludendo al ruolo di segretaria che l’ex danzatrice peraltro non gradisce.

L’epopea Fuortes inizia il giorno della nomina, nel dicembre 2013, con l’agitazione sindacale dell’Orchestra contro l’adesione della Fondazione al decreto sulla mobilità dei lavoratori. Alla prima del Lago dei Cigni l’Orchestra incrocia le braccia. Il sovrintendente alza comunque il sipario sostituendo gli orchestrali con una registrazione carpita durante le prove. Il giudice sanziona la Fondazione per comportamento antisindacale: 4 mila euro. L’anno dopo, a Caracalla, di fronte ad altri scioperi, Fuortes sostituisce l’Orchestra con un pianoforte, avvisando gli spettatori solo quando ormai sono seduti. In molti lo insultano e se ne vanno. “È un danno d’immagine”, tuona il sovrintendente, che chiede un risarcimento di 60 mila euro ai sindacati. Così per la seconda giornata di sciopero, d’accordo con il Campidoglio, Fuortes rende gratuito l’ingresso avvertendo del pianoforte il pubblico. Peccato per il danno erariale: il personale scioperante, infatti, deve essere retribuito nel caso in cui lo spettacolo venga comunque messo in scena. Arriva l’autunno 2014 e il Cda del Teatro delibera il licenziamento collettivo di Coro e Orchestra. Riccardo Muti lascia la Fondazione. “Decisione dolorosa”, commentano Fuortes, il ministro Franceschini e il sindaco Marino, ma necessaria “per avviare il piano di risanamento”. Per il ministro, “è il modello della London Symphony Orchestra”. Per Fuortes: “Le orchestre dei teatri lirici non devono essere formate da impiegati. Non dobbiamo pensare all’articolo 18”. E infatti, a novembre fa un accordo: stop agli scioperi e revoca di 180 licenziamenti in cambio del congelamento di una parte del salario accessorio per il 2015-2016. Il Cda prevede un risparmio di 3 milioni di euro. In caso di pareggio di bilancio, gli stipendi verrebbero recuperati. Ma non succederà. Perché l’ultimo esercizio si è chiuso con un sostanziale pareggio operativo, ma i debiti tributari sono aumentati di ben 8,5 milioni in 12 mesi: quasi del 70% considerando che oggi il totale è di 12,1 milioni e i vertici del teatro Costanzi hanno chiesto all’Erario un piano di rientro di cui non si ha ancora notizia.

Quando Fuortes è arrivato, i debiti erano di 39 milioni di euro; l’adesione al programma dell’ex ministro Massimo Bray – prestito governativo da 25 milioni utile per pagare i creditori – avrebbe dovuto far salire questa cifra al massimo a 43 milioni, e invece nel 2015 il debito è di 54 milioni, diminuito di un solo milione l’anno dopo. Tutto ciò a fronte di 10 milioni di crediti “esigibili entro l’esercizio successivo”. Questi i dati del bilancio 2016. Nel dicembre successivo Fuortes ha spiegato a ilfattoquotidiano.it che “l’accordo del 2014 prevedeva che ai dipendenti andasse un premio a patto che non pregiudicasse il pareggio di bilancio”. Quindi niente premio e nemmeno il pagamento della quota congelata degli stipendi.

In questi anni, però, sono stati allontanati: l’ex direttore amministrativo della gestione Alemanno, che ha fatto causa alla Fondazione raggiungendo un accordo sulla base di 200 mila euro; un corista, nonché rappresentante sindacale, poi reintegrato in Appello: la Fondazione gli paga 12 mensilità e i contributi; un funzionario contabile, anche lui da pagare. In più Fuortes prepensiona 34 tersicorei, contro la normativa che dà loro la possibilità di restare in servizio. In 15 fanno causa e vincono anche in secondo grado. L’Opera di Roma deve sborsare fino a 50 mila euro a testa. Ma, sulle vicissitudini dei lavoratori i vertici del teatro non rispondono.

Mail Box

 

Amazon, attacco al diritto delle pause biologiche

Il tempo è denaro. E allora, la nuova lotta del capitalismo più aggressivo non è ridurre solo i tempi di processo dei macchinari, ma anche comprimere le bio-pause dei lavoratori.

Il braccialetto che Amazon fa indossare ai suoi dipendenti esaspera questa tendenza, perché serve a monitorare le sequenze delle azioni di lavoro degli addetti. Così il dipendente viene pedinato da una tecnologia che segnala ogni sua incertezza e lentezza.

Questa che viene spacciata per un’ottimizzazione è in realtà un altro attacco al diritto alle bio-pause. Ovvero i così detti tempi morti, che invece ci allungano la vita. Da quelli più lunghi – ferie, fine settimana, festività – come quelli più ricorrenti: sonno, pasto, bagno, fino al semplice sgranchirsi le gambe dopo una posizione seduta prolungata. Tutte queste pause sono sotto attacco. E noi ne simo complici, quando inquiniamo con i nostri comportamenti scorretti l’ecologia degli intervalli: acquistando di domenica nei negozi che non rispettano la chiusura; pretendendo la consegna in 24 ore del bene appena cliccato online; preferendo il bassissimo costo di una merce, possibile solo con lo sfruttamento e il ridotto riposo degli schiavi della turbo-produzione.

Dobbiamo difendere le bio-pause. Anche da noi stessi.

Non cedendo a una cultura che ci vuole convincere che essere frenetici equivalga a essere dinamici. Se diamo tempo agli altri, ne avremo anche per noi.

Massimo Marnetto

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito a quanto scritto nell’edizione di ieri del vostro quotidiano dal giornalista Antonio Massari, a commento di una lettera del ministro Luca Lotti, collocata nella rubrica “Diritto di Replica”, questo ufficio stampa precisa:

1- Le rettifiche vengono pubblicate nel 99,9% dei casi il giorno seguente e avevamo avuto rassicurazioni sulla pubblicazione nelle 24 ore successive alla precisazione del ministro.

2- L’art 8 della legge 47 del 1948 citato nel commento dal giornalista obbliga, da un punto di vista deontologico, a pubblicare le rettifiche – recita testualmente – “nella stessa pagina che ha riportato la notizia cui si riferisce”. Dunque, visto che l’articolo di Massari era in prima pagina, la rettifica doveva avere la stessa evidenza e non essere collocata a pagina 12 come avete fatto voi. Attendiamo domani per vedere se ancora una volta con questo chiarimento siamo rientrati nello 0,01% dei casi di non rettifica nel primo giorno utile.

Ufficio stampa del ministro Lotti

 

Egregio ufficio stampa del ministro Lotti, egregio ministro medesimo,

forse è il caso di riepilogare, per consentire ai nostri lettori di comprendere il senso di questa nostra corrispondenza, giunta al secondo appuntamento in soli tre giorni. Abbiamo scritto che, di alcune norme del suo “pacchetto sullo sport”, che riguardano anche le palestre, potranno giovarsi il suo amico Marco Carrai e Giorgio Moretti, già finanziatore dell’ex premier Matteo Renzi. Infatti sono entrambi proprietari di rinomate palestre a Firenze. Bene.

Lei tre giorni fa ha rettificato: la misura riguarda circa 70 mila persone in Italia. Non ha però smentito che riguarda le palestre. Né che potranno avvalersene Carrai e Moretti. Se non smentisce – va da sé – vuol dire che la notizia è esatta. Ora, se la notizia è esatta – ci perdoni se affidiamo la vicenda al vocabolario della lingua italiana – non c’è nulla da rettificare. Rettifica, nel linguaggio giornalistico, secondo il dizionario Garzanti: “Correzione di una notizia inesatta”. Ora, posto che lei non ha rettificato un bel nulla, e che la Sua era soltanto una “dichiarazione”, veniamo alla tempistica.

Lei ci ha accusati – anche sul suo profilo Facebook – di aver violato il nostro dovere etico e deontologico per non averla pubblicata entro 24 ore. Ieri le abbiamo già spiegato che il tempo previsto dalla legge è di 48 ore. Peraltro, da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega all’Editoria, avrebbe già dovuto saperlo. Oggi, abbandonate l’etica e la deontologia, si appella alla casistica: le rettifiche, nel 99,9 per cento dei casi, vengono pubblicate in 24 ore. Egregio ministro, può anche citare la fonte dei suoi dati? Sa, in tempi di fake news è sempre bene controllare. Anche di rettifiche in prima pagina abbiamo scarsa memoria. Ma siamo certi che, prima di scrivere, Lei questa volta si sia informato. Ed entro 24 ore, come nel 99,9 per cento dei casi, ci dimostrerà che la sua “notizia” è corretta. E non merita rettifiche. Attendiamo fiduciosi.

Antonio Massari

A 50 anni dal ’68. Le domande dei ragazzi, che agli ideali preferiscono i “mi piace”

 

Il senso collettivo della lotta di piazza sembra come temporaneamente svanito. Perduto. Scordato nell’onda travolgente delle nuove tecnologie. Ci hanno donato le informazioni del mondo in un software, la capacità di poter creare e scambiare in un click. Paradossalmente, però, questo sembra averci limitato. Potendo vedere tutto, vediamo meno. La vita della musica, del cinema, della moda… brillano di magia. Questa lucentezza ha sempre, nella storia, abbagliato i passanti. Adesso, però, non è piu un abbaglio da poveri sognatori della piccola borghesia. Oggi tutti noi viviamo, respiriamo questa polvere di luce. Riflessa sulla sfera da televisione, radio e Internet. Possiamo osservare due tendenze che si sfiorano e corrono affianco. La voglia di crescere. Le lotte ai diritti delle minoranze, contro le violenze alle donne, di genere, al bullismo ecc. Una lotta che urla attraverso un megafono e attraverso la Rete. E una parallela. ‘The self-obsession’, così viene definita nel mondo globale. Nata con i primi social network, sbocciata con i selfie, cresciuta con le ‘stories’. I ‘mi piace’ sono la nostra nuova fonte di autostima. In un rapporto direttamente proporzionale i nostri ‘like’ accrescono la nostra posizione sociale. Convinti che le nostre capacità, il nostro potenziale crescano simbioticamente con i nostri profili instagram. Una nuova droga, in crescita, legalizzata e senza fogliettino illustrativo che ci indichi le controindicazioni. Ho 19 anni e sento, quasi credo, che pochissimi dei miei coetanei, nel caso di una ripetizione storica, reagirebbero agli eventi mondiali come nel ’68. Sessantotto anch’esso caratterizzato da due tendenze. I veri rivoluzionari controcorrente affiancati dai sessantottini per sfoggio. Una, però, prevalse. E rimase. Nel ’18, cosa faremo? Lasceremo libero spazio a una ripetizione storica? Cambieremo positivamente o negativamente?

Noi di oggi, possiamo, grazie ai social network e alle nuove tecnologie, apportare cambiamenti a livello globale.

Noi di oggi, possiamo, grazie ai social network e alle nuove tecnologie, divulgare e ricevere informazioni pulite.

Noi di oggi, possiamo, grazie ai social network e alle nuove tecnologie, ridurre l’impatto ambientale.

Noi di oggi, possiamo. Più di noi di ieri.

Scoraggiati, noi millennials, tendiamo a pensare: uno non cambia il tutto. Vero. Ma l’uno è l’artefice e il componente fondamentale del tutto.

Irene Marchesani

 

Mia cara Irene, forse avrei dovuto lasciare ad altri il compito di rispondere a una ragazza di 19 anni che ci chiede un riscontro alla sua voglia di provare a cambiare il mondo, possibilmente non da sola, nell’era dei social e “dell’onda travolgente delle nuove tecnologie”. So poco dei social infatti, non li frequento (neppure per lavoro: perché, avendo la fortuna di vivere in una redazione con molti colleghi giovani, me lo posso permettere) e prevale in me il giudizio negativo. Quello legato, come scrivi Tu, proprio “ai ‘mi piace’ che sono la nostra nuova fonte di autostima… una nuova droga, in crescita”. Però, nell’ottobre di quel ’68 che tu citi, e che conobbe anch’esso il fenomeno del narcisismo smisurato dei “sessantottini per sfoggio”, partecipai al mio primo corteo. Dopo, ho vissuto tutto il bene e il male di quella stagione straordinaria, sino ai suoi epiloghi più terribili (simboleggiati da questo 2018 che rievoca assieme i cinquant’anni del ’68 e i quaranta del 1978 e del “caso Moro”). Che cosa posso dirti, dunque? Che mi è piaciuto soprattutto quel Tuo usare la parola “cambiare”: è la premessa di tutto, al di là di vecchi e nuovi mezzi di comunicazione. Poi, però, ci vogliono gli ideali e il problema di oggi è proprio questo. Tuo, ma anche mio e, purtroppo, di tutta quella che un tempo si chiamava “sinistra”. In Italia come nel mondo.

Ettore Boffano

Macché Letterman, c’è Cattelan: piccoli Vespa crescono

C’è chi è solo al comando e chi al comando preferisce andarci in compagnia, così può presentare meglio il suo ultimo libro. È questo il caso di Bruno Vespa, l’equivicino per antonomasia, l’artigiano della qualità, impegnato da mesi in una defatigante campagna promozionale che si è spinta fino alle porte di Milano, ospite di E poi c’è Cattelan (SkyUno, seconda serata dal lunedì al giovedì). Spettatori sull’attenti, in trepida attesa: dopo l’incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, i libri di storia ricorderanno questo tra Vespa e Cattelan a Santa Giulia. Il servizio pubblico e la pay-tv, l’arciprete e il Ciceruacchio, Milano e Roma, il bosco verticale contro il generone orizzontale. Soprattutto, il nuovo che avanza contro il vecchio che non molla, la conduzione curiale e deferente della vecchia volpe contro l’arrembaggio imprevedibile e scomodo del giovane emergente.

E invece, non c’è stata partita: Vespa è sceso in campo rilassato come a casa sua, anzi, di più. Non c’era da elogiare, blandire e vellicare gli ospiti; l’ospite era lui, bastava rispondere alle blandizie e alle lodi rivoltegli da Cattelan, felice di mostrare la copertina di Soli al comando e di ascoltare il vecchio aneddoto su Monica Lewinsky che se la dà a gambe. Chi pensava di assistere allo storico cambio della guardia generazionale, ha dovuto ricredersi: David Letterman può attendere. In compenso, piccoli Vespa crescono. Caro Ale, continua così: un giorno tutto questo sarà tuo.

Sgarbis e il mondo dei dementi

In questa “fiera elettorale”, dove tutto si vende a buon mercato e chiunque è pronto a svenarsi per qualche voto in più, non poteva mancare un “urlatore” come Sgarbis che, nonostante la sua dialettica, davvero invidiabile specie quando ci guida lungo i sentieri dell’ARTE, spesso poi si perde a causa di quel suo carattere di MERDA.

Carattere che lo sprofonda come un macigno nel mondo dei DEMENTI.

“Ma può un critico d’Arte essere un DEMENTE e al tempo stesso parlare bene come sai parlare tu quando la ragione non ti abbandona?…”. L’altra sera a Piazza pulita hai davvero oltrepassato il limite.

Quel limite che forse tu non hai mai avuto e senza il quale il “gioco” non ha alcun senso. E il tuo, di gioco, è sempre la stessa noiosa canzone: “Fascista, fascista, fascista”, con una nota in più stavolta, quella dello stronzo che più di tutti ti appartiene e tu, ingiustamente, l’hai rivolta a uno come Formigli, che invece dovresti ringraziare per il grande impegno che ci mette al servizio dei cittadini.

Quel servizio sulle baby gang che tu hai tanto criticato è stato una vera e propria mano santa al servizio dell’informazione. Ci ha fatto capire fino a che punto lo STATO italiano se ne sbatte le PALLE dei cittadini. Fra poco, le armi a quei ragazzini che picchiano e uccidono senza una ragione arriveranno direttamente da Palazzo Chigi. E gli elettori, quelli che ancora non si sa per chi andranno a votare, ma andranno, lo stanno capendo grazie a uomini come Formigli. E tu gli dai dello stronzo?

Eh no, Sgarbis, lo stronzo sei tu. Formigli rischia la vita in Siria e tu, come se niente fosse, gli dai dello stronzo? Non avendo alcun rispetto non solo per quello che fa, ma per tutti quelli a cui sta a cuore la VERITÀ. E tu invece cosa fai: mentre lui è sotto i bombardamenti per cercare di raccontare agli italiani a che punto è la fine del mondo, gli dai dello stronzo?

E insisti: alzi la voce perché pensi che il volume del tuo rancoroso sbraitare possa convincere qualcuno, specie quando poi dici cazzate come quella che hai detto su Di Maio: “Allarme!!! A Di Maio è sfuggito un congiuntivo, non può diventare Presidente del Consiglio, è pericoloso”.

Ma quando l’hai pensata questa? È chiaro e lo sanno tutti, io sono un GRILLINO fin dalla prima ora, ma proprio per questo penso che a volte è meglio perderlo, un “congiuntivo”. Solo così si riesce a fare una squadra di governo come io credo che Luigi Di Maio abbia fatto.

Ma tu, Sgarbis, non puoi capire. Fra l’altro ti avverto e lo dico per il tuo bene: ancora un paio di alzate come quella che hai fatto a Piazza pulita e la tv per te rimarrà un lontano ricordo… nessuno più ti inviterà. Fra l’altro, così facendo, fai del male anche alla destra. Che, a parte te, non mi sembra si comporti male.