I Casini di Renzi al seggio rosso di Bologna

Ci sono quasi tutti i candidati emiliani del Pd. Sfilano uno dopo l’altro all’ingresso dell’opificio Golinelli, a Bologna, dove Matteo Renzi sta per presentare i cento punti del programma del Pd. Ci sono quasi tutti, ma non c’è traccia di Pier Ferdinando Casini, candidato al collegio uninominale del Senato proprio nel capoluogo emiliano.

Un’assenza annunciata, ma non meno rumorosa. Giovedì sera era stato lo stesso Casini a chiarire: “Ho altri impegni di campagna elettorale, Renzi presenta il programma ed è giusto che lo faccia con i suoi amici del partito”. Una giustificazione che non aveva contribuito a rasserenare il clima attorno alla candidatura del democristiano doc nella tana rossa del Pd.

Dal palco Renzi ringrazia “i molti candidati presenti”, a cui manda “l’in bocca al lupo”. Tra loro c’è Carla Cantone, piacentina, seduta in prima fila e candidata in due listini emiliani alla Camera, che promette di “girare il collegio” per tutta la campagna elettorale. Poco più in là ci sono Sandro Gozi, anche lui nel listino Emilia 1 alla Camera, Luca Rizzo Nervo – listino Emilia 3 – e molti fedelissimi renziani in corsa in Emilia, da Matteo Richetti a Piero Fassino e Dario Franceschini.

Manca il bolognese Casini, bersagliato anche ieri dai siluri dell’opposizione: Matteo Salvini ha annunciato che oggi presenterà i candidati leghisti proprio a Bologna, “città simbolo” – testuale – “dei tradimenti del Pd”. Ma anche Davide Casaleggio, intervistato proprio dal Fatto, ci era andato giù pesante, definendo “uno scandalo” la candidatura di Casini in Emilia. All’ingresso del Golinelli ci pensa Richetti a glissare: “Stanno arrivando risultati con l’azione del governo di centrosinistra di questi anni. Casini era al nostro fianco a farle e sarà al nostro fianco per i prossimi 5 anni”. E ancora: “Nessuna polemica, andiamo avanti”. L’intento sembra ottimistico, anche perché a Bologna la situazione rischia di sfuggire di mano al Pd. Nella notte di giovedì il collettivo Hobo ha imbrattato la sede del partito in via belle arti, il giorno dopo, Casini, con l’immancabile sciarpa gialloblu, indiscutibile segno – quella sì – di radicamento al territorio, era andato in visita al circolo, predicando un abbassamento dei toni: “C’è troppo veleno in questa campagna elettorale, c’è troppo odio”. Un accenno di campagna elettorale bruscamente interrotto ieri, quando al Golinelli, Casini, ha scelto di essere il grande assente.

Il Jobs Act permetterebbe il “braccialetto”, la privacy no

Tutti contro il “braccialetto” che Amazon potrebbe in un futuro applicare ai suoi dipendenti. Contro l’ipotesi, per ora teorica, si è già pronunciato l’intero arco politico, governo compreso. Per il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda “aprirebbe le porte a qualcosa di inaccettabile”. Ieri è arrivato anche lo Stop dal Garante della Privacy, Antonello Soro. L’altra novità è la polemica aperta dal candidato premier M5s, Luigi Di Maio, che ha attaccato il Pd: “Se in Italia si possono mettere dispositivi sui lavoratori per controllarli è grazie al Jobs act. È incredibile che ora critichi Amazon”.

Al momento il polsino elettronico non esiste: è un brevetto depositato nel 2016. Nelle intenzioni di Amazon servirebbe per indirizzare meglio la mano del magazziniere sugli scaffali. Nel testo però si legge anche: “Il monitoraggio a ultrasuoni delle mani può essere utilizzato per monitorare le prestazioni”. Insomma, potrebbe inviare informazioni che magari vengono immagazzinate. “Se mai verrà implementato, lo faremo nel pieno rispetto delle leggi”, ha ribadito ieri l’azienda. Ed ecco il punto: quelle italiane lo consentono? Il Jobs act ha reso più facile il controllo a distanza del dipendente, modificando lo Statuto dei lavoratori. Prevede che per gli strumenti di lavoro consegnati dall’azienda o quelli per controllare la presenza non ci sia bisogno di un accordo sindacale, né dell’Ispettorato del lavoro, il cui benestare serve solo per gli strumenti di controllo della sicurezza, come le telecamere. In teoria, quindi, il braccialetto non sarebbe in contrasto con le nuove norme del Jobs act renziano.

Il controllo però deve essere conforme alle regole sulla privacy, ed è qui che il paletto sembra insormontabile. Ieri Soro ha detto che “sarebbe in contrasto con l’ordinamento in materia di protezione dati non solo in Italia ma anche in Europa”. Il monitoraggio pervasivo e costante del lavoratore non è consentito.

Expo, 6 mila Spelacchio: “Danni per 2,2 milioni”

Tutta colpa della Procura generale. Lo dice il sindaco di Milano Giuseppe Sala: “Quello che ho fatto è stato approvato dal Consiglio di amministrazione di Expo, dall’Anac di Raffaele Cantone, dall’Avvocatura dello Stato, anche dalla Procura di Milano. Poi è arrivata la Procura generale a girare le cose”. “Le cose girate” sono le imputazioni che gli sono state contestate dopo che la Procura è stata ritenuta “inerte” dalla Procura generale di Milano, la quale ha avocato le indagini, le ha proseguite e ha infine contestato a Sala due reati: il falso ideologico e materiale per aver falsificato la data di nomina di due commissari di gara per il mega-appalto della “piastra”, un affare da 272 milioni di euro; e l’abuso d’ufficio, per aver pagato i 6 mila alberi di Expo 4,3 milioni (716 euro l’uno), benché questi siano stati poi comprati in un vivaio a 1,6 milioni (266 euro l’uno).

Con la compravendita degli alberi, il commissario e amministratore delegato di Expo avrebbe procurato un “ingiusto vantaggio patrimoniale” all’azienda a cui ha affidato, senza gara, la fornitura degli alberi (la Mantovani spa) e avrebbe causato “un danno di particolare gravità” alla società Expo, violando il codice degli appalti.

Ieri è iniziata l’udienza preliminare in cui la giudice Giovanna Campanile dovrà decidere se rinviare a giudizio Sala per il reato d’abuso d’ufficio. Per il falso ideologico e materiale l’ex commissario di Expo ha chiesto il giudizio immediato che inizierà il 20 febbraio. Ma proprio a margine dell’udienza di ieri, il difensore di Sala, l’avvocato Salvatore Scuto, ha reso noto che è arrivato anche un avviso della Corte dei conti che contesta un danno erariale di 2,2 milioni, in relazione alla fornitura degli alberi per l’esposizione universale. La Corte aveva già espresso rilievi critici sull’ultimo bilancio di Expo. Ma ora avvia una procedura che quantifica un danno di 2,2 milioni: la cifra si ottiene sottraendo da quanto pagato da Expo spa a Mantovani (4,3 milioni) il reale costo degli alberi pagato da Mantovani ai vivaisti di Zelari-Euroambiente (1,6 milioni) più il costo per la posa (600 mila euro). Il problema era già stato posto dall’Audit interno chiesto dalla stessa società Expo nel 2014 (e raccontato dal Fatto Quotidiano nel 2015). L’Audit rilevava “criticità” nell’affidamento diretto e segnalava “eventuali negligenze e omissioni” che “potrebbero aver generato un danno per l’amministrazione pubblica in relazione all’aver proceduto tramite affidamento diretto in luogo di una selezione competitiva”. Nell’Audit si sosteneva anche che ci sarebbe stato un “lasso di tempo sufficiente (176 giorni) per sviluppare una procedura competitiva che avrebbe sicuramente ottenuto un migliore risultato economico”. Expo non avrebbe svolto la “verifica di congruità dei prezzi”. E non sono “chiari i termini e le modalità con cui ci si è avvalsi” della deroga per l’affidamento diretto, senza gara. Nell’udienza preliminare di ieri, i legali di Sala hanno sollevato un’eccezione di nullità, sostenendo che la Procura generale non può contestare un reato nuovo (l’abuso d’ufficio), ma eventualmente solo i due reati per cui la Procura aveva chiesto l’archiviazione (corruzione e turbativa d’asta).

Ora la giudice Campanile avrà bisogno di tempo per decidere la sorte processuale di Sala e dei suoi coimputati (Angelo Paris, ex direttore generale di Expo; Antonio Rognoni, ex direttore generale di Ilspa-Infrastrutture lombarde; Piergiorgio Baita, ex presidente della società Mantovani; Franco Morbiolo, ex presidente del consorzio Coveco; e Dario Comini, ex dipendente di Mm-Metropolitana Milanese; oltre alle società Coveco e Mantovani). La società Expo, parte offesa in questo procedimento, non si è però costituita parte civile contro alcun imputato, a differenza delle società Mantovani, Pizzarotti, Mm e Ilspa. La giudice Campanile deciderà sulle eccezioni il 22 febbraio. Tranquillo Sala e i suoi legali: “I procedimenti dimostreranno”, dichiara l’avvocato Scuto, “che l’ex amministratore delegato di Expo non ha alcuna responsabilità, né penale né erariale”. E il sindaco di Milano: “Questo tema degli alberi lo decideranno i giudici, ma io ho agito sotto la spinta impellente dei tempi e seguendo le procedure. “Tornassi indietro, rifarei le stesse cose”.

Fuori dalle liste dem, ma Manconi trova subito un incarico

Neppure l’appello firmato da 80 importanti personalità della cultura a favore della sua candidatura era riuscito ad aprire un varco nelle liste renziane per Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, docente di sociologia dei fenomeni politici e figura impegnata per i diritti dei detenuti. Mancata la ricandidatura al Senato nel Partito democratico per Manconi si sono aperte le porte del Dipartimento per le pari opportunità di Palazzo Chigi. Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha firmato ieri il decreto di conferimento al professor Manconi dell’incarico (a titolo gratuito) di coordinatore dell’Unar, l’Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni. L’Unar fornisce assistenza legale e amministrativa alle persone che si ritengono lese da comportamenti discriminatori; svolge inchieste, corsi di formazione e promuove l’adozione di misure specifiche dirette a evitare o compensare le situazioni di svantaggio connesse alla razza o all’origine etnica. L’ufficio redige inoltre una relazione annuale per il Parlamento sull’applicazione del principio di parità di trattamento e sull’efficacia dei meccanismi di tutela.

B. ad Arafat: “Soldi se ti accolli le mie mazzette a Craxi”

Quando i magistrati di Mani Pulite beccarono 10 miliardi di lire pagati da Silvio Berlusconi al Partito socialista di Bettino Craxi, e ipotizzarono che la più grossa tangente mai incassata da una sola persona (i conti finali arrivarono a 21 miliardi) fosse il “ringraziamento” di Silvio a Bettino per la legge Mammì che gli lasciava tre reti tv. Craxi negò tutto dicendo che era invece un finanziamento all’Olp, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat.

Pochi credettero allora a questa storia. Ma ora l’Espresso pubblica in esclusiva mondiale i diari segreti di Arafat, che la smentiscono decisamente e raccontano tutta un’altra versione. Secondo quanto anticipato dal sito dell’Espresso, Arafat incontrò segretamente Berlusconi, nel 1998, in una capitale europea, e “dopo quell’incontro decise di confermare la falsa versione data da Berlusconi ai giudici, cioè che i 10 miliardi di lire al centro del processo erano destinati non al Partito socialista italiano bensì all’Olp, come sostegno della causa palestinese”. Non era vero, continua l’Espresso, “ma Arafat rivela nei diari di aver confermato pubblicamente questa versione ricevendo in cambio un bonifico”. La tangente per mascherare la tangente. Un versamento di Berlusconi ad Arafat per nascondere la super-mazzetta pagata a Craxi. Un contributo in denaro per non fargli dire la verità, come fosse un’Olgettina qualsiasi. “Nel diario”, prosegue l’Espresso, “si trovano annotati i dettagli con i numeri di conto e i trasferimenti del denaro ottenuto da Arafat”.

I diari del leader dell’Olp e poi presidente dell’Autorità nazionale palestinese sono 19 volumi scritti in arabo a partire dal 1985 fino all’ottobre 2004, quando Arafat lasciò il suo quartier generale a Ramallah, in Cisgiordania, per essere ricoverato in un ospedale di Clamart, alla periferia di Parigi, dove morì un mese dopo.

Nel numero dell’Espresso in edicola da domenica 4 febbraio, oltre alla vicenda del finanziamento segreto di Berlusconi a Craxi fatto passare per aiuto alla causa palestinese, Arafat racconta intese politiche, azioni di guerra e affari finora rimasti oscuri. Rivela per esempio la trattativa tra Arafat e l’Italia avvenuta nel 1985, quando Craxi era presidente del Consiglio e Giulio Andreotti ministro degli Esteri, durante la crisi dell’Achille Lauro, la nave da crociera dirottata nel Mediterraneo da quattro terroristi palestinesi. Arafat rivela che fu Giulio Andreotti – e non Bettino Craxi, come si era sempre creduto – a consentire al capo del gruppo dei dirottatori, Abu Abbas, di scappare in Bulgaria e di lì rifugiarsi in Tunisia. Arafat conferma che Andreotti ha sempre avuto un ruolo importante nelle mediazioni internazionali sulla Palestina ed è stato spesso una sorta di mediatore segreto tra l’Olp e gli americani.

Nei diari il leader palestinese non si assume mai la responsabilità di aver ordinato un attentato. Quando gli attentati gli venivano proposti, si limitava a rispondere: “Fate voi”. Quando poi le bombe scoppiavano, il comandante sorrideva e scriveva: “Bene, bene”. Nessun attentato dell’Olp coinvolse l’Italia dopo il 1985. “L’Italia è la sponda palestinese del Mediterraneo”, scrive Arafat, confermando gli accordi segreti tra Olp e governo di Roma affinché il territorio italiano fosse preservato da azioni cruente. Arafat era fortemente contrario alla Prima Guerra del Golfo (1990-1991), scatenata dall’allora presidente dell’Iraq Saddam Hussein. E fece negoziazioni di pace segrete con l’allora premier israeliano Yitzhak Rabin.

Calcio in tv, Malagò lavora per salvare Sky e il Biscione

L’offerta che volevano è arrivata: un miliardo di euro a stagione, spicciolo più spicciolo meno, per la mediocre Serie A. Eppure i presidenti della Lega calcio non hanno ancora accettato la proposta di MediaPro: prendono tempo, alcuni addirittura spingono per un nuovo bando (il terzo), che avrebbe come sola certezza quella di penalizzare i tifosi con abbonamenti più costosi. In campo ci sono interessi più grandi: dalle strategie commerciali di Sky, che ha tanti buoni contatti fra le società, a quelle politiche del ministro Lotti, che a Milano può contare sul fido avvocato Nicoletti e adesso pure su Giovanni Malagò, fresco commissario della Lega. E poi c’è Urbano Cairo, che potrebbe persino lanciarsi nell’avventura delle tv a pagamento con La7.

Ieri a Milano Jaume Roures, numero uno della società spagnola, ha illustrato il suo progetto ai club, davanti all’advisor Infront: MediaPro punta sempre più forte sulla realizzazione del “canale della Lega”, che trasmetterebbe incontri e programmi di approfondimento 24 ore al giorno, e verrebbe poi rivenduto “chiavi in mano” sulle varie piattaforme. Sky e Mediaset, dunque, continuerebbero a funzionare solo come distributori, scenario penalizzante soprattutto per il colosso di Murdoch. Tanti sorrisi, parole di ottimismo. La trattativa privata procede: lunedì MediaPro, che ha già offerto 950 milioni a stagione più royalties, può spingersi fino al miliardo. Una cifra molto vicina ai 1.050 milioni previsti dal bando, che però potrebbe non bastare (in caso di pareggio della richiesta, invece, la partita sarebbe chiusa).

Tra Roma e Milano qualcuno tifa contro gli spagnoli. Dopo aver giocato a rimpiattino, con due aste andate a vuoto, Sky si è accorta di non poter perdere il pallone, e ha fatto arrivare in Lega rassicurazioni di un ricco rilancio, magari in cambio di esclusive maggiori. Le società amiche (Roma e Juventus in testa) si sono subito schierate dalla sua parte. E questa soluzione non sarebbe certo sgradita al ministro Luca Lotti: da titolare della delega all’editoria e da uomo del Nazareno, conosce bene Sky e Mediaset (che vuol dire sempre Berlusconi). Il subcommissario Paolo Nicoletti è un suo uomo di fiducia, e non perde occasione di ricordare ai presidenti che c’è sempre l’opzione di un’altra asta. Ora a dargli manforte arriverà pure Giovanni Malagò, che ieri, guarda caso, subito dopo la nomina a commissario di Lega ha subito accennato alla possibilità di un nuovo bando.

L’ottima impressione destata da MediaPro è servita a guadagnare tempo: l’offerta sarà valida fino al 16 febbraio e i presidenti hanno rinviato la decisione entro quella data. È rimasto in silenzio per tutta la presentazione, invece, Urbano Cairo: era stato lui a presentare gli spagnoli (sponsorizzando anche Javier Tebas, capo della Liga, per il ruolo di amministratore delegato), ora riflette.

Il presidente-editore del Torino di interessi (in conflitto) ne ha tanti: con un canale della Lega la sua concessionaria potrebbe proporsi per la raccolta pubblicitaria, ma un nuovo bando, forse, permetterebbe a La7 di sbarcare nel mondo del pallone. È stato lui a dirlo, in un’intervista a Italia Oggi: “I pacchetti potrebbero interessare anche a La7”. Ipotesi tecnicamente impossibile, visto che la legge Melandri non permette che la Serie A vada in chiaro. A meno che l’emittente non voglia buttarsi sul settore “pay”, magari per riempire il vuoto lasciato da una Mediaset sempre più in disarmo. A quel punto fare un nuovo bando converrebbe davvero a tanti. Tranne forse che ai club e ai tifosi.

Martina déJà vu e il santo Caimano

Una volta c’erano le tre “i” con cui Berlusconi prometteva di rilanciare l’Italia: imprese, inglese, informatica. Adesso, come apprendiamo dal servizio d’apertura del Tg1 delle 13:30 di ieri, il ministro Maurizio Martina ha pronto un manifesto per le tre “a”: agricoltura, ambiente, alimentazione. Mica male, detto da quelli che il loro stesso alleato Angelo Bonelli (Verdi) definì “dilettanti allo sbaraglio” in tema di ambiente. Segue intervista a Emma Bonino, di spalle a finissimi servizi di porcellana che sgomitano per entrare in camera. “Bonino, perché vi chiamate +Europa?”. “Perché è l’unico destino credibile per i vostri figli e i nostri ragazzi”. Che poi è la stessa cosa, forse, ma l’ipnotismo del simbolone “+Europa” in primo piano non permette valutazioni lucide. Subito dopo è il turno del centrodestra. “Berlusconi indica la squadra di governo: Salvini agli interni, Meloni alla difesa. Però decideremo insieme”. Come no. Spazio anche all’ormai quotidiana leccata internazionale. Secondo il Tg1 stavolta tocca al Financial Times, che “descrive il leader di Forza Italia come alternativa al populismo dei 5Stelle”. In realtà no, perché il quotidiano britannico descrive solo come l’establishment europeo vede B., ma ormai manca talmente poco al processo di beatificazione che non è il caso di fermarsi.

Marta la blindata, voluta da B. e Francesca

Una Fascina di misteri. Con la maiuscola ché Fascina è il cognome di Marta, nemmeno trentenne che si ritrova già eletta alla Camera sotto le gloriose insegne di Forza Italia.

Un seggio sicuro perché alla sconosciuta Fascina è stato riservato – all’ultimo momento utile per la compilazione delle liste – un trattamento da big: nientedimeno che un secondo posto e un terzo posto nei collegi plurinominali di Napoli sud e Napoli nord. E così grazie al gioco delle opzioni, a Napoli nord capolista è Mara Carfagna già blindata in altri collegi del proporzionale, lady Marta dei misteri varcherà la soglia di Montecitorio, nel prossimo marzo.

Fascina, chi è costei? L’interrogativo da due giorni è il giallo infernale che tortura colonnelli e peones del partitone azzurro. Una trama resa ancora più intricata dal primo indizio divulgato. Un depistaggio, in realtà. A quanti infatti gli hanno chiesto lumi in merito, il coordinatore regionale campano di FI, l’imputato Domenico De Siano, sodale di Luigi Cesaro, ha risposto così: “Non la conosciamo neanche noi, ha chiamato Galliani e ha chiesto di farla eleggere”. Sì, l’ex ad del Milan e futuro senatore. A quel punto sono state sparse altre briciole maliziose da seguire: Fascina è di Portici, la città di Noemi Letizia – ossia l’inizio della fine dell’ex Cavaliere a luci rosse – e lavora all’ufficio stampa del Milan venduto ai cinesi di Li Yonghong.

Dov’è la verità? Partiamo dunque dagli ambienti berlusconiani del Milan. Prima notizia: “Galliani e Fascina? Ma non l’ha mai conosciuta, la ragazza fa parte dell’accordo tra Berlusconi e i cinesi. Lei lavora lì su input diretto di Arcore, della cerchia stretta del presidente”.

Altro che Galliani quindi. Fascina è espressione diretta di Arcore. Due i sospettati: lo stesso B., ovviamente, e la sua fidanzata Francesca Pascale, corregionale della bella “Marta”.

Stavolta a parlare è una fonte forzista che ha seguito tutto il tormentato dossier delle candidature per le elezioni politiche.

“Per mettere Fascina è stato fatto un blitz all’ultimo momento da Licia Ronzulli, è lei che materialmente l’ha inserita”. Ronzulli alias la nuova custode dell’agenda berlusconiana dopo i fasti tragici del cerchio magico di Mariarosaria Rossi. Altro dettaglio: Ronzulli, da “segretaria” di Berlusconi, ha preso parte alla trattativa estenuante per la cessione del Milan ai cinesi. Il Fatto ha interpellato pure Fabio Guadagnini, attuale capo della comunicazione rossonera, ma non ha risposto. La manina di Ronzulli conferma quindi la pista che porta ad Arcore. E qui, nella nostra ricerca, c’è un altro episodio da rivelare, quello decisivo. E che risale a domenica scorsa, di pomeriggio. Berlusconi ha già avuto il “malore” da affaticamento che lo costringe a disertare vari impegni tv. Per evitare la calca dei questuanti che affolla Arcore per le liste decide di trasferirsi a Villa Giambelli, a Rogoredo, dove alloggia la fidanzata Pascale. Ed è qui che domenica pomeriggio arrivano il già citato De Siano e Luigi Cesaro. È il momento in cui viene impartita la direttiva di candidare Fascina. Affiorano altre voci: “Francesca Pascale e Marta hanno fatto le vacanze in Sicilia”; “Fascina è tornata a frequentare a Arcore dopo esserne stata cacciata da Mariarosaria Rossi”.

In ogni caso, la candidatura viene decisa da B. e Francesca e poi intestata all’ignaro Galliani? Perché? Scrive su Facebook Alessandra Caldoro, sorella di Stefano ex governatore azzurro della Campania: “La candidatura di Marta Fascina in posizione blindata è un insulto a tutte le donne che fanno politica e non solo a quelle che fanno politica. È un insulto a tutte le donne. Mara Carfagna, ex ministro alle Pari opportunità, avrebbe dovuto opporsi. Mara Carfagna… già”.

Il “nuovo” Ghedini sfida Letta: basta con il metodo Nazareno

Niccolò Ghedini coltiva da anni l’arte della smentita. Ieri, per esempio, ha smentito i malumori di Gianni Letta per la selezione dei candidati di Forza Italia. Anche l’eminenza grigia ha firmato il comunicato con l’avvocato di Berlusconi e di Mediaset. Ghedini non può smentire, però, la differenza di carattere e di strategie con Letta. Il felpato Gianni è il più presente nei Palazzi romani anche se non è un parlamentare, lo spigoloso Niccolò è il più assente anche se senatore alla vigilia della legislatura numero cinque. Ghedini ha plasmato con pazienza l’alleanza con i leghisti, Letta li osserva con sospetto.

Ghedini era contrario al supporto al governo tecnico di Mario Monti e – ricorda l’avvocato – Letta era un convinto sostenitore. Tant’è che il fidato Antonio Catricalà fu sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Ghedini ripete come un mantra: “Non rimpiango il patto del Nazareno e non mi iscrivo al partito che intende riesumarlo”. Letta incarna il Nazareno, l’essere trasversale e sempre al governo o almeno nei dintorni. L’avvocato approva le “larghe intese” purché siano davvero ampie: non si possono ignorare i milioni di preferenze che andranno ai Cinque Stelle. Ghedini ha organizzato la cosiddetta “quarta gamba”, il gruppo di ex Forza Italia e di cacicchi che nei sondaggi sfiora già il fatidico tre per cento, necessario per conquistare altri seggi. Ghedini, asserragliato in quel di Arcore, ha compilato le liste e – e se ne dispiace – in quelle liste le proposte di Letta non hanno trovato accoglienza. Una settimana fa, lontano dal tavolo delle trattative, l’eminenza azzurrina non s’è staccato mai dall’ufficio al Nazareno di Mediaset. Oggi Ghedini è un capo di Forza Italia, domani – promette – tornerà al mestiere di avvocato. Il tempo potrà smentire anche questa promessa.

Ghedini, classe ’59, fa politica dall’adolescenza, dall’epoca del Movimento sociale italiano. Non crede alle fusioni fra moderati (o renziani), semmai a un centrodestra ampio dai forzisti ai leghisti. L’eterno Letta, 83 anni il 15 aprile, è l’esatto opposto. Un giorno Ghedini – agricoltore per eredità familiare, collezionista di automobili (ben custodite in garage) e con un unico matrimonio in carriera – disse che per i consigli di vita si rivolge al Cavaliere, un amico vero. E pure Gianni è considerato un amico. Ghedini abita in campagna assieme a undici cani: Gigia, Trudi, Trillo, Buffo, Piuma, Birba, Baloo, Macchia, Spot e gli ultimi arrivati Thor (come il dio del tuono, del fulmine e della tempesta, taglia media) e Flip (come il cucciolo di Eta Beta, taglia piccola). Un Natale ha regalato un golden retriever al collega Franco Coppi, non sempre in sintonia con Niccolò. L’avvocato di Andreotti l’ha chiamato Ghedini. Per suggellare la pace (mediatica), il senatore potrebbe donare un cagnolino a Letta. “Diciamo che Gianni non adora i cani…”, fa sapere Ghedini. Più diversi di così.

Incompetenza percepita

Da quando Renzi ha detto “il nostro avversario non è il centrodestra, ma l’incompetenza dei 5Stelle”, ho iniziato a guardare alla politica con occhi diversi. Intanto ho scoperto che il suo patto prematrimoniale con B. è così saldo che non fa più nulla per nasconderlo. Ma soprattutto che Pd e centrodestra rappresentano la competenza contro i 5Stelle esclusivisti dell’incompetenza. E questo, lo confesso, non l’avevo mai considerato: anzi, pensavo che il M5S fosse nato e avesse sfondato proprio perché molti italiani non ne possono più dell’incompetenza (e ladroneria) dei vecchi partiti. Cioè che, a destra, la gente non abbia apprezzato la competenza di Nicole Minetti e delle altre Papi Girl portate da B. nei consigli comunali e regionali, al Parlamento italiano e a quello europeo, e farebbe volentieri a meno della competenza penale dei Previti, Dell’Utri e Cosentino. E che, a manca, gli elettori non abbiano gradito scelte tipicamente meritocratiche come la falsa laureata Fedeli all’Istruzione, l’avvocaticchia etrusca Boschi alle Riforme, la nullologa Madia alla PA, la povera Lorenzin alla Salute, lo sventurato Lotti allo Sport, il figlio di De Luca e l’uomo delle fritture di pesce prossimi deputati e altri scienziati.

Il che non vuol dire che i 5Stelle siano per definizione competenti, anzi: più semplicemente, la stragrande maggioranza degli italiani che non vota o vota M5S considera i vecchi partiti un branco di incapaci. Altrimenti, alle Comunali del 2016, i 5Stelle avrebbero perso e non vinto tutti e 21 i ballottaggi col Pd. E, al referendum costituzionale del 2016, il 60% dei cittadini avrebbero votato sì, non no alla “riforma” Renzi-Boschi. E ora tutti plaudirebbero al Pd, culla della competenza e anche della scienza, per via del decreto Lorenzin sui 10 vaccini obbligatori: invece migliaia di famiglie, per le inefficienze di governo, Regioni e Asl, non sono ancora riuscite a far vaccinare i figli, che ora rischiano di essere sbattuti fuori e perdere l’anno scolastico. Invece, per misteriosi motivi, in testa ai sondaggi sui leader c’è quel tapino di Di Maio, sprovvisto di un curriculum e soprattutto di un padre governatore della Campania.

A Roma, per dire, le competentissime destra e sinistra si sono divise i sindaci degli ultimi vent’anni, accumulando 15 miliardi di debito: eppure i romani hanno votato Raggi. A Torino il capacissimo centrosinistra ha governato dal 1993 al 2016, facendone la città più inquinata d’Europa e la più indebitata d’Italia in rapporto alla popolazione (quasi 5 miliardi di buco): ma inspiegabilmente i torinesi hanno votato Appendino.

L’altroieri si è dimesso il sindaco del Pd di Terni, Leopoldo Di Girolamo, riuscito nella mirabile impresa di portare il Comune al fallimento: la Corte dei conti ha appena bocciato il suo ennesimo piano di rientro dal dissesto causato da lui e dalla precedente giunta Pd (le opposizioni parlano di un buco di 80 milioni), e a maggio Di Girolamo era finito ai domiciliari con due assessori per associazione a delinquere, turbativa d’asta e falso. Ma gli incontentabili ternani, anziché ringraziare il competentissimo sindaco che li costringerà a pagare 2 milioni l’anno di imposte comunali in più fino al 2045 per ripianare la sua voragine, storcono inspiegabilmente il naso.

Intanto a Milano il supersindaco Beppe Sala non solo è sotto processo per i reati di abuso d’ufficio e falso, ma è pure indagato dalla Corte dei conti per un danno erariale di 2,2 milioni: una bella sommetta sottratta alla collettività con l’appalto senza gara per la fornitura dei 6 mila alberi di Expo, pagati dalla Mantovani 1,7 milioni e costati a Expo (cioè a noi) 4,3, cioè quasi il triplo. Uno scandalo “Spelacchio” moltiplicato per 6 mila, anche se sui media ha uno spazio di un seimillesimo. Un ennesimo caso di competenza del Pd che i milanesi non potranno che apprezzare, in perfetta continuità con le competentissime gestioni di tutti i grandi eventi italioti. Tipo Mondiali di Italia 90 a costi raddoppiati, per cui lo Stato ha pagato l’ultima rata del mutuo nel 2016. O tipo i Mondiali di Nuoto del Roma 2009, con le piscine troppo corte e le altre opere finite anni dopo o mai completate ma già costate il doppio o il triplo: la Procura della Corte dei conti ha appena archiviato alcuni dirigenti pubblici, ma non i tecnici e i costruttori, ricordando quel monumento alla competenza che è la “cittadella dello sport” a Tor Vergata con le “vele” di Calatrava (capolavoro di Caltagirone costato 608 milioni contro i 323 preventivati, dopo “ben sei atti aggiuntivi”) figlio di “una classe politica tesa a inseguire progetti faraonici senza predisporre adeguate coperture finanziarie e senza tenere conto delle reali possibilità di rispettare un cronoprogramma in linea con gli obiettivi”. Una combriccola di amministratori, dirigenti e costruttori – scrive il pm contabile – caratterizzati da “grave incapacità programmatoria e gestoria sia sotto il profilo politico che tecnico”. Insomma, una “compagine amministrativa incapace di rispettare le regole della concorrenza e della buona gestione, prona ai desiderata del politico di turno e del mondo imprenditoriale con cui si confronta e ai cui interessi risulta spesso asservito”. Gli stessi che ancora piangono la prematura scomparsa della mangiatoia olimpica, cancellata dall’incompetente Raggi.

Resta da capire perché i cittadini, stando ai sondaggi, continuino a preferire gli incapaci pentastellati ai capaci renzusconiani. Dev’esserci lo zampino di Putin che lava il cervello a milioni di ignari elettori a suon di fake news. Dopo l’insicurezza percepita, la disoccupazione percepita, la povertà percepita e il caldo percepito, abbiamo pure l’incompetenza percepita.