E Malagò si prende tutto il pallone

Una squadra debole. E un uomo forte. Giovanni Malagò non sarà commissario della Federcalcio: un po’ per l’impegno dell’imminente Olimpiade in Corea, un po’ per il desiderio di sedersi al tavolo dei ricchi, il presidente del Coni ha deciso di prendere in mano la Lega.

In Figc così arriva il suo braccio destro, Roberto Fabbricini, a cui Malagò ha deciso di affiancare varie figure. Tra cui Angelo Clarizia, avvocato del potere che ha già lavorato per Consip, Expo e il Consorzio Venezia Nuova travolto dell’inchiesta Mose. Dopo la fine dell’era Tavecchio e l’azzeramento di tutti i vertici servivano due commissari, e così Malagò ha scelto di andare a Milano, dove ci sono i veri interessi, ma anche più incognite: rischia di crearsi il cortocircuito per cui il n. 1 della Lega (Malagò) risponde alla Federazione (Fabbricini), che a sua volta è controllato dal Coni (di nuovo Malagò). Senza dimenticare il pericolo che Malagò a Milano possa non arrivarci: tanti presidenti di Serie A lo temono, e in questo Urbano Cairo e Claudio Lotito, nemici fino a ieri, potrebbero ritrovarsi alleati, al punto da fare le nomine prima che lui torni dalla Corea e scongiurare il commissariamento. Forse sarebbe stato meglio concentrarsi sulla Figc, dove servirà una figura forte e potrebbe non bastare la serietà di Roberto Fabbricini, una vita al servizio dello sport e ora la grande occasione di guidare la Federazione più importante. “Non sono un carneade, chi lo pensa non conosce questo mondo”, dice lui.

Forse proprio per non correre questo rischio, però, il n. 1 dello sport italiano gli ha costruito una squadra intorno: tanti uomini Coni (dall’avvocato Massimo Proto, già membro della commissione riforme per le Federazioni, ad Alberto De Nigro, presidente del collegio sindacale), e un volto del pallone (Alessandro Costacurta). In via Allegri poi c’è anche Michele Uva, direttore generale che avrà ancora più spazio. Ma il vero uomo forte della Federcalcio targata Malagò si chiama Angelo Clarizia. Ben introdotto nei salotti che contano, a Roma come a Milano, è uno dei quattro avvocati (insieme a Alberto Bianchi, presidente della Fondazione Open di Matteo Renzi), a cui Consip ha pagato consulenze milionarie su cui indaga la Corte dei Conti del Lazio. Aderenze al Giglio Magico, buoni rapporti anche con Angelino Alfano: Clarizia ha lavorato pure per Expo, partecipando al raggruppamento d’imprese che si è aggiudicato la gara da 630mila euro per i servizi legali, insieme ad Andrea Gemma, avvocato vicino al ministro degli Esteri.

Citato nelle carte dell’inchiesta Mose (di lui Roberto Pravatà, ex vice dg del Consorzio Venezia Nuova, parlò in termini non proprio lusinghieri negli interrogatori), ora guiderà da subcommissario la Federcalcio. “È il miglior amministrativista in circolazione”, spiegano dal Coni. Del resto lo conoscono bene: per Malagò ha già curato diverse cause (tra cui il ricorso contro l’eventuale referendum sulle Olimpiadi di Roma 2024), incassando dal Coni circa 30mila euro in tutto il 2016. Eccolo, il nuovo corso del calcio italiano.

Forza Mediaset tifa inciucio B. ha un partito nel partito

La stanchezza di Silvio Berlusconi è un memento per tutti. Per chi corre all’ombra del corpo fisico e politico dell’ex Cavaliere è l’ora, gestendo il presente, di preparare il futuro. E le tribù di Forza Italia fanno quel che devono e possono: c’è chi pensa a un futuro politico comunque incardinato nella coalizione di centrodestra (Niccolò Ghedini, Giovanni Toti); chi ha in mente soprattutto le aziende di famiglia; chi prende quel che può (i potentati locali tipo “Cesaros”). Tolti i cacicchi, le prospettive politiche sono diverse: in un caso larghe intese ma senza prescindere dal rapporto con la Lega (o un suo cospicuo pezzo), governo purchessia nell’altro. Per questo nella XVIII legislatura il partito Mediaset torna in campo in forze: ai manager del gruppo già a Roma come Salvatore Sciascia e Alfredo Messina – e ai tradizionali referenti dell’azienda (Paolo Romani, Valentino Valentini, etc) – si aggiungono due pezzi grossi come Adriano Galliani e l’ex vicepresidente Fininvest Pasquale Cannatelli, più l’ex direttore di Panorama Giorgio Mulè (voluto da Marina Berlusconi) e i “comunicatori” Andrea Ruggieri e Alberto Barachini.

Questa pattuglia è, per così dire, filosoficamente allineata al presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri. E Fidel vede, anche in politica, agire la potente mano del destino e dunque, sostiene, dopo i rituali litigi da campagna elettorale, Silvio & Matteo saranno costretti a ripristinare gli antichi accordi del Nazareno. Per Mediaset, d’altronde, se proprio non si può stare al governo, è sempre vitale averne uno amico. Confalonieri non si è mai candidato perché non può lasciare l’azienda (e non gli interessa), ma Galliani è un po’ Mediaset anche lui: lo stesso Fidel lo considera un fondatore dell’impero di Cologno Monzese. Galliani ha conosciuto Confalonieri e Berlusconi in una cena a casa dell’ex Cavaliere il giorno dei santi del ’79: non il calcio, che arrivò solo sette anni dopo, ma le tv erano la portata principale. Berlusconi era interessato a Elettronica Industriale, società acquistata da Galliani, necessaria per trasmettere i canali del Biscione.

Oggi il partito di Mediaset, indebolito dai fallimentari risultati di Premium e dall’infinito contenzioso con Vivendi (azionista al 29%), s’aggrappa all’esperienza di Galliani proprio per rimediare agli investimenti sbagliati sul pallone e per proteggere il Biscione da Roma: intanto, l’azienda ha già iniziato a parlare direttamente con Matteo Renzi e il suo uomo più “Nazareno”, Luca Lotti. “Io sono un soldato di Berlusconi – dice Galliani – e non mi esprimo sul patto del Nazareno. E poi Confalonieri è più di un fratello, non mi permetto un giudizio. Ho atteso anni prima di fare politica perché al Milan mi sentivo trasversale, ma resto un soldato”. In ordine cronologico, dopo trent’anni e 29 trofei al Milan, l’ultimo incarico di Galliani è la guida di Premium e l’ultimo colpo è l’esclusiva per i diritti del Mondiale sottratti alla Rai. Viale Mazzini è il concorrente principale di Mediaset e adesso, sopite le velleità di Pier Silvio di competere con Sky, la tv generalista – come dice Confalonieri – è di nuovo il campo principale. Per campo principale, s’intende la pubblicità: al Biscione aspettano con trepidazione la nomina del renziano Mauro Gaia al vertice di Rai Pubblicità. A Cologno Monzese, però, avevano già accolto con giubilo le dimissioni dell’ex Sky Fabrizio Piscopo, che con un’aggressiva politica di sconti stava scuotendo un mercato rigido.

Oggi Viale Mazzini incassa 670 milioni di euro dagli spot (un miliardo dieci anni fa) e contribuisce a reggere un sistema che da sempre premia Mediaset: nel 2016, per esempio, il Biscione ha dichiarato in bilancio 2 miliardi di euro dalla pubblicità in Italia.

Tornando a Galliani: farà pure il soldato, ma già s’immagina ministro, magari dello Sport. Ieri il Coni ha commissariato la Figc e la Lega Calcio. Il capo Giovanni Malagò, però, non ha scelto di fare il tutore della Federazione come da tradizione, ma quello della Lega Calcio. Il denaro – più di 1,5 miliardi di euro di diritti tv – passa per la Lega. Restituita la Champions League a Sky, il campionato è l’unico prodotto che serve a Mediaset. Premium – cioè Galliani – ha tentato di conquistare all’asta la Serie A al risparmio e, intanto, con un’offerta di Tim sul pacchetto per Internet, si sono svolte le prove generali di una pace con Vivendi (azionista di controllo di Telecom). Il Coni è intervenuto dopo la mancata elezione del presidente della Figc, saltata perché Cosimo Sibilia, capo dei Dilettanti e senatore di FI, candidato contro il renziano Gabriele Gravina, ha ordinato ai suoi di votare scheda bianca: pare che alla scelta abbia contribuito una telefonata arrivata da Berlusconi. Se le larghe intese sono deboli, meglio un uomo da larghe intese. Meglio Malagò. E questo è solo all’inizio.

Il dilemma di Casini

Pier Ferdinando Casini ne ha viste tante nella sua longeva carriera politica, ma di fare il candidato del centrosinistra in un collegio uninominale non l’avrebbe immaginato mai. Lui stesso sembra essere piuttosto consapevole della strana situazione in cui s’è cacciato. Ieri non ha mancato di portare fisicamente la sua solidarietà al circolo Pd di via Belle Arti, che la notte prima era stato imbrattato da qualche anonimo contestatore con alcune scritte ingiuriose. Casini si è presentato con la sciarpa rossoblu del Bologna al collo, come a dire: qualcosa in comune ce l’abbiamo anche noi. Oggi però, che a Bologna arriva Matteo Renzi per il primo comizio in vista del 4 marzo, l’ex leader dell’Udc ha deciso di non farsi vedere. “No, non sarò presente perché ho altri impegni di campagna elettorale”. Spiega Pier Ferdinando: “Renzi presenta il programma del Pd ed è giusto che lo presenti con i suoi amici del partito”. Come a dire: voi fatevi le cose vostre, io mi faccio le mie. Il dubbio sorge spontaneo: è Casini che non vuole danneggiare Renzi perché si rende conto che un democristiano potrebbe imbarazzare i bolognesi di sinistra, oppure è lui che ha paura di essere danneggiato facendosi vedere accanto al segretario del Pd?

La desistenza Renzi-Berlusconi sulle liste: una realtà in tutta Italia

Alle urne si compete sempre, ma in qualche caso con meno aggressività. È il caso in questo 2018 di Pd e Forza Italia. Dalla Lombardia alla Sicilia, per dire, sono parecchi i candidati ex Forza Italia finiti direttamente nelle liste di Renzi. E nei collegi uninominali la “desistenza” tra i due partiti è quasi strutturale: nessuno scontro frontale tra big e una precisione “matematica” nell’opporre a un candidato renziano che deve essere eletto uno debole berlusconiano e viceversa. Le larghe intese, insomma, sono un fatto fin d’ora: Pd e Forza Italia assomigliano a un unico corpo con due teste. Paradossalmente, o forse no, Renzi le sfide più accese le ha volute contro LeU (basti citare Terranova contro D’Alema a Nardò). Quanto alla Lega ha scelto una via diversa rispetto a Forza Italia: il Carroccio, ad esempio in Emilia Romagna e in Toscana, ha spesso scelto candidati “forti” anche dove corre in teoria da perdente.

Partiamo dai “traslocati”. Il deputato Paolo Alli – che corre nel collegio uninominale di Mantova in Senato in quota Beatrice Lorenzin via il fu Ncd di Alfano – è un esponente di Comunione e liberazione e per anni è stato uno dei più stretti collaboratori di Roberto Formigoni: il Celeste, invece, è rimasto a destra. Poi c’è Angelo Capelli, candidato alla Camera nel collegio uninominale di Rozzano, anche lui ciellino, è stato relatore della riforma Maroni della sanità. Mentre Maurizio Bernardo – entrato alla Camera nel 2006 con Forza Italia e rieletto nel 2013 col Pdl – è proprio passato al Pd dopo un passaggio col solito Alfano: è secondo a Varese e Busto Arsizio, posto blindato.

In Sicilia, dove il centrosinistra è quasi azzerato, il Pd candida l’ex Pdl Leonardo Piampiano alla Camera a Palermo. E si carica due pezzi grossi, provenienza Sicilia Futura (il partito che fa capo a Salvatore Cardinale): il primo, Nicola D’Agostino (provenienza il movimento autonomista di Raffaele Lombardo) è stato fondamentale per dare i voti necessari al berlusconianissimo Gianfranco Miccichè per la guida dell’Assemblea regionale (con l’assenso di Luca Lotti); il secondo, Salvo Lo Giudice, cinque anni fa era stato eletto all’Ars addirittura con la lista destrissima di Nello Musumeci.

Persino in Toscana Renzi schiera due ex Forza Italia. Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia entrato nel governo Letta in quota centrodestra, corre nel collegio di Massa e ha pure il paracadute proporzionale. Il fratello di Ferri, Jacopo, è il vice coordinatore regionale di FI: ha offerto le sue dimissioni al partito, che le ha respinte. E così i rumors toscani già danno Ferri in pole position per il ministero della Giustizia in un ipotetico governo Matteo & Silvio. E ancora: a “Firenze Novoli”, alla Camera, il Pd candida in quota Lorenzin l’ex coordinatore Pdl a Firenze, poi passato con Alfano, Gabriele Toccafondi.

Forza Italia per non disturbare schiera solo due big in regione: Massimo Mallegni, ex sindaco di Pietrasanta, che corre per il Senato contro uno dei fedelissimi di Renzi, Andrea Marcucci, a Lucca e Carrara. Il segretario con lui è in ottimi rapporti e si è preoccupato di garantire Marcucci nel proporzionale. L’altra è Debora Bergamini che sfida Ferri, ma è blindata in due collegi plurinominali. A proposito di mutazione: nei 28 collegi di una delle regioni rosse per eccellenza, la Toscana, in posizione eleggibile ci sono solo 3 ex Ds: Silvia Velo, Susanna Cenni e Dario Parrini (ormai più renziano di Renzi).

Due esempi di desistenza, e non piccoli, arrivano dalla Capitale: contro Paolo Gentiloni (collegio Roma 1 per la Camera) corre Luciano Ciocchetti, ex assessore all’Urbanistica della Polverini, non esattamente un big. Contro Marianna Madia (Camera, Roma 2) c’è Maria Teresa Bellucci, presidente nazionale del Modavi onlus e membro dell’Assemblea nazionale del Forum del terzo settore. Per adesso, sconosciuta ai più.

In Lombardia in uno dei (pochi) collegi contendibili dal centrosinistra, Sesto San Giovanni, contro il potente berlusconiano Paolo Romani il Pd schiera la consigliera comunale Diana De Marchi. Strada spianata alla Camera nel collegio di Abbiate Grasso per Michela Vittoria Brambilla, che contro il Pd ha il deputato uscente Francesco Prina, non accreditato di particolari consensi nel territorio. Alessandro Cattaneo, ex sindaco di Pavia, nel suo collegio per la Camera si trova contro un’altra deputata uscente poco competitiva, Chiara Scuvera.

In Piemonte, favore inverso. All’uninominale Torino Collegno, Stefano Esposito avrà di fronte la consigliera leghista del piccolo comune di Piossasco, Roberta Ferrero (ma avrà contro l’ex Fiom Giorgio Airaudo di LeU). Alberto Avetta, sindaco di Cossano Canavese e presidente dell’Anci in Piemonte corre a Ivrea per Palazzo Madama contro Virginia Tiraboschi, imprenditrice, a lungo dirigente comunale e regionale, scelta da Forza Italia anche se (o proprio perché) non è una macchina da voti. Viceversa a Torino 2, contro Roberto Rosso – ex deputato, sottosegretario con Berlusconi e vicepresidente della Regione – il Pd schiera a perdere Silvia Manzi, in quota Bonino.

Passiamo in Campania. A Salerno contro Pietro De Luca, figlio del governatore, per Forza Italia corre il commercialista Gennaro Esposito. Nel Cilento a sfidare Franco Alfieri – l’uomo “delle fritture” e della “clientela scientifica” (parola di De Luca padre) – schiera senza speranza Marzia Ferraioli, professoressa di Procedura penale a Roma Tor Vergata. Viceversa Vittorio Sgarbi, che corre ad Acerra per la Camera contro Luigi Di Maio, ha avuto un occhio di riguardo da don Vincenzo. Al Messaggero ha detto: “Gli elettori del Pd non voteranno il loro debole candidato Falcone, ma me. Così vuole De Luca”.

In Basilicata, il paradosso: Pd e Forza Italia si sono direttamente scambiati i candidati. Nicola Benedetto, fino a poco fa nella Giunta di centrosinistra, è il candidato del centrodestra a Potenza per la Camera. Per il Pd lo sfida Guido Viceconte, ex europarlamentare azzurro, più volte sottosegretario nei governi Berlusconi.

 

Uno non vale l’altro

L’altroieri, dopo l’incontro a Londra fra Luigi Di Maio e i rappresentanti di alcuni fondi di investimento internazionali, è successo il più classico degli equivoci. E, una volta tanto, non è colpa del giornalista Gavin Jones della Reuters che l’ha innescato con un’esclusiva intitolata “Londra, Di Maio: M5S disponibile a governo larghe intese con FI e Pd”. Jones è un giornalista della stampa estera che conosce e capisce la politica italiana più di molti italiani e, diversamente da loro, non scrive nulla senza fonti qualificate e attendibili. Evidentemente ha parlato con uno dei partecipanti agli incontri con Di Maio, il quale gli ha riferito ciò che aveva capito del discorso che il candidato premier dei 5Stelle va ripetendo da mesi, sempre con le stesse parole: “Se la sera del 4 marzo nessun partito o coalizione avrà la maggioranza per governare da solo, e se i 5Stelle arriveranno primi, chiederò al presidente Mattarella l’incarico di formare il nuovo governo, poi andrò in Parlamento e mi appellerò a tutte le forze politiche perché convergano sui contenuti di un programma per punti, senza scambi di poltrone sottobanco, tutto alla luce del sole”. Ovvio che, se tutte le forze politiche dicessero di sì a Di Maio, quello che nascerebbe non sarebbe un governo di larghe, ma di larghissime, quasi totalitarie intese. Cioè avrebbe quasi il 100% dei consensi in Parlamento, più ancora del governo Monti, che vedeva all’opposizione solo la Lega e l’Idv di Di Pietro. Siccome la proposta di Di Maio è inedita e mai sperimentata in alcuna democrazia occidentale, chi l’ha ascoltata a Londra l’ha tradotta in una formula già vista in Italia e non solo (per esempio in Germania): la grande coalizione fra i maggiori partiti.

Di Maio l’ha smentita con orrore, e dal suo punto di vista va capito. Ma anche lui deve capire che la sua idea è pressoché incomprensibile perché irrealizzabile. Perché o è molto furba, o è molto stupida. Molto furba perché consente ai 5Stelle di non scoprire le carte prima delle elezioni, cosa che peraltro non fanno soltanto loro, ma anche e ancor di più gli altri partiti, protagonisti di “coalizioni” finte e truffaldine destinate a durare fino al 4 marzo sera, quando Renzi e Berlusconi saluteranno i rispettivi alleati (dopo averli spremuti come limoni per moltiplicare i propri pochi voti) e tenteranno di convolare – seggi permettendo o comprando – a ingiuste nozze: una truffa collettiva che è stata imposta dal Rosatellum e che dunque non può essere accollata ai pochi che non l’hanno votato (M5S, LeU e FdI). Molto stupida perché tale sarebbe Di Maio se davvero credesse a ciò che dice.

Ecioè che il suo eventuale governo potrebbe essere sostenuto indifferentemente da qualsiasi partito, dalla sinistra (Liberi e Uguali) al centro (Pd e i suoi derivati) alla destra (FI, Lega e FdI). Tantopiù se fosse vero quello che Di Maio dichiara, e cioè che il premier lo farebbe lui, il programma lo scriverebbe lui e i ministri li deciderebbe lui, senza trattare con nessuno: prendere o lasciare, a scatola chiusa. È vero che il rischio di perdere la poltrona appena (ri)conquistata indurrà molti peones a sostenere qualsiasi governo pur di non rimetterla in gioco, ma è anche vero che i peones potrebbero convergere su un governo Di Maio solo se fosse l’unica alternativa allo scioglimento delle Camere. E sappiamo bene che difficilmente sarebbe così: dietro l’angolo, fallito il suo tentativo, potrebbe spalancarsi la strada per una bella ammucchiata con dentro tutti (tranne M5S e forse LeU), che sul programma non andrebbe tanto per il sottile, ma sulle poltrone sì. Un bel replay del governo Letta-Napolitano-Berlusconi del 2013 e poi del Patto del Nazareno del 2014. Quindi Di Maio dovrà scegliere: non oggi, quando ancora non conosce i numeri dei possibili partner, ma la sera del 4 marzo, per non gettare alle ortiche il biglietto vinto a una lotteria che potrebbe non rivincere mai più. Scegliere a quali forze politiche rivolgersi per un patto di governo, sul programmi e sui ministeri, e quali escludere.

Se Grasso, Bersani & C. ottenessero un buon risultato, sarebbero il partner ideale. Sia perché un patto con un ex magistrato relativamente nuovo alla politica costerebbe, all’immagine di purezza dei 5Stelle, molto meno di un accordo con uno o più vecchi partiti. Sia perché a quel punto la proposta potrebbe farsi molto interessante per quei settori del Pd (le minoranze di Emiliano, Cuperlo, Orlando e Boccia) che non vedono l’ora di scaricare Renzi e hanno, sul M5S, posizioni molto meno ostili di quelle renziane. Oltretutto le battaglie sociali dei 5Stelle sono molto più vicine a questi settori del centrosinistra, che al renzusconismo e al leghismo. È ovvio che l’alleanza con la Lega, data quasi per scontata dai giornaloni e molto appetita da una parte dei 5Stelle, sarebbe – non solo numericamente – l’operazione più semplice. Salvini è ansioso di governare con Di Maio per sconfiggere l’ennesimo, prevedibilissimo tradimento inciucista di B. Ma accettarne l’appoggio, per i 5Stelle, sarebbe un errore imperdonabile: sia perché con Salvini non c’è alcuna possibilità di dialogo civile; sia perché le convergenze programmatiche, checché se ne dica, sono scarissime; sia perché il grosso degli eletti pentastellati arriverà dal Centro-Sud e molti di essi se ne andrebbero ipso facto in caso di accordi con chi li ha sempre insultati e disprezzati, facendo mancare molti più seggi a Di Maio di quelli che gli porterebbe Salvini. Per questo lo schema Di Maio, oltre a creare equivoci, non può funzionare. Chi vince le elezioni deve scegliersi gli alleati, con una proposta chiara e innovativa e un atteggiamento umile e duttile. Altrimenti saranno gli altri, cioè chi le elezioni le ha perse, a sceglierlo. Per scioglierlo.

Potere al “trap”: da Milano a Roma, è la musica del 2018

Dall’hinterland milanese a Trastevere, l’onda trap sommerge l’Italia. Trap, non rap, con buona pace di chi fatica a distinguere Fabri Fibra, Fedez e Guè Pequeno da questa nouvelle vague di rimatori armati di beatbox, e che fra la Tangenziale meneghina e il Raccordo Anulare hanno creato l’asse su cui si fonda il potere musicale del 2018. Con una differenza: i lombardi sono frutti di periferie brumose e ostili, come Baggio o Cinisello Balsamo.

Giocano a fare i duri, quelli con l’adolescenza difficile e la strada che ti inghiotte con destinazione galera. Mentre i capitolini sono smagati, indolenti, poeticamente rivolti all’indietro, verso la Ferri o Califano. Nessuno di loro, da una parte all’altra del Paese, può vantare un pedigree nativo “trap”: quella è l’etichetta dei rapper neri di Atlanta, vissuti in catapecchie da cui sono usciti miliardari o pendagli da forca, o entrambe le cose. Però questi italiani, senza sporcare la loro fedina penale, parlano ai coetanei con una capacità persuasiva esponenzialmente superiore a quella dei cantantucoli pop, e questo grazie alla Rete, da cui sono usciti per conquistare la piazza.

I trapper milanesi di punta, prodotti da un beatmaker astuto come Charlie Charles, sono Ghali, Sferaebbasta, Tedua, Izi: ragazzi che hanno superato il confine del platino o che a 25 anni pubblicano autobiografie che sbancano. Ma se Sferaebbasta gioca a fare il tamarrone e sbertuccia i Figli di papà in un singolo (l’album bestseller è intitolato ironicamente Rockstar) e Tedua mette su la maschera del combattente suo malgrado ne La legge del più forte, il personaggio-chiave è Ghali Amdouni, italiano di origini tunisine, look eccentrico, sessualità indecifrata e un legame indissolubile con la mamma, celebrato in Ninna Nanna, oltre a un amore viscerale per il suo-nostro Paese, raccontato con trasporto in Cara Italia, dove giura che non le volterà mai le spalle perché, dice, “tu sei la mia dolce metà”. Frase che non stonerebbe in bocca a un neomelodico, ma con l’autotunes funziona a meraviglia.

I romani sono diversi. Coez è già un consolidato seduttore trap-pop, mentre i fratellini della Dark Polo Gang berciano troppi nonsense. I veri nuovi re della Città Eterna sono Carl Brave & Franco126: una diarchia che già nella sigla d’arte marca il territorio con understatement cazzaro.

Carl Brave? Sulla carta d’identità è Carlo Coraggio, roba che neanche Albertone. E la cifra dopo il nome di Franco non è una password, ma il numero degli scalini di Via Glorioso, quelli che dopo lo scudetto dell’83 furono ridipinti di giallorosso, e che quarant’anni prima avevano visto l’infanzia di Sergio Leone. Lì c’è una targa con le parole del regista: “Il mio modo di vedere le cose talvolta è ingenuo, un po’ infantile, ma sincero. Come i bambini della scalinata”. Su quelle umide sedute si sono consumati le chiappe Carlo e Franco con i loro amici della crew 126(Ketama, Pretty Solero, Borghetti) tra canne e peroncini. Finché i due non hanno trovato la quadra per superare le gabbie del trap più insolente, trasformandolo in un suono caldo e in qualche modo “indie” per un album, Polaroid, tra i migliori degli ultimi tempi. Il loro è neorealismo musicale da Terzo Millennio, con un’ombra pasoliniana. E la gergalità di Carl e Franco ha spopolato anche fuori dalle Mura Aureliane: i concerti milanesi di questi giorni sono sold-out come quelli romani, o a Napoli, Torino, Venezia. Li senti parlare di bori, ciocie, nasoni, zozzoni, del tram 19 o della tipa-bene che non conquisterai perché ha casa all’Argentario, e capisci che Roma è di nuovo un laboratorio emotivo per la giovane Italia.

C’è quella canzone, Pellaria, con un titolo slang che tutti, da Bolzano alla Sicilia, hanno saputo tradurre: stralunati, strafatti, ma anche con la testa fra le nuvole. E nell’era dei selfie ci sono le Polaroid “dove veniamo sempre male”, racconta Franco, “e che per il quartiere scattano Said e Ali: costano fino a cinque euro, ma ora a volte ce le fanno gratis”. Storie di vita senza età, come nel bar di San Callisto, dove i vecchi giocano a carte e dove, dicono i due, “noi perderemmo di sicuro: quelli stanno lì da vent’anni”.

La Formula1 si “spoglia” delle sue ombrelline

“Riteniamo che questa usanza non sia in sintonia con i valori del marchio e sia chiaramente in contrasto con le norme della società moderna”.

Con queste parole Sean Bratches, managing director delle operazioni commerciali in Formula 1, ha annunciato la più inaspettata delle rivoluzioni in vista della nuova stagione, al via il 25 marzo da Melbourne: sulla griglia di partenza del gran premio di Australia, e degli altri venti che seguiranno, non ci saranno ragazze discinte.

Donne e motori, un tandem di sicuro successo che viene ammainato.

Liberty Media, il gruppo che gestisce la competizione automobilistica, ha ammesso che le cosiddette ombrelline sono “da decenni uno dei caposaldi della Formula 1”, ma ha spiegato di non credere più che sia qualcosa di “appropriato o rilevante per i fan, vecchi e nuovi”.

Fondata in Colorado dal magnate John C. Malone, è una delle principali compagnie americane nel campo televisivo. Quando nel 2016 ha acquistato per 4.4 miliardi di dollari i diritti per la gestione delle corse, il gruppo ha subito proposto cambiamenti significativi, dall’apertura di nuovi impianti a regole diverse per le pay-tv e lo streaming, fino a un utilizzo più moderno del brand.

Erano in pochi a credere che l’abolizione delle “grid girl” sarebbe stata la priorità.

La decisione rappresenta una presa di distanza simbolica forte rispetto ai 40 anni di dominio di Bernie Ecclestone.

Le ombrelline sono un fenomeno nato alla fine degli anni Sessanta, con l’iconica figura della modella giapponese Rosa Ogawa. Sposata con il pilota della Toyota Kawai Minoru, inaugurò un’altra tradizione: il colpo di fulmine nel paddock, filone poi proseguito da campioni come Valentino Rossi e Andrea Dovizioso, per passare ai colleghi con due ruote in meno.

A fine anni settanta le ragazze in bikini a bordo pista, dove prima erano ammessi solo i meccanici, fecero la loro comparsa, prima a Le Mans e poi su tutti i circuiti, per volontà dei marchi di cosmetici e vestiti.

Negli anni Ottanta il fenomeno esplose, con l’introduzione degli ombrelli a proteggere gli atleti dal sole o dalle intemperie, da sempre criticato come un atteggiamento di ingiustificabile servilismo verso il sesso forte, e con gli occhiolini a favore di telecamera.

Per aspiranti modelle, reclutate tramite le agenzie, un’opportunità di un piccolo guadagno extra: una giornata di lavoro poteva valere dai duecento agli oltre mille euro, a seconda del committente.

Negli anni sono nate anche diverse definizioni di quelle che da noi sono semplicemente le ombrelline: Race Queen, Pit Babe, come si dice in Gran Bretagna, Racing Models, come vuole la cultura orientale, tra le più affezionate al genere e allo stereotipo.

Che fra qualche tempo sarà archeologia del costume, da guardare, a seconda dei propri valori e dei propri gusti, con un pizzico di nostalgia oppure come un’aberrazione cui finalmente si è posto fine.

Azeglio Vicini, un signor allenatore (e un signore)

Azeglio, perché i genitori si ispirarono a Massimo D’Azeglio, il marchese che i Savoia avevano inviato in Romagna dopo la Seconda guerra d’Indipendenza. Ma a scuola, “Azelio”: perché la maestra detestava la forma “gl”. Azeglio Vicini ci ha lasciato martedì, a Brescia, sul filo degli 85 anni: li avrebbe compiuti il 20 marzo. Il suo calcio – senza presidente, senza ct – gli dedica un minuto di silenzio. Era nato nella campagna di Cesena e cresciuto al mare di Cesenatico. Studiare gli piaceva, l’insegnante preferita era la mamma di Giorgio Ghezzi, il portiere kamikaze. Una famiglia numerosa, i Vicini: papà Giuseppe, mamma Maria e sette figli, quattro maschi e tre femmine.

I triboli della guerra, una palla di stracci come trastullo e riscatto, la passione che piano piano lo brucia. Tifoso del Grande Torino e di nessun altro: Valentino Mazzola, disse, meritava la fedeltà più assoluta. Primo stipendio: 15 mila lire al mese dal Cesenatico. Primo trasferimento: nel 1952 al Cesena del conte Alberto Rognoni per 350 mila lire. Dopodiché: Vicenza, tanta Sampdoria, Brescia. Mezzala e poi, su dritta di Bela Guttmann, mediano. Segnava di meno, correva di più. A Vicenza conobbe la donna della sua vita, Ines. Gli darà tre figli.

L’allenatore nasce a Brescia e, nel 1968, entra in Federazione. Avrebbe dovuto restarvi un paio d’anni, tanto per fare pratica: vi rimase fino al 1991. La devastante Corea del 1966 aveva suggerito di creare uno stile federale. Il presidente della Figc era Artemio Franchi: un gigante (che non significa un santo).

Il romanzo di Azeglio comincia qui, osservatore e assistente di ct del calibro di Ferruccio Valcareggi ed Enzo Bearzot. Gli affidano la nazionale Juniores e la Under 21, attraverso la quale forgia, tra gli altri, Beppe Bergomi, Antonio Cabrini, Paolo Rossi, e che nel 1986 porterà al secondo posto dell’Europeo. Perde la doppia finale con la Spagna di Luisito Suarez “solo” ai rigori. Un triste presagio. È la covata di Walter Zenga, Gianluca Vialli, Roberto Mancini, Roberto Donadoni, Giuseppe Giannini, Gianfranco Matteoli. In Spagna, nel 1982, Azeglio è la spia del “Vecio”: segue gli avversari, li scruta, li spoglia, li pesa.

Passano quattro anni e la balena bearzottiana si arrende in Messico agli arpioni di Michel Platini. Franco Carraro sceglie Vicini: commissario tecnico. E così Ines, la moglie che appena può porta con sé, diventa la “commissaria”.

Vicini deve chiudere un ciclo e aprirne un altro: ci prova, ci riesce. Travasa la Under – perché sì, siamo in un altro secolo e i vivai sono granai, non deserti – e predica un calcio di matrice italianista tutt’altro che avaro.

Agli Europei del 1988, in Germania Ovest, cede in semifinale esclusivamente all’Unione Sovietica di Valeri Lobanovski, una specie di Ajax robotizzato.

Il Mondiale italiano del 1990 ne decreta la popolarità e i confini. Terzi, dopo sei vittorie e un pareggio, quello stramaledetto con l’Argentina di Diego Maradona a Napoli.

Ancora i rigori, ma la bellezza di 27,5 milioni di spettatori inchiodati davanti alla tv, per uno share dell’87,5%: record dei record.

Partì con Vialli e Andrea Carnevale titolari, sdoganò Totò Schillaci e Roberto Baggio, ma proprio con gli argentini riesumò Vialli e sacrificò il Divin Codino, salvo inserirlo nel finale. Molti lo criticarono. Le notti magiche si trasformarono, così, in notti di processi, di eccessi, di schieramenti.

Eppure quella era un’Italia che giocava bene e divertiva, amata dai tifosi. E il gol con il quale Claudio Caniggia replicò alla rete di Schillaci, su uscita “lenta” di Zenga, fu il primo (dei due) che incassammo. Si sa come vanno le cose in questi casi: pagano gli allenatori.

Azeglio pagò nel giro di un anno. Il presidente, Antonio Matarrese, prese come uno smacco quella medaglia di bronzo. Friggeva. Gianni Petrucci, all’epoca segretario generale della Federazione, lo spinse verso il calcio degli scienziati. Basta con gli artigiani di Coverciano, al diavolo la favola dei mastri Geppetti, spazio ai docenti del pressing e delle ripartenze. Il tam tam dei berlusconiani favorì l’operazione. Serviva un pretesto. Figuriamoci il destino: non aspettava altro. Eliminatorie europee, Urss-Italia a Mosca. O la va o la spacca.

Il palo di Ruggiero Rizzitelli fissò una fine e un inizio, il tramonto di Azeglio e l’alba di Arrigo Sacchi, che con il Milan aveva rinnegato il vecchio testamento. Proprio Rizzitelli offrì al Vate di Fusignano (sempre Romagna, ma altra Romagna) il primo gol e il primo pareggio: a Genova con la Norvegia.

Vicini salvò il Cesena in B e fu esonerato dall’Udinese in A. Era il 1993, scese da cavallo. Non si sentiva unto del Signore. Anche per questo, è stato un signor allenatore e un signore.

La conversione islamica del leader anti-stranieri

Il ribaltone alla tedesca è religioso. Arthur Wagner ha 48 anni, un doppio passaporto (tedesco e russo) e moglie che lavora per l’asilo della chiesa evangelica. La coppia abita nella regione del Brandeburgo, dove lui è impegnato in politica con Alternative für Deutschland, il partito populista e xenofobo che ha trionfato alle ultime elezioni federali, anche se lui ha respinto la definizione. “Potrebbe diventare un partito popolare”, ha azzardato.

Wagner si è convertito all’Islam segretamente lo scorso 29 ottobre nella moschea di Ufa, assumendo il nuovo nome Ahmad. Ha evocato Caterina II per cucire legami tra la Germania e l’Islam. L’11 gennaio si era dimesso dalle cariche di partito per “motivi familiari”e nella conferenza stampa di ieri Wagner si è scusato con il partito, escludendo categoricamente di volerlo lasciare. Il caso è esploso dopo che Wagner ha reso nota la conversione: “Ho imparato a conoscere i musulmani come persone aperte e oneste”, avrebbe osservato.

Kai Berger, responsabile della sezione, non l’aveva presa bene: “Che fosse diventato musulmano l’ho appreso dai giornali – ha dichiarato – Sono molto deluso. Molti iscritti si aspettano che lasci la AfD. Purtroppo non possiamo buttarlo fuori”.

Il portavoce Daniel Friese ha cercato di ridimensionare il caso: “Il partito non ha alcun problema – ha assicurato – la religione è un aspetto privato. Noi difendiamo la libertà di culto stabilita dalla Costituzione”.

Il paradosso è lo stesso Wagner non sembra altrettanto moderato. Ha in parte motivato la sua decisione di lasciare la chiesa evangelica perché non era più d’accordo con le sue posizioni. Ad esempio, l’atteggiamento nei confronti della stessa AfD, il matrimonio per tutti e la partecipazione di parroci con bambini al Cristopher Street Day di Berlino, una sorta di gay pride.

“Intrappolati nella faida Taliban-Isis, dobbiamo restare per gli afghani”

Ambasciatore Roberto Cantone, cosa sta accadendo in Afghanistan?

La nuova strategia americana annunciata da Trump – che prevede tra l’altro un maggiore sostegno in termini di uomini e mezzi, soprattutto aerei, alle forze di sicurezza afghane – ha comportato un aumento dell’efficacia delle azioni militari contro “l’insorgenza”. Ciò ha provocato una reazione da parte dei vari gruppi terroristici che, in queste ultime settimane, hanno intensificato il numero degli attentati soprattutto a Kabul, dove maggiore è il numero degli internazionali. Ai Talebani e ai movimenti collegati, come la Rete Haqqani, si sono aggiunti i gruppi riconducibili a Daesh, che operano in prevalenza nelle provincie al confine con il Pakistan. Tra le due galassie vi sono peraltro contrasti sia in termini ideologici che operativi: mentre i Talebani rivendicano un’agenda prettamente “nazionale”, volendo costituire un loro Emirato, Daesh ha un’aspirazione di più ampia portata geopolitica, sia per quanto riguarda il controllo del territorio che per i proventi delle attività illecite quali produzione e traffico di narcotici. I due gruppi avrebbero solo occasionalmente collaborato, ma in questo momento si contrastano, anche violentemente, in ragioni dei diversi e confliggenti obiettivi. Gli stessi Talebani non sono un gruppo unitario, ma frammentato all’interno in fazioni, ciò che rende particolarmente difficile al governo tentare di stabilire un dialogo in vista di un processo di pace e riconciliazione.

Il senso, e la pratica, della missione Nato dovrebbe cambiare?

“Resolute Support” è una missione di assistenza e formazione all’esercito e alle altre forze di sicurezza afghane, a differenza della precedente missione Isaf, conclusasi nel 2014, che prevedeva funzioni di combattimento. L’obiettivo è accrescere le capacità operativa delle forze afghane con lo scopo di renderle del tutto autonome nella gestione della sicurezza. Se e come la missione dovrà eventualmente cambiare le regole di ingaggio, ciò dipenderà dalla volontà dei Parlamenti nazionali; nella pratica, qualcosa è già cambiato: la principale novità consiste nel passaggio da un impegno militare basato su una scadenza temporale a uno basato sugli obiettivi da raggiungere sul terreno.

Una stagione di terrorismo che, rispetto agli anni scorsi è iniziata in forte anticipo rispetto alla fatidica ‘primavera’: solo un caso o il segnale di un peggioramento generale della situazione?

Negli ultimi anni la “stagione dei combattimenti” si è di fatto estesa, oltre il tradizionale periodo che aveva inizio in primavera e in coincidenza con condizioni meteo favorevoli. A seguito del fatto che gli ultimi inverni sono stati meno nevosi e che la presenza militare internazionale è diminuita da circa 150mila a 13mila unità, i terroristi hanno potuto beneficiare di una maggiore facilità di azione. È anche vero, peraltro, che i Talebani non sono riusciti negli ultimi due anni a conquistare importanti città del Paese, uno dei loro principali obiettivi tattici, a riprova della tenuta delle forze afghane.

L’anno scorso il grosso del contingente della cooperazione e in parte diplomatico, era stato ritirato. Vista la fitta cadenza degli attacchi è previsto a breve un nuovo ridimensionamento, seppur temporaneo?

Non c’è mai stato un ridimensionamento del personale diplomatico. L’attenzione resta sempre molto elevata, così il livello di allerta, ma la nostra presenza è fondamentale per garantire le attività a sostegno di sicurezza e sviluppo.