Dopo i due articoli su Il Fatto in cui documentavo le inefficienze di “Doppia Difesa” e la difficoltà riscontrata da tantissime donne nel mettersi in contatto via email e via telefono con la fondazione di Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno, le due socie fondatrici continuano a minacciare querele da tutti i pulpiti mediatici possibili. La Bongiorno ha tuonato dalla Latella su Sky, in radio a Un giorno da pecora, sui social e così via. “Vi querelerò!”. “È un’aggressione!”. “È un attacco politico!”.
Michelle Hunziker per fortuna non è candidata, ma conduce il Festival di Sanremo, per cui avrebbe potuto tentare la strada “È un attacco a Red Canzian!” e invece, dopo un silenzio tombale, ha deciso di rispondere dalle pagine di Oggi, che guarda caso ospita la rubrica “Doppia Difesa”. Ha parlato con l’interlocutore più incalzante, insomma. Gli argomenti della Hunziker sono i seguenti: “Abbiamo deciso di presentare querela e porteremo come testimoni tutte le donne che abbiamo aiutato in questi anni e che stiamo aiutando in queste ore. E vinceremo. Tutto quello che è stato scritto contro di noi è falso. Non c’è attività sul sito proprio perché non svendiamo i fatti riservati degli altri, le storie delle persone che tuteliamo. Noi aiutiamo circa 2000 donne l’anno. Molte vogliono un consiglio legale ma preferiscono non dire il proprio nome, anche per questo non possiamo divulgare le cose che facciamo. Ma abbiamo tutti i dati e li porteremo in tribunale contro queste falsità. Peccato che proprio una donna abbia fatto questo. Avrebbe potuto chiamarmi, ci saremmo spiegate”. Allora. Andiamo per gradi. Intanto, cara Michelle, una premessa: non è che una giornalista donna, in quanto donna, debba escludere per solidarietà femminile le inchieste che riguardano altre donne. Non funziona esattamente così. È come dire a Travaglio di non scrivere di Renzi per una questione di solidarietà maschile. Inoltre, Michelle, io ho chiamato la tua associazione, non te. Era lì che qualcuno avrebbe dovuto rispondermi. Nessuno chiedeva a te di rispondere al centralino di una onlus mentre facevi la prova trucco all’Ariston o provavi le gag con Favino. E qui siamo al solito punto: come mai il centralino, come dicono tante donne compresa me, non funzionava? Perché non rispondi a questa semplice domanda? Ma andiamo avanti. Dici che il sito non è attivo perché “non svendete i fatti riservati degli altri, le storie delle persone che tutelate”. Ora. A parte che ho delle email di donne che mi dicono di aver ricevuto la vostra offerta di andare a raccontare le loro storie in presunti convegni da voi organizzati (lì niente privacy?), vorrei capire. Non potete raccontare su un social, senza fornire nomi e identità delle protagoniste e magari cambiando nomi di città e qualche particolare, i bilioni di casi di donne che seguite, però poi queste donne le porterete tutte in tribunale a testimoniare contro Il Fatto? Verranno col burqa?
Sarà un processo a porte chiuse manco si parlasse di trattative Stato-mafia? Per giunta, si può anche tenere in vita un sito e dei social raccontando storie di donne che hanno parlato, denunciato. Che sono ancora vittime. Raccontando la cronaca, i femminicidi. Sentenze e processi. Facendo scrivere articoli a psicologi e avvocati. Di sicuro sarebbero preziosi almeno quanto i vostri spot o i cortometraggi per partecipare ai festival, che sui social sono invece tutti presenti. Inoltre, potreste raccontare, sui vostri canali, le attività svolte da Doppia Difesa. Di quelle, non c’è traccia. Dove sono le foto, i resoconti dei vostri convegni? Delle vostre “attività di comunicazione per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tematica della violenza”, di cui parlate nello statuto? Io vedo solo raccolte fondi. Anche su Google non trovo pressoché nulla. Anzi no. Un incontro in sede a cui Michelle partecipa “tramite collegamento telefonico”. Magari vi siete scordate di postarle o tenete anche alla privacy dei relatori, non so. Cosa ha finanziato Doppia Difesa in 10 anni? Da un bilancio del 2016, pubblicato su Oggi, si capisce molto poco. Una sola cosa è chiara. Che per il personale, Doppia Difesa spende 51.802 euro l’anno (secondo alcune testimonianze che ho raccolto, per un certo periodo al telefono di Doppia Difesa – anche alle email – rispondeva la madre di Michelle Hunziker. Non proprio una psicologa preparata, presumo). Sono molto pochi per un’associazione che aiuta 2000 donne l’anno e che pubblicizza un servizio con spot su reti nazionali e con volti famosi. Ci sono poi 166.000 euro raccolti tramite donazioni, 48.000 dal 5 per mille. 70.000 euro spesi e inseriti nella voce generica “servizi”. Che non è chiara.
Parliamo poi, appunto, dei numeri citati da Michelle. “Doppia Difesa aiuta 2000 donne l’anno”, ha detto. Caspita. Sono tante. Tantissime, Michelle. Soprattutto considerato che avete un’unica sede a Roma con evidenti problemi al centralino, almeno fino alla pubblicazione del mio articolo. Telefono Rosa, per dire, ha sette sedi, 13 avvocati (tutti con foto, nome e cognome sul sito), decine di linee telefoniche e numerosi dipendenti. Dichiara di aver aiutato, nell’ultimo anno, 1500 donne in tutta Italia. Voi avreste dunque aiutato, in 10 anni, 200.000 donne. Più di Telefono Rosa. Che verranno tutte a testimoniare. Il processo si fa a San Siro, dunque. Il punto è: perché anziché dire un numero poco credibile, non dettagliate in un documento il modo in cui avete aiutato 2000 donne nel 2017? Per esempio, sarebbe interessante sapere a quante avete fornito assistenza legale gratuita, perché se la Bongiorno, all’anno, assiste gratuitamente anche solo la metà di queste donne, io non solo le chiedo scusa, ma le regalo la mia casa al mare. Il problema è che la vedo dura. Specie con quei conti. Specie con due linee Adsl in tutto e 4 linee telefoniche intestate all’associazione (di cui solo due che le donne in difficoltà possono chiamare).
Infine, mi permetto di dire che la statistica non è un’opinione. Sotto i post della Hunziker e della Bongiorno in cui minacciano querela ci sono moltissime persone che chiedono trasparenza, non minacce. Ci sono altre donne che si lamentano di non aver ricevuto aiuti. Di “grazie” ce n’è una manciata. E se è così, cara Michelle, cara Bongiorno, ci sono 200.000 donne profondamente ingrate. Quasi quasi vi suggerirei di chiuderla, questa associazione. Non vi meritiamo.