Com’era avanti Berlino. La città dal futuro passato

Risale a qualche giorno fa la notizia che la Volkswagen avrebbe fatto dei test sugli effetti dei gas di scarico usando, come cavie, scimmie ed esseri umani. Si è scatenato un putiferio, sui social si è attinto a mani basse a quel repertorio di astio mai rimosso nei confronti dei tedeschi. La Germania rimane una delle nazioni che gli italiani giudicano con maggior sospetto, perché terra di nazisti prima e di benestanti dal cattivo gusto poi (vedi alla voce calzino e sandali). Paradossalmente è proprio questa seconda caratteristica a renderli odiosi, in quanto accumulatori di invidia sociale e vecchi datori di lavoro dell’orda di disperati che emigravano dal Bel Paese in cerca di un’occupazione.

Invece Berlino è stata percepita nel nostro immaginario in maniera diametralmente opposta, molto positiva, come se non facesse parte del suolo teutonico. Berlino veniva vista come città all’avanguardia, città punk rock, anarchica, sognatrice, libertaria. Negli ultimi cinquant’anni non c’è stato nessun luogo in Europa che rappresentasse maggiormente l’idea della possibilità.

Ma forse qualcosa sta cambiando, forse non è più così. Teresa Ciuffoletti e Roberto Sassi nella loro Guida a una Berlino ribelle (Voland) ritengono che lo slogan “the place to be” non vada inteso come del tutto attuale, anzi la parvenza di città alternativa sarebbe legata a un brand che si sta svuotando di contenuti. Una Berlino che era, invece di una Berlino che è.

Certo, la costrizione del Muro stimolava l’utopia. Lo scrittore Thomas Brussig scrisse che quando quasi vent’anni fa è caduto il muro è scomparso anche l’Altrove ed è quindi mancata l’opportunità di immaginarlo. Prima del 9 novembre 1989 Berlino era il vento che soffiava verso i quartieri orientali mentre Bowie cantava Heroes, ascoltato al di qua e al di là del muro. Era l’idea folle e geniale di due studenti italiani Luigi Spina e Domenico Sesta che, sponsorizzati dalla Nbc, scavarono un tunnel, il tunnel 29, chiamato così perché consentì la rocambolesca fuoriuscita da est a ovest di 29 persone. Oppure la trovata buffonesca della fuga in cabrio di Heinz Meixner che sgonfiò le ruote della sua Austin Healey Sprite e rimosse il parabrezza per poter sfrecciare sotto la sbarra del check point a Friedrichstrasse. Allora per vedere la città unificata bisognava guardarla dall’alto con gli occhi degli angeli di Wim Wenders ne Il cielo sopra Berlino. Ma poi il Muro venne giù. Non che Berlino abbia perso immediatamente il suo fascino alternativo, era ancora la città dove potevi incontrare Nick Cave, Lou Reed, gli U2. Ci si poteva perdere in anfratti ballerini che offrivano possibilità di sesso nascosto e alterato. Era la spinta informatica e rivoluzionaria del partito dei Pirati con la c-base, uno dei più famosi hackerspace del mondo. Solo che poi arriva la Grosse Koalition, l’alleanza rosso-nera, il minestrone che non divide più destra e sinistra. È il momento della stabilità politica, della unità che accoglie tutti. E dove c’è spazio, non c’è più esplosione, non c’è più bisogno di spingere.

E quindi arriviamo all’occhio odierno che vede Berlino e la posiziona nella nostra scala di valori. Magari non è un caso che Babylon Berlin sia la serie più cara di sempre. Perché per restituire l’utopia a Berlino si è dovuti tornare a un passato prenazista e rievocare una città al tempo dell’apertura mentale weimariana, lucida, pulita, ma senza il perbenismo di Hollywood. Come se ci fosse bisogno di una Berlino funzionale e babilonese, con i marciapiedi che ci potevi mangiare sopra e i locali proibiti. Quando nella prima puntata della serie Severija Janušauskaité intona “Zu asche zu staub” provoca un terremoto culturale. In quel brano una donna vestita da uomo, circondata da ballerine nude, canta versetti dal sapore biblico, inneggiando all’eternità, a ritmo di un jazz vorticoso. È di nuovo la Berlino che sogna, che può, che osa. Dove non c’è vergogna, come confermano anche i flashback di un’altra serie senza censure che è Transparent. Si spiega così anche il ritorno in voga di Irmgard Keun, pirotecnica scrittrice tedesca, compagna di Joseph Roth, bandita dai nazisti. La sua Doris si muove per Babylon Berlin in cerca di rivalsa, può compiere il carpiato sociale, è a un passo dal diventare una stella. Prima che tutto crolli…

E anche Rosella Postorino, nel suo ultimo, riuscitissimo romanzo Le assaggiatrici (Feltrinelli), lascia che Rosa Sauer, la protagonista, provi un senso di nostalgia per una Berlino luminosa. Nata il 27 dicembre del 1917, Rosa era troppo giovane per godere di quell’età dell’oro, ma rimpiange i vestiti a scacchi, la possibilità di farsi corteggiare dal capo che poi ha sposato. Berlino è un’isola di passato, prima di diventare la città bombardata. È il luogo a cui vorrebbe tornare, invece di assaggiare i cibi per Hitler nel covo del lupo, insieme ad altre donne, per impedire che il Führer venga avvelenato. Berlino era “the place to be” per lei. E torna a esserlo anche nelle fantasie che letteratura e pellicola ci propongono.

Brexit e la guerra dei documenti “segreti”

A circa un mese dalla ripresa ufficiale dei negoziati sulla seconda fase di Brexit – la parte decisiva – quella sugli accordi regolatori, legali e commerciali, il clima è avvelenato dalla pubblicazione di documenti che aumentano la pressione sui negoziati e sul governo May.

Il primo è il rapporto Eu Exit Analysis – Cross Whitehall Briefing, il documento – in teoria riservato – governativo più completo e aggiornato sul prevedibile impatto di Brexit sull’economia del Regno Unito, che una manina del Department for Exiting the Eu ha fatto visionare ad Alberto Nardelli di Buzzfeed. Che un documento tanto delicato sia arrivato alla stampa è, già di per sé, segnale allarmante del deteriorarsi dei rapporti fra il civil service e il governo: i suoi contenuti sono devastanti per la causa dei Brexiteers. Lunedì, Nardelli ne aveva analizzato la prima parte: le conseguenze di tre possibili scenari economici, da una Brexit più soft, quindi con accesso al mercato unico, ad una più netta, con un accordo di libero scambio con l’Unione Europea, al taglio netto, il no deal tanto temuto in particolare dalla City. Secondo le previsioni, la mancata crescita nei prossimi 15 anni sarebbe, rispettivamente, del 2,5 e 8%. A rischio anche lo status di Londra come capitale finanziaria mondiale. I vantaggi dell’uscita? Risibili: perfino il tanto vagheggiato accordo commerciale con gli Stati Uniti porterebbe ad una crescita del PIL solo dello 0.2%.

Ieri, Buzzfeed ha pubblicato anche le previsioni dell’impatto della prevista stretta sull’immigrazione: il danno provocato dalla carenza di competenze e forza lavoro sarebbe molto superiore anche a quello 0.2%, vanificandone i benefici. Lo scoop esce con perfetto tempismo.

Proprio ieri Theresa May, dalla Cina dove è in visita ufficiale, ha fatto sapere che i cittadini europei che sbarcheranno nel Regno nei circa due anni della fase di transizione, dopo l’uscita ufficiale del Regno Unito dall’Unione Europea, non potranno godere degli stessi diritti e avere accesso agli stessi servizi di chi è arrivato prima. Posizione per Bruxelles inaccettabile, ed è difficile immaginare un compromesso. Il secondo documento è una presentazione fatta dai negoziatori europei ai 27 paesi membri la scorsa settimana e visto in anteprima dal Financial Times.

L’Unione europea sta valutando l’applicazione di sanzioni durissime contro il Regno Unito nel caso Londra, dopo l’uscita e la firma di un accordo di libero scambio con il blocco europeo, scegliesse un approccio aggressivo di concorrenza fiscale per attirare investimenti. L’Europa potrebbe reagire includendo il Regno Unito nella lista nera dei “paradisi fiscali”, imponendo sanzioni in vari settori. Resta da capire se si tratti di schermaglie pre-negoziati o di ostacoli più sostanziali: di certo la May arriva al tavolo delle trattative con margini di manovra sempre più stretti.

“I volenterosi carnefic fai-da-te non attesero gli ordini dei nazisti”

Per non provocare i tedeschi, gli assassini non usavano armi da fuoco, ma oggetti a portata di mano: pali, bastoni chiodati, baionette, accette o seghe per il legname. A Wasosz utilizzano i pesi della stazione ferroviaria per spaccare le teste. La bestialità delle uccisioni deriva dalla natura stessa degli strumenti di omicidio delle tante vittime. Si arriva agli annegamenti in laghi e canali di drenaggio. Gli assassini affermano anche che se gli ebrei sono uccisi per strada, i loro corpi giacciono, marciscono e devono essere rimossi, perché potrebbe scoppiare un’epidemia. A Radziłów, l’infermiere M. ordina di ricoprire i cadaveri di ebrei con la calce viva per prevenire il diffondersi di malattie. Fuori città si uccide nei fossati anticarro, nelle trincee, nelle foreste. A Radziłów, i locali usano una ghiacciaia – un ‘frigorifero’ pre-bellico, una fossa profonda nel terreno – dove trasportavano e uccidevano ebrei che non erano stati in grado di bruciare prima nella stalla. I bambini ebrei catturati venivano uccisi sull’orlo della ghiacciaia; uno dei poliziotti usò anche un’arma da fuoco, sparando su dieci bambini messi in fila, per risparmiare i proiettili. Una parte era solo ferita, quindi venivano sepolti vivi. Il metodo più efficace per uccidere in modo massiccio, tuttavia, era il fuoco, si ammassava gli ebrei nei fienili e si dava fuoco”.

Questo e molto altro è riportato in un libro polacco, pubblicato nel 2015: Le città della morte – Pogrom degli ebrei fatti dai vicini di casa e racconta crimini commessi in parte nel periodo tra la ritirata dei sovietici dalla Polonia e l’arrivo dei nazisti. L’autore, Mirosław Tryczyk, ha raccolto documenti ufficiali depositati nei tribunali alla fine della Seconda guerra mondiale, quando cause furono intentate per i crimini legati allo sterminio degli ebrei (dei 6 milioni di ebrei che è stato calcolato furono trucidati nei campi di sterminio del III Reich, 3 milioni vivevano in Polonia, ndr). Katarzyna Zmijska, che sta traducendo il libro in italiano, spiega come nell’attuale clima di “catto-fascismo” che incombe sulla Polonia, questa memoria sia divenuta sempre più difficile da conservare.

Tre anni a chi sostiene che Auschwitz era polacca

L’ultimo strappo consumato non riguarda più soltanto l’Europa, ma anche una parte importante del mondo occidentale.

Con l’approvazione definitiva in Senato della cosiddetta “legge sull’Olocausto”, Varsavia ha suscitato soprattutto le ire di Israele e la preoccupazione di un alleato chiave come gli Stati Uniti, mentre da mesi la riforma del sistema giudiziario polacco è nel mirino dell’Unione europea; secondo Bruxelles limita l’autonomia della magistratura mettendo in pericolo lo Stato di Diritto. Senza dimenticare poi come la Polonia ha visto le forze di destra – cattolica, nazionalista, identitaria e xenofoba – scendere in piazza in una imponente manifestazione lo scorso novembre. Prova di forza non osteggiata, anzi addirittura sostenuta, dal partito di governo, il conservatore Diritto e Giustizia (PiS) di Jaroslaw Kakzynski.

Anche in un clima come questo è maturato il provvedimento che prevede fino a 3 anni di carcere per “chiunque affermi che la Polonia è stata responsabile o corresponsabile dei crimini del Terzo Reich” tedesco. Approvata a grande maggioranza (57 a favore, 23 contrari, due astenuti) dalla Camera alta di Varsavia, la legge che punisce ogni riferimento ai “campi di sterminio polacchi” entrerà in vigore solo dopo la firma del presidente della Repubblica Adrzej Duda, che non sembra comunque intenzionato a respingerla. Niente prigione se il “crimine è commesso nel corso di ricerche o storiche o attività artistica”, chiarisce il testo di legge. La norma però tocca un tasto delicato. Basterebbe ricordare che il campo di Aushwitz si trovava nella Polonia occupata da Hitler dopo il 1939. Gli storici stimano che circa 3 milioni di ebrei polacchi furono sterminati dai nazisti. Ma d’altra parte “molte migliaia di polacchi uccisero o consegnarono ai tedeschi i loro vicini ebrei”, dichiara al Times of Israel lo storico Efraim Zuroff del centro Simon Wiesenthal.

Durissima la reazione di Israele, che ha deciso di richiamare il suo ambasciatore a Varsavia. La tensione con Gerusalemme era già scoppiata all’indomani della Giornata della Memoria, lo scorso fine settimana, con la legge appena approvata alla Camera bassa.

Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki aveva scandito come “Aushwitz non è certo un nome polacco”, suscitando la reazione indignata del deputato centrista Yair Lapid (“sono figlio di un sopravvissuto della Shoah: mia nonna è stata uccisa in Polonia da tedeschi e polacchi”). Affermazioni che hanno innescato la guerra di parole tra le diplomazie dei due Stati, culminate con l’avvertimento del premier israeliano Benjamin Netanyahu: “Questa legge non ha senso, la storia non può essere cambiata”, a cui ha fatto eco il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans.

Anche Washington è intervenuta, dicendosi allarmata e chiedendo prima al governo di modificare il testo e infine, una volta approvato dal parlamento, al presidente Duda di non firmare.

Nelle intenzioni di Varsavia, quella di riferirsi alle responsabilità polacche della Shoah è solo una cattiva abitudine dei media internazionali. Ma il nazionalismo del PiS rischia di imporre una grottesca operazione di rimozione della memoria.

Roma e il brusco risveglio libico. I migranti son tornati un incubo

Affidarsi alla comunicazione, allo ‘spin’, insomma alla manipolazione delle notizie, è da molto tempo la tentazione irresistibile delle sinistre di governo alle prese con problemi spinosi, e anche la causa principale di tanti tonfi (il Labour di Blair, il Psoe di Zapatero, il Pd di Renzi, solo per citare i maggiori). Incapaci di immaginare soluzioni e paralizzati dalla paura di risultare impopolari, i gruppi dirigenti tirano avanti barricati dietro un ottimismo vuoto, prima o poi sgretolato dai fatti. Minniti rischia questa china. Per quel pochissimo che l’ho conosciuto, l’attuale ministro degli Interni è persona corretta e capace. Ma sconta un handicap: stando ai sondaggi è uno dei rarissimi politici benvoluti dagli italiani, a destra come a sinistra, perciò destinato a ruoli sempre più significativi (Palazzo Chigi?).

In Italia avere tale prospettiva garantisce stima incondizionata di editorialisti, direttori, editori, e di conseguenza abbassa i freni inibitori: sempre lodato, mai contraddetto, il politico di successo tenderà a edulcorare la realtà, consapevole che neppure una scemenza gli farà mancare l’amorosa sollecitudine del giornalismo ammaliato.

Da mesi i media neo-minnitiani, praticamente quasi tutti, ci raccontano i successi della politica italiana in Libia, i migranti intercettati in mare dalla Guardia costiera libica e accompagnati in ‘centri di accoglienza’, gli arrivi calati di due terzi, gli annegamenti diminuiti sensibilmente, i prigionieri dei lager libici destinati a essere presto rimpatriati o mandati in Europa da Onu e Organizzazione internazionale per i migranti, le 4 ong italiane che a gennaio cominceranno a operare nella zona di Tripoli.

Però c’è un’altra parte di verità sulla quale si sorvola, e non si tratta di dettagli. Addestrata, armata, finanziata dal Viminale, che dunque avrebbe leve per correggerne i comportamenti, la Guardia costiera libica è spesso al centro di episodi a dir poco controversi. Secondo denunce molteplici avrebbe impedito a Ong di soccorrere imbarcazione che stavano affondando, causando la morte dei passeggeri. E almeno in un caso raccontato dalla tv al Jazeera avrebbe rivenduto i migranti fermati in mare a un mercante di carne africana; quest’ultimo li avrebbe pagati mille dollari l’uno e poi li avrebbe torturati per obbligare le famiglie a pagare un riscatto. In ogni caso resta poco comprensibile per quale motivo non si riesca a condurre in aree sotto protezione internazionale o italiana quanti vengono intercettati in mare da unità libiche, impegnate in una missione sulla quale Roma ha molto influenza. Inoltre, ammesso che davvero diminuiscano gli annegati (e non semplicemente che si sia smesso di contarli), è probabile che aumentino i migranti uccisi da botte o da malattie nei lager: altrimenti non si capirebbe la disperazione di chi affronta i fortunali di gennaio pur di scappare dai ‘centri di accoglienza’, né le implorazioni che i sopravvissuti ci riversano appena sbarcati, direi senza impietosirci (laggiù è l’inferno, aiutateci!).

Infine le magnifiche sorti e progressive della politica italiana in Libia poggiano su un wishful thinking, ovvero scambiare il desiderio per realtà. Il desiderio vuole che da qui alla primavera il Paese sia grossomodo pacificato, si tengano elezioni politiche, Onu e Oim conducano in Europa dai 5 ai 10mila rifugiati, e gli altri siano finalmente soccorsi in qualche modo. La realtà va in direzione opposta. La guerra strisciante tra le milizie libiche incrudelisce, e ormai è anche guerra per procura (il fronte egiziano-emiratino contro il fronte turco-qatarino). Gli schieramenti sono così frastagliati che ormai la situazione è descrivibile come anarchia militare.

I migranti prigionieri nei lager o comunque in Libia sono nella condizione degli schiavi fuggiaschi nell’antica Roma – res nullius, cose di cui ciascuno può fare ciò che vuole. E il generale Haftar, tagliagole circondato da tagliagole che comanda nell’est, non pare aver voglia di addivenire a un compromesso, dato che dovrebbe rinunciare agli aiuti esterni (Egitto, Emirati), sola origine del suo potere.

Risultato: per le centinaia di migliaia di migranti intrappolati in Libia la fuga diventa l’unica garanzia di sopravvivenza. Ma soprattutto: da qualche tempo tra coloro che traversano il Mediterraneo c’è anche la classe media libica. Il segno più evidente che la politica italo-europea sta fallendo.

Prenderne atto in campagna elettorale per il governo Gentiloni è complicato, ma fingere che tutto vada per il meglio, cioè non fare nulla, è suicida. Beninteso, in Libia la situazione è così complessa e deteriorata che qualsiasi soluzione Roma progettasse sarebbe un azzardo, imporrebbe duri compromessi e probabilmente anche un uso (saggio) dello strumento militare. Imporrebbe, all’Italia e all’Europa, finalmente una politica estera per il Nordafrica. E la presa d’atto di quanti catastrofici errori sono stati commessi finora. Valga per tutti l’aver puntato sul protettore di Haftar, l’egiziano al-Sisi. Quest’ultimo rappresentava nel nostro immaginario il campione dei dittatori ‘filo-occidentali’, spietati ma laici e nostri alleati. Le previsioni vogliono che in marzo al-Sisi vincerà le elezioni (di fatto truccate) con i voti dei fondamentalisti salafiti; intanto sta negoziando con Mosca lo scambio tra una base militare e una centrale atomica, suscettibile di garantirgli in prospettiva la Bomba. Non sarà il caso che il ministro Minniti conduca l’informazione amica in una dolorosa marcia di avvicinamento alla verità?

Alberto Angela (e il drone) patrimonio dell’umanità

Se l’Unesco volesse rendere Alberto Angela patrimonio dell’umanità non ci stupiremmo. La sua trasmissione Meraviglie si è risolta in una passerella d’onore per ascolti e per critiche, una via di mezzo tra Fabio Volo e Philip Roth. Incredibile ma vero, Angela jr è più seguito del Grande Fratello, ma nel suo caso ci si dispera se non si viene nominati, come è accaduto alla Provincia di Belluno, esclusa dalla puntata sulle Dolomiti.

Quale sarà il suo segreto, s’interroga l’Unesco? Cosa lo rende così rispettato dagli italiani anche se non parla di calcio e non sa cucinare? Alcuni indizi sono evidenti, come l’assenza di programmi che sfiorino anche lontanamente temi culturali; ormai nei talk si parla solo di potere e di soldi, così Angela è diventato l’indisturbato pippobaudo di un patrimonio artistico dove tutto è splendido, incantevole, sublime, fantastico, mirabile, magico, sesquipedale… È vero, questo lo dice anche Fabio Fazio, ma una cosa è andare in deliquio davanti a Betta Lemme, un’altra davanti a Castel del Monte. Angela abbina l’estasi permanente, stile nazional-popolare, alla sobrietà ereditata dal padre, più di lui indulge alla tuttologia, ma ha un’arma segreta: il drone. Per anni ci siamo sorbiti le riprese dall’elicottero dove le immagini di Castel del Monte si alternavano alle urla e alle chieriche al vento dei conduttori. I volteggi sinuosi, gentili e piacioni di Meraviglie sono invece i compagni gemellari di Alberto Angela, il drone dal volto umano.

La Milano europea che nasconde sotto il tappeto il pm10

Il racconto di Milano – lo storytelling, dicono quelli bravi – dipinge una città bella e in miglioramento, in cui si vive bene e che se la gioca con le grandi metropoli europee. Noi che a Milano ci viviamo e ne siamo da sempre innamorati lo sappiamo bene. Ma proprio perché innamorati persi ne conosciamo anche i lati neri, come un amante conosce della sua amata anche le oscurità, le debolezze, i comportamenti palindromi, i tradimenti. E ci risultano insopportabili l’enfasi e la retorica con cui viene raccontata, che non aumentano la sua bellezza, ma anzi la macchiano e la sfibrano. Così dobbiamo riconoscere, e ammettere, e ripetere che Milano è una delle città più inquinate d’Italia, anzi d’Europa. Far finta di niente, in nome del momento di grazia che sta vivendo, non l’aiuta. Come non l’aiuta la buona stampa di cui gode, che sempre e solo la incensa (più che buona stampa, diremmo semmai informazione pigra e conformista).

Milano se la gioca con Torino, ci ha raccontato la classifica 2017 stilata da Legambiente su dati dell’Organizzazione mondiale della sanità. La concentrazione massima media annuale di polveri sottili (Pm10) è registrata a Torino (39 microgrammi per metro cubo) e a Milano (37). In questa brutta classifica battiamo Siviglia, Marsiglia e Nizza, dove la concentrazione media annuale di Pm10 è di 29. Roma, per dire, si piazza alla pari di Parigi, al settimo posto, con 28 microgrammi per metro cubo. Ci consola poco sapere che tutte le città italiane incluse nel rapporto superano ampiamente il valore limite indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità per la salvaguardia della salute umana, che è di 20 microgrammi per metro cubo, come media annua di Pm10. Anche perché Milano, che se la tira tanto, non soltanto è inquinatissima, ma proprio non dà segni di miglioramento. La media annuale di Pm10 è stata di 35 microgrammi nel 2014, di 41 nel 2015, di 36 nel 2016. A Torino è passata, nei tre anni, da 35 a 39 a 36. Altalenante, ma non in un trend che indichi che stiamo andando verso la soluzione del problema.

Il confronto con le città europee, che noi milanesi facciamo sempre dandoci arie di essere l’unica metropoli italiana veramente europea, questa volta non ci fa fare bella figura: Stoccarda, Barcellona, Dortmund e Berlino registrano 24 microgrammi, Glasgow 23, Bordeaux, Londra e Leeds 22, Monaco 21, Madrid 19, Valencia 17 e Liverpool 14. Greenpeace, tanto per non farci mancare niente, ha reso nota una sua ricerca sull’inquinamento da biossido di azoto (No2) che non ci migliora l’umore: Milano e Torino hanno valori superiori agli 80 microgrammi per ogni metro cubo d’aria, più che doppi rispetto all’obiettivo sanitario indicato dall’Oms. Per completare il quadro, l’Unione europea ha convocato i più asini della classe, invitando a Bruxelles, al cospetto del commissario all’ambiente Karmenu Vella, i nove Paesi che hanno infrazioni aperte per i livelli eccessivi di smog: l’Italia è in compagnia di Repubblica ceca, Germania, Spagna, Francia, Ungheria, Romania, Slovacchia e Regno Unito. E Milano, città-europea-dove-si-vive-bene-diventata-bellissima-dopo-il-grande-successo-di-Expo che cosa fa per migliorare? S’impegna, s’impegna. Cerca di ridurre il traffico, tenta di migliorare la qualità delle caldaie per il riscaldamento, prova a disincentivare la circolazione dei vecchi motori più inquinanti. Ma per ora i risultati non si vedono. Sta perdendo anche l’occasione di aumentare le aree verdi: ha in ballo la riqualificazione di oltre 3 milioni di metri quadrati di città, tra area Expo, Scali Fs, ex caserme, Città della Salute… Ma è più conveniente costruire, costruire ancora. I parchi migliorano l’aria, ma non fanno Pil.

Figc e serie A in castigo dietro alla lavagna

Malagò che manda il suo segretario Fabbricini a commissariare la Figc in attesa di tuffarsi, con tanto di guanti, manichette, tuta ventilata e maschera quadrata in quell’autentico vespaio che è diventata la Lega di Serie A (il primo pronunciamento di Fabbricini ieri è stato: “Proporrò Malagò Commissario della Lega di A”), all’apparenza ha un che di paradossale: perché gerarchicamente parlando sarà il segretario (al Coni) di Malagò a vigilare (dalla Figc) sull’operato del suo presidente al Coni (nelle vesti di Commissario di Lega).

Ma a dispetto dell’illusoria contraddizione, lo stato delle cose dice che giochi e pedine erano stati decisi da tempo: e che la lucida determinazione di Malagò, che ha avuto nell’Associazione Italiana Calciatori (e nel suo presidente Tommasi) il sorprendente cavallo di Troia che gli ha consentito di entrare senza colpo ferire nelle fortezze di via Allegri (Figc) e di via Rosellini (Lega), ha avuto buon gioco contro i rissosi, arruffoni, ottusi presidenti dei 20 club di A.

Il giorno del voto, sarebbe bastato che Tommasi si schierasse alla fine con uno dei due candidati più votati e il Commissario in Figc non ci sarebbe mai stato. “Tommasi ha fatto una cosa che mi ha molto stupito – ha detto sotto choc il presidente del Torino Urbano Cairo –; ora voglio vedere chi saranno i commissari e capire se aveva qualche accordo o qualche assicurazione, una brutta cosa per lui, visto che si era sempre proposto con una faccia pulita”.

Per la curiosità di Cairo, e non solo, ora le carte sono scoperte. Malagò ha mandato in Figc il fidato Fabbricini e come subcommissario Billy Costacurta: che più che nelle vesti di ex calciatore cui affidare la scelta del nuovo ct (noi scommetteremmo su Ancelotti), va visto in quelle di uomo-Sky, la sua ultima declinazione professionale dopo i fallimenti come allenatore.

Con la patata bollente dei deprezzati diritti-tv che hanno già fatto fallire due bandi (lunedì scadono i termini per assegnarli agli spagnoli di Mediapro, che hanno offerto 950 milioni per avere tutto), una patata bollente che da mesi sta togliendo il sonno a tutti, l’urgenza è scongiurare il tracollo, raccattare più soldi possibili a costo, inevitabile, di lasciare sul campo morti e feriti.

Per chiarezza: i 950 milioni di Mediapro, che nelle intenzioni rivenderebbe il prodotto a scatola chiusa ad altre emittenti, sono molto virtuali perché le spese di produzione dell’evento (bisognerebbe anche creare ex novo una redazione di giornalisti, telecronisti e produttori per un costo stimato di 150 milioni), senza considerare il rischio d’impresa, abbassano di molto la quota realmente incassabile.

Si parla infatti di trattative sotterranee già in atto tra Mediapro e Sky; e detto che lo stesso Cairo, potenziale distributore di pubblicità, è spettatore interessato della vicenda (un conflitto d’interessi nel calcio non si nega a nessuno), sarà importante vedere come si concluderà l’intricato feuilleton.

Ricordato che Fabbricini ha proposto il nome di un calciatore subcommissario anche per la Lega (Bernardo Corradi, ex Lazio e Nazionale, uomo-tv Mediaset Premium) e che Tavecchio, il presidente del Mondiale mancato, è stato spazzato via per essere dimenticato al più presto, i giochi pesanti Malagò e Fabbricini li faranno in realtà su riscrittura dello statuto (per mutare i pesi elettorali oggi sbilanciatissimi) e sulla riforma dei format dei campionati, forse accorpando B e Lega Pro per diminuire sensibilmente il numero dei club professionistici e cancellando per sempre i ripescaggi post-fallimenti.

Aprendo però, come in Spagna, alle seconde squadre, da sempre obiettivo dichiarato dell’Aic di Tommasi.

Fisco, la malattia dell’abolizionismo

Nelle gare di abolizionismo fiscale la vittima più papabile è di solito l’imposta sulle successioni: Trump è intervenuto tramite l’aumento della franchigia non tassabile a più di cinque milioni di dollari, e la previsione della sua soppressione dal 2024. In Italia, dove la discussione è sempre d’attualità, si è aperto anche il dibattito su canone Rai e tasse universitarie.

L’imposta sulle successioni è stata ridotta nel 2000 dal governo di centro-sinistra, abolita nel 2001 da Berlusconi e reintrodotta da Prodi nel 2006. Oggi Berlusconi propone di ri-abolirla, anche se quella vigente è tra le più basse al mondo. Si potrebbe dire che il nostro paese, da questo punto di vista, è pressochè un paradiso fiscale. Il tributo successorio, che si applica in maniera analoga alle donazioni in vita, prevede già una “no tax area” di un milione per il coniuge e per ciascun parente in linea retta. Sull’eccedenza viene applicata un’aliquota del 4%. La franchigia scende a centomila euro per i fratelli e le sorelle e l’aliquota sale al 6%. Negli altri casi non vi sono franchige e l’aliquota è all’8%. Si pensi che in Francia e Germania è del 30%, 40% negli Stati Uniti e Regno Unito e 55% in Giappone. Con lo scopo, assai meritevole, di favorire il cosiddetto passaggio generazionale, il legislatore ha previsto che quando cade in successione, o viene donata, un’azienda, quote di società di persone o partecipazioni di società di capitali in una percentuale tale da far conseguire agli eredi, o ai donatari, il controllo della società, l’imposta non viene proprio applicata purchè i beneficiari si impegnino a non liberarsene per almeno cinque anni. Sarebbe corretto abolirla come ha fatto la Svezia? La risposta è un secco no, perché si tratta di un tributo che, sia pure in piccola parte, incide sulle rendite di posizione. Una volta garantito, come lo è già, che le fasce deboli siano esonerate (il patrimonio che una persona lascia al coniuge e due figli è oggi esentato fino a tre milioni ), non si comprende perché in un paese con forti disuguaglianze, in parte favorite dall’evasione fiscale, non ci debba essere un prelievo in capo a chi si veda assegnare una ricchezza che, se fosse guadagnata, sarebbe soggetta a un prelievo di almeno il 30%. Quanto all’obbiezione che il prelievo successorio sarebbe iniquio perché colpisce una ricchezza già tassata, basta considerare che la doppia tassazione è un effetto di tutte le imposte indirette. L’Iva non colpisce una ricchezza già tassata? E l’imposta di registro o le accise? Almeno l’imposta sulle successioni colpisce una ricchezza già tassata in capo a un altro soggetto, e non in capo allo stesso soggetto.

E veniamo al canone Rai. Diversamente da quanto ritenuto da molti, non si tratta di una tassa a titolo di controprestazione del servizio pubblico. È un’imposta giustificata dalla mera detenzione dell’apparecchio. Una cosa è certa: poiché i tributi, per essere esigibili, devono innanzitutto essere comprensibili sul piano della loro ratio, è davvero giunta l’ora di riformulare questo prelievo sganciandolo finalmente dalla circostanza, ridicola e incomprensibile, della semplice detenzione di un televisore.

Le tasse universitarie sono invece le ultime a essere state iscritte nella lista nera. La proposta della loro abolizione è stata salutata con favore da coloro che ritengono che così il finanziamento dell’Università, in quanto affidato alla contribuzione generale che è, come noto, in linea di principio progressiva, graverà in misura maggiore sui ceti abbienti e criticata da coloro che, invece, pensano che si tratterebbe di un “regalo” ai ceti abbienti in quanto quelli più svantaggiati ne sono già esentati. Nel propendere per il secondo orientamento, aggiungo due riflessioni.

Le tasse hanno un vantaggio rispetto alle imposte perché se ne comprende piàù facilmente la finalità. Questo permette al contribuente di valutare la qualità dell’attività pubblica che è chiamato a finanziare. Chi paga le tasse universitarie sa che, a fronte del sacrificio, consegue il diritto a ricevere l’istruzione superiore, mentre l’Università che riceve tali tasse sa di dover essere all’altezza delle aspettative create da quel sacrificio, pena una contestazione o la perdita di posizione rispetto ad un’altra Università. Le imposte, invece e per definizione, finiscono in un “calderone” unico dal quale si attinge per le finalità più disparate. Ecco che, allora, prima di abrogare una tassa, trovo più intelligente eliminare o ridurre un’imposta.

In secondo luogo, se i fautori dell’abolizione ritengono davvero che la copertura del gettito, pari a circa 1,7 miliardi, sia possibile tramite la contribuzione generale, allora si impegnino a garantire comunque quei fondi senza eliminare le tasse, e lascino agli atenei la piena autonomia nel loro utilizzo affinchè investano nella propria capacità di concorrere sul mercato globale della conoscenza. Le tasse universitarie pagate dalle famiglie degli studenti sarebbero, a quel punto, davvero soldi ben spesi.

Mail box

 

Basta con la balla del fascismo che “ha fatto cose buone”

In molti sostengono che, al netto delle leggi razziali e dell’entrata in guerra, il duce non abbia poi governato così male. Vorrei ricordare a tutti questi nostalgici che Benito, con la complicità di re “sciaboletta”, durante la campagna d’Etiopia si è macchiato di crimini di guerra, essendo ricorso all’uso dei gas asfissianti vietati dalle convenzioni internazionali. Mussolini, anche se ha fatto costruire bei palazzi e qualche strada, è il principale responsabile della catastrofe italiana del secolo scorso, le sue mani grondano del sangue dei suoi avversari politici, degli ebrei consegnati ai lager nazisti, dei soldati mandati a morire al fronte con gli scarponi di cartone, con i massacri compiuti nelle “colonie dell“impero.” Mussolini è stato uno dei peggiori criminali, cosciente di esserlo, che l’Italia abbia mai prodotto, e consiglio a tutte quelle belle menti che trovano in lui del buono di andarsi a rileggere, se mai lo hanno fatto, la storia del Ventennio. Poi vediamo se hanno ancora il coraggio di giustificarlo.

Maurio Chiostri

 

Il Pd e Forza Italia già diretti verso la grande coalizione

Mi sono chiesto il perché Renzi non abbia candidato Cuperlo, Manconi e tutti i residuali dell’opposizione interna del partito. Non certo per ripicca o vendetta verso critiche politiche: questa operazione è dettata dall’esigenza, dopo il voto, di avere un’opposizione interna quasi nulla per varare il governissimo con Berlusconi, cioè di avere la certezza che i parlamentari Pd si allineeranno alla grande coalizione. Lo stesso ha fatto Berlusconi verso i suoi candidati “inaffidabili’’. Queste esclusioni sono indice del sicuro varo, dopo le elezioni, di un governo del presidente. Questo è il vero pericolo che corre il paese, quello di avere ancora al potere una classe parassitaria indebolita, ferita ma non sconfitta, e quindi desiderosa di vendetta verso chi ha messo in pericolo il suo potere.

Francesco Degni

 

DIRITTO DI REPLICA

Forse stavolta avete davvero superato la realtà: non pensavo fosse possibile, invece è successo con l’articolo dal titolo “Un bel regalino di Lotti a Carrai”. Ma di cosa stiamo parlando? Di una norma contenuta nel ‘Pacchetto Sport’, inserito nella legge di Bilancio, che riguarda oltre 70 mila associazioni e società dilettantistiche: non una palestra, ma oltre 70 mila realtà sportive in tutta Italia.

Nell’articolo, inoltre, ci sono anche errori nel merito. È vero che il provvedimento prevede alcune agevolazioni fiscali per le società dilettantistiche lucrative (riduzione del 50% imponibile ai fini Ires e riduzione Iva al 10% sui servizi sportivi). Ma queste agevolazioni sono enormemente inferiori a quelle riconosciute alle altre associazioni e società sportive, che sull’attività istituzionale non pagano Iva e sull’attività commerciale pagano una Ires forfettizzata al 3%. Senza considerare il costo del lavoro, che per le società lucrative sarà molto più elevato, vista l’introduzione dell’obbligo di iscrivere i collaboratori sportivi all’Inps.

Bene, di fronte a questa realtà dei fatti che, ripeto ancora una volta, riguarda oltre 70 mila società dilettantistiche, il suo giornale decide – senza nessun riscontro oggettivo – di affermare che questa norma sia stata fatta solo per “due persone del Giglio Magico”. Ecco, sono senza parole. Dopo aver letto l’articolo avrei voluto fare subito una lunga e dettagliata lettera di smentita, ma ho deciso di farmi solo una risata (amara). I vostri lettori sono intelligenti e in questo caso non hanno bisogno della mia rettifica per capire le assurdità nell’articolo.

Luca Lotti
Ministro per lo sport

 

Egregio Ministro, la sua lettera non smentisce nulla di quanto abbiamo scritto. Né che la legge valga anche per le palestre, né che tra i beneficiari, se vorranno approfittarne, si contano due persone vicine all’ex premier Matteo Renzi, ovvero Marco Carrai e Giorgio Moretti, proprietari di una catena di palestre a Firenze. Lei – in sostanza – sostiene che un paio di persone, dinanzi a un parterre di 70 mila potenziali beneficiari, sono un’inezia e, per questi motivi, l’articolo è assurdo. Le leggi sono infatti generali e astratte, riguardano chiunque e se adottassimo il suo stesso criterio numerico, dovremmo dedurne che anche scrivere sulle vituperate leggi ad personam, varate dai governi di Berlusconi, ha rappresentato un’assurdità. Strano, perché persino il Pd, all’epoca, riteneva giusto segnalarle. Ma i tempi evidentemente cambiano. E c’è poco da ridere.

Un’ultima considerazione. Ieri mattina, sulla sua pagina Facebook, ci ha accusati di “non aver rispettato una basilare regola deontologica del diritto di replica”, per non aver pubblicato, sull’edizione di ieri, la lettera che stiamo pubblicando oggi. Da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega all’Editoria, ha mai avuto modo di leggere l’articolo 8, legge 47/1948, che riguarda “risposte e rettifiche”? Lo faccia. Scoprirà che, come sempre, l’etica e la deontologia l’abbiamo rispettata: la sua lettera va pubblicata entro e non oltre due giorni dalla ricezione. Ministro, per cortesia, almeno sugli argomenti che riguardano i suoi incarichi istituzionali, s’informi.

Antonio Massari

 

I NOSTRI ERRORI

In un articolo sull’Ansf pubblicato sulFatto Quotidiano del 27 gennaio, è stata erroneamente attribuita a Marco Piagentini un’affermazione che invece appartiene ad altre fonti. Ce ne scusiamo con i lettori e con gli interessati.

fq