La prima mossa, per la Procura di Perugia, è nei fatti obbligata. Il primo e unico atto possibile, per verificare se la procura di Roma abbia commesso dei reati nell’indagare sulla vicenda Renzi-De Benedetti, è acquisire la segnalazione che Consob inviò ai magistrati capitolini e finì anche al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza. È in questi documenti il cuore dell’indagine, stando all’esposto presentato dal presidente onorario dell’Adusbef, Elio Lannutti, oggi candidato per il M5S.
L’Adusbef chiede alla procura di Perugia di valutare, in quanto competente a indagare sui colleghi di Roma, se fu legittimo, dopo aver ricevuto l’informativa Consob, aprire un fascicolo d’indagine con un “modello 45”, ovvero quello delle notizie che non costituiscono reato. Prassi vietata – sostiene l’Adusbef – sia dal codice di procedura penale sia da una circolare del ministero della Giustizia.
“Secondo la circolare – si legge nell’esposto – il ‘modello 45’ è destinato dal legislatore all’iscrizione delle sole notizie prive di qualsiasi rilevanza penale”. È questo il caso dell’informativa che la procura di Roma riceve dalla Consob nel luglio 2015?
Per dare una risposta a questa domanda, la pm Gemma Miliani e il procuratore capo Luigi De Ficchy, hanno un’unica possibilità: acquisire l’informativa che la Consob inviò alla procura di Roma. Non resta che scegliere l’istituzione alla quale inviare la richiesta d’acquisizione: la Commissione parlamentare sulle banche, la Consob, infine la stessa Guardia di Finanza, interpellata dalla stessa procura di Roma.
Sul punto che riguarda le Fiamme Gialle torneremo più in là. Di certo c’è innanzitutto che la Consob è un soggetto qualificato a denunciare illeciti finanziari che riguardano il mercato. E nell’informativa inviata alla procura guidata da Giuseppe Pignatone, nel paragrafo che riguarda le “contestazioni”, vengono segnalati ben cinque casi di “abuso delle informazioni privilegiate”, in forma di illecito amministrativo. Due di essi sono contestati all’ingegnere Carlo De Benedetti, tre al suo broker Gianluca Bolengo. Tutti riguardano l’investimento effettuato da Bolengo sulle azioni delle banche popolari, su indicazione di De Benedetti che, al telefono, gli aveva detto d’aver saputo da Renzi che era imminente il decreto che trasformava le popolari in Spa. L’investimento, pari a 5 milioni, aveva prodotto una plusvalenza di 500 mila euro. Quella della Consob non era quindi un’informazione generica, ma al contrario dettagliata, nonché proveniente da un soggetto qualificato. Se sia stato corretto, per il pm Stefano Pesci, aprire un fascicolo “modello 45”, a questo punto, dovrà stabilirlo la Procura di Perugia che ha appena iniziato le indagini. Tra gli atti che potrebbero essere acquisiti, c’è anche l’annotazione inviata dal Nucleo di polizia valutaria della Gdf, su richiesta della procura, proprio sulla scorta dell’informativa Consob. Il contenuto di quell’annotazione è rimasto top secret – come il resto dell’indagine, fino alla sua acquisizione da parte della Commissione parlamentare sulle banche – ma un fatto è certo: come Il Fatto ha rivelato poche settimane fa, alla Gdf non fu mai affidata alcuna delega d’indagine. E non si tratta di un caso isolato.
Oltre l’informativa su De Benedetti, la Consob inviò alla procura di Roma altri atti, tutti relativi a presunte speculazioni avvenute, in quei giorni, sulle azioni delle banche popolari. A segnalarlo è il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, l’11 febbraio 2015 quando dichiara alla Camera dei deputati d’essere a conoscenza di andamenti anomali di prezzi e volumi sui titoli di alcune banche popolari nei giorni precedenti il decreto che riformava gli istituti di credito. Anche in quel caso, per quanto risulta al Fatto, fu aperto un fascicolo modello 45 – quindi senza reati né indagati – e nessuna indagine fu delegata agli specialisti del Valutario.
Al Fatto risulta anche che tra gli atti inviati dalla Consob alla Procura guidata da Giuseppe Pignatone c’è pure l’interrogatorio fiume che Davide Serra, finanziere vicino a Matteo Renzi, aveva reso proprio dinanzi agli ispettori della Consob. Serra – fondatore del fondo di investimento Algebris di Londra – ha però più volte precisato di non aver mai effettuato investimenti sulle banche popolari all’inizio del 2015. Resta il fatto che l’intero fascicolo sulle banche popolari, esattamente come nel caso De Benedetti-Renzi, pur avendo visto una consultazione iniziale della Guardia di Finanza, non ha mai visto la procura di Roma affidare una delega ai migliori investigatori del settore.
Quella del Nucleo di polizia valutaria, quando si affacciano in procura fascicoli che riguardano le banche, sembra una strana danza, nella quale prima muovono un passo, poi improvvisamente scompaiono. Accade anche quando, ad Arezzo, s’indaga su Banca Etruria che, va ricordato, era una banca quotata in Borsa.
A indagare, su delega del procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi, c’è la polizia tributaria di Arezzo. Evidentemente, c’è chi ritiene che sia necessario rafforzare il gruppo di investigatori, al punto da convocare un incontro che vede, intorno a un tavolo, il procuratore Rossi, i finanzieri di Arezzo, i loro colleghi di Firenze e i super esperti del Nucleo Valutario.
Anche l’esito di quell’incontro è rimasto top secret. Al pari delle annotazioni inviate in procura per il caso Renzi – De Benedetti. Al pari delle iniziali informazioni sul secondo “modello 45”, quello che riguardava il complesso filone delle banche popolari. Di certo c’è, anche in questo caso, che quando le indagini su Banca Etruria si sono concluse, sugli atti d’indagine, dei protagonisti di quell’incontro, resta la firma di un solo gruppo d’investigatori. Quelli originari. I finanzieri del nucleo tributario di Arezzo.