“Il patrimonio è italiano: niente direttori esteri”

“Non diamo una bella immagine nel mondo”. Così il ministro della Cultura Dario Franceschini liquida con fastidio la critica, argomentata sentenza, ben 47 pagine, del Consiglio di Stato sulla nomina di direttori stranieri alla guida di Musei italiani. Sentenza che la stessa Corte definisce in parte “definitiva” e in parte “parziale” trasmettendola all’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato per una valutazione generale.

Tutto nasce dal ricorso della soprintendente Giovanna Paolozzi Strozzi contro le nomine dell’austriaco Peter Assmann alla direzione del Palazzo Ducale di Mantova e di Martina Bagnoli alla Galleria Estense di Modena. In base, non ad un concorso su bando europeo, come si è poi fatto per la direzione del Parco Archeologico del Colosseo, ma ad una “selezione pubblica”, con parecchie falle aperte, per superdirettori a 180.000 euro lordi all’anno di retribuzione in media contro i 30-35.000 dei loro predecessori.

La ricorrente aveva ottenuto 77 punti su 100 in entrambe le selezioni (Mantova e Modena), ma non è stata inserita nelle terne finali, non si sa perché. Come non si sa perché a “candidati esterni all’Amministrazione sia stato attribuito il massimo punteggio di 2 punti per conoscenza dell’organizzazione amministrativa italiana” pur non potendo essi avere questa “conoscenza”. Ma tant’è, fra i candidati “interni”, cioè fra direttori o soprintendenti italiani, ne fu promosso soltanto uno per 20 posti, con un evidente schiaffo ai candidati operanti da decenni onoratamente nei ruoli ministeriali.

La risposta, molto ambigua, del Ministero è sempre stata: la nostra selezione aveva “natura idoneativa”, finalizzata cioè a individuare gli elementi fra i quali – questo dice il Consiglio di Stato – “il Ministero stesso compie una scelta nella sostanza fiduciaria, e di conseguenza insindacabile”. Nella sentenza questi comportamenti vengono però sottolineati più volte criticamente. Anche se poi non si ritiene motivo valido di appello il fatto che i colloqui finali siano stati preclusi al pubblico o effettuati via Skype. Eppure la sentenza rimarca la natura pubblicistica di quelle nomine, trattandosi di dirigenti dello Stato destinati ad applicare l’articolo 9 della Costituzione ove si parla di “patrimonio della Nazione”. E qui entra in gioco l’altro elemento-chiave: possono venire nominati a quel vertici cittadini non italiani? La sentenza frena molto e trasmette la questione, assai delicata e di tipo generale, all’Assemblea plenaria del Consiglio. I dirigenti di Musei assumono infatti, rileva, decisioni che “comportano l’elaborazione, la decisione, l’esecuzione di provvedimenti autorizzativi e coercitivi”. Non sono incarichi che possano rientrare nel “principio della libera circolazione della manodopera”, e, se attribuiti a cittadini non italiani, prevedono una “cessione di sovranità” alla Ue.

Presuppongono l’esercizio di pubblici poteri assimilabili a quelli di magistrati, alti comandi, ecc. La Corte di Giustizia europea ha sentenziato che l’ordinamento nazionale “può legittimamente riservare ai cittadini i posti comportanti funzioni direttive su questi scientifiche e tecniche> come quelle dei Musei e dei Beni culturali”.

Insomma, andiamoci piano, E noi chiediamo: ma davvero questi superdirettori stranieri hanno compiuto le imprese “strabilianti” vantate da Franceschini? Abbiamo documentato il contrario. Proprio il Palazzo Ducale di Mantova nel 2017 ha segnato un calo di visitatori dell’11,1 %. Forse perché l’anno prima sotto le sue volte si era festeggiato l’affollato compleanno di Emma Marcegaglia con cena e ballo fino a tarda ora.

Ma i social network sono un pericolo per la democrazia?

 

“Il fatto che una bugia abbia vita lunga non è una prova della sua verità”

(da “Keyla la rossa” di Isaac Bashevis Singer – Adelphi, 2017 – pag. 122)

 

Se perfino un alto dirigente di Facebook arriva a dire che “i social network possono rappresentare un pericolo per la democrazia” – come ha dichiarato recentemente Samidh Chakrabarti, product manager dell’azienda fondata da Mark Zuckerberg – significa che il dibattito collettivo sulle fake news e sulla post-verità a qualcosa è servito. Evidentemente, la questione ha raggiunto ormai il livello di guardia. Tanto che ora il colosso da due miliardi di utenti “s’impegna a combattere le influenze negative e ad assicurare che la piattaforma sia un contributo innegabile al bene della democrazia”: arriverà presto anche in Italia un fact-checking contro le “bufale”, cioè uno “strumento educativo” contro la disinformazione.

Con questo mea culpa, Facebook ha ammesso ufficialmente le sue responsabilità nella campagna per le Presidenziali americane 2016 che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca. E il riferimento implicito riguarda le presunte interferenze sovietiche sull’esito elettorale. Ma potenzialmente coinvolge tutti noi, cittadini dell’era digitale, internauti e frequentatori dei social network, perché attiene a un tema fondamentale per la vita democratica: quello della verità delle notizie e delle informazioni in base a cui formiamo le nostre opinioni, esprimiamo i nostri giudizi e infine decidiamo se assegnare o meno il nostro voto ed eventualmente a chi.

Bombardati ogni giorno da migliaia o milioni di fonti; tempestati di notizie e smentite; sottoposti al rischio continuo della disinformazione, non riusciamo più a orientarci nella moderna Babele delle lingue, dei fatti, dei retroscena, delle spiegazioni e interpretazioni. Ma Internet, e in particolare i social network come Facebook o Twitter, non sono altro che amplificatori mediatici che alimentano e moltiplicano in tempo reale questo flusso continuo. Proprio perciò possono diventare pericolosi, se e quando vengono utilizzati come arma di distrazione di massa o come strumento di disinformatia più o meno organizzata.

Ben vengano, allora, il mea culpa e il fact-checking di Facebook, con l’auspicio che tutto ciò sia di buon esempio anche per gli altri operatori della Rete. Ma chiedersi se Internet può mettere a rischio la democrazia è come chiedersi se può metterla a rischio la libertà. Certo che sì. Anche la libertà di parola, di pensiero, d’opinione o d’espressione può produrre gli stessi effetti. Si tratta, però, di regolare e disciplinare l’esercizio di questo diritto fondamentale, senza tuttavia soffocarlo né tantomeno sopprimerlo.

Facciamo l’esempio, se non sembra irriverente o banale, delle recensioni sugli alberghi o sui ristoranti che vengono pubblicate dagli utenti su Internet. È vero che spesso sono farlocche, esaltano servizi modesti o carenti, propagandano prezzi che non sempre corrispondono alla realtà. E a volte vengono compilate addirittura dai rispettivi esercenti. Ma prima o poi è la stessa community che contraddice e punisce i loro autori, ripristinando per così dire la verità.

È chiaro che non si vuole paragonare la democrazia al turismo. Qui, ovviamente, gli interessi in gioco sono ben altri e le notizie false, prima di essere smentite, possono aver già prodotto danni irreparabili. Eppure, questa è la strada maestra per regolare l’uso di Internet e dei social network. Per il resto, tutto ciò che serve a richiamare o stimolare il “principio di responsabilità” non può che giovare alla Rete e alla democrazia.

L’astensionismo non è qualunquismo

Berlusconi, Renzi & C. come il Vannoni del metodo Stamina o il Dulcamara dell’Elisir d’amore? Secondo Popper, sì. Perché “in politica e in medicina, chi promette troppo non può essere altro che un ciarlatano”. Ma le strabilianti promesse che fioccano nella campagna elettorale alla quale ci tocca assistere non si possono liquidare come mere manifestazioni di ciarlataneria che lasciano il tempo che trovano. Perché la perdita di credibilità e l’autodelegittimazione che i protagonisti di questa gara a chi la spara più grossa sembrerebbero perseguire rischiano di comportare una perdita di credibilità e una delegittimazione non solo di chi fa politica, ma della politica in generale, e della democrazia in particolare.

Se quelli che la conducono dimostrano di concepire la campagna elettorale come un’asta nella quale i voti in palio andranno al migliore offerente – intendendo come tale chi riesce a convincere gli elettori che se votano per il suo partito gliene verrà in tasca – non metaforicamente – più di quanto gliene verrebbe se votassero per un altro, vuol dire che li accomuna la convinzione che gli italiani siano ancora e sempre il popolo di Viva la Franza, viva la Spagna, purché se magna, e quindi è sul loro particulare che occorre far leva. Ora qui non si tratta di lanciare anatemi moralistici intimando ai concorrenti di smetterla, anche perché lo vieterebbe l’art. 330 c.p.: Turbata libertà degli incanti (chi ha detto che il linguaggio del diritto non sappia essere poetico?). E nemmeno si tratta di avvertire che il principio-guida di questa campagna elettorale, “Se tu dai una cosa a me (il voto) io poi do (mille e) una cosa a te”, può sembrare una legittimazione, anzi un’apoteosi, del voto di scambio (non però à la Lauro per la verità, perché almeno quello il 50% del prezzo del voto – la scarpa destra – te lo dava in anticipo). No, il fatto è che, stando ai sondaggi, le elargizioni promesse senza badare a spese dai vari partiti per indurre i cittadini a votarli, e dunque, prima ancora, per indurli ad andare a votare, o non intaccano il tasso di astensionismo annunciato o non impediscono che lieviti. Lapalisse ne dedurrebbe che il mezzo utilizzato non è idoneo a raggiungere il fine perseguito, sicché se l’arte politica consiste, come scrivono i manuali, nella capacità di individuare i mezzi più funzionali al raggiungimento di un fine, di tratta di un’arte della quale quelli che vanno a caccia di voti nel modo che si è detto risultano sforniti: illazione su cui non insistere per evitare che ne appaia avallato il vieto luogo comune sugli uomini politici come gente senza arte né parte.

Non è che la gara al rialzo alla quale si è ridotta la campagna elettorale, sia la causa principale del forte astensionismo preannunciato nei sondaggi, che ha anche altre e più profonde motivazioni. Il fatto che a ridurla a mercato delle vacche siano tutti i partiti, però, spinge proprio chi ha maggior rispetto della democrazia, oltre che di se stesso, a starne il più lontano possibile. Perciò si preclude ogni possibilità di capire qualcosa dell’astensionismo di oggi chi non ne coglie le peculiarità rispetto a quello tradizionale. A differenza di questo, esso non è frutto di un’attenzione concentrata esclusivamente sul proprio interesse privato, ma dell’indignazione per come (non) viene perseguito l’interesse pubblico; non di qualunquismo, indifferenza o disprezzo per la politica, ma di una concezione (troppo?) “alta” della politica. Ma allora, il vulnus alla democrazia ravvisato nel forte astensionismo che si profila va messo in conto al qualunquismo di chi dovrebbe votare – come poteva essere giusto ritenere in passato – o non piuttosto al cettolaqualunquismo di chi dovrebbe essere votato?

Rifiutarsi di sacrificare il proprio ideale di democrazia sull’altare di una presunta democrazia reale significherà pure volere la luna invece di accontentarsi dei mari e monti promessi, ma questo non conferma forse che l’astensionismo di oggi è cosa ben diversa da quello tradizionale? A ingrossarne le fila sono tanti che a votare sono sempre andati e non meritano le edificanti rampogne a suon di frasi fatte di cui c’è chi non manca di farsi carico per dovere d’ufficio.

Verrebbe voglia di cimentarsi in un’apologia – non nel senso corrente di elogio, per carità, ma in quello originario di discorso a difesa di quanti si asterranno: non perché abbiano certamente ragione loro, ma perché hanno certamente le loro ragioni anche loro. Pur sapendo che presentare l’astensionismo prossimo venturo anche come una reazione indignata a una campagna elettorale trasformata da tutti i partiti in un’offensiva campagna acquisti non varrebbe a risparmiare ai non votanti l’accusa di irresponsabili, qualunquisti, disertori della democrazia, servi sciocchi (e magari anche perfidi e abietti: non è il perfido e abietto Scarpia a cantare nella Tosca “Io non mi vendo a prezzo di moneta”?).

I timori del boss Nania: “Spuntano pentiti come funghi”

Francesco Nania, boss di Partinico e Benedetto Bacchi, imprenditore del settore delle scommesse online, arrestati due giorni fa dalla polizia, avevano una grande preoccupazione: il numero sempre più elevato di soggetti appartenenti all’organizzazione mafiosa che man mano decidevano di collaborare con la giustizia. Il 27 aprile de 2015 commentavano la notizia della collaborazione di Francesco Chiarello, affiliato a Cosa Nostra fino al suo arresto avvenuto nel luglio 2011. “Un altro ce n’è. Ora è spuntato”, dice Nania a Bacchi. “L’ho letto. L’ho visto”, risponde l’imprenditore. “Qua spuntano come i funghi ogni mattina”, replica Nania. Il particolare emerge dall’inchiesta Game Over che ha scoperto l’accordo stretto tra Bacchi, Nania e i vertici delle famiglie mafiose di Palermo per la spartizione dei ricavi delle scommesse online di cui Bacchi, proprio grazie a Cosa nostra, era diventato monopolista in Sicilia. Come emerge dall’inchiesta, Bacchi ha realizzato una rete di agenzie di scommesse abusive – più di settecento in tutta Italia – capaci di generare guadagni quantificati in oltre un milione di euro al mese. Interrogato ieri dal gip, l’imprenditore si è avvalso della facoltà di non rispondere.

La parte civile: “La Trattativa dietro i morti di Firenze”

Ci sarebbe stata la strage di Firenze se Mori non fosse mai andato a trovare Vito Ciancimino?”. L’avvocato Danilo Ammannato, parte civile per l’associazione vittime dei Georgofili, porta nell’aula bunker di Palermo “quelle tessere di sangue” che compongono il puzzle della trattativa Stato-mafia, e lancia una domanda provocatoria alla quale lui stesso fornisce la risposta: “Mario Mori e gli altri carabinieri del Ros sono moralmente responsabili della bomba dei Georgofili, perché fu proprio il dialogo con Cosa nostra a rafforzare la volontà stragista dei corleonesi”. Nella giornata conclusiva delle arringhe di parte civile, Ammannato rievoca quel “fattore umano” che già il pm Vittorio Teresi aveva raccomandato ai giudici di non perdere di vista nella “freddezza della procedura”, e ricorda i 5 morti e i 48 feriti di Firenze, il trauma dei sopravvissuti (“persone che hanno avuto gravi deficit al sistema immunitario e che si sono ammalati di tumore”) e la pena dei familiari: “fine dolore mai”.

Rispondendo poi “a quei giuristi convinti che la trattativa non è reato”, Ammannato snocciola “le 17 prove penali e i 192 elementi probatori” che ha raccolto “in una memoria scritta”, sottolineando come “Massimo Ciancimino ha portato la prova regina: il papello, che è come la pietruzza scagliata da Davide a Golia, la prova che il pm Gabriele Chelazzi cercava disperatamente”. Esprimendo gratitudine a Nino Di Matteo e all’intero pool di magistrati di questo processo, infine, Ammannato ha chiesto la condanna di tutti gli imputati, perchè “non si possono dare segnali di cedimento, e questo è il messaggio che aspettiamo dai giudici di Palermo”. Anche l’avvocato Ettore Barcellona, intervenuto per il Centro studi Pio La Torre, si è associato alle richieste dei pm e ha invocato un risarcimento di 500 mila euro.

Hare Krishna senza pace “Discriminati dai politici”

Da sette anni lavorano affinché il movimento Hare Krishna diventi un ente di culto riconosciuto come le altre religioni. Da tre anni il Consiglio di Stato ha dato il suo parere favorevole, ma da allora i fedeli italiani non hanno avuto risposte dal governo.

Sebbene l’Associazione internazionale per la coscienza di Krishna sia stata fondata a New York nel 1966 e sia arrivata in Italia negli anni Settanta, diffondendosi tra gli hippies, questo culto viene dall’Oriente. Nasce dal visnuismo, ramo monoteista dell’induismo, “la dottrina più antica del mondo e la più diffusa in India”, spiega Parabhakti, all’anagrafe Mauro Bompieri, che si è convertito all’età di 16 anni nel 1978 e ora guida Villa Vrindavana, un grande tempio a San Casciano in Val di Pesa (Firenze).

“Agli inizi eravamo i famosi ‘arancioni’ che ballavano per le strade e facevano molto rumore. Ora siamo invecchiati”, ricorda Prabhu Das, al secolo Pietro Giarola, responsabile del centro di Torino. Lui si è unito al movimento nel 1981 dopo un viaggio in India. Passati gli anni del riflusso alcuni hanno lasciato il movimento, altri hanno abbandonato le vesti giallo zafferano, colore simbolo della rinuncia, per il bianco, tipico dei padri di famiglia. Altri, invece, hanno smesso di rasarsi la testa lasciando solo un codino, hanno indossato abiti occidentali e lavorano “nel mondo”: “Ci sono lavoratori e professionisti di ogni tipo”, dice Parabhakti. Sono “grihastha” (persone che si occupano della famiglia) e cercano di coniugare questa vita con la ricerca spirituale.

Con l’arrivo dei migranti indiani e bengalesi oggi sono quasi 30 mila in Italia i fedeli e i simpatizzanti del movimento Hare Krishna e trecento i monaci. Hanno tre templi principali (Albettone nel Vicentino, Chignolo d’Isola nella Bergamasca e appunto San Casciano in Toscana) e tanti centri sparsi in Italia. I seguaci credono in Krishna come unico dio e credono nella reincarnazione. La loro vita è fatta di meditazione e di rinunce. E sono vegetariani: “Quando lo sono diventato eravamo in tre, ora siamo il 10 per cento della popolazione”, afferma Prabhu Das, che con i volontari del centro torinese ogni lunedì distribuisce ai senza tetto 150 pasti privi di uova, carne e pesce.

“Essere riconosciuti come ente di culto ci permetterebbe di dare conforto a chi è in ospedale o in carcere”, dice lui. Poi ci sono anche altre agevolazioni, burocratiche e fiscali, come l’8 per mille: “Viviamo di contributi – raccontano Parabhakti –. Nel periodo della dichiarazione dei redditi alcuni fedeli chiedono perché non possono destinare l’8 per mille a noi”.

Tutto poteva essere risolto prima se il governo avesse concluso la pratica, ma anche l’ultima legislatura si è chiusa senza che gli Hare Krishna ottenessero l’auspicato riconoscimento. Inutili le interpellanze parlamentari e l’intervento del primo ministro indiano Narendra Modi durante la visita di Paolo Gentiloni in India il 30 ottobre. “La viviamo come una discriminazione – conclude Parabhakti –. Qualcuno vuole che tutto rimanga così”.

Dell’Utri, scontro in aula: l’ex senatore verso il ricovero

Potrebbe arrivare lunedì la decisione dei giudici sulla scarcerazione per motivi di salute di Marcello Dell’Utri, che sconta a Rebibbia la condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Al Tribunale di Sorveglianza, per la terza volta, i legali dell’ex senatore di Forza Italia chiedono la detenzione domiciliare all’ospedale Humanitas di Milano. Cardiopatico e diabetico, il 20 luglio gli è stato diagnosticato un tumore alla prostata e non ha ancora accettato di iniziare la radioterapia.

All’udienza di ieri, gli avvocati Simona Filippi e Alessandro De Federicis hanno giocato una nuova carta: le valutazioni del Garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma, su due ospedali di medicina protetta. Uno è il Belcolle di Viterbo, nel Lazio, che per il Garante presenta due criticità: “I pazienti non possono circolare nel reparto” e manca la stanza per la socialità. Questo perché, in media, il tempo di degenza dei detenuti è di sette giorni. Per Dell’Utri invece ce ne vorrebbero 35 e, secondo Palma, non avrebbe “accesso all’aria aperta” e “socialità”. Anche “Le Molinette” di Torino, per il Garante, sarebbe inadeguato.

I legali fanno valere anche i certificati medici del 26 ottobre e del 16 novembre che parlano di “condizioni di salute mediocri e suscettibili di peggioramento improvviso e imprevedibile”. Anche la possibilità emersa ieri di curare Dell’Utri in regime di detenzione al Campus Biomedico di Roma, per gli avvocati, “è impraticabile: il Dap avrebbe difficoltà a garantire 8 agenti al giorno per 3 mesi per piantonare Dell’Utri”. Il procuratore generale di Roma è contrario alla scarcerazione. Intanto, in questo ultimo procedimento, il 16 gennaio è stata emesso provvedimento provvisorio. Il magistrato scrive che “il quadro clinico non indica fatti acuti in atto per tutte le malattie accertate, né indici obiettivi di imminente pericolo di vita o altre gravi emergenze sanitarie, pur rimanendo i fattori di rischio connessi alla malattia cardiaca”. E ha escluso un “livello elevato di gravità” del tumore pur indicando la “radioterapia ambulatoriale”, prospettata nella precedente ordinanza del 5 dicembre, come inadeguata. Secondo il magistrato è stato il rifiuto di Dell’Utri a impedire il ricovero, da detenuto, in un ospedale di medicina protetta. Proprio questa sembrerebbe oggi un’alternativa possibile al carcere di Rebibbia, una terza via tra i domiciliari richiesti dai difensori e la posizione fin qui mantenuta dalla Procura generale.

Legnini (Csm): “Si può correre alle elezioni anche da indagati”

“Un avviso di garanzia non può cambiare gli equilibri politici né essere percepito come una condanna anticipata, questo si è verificato molto spesso e siamo stati di fronte a una violazione dei principi fondamentali della nostra democrazia e della nostra costituzione, il fatto che un politico sia indagato non dovrebbe comportare le sue dimissioni o l’esclusione dalle candidature”. Lo ha dichiarato il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini durante il suo intervento a LexFest, il festival nazionale dedicato alla giustizia in corso a Cividale del Friuli. “Comunque – ha proseguito Legnini – su questo fronte si sono registrati cambiamenti positivi nell’ultimo periodo, anche il Csm ha contribuito a un alleggerimento della tensione tra politica e magistratura, grazie alla stesura di una delibera, che purtroppo però non è ancora stata approvata dal Parlamento, che regolamenta l’accesso alle candidature per i magistrati in servizio e il loro successivo reingresso in ufficio”. Inoltre, ha concluso il vicepresidente del Csm “nel corso della consiliatura abbiamo esercitato la funzione disciplinare in modo appropriato e tempestivo, laddove abbiamo intravisto una strumentalizzazione della funzione giudiziaria”.

Mentana accende la “Var condicio” sui politici

“Anche se loro rifiutano, noi continueremo a invitarli. Ma ormai pare chiaro che in questa campagna elettorale non vedremo confronti diretti tra i leader”. A parlare è Enrico Mentana, che nelle prossime settimane, oltreché con il Tg de La7, sarà impegnato con Bersaglio mobile, mentre la notte del 4 marzo sarà protagonista di quella che si preannuncia come una lunghissima maratona elettorale, in staffetta con Massimo Giletti. L’occasione, ieri, è stato il lancio di un nuovo programma, Var condicio, in onda con una striscia quotidiana dalle 19.15 alle 20, a partire da lunedì 5 febbraio, con la conduzione di Marco Fratini. “Faremo la ‘Var’ ai politici. Sceglieremo le cose dette da candidati e addetti ai lavori per vedere se sono vere o castronerie”, racconta Mentana. “Un vero e proprio fast checking quotidiano”, aggiungono a La7. “Sarà un programma di servizio che cercherà di rendere più interessante una competizione dove non vedremo duelli tra i leader: per colpa della legge proporzionale, ma anche perché i politici ormai si sono abituati a non confrontarsi e a scegliersi la platea che più li aggrada”, aggiunge Mentana. Che anche questa volta non voterà. “Sono alla guida di uno dei principali tg del Paese e non mi sembra giusto schierarmi”, dice. Il direttore di rete Andrea Salerno snocciola qualche dato: nel gennaio 2018 La7 ha registrato un +12% rispetto a un anno fa, che nel prime time arriva addirittura a un +30%, per un totale di ascolti giornalieri del 3,4% sul totale televisivo. “Le elezioni saranno i nostri mondiali di calcio”, dice l’ex autore di Gazebo.

Diaconale incarta il Cda Rai: “In lista, ma non mi dimetto”

Si candida anche per i tifosi laziali. Della Società Sportiva Lazio, del resto, Arturo Diaconale è responsabile della comunicazione. Ma non è questo il punto. La candidatura al Senato per Forza Italia del giornalista, che ha fondato il quotidiano L’Opinione e negli anni Ottanta era al Giornale di Indro Montanelli, in Rai sta creando qualche imbarazzo. Già, perché Diaconale dal luglio 2015 è membro del consiglio di amministrazione di Viale Mazzini, nominato in quota centrodestra. Ed è proprio il partito di Silvio Berlusconi ora a candidarlo.

Nonostante questo, però, Diaconale resta al suo posto. Nessuna legge lo obbliga alle dimissioni dal Cda: l’incompatibilità scatterebbe solo in caso di elezione, ma fino ad allora tutto è a rigore di legge. Dal canto suo Diaconale si limita a far sapere che non parteciperà a eventuali Cda in cui c’è odore di conflitto di interessi, mentre, se dovesse essere eletto, si rimetterà alla decisione della Giunta delle elezioni, che dovrà pronunciarsi sulle incompatibilità dei nuovi eletti. La cosa, però, fa storcere il naso a molti, a Viale Mazzini e in commissione di Vigilanza. “È una questione di opportunità politica, non è elegante che un membro del Cda sia candidato alle elezioni per un partito, a uscirne male è lui, per fortuna che in Rai è tutto fermo in vista delle elezioni e il Cda non deve prendere decisioni strategiche per l’azienda…”, nota Michele Anzaldi, deputato dem della Vigilanza. “Per deontologia e senso delle istituzioni Diaconale dovrebbe almeno autosospendersi da consigliere. Così facendo mette in discussione il ruolo d’imparzialità che il Cda dovrebbe avere”, dice Federico Fornaro, deputato di LeU, anch’egli membro della Vigilanza. Non si sorprende più di tanto, invece, il pentastellato Alberto Airola. “Gli anni trascorsi in Vigilanza mi hanno confermato come la tv pubblica sia strettamente legata e controllata dai partiti. La candidatura di un consigliere non fa altro che dimostrarlo”, dice il grillino. Diaconale è terzo in lista nel collegio proporzionale Lazio 2. “Una collocazione che rende estremamente aleatoria la possibilità di una mia elezione”, ha scritto in un articolo su L’Opinione delle Libertà, giornale online succeduto alla versione cartacea de L’Opinione, in cui ha spiegato i motivi della candidatura. La prima ragione “è dovuta al senso di riconoscenza nei confronti di Silvio Berlusconi”. La seconda è dovuta al rapporto di stima e amicizia di lunga data verso Antonio Tajani (ex compagno d’armi al Giornale). Ma la più curiosa è la terza. “Mi candido per i tifosi laziali che ho difeso e continuerò a difendere dai tanti pregiudizi con cui da più parti si cerca di frenare la crescita della società”, spiega Diaconale, invitando i supporters biancocelesti a sostenerlo. Non è la sua prima candidatura: nel 1996 ci provò sempre al Senato per il Polo della Libertà, ma fu sconfitto nel collegio di Rieti da Gavino Angius (Pds).