Olga, la bimba di carta che vuole diventare vera

“Questa è la storia di quando l’orso ammaestrato del signor Giubàt, alla fine, mi ha tagliata in due e l’Omino a molla mi ha riattaccata con lo scotch, perché ogni tanto gli capita di staccarsi dal fondo della scatola e cadere fuori. La donna volante voleva prestarmi uno dei suoi cerotti, ma io dico che quando ti tagliano in due ci vuole qualcosa di forte per tenerti insieme”.

Elisabetta Gnone è un’autrice conosciuta che ha creato anche la famosa collana di libri FairyOak. Il romanzo è un racconto fantastico in cui creature immaginarie entrano nella vita di una ragazzina di undici anni. La protagonista vive in un piccolo villaggio con la mamma e la nonna, il papà è morto in un incidente quando lei era appena nata. Adora raccontare storie che dice di aver vissuto veramente, come la storia della bambina di carta.
Questa bambina si chiama proprio come lei. All’età di sette anni decide di partire per andare dalla maga Ausolia e chiederle di diventare una bambina in carne e ossa. Per farlo dovrà compiere avventure e superare pericoli. Un viaggio straordinario tra risate e disperazione raccontate in modo creativo e divertente. Il libro mi ha appassionato per la ricca creatività come nel caso dell’orso che voleva diventare sarto o della tiratrice di coltelli cieca.

 

Un amore a base di libri e campagna: la coppia ideale secondo Pennac

Daniel Pennac ha conosciuto l’amore in Costa Azzurra, da ragazzino. Non attraverso i soliti riti di iniziazione, tra baci rubati d’estate e nostalgie autunnali, ma osservando una coppia di anziani vicini di sua nonna: Jean e Germaine Bozignanc. Nulla sembra meno interessante di questi due pensionati che non fanno nulla, non hanno figli, non hanno hobby, non hanno alcuna carriera da rievocare o un nipotino da viziare. E invece il giovane Pennac scopre che dietro quella promessa di noia si nasconde una storia da romanzo, un amore assoluto perché fine a se stesso e, dunque, sufficiente a dare un senso al resto. Jean e Germaine vengono da due classi sociali lontane, la scelta di stare insieme ha richiesto un prezzo alto: per lui la rinuncia a rendite ed eredità, per lei il ripudio da una famiglia che era l’unico mondo di riferimento e garanzia di affetti. Eppure, senza nulla, sono stati felici, hanno vissuto di libri, leggendoseli a vicenda, ammantando di letteratura la loro quotidianità di provincia, ma anche in un senso più prosaico, vendendo volumi antichi di cui erano entrati in possesso (leggere serve a vivere, non viceversa). E così il loro è diventato Un amore esemplare, titolo del primo libro di Feltrinelli Comics: il grande scrittore Pennac ha affidato alla fumettista Florence Cestac questa storia piccola ma potente che è diventata un fumetto perfettamente riuscito, poetico nella sostanza e umoristico nel tratto (è stato poi adattato anche in spettacolo teatrale, se ne parla nel libro). La nuova collana di graphic novel della Feltrinelli non poteva esordire con un titolo migliore.

 

Cent’anni, e non sentirli, senza Klimt

In occasione del centenario della morte di Gustav Klimt (1862-1918) uscirà a breve per le edizioni Castelvecchi un testo finora inedito in italiano di Hermann Bahr dedicato al capo della Secessione viennese, a cui lo scrittore e critico letterario fu legato da un’amicizia profonda e duratura al punto da affermare di dovere a Klimt “le ore più sublimi che un artista mi abbia mai donato in tutta la mia vita”. La sua città, Vienna, celebra l’anniversario con molte mostre ed eventi tra cui si segnalano, al Mak,“Klimt’s Magic Garden”. Un’esperienza di realtà virtuale di Frederick Baker (che inaugura il 7 febbraio, il giorno successivo all’anniversario di morte del pittore): il magico giardino è un esperimento di realtà virtuale ispirato al capolavoro di Klimt Attesa e appagamento, dal quale Baker ha realizzato un viaggio filmico interattivo. Numerose le esposizioni durante tutto il corso del 2018 al Leopold Museum su o con opere di Klimt (tra i tanti artisti in mostra anche due suoi celebri allievi, Schiele e Kokoschka). L’evento più significativo, che apre il 13 febbraio e durerà sino a settembre, si terrà presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna: “Stairway to Klimt. Il ponte di Klimt e Nuda Veritas”. Sarà allestito il “ponte di Klimt”, alto dodici metri, nel vano scale del Museo stesso, per offrire una vista diretta su un ciclo di tredici dipinti, che egli realizzò ancora ventottenne insieme al fratello Ernst e all’amico Franz Matsch. Si potrà ammirare inoltre in formato verticale Nuda Veritas, proveniente dal lascito dell’amico Hermann Bahr che tanto lo difese dallo scandalo provocato. E ancora, a partire dal mese di maggio, a Villa Klimt si affronterà il tema delle opere d’arte depredate dai nazisti, dei capolavori spariti e delle storie su collezionisti, autori e vittime delle razzie. I protagonisti dell’epoca e i Klimt perduti verranno presentati attraverso una nuova prospettiva.

Tutte queste iniziative sono volte a mostrare non solo il pittore de Il bacio, dell’oro, del simbolo raffinato, colto e sensuale, ma il caleidoscopico e più rappresentativo interprete della società di quel tempo, di cui egli sente e raffigura l’ineluttabile decadenza, il declino di un impero teocratico e la necessità di una seppur malinconica e precaria sopravvivenza nell’arte. Klimt, nelle sue sublimi figure femminili così come nelle sue ultime opere dai cromatismi più accesi, è riuscito, come avrebbe detto il poeta Hugo von Hofmannsthal, a penetrare “nella botola profonda e dimenticata dell’anima”, ed è soprattutto per questo che i suoi dipinti non smettono di apparirci tanto perturbanti quanto attuali.

 

Elsa, l’insegnante sopravvissuta (non a se stessa)

Tutti noi conosciamo – magari di sfuggita – la storia di Giobbe, uomo timorato di Dio. Gli venne tolto tutto e dovette soffrire pene e costrizioni poiché il Signore e Satana intrapresero una sfida, decisi a mettere alla prova le sue virtù. Avrebbe resistito, avrebbe continuato a seguire la retta via anche dopo aver perso tutto? Parafrasando la sua storia, ci accostiamo a quella dei sopravvissuti della Shoah, uomini e donne che riuscirono ad attraversare l’Europa per tornare a casa. Portandosi nel cuore l’orrore, quella medesima, inestinguibile colpa di cui scrisse Primo Levi. “Nessuno conosceva la storia di Elsa Weiss. Pochi la chiamavano per nome. Ci rivolgevamo a lei come ci si rivolge a un generale, a uno sceriffo, o a un dignitario del quale occorre preannunciare l’arrivo. La professoressa Weiss era l’enigma irrisolto della nostra vita”. Così principia L’Insegnante, il romanzo di Michal Ben-Naftali (Mondadori) e vincitore in Israele del Sapir Prize. L’autrice, traduttrice ed editor formatasi alla Oxford University, evoca una delle vicende meno note legate al tema delle persecuzioni razziali, narrando la storia di Elsa Weiss, sopravvissuta all’Olocausto: una di quei 1684 ebrei-ungheresi che furono fatti uscire di contrabbando dal paese mediante il treno di trenta carrozze approntato dall’avvocato Rudolf Kastner.

Weiss, anni dopo, sarebbe diventata una temuta insegnante al liceo di Tel Aviv, finché un giorno si suicidò buttandosi giù dal tetto del suo condominio. Senza lasciare nessun biglietto. Trent’anni dopo quella inspiegabile morte, un suo studente divenuto adulto, decide di voltarsi indietro e fare chiarezza. Ben-Naftali gli dona la voce con una prosa asciutta, veloce, le frasi corrono e si susseguono sulla pagina, consegnano materiale scottante e vivo al lettore, prendendoci per la collottola, mettendoci dinanzi all’orrore dei campi, all’incapacità di tornare ad essere una persona qualunque. Badate bene, Elsa è un personaggio di finzione, l’autrice inventa una biografia immaginaria sinché, mentre i nazisti invadevano l’Ungheria, sale sul “treno di salvataggio”. Sarà Elsa a condurci in quei vagoni organizzati da Rudolf Kastner, sul treno che partì il 30 giugno 1944 per condurli in Svizzera. Invece, vennero dirottati a Berger-Belsen. Spogliati, rasati, spinti sotto le docce e confinati in baracche. Era il 9 luglio. Solo mesi dopo quegli uomini riuscirono a raggiungere la Svizzera, mettendosi in salvo. Per alcuni, era già troppo tardi. Questo libro è anche il racconto di Kastner, “l’antieroe della vergogna” che selezionò 1648 ebrei sulla base del censo, facendo pagare i più ricchi per coprire le spese di tutti. Anni dopo venne accusato di collaborazionismo con Eichmann e ucciso nel ’57. Una sentenza della Corte Suprema Israeliana l’avrebbe, infine, riabilitato. L’Elsa creata da Ben-Naftali era una donna come tante, incapace di accettare il dolore incolmabile di essere sopravvissuta alla Shoah. Chi potrebbe darle torto? Qui la finzione si innesta con la realtà, spetta comunque a noi l’onere di ricordare sino dove possa spingersi la brutalità dell’uomo che ossequia l’ideologia.

 

Fabrizio Falco “È stato il figlio” e a teatro porta il rapporto col padre

Non ha ancora trent’anni, ma il talento non gli fa certo difetto: Fabrizio Falco, messinese, classe 1988, si sta cimentando recentemente anche nella regia, lui che è già blasonato interprete di teatro e cinema (Premio Ubu nel 2015 e Marcello Mastroianni nel 2012, per È stato il figlio di Daniele Ciprì e Bella addormentata di Marco Bellocchio).

Per lo Stabile di Torino Falco ha da poco firmato L’Illusion Comique di Pierre Corneille, in scena al Gobetti fino al 4 febbraio, “affascinato – spiega nelle note il regista, che recita anche nel ruolo del primattore – dal rapporto padre-figlio, vissuto attraverso il filtro del teatro”.

La trama è un delizioso gioco d’equilibrismo metateatrale: grazie a un mago e ai suoi “fantasmi parlanti”, Pridamante riesce a vedere la sorte, le peripezie e le disavventure del figlio Clindoro, cacciato di casa dal genitore perché scapestrato. La finzione, l’apparenza vanno poi a nozze con l’altro intreccio, quello amoroso, che agita il destino di Clindoro.

La messinscena, ironica e piuttosto convenzionale, sfrutta il vedo-non vedo di sipari e teli vari, finte porte e palchi semoventi: l’uso dello spazio, però, è fuorviante o fine a se stesso e il palcoscenico nudo sul finale si è già visto davvero troppe volte.

Dà linfa allo spettacolo l’ottimo ensemble di giovani (Matthieu Pastore, Loris Fabiani, Elisabetta Misasi, Mariangela Granelli), molto più in parte dei colleghi “anziani”, forse anche per affinità anagrafica con il capocomico Falco.

Va riconosciuto però alla regia il grande amore per il teatro (Commedia dell’arte in primis), “quell’arte difficile in cui tutti hanno trovato asilo”.

Ora speriamo che l’amore non sia – come nella recita – soltanto una recita, e che non bruci in fretta come un fuoco fatuo di gioventù. Non sarà un’avventura…

 

 

Salvate Freud, dimenticate i sogni

Di Freud o l’interpretazione dei sogni la cosa meno interessante è l’interpretazione dei sogni: passi invece per Freud, che qui però astutamente è un abile teatrante più che un pioneristico analista, dal momento che lo spettacolo vira in chiave metateatrale, anche fin troppo esplicitamente, deflagrando in un finale potente, su un palco, manco a dirlo, seminudo (così fan tutti, vedi affianco).

Ma andiamo con ordine: Freud o l’interpretazione dei sogni è un testo di Stefano Massini tratto dal suo recente romanzo L’interpretatore dei sogni (Mondadori), testo che a sua volta è stato ridotto e adattato dal regista Federico Tiezzi insieme con Fabrizio Sinisi: non si sa chi abbia avuto l’idea di dirottare la pièce, facendone una recita nella recita, ma è un’idea che salva in toto l’operazione, prodotta dal Piccolo. La trama è evanescente, non solo perché parla di sogni: è una lunga serie di casi clinici, affabulati dal medico e dai suoi pazienti. Prima incauta considerazione, dopo qualche minuto di replica: gli psicoanalisti vengono pagati parecchio per sopportare la noia dei racconti di gente un po’ fusa. Non c’è niente di più tedioso delle paturnie altrui, oltretutto qui edulcorate ed epurate da qualsiasi pruderie o perversione polimorfa, tanto di moda nell’Austria Felix. Pian piano, però, i monologhi iniziano a inanellarsi gli uni negli altri organicamente e i pazzi, in tutta la loro irrilevanza, si palesano per quel che sono: fantasmi, incubi, proiezioni nella mente, e quindi negli studi, del dottor Freud. Per questo il regista si è concentrato su di lui, imbastendo “un racconto di formazione, la messa in scena di un lungo pensiero, forse di un sogno nella testa di Freud”.

Il risultato è uno spettacolo lussuoso, impeccabile in ogni dettaglio, fin nelle maschere di animali impagliati che sfilano sulla scena museale e gelida di Marco Rossi. Il merito è da imputarsi soprattutto a Tiezzi: dirige splendidamente l’ottimo cast di interpreti, dando a ciascuno un colore, un suono, un ritmo, che gli sciapi psicopatici non avrebbero mai avuto altrimenti. Le follie sono sempre banali: si assomigliano tutte. Poi certo, forse non c’era bisogno di esplicitare la chiave metateatrale o cinematografica: “Il nostro racconto ha molti punti in comune con una sceneggiatura: si sviluppa attraverso diversi setting”, chiosa il regista, ma lo sanno tutti che si va in psicoanalisi come su un “set” e che lo psicodramma è teatro. L’eleganza dell’allestimento è garantita anche dalle validissime maestranze (Raffaella Giordano, Gianluca Sbicca, Gianni Pollini…) e dai bravissimi attori: Giovanni Franzoni, Valentina Picello, Umberto Ceriani, Sandra Toffolatti, Alessandra Gigli, Michele Maccagno, Nicola Ciaffoni, Stefano Scherini. Su tutti spiccano Fabrizio Gifuni e Debora Zuin nei panni di Freud e di sua moglie e i pazienti interpretati da Marco Foschi, Elena Ghiaurov, Bruna Rossi e David Meden, che insinuano nei loro personaggi una nota di briosa perversione. Tutto il resto è noia.

 

 

Renée Zellweger sarà Judy Garland in un biopic

Dopo aver diretto Denzel Washington in cinque film, Spike Lee ha scelto il figlio 33enne della star di “Malcom X”, John David Washington, come protagonista del suo nuovo lungometraggio “Black Klansman” affidandogli il ruolo dell’ufficiale afroamericano Ron Stallworth, un detective di Colorado Springs che nel 1978 si infiltrò all’interno del Ku Klux Klan e fingendosi un suprematista bianco e inviando al suo posto un collega nelle riunioni pubbliche sabotò dall’interno la sezione locale del gruppo razzista di cui era diventato addirittura il capo.

“Les traducteurs” è il titolo di un nuovo thriller francese diretto da Regis Roinsard (già autore anni fa della commedia di successo “Tutti pazzi per Rose”) con un prestigioso cast internazionale che schiera tra gli altri Olga Kuylenko, Riccardo Scamarcio, Lambert Wilson, Alex Lawter, Eduardo Noriega e Sisde Babette Knudsen. Per realizzare a tempo di record le versioni in diverse lingue di un attesissimo best seller internazionale ed evitare pericolose fughe di notizie, nove traduttori vengono confinati da un rude editore in una sorta di bunker di lusso. Quando però appariranno online le prime dieci pagine del romanzo e un misterioso ricattatore richiederà diversi milioni di euro per non rivelarne il seguito scatterà una complicata caccia alla talpa…

Renée Zellweger sarà Judy Garland in “Judy”, un biopic di Rupert Goold incentrato su una serie di concerti sold out della leggendaria cantante in programma a Londra nell’inverno del 1968 pochi mesi prima della sua morte.

Alessandra Mastronardi, Lino Guanciale, Dario Aita e la “new entry” Giorgio Marchesi girano a Roma le nuove puntate della seconda stagione della serie “L’allieva” dirette da Fabrizio Costa e coprodotte da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy.

Sì, è qui la festa e non risparmierà nessun ospite

“The Party”, ovvero la festa e il partito. A tenerli insieme è la raffinata, idealista e rampante Janet (Kristin Scott Thomas), che è stata appena nominata ministro della Sanità del governo ombra: il coronamento della propria attività politica, che intende celebrare invitando a cena gli amici più intimi nella sua bella casa londinese.

Mentre lei si adopera in cucina con i vol-au-vent, peraltro ricevendo messaggi segreti al cellulare, il marito Bill (Timothy Spall) se ne sta seduto in salotto a sorseggiare vino e ascoltare musica (I’m a Man…): arrivano gli ospiti, la linguacciuta April (Patricia Clarkson) e il fidanzato in scadenza Gottfried (Bruno Ganz), un life coach new age; la giovane e incinta Jinny (Emily Mortimer) e la sua matura compagna Martha (Cherry Jones); Tom (Cillian Murphy), un banchiere senza scrupoli, che annuncia sua moglie Marianne arriverà per il dessert e nell’esagitata attesa tira cocaina in bagno. Queste sono le premesse, ma manca la più singolare: la prima volta che vediamo Janet sta puntando una pistola alla macchina da presa.

È il nuovo film scritto e diretto dall’inglese Sally Potter, che la 71enne regista di Orlando (1992) e Lezioni di tango (1997) presenta quale “commedia che vira in tragedia, in cui una festa tra amici volge al peggio”. Unità di tempo, luogo e azione, canoni del Kammerspiel e bianco e nero d’elezione (sapida fotografia di Alexey Rodionov), sfruculia nell’ipocrisia e nel perbenismo borghese à la Buñuel, seguendo traiettorie già sperimentate in anni recenti da Cena tra amici (Le prénom, 2012), il Carnage di Reza e Polanski (2011) e, se volete, il nostrano Perfetti sconosciuti (2016) o il salotto de La grande bellezza (2013). Qui, però, c’è più carne al fuoco e una ricetta – sebbene i vol-au-vent finiscano carbonizzati – più sofisticata: amore e politica copulano fedifraghi, nulla è come sembra e una pistola, se c’è, prima o poi dovrebbe sparare. Ma colpi più devastanti sono esplosi verbalmente da Bill, secondo quel binomio vecchio come il mondo di eros e thanatos: sì, è qui la festa, e non risparmierà nessuno.

Facendo danzare una camera snella e impicciona, la Potter fruga divertita e salace tra il fantasma in campo della Brexit e le meschinità dei suoi happy few per cultura – e censo? – chiedendo ai suoi interpreti semplicemente di render conto degli splendidi attori che sono. I frammenti del discorso amoroso sono vetri in frantumi, i cocci dell’ideologia, dal ruolo dell’intellettuale al post-post femminismo, e della verità tutta: che fare? Buttarla in battuta (“Provoca un aromaterapista e scoprirai un fascista”, “Sei una lesbica di primo livello e un’intellettuale di second’ordine”), per scoperchiare i soliti sepolcri imbiancati: Janet professa “verità e riconciliazione”, ma poi suona il campanello e… Dall’8 febbraio in sala, agile (71’), cattivello ed elegante: ottimo sotto elezioni.

 

“Solo un modo per pulirsi la coscienza”

“Non si capisce neanche cosa vogliono dire, è solo un modo per pulirsi la coscienza da questo silenzio assordante”. Asia Argento, che per prima in Italia ha denunciato di aver subito uno stupro da Harvey Weinstein, non è tra le 124 donne che hanno sottoscritto il manifesto “Dissenso comune”. E la sua non è una dimenticanza. Anzi.

Cosa è successo?

Sono stata contattata da Jasmine Trinca. ‘Abbiamo creato un gruppo, abbiamo un messaggio politico’, mi ha detto. Tra di loro si chiamavano compagne.

E lei non era d’accordo?

Quando mi hanno chiamata, avevano già buttato giù una prima stesura dell’appello senza neanche consultarmi. Iniziava con una specie di parabola di Edna Wolf su Cappuccetto Rosso e il lupo, si parlava in maniera ancora più vaga e non venivano nominate le attrici italiane che hanno denunciato.

Lei e Miriana Trevisan?

Esatto. Anzi, le dico di più. Sono stata messa in una chat del gruppo e ho chiesto che venisse inserita anche Miriana. Non l’hanno contattata fino a un paio di giorni fa. Forse non la reputavano alla loro altezza. Io e Miriana abbiamo aperto questa porta e ci siamo beccate delle bastonate. Però hanno fatto firmare Cristiana Capotondi che ha difeso Fausto Brizzi (il regista italiano accusato di molestie, ndr).

E cosa ha suggerito a proposito del manifesto?

Ho comunicato il mio dissenso per una cosa troppo annacquata. Ho chiesto di specificare i nostri nomi. Non si può parlare di ‘colleghe italiane’, non si può dire ‘anche noi abbiamo vissuto’ e poi non dire di chi si sta parlando.

La sua richiesta ha sortito effetti?

Macché. Continuavano a temporeggiare. Molte di loro non rispondevano neanche ai miei messaggi. Ho più volte chiesto di incontrarci a casa mia.

È successo?

Io abito in periferia. Mi hanno risposto che arrivare a casa mia sarebbe stato come andare in Cina. Allora mi sono offerta di andare io in centro, ma neanche questo è accaduto. A quel punto mi sono tolta dalla chat.

Prima dell’appello le erano state vicine?

Non ho mai ricevuto un sms di sostegno da parte delle attrici e alcune di loro, quando le ho incontrate, si sono voltate dall’altra parte. Capisco che magari si vergognavano di parlare con i giornali e le televisioni, ma almeno privatamente avrebbero potuto dimostrare solidarietà… Invece è stato il silenzio assoluto. Un silenzio assordante.

Quindi non ha firmato il manifesto?

Naturalmente. E non ho alcuna intenzione di farlo. Le avevo anche invitate alla Women’s march di Roma, il 20 gennaio, ma non si è presentato nessuno. Come sempre sono un outsider, non rientro neanche nel dissenso comune. Sono sola nella mia battaglia.

Le 124 firme smuoveranno le coscienze?

Non vedo un programma, tantomeno ‘politico’. È tutto annacquato, non si capisce neanche cosa vogliono dire. È soltanto un modo per pulirsi la coscienza rispetto al silenzio in cui ci hanno avvolte. Poi a me vengono a dire ‘sei stata zitta per vent’anni’, come se ci volesse un attimo per elaborare una violenza. Ma anche chi non ha subito nulla può schierarsi dalla parte delle vittime.

Cosa succederà adesso?

E cosa vuole che succeda? Forse andranno a parlare a Sanremo…

“È il tempo in cui abbiamo smesso di avere paura”

“Dissenso comune”: si chiama così il Manifesto delle donne dello spettacolo “unite per una riscrittura degli spazi di lavoro e per una società che rifletta un nuovo equilibrio tra donne e uomini”, dopo le denunce di violenze e molestie sul luogo di lavoro nei mesi scorsi. Firmato da 124 tra attrici, registe, produttrici e lavoratrici della comunicazione e dello spettacolo tra cui Francesca e Cristina Comencini, Sabrina Impacciatore, Laura Bispuri, Sole Tognazzi, le sorelle Rohrwacher, Lunetta Savino, Isabella Ferrari, Giovanna Mezzogiorno.

“Questo documento non è solo un atto di solidarietà nei confronti di tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia e che per questo sono state attaccate, vessate, querelate, ma un atto dovuto di testimonianza”, esordiscono.

Tra le firmatarie anche Nicoletta Ercole, che con Harvey Weinstein ha lavorato e riconosce “che il suo modo di fare era noto, così come lo era quello di alcuni registi e produttori italiani”. Seppur critica nei confronti di chi – ha prima sfruttato questo sistema e poi ora accusa e denuncia e dalla parte di Asia Argento contro chi l’ha criticata – Ercole racconta di non aver esitato a sottoscrivere l’appello sottopostole da Ginevra Elkann. “So che siamo in tante. La nostra voce è importante perché abbiamo la visibilità per farci ascoltare, ma questo è un malcostume generalizzato. L’importante – continua – è che non finisca nel vuoto, come le manifestazioni di ‘Se non ora quando’.

Un’altra firmataria è Costanza Quatriglio. “Non ho partecipando agli incontri, avevo anche sottoposto modifiche che non sono state accettate dal collettivo”, racconta. Eppure crede nell’importanza dell’appello: “A prescindere dalle molestie – spiega – è una questione di disuguaglianza, di denunciare le angherie quotidiane alle quali siamo sottoposte. Io come regista ho dovuto fare i conti con il mio essere donna anche senza accorgermene. Pensavo bastasse fare il mio mestiere, ma non è così”.

Perché, come si legge nel Manifesto, “quando si parla di molestie quello che si tenta di fare è, in primo luogo, circoscrivere il problema a un singolo molestatore che viene patologizzato e funge da capro espiatorio”, salvo poi, “non appena l’ondata di sdegno si placa, il buonsenso comune inizia a interrogarsi sulla veridicità di quanto hanno detto le ‘molestate’ e inizia a farsi delle domande su chi siano, come si comportino, che interesse le abbia portate a parlare”. “Così facendo – continuano le donne di Dissenso Comune – questa macchina della rimozione vorrebbe zittirci e farci pensare due volte prima di aprire bocca. Ma parlare è svelare come la molestia sessuale sia riprodotta da un’istituzione. Come questa diventi cultura, buonsenso, un insieme di pratiche che noi dovremmo accettare perché questo è il modo in cui le cose sono sempre state, e sempre saranno”, denunciano. E sottolineano come “la scelta davanti alla quale ogni donna è posta sul luogo di lavoro è: ‘Abituati o esci dal sistema’. Da qui la decisione di scendere in campo. Perché “il corpo dell’attrice incarna il desiderio collettivo, e poiché in questo sistema il desiderio collettivo è il desiderio maschile, il buonsenso comune vede in loro creature narcisiste, volubili e vanesie, disposte a usare il loro corpo come merce di scambio pur di apparire. Le attrici in quanto corpi pubblicamente esposti smascherano un sistema che va oltre il nostro specifico mondo ma riguarda tutte le donne negli spazi di lavoro e non”.

E – non ultimo – “perché le attrici hanno il merito e il dovere di farsi portavoce di questa battaglia per tutte quelle donne che vivono la medesima condizione sui posti di lavoro la cui parola non ha la stessa voce o forza. La molestia sessuale – è sistema appunto. Succede alla segretaria, all’operaia, all’immigrata, alla studentessa, alla specializzanda, alla collaboratrice domestica. Noi non siamo le vittime di questo sistema ma siamo quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo. Noi non puntiamo il dito solo contro un singolo ‘molestatore’. Noi contestiamo l’intero sistema. Questo è il tempo in cui noi abbiamo smesso di avere paura”.