Il sottile piacere di guardare da fuori i colleghi candidati

Il grande Indro Montanelli rispose no grazie all’amico Francesco Cossiga che nel 1991 voleva nominarlo senatore a vita, e spiegò perché: “Il giornalista deve tenere il potere a distanza di sicurezza. Purtroppo il mio credo è un modello di giornalista assolutamente indipendente che non mi permette di accettare l’incarico”. Ricordo queste parole sante nel momento in cui dei bravi colleghi come Tommaso Cerno, Gianluigi Paragone, Emilio Carelli, Giorgio Mulè hanno deciso di trascurare quella “distanza di sicurezza” candidandosi nelle liste di Pd, M5s e Forza Italia.

Decisione che rispetto convinto che i loro nomi rifulgano nella massa di portaborse, amici degli amici e figli e nipoti di che funestano particolarmente questa campagna elettorale. Tuttavia, poiché ogni tanto li seguo nei loro interventi televisivi mi permetto un paio di consigli non richiesti (non come membro della confraternita delle penne ma da semplice spettatore). Prima di tutto si nota, complessivamente, una certa enfasi nell’annuncio urbi et orbi del grande e sofferto passo. Cerno, per esempio, ne fa una scelta di vita “per portare le battaglie culturali, dai diritti civili alle libertà di pensiero là dove possono diventare reali”. Glielo auguriamo di tutto cuore consigliandogli però (a scopo preventivo) la lettura di alcuni malinconici resoconti sulle battaglie invece perdute da altre eccellenti firme, prima sedotte dalla politica e poi abbandonate al loro destino nei corridoi del Parlamento (uno fra tutti: Promemoria: uno straniero in patria tra Campo de’ Fiori e palazzo Madama di Corrado Stajano). Infatti, da conoscitori navigati degli anfratti della politica essi non possono non sapere “siccome sa di sale lo pane altrui” qualora il loro entusiasmo dovesse scontrarsi con la dura realtà di un pulsante verde, bianco o rosso da premere su ordine del capogruppo di turno, e ciò quale che sia la loro opinione in proposito.

Del resto, ad ascoltarli si nota già una trasformazione del linguaggio. Abituati a vederli profanare, nella vita precedente, con spericolata ebrezza qualsiasi santuario del potere (la “Gabbia” di Paragone), adesso sembrano misurare perfino le virgole per non uscire dal seminato di partito. Per carità, nessuno pretende che Mulè si scagli contro i numerosi impresentabili di Forza Italia o che Carelli ammetta che la giunta Raggi poteva certamente fare meglio. Ma insomma ragazzi, ogni tanto sorprendeteci. Infine, eviterei accuratamente l’espressione “l’ho fatto per spirito di servizio” ogni volta che si chiede conto della scelta fatta. Cari ex colleghi, non è che Renzi, Di Maio o Berlusconi vi abbiano puntato la pistola alla tempia e non risulta che una volta eletti andrete a lavorare in miniera per un tozzo di pane. Animo perciò, c’è di peggio.

(Lo so è facile comportarsi da grilli parlanti, criticare questo e quello, fare gli spiritosi invece che meditare chini sui destini della Repubblica. Ma è l’incalcolabile, imperdibile, sublime vantaggio di chi resta a osservarvi da questa parte della barricata. Comunque in bocca al lupo).

Caso Cesaro, adesso il giudice Cioffi vuole astenersi

Dopo le polemiche, Giuseppe Cioffi non vuole più essere “il giudice del caso Cesaro”. Il magistrato del tribunale di Napoli Nord doveva essere il presidente del collegio giudicante nel processo che vede imputati per concorso esterno in associazione camorristica Aniello e Raffaele Cesaro, i due fratelli dell’ex deputato di Forza Italia ricandidato al Senato alle prossime elezioni. I due sono attualmente in carcere con l’accusa di avere inquinato il piano di insediamento produttivo di Marano. La stessa indagine vede indagato anche il parlamentare, con l’accusa di minaccia aggravata dal metodo mafioso. “Ho rimesso tutto nelle mani dei miei legali – ha detto all’agenzia LaPresse il giudice – Di questa storia sono stufo. Ne ho sentite di tutti i colori, nel modo più vergognoso per tutti e innanzitutto per la stampa. Sto cercando di svolgere il mio lavoro con la massima indifferenza”. A scatenare il polverone era stata la pubblicazione di una foto che raffigurava il magistrato a una convention di Forza Italia a Ischia lo scorso ottobre, a cui partecipava anche il presidente Silvio Berlusconi. Sulla vicenda si erano già mossi il Guardasigilli Orlando e il Csm.

Cinema estivo a Trastevere: Ferilli attacca, il Comune replica

“Le regole vanno rispettate. Anche se si è bravissimi. C’è tutto il tempo per partecipare al bando”. Il vicesindaco di Roma, Luca Bergamo, non arretra. Nemmeno di fronte all’ennesimo appello del mondo dello spettacolo: quello di Sabrina Ferilli, che segue di 24 ore, fra gli altri, premi Oscar come Benigni, Sorrentino e Bertolucci e romani doc come Verdone e Mastandrea. Il vicesindaco di Roma conferma l’intenzione di inserire Piazza San Cosimato, che da anni ospita il cinema all’aperto nel cuore di Trastevere, nel bando per l’Estate Romana 2018, non garantendone la fruizione automatica all’associazione Ragazzi del Cinema America, che si sono distinti per le loro iniziative cinematografiche prima con l’America Occupato e oggi con la Sala Troisi.

“Cara Sindaca, l’esproprio che sta avvenendo nei confronti dei Ragazzi del Cinema America è un atto gravissimo e senza alcun precedente nella nostra città”, ha scritto ieri la Ferilli, di cui si ricorda l’endorsement a Virginia Raggi nel 2016. “Uccidiamo il cinema italiano? – ha risposto caustico il numero 2 del Campidoglio – Ma per cortesia. Noi diciamo che per godere di particolari condizioni bisogna seguire le regole che valgono per tutti” e non “bypassare i bandi per affidare direttamente”. Sulla paventata riduzione delle serate, Bergamo ha spiegato che “su 7 piazze” dovranno esserci “due giorni alla settimana di non attività per dare respiro agli abitanti”.

Prova a mediare Sabrina Alfonsi, minisindaca Pd del Municipio I Centro Storico, uno dei due in mano al Pd. “Abbiamo chiesto l’utilizzo dell’area in quanto ente territoriale di Roma Capitale. Siamo pronti ad assumerci la responsabilità, proponendo l’introduzione di auricolari e accorgimenti tecnici”. Ma “no al bando”. Basterà a far desistere il vicesindaco?

Bondi e le rovine di Arcore: “Mi vergogno di essere stato lì”

“Penso a mio padre, alla sua forza, alla sua integrità e provo vergogna per quello che ho fatto”.

Come pietra rotolata dal costone di roccia, Sandro Bondi è steso a terra immobile, il suo corpo è cippo di confine, monumento ai caduti del berlusconismo di cui è la vittima più illustre per i meriti conquistati sul campo e poi vomitati come ostaggio della più efferata purga. Oggi vive riparato a Novi Ligure, nella piana alessandrina appena dietro Genova, insieme alla sua compagna di vita e di ventura, Manuela Repetti, anch’ella senatrice uscente, pure lei prima fervente forzista e poi anti e, come lui, non ricandidata.

Classe 1959, Bondi, per chi non lo sapesse, per gli italiani nasce il 13 maggio 2001, durante il periodo vitale, per certi versi eccentrico e politicamente violento del berlusconismo. Giunge infatti in Parlamento dopo un quinquennio di praticantato ad Arcore, dove si trasferì per via della devozione al Santo e dove obbligò la sua prima famiglia a risiedere (“un orrido appartamento”, ricorderà l’ex moglie”). È il periodo in cui Bondi viene destinato alla corrispondenza prima solo privata (leggere e rispondere alle ammiratrici) poi anche politica e pubblica. Una sorta di Donna Letizia berlusconiana ma molto più enfatica. Illustra il mondo nuovo che progredisce tra i prati di Arcore, grazie al divino Silvio, e i giorni splendenti e le notti magiche. “Berlusconi è candore, è purezza”, ha avuto il coraggio di dire. Ha scritto anche altro: “La sua politica del fare è una politica donna. La logica maschile del potere viene sostituita da quella femminile del dono, della comprensione, dell’amore”. Sedici anni dopo da quel 2001, a dicembre scorso, Bondi torna cenere. Imploso nel viaggio celeste, restituito alla terra solo per essere seme o lacrima di dolore. È stato invece tutto per Berlusconi. Cantore, candelabro, portavoce, portaordini, amanuense, consigliere, poeta, ministro, adoratore, coordinatore, amministratore, tesoriere.

“Sa perché ero così eccessivo? Pensavo che mi volesse bene, ed era questo il mio modo per riconoscergli l’affetto e dunque restituirlo. Berlusconi per me copriva la figura di un padre, di un uomo che guida la tua strada, e lo fa non solo per te ma intende illuminare la via a tutto il Paese”. Invece la tragedia, l’afflizione per quel che lui, oggi ex devoto, ha combinato da consigliere, da poeta, da figlio politico: “Sono stato un cortigiano, ecco la parola esatta. Quando ho avuto il potere l’ho esercitato nel modo che oggi dico peggiore, fidandomi di un convincimento: lui è una persona perbene. Non dovevo farlo”. A Dario Cresto Dina di Repubblica spiegò chi in realtà fosse Berlusconi: “È il conte Ugolino che nella Divina Commedia divora il cranio dei suoi figli. E questo riferimento culturale è in fondo lusinghiero perché lo sguardo di Ugolino verso i figli è di disperazione, mentre quello di Berlusconi è quasi di sadismo. In realtà sono giunto alla conclusione che non vi è alcuna grandezza tragica in lui”.

“È candore”, scriveva Bondi del suo Ugolino. “A Silvio. Vita splendente”. Poesia. Trascinato ad Arcore dallo scultore Pietro Cascella che aveva avuto incarico dal tycoon della Brianza di preparare il mausoleo perché il suo corpo fosse registrato nell’Olimpo, che Bondi, qualche tempo dopo, descrisse così: “Una delle più grandi opere monumentali degli ultimi decenni, con il cerchio della vita e il bassorilievo delle offerte votive”. Lui, proprio lui, il comunista di Fivizzano, sindaco del suo paese, figlio di uno spaccapietre emigrato in Svizzera per dar da mangiare alla famiglia. “Ha capito perché provo vergogna? Se penso a mio padre, a quel che intendeva lui della vita, del rigore, dell’integrità che ciascuno deve custodire. Della dignità che invece suo figlio non ha avuto. Se raccolgo i ricordi mi ritrovo immerso a fare l’esegeta cieco. Sono addolorato perché non dovevo essere lì. E oggi mi addolora ugualmente parlarne. Alla politica ho detto basta anche se fino all’ultimo ho cercato di consigliare e ai miei ex compagni ho caldamente, per esempio, invitato a votare Sergio Mattarella per il Quirinale. Io conosco ogni cosa di quel mondo e patisco il tentativo di sfregiare me. Anche oggi vede? Il giornale di famiglia mi ha attacca mentre lì abbondano voltagabbana di ogni risma. Ma non ho voglia e non ho tempo, ho perso curiosità e interesse per la politica. Mi annoia, lo dico sinceramente, alcune volte non riesco a reggere la televisione, i talk. No, vorrei essere dimenticato. È tutto finito”.

Firme false M5S, la Digos: “Oltre mille i casi scoperti”

Sarebbero oltre mille le firme false utilizzate per la presentazione delle liste del Movimento 5 Stelle alle Comunali di Palermo nel 2012. Per la vicenda sono attualmente imputati 14 tra deputati regionali e nazionali del movimento, attivisti e un cancelliere del tribunale, accusati a vario titolo della violazione del testo unico regionale in materia di elezioni. “Su 2000 sottoscrittori interrogati – ha detto ieri al giudice monocratico l’ex vicecapo della Digos Giovanni Pampillonia – 1104 hanno disconosciuto le firme loro attribuite”. Secondo la ricostruzione dei pm, confermata poi dalle rivelazioni di due ex deputati regionali, Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio, che si sono autoaccusati, nella trascrizione dei dati anagrafici di uno dei firmatari sarebbe stato commesso un errore. Per evitare di mettere a rischio la presentazione della lista, visto il poco tempo rimasto, alcuni esponenti del Movimento avrebbero ricopiato le firme raccolte invece di ripartire da zero. Mente del piano, secondo l’accusa, sarebbe stato Riccardo Nuti: allora candidato sindaco, deputato ormai uscito dai 5 Stelle, a processo assieme alle due colleghe Claudia Mannino e Giulia Di Vita.

M5S, Dessì si difende: “Regolare il mio affitto da 7 euro”. Ma Di Maio ormai lo vuole fuori

Ieri si è difeso su Facebook con una diretta un po’ scombinata, tra il microfono che non funzionava e l’emozione del neofita. Ma per Emanuele Dessì, candidato dal M5S per il Senato nel listino plurinominale Lazio 3, il rapporto con i 5Stelle è ormai compromesso.

Perché il capo politico e candidato premier Luigi Di Maio vuole chiudere ogni legame con l’ex consigliere comunale a Frascati (Roma): troppo rumoroso, il servizio di giovedì di Piazza Pulita che ha raccontato della casa comunale in cui vive in cambio di un affitto mensile da 7 euro e 75 centesimi. Però, norme alla mano, togliere Dessì dalle liste depositate al Viminale pare impossibile. Ed è un’altra rogna per il Movimento, che ogni giorno scopre di avere in casa un candidato con un passato in altri partiti o con qualche difetto imprevisto. Nel caso di Dessì però è stato un crescendo rossiniano. Perché si è passati dal video in cui compariva sorridente con il pugile Domenico Spada, cugino di quel Roberto che mesi fa ha aggredito una troupe televisiva a Osti. Per arrivare a quel post del 2015 in cui confessava: “Per la terza volta ho dovuto menare un ragazzo rumeno a seguito di offese gratuite nella sua lingua”. Poi il servizio sulla casa. Andato in onda con Alessandro Di Battista collegato da Viterbo, che non ha gradito.

Ieri mattina così è uscito allo scoperto Di Maio: “Abbiamo avviato gli accertamenti e se dovesse essere vero quello che sta emergendo, non avremo nessun problema sul fatto che certe persone (ossia Dessì, ndr) non possono stare nel M5S”. Nel frattempo sul consigliere pioveva anche un post della candidata governatrice nel Lazio Roberta Lombardi, a cui pure è considerato vicino: “Sulla casa stanno emergendo opacità che deve chiarire”. Mentre taceva Paola Taverna, altra big a cui è legato. Così Dessì ha raccontato la sua verità su Facebook. Ribadendo che lui è un allenatore di boxe, e “Spada è un noto campione”. E spiegando di essere stato coperto di sputi e insultato dal romeno che aveva poi picchiato. Quanto alla casa, l’ex consigliere ha mostrato il contratto di locazione “sottoscritto moltissimi anni fa”. E ha giurato di aver provato a pagare di più l’affitto, “anche a mio avviso vergognoso”, ma che “la legge me lo ha impedito”, Mentre il vicesindaco di Frascati confermava che “Dessì è in possesso di regolare assegnazione dal 1989 e non risulta moroso”. Ma la base è in gran parte furente. Come i capi. Però non sembrano esserci margini per toglierlo dalla lista, dove è secondo. E allora potrebbe al massimo essere espulso dal M5S.

Però si continua a discutere anche di altri casi. Come quello della capolista in Veneto per la Camera Sara Cunial, dichiaratamente no vax, e quindi sospesa dalla lista. Ma poi riammessa, “pare in seguito alla cancellazione di tutto il pregresso e all’assicurazione che non si occuperà più di vaccini” (così la senatrice Elena Fattori su Facebook).

Mentre arrivano nuovi guai per il candidato a Torino Paolo Turati, già noto per aver cancellato da Facebook i segni del suo sostegno al centrodestra. Ora Marco Grimaldi (LeU) lo accusa di “post xenofobi”. E ne cita uno del settembre 2017 in cui, commentando i tentativi dei migranti di passare a Bardonecchia (Torino) il confine con la Francia, Turati scriveva: “Dovrò tornare presto a presidiare i valichi”. E in serata il candidato del M5S si è giustificato così: “Era un post privato, uno sfogo infelice, che non rispecchia la mia posizione politica né quella del Movimento”. Mentre la palermitana Chiara Di Benedetto, ricandidata, annuncia l’addio al M5S: “Quello attuale è la negazione del vero Movimento”.

L’ordine del “comunicatore” grillino: “Trovate foto imbarazzanti degli avversari”

La raccomandazione nella chat interna è chiara e brutale: “Quindi ognuno di voi va a cercarsi i diretti concorrenti e tira fuori il peggio che si può tirar fuori. Nefandezze, foto imbarazzanti, dichiarazioni e tutto quello che può servire”. Così il responsabile della comunicazione per il M5S in Veneto, Ferdinando Garavello, si è rivolto in un messaggio ai 56 candidati dei 5Stelle al Parlamento. Un appello alla battaglia mediatica rivelato ieri dal Gazzettino, e che ha provocato grandi polemiche. Dal Pd fino a Forza Italia, tutti tuonano contro il “dossieraggio a 5Stelle”. Mentre l’Ordine dei giornalista regionale ha aperto un fascicolo sul collega padovano Garavello. Ma al fattoquotidiano.it il responsabile comunicazione replica: “Sono banalità, accuse che si commentano da sole”. Mentre il M5S prova a minimizzare. Con la deputata Francesca Businarolo che sostiene: “In chat si usa un linguaggio informale, non era un comunicato stampa, doveva rimanere interna al movimento”. E il capogruppo in Regione Jacopo Berti che afferma: “Questa è un’operazione trasparenza e non un linciaggio degli avversari, e se le chat fossero state pubblicate integralmente sarebbe stato chiaro”.

Vaccini, Lorenzin vs Raggi ma il Pd sta con la sindaca

Martedì sera, in coda a una seduta dell’Assemblea capitolina dedicata a completare la modifica dello Statuto cittadino, l’aula ha approvato all’unanimità una mozione per garantire anche ai bambini “non vaccinati, ma iscritti alle scuole dell’obbligo, il diritto alla continuità nell’anno educativo scolastico 2017-2018”. Il testo, in sostanza, chiede che possano concludere l’anno scolastico in corso anche gli alunni tra 0 e 6 anni per i quali sono già state prenotate le vaccinazioni ma a cui è stato fissato un appuntamento per farle dopo la scadenza dell’11 marzo fissata dal ministero della Salute. Trenta votanti su 49 consiglieri totali, altrettanti voti favorevoli, dopo che il testo era stato rivisto per incassare anche il parere favorevole delle opposizioni. A votare erano presenti 22 consiglieri M5S, 2 del Pd, 1 della lista Civica Giachetti, 3 di Fratelli d’Italia e 2 della lista civica con Giorgia Meloni, compresa la stessa leader della formazione di destra. Una votazione come se ne vedono tante ogni settimana in aula, arrivata ad un mese dalla scadenza dei termini ministeriali.

Poi è arrivata la campagna elettorale. Due giorni fa il Campidoglio ha comunicato che, in ottemperanza al testo votato martedì, la sindaca Virginia Raggi aveva scritto alle ministre della Salute e dell’Istruzione Beatrice Lorenzin e Valeria Fedeli, al governatore del Lazio Nicola Zingaretti e al presidente Anci, il sindaco di Bari Antonio Decaro, sottolineando alcuni aspetti del provvedimento. La sindaca chiede di “salvaguardare la linearità di percorso educativo, che non si può negare per alcun motivo plausibile”. E rimarca che la nuova legge sulle vaccinazioni condanna “con una multa i genitori dei bambini non vaccinati ma almeno nella scuola dell’obbligo non obbliga all’allontanamento del loro bambino, come se non fosse il contagio la preoccupazione principale del legislatore, quanto piuttosto la sanzione amministrativa”.

La replica della Lorenzin alla Raggi, sempre via lettera, non si è fatta attendere. Scrive la ministra che il provvedimento del Campidoglio “si pone in palese violazione della legislazione vigente e con le rilevanti finalità di prevenzione e tutela del diritto della salute”. Perché la legge sui vaccini stabilisce “in modo inequivoco” che la presentazione della documentazione sulle avvenute vaccinazioni, o almeno la prenotazione presso la Asl, “costituisce requisito di accesso”. E ancora: “I bambini possono tranquillamente restare in classe dopo il 10 marzo se i genitori dimostrano di aver presentato la richiesta di effettuazione delle vaccinazioni”.

Controreplica della Raggi: “Per colpa della Lorenzin e dei ritardi nelle prenotazioni della Regione Lazio i bambini ancora in attesa della vaccinazione rischiano di essere cacciati dai nidi e dalle scuole di infanzia per i restanti quattro mesi”. Spunta anche un precedente, con maglie più larghe del testo approvato dal Campidoglio. Si tratta di una mozione, a firma di consiglieri M5S, Pd, Lega, Sinistra Italiana e Mdp, votata a dicembre dal Consiglio regionale della Toscana, per consentire agli alunni non ancora in regola con gli obblighi sulle vaccinazioni di completare comunque l’anno scolastico in corso, che va considerato come “transitorio” visto il recente varo della nuova legge.

“Nessuna promessa”. Il mini-programma del Pd

“Nessuna promessa, un programma credibile”. È il titolo dell’ultima pagina delle 42 che compongono la versione estesa di “Più forte, più giusta. L’Italia”, il documento con la proposta politica del Partito democratico per il voto del 4 marzo. In realtà di promesse ce ne sono, non di tutte è chiaro il valore e quasi di nessuna la copertura finanziaria. “Se cercate il paese dei balocchi avete sbagliato destinazione. Se cercate un Paese che con orgoglio, grinta e coraggio disegna il futuro dei nostri figli questa è la comunità del Pd”, dice il segretario del partito Matteo Renzi alla presentazione del programma a Bologna con l’economista-candidato Tommaso Nannicini che lo ha curato. Vediamo i punti principali.

 

Salario minimo. Il Pd propone di introdurre un salario minimo che le imprese sono vincolate a usare “solo in assenza di un contratto collettivo” (quindi viene annunciata anche una riforma della rappresentanza sindacale). L’impegno era già previsto nella legge delega del Jobs Act, ma non ha avuto seguito. Non è neppure chiaro quanto valga: Renzi aveva parlato di 10 euro all’ora, molto alto, nel programma non ci sono indicazioni precise, solo che sarà superiore ai 5 euro l’ora che oggi ricevono “i giovani che la sera consegnano pizze”.

 

Lavoro. L’impegno è di ridurre dal 33 al 29 per cento il costo dei contributi per i contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti: lo Stato coprirebbe la differenza rispetto a oggi per evitare che i minori contributi si traducano in pensioni più basse. Non è indicato quanto vale la misura e si applica solo ai nuovi assunti. Sul modello della Francia, i lavoratori avranno un “codice personale di cittadinanza attiva” con una dotazione minima di 150 ore di formazione, che si portano da un lavoro all’altro. Serve a imporre l’apprendimento continuo.

 

80 euro e famiglie. Le promesse ci sono: 80 euro anche alle partite Iva che hanno gli stessi requisiti di reddito dei dipendenti. Questo Renzi lo promette dal 2014, ma non è mai riuscito a ottenerlo. Alle imprese assicura il taglio dell’Ires di altri due punti, dal 24 per cento al 22: vale oltre un miliardo di euro. Il grosso delle misure promesse sono quelle per le famiglie: 9 miliardi di interventi. Una detrazione Irpef da 240 euro al mese per ogni figlio a carico minorenne (scende a 80 euro fino ai 26 anni). Ne avranno diritto le famiglie fino a 100.000 euro di reddito. A questo si aggiungono 1,1 miliardi per finanziare un assegno da 400 euro al mese per ogni figlio fino a 3 anni con cui pagare asilo nido o baby sitter (così ci sarebbe un incentivo a non pagare in nero). Altri 600 milioni servono per pagare anche alle madri che tornano a lavorare il 30 per cento della retribuzione per 6 mesi dopo la fine della maternità obbligatoria: un bonus per le spese di cura del bambino che diventa incentivo a riprendere prima il lavoro e non interrompere la carriera. Dove trovare questi soldi? In parte tagliando misure negli stessi settori, ma per il resto non è chiaro.

 

Poveri. Alle proposte di reddito di cittadinanza del M5S, il Pd replica promettendo di raddoppiare la dotazione del Rei, il reddito di inclusione varato nel 2017 che va a chi è in povertà assoluta: da 2,3 miliardi annui a 4,6. Nessuna copertura è indicata.

 

Giovani e anziani. Una misura copiata dalla Spagna: detrazione fiscale da 150 euro (anche per gli incapienti) per i ragazzi sotto i 30 anni e con un reddito sotto i 30.000 euro. Serve a spingerli fuori dalla casa dei genitori, ma soprattutto a far emergere affitti in nero. Ai futuri pensionati viene promesso un assegno minimo di 750 euro anche per chi non ha i contributi, che sale fino a 1.000 a seconda di quanti anni di contributi sono stati versati.

 

Statali. Come il Movimento 5 Stelle, anche il Pd ha un piano di assunzioni massicce nella Pubblica amministrazione: rimpiazzare tutti i 450.000 dipendenti pubblici che andranno in pensione nei prossimi cinque anni. Nell’università verranno assunti 10.000 ricercatori di tipo B, quelli che poi possono restare come professori associati. Risorgono anche le Province (nell’attuale incarnazione di Città metropolitane) che devono avere “una fiscalità propria” – nuove tasse? – per le funzioni che hanno conservato, per esempio “la mobilità”.

 

Europa. Per rassicurare Bruxelles, il Pd promette di ridurre il debito pubblico dal 132 al 130 per cento del Pil in dieci anni. Come? Senza fare nulla, ci pensa la crescita al ritmo attuale. Però poi contesta il principio del pareggio di bilancio strutturale che sarà recepito da una direttiva europea in discussione mutuata sul trattato Fiscal Compact. Il problema è che dal 2012 il pareggio di bilancio è un obbligo costituzionale in Italia. Ma il Pd non propone di cambiare la Costituzione.

 

Fisco. Renzi rivendica i risultati della lotta all’evasione, ma il programma si fonda sullo stimolare i comportamenti virtuosi più che sul contrasto agli evasori. È prevista una “patente fiscale” a punti: chi è sempre in regola ottiene un trattamento di favore.

 

Coperture. L’unica rassicurazione sulla sostenibilità di queste misure è che “il costo è inferiore alle misure delle leggi di Bilancio approvate tra 2014 e 2017”. Come dire: fidatevi, le troveremo.

Deutsche Bank, i conti ancora in rosso fanno crollare il titolo

Scivola clamorosamente in Borsa il titolo Deutsche Bank, fino a perdere il 6% dopo la pubblicazione dei conti del 2017, chiuso in rosso per il terzo anno consecutivo. Quasi mezzo miliardo di euro la perdita registrata, dopo il 2016 chiuso con un rosso da 1,4 miliardi e nel 2015 addirittura di 6,8 miliardi. Ma proprio alla luce di questo andamento, l’ad del colosso tedesco, John Cryan, ha affermato che i dati mostrano che la banca “è sulla strada giusta” anche se “non siamo ancora soddisfatti del risultato”. Secondo il manager britannico, chiamato alla guida della banca tedesca per risanare i conti, “è sempre stato chiaro che” il risanamento “sarebbe durato più di due o tre anni”. I ricavi sono calati del 12% a 26,4 miliardi anche a seguito della dismissione di attività. Sull’accoglienza in Borsa pesa l’incertezza sui dividendi: sono mancate indicazioni su cosa sarebbe accaduto ai dividendi e non è stata apprezzata dal mercato la decisione di rinviare l’annuncio a marzo. La questione che scalda l’opinione pubblica tedesca, dopo i dati negativi, è quella dei super-bonus ai manager. Cryan ha lasciato capire che in futuro non saranno automatici: “Il compenso sarà orientato con i risultati raggiunti”.