Perugia acquisirà gli atti Consob sulle soffiate di Renzi a Cdb

La prima mossa, per la Procura di Perugia, è nei fatti obbligata. Il primo e unico atto possibile, per verificare se la procura di Roma abbia commesso dei reati nell’indagare sulla vicenda Renzi-De Benedetti, è acquisire la segnalazione che Consob inviò ai magistrati capitolini e finì anche al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza. È in questi documenti il cuore dell’indagine, stando all’esposto presentato dal presidente onorario dell’Adusbef, Elio Lannutti, oggi candidato per il M5S.

L’Adusbef chiede alla procura di Perugia di valutare, in quanto competente a indagare sui colleghi di Roma, se fu legittimo, dopo aver ricevuto l’informativa Consob, aprire un fascicolo d’indagine con un “modello 45”, ovvero quello delle notizie che non costituiscono reato. Prassi vietata – sostiene l’Adusbef – sia dal codice di procedura penale sia da una circolare del ministero della Giustizia.

“Secondo la circolare – si legge nell’esposto – il ‘modello 45’ è destinato dal legislatore all’iscrizione delle sole notizie prive di qualsiasi rilevanza penale”. È questo il caso dell’informativa che la procura di Roma riceve dalla Consob nel luglio 2015?

Per dare una risposta a questa domanda, la pm Gemma Miliani e il procuratore capo Luigi De Ficchy, hanno un’unica possibilità: acquisire l’informativa che la Consob inviò alla procura di Roma. Non resta che scegliere l’istituzione alla quale inviare la richiesta d’acquisizione: la Commissione parlamentare sulle banche, la Consob, infine la stessa Guardia di Finanza, interpellata dalla stessa procura di Roma.

Sul punto che riguarda le Fiamme Gialle torneremo più in là. Di certo c’è innanzitutto che la Consob è un soggetto qualificato a denunciare illeciti finanziari che riguardano il mercato. E nell’informativa inviata alla procura guidata da Giuseppe Pignatone, nel paragrafo che riguarda le “contestazioni”, vengono segnalati ben cinque casi di “abuso delle informazioni privilegiate”, in forma di illecito amministrativo. Due di essi sono contestati all’ingegnere Carlo De Benedetti, tre al suo broker Gianluca Bolengo. Tutti riguardano l’investimento effettuato da Bolengo sulle azioni delle banche popolari, su indicazione di De Benedetti che, al telefono, gli aveva detto d’aver saputo da Renzi che era imminente il decreto che trasformava le popolari in Spa. L’investimento, pari a 5 milioni, aveva prodotto una plusvalenza di 500 mila euro. Quella della Consob non era quindi un’informazione generica, ma al contrario dettagliata, nonché proveniente da un soggetto qualificato. Se sia stato corretto, per il pm Stefano Pesci, aprire un fascicolo “modello 45”, a questo punto, dovrà stabilirlo la Procura di Perugia che ha appena iniziato le indagini. Tra gli atti che potrebbero essere acquisiti, c’è anche l’annotazione inviata dal Nucleo di polizia valutaria della Gdf, su richiesta della procura, proprio sulla scorta dell’informativa Consob. Il contenuto di quell’annotazione è rimasto top secret – come il resto dell’indagine, fino alla sua acquisizione da parte della Commissione parlamentare sulle banche – ma un fatto è certo: come Il Fatto ha rivelato poche settimane fa, alla Gdf non fu mai affidata alcuna delega d’indagine. E non si tratta di un caso isolato.

Oltre l’informativa su De Benedetti, la Consob inviò alla procura di Roma altri atti, tutti relativi a presunte speculazioni avvenute, in quei giorni, sulle azioni delle banche popolari. A segnalarlo è il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, l’11 febbraio 2015 quando dichiara alla Camera dei deputati d’essere a conoscenza di andamenti anomali di prezzi e volumi sui titoli di alcune banche popolari nei giorni precedenti il decreto che riformava gli istituti di credito. Anche in quel caso, per quanto risulta al Fatto, fu aperto un fascicolo modello 45 – quindi senza reati né indagati – e nessuna indagine fu delegata agli specialisti del Valutario.

Al Fatto risulta anche che tra gli atti inviati dalla Consob alla Procura guidata da Giuseppe Pignatone c’è pure l’interrogatorio fiume che Davide Serra, finanziere vicino a Matteo Renzi, aveva reso proprio dinanzi agli ispettori della Consob. Serra – fondatore del fondo di investimento Algebris di Londra – ha però più volte precisato di non aver mai effettuato investimenti sulle banche popolari all’inizio del 2015. Resta il fatto che l’intero fascicolo sulle banche popolari, esattamente come nel caso De Benedetti-Renzi, pur avendo visto una consultazione iniziale della Guardia di Finanza, non ha mai visto la procura di Roma affidare una delega ai migliori investigatori del settore.

Quella del Nucleo di polizia valutaria, quando si affacciano in procura fascicoli che riguardano le banche, sembra una strana danza, nella quale prima muovono un passo, poi improvvisamente scompaiono. Accade anche quando, ad Arezzo, s’indaga su Banca Etruria che, va ricordato, era una banca quotata in Borsa.

A indagare, su delega del procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi, c’è la polizia tributaria di Arezzo. Evidentemente, c’è chi ritiene che sia necessario rafforzare il gruppo di investigatori, al punto da convocare un incontro che vede, intorno a un tavolo, il procuratore Rossi, i finanzieri di Arezzo, i loro colleghi di Firenze e i super esperti del Nucleo Valutario.

Anche l’esito di quell’incontro è rimasto top secret. Al pari delle annotazioni inviate in procura per il caso Renzi – De Benedetti. Al pari delle iniziali informazioni sul secondo “modello 45”, quello che riguardava il complesso filone delle banche popolari. Di certo c’è, anche in questo caso, che quando le indagini su Banca Etruria si sono concluse, sugli atti d’indagine, dei protagonisti di quell’incontro, resta la firma di un solo gruppo d’investigatori. Quelli originari. I finanzieri del nucleo tributario di Arezzo.

Faida ultra-sinistra. “Tsipras prono ai voleri della Troika”

La faida a sinistra ha dimensioni continentali. Più piccoli e residuali si finisce col divenire, più ci si vuol male. Non prima però di essersi sentiti affratellati e uniti contro il capitalismo asfaltatore; solo allora si può giudicare l’altro traditore della causa. Accade tra Francia e Grecia, attraverso Bruxelles e il Partito della sinistra europea (Se). Accade tra Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise – resistibile sorpresa delle presidenziali stravinte da Macron – e il compagno Tsipras, leader di Syriza e premier greco, “prono all’austerità”. L’ultima colpa dell’ex alleato nella compagine gauchista europea quella di aver addirittura “limitato il diritto di sciopero pur di asservirsi ai diktat della Commissione europea”. Ciò lo condanna a non esser degno di stare nella stessa famiglia “rossa”, tanto che Mélenchon chiede l’espulsione dal Se. Però gli altri esponenti del partito a Bruxelles hanno rintuzzato l’attacco fratricida. Tra i più sensati il deputato tedesco Gregor Gysi (che viene dalla Rdt) che ha sottolineato come sia facile criticare quando non si è responsabile di un paese e della sua popolazione”.

L’insulto a “Irma”, l’indiziato è un 5Stelle

Tre mesi fa, in consiglio comunale a Bari, la scritta era comparsa su una scheda. Si votava a scrutinio segreto e al momento dello spoglio l’offesa tuonò nell’aula: “Irma la troia”. Parafrasando il celebre musical francese – Irma la douce – ma con un filo di romanticismo in meno, l’anonima mano offendeva la consigliera comunale Melini, già rappresentante di Forza Italia nel capoluogo pugliese, oggi iscritta al gruppo Misto. Fu lei a chiedere che l’epiteto venisse letto a voce alta, dopo che il consigliere incaricato dello spoglio aveva pudicamente coperto il fattaccio con una dichiarazione di “voto nullo”. Appreso il contenuto della scritta, la Melini, come prevedibile, non accusò il colpo e si rivolse alla giustizia. Verità, chiedeva. E ieri, una prima, è arrivata.

Secondo la perizia grafologica disposta dalla Procura di Bari, l’autore dell’insulto sarebbe Francesco Colella, collega della Melini in consiglio comunale in quota Movimento 5 Stelle. La consulenza ha confrontato le scritture di tutti i 23 eletti che erano presenti durante la seduta del 14 novembre scorso con i caratteri con cui era vergato l’insulto sessista. E il responso – come rivelato da Serena Maria Russo di TeleBari – non lascerebbe dubbi: quella è la calligrafia del consigliere grillino.

Colella non ha perso tempo: convocato per l’interrogatorio già ieri pomeriggio (è indagato per diffamazione aggravata), ha prima affidato a Facebook la sua versione della vicenda. “Confermo la mia assoluta e totale estraneità ai fatti avvenuti – ha scritto sulla sua pagina – Comportamenti indegni che non appartengono né a me, né alla mia storia personale come chiunque mi conosce potrà confermare”. Chiude annunciando che percorrerà “le vie legali contro chiunque diffonda, attraverso qualsiasi mezzo, notizie false e pretestuose che sostengano il contrario e che vadano a ledere la mia immagine e la mia onorabilità”.

Anche il sindaco di Bari, Antonio Decaro, interviene con la dovuta prudenza: “Se dovesse confermarsi quanto si apprende in queste ore, mi auguro che il consigliere, se colpevole, chieda scusa. Chieda scusa alla consigliera offesa, ai suoi elettori, che rappresenta in Consiglio comunale, e alle istituzioni di cui fa parte”. Prosegue Decaro: “Ho conosciuto in questi anni il consigliere Colella come una persona corretta e rispettosa delle istituzioni: ciò che è accaduto è un fatto gravissimo sotto molti punti di vista ed è un’offesa che la città di Bari non meritava. Detto questo, – conclude il sindaco – rispetterò le scelte che il consigliere farà sia sul piano personale sia su quello istituzionale”.

“Se mi paghi, ti aiuto”: i politici finiti in ginocchio dai lobbisti

Una riunione con Giorgia Meloni per inserire un punto nel programma di Fratelli d’Italia. La garanzia del tesoriere di Forza Italia che la nostra “iniziativa” sarà portata a conoscenza “di tutti i livelli”, che “sicuramente ci sarà un impegno”. E poi comunicati e dichiarazioni di appoggio alla causa.

La politica non è poi così sorda alle istanze degli elettori. È sufficiente ventilare un sostanzioso contributo al partito e fioccano promesse d’ogni tipo. Perché queste cose contano. In pieno delirio da liste elettorali, coi partiti a secco di finanziamenti pubblici, due giornalisti si spacciano per lobbisti in Parlamento. E nessuno se ne accorge. Non solo: dopo quattro giorni di incontri riservati con onorevoli di formazioni diverse escono dai Palazzi della politica trascinando una valigia di promesse. Incontri ravvicinati che racconteremo nei dettagli nel numero di Fq Millennium, in edicola da domani: 11 pagine d’inchiesta sotto copertura che svelano come funziona il mercato delle leggi. Un viaggio pornografico nelle viscere della democrazia ridotta a slot machine: tu metti una moneta e le cose girano, come vuoi.

Lobbisti per caso. Bastano una manciata di biglietti da visita, un sito farlocco, un taglio ai capelli e il vestito buono. Gli appuntamenti presi con le segreterie dei parlamentari entrano in agenda uno dopo l’altro. Nessuno controlla chi siamo davvero, nessuno fa verifiche sulla Mei Consulting, la finta società di consulenza che abbiamo alle spalle e che – spieghiamo a ogni telefonata – cura gli interessi di facoltosi investitori arabi pronti a lanciare un’operazione nel nostro Paese. È stato sufficiente ventilare l’intenzione di finanziare la campagna elettorale. Allora gli occhi dell’interlocutore di turno s’illuminano, la mano va alla tasca della giacca: “Ecco il mio biglietto da visita. Sentiamoci tra una settimana che vi indico qualche soggetto interessato”. Le porte si aprono, e più in fretta di quanto immaginassimo.

Per fortuna qualcuno che declina ogni interesse c’è, ma il dato incontrovertibile è che dopo l’abolizione del finanziamento pubblico, partiti e candidati sono affamati di contributi privati. E mai come oggi i privati hanno gioco facile ad avvicinare eletti, candidati e tesorieri per promettere loro denaro e sollecitare, in cambio, emendamenti e modifiche di leggi favorevoli a interessi di parte. Perfino se sono rappresentati da lobbisti improvvisati e francamente un po’ improbabili. Nel gran bazar delle leggi il denaro rafforza l’inclinazione all’ascolto degli eletti. Li spinge a ignorare le (poche) regole del gioco democratico.

Un esempio? Dei tanti deputati contattati, alcuni attraverso le loro segreterie altri direttamente, non uno s’è preoccupato di chiederci se i nostri nominativi fossero inseriti nel Registro delle lobby varato in pompa magna dalla Camera due anni fa per regolamentare e contenere l’agibilità dei “portatori di interesse” che sistematicamente tallonano i deputati con istanze d’ogni tipo. Oggi lo possiamo scrivere con cognizione di causa: quel regolamento è fumo negli occhi dei cittadini. Abbiamo fatto i lobbisti senza stare in alcuna corsia, senza incorrere in alcun controllo.

E veniamo agli incontri: in meno di una settimana ci siamo seduti di fronte a quattro deputati e tre senatori. Per prepararci avevamo anche studiato il portafoglio di alcuni fondi sovrani degli Emirati Arabi. Giusto per essere pronti a spiegare da dove viene il denaro che offriamo alla politica e dare credibilità all’operazione pianificata dai nostri clienti. È stato tutto inutile. Nessun parlamentare ha fatto domande, nessuno chiede quel dettaglio in più che ci smaschererebbe, non una domanda sulla provenienza dei soldi. Proventi del riciclaggio? Terrorismo internazionale? Non interessa.

Non lo chiede nemmeno il tesoriere di FI Alfredo Messina, per anni ai vertici del gruppo Fininvest e di banca Mediolanum. Anzi, opportunamente sollecitato, il senatore s’improvvisa consulente in “erogazioni liberali” al limite: a beneficio del partito, si premura di fornire precise istruzioni su come donare – del tutto legalmente – più dei 100 mila euro consentiti dalla legge. Con anche la certezza di rimanere del tutto anonimi. Già, perché mentre i partiti abolivano il finanziamento pubblico, hanno trovato il modo di mettere sotto segreto quello privato, celando i nomi dei loro benefattori dietro il paravento della privacy. I tesorieri rilasciano l’apposito modulo su cui spuntare la casella “non acconsento”. E non si saprà mai chi ha finanziato chi. Del resto, diceva il senatore Lucio Malan prima di organizzare l’incontro con Messina, “oggi un partito te lo compri con quello che hai in tasca”.

Roma, gli avvocati contro il presidente candidato con i 5Stelle

Molti colleghi si sono arrabbiati, per quella email in cui il “loro” presidente annunciava la sua candidatura con il M5S. E più d’uno ora invoca le sue dimissioni dalla carica. Non è partita nel migliore dei modi la campagna elettorale di Mauro Vaglio, presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma, candidato in un collegio uninominale della Capitale dei 5Stelle. Perché ha seminato tanti mal di pancia la sua scelta di informare i colleghi della sua discesa in campo utilizzando la mailing list dell’Ordine regionale. Già, perché come riporta l’Adnkronos, ben 25 mila avvocati lo scorso 29 gennaio si sono visti recapitare – sotto forma di comunicazione ufficiale – la mail con cui Vaglio annunciava la sua candidatura. E molti non l’hanno presa bene, contestando come inopportuna la comunicazione. Ma soprattutto, ora in parecchi gli chiedono di dimettersi. Tra questi l’avvocato Antonio Conte, membro del Consiglio direttivo dell’Ordine, che su Twitter scrive: “Ogni avvocato è libero di candidarsi ma prima – se ricopre una ”carica forense” – si deve dimettere per evidenti ragioni di opportunità ed equidistanza. Altrimenti, può sorgere il dubbio che si sia utilizzata quella carica per ottenere quella candidatura”.

“Parlamentarie, finora niente dati perché c’è la privacy”

Afferma che i dati delle Parlamentarie verranno pubblicati “rispettando la volontà di chi ha chiesto di non rendere pubblici i suoi dati”: ma non dà una data. Giura che i soldi dati alla piattaforma web Rousseau verranno usati “per il suo sviluppo”. E sostiene che la prossima legislatura durerà cinque anni. Davide Casaleggio, uno dei capi del M5S, presidente dell’associazione Rousseau, risponde in via scritta alle domande del Fatto. Spesso schivandole.

Si parla molto dell’associazione Rousseau. Secondo il vecchio statuto lei aveva tutte le cariche. È ancora così, e perché non delega?

L’associazione Rousseau è stata creata per avere un ente non profit che potesse prendersi carico di Rousseau che abbiamo sviluppato negli ultimi 10 anni. Le sue attività sono già delegate a 14 responsabili che gestiscono e sviluppano le sue funzioni.

Stando alle nuove regole del M5S, ogni eletto dovrà versare all’associazione 300 euro mensili per il funzionamento della piattaforma. Può dirci quanto costa la piattaforma ogni anno per il suo mantenimento, e cosa farete dei soldi che avanzino dai costi?

I costi che deve sostenere l’associazione non sono solo di mantenimento della piattaforma. Ci sono persone che vi lavorano a tempo pieno per l’associazione, altre part time e anche persone che contribuiscono in maniera volontaria come i parlamentari responsabili delle varie funzioni. C’è poi il discorso della sicurezza. Nell’ultimo anno abbiamo fatto molti investimenti in questo senso per garantire il massimo ai nostri iscritti e ne faremo di ulteriori. Abbiamo in mente anche investimenti per lo sviluppo della piattaforma, in particolare l’utilizzo della block chain per il voto (un sistema che lo autentica inserendolo in un registro digitale, e su cui si basa oggi lo scambio di bitcoinndr) e un nuovo sistema di verifica dei documenti, perché il nostro obbiettivo per il 2018 è raggiungere un milione di iscritti certificati. Ci sono poi gli eventi come quello di Pescara che ora saranno molto più frequenti. Ogni euro sarà comunque investito nello sviluppo dell’associazione. Ricordo che Rousseau è un’associazione non profit, quindi quanto dico è ovvio. E ricordo anche che non prendo alcun compenso per la carica.

C’è un altro punto, la gestione dei dati dei votanti su Rousseau. Secondo il Garante della privacy, “la mancata designazione delle società Wind Tre Spa e Itnet Srl quali responsabili del trattamento dei dati personali degli utenti dei dsiti riferibili al M5S configura l’illiceità del trattamento per la comunicazione dei dati a soggetti terzi, in mancanza del consenso degli interessati”. Cosa risponde? Ed è vero che potete risalire all’identità dei votanti?

Abbiamo già risposto. Non è stato rilevato alcun illecito, è stata solo indicata la possibilità teorica di farlo, ma ovviamente non è mai stato fatto. Quando utilizzeremo la block chain questo tipo di illazioni non avranno più alcun fondamento. Per il resto abbiamo accolto tutti i suggerimenti del garante.

Quando usciranno i dati delle Parlamentarie? E darete spiegazioni agli esclusi? Minacciano ricorsi.

Non temiamo ricorsi perché tutto il processo delle votazioni è stato fatto seguendo quanto prescritto dallo Statuto del M5S. I dati delle parlamentarie saranno pubblicati rispettando la volontà di chi ha chiesto di non rendere pubblici i suoi dati.

Avete subìto nuovi attacchi hacker durante le Parlamentarie? E se sì, è la dimostrazione che avete protezioni fragili?

Riceviamo quotidianamente tentativi di attacchi. Gli investimenti in sicurezza e la collaborazione con la polizia postale si sono dimostrati molto preziosi per la difesa.

Stando al nuovo statuto, la nuova associazione Movimento 5 Stelle si dovrà avvalere della vostra piattaforma. È un legame a vita, che la rende un altro “capo” assieme a Luigi Di Maio?

No. Il M5S si avvale di Rousseau per implementare la sua democrazia diretta e partecipata online. I rapporti tra le due associazioni sono spiegati nello statuto del Movimento e sono molto chiari.

Ora c’è un nuovo M5S aperto agli esterni, con un capo che decide sulle liste. Siete diventati un partito?

Il Movimento è sempre stato aperto a tutti gli italiani di buona volontà. Mio padre lo ha sempre pensato. Aveva indicato tre valori che dovevano guidare il cambiamento dell’Italia: trasparenza, competenza e onestà. Sono i princìpi che hanno guidato le scelte dei candidati agli uninominali, dove i cittadini di fatto esprimono una preferenza, e di fare le parlamentarie online per garantire la libertà di scelta sottratta agli elettori con le liste bloccate del Rosatellum dove vengono infilati i soliti impresentabili. I partiti candidano sempre i soliti e non hanno alcuna vergogna nel candidare condannati e indagati per reati molto gravi.

Diversi dei vostri candidati sono stati in altri partiti. Ne avete anche uno, il fiorentino Nicola Cecchi, che ha votato il Sì nel referendum. Era un prezzo da pagare?

Votare sì a un referendum non significa avere un passato in un partito. Penso che dal 40% che ha votato Sì prenderemo moltissimi nuovi elettori, visto che le promesse del Pd si sono rivelate false, compresi gli scenari apocalittici in caso di vittoria del No. I nostri candidati additati dai giornali sono persone che si sono avvicinati ai partiti e sono stati traditi. Moltissimi italiani ricadono in questa descrizione. Non si tratta di riciclati o simili. Il Pd che candida Casini a Bologna è il vero scandalo. O il centrodestra che candida Giggino ‘a purpetta.

Se la legislatura durasse pochi mesi applicherete la regola del doppio mandato ai vostri eletti?

Penso che la legislatura durerà 5 anni.

Beppe Grillo è ancora con voi? Pare sempre più defilato. E il suo blog non verrà gestito dalla Casaleggio: è il segno di una frattura?

È da 5 anni che raccontate di Grillo defilato. La verità è che è sempre accanto a noi. Il suo blog non verrà più gestito dalla Casaleggio ed è stata una scelta condivisa e spiegata dal mio socio Luca Eleuteri in un’intervista al Corriere della Sera (a cui disse che “quello di Beppe è un progetto personale, che vuole curare da solo”, ndr). Il nuovo blog di Beppe è una marcia in più per la sua attività artistica ed è una risorsa per il M5S, con contenuti di altissimo livello da parte di esperti di tutto il mondo su temi importanti come l’intelligenza artificiale e il futuro del lavoro.

Lei e il M5S sarete sempre uniti o pensa di separare la sua strada prima o poi?

La priorità è raggiungere gli obiettivi che il Movimento si è prefisso per il futuro del Paese.

Sono passati quasi due anni dalla scomparsa di suo padre. Cosa le ha chiesto di portare avanti con il M5S?

Mio padre aveva la chiara idea che il M5S sarebbe andato al governo. Sarebbe stata solo questione di tempo.

Gratteri: “Partiti anti-mafia? Non credo al patto di Minniti”

“Non ci credo, tutti dicono di non volere i voti della mafia e che la mafia non entra nei loro partiti, poi di fatto vediamo, nel corso degli anni e delle indagini, che sempre più le mafie sono presenti nella politica, che dettano l’agenda e hanno sempre più potere sul piano elettorale”. Così Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, in un’intervista rilasciata a Kronos-Il tempo della scelta in onda domani sera su Rai2, commenta l’appello del ministro dell’Interno Marco Minniti ai partiti di sottoscrivere prima delle elezioni un patto anti mafie.

“Soprattutto nei centri piccoli, ma anche nelle grandi città – ha continuato Gratteri – si sa perfettamente chi sono i mafiosi e chi sono i candidati espressioni delle mafie, c’è quasi sempre la consapevolezza di chi si mette nella lista perché le mafie da sempre votano e fanno votare”. Vigilare sulle liste, ha detto ancora il procuratore di Catanzaro “è un compito immane, enorme, nemmeno duemila persone sono in grado nell’arco di tre giorni di controllare candidato per candidato e chi rappresentano, è un lavoro che toccherebbe a chi fa le liste e soprattutto ai suggeritori, la ’ndrangheta controlla il 20-30 % dei voti”.

Regali elettorali: intervistona a Lorenzin

La campagna elettorale nei Tg Rai moltiplica le opportunità. Non ci sono più solo i servizi monografici per il presidente del Consiglio, non c’è più solo l’intervista sdraiata al segretario del Pd (ultima puntata: martedì sera sul Tg1) ma si aprono spazi preziosi anche per i piccoli alleati. Ieri è toccato a Beatrice Lorenzin, ministro della Salute nei governi Letta-Gentiloni-Renzi, animatrice della lista centrista “Civica popolare”, quella del simbolo con il fiore petaloso (ipsa dixit). Un partitino che dovrebbe valere attorno all’1 per cento, ma che le basta per ottenere un minuto intero nel telegiornale della rete ammiraglia, il più visto del servizio pubblico.

Così Lorenzin può esporre i punti cardinali del suo programma: “Salute, famiglia, donne, impresa”. Può raccontare “la proposta per anticipare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro: un ponte tra università e impresa”. Può promettere “non solo stabilità e tranquillità per gli italiani, ma anche riforme forti: + 6 miliardi al fondo sanitario e agli anziani che hanno bisogno di essere presi in carico dalla nostra società”. Il tutto ovviamente senza obiezioni o contraddittori, compreso l’appello finale: bisogna votare Lorenzin – dice Lorenzin – per dare “uno spazio molto forte per i moderati nel prossimo governo, altrimenti si rischia di spostare il peso sugli estremisti e sugli incapaci”.

Prima di lei, nel pastone sul centrosinistra, il Tg1 aveva raccontato “i dati sul recupero record dell’evasione fiscale” che “galvanizzano il Pd”; aveva riportato il proclama di Renzi nella sua enews: “Saremo il primo partito perché non vendiamo sogni impossibili, ma obiettivi verificabili”; aveva dato spazio a Emma Bonino e pure a Andrea Romano: “Oggi abbiamo conferma che i governi a guida Pd hanno ottenuto un record nel recupero dell’evasione fiscale. Sono risorse che non andranno nel calderone dello Stato, ma serviranno a ridurre drasticamente la pressione fiscale per le famiglie e per le imprese”.

Boschi dilania l’Svp: “Lei vince facile ma noi rischiamo tutto”

“È come se la Juventus giocasse contro una squadra di prima divisione. Sì, vinceremo la partita. Ma così rischiamo di perdere i tifosi e nella prossima stagione lo stadio sarà vuoto”, sussurra un pezzo grosso della Südtiroler Volkspartei. Meglio ricorrere alle metafore calcistiche. L’intreccio di potere in Alto Adige è troppo complicato. La vittoria sicura è l’elezione di Maria Elena Boschi. Ma poi si rischia che i tifosi, cioè gli elettori, scappino dallo stadio.

Boschi dorme sonni tranquilli: male che vada, ce la farà con una coalizione che alle ultime elezioni qui aveva preso il 46%. Chi non chiude occhio è Philipp Achammer, trentaduenne segretario Svp. Basta ascoltarlo, guardarlo, leggere il curriculum: ricorda una versione sudtirolese di Renzi. Giovani, pimpanti, lanciatissimi. Chi li conosce riferisce di una simpatia istintiva, oltre che di convenienza politica. “Appoggiamo i candidati del Pd perché ci hanno confermato non solo a parole il loro impegno per l’autonomia”, ha detto Achammer. Ma ora il destino del leader Svp si gioca nel collegio Bolzano-Bassa Atesina. Il segretario lo ha capito quando nei giorni scorsi si è trovato di fronte quaranta delegati di zona del suo partito, schierati per discutere la decisione già presa. In sala l’atmosfera si tagliava con il coltello. E contro la candidatura Boschi si sono schierati anche i giovani Svp. Oswald Schiefer, responsabile Svp della Bassa Atesina, serra i ranghi, ma non tace il problema: “Noi avevamo pensato che su otto possibili parlamentari due potessero andare agli italiani. Ma ci aspettavamo che fossero candidati locali”. Invece ecco planare da Roma Gianclaudio Bressa, bellunese, e Boschi di Arezzo: “Bressa va bene. Ha fatto tantissime cose per noi. Ma se proprio dovevamo prendere un altro candidato da Roma avremmo preferito Graziano Delrio che ha fatto tanto per questa terra, dalle infrastrutture alla proroga (senza gara, ndr) della concessione dell’Autobrennero”. Già, l’autostrada – gallina dalle uova d’oro – controllata dagli enti locali. Quindi dall’Svp.

I governi di centrosinistra hanno fatto di tutto e di più per il partito della stella alpina. Perfino a danno della comunità italiana, che a Bolzano città rappresenta il 75% della popolazione, ma nel resto della Provincia scende al 25. Ma non c’è soltanto la testa. Qui il voto si decide con la pancia. Per capirlo basta girare per il collegio Bolzano-Bassa Atesina, guardare il paesaggio. C’è la periferia sud di Bolzano, dove tra centri commerciali, capannoni, grandi e piccole industrie leggi lavoro e benessere. D’un tratto, però, il cemento finisce (insieme con la maggioranza italiana) e cominciano quei paesi con i campanili aguzzi, i masi appesi sui pendii. Qui prevale il voto sud tirolese e, insieme con i vigneti del Traminer, mette le radici l’Svp. Basta parlare con la gente che va a prendere i bambini alla scuola di Bronzolo per capire la ricetta: nessuno parla di destra e di sinistra. Si sta con chi tutela l’autonomia. Punto. E non è un caso che, proprio nel cuore del collegio della Boschi, la stessa Svp sostenga sindaci di centrodestra. Come Christian Bianchi, primo cittadino di Laives. Lui ha capito che la questione Boschi può essere cavalcata, per cancellare il Pd e far scricchiolare l’alleanza con l’Svp: “Questo collegio era stato pensato per dare un parlamentare agli italiani dell’Alto Adige. La nuova legge elettorale lo ha ridisegnato a vantaggio dell’Svp. Ora che venga anche utilizzato per scambio di merce mi fa arrabbiare”, attacca Bianchi. È il miracolo dell’operazione Boschi: ha unito la pancia di italiani e sudtirolesi.

È l’incubo dell’Svp. I vertici non sanno che pesci pigliare. Luis Durnwlader – presidente della Provincia di Bolzano dal 1989 al 2014 – non gradisce la domanda: “Non dico niente. Dovete parlare con chi guida il partito oggi”.

Arnold Tribus, direttore del Tageszeitung di Bolzano (in prima pagina una foto scollatissima della ministra), sorride sornione: “Vinceranno”, ma ricorda le recenti esperienze non proprio convincenti dell’Svp, come “le primarie fallimentari con un solo candidato”. E adesso le candidature Bressa e Boschi: “Se il centrodestra avesse candidato Bianchi, come qualcuno aveva proposto, molti elettori Svp potevano votarlo. Ma c’è Michaela Biancofiore che voleva mettere il Tricolore nei masi”. Lei, Biancofiore, cammina per la sua Bolzano con il fedele cagnolino. E smorza i toni: “Macché, dico che tutti i cittadini devono avere le stesse possibilità”. E giù due stoccate all’avversaria: “Io qui ci sono cresciuta in mezzo ai bambini sudtirolesi. Mica ci vengo in vacanza… parlo tedesco”.

Ma se l’Svp vince la partita, può perdere il campionato: “Se perdiamo tanti voti – aggiunge Schiefer – ci giochiamo un senatore al proporzionale. E non siamo più il primo partito della Regione”. Dove andranno i voti in fuga? “Ich stimme nicht, io non voto”, è il rosario che ripetono gli elettori di lingua tedesca per le strade di Cortaccia. Ma c’è chi passa ai Verdi, unico partito interetnico. Quello di Alexander Langer che oggi si schiera con Liberi e Uguali.

E poi ci sono le provinciali di Bolzano in autunno. “Se va bene, la ferita si rimarginerà. Se resta una cicatrice, sarà un guaio”, prevede Schiefer. Ma correranno i partiti sudtirolesi meno moderati, come la Sudtiroler Freiheit che non si presentano alle politiche. Le fortune dell’Svp sono in mano a Maria Elena Boschi e al collegio Bolzano-Bassa Atesina.

Marina B. smentisce sfuriate: “Ho fiducia nel cerchio magico”

La Campagna elettorale sta entrando nel vivo e l’immagine di un leader vecchio e malato non porta voti. Anzi. Così da due giorni, Berlusconi e i suoi fedelissimi mandano continue rassicurazioni dopo l’allarme scattato nel fine settimana. Sbalzi di pressione, affaticamento, impegni tv annullati. Nessun giallo per l’Ottuagenario B., operato due anni fa la cuore. In questa narrazione si colloca la smentita di ieri di Fininvest, a proposito una sfuriata della primogenita Marina sul padre “spremuto come un limone” in questa campagna elettorale: “Alcuni quotidiani parlano stamane di una presunta sfuriata di Marina Berlusconi per l’eccessivo numero di impegni che i collaboratori più stretti del presidente Silvio Berlusconi gli avrebbero proposto in campagna elettorale. Tutto falso, naturalmente”. Prosegue la nota del portavoce del presidente di Fininvest: “Nessuna sfuriata, e nessun motivo per farla. Anzi, da parte di Marina Berlusconi ci sono la massima stima e il più totale apprezzamento per il lavoro svolto, a vari livelli e nei diversi ambiti, dalle persone che più da vicino oggi stanno seguendo il padre nella sua attività”.