Risale a qualche giorno fa la notizia che la Volkswagen avrebbe fatto dei test sugli effetti dei gas di scarico usando, come cavie, scimmie ed esseri umani. Si è scatenato un putiferio, sui social si è attinto a mani basse a quel repertorio di astio mai rimosso nei confronti dei tedeschi. La Germania rimane una delle nazioni che gli italiani giudicano con maggior sospetto, perché terra di nazisti prima e di benestanti dal cattivo gusto poi (vedi alla voce calzino e sandali). Paradossalmente è proprio questa seconda caratteristica a renderli odiosi, in quanto accumulatori di invidia sociale e vecchi datori di lavoro dell’orda di disperati che emigravano dal Bel Paese in cerca di un’occupazione.
Invece Berlino è stata percepita nel nostro immaginario in maniera diametralmente opposta, molto positiva, come se non facesse parte del suolo teutonico. Berlino veniva vista come città all’avanguardia, città punk rock, anarchica, sognatrice, libertaria. Negli ultimi cinquant’anni non c’è stato nessun luogo in Europa che rappresentasse maggiormente l’idea della possibilità.
Ma forse qualcosa sta cambiando, forse non è più così. Teresa Ciuffoletti e Roberto Sassi nella loro Guida a una Berlino ribelle (Voland) ritengono che lo slogan “the place to be” non vada inteso come del tutto attuale, anzi la parvenza di città alternativa sarebbe legata a un brand che si sta svuotando di contenuti. Una Berlino che era, invece di una Berlino che è.
Certo, la costrizione del Muro stimolava l’utopia. Lo scrittore Thomas Brussig scrisse che quando quasi vent’anni fa è caduto il muro è scomparso anche l’Altrove ed è quindi mancata l’opportunità di immaginarlo. Prima del 9 novembre 1989 Berlino era il vento che soffiava verso i quartieri orientali mentre Bowie cantava Heroes, ascoltato al di qua e al di là del muro. Era l’idea folle e geniale di due studenti italiani Luigi Spina e Domenico Sesta che, sponsorizzati dalla Nbc, scavarono un tunnel, il tunnel 29, chiamato così perché consentì la rocambolesca fuoriuscita da est a ovest di 29 persone. Oppure la trovata buffonesca della fuga in cabrio di Heinz Meixner che sgonfiò le ruote della sua Austin Healey Sprite e rimosse il parabrezza per poter sfrecciare sotto la sbarra del check point a Friedrichstrasse. Allora per vedere la città unificata bisognava guardarla dall’alto con gli occhi degli angeli di Wim Wenders ne Il cielo sopra Berlino. Ma poi il Muro venne giù. Non che Berlino abbia perso immediatamente il suo fascino alternativo, era ancora la città dove potevi incontrare Nick Cave, Lou Reed, gli U2. Ci si poteva perdere in anfratti ballerini che offrivano possibilità di sesso nascosto e alterato. Era la spinta informatica e rivoluzionaria del partito dei Pirati con la c-base, uno dei più famosi hackerspace del mondo. Solo che poi arriva la Grosse Koalition, l’alleanza rosso-nera, il minestrone che non divide più destra e sinistra. È il momento della stabilità politica, della unità che accoglie tutti. E dove c’è spazio, non c’è più esplosione, non c’è più bisogno di spingere.
E quindi arriviamo all’occhio odierno che vede Berlino e la posiziona nella nostra scala di valori. Magari non è un caso che Babylon Berlin sia la serie più cara di sempre. Perché per restituire l’utopia a Berlino si è dovuti tornare a un passato prenazista e rievocare una città al tempo dell’apertura mentale weimariana, lucida, pulita, ma senza il perbenismo di Hollywood. Come se ci fosse bisogno di una Berlino funzionale e babilonese, con i marciapiedi che ci potevi mangiare sopra e i locali proibiti. Quando nella prima puntata della serie Severija Janušauskaité intona “Zu asche zu staub” provoca un terremoto culturale. In quel brano una donna vestita da uomo, circondata da ballerine nude, canta versetti dal sapore biblico, inneggiando all’eternità, a ritmo di un jazz vorticoso. È di nuovo la Berlino che sogna, che può, che osa. Dove non c’è vergogna, come confermano anche i flashback di un’altra serie senza censure che è Transparent. Si spiega così anche il ritorno in voga di Irmgard Keun, pirotecnica scrittrice tedesca, compagna di Joseph Roth, bandita dai nazisti. La sua Doris si muove per Babylon Berlin in cerca di rivalsa, può compiere il carpiato sociale, è a un passo dal diventare una stella. Prima che tutto crolli…
E anche Rosella Postorino, nel suo ultimo, riuscitissimo romanzo Le assaggiatrici (Feltrinelli), lascia che Rosa Sauer, la protagonista, provi un senso di nostalgia per una Berlino luminosa. Nata il 27 dicembre del 1917, Rosa era troppo giovane per godere di quell’età dell’oro, ma rimpiange i vestiti a scacchi, la possibilità di farsi corteggiare dal capo che poi ha sposato. Berlino è un’isola di passato, prima di diventare la città bombardata. È il luogo a cui vorrebbe tornare, invece di assaggiare i cibi per Hitler nel covo del lupo, insieme ad altre donne, per impedire che il Führer venga avvelenato. Berlino era “the place to be” per lei. E torna a esserlo anche nelle fantasie che letteratura e pellicola ci propongono.