Altra accusa per Romeo: s’impadronì di una piazza

Impossessarsi di una piazzetta e annetterla al proprio albergo. Dove può succedere? A Napoli, se l’albergo è di Alfredo Romeo. Eccola, la nuova accusa della Procura guidata da Giovanni Melillo contro l’immobiliarista del caso Consip. Arriva pochi giorni dopo l’udienza camerale che ha discusso la richiesta di riaprire le indagini per peculato contro Romeo e la gestione milionaria del patrimonio immobiliare comunale che il sindaco Luigi de Magistris gli ha revocato nel 2012. La storia della piazzetta diventata proprietà di fatto del lussuoso Hotel Romeo, la gemma del gruppo, è riassunta in un decreto di perquisizione notificato ieri dai carabinieri a due coindagati di corruzione, il dirigente in pensione del Comune di Napoli Vincenzo Salzano e l’imprenditore Federico Orlandi.

Romeo, si legge nelle tre pagine del decreto, attraverso un manager della Romeo Gestioni avrebbe corrotto Salzano, all’epoca dirigente dell’ufficio grandi reti tecnologiche del Comune, per ottenere due provvedimenti a sua firma: la pedonalizzazione della piazzetta del Leone antistante l’Hotel Romeo “e sostanzialmente appropriarsene”, e l’autorizzazione allo spostamento e alla sostituzione di due pali dell’illuminazione pubblica di via Cristoforo Colombo, proprio di fronte all’albergo. Le intercettazioni telefoniche e ambientali delle indagini sul “sistema Romeo” avrebbero ricostruito la contropartita della corruzione: la Romeo Gestioni ha affidato i lavori di risistemazione dei lampioni alla Sim Luce di Orlandi, dove Salzano e suo genero, secondo i pm Celestina Carrano ed Henry John Woodcock, vanterebbero “cointeressenze economiche”. Il dirigente comunale sarebbe stato poi rassicurato sul futuro lavorativo dopo la pensione: un impiego nel gruppo Romeo o qualche contratto di consulenza. I pm affermano che la Sim Luce non fu pagata solo per le opere effettuate, ma anche per “l’autorizzazione”. Si evincerebbe dall’intercettazione di una conversazione del 2 dicembre 2015 tra Romeo e uno dei suoi manager, Ivan Russo, anche lui indagato.

Russo: “Mi hanno portato la contabilità e mi hanno… che è 49.000 euro… (omissis) per l’intervento fatto fino adesso… e mi hanno messo insomma i prezzi in chiaro… che si sono i prezzi e la manodopera… e dei materiale come d’accordo con il Comune di Napoli… per cui sopra ci sta n ricarico del 10% per (incomprensibile) e l’impresa… e 13% spese generali”.

Romeo: “Che ne pensa lei”?

Russo: “Ma credo che facendo il più e il meno tra il lavoro fatto l’autorizzazione e roba varia”.

La Procura sottolinea che la pedonalizzazione della piazzetta non poteva essere decisa da una determina dirigenziale. Occorreva una delibera della giunta De Magistris.

Doppia Difesa, meglio spiegare che querelare

Dopo i due articoli su Il Fatto in cui documentavo le inefficienze di “Doppia Difesa” e la difficoltà riscontrata da tantissime donne nel mettersi in contatto via email e via telefono con la fondazione di Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno, le due socie fondatrici continuano a minacciare querele da tutti i pulpiti mediatici possibili. La Bongiorno ha tuonato dalla Latella su Sky, in radio a Un giorno da pecora, sui social e così via. “Vi querelerò!”. “È un’aggressione!”. “È un attacco politico!”.

Michelle Hunziker per fortuna non è candidata, ma conduce il Festival di Sanremo, per cui avrebbe potuto tentare la strada “È un attacco a Red Canzian!” e invece, dopo un silenzio tombale, ha deciso di rispondere dalle pagine di Oggi, che guarda caso ospita la rubrica “Doppia Difesa”. Ha parlato con l’interlocutore più incalzante, insomma. Gli argomenti della Hunziker sono i seguenti: “Abbiamo deciso di presentare querela e porteremo come testimoni tutte le donne che abbiamo aiutato in questi anni e che stiamo aiutando in queste ore. E vinceremo. Tutto quello che è stato scritto contro di noi è falso. Non c’è attività sul sito proprio perché non svendiamo i fatti riservati degli altri, le storie delle persone che tuteliamo. Noi aiutiamo circa 2000 donne l’anno. Molte vogliono un consiglio legale ma preferiscono non dire il proprio nome, anche per questo non possiamo divulgare le cose che facciamo. Ma abbiamo tutti i dati e li porteremo in tribunale contro queste falsità. Peccato che proprio una donna abbia fatto questo. Avrebbe potuto chiamarmi, ci saremmo spiegate”. Allora. Andiamo per gradi. Intanto, cara Michelle, una premessa: non è che una giornalista donna, in quanto donna, debba escludere per solidarietà femminile le inchieste che riguardano altre donne. Non funziona esattamente così. È come dire a Travaglio di non scrivere di Renzi per una questione di solidarietà maschile. Inoltre, Michelle, io ho chiamato la tua associazione, non te. Era lì che qualcuno avrebbe dovuto rispondermi. Nessuno chiedeva a te di rispondere al centralino di una onlus mentre facevi la prova trucco all’Ariston o provavi le gag con Favino. E qui siamo al solito punto: come mai il centralino, come dicono tante donne compresa me, non funzionava? Perché non rispondi a questa semplice domanda? Ma andiamo avanti. Dici che il sito non è attivo perché “non svendete i fatti riservati degli altri, le storie delle persone che tutelate”. Ora. A parte che ho delle email di donne che mi dicono di aver ricevuto la vostra offerta di andare a raccontare le loro storie in presunti convegni da voi organizzati (lì niente privacy?), vorrei capire. Non potete raccontare su un social, senza fornire nomi e identità delle protagoniste e magari cambiando nomi di città e qualche particolare, i bilioni di casi di donne che seguite, però poi queste donne le porterete tutte in tribunale a testimoniare contro Il Fatto? Verranno col burqa?

Sarà un processo a porte chiuse manco si parlasse di trattative Stato-mafia? Per giunta, si può anche tenere in vita un sito e dei social raccontando storie di donne che hanno parlato, denunciato. Che sono ancora vittime. Raccontando la cronaca, i femminicidi. Sentenze e processi. Facendo scrivere articoli a psicologi e avvocati. Di sicuro sarebbero preziosi almeno quanto i vostri spot o i cortometraggi per partecipare ai festival, che sui social sono invece tutti presenti. Inoltre, potreste raccontare, sui vostri canali, le attività svolte da Doppia Difesa. Di quelle, non c’è traccia. Dove sono le foto, i resoconti dei vostri convegni? Delle vostre “attività di comunicazione per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tematica della violenza”, di cui parlate nello statuto? Io vedo solo raccolte fondi. Anche su Google non trovo pressoché nulla. Anzi no. Un incontro in sede a cui Michelle partecipa “tramite collegamento telefonico”. Magari vi siete scordate di postarle o tenete anche alla privacy dei relatori, non so. Cosa ha finanziato Doppia Difesa in 10 anni? Da un bilancio del 2016, pubblicato su Oggi, si capisce molto poco. Una sola cosa è chiara. Che per il personale, Doppia Difesa spende 51.802 euro l’anno (secondo alcune testimonianze che ho raccolto, per un certo periodo al telefono di Doppia Difesa – anche alle email – rispondeva la madre di Michelle Hunziker. Non proprio una psicologa preparata, presumo). Sono molto pochi per un’associazione che aiuta 2000 donne l’anno e che pubblicizza un servizio con spot su reti nazionali e con volti famosi. Ci sono poi 166.000 euro raccolti tramite donazioni, 48.000 dal 5 per mille. 70.000 euro spesi e inseriti nella voce generica “servizi”. Che non è chiara.

Parliamo poi, appunto, dei numeri citati da Michelle. “Doppia Difesa aiuta 2000 donne l’anno”, ha detto. Caspita. Sono tante. Tantissime, Michelle. Soprattutto considerato che avete un’unica sede a Roma con evidenti problemi al centralino, almeno fino alla pubblicazione del mio articolo. Telefono Rosa, per dire, ha sette sedi, 13 avvocati (tutti con foto, nome e cognome sul sito), decine di linee telefoniche e numerosi dipendenti. Dichiara di aver aiutato, nell’ultimo anno, 1500 donne in tutta Italia. Voi avreste dunque aiutato, in 10 anni, 200.000 donne. Più di Telefono Rosa. Che verranno tutte a testimoniare. Il processo si fa a San Siro, dunque. Il punto è: perché anziché dire un numero poco credibile, non dettagliate in un documento il modo in cui avete aiutato 2000 donne nel 2017? Per esempio, sarebbe interessante sapere a quante avete fornito assistenza legale gratuita, perché se la Bongiorno, all’anno, assiste gratuitamente anche solo la metà di queste donne, io non solo le chiedo scusa, ma le regalo la mia casa al mare. Il problema è che la vedo dura. Specie con quei conti. Specie con due linee Adsl in tutto e 4 linee telefoniche intestate all’associazione (di cui solo due che le donne in difficoltà possono chiamare).

Infine, mi permetto di dire che la statistica non è un’opinione. Sotto i post della Hunziker e della Bongiorno in cui minacciano querela ci sono moltissime persone che chiedono trasparenza, non minacce. Ci sono altre donne che si lamentano di non aver ricevuto aiuti. Di “grazie” ce n’è una manciata. E se è così, cara Michelle, cara Bongiorno, ci sono 200.000 donne profondamente ingrate. Quasi quasi vi suggerirei di chiuderla, questa associazione. Non vi meritiamo.

Caserta, l’insegnante lo vuole interrogare: la sfregia col coltello

Un alunno sfregia al viso la sua insegnante con un coltello. È accaduto ieri mattina nell’istituto tecnico commerciale “Bachelet-Majorana” di Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta. Il ragazzo era stato spronato dalla professoressa di italiano, Francesca Di Blasio, a sostenere un’interrogazione, ma l’alunno si era rifiutato dicendo di avere mal di testa e insistendo per andare in bagno. La prof decide di mettergli una nota sul registro di classe, ma il ragazzo non ci sta e, di fronte all’intera classe, estrae un coltello dallo zaino e colpisce al volto la donna (che se la caverà con diversi punti di sutura). A ricostruire i fatti sono stati i carabinieri di Maddaloni, diretti dal capitano Stefano Scollato che, con il pm Ugo Miraglia del Giudice, ha interrogato il ragazzo fino a tarda sera, in attesa della convalida del fermo per lesioni gravi. Intanto la dirigente scolastica, Pina Sgambato, che ieri ha ricevuto anche la telefonata del ministro Valeria Fedeli, aspetta l’evolversi dell’inchiesta per prendere provvedimenti.

Eataly, dopo Natale a casa 30 interinali di Fico

Termina il picco di affluenza natalizia ed è già il momento di andare a casa per decine di lavoratori di Fico, il grande parco agro – alimentare aperto a Bologna da Eataly. A un gruppo di interinali, ovvero quelli assunti tramite l’agenzia di somministrazione Ranstad, non è stato rinnovato il contratto e quindi, di fatto, hanno perso il posto. Sono in trenta, come spiegato dalla stessa Fico Eataly World, società di gestione del parco collegata alla catena di cibo made in Italy fondata da Oscar Farinetti.

Il parco del capoluogo emiliano si chiama Fico come acronimo di Fabbrica italiana contadina. Dieci ettari: otto coperti e due di campi e stalle all’aria aperta. È stato inaugurato due mesi e mezzo fa, il 15 novembre, con grandi aspettative per gli impatti occupazionali. Ma l’apertura è stata anche accompagnata dalle polemiche per i progetti di alternanza scuola-lavoro. La notizia del mancato rinnovo degli interinali è stata l’occasione per generarne di nuove. “Nel parco operano 150 aziende – spiegano dalla Fico Eataly World – e lavorano più di 900 persone. Ci risulta che l’agenzia di somministrazione non abbia rinnovato 30 contratti perché, come è ovvio, l’affluenza di gennaio non è la stessa di dicembre”. Numero diverso da quello circolato ieri mattina, che parlava di 90 persone. C’è anche un altro aspetto che fa arrabbiare i sindacati: il 24 luglio Cgil, Cisl, Uil, Eataly e Comune di Bologna hanno firmato un accordo relativo alle condizioni di lavoro nella struttura, con l’impegno di incontrarsi di nuovo a marzo per fare un punto. “Sulla base di quel documento – spiega Giuliano Zignani della Uil – le organizzazioni sindacali devono essere messe al corrente sulle entrate e sulle uscite di personale. Dei mancati rinnovi abbiamo saputo solo tramite i lavoratori stessi. Così si disattende l’impegno a costruire buone relazioni sindacali”.

Amazon brevetta il bracciale-spia

Le parole sono inequivocabili: “Il monitoraggio a ultrasuoni delle mani di un lavoratore può essere utilizzato per monitorare le prestazioni delle attività assegnate”. Sono scritte nero su bianco sulla richiesta di brevetto depositata da Amazon il 28 settembre del 2017 per un braccialetto wireless (senza fili) destinato ai suoi magazzinieri. Una componente che è in grado di tracciare i movimenti delle mani, identificarne la posizione precisa e – nelle intenzioni del gigante dell’ecommerce – guidarle nella giusta direzione.

Stando alle descrizioni tecniche, il braccialetto serve a stabilire se c’è corrispondenza tra l’ordine che il magazziniere è incaricato di smistare (i cui dati comparirebbero proprio sul bracciale) e il comparto verso cui si dirige, dove dovrebbe essere immagazzinato l’oggetto. Il tutto funziona attraverso sensori posizionati strategicamente. Formalmente, quindi, è un modo per evitare di inviare una merce al posto di un’altra e per velocizzare le operazioni di smistamento ed evasione degli ordini. Nella pratica è invece uno strumento che pone due ordini di problemi.

Il primo: è l’ennesimo tassello verso quella che in molti definiscono una progressiva automazione dell’essere umano, guidato da input esterni e meccanici al pari di un robot. Amazon, che due giorni fa è stato incoronato come il brand più ricco al mondo con un valore di 150 miliardi secondo la classifica Brand Finance, ha avviato da anni un processo di automazione: nel 2012 ha acquisito Kiva Systems, la società specializzata nello sviluppo di robot per magazzini. Poi, c’è stato l’affiancamento robot-macchine all’interno dei magazzini e l’accordo, nel 2016, con il Regno Unito per testare i droni spedizionieri. A fine 2017, secondo le stime, il gigante dell’ecommerce ha aggiunto almeno 55mila robot, raddoppiando il numero del 2016.

Il secondo: potrebbe essere violata laprivacy dei lavoratori grazie alla possibilità di controllare i dati e le informazioni che riguardano il lavoro e l’efficienza dei propri dipendenti. Senza le dovute precauzioni, si rischia di riuscire a monitorare tanto la velocità con cui si muovono le loro mani quanto la lunghezza delle loro pause. “Non rilasciamo commenti relativamente ai brevetti – ha detto l’azienda, dopo che il progetto è stato diffuso dal sito specializzato GeekWire – . In Amazon siamo attenti a garantire un ambiente di lavoro sicuro e inclusivo. La sicurezza e il benessere dei nostri dipendenti sono la nostra priorità”.

Di sicuro, ieri, tutto il mondo politico italiano ha preso posizione, dal leader della Lega Matteo Salvini alla presidente della Camera, Laura Boldrini al leader di Liberi e Uguali, Piero Grasso e perfino il premier Gentiloni.

Dichiarazioni a poco più di un mese dalle elezioni di marzo, non espresse quando a novembre in Italia i lavoratori del centro di distribuzione di Castel San Giovanni scioperarono per protestare soprattutto contro le condizioni di lavoro degradanti. Oggi, è previsto un incontro tra il ministro del Lavoro Poletti e i vertici di Amazon Italia proprio per discutere di questo tema. “Tutto sta nella cornice che denunciamo da tempo, di un controllo assoluto – ha detto Fiorenzo Molinari, segretario Filcams-Cgil di Piacenza -. Con i braccialetti – prosegue diventa veramente angosciante: va a ledere il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e dipendente, alla base del lavoro subordinato in Italia”.

Trenitalia sommelier ha scelto il vino di Vespa

Povero Vespa. Abituato alle apoteosi con i libri, best seller ancor prima di essere esposti sugli scaffali, viziato dalle retribuzioni da star, dai grandi numeri di ascolto televisivi e inebriato dalle riverenze che i potenti gli tributano nel salottino di Porta a Porta, come produttore di vini zoppica un poco. Qui non si parla di qualità del prodotto proveniente dai vigneti degli ampi possedimenti pugliesi del giornalista per la quale vale il latinorum del de gustibus. E neanche si tratta della sapienza enologica di cui Vespa è senza dubbio dotato avendola diffusa con autorevolezza per anni dalle colonne del settimanale Panorama che gli aveva riservato una rubrica fissa. Qui si esaminano le vendite, numeri e cifre, misura del giudizio schietto del mercato, rappresentato in questo caso dai viaggiatori dei treni, i clienti dei Frecciarossa.

Da questo autunno i capi di Trenitalia hanno deciso di offrire al banco dei bar e nelle carrozze ristorante (quelle poche rimaste, una trentina in tutto), il Bruno di Vespa, ritenuto il miglior rosso della casa vinicola. Ufficialmente l’acquisto è stato effettuato da Itinere, la società che gestisce la ristorazione sulle Freccerosse, ma Trenitalia era ovviamente informata e più che d’accordo. Alla domanda perché abbiano scelto proprio quel vino tra le centinaia e centinaia di prodotti anche di altissima qualità chiusi nelle botti italiane ognuno può dare la risposta che gli pare. Compreso quella che gli acquirenti abbiano voluto rendere omaggio al nome del famoso giornalista, ritenuto un elemento di richiamo nei confronti dei viaggiatori e quindi un traino sicuro per le vendite.

Il Bruno di Vespa è stato acquistato in una quantità non elevata, circa 2 mila bottigliette da 33 centilitri per un controvalore di non più di 5 mila euro. Doveva essere una fornitura d’avvio per valutare la risposta dei viaggiatori. I quali viaggiatori, dimostrandosi forse più spigliati di molti politici ipnotizzati nel salottino di Porta a porta, non si sono fatti ammaliare dal nome sull’etichetta e ne hanno comprato davvero pochino di Bruno di Vespa.

I conti li ha fatti Marco Canziani, direttore di Itinere, società con 1.700 dipendenti addetti ai Frecciarossa, branca italiana di una multinazionale francese quotata alla Borsa di Parigi che si chiama Elior, una delle tre più grandi del mondo con quasi 6 miliardi e mezzo di euro di ricavi nel 2017 e 114 milioni di utili, presente in Italia anche negli aeroporti (è la prima società di gestione della ristorazione negli scali) e sulle autostrade con il marchio My Chef. Gente che se ne intende, quindi.

Canziani non è entusiasta delle performance del Bruno di Vespa: “Ne avremo vendute 400 al mese di bottigliette, forse anche meno”. Cioè in media poco più di 10 al giorno su treni frequentati da centinaia di migliaia di viaggiatori. Una miseria, un tonfo che mette a dura prova il pronunciato ego enologico dell’imbattibile giornalista. Non essendoci spiegazioni pronte per il sorprendente fenomeno, non rimangono che le domande. Tipo: quel vino vale il prezzo a cui è messo in vendita? I 33 centilitri del Bruno di Vespa vengono venduti al bar dei Frecciarossa a 9 euro, 4 e mezzo a bicchiere, non proprio una cifra popolare. Oppure: forse del celebrato Bruno di Vespa la parte migliore è il nome?

Il fondo Bridgewater scommette 3 miliardi contro l’Italia

Bridgewater scommette contro Piazza Affari mentre si avvicinano le elezioni del 4 marzo. L’hedge fund Usa ha aumentato le sue posizioni ribassiste, vendendo allo scoperto le azioni di 18 società. Oggetto delle scommesse ribassiste, che emergono dagli aggiornamenti della Consob sulle posizioni nette corte, sono tra gli altri Intesa, Unicredit, Enel, Eni, Generali, Atlantia, Terna e Snam. Secondo i calcoli di Bloomberg, da ottobre Bridgewater ha triplicato le sue posizioni da 1,1 a 3 miliardi di dollari. Di Bridgewater, il più grande fondo speculativo al mondo, si era parlato a metà ottobre, quando erano emerse posizioni ribassiste per 713 milioni di dollari contro le principali banche italiane proprio mentre l’addendum della Bce, che conteneva criteri stringenti sulla svalutazione dei crediti deteriorati, aveva affossato i titoli del settore. In quell’occasione il ceo di Intesa, Carlo Messina, aveva bollato come “perdente” la scommessa del fondo. Ma non è solo Bridgewater a puntare i suoi “cannoni” contro Piazza Affari guardando a un voto che rischia di non dare una maggioranza chiara al Paese: tra i fondi più attivi c’è Aqr Capital management che ha scommesso contro 11 società italiane.

Parigi studia la gogna per i furbetti del fisco

C’è la gogna pubblica nel piano del governo francese per contrastare l’evasione fiscale: intervistato dal quotidiano Le Figaro, il ministro dei Conti Pubblici, Gérald Darmanin ha prima illustrato le sue idee per sanzionare più duramente le aziende e i privati che non rispettano la legge e poi ha annunciato la possibilità di pubblicare i nomi degli evasori. “Lottiamo contro la frode come lottiamo contro la delinquenza” ha detto Darmanin, precisando che l’obiettivo è l’adozione di un nuovo testo di legge da sottoporre al Parlamento entro l’estate.

Nell’intervista ricorre proprio all’anglicismo applicato alla pratica di mettere alla berlina chi commette i reati: Darmanin cita letteralmente il “Name and shame” inglese (nome e vergogna) e sottolinea che “rendere pubbliche le sanzioni sarà obbligatorio in caso di condanna penale” a meno che il giudice non si esprima diversamente. Inoltre, le amministrazioni potrebbero decidere di pubblicare autonomamente le sanzioni più pesanti. L’obiettivo è punire anche i complici dei reati come avvocati, banche, contabili e consulenti infliggendo sanzioni proporzionate ai profitti. “Oggi, un audit fiscale porta a un recupero nullo o irrisorio – ha detto – . La lotta alla criminalità dei colletti bianchi richiede metodi più efficaci”. Mercoledì, il premier Edouard Philippe si era rivolto ai parlamentari: “È necessario che i francesi sappiano chi cerca di evadere quei legittimi obblighi fiscali che sono di competenza di ciascuno”.

Un’idea che ricorda l’iniziativa dell’Agenzia delle Entrate italiana che, nel 2008 e con il beneplacito dell’allora viceministro dell’Economia,Vincenzo Visco, decise di mettere online le dichiarazioni dei redditi del 2005 di tutti gli italiani. La disponibilità dei dati online durò pochissimo, il sito si intasò per i numerosissimi accessi: dopo poche ore furono rimossi con una decisione del garante della privacy e sotto la spinta delle polemiche della maggioranza e delle associazioni. “A causa dell’elevato numero di accessi al sito dell’Agenzia e al fine di fornire ulteriori delucidazioni al Garante per la protezione dei dati personali è sospesa la disponibilità degli elenchi” fu il messaggio lasciato su sito.

Il progetto francese fa comunque parte di un piano molto più amplio che include l’apertura di sportelli di regolarizzazione per le imprese, una maggiore programmazione dei controlli fiscali, e un investimento di 15 milioni di euro per potenziare il ricorso al cosiddetto data mining, un sistema in grado di analizzare i dati di massa disponibili sui contribuenti, dalle dichiarazioni alle verifiche fiscali, fino ai contenziosi. Un modo per delineare meglio i profili di evasione fiscale e monitorare il rischio. È prevista infine la creazione di un nuovo servizio di investigazione a Bercy (il quartiere amministrativo di Parigi) un servizio di polizia sotto l’autorità di un magistrato che potrà ricorrere anche alle intercettazioni e alla detenzione preventiva.

Evasione: recupero record? Senza condoni, 900 milioni

Boom degli incassi dalla lotta all’evasione nel 2017. La lieta notizia viene direttamente dall’Agenzia delle Entrate e ripetuta e all’infinito da giornali e tv. Secondo i dizionari giuridici l’evasione fiscale è un comportamento che si verifica quando il contribuente tenuto al pagamento dell’imposta, si sottrae in tutto o in parte all’obbligo tributario.

Gli incassidalla lotta a questo fenomeno possono essere definiti quindi come il risultato delle azioni messe in campo per recuperare le somme sottratte al fisco.

In una conferenza stampa per presentare i risultati ottenuti dall’Agenzia delle Entrate e della Riscossione, i nuovi vertici del fisco italiano, dopo l’epurazione renziana dei precedenti, hanno affermato che la lotta all’evasione fiscale ha segnato un nuovo massimo nel 2017, anche grazie agli incassi superiori alle più rosee previsioni della rottamazione delle cartelle esattoriali.

La sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi sui social twitta trionfante: “Quando lo scorso settembre dissi che nel 2017 avremmo raggiunto un nuovo record nella lotta all’evasione fiscale tutti mi derisero, oggi si scopre che avevo sì sbagliato, ma per difetto: i miliardi sono 25,8 e non 23”. Segue tabella. Vediamo i dati. I 20,1 miliardi incassati nel 2017 sono attribuiti alla “attività di recupero dell’evasione fiscale”, così reperiti: 6,5 miliardi con la rottamazione delle cartelle (rimangono in sospeso almeno 44 miliardi non riscossi) e 1,3 miliardi dai contribuenti che dopo aver ricevuto una lettera di cortesia propedeutica alla canonica cartella esattoriale nel dubbio hanno preferito pagare spontaneamente. Solo 900 milioni sono arrivati dal vero recupero delle somme evase con la riscossione dei “ruoli”, cioè l’attività che compie l’erario nel momento in cui, accertato l’inadempimento del contribuente e decorsi i termini di legge, incarica l’Agente della riscossione di avviare l’esecuzione forzata. La prima versione della Voluntary disclosure, altro provvedimento “una tantum” della categoria condoni, ha portato uno strascico di entrate per 400 milioni. Altri 11 miliardi, inscritti a forza dal governo in quota “lotta all’evasione”, sono affluiti dai versamenti fatti con il modello F24 dai contribuenti a seguito dei controlli del fiscali.

In questo ambito l’introito principale viene dalla liquidazione automatica delle dichiarazioni, cioè da una procedura di verifica computerizzata della correttezza dei calcoli e dei relativi versamenti. I riscontri risultano in aumento perché si sta diffondendo la pratica di presentare regolarmente la dichiarazione ma di non versare l’imposta, in attesa della cartella e delle sue facilitazioni. Altri 5,7 miliardi sono stati riscossi per altri enti: Inps, Regioni, Comuni.

Una gran parte del recupero dell’evasione viene attribuita quindi dal governo all’incasso “una tantum” della rottamazione delle cartelle. Far pagare il dovuto ai contribuenti a seguito dell’invio delle cartelle esattoriali che contestano quanto accertato dovrebbe rientrare nella normale capacità dell’Agenzia delle Entrate di riscuotere le imposte. Il mancato versamento, in un sistema normale e non patologicamente paralizzato come il fisco italiano, riguarda una quota residuale delle comunicazioni inviate, che dovrebbe essere recuperato con gli strumenti coattivi messi a disposizione dal diritto tributario. In attesa di diventare un paese normale abbiamo assistito alle iniziative del ministro neo-candidato al Parlamento Pier Carlo Padoan, che invece di sbloccare la macchina amministrativa ha varato una riedizione dell’ennesimo condono di tremontiana memoria, premiando semplicemente chi ha ricevuto una cartella esattoriale. Coloro che hanno aderito alla sanatoria avrebbero probabilmente pagato lo stesso secondo le normali procedure e senza sconti. “Dobbiamo fare pace con gran parte dei cittadini che percepiscono il sistema come troppo oppressivo” auspica il direttore generale dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, che chiede l’armistizio in una guerra mai dichiarata.

“Candidature valide”: in Lombardia 1 e 4 torna il centrodestra

L’Ufficiocentrale circoscrizionale della Corte di Appello di Milano ha revocato i provvedimenti con i quali aveva dichiarato non valide le candidature uninominali del centrodestra nei 17 collegi uninominali delle circoscrizioni Lombardia 1 e Lombardia 4. Il provvedimento è stato preso a seguito della integrazione documentale depositata dal delegato della lista “Noi con l’Italia – Udc”. Tra le candidature che erano rimaste escluse dalla competizione elettorale vi erano quelle della leader del movimento animalista Michela Vittoria Brambilla e degli assessori lombardi Massimo Garavaglia e Valentina Aprea. Canta vittoria il senatore della Lega Roberto Calderoli: “Avevamo ragione noi, basta burocrazia e carte bollate, il buon senso ha prevalso, finalmente si parte con la campagna elettorale. Ora andiamo a vincere!” afferma su Twitter. La Corte milanese ha quindi ritenuto che esistano i “presupposti” per ritenere valide tutte le candidature della coalizione, che non erano state ammesse per la mancanza di documentazione relativa all’apparentamento con le altre tre liste del centrodestra.