Al-Sisi & Eni, pacche sulle spalle alla faccia del ricordo di Regeni

Poteva essere, in termini brutali, una moneta di scambio. In un mondo dove il senso di giustizia non si prostra sempre e comunque agli affari, la produzione nel campo di gas offshore di Zohr a Port Said da parte dell’Eni – dunque italiana – sarebbe potuta essere una delle leve per chiedere la verità su Giulio Regeni e la sua morte violenta avvenuta al Cairo due anni fa.

I numeri lo avrebbero permesso, l’operazione è imponente: entro la fine del 2019, la produzione raggiungerà circa 822 milioni di metri cubi al giorno, secondo le stesse autorità egiziane. “Speriamo di raggiungere l’autosufficienza” ha detto il ministro del Petrolio, Tarek Al-Molla, durante l’inaugurazione, dinanzi al presidente Abdel Fattah al-Sisi e all’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi. Grazie a Zohr il governo pianifica di interrompere l’importazione di gas naturale liquefatto e di risparmiare 230 milioni di dollari al mese. Una medaglia al petto per al-Sisi in vista delle prossime elezioni. Una bella somma, in cambio di giustizia. Invece è accaduto tutto il contrario ieri a Port Said. Descalzi ha sottolineato che “questo gas è per l’Egitto ma sarà anche per l’export. E il punto più probabile dove il gas arriverà è l’Italia” mentre il presidente al-Sisi ha sfruttato l’occasione per dare una lettura della vicenda Regeni.

“Sapete perché volevano intaccare il rapporto fra noi e l’Italia? Era in modo per non farci arrivare a questo”, in riferimento a Zohr. Insomma, per l’ex generale l’omicidio del ricercatore italiano è stato un tentativo di “tagliare l’amicizia fra Italia ed Egitto”. Ribadendo le condoglianze alla famiglia Regeni e che l’indagine non si concluderà sino a quando i colpevoli non saranno trovati, al-Sisi ha concluso: “Non dimenticherò che l’Italia è stata dalla nostra parte nonostante l’incidente di Regeni. Non lo dimenticherò e non lo farà neanche l’Egitto”.

La versione del presidente potrebbe anche essere corretta; ma, proprio alla luce di questo rapporto speciale con l’Eni e l’Italia, non sarebbe stato meglio dimostrare questa riconoscenza attivando una inchiesta degna di questo nome invece di somministrare due anni di depistaggi e falsi responsabili, aumentando lo strazio dei genitori e di quanti vogliono conoscere quale è stato il movente del sequestro e dell’esecuzione dello studente? Ieri a Port Said tante strette di mano fra il governo al-Sisi e l’Italia rappresentata dall’Eni, su Giulio Regeni solo chiacchiere e distintivi.

Daesh, l’Italia e la brigata di Tunisi

Il britannico Guardian sostiene che una cinquantina di combattenti tunisini affiliati all’Isis sarebbero arrivati in Italia con piccole imbarcazioni. Alcuni di loro avrebbero già raggiunto altri paesi europei. Il giornale inglese segnala che l’Interpol ha sollecitato l’attenzione della polizia italiana. Il Viminale però non concorda e afferma che non vi siano riscontri. O meglio, che quei soggetti sospettati di terrorismo sono stati già individuati ed espulsi

La lista con i nomi dei presunti foreign fighters entrati in Italia tra luglio e ottobre dell’anno scorso, sarebbe stata inviata al ministero dell’Interno il 29 novembre. Quattro terroristi, scrive il Guardian, erano già noti ai servizi di intelligence europei ed uno di loro potrebbe aver già passato il confine italo-francese per raggiungere il Dipartimento di Gard, nel sud della Francia.

“Non trova alcun riscontro l’informazione di 50 combattenti stranieri approdati sulle coste italiane appartenenti all’Isis e pronti a compiere attentati” si legge in una nota ufficiale del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, ricordando che le autorità tunisine hanno segnalato in più occasioni il pericolo di ingresso in Italia da parte di integralisti islamici.

Questa collaborazione ha permesso di rintracciare “un esiguo numero di persone segnalate le quali, a seguito delle previste procedure d’identificazione, sono state immediatamente rimpatriate”. Si tratterebbe di alcuni dei 35 tunisini espulsi dall’inizio del 2017 ad oggi, una decina da luglio in poi. Altri nominativi indicati dai servizi tunisini, secondo quanto si è appreso, sarebbero invece già in carcere in Italia e altri ancora sono “oggetto di approfondimento investigativo”.

Secondo gli 007 italiani, dunque, non ci sono terroristi a piede libero, semmai nei mesi scorsi da Tunisi sono stati segnalati soggetti usciti o in uscita dalle carceri che avevano intenzione di arrivare in Italia; persone con precedenti penali per reati comuni – fra cui traffico di stupefacenti – ma non per terrorismo. Tuttavia, questi ex galeotti potrebbero aver mostrato simpatie per Daesh; non sarebbe la prima volta che criminali comuni diventano soldati dell’Isis

“La Volkswagen ha nascosto i test con le scimmie perché devastanti”

La Volkswagen ha cercato di mantenere segreti i risultati di un test sugli effetti degli scarichi del diesel sulle scimmie perché ha mostrato un impatto sulla salute peggiore del previsto. Lo riferisce il tabloid Bild, che sostiene che i test sui fumi di scarico di 10 scimmie (poi tutte soppresse) che hanno scatenato nuovi scandali pubblici dopo lo scandalo delle truffe delle emissioni di Vw “non avrebbero mai dovuto venire alla luce” perché i risultati sarebbero stati “troppo devastanti”. A seguito delle rivelazioni dei test scioccanti con scimmie e cavie umane, Vw ha sospeso il suo principale lobbista Thomas Steg ed etichettato i test “non etici e ripugnanti”. Lo studio che ha utilizzato scimmie nel 2015 come cavie in un laboratorio di Albuquerque, nel New Mexico, era destinato a dimostrare che i gas di scarico diesel di un Maggiolino Vw sarebbero più puliti di quelli di un vecchio pick-up Ford. “Tuttavia, ciò non è stato quello che hanno dimostrato i risultati”, scrive la Bild, citando documenti interni all’azienda, nonostante il fatto che il modello Vw fosse stato dotato di uno dei dispositivi per truccare le emissioni durante i test, di quelli chiamati già in causa per il dieselgate. Bild sostiene che dopo 4 ore di esposizione, il sangue è stato prelevato dagli animali e uno speciale endoscopio è stato inserito nelle loro trachee e bronchi attraverso il naso o la bocca. Alcune delle scimmie avrebbero mostrato un grado più alto di infiammazione rispetto ad altri animali.

Uomini che odiano le donne: la polizia interroga Ramadan

Le due donne che accusano Tariq Ramadan hanno raccontato episodi di estrema violenza e umiliazione. Il teologo svizzero, specialista di Islam, è stato fermato e interrogato ieri a Parigi nell’ambito di un’inchiesta per stupro aperta contro di lui.

Una figura controversa, Ramadan, titolare di un dottorato a Ginevra, ha scritto una tesi sul nonno, fondatore del movimento dei Fratelli musulmani. Da una parte l’intellettuale è stato spesso al centro di polemiche per la sua visione conservatrice dell’Islam e per le sue posizioni giudicate antisemite.

Ma nel 2004 Time magazine lo ha anche citato tra le 100 personalità più influenti del mondo. Le accuse contro di lui sono molto gravi e gli hanno già valso la sospensione dall’incarico di docente di studi islamici all’Università di Oxford. Lui le smentisce, denunciando a sua volta una “campagna di calunnie”.

La prima a sporgere denuncia, lo scorso autunno, è stata Henda Hayari, scrittrice francese di origini maghrebine, ex salafista, ora militante laica e femminista. In un libro J’ai choisi d’être libre, del 2016, la Hayari spiegava come è riuscita a liberarsi dal velo islamico dopo gli attentati del 2015. Raccontava anche di essere stata aggredita da un noto intellettuale musulmano, di cui però non rivelava l’identità.

Il nome di Ramadan lo ha fatto tempo dopo, sulla scia dello scandalo Weinstein. La donna accusa il teologo di averla violentata in una camera d’albergo, nel 2012. Ai media francesi ha raccontato di averlo contattato via Facebook per chiedergli consigli religiosi. Un giorno, ha detto a BFMtv “ho pubblicato una mia foto senza velo, con i capelli sciolti e un po’ di trucco”. A quel punto lui le avrebbe scritto: “Non ti sei comportata bene. Così facendo susciti il desiderio degli uomini”. Ramadan le avrebbe quindi proposto di incontrarlo mentre era di passaggio a Parigi, a margine di un convegno, invitandola a raggiungerlo nella sua camera d’albergo: “Stiamo più tranquilli per parlare, nella hall c’è troppa gente”. Lei dice di essersi fidata, ma una volta in camera: “È stato orrendo – ha raccontato – si è gettato su di me come una bestia feroce”.

Hayari sostiene di aver tentato di opporre resistenza: “Dicevo ‘no’, ma lui mi ha colpito con violenza, mi ha preso a schiaffi e mi ha stretto la gola. Ho creduto di morire. Allora mi ha violentato. Ero certa che se continuavo a respingerlo mi avrebbe uccisa”. L’episodio di violenza che racconta l’altra donna, una francese di 42 anni convertita all’Islam, è molto simile. Risale all’ottobre 2009.

La sua testimonianza era stata riportata da Le Monde al momento della denuncia, fine ottobre. Anche lei dice di essere entrata in contatto con il teologo per chiedergli consigli e che per diversi mesi si sono scritti via social. Un giorno si sono incontrati: “Mi ha dato appuntamento al bar dell’hotel Hilton di Lione dove si era fermato per partecipare a un convegno”, ha raccontato. Quindi lui l’ha invitata a raggiungerlo in camera con la scusa di fuggire gli sguardi indiscreti.

La donna, che aveva un piede ingessato e camminava aiutandosi con le stampelle, sarebbe stata aggredita appena arrivata in camera: “Ha dato un calcio alle stampelle e si è gettato su di me. Ha detto: ‘Mi hai fatto aspettare, la pagherai cara’”. Ramadan l’avrebbe quindi più volte colpita al viso prima di violentarla: “Ho urlato per il dolore, gridando di smetterla”. Dopo lo stupro, lui l’avrebbe trascinata per la camera tirandola per i capelli: “Sono rientrata a casa come se fossi un robot”.

Sempre più impieghi in nero in famiglia: 3,3 milioni di italiani

Sono operai, agricoltori, camerieri, magazzinieri, lavoratori dello spettacolo, ma nel 60% dei casi sono lavoratori domestici. Sono 3,3 milioni di italiani che – soprattutto al Sud – lavorano in nero, senza diritti e con uno stipendio dimezzato rispetto ai loro colleghi regolari (in media 8 euro l’ora al posto di 16). Le imprese che ricorrono al sommerso riducono il costo del lavoro di oltre il 50%, evadono fisco e contributi per quasi 108 miliardi di euro e lasciano spesso fuori mercato le aziende che operano nella legalità. L’allarme lanciato dal focus Censis-Confcooperative si riferisce alle conseguenze che la crisi ha lasciato ai lavoratori, costringendoli, per le difficoltà economiche, ad accettare un’occupazione a ogni costo. Così è accaduto che nel periodo 2012-2015 (questi gli anni per cui sono disponibili gli ultimi dati), mentre il lavoro regolare si riduceva del 2,1%, quello sommerso aumentava del 6,3%, portando a oltre 3,3 milioni i lavoratori che vivono in questo cono d’ombra non monitorato.

In 6 casi su 10, gli occupati irregolari lavorano in famiglia: sono soprattutto badanti, colf, assistenti domestici.

Agenzia del farmaco a Milano: ricorsi a ostacoli

Amsterdam non è pronta a ospitare nei tempi prestabiliti la sede dell’Ema, l’agenzia europea del farmaco perché la sede. A denunciarlo è stato proprio il direttore dell’ente, Guido Rasi. Così, in poche ore, nei giorni scorsi si sono diffuse le dichiarazioni del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, del governatore della Lombardia, Roberto Maroni e del sindaco di Milano, Beppe Sala, sulla possibilità di riproporre Milano come candidata e fare ricorso alla Corte di Giustizia europea contro l’assegnazione della sede alla città olandese per sorteggio. Le due candidate, infatti, erano arrivate alla votazione con un pari merito.

“Milano era pronta e operativa – ha twittato la Lorenzin – sarebbe stato meglio decidere su elementi tecnici senza affidarsi alla sorte. Dobbiamo porre la questione in Commissione Europea”. L’idea è che Amsterdam possa aver fornito dati fuorvianti sul suo essere pronta o meno. E che su questi dati siano state prese decisioni sbagliate.

La cautela. Già dopo poche ore, però è subentrata la cautela sul tema ricorsi. Martedì, la stessa ministra ha detto: “Il ricorso sta partendo e si farà, ma le possibilità sono poche perchè conosciamo le procedure di Bruxelles”. Il sottosegretario agli affari europei, Sandro Gozi, ha parlato di “un atto doveroso, anche se il caso è molto difficile”.

Ieri, il premier Paolo Gentiloni ha detto: “La partita non è chiusa, non dobbiamo farci illusioni tuttavia che sia facile riaprirla perché ci sono delle procedure che sono state seguite”.

I ricorsi. Sono arrivati a destinazione: la Corte di Giustizia europea ha comunicato di averne ricevuto uno dell’Italia con la richiesta di annullare la decisione del Consiglio Ue e l’altro del Comune di Milano con la stessa richiesta.

L’iter. Martedì, il portavoce della Commissione europea ha però sottolineato in conferenza stampa che “non è stata una decisione del Consiglio, ma una decisione di 27 stati membri”. Se si consultano le notizie presenti sul sito del Consiglio Europeo e del Consiglio dell’Ue, si legge infatti: “I ministri hanno selezionato le nuove sedi delle due agenzie attualmente ubicate nel Regno Unito, che devono essere trasferite nel contesto della Brexit. Amsterdam (Paesi Bassi) è stata selezionata come nuova sede dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) e Parigi (Francia) come nuova sede dell’Autorità bancaria europea (Abe). La selezione si è svolta a margine del Consiglio “Affari generali” conformemente alla procedura approvata dai capi di Stato o di governo dell’UE a 27 il 22 giugno 2017”. Potrebbe quindi non essere considerato un provvedimento del Consiglio Ue, bensì una decisione tra i 27 governi dell’Unione e non un atto del Consiglio: quindi è più difficile ricorrere.

Il commissario. La sensazione, a Bruxelles, è poi che sia una polemica da campagna elettorale: “Sono spiacente, ma non sono parte del dibattito elettorale italiano, né lo è la Commissione – ha detto il commissario europeo alla Salute, Vytenis Andriukaitis – La decisione del Consiglio è stata presa, e noi la seguiamo: l’Ue si basa sullo Stato di diritto. Non sta alla Commissione partecipare a un dibattito vicino alla campagna elettorale italiana”.

Il lavoro è solo precario: il boom è dei senza-fiducia

Era iniziato male ed è finito peggio: il 2017 per il lavoro è stato un anno nero. Aumentano solo i precari e gli sfiduciati: i primi sono quelli che hanno un posto di lavoro dipendente ma a termine, i secondi sono i disoccupati che hanno smesso di cercare un impiego perché pensano che non riusciranno a trovarlo. Calano invece quelli con un posto stabile e crollano le persone che mettono su un’attività autonoma. I dati Istat di dicembre 2017, che segnano addirittura un numero di occupati inferiore a quello di novembre, ci catapultano definitivamente in una realtà dominata dai contratti a scadenza: sono stati ben 300 mila in più rispetto a dodici mesi prima. Nel primo anno senza incentivi, invece, le assunzioni stabili sono uscite di scena, con un calo su base sia mensile sia annuale.

L’ultimo mese dell’anno appena trascorso è stato molto negativo per il mercato del lavoro. A dicembre, come detto, abbiamo avuto 66 mila occupati in meno rispetto a novembre. Nemmeno i lavoretti stagionali natalizi hanno risollevato le statistiche. Ricordiamo infatti che basta un’ora settimanale in servizio per essere definito occupato. Il tasso di occupazione ha risentito della cattiva performance e si è fermato al 58%, ancora lontano dal massimo raggiunto prima della crisi, ovvero il 58,9% di aprile 2008. Contemporaneamente è sceso anche il tasso di disoccupazione, cioè la percentuale che include non tutte le persone senza impiego, ma solo quelle che fanno ricerca attiva di un lavoro: chi invia il curriculum alle aziende o si è iscritto alle liste di disoccupazione, per esempio. Il dato di dicembre 2017 indica il 10,8%, ovvero 2,791 milioni (a novembre erano 47 mila in più). Ma non c’è da festeggiare, perché la discesa della disoccupazione è bilanciata dalla salita del tasso di inattività: a non cercare più lavoro, perché scoraggiati, sono 13,44 milioni di persone, con un aumento di 112 mila unità tra novembre e dicembre. Ecco perché sono calati sia gli occupati sia i disoccupati: una fetta di questi ultimi ha smesso di cercare un posto, passando così nell’insieme degli inattivi.

Le statistiche non buone di dicembre pesano anche sul risultato complessivo annuale. Tra dicembre 2016 e dicembre 2017, gli occupati sono aumentati solo di 173 mila unità. Si tratta di una somma algebrica: 365 mila in più tra gli over 50 – spesso trattenuti dalla legge Fornero – e 204 mila in meno nella fascia tra 35 e 49 anni. Discorso simile sulla qualità del lavoro: i dipendenti precari sono aumentati di 303 mila; i lavoratori stabili e gli autonomi sono calati rispettivamente di 25 mila e 105 mila. La discesa degli indipendenti è in parte spiegata con il fatto che molti di loro hanno trovato un lavoro dipendente. È anche vero che, dopo l’approvazione dello statuto dei lavoratori autonomi (a maggio), ci si aspettava una maggiore spinta a “mettersi in proprio”: così non è stato. Tra poco più di un mese, il Jobs Act – con il nuovo contratto a tutele crescenti senza articolo 18 – spegnerà tre candeline. Da quando è stata approvata quella riforma (marzo 2015), abbiamo 714 mila occupati in più. Anche qui bisogna scomodare l’algebra: quel numero contiene 187 mila autonomi in meno e 901 mila dipendenti in più. Tra questi ultimi, però, ben 516 mila sono precari (il 57,3%) e solo 385 mila a tempo indeterminato, nonostante due anni di incentivi alle assunzioni stabili. Le ultime tabelle Istat costringono Matteo Renzi e il Partito democratico a volare più basso. Finora hanno sempre sostenuto di aver creato un milione di posti di lavoro, riportando fantasiose percentuali di contratti stabili. A prescindere dalla qualità dei nuovi impieghi, i dati Istat di ieri mostrano come dall’insediamento del governo Renzi (febbraio 2014) l’aumento si ferma a 903 mila occupati, con ben 593 mila precari.

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L’importanza della filosofia, strumento di democrazia

Non sono laureata in Filosofia ma l’ho studiata ai tempi del liceo (classico) e continuo ad amarla e a rispettarla. Sento il dovere di dire, soprattutto ai giovani, che la filosofia ha orrore del potere. Che filosofare non serve a fare carriera, né a sviluppare ‘competenze’, bensì a fare qualcosa di molto più importante e rivoluzionario: pensare, conoscere, diventare consapevoli, formare una propria identità, uno spirito critico e dunque libero. La filosofia non è un manuale di problem solving. Filosofia è riflettere sul senso della vita. È porsi domande più che darsi sbrigative risposte. È incamminarsi sulla strada lunga, rischiosa e solitaria della riflessione e della conoscenza. La filosofia è uno strumento di profondità, non il passepartout per cariche redditizie o per il banale successo nel mondo dello spettacolo. Ragazzi, ricordate: Socrate, il filosofo più grande della storia del pensiero occidentale, aveva talmente orrore del potere e del successo da non volere né avere una scuola, né essere considerato un maestro; e amava a tal punto la Verità e la Virtù da non voler scrivere nulla (nemmeno un riga, figuariamoci un best seller!) e accettare di essere condannato a morte ingiustamente da parte di coloro che vedevano nella sua vita povera e onesta una minaccia. Altro che carriera, altro che vincere le sfide del terzo millennio. La filosofia non insegna a vincere, insegna a cercare. La filosofia non è una competenza, ma uno strumento di conoscenza. Per questo è pericolosa.

Ragazzi ricordate: la mancanza di conoscenza è mancanza di democrazia.

Gabriella Maldini

 

Il Pd pensi alle ingiustizie, non all’unità a ogni costo

Unità a prescindere? Per Prodi sì. La sinistra per lui deve essere unita anche se il Pd non è più di sinistra (vedi art. 18). Ma che unità è se non si condividono più gli stessi valori, ad iniziare dalla difesa dei lavoratori? Se non c’è più lotta vera alla povertà, ma bonus scaccia diritti (asili, stipendi, scuole)? Se non c’è contrasto serio alla corruzione e all’evasione, ma oltre l’80 per cento del gettito fiscale viene da pensionati e lavoratori dipendenti sempre più spremuti? Se salute, giustizia, lavoro, sicurezza, ambiente sono continuamente oltraggiate dalle lobby dei potenti? Se persino il risparmio è rapinato dai compagni di tartine a cui si concedono prestiti senza garanzie che vanno in malora? Per un Pd che viene dalla sinistra e ignora questi temi non si può chiedere un’unità di facciata, perché sarebbe pura ipocrisia.

Mi spiace dirlo perché stimo Prodi, ma non condivido la sua posizione.

Anzi, credo che il tradimento dei valori fondanti di sinistra – come è avvenuto per mano del Pd di Renzi – obblighi alla denuncia e alla separazione, se ha ancora un senso la fede agli ideali di libertà, uguaglianza e giustizia. Chi è rimasto nel partito come Cuperlo per amore di unità, alla fine se n’è dovuto fare una ragione: senza conflitto e rottura, si è inutili. In un Paese dove il Pd ignora la maggioranza che soffre, la priorità non è la sua unità, ma la lotta alle ingiustizie.

Massimo Marnetto

 

Voltagabbana e condannati: il carico degli impresentabili

A vedere i candidati che i partiti hanno presentato per le elezioni del 4 marzo, verrebbe da ridere se non ci fosse di piangere. Persone che sono in politica da una vita (in senso letterale del termine), persone riesumate che hanno avuto il loro momento di gloria in passato e che tornano come se non avessero già dato dimostrazione della loro incapacità di risolvere, almeno in parte, i gravi problemi del nostro paese. Persone che hanno cambiato casacca decine di volte e che si propongono con idee che contraddicono quanto hanno affermato fino a ieri. Sempre le stesse facce che si ripresentano come se fossero i nuovi paladini della politica, con le stesse promesse elettorali che hanno fatto in passato e che regolarmente hanno disatteso. C’è da chiedersi con che coraggio alcuni nomi si rifanno vivi o continuano a restare sulla scena politica indifferenti a tutte le proteste che si alzano dai cittadini.

Monica Stanghellini

 

DIRITTO DI REPLICA

Con riferimento all’articolo apparso ieri a pagina 2 titolato “Impresentabili/1”, la posizione di Raffaele Fitto non ha ragione di esser compresa in tale “categoria”.

Infatti, di seguito alla sentenza del Supremo Collegio (che ha annullato la dichiarazione di prescrizione per abuso di ufficio) il processo tornerà dinanzi alla Corte d’Appello, ripartendo dalla sentenza di assoluzione di primo grado nei confronti dello stesso Fitto, decisione impugnata dalla Procura.

Non ritengo, seguendo proprio il filo conduttore – pur costituzionalmente discutibile – dell’articolo in questione, che si possa penalizzare chi sia stato assolto nel merito, solo perchè vi è stata impugnazione da parte della Pubblica Accusa.

Francesco Paolo Sisto, Legale di Raffaele Fitto

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri abbiamo per errore citato il senatore Antonio D’Alì, ancora sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, tra gli “impresentabili” delle liste di Forza Italia in Sicilia: D’Alì, però, ha rinunciato alla candidatura per contrasti interni al partito. Ce ne scusiamo coi lettori e l’interessato.

Fq

Verso il voto. E se cambiassimo anche le regole per gli italiani all’estero?

 

Ho letto la vostra intervista al vicepresidente del Comitato per la democrazia costituente. Condivido e sosterrò l’avvio della raccolta delle firme a sostegno di una diversa legge elettorale di iniziativa popolare, affinchè venga cancellata l’attuale, indegna per un Paese normale. Alle modifiche già avanzate, che prevedono che gli elettori sceglieranno direttamente i parlamentari in proporzione ai voti ottenuti, la doppia preferenza donna e uomo, e altre garanzie di correttezza e trasparenza nella selezione delle candidature, avrei una proposta avanzata da molti, che ritengo condivisibile e utile. Come già esiste in altri Paesi europei, i cittadini che lavorano e risiedono all’estero da oltre due anni, perdono il diritto di voto. Introdurre una simile norma servirebbe a eliminare anche quella dubbia, ambigua e truffaldina legge del 2002, degli italiani residenti all’estero.

Enrico Spinelli

 

Caro Enrico, come probabilmente sa, il nostro giornale è stato in prima fila nella battaglia contro il Porcellum e poi contro l’Italicum (nel combinato disposto con la pessima riforma costituzionale). È probabile che anche il Rosatellum presenti profili d’incostituzionalità: lo scopriremo, nel caso, quando i buoi saranno già scappati. Cioè a Camere già elette. Un vulnus istituzionale a cui nessuna democrazia dovrebbe assuefarsi. C’è un’altra riflessione: è giusto che la Corte costituzionale assuma il ruolo di supplente di un legislatore inadeguato? Possibile che il Parlamento per due volte di fila (e questo è ormai acclarato) e forse tre, produca una legge illegittima? Possibile che se ne occupi quasi fuori tempo massimo, violando il codice di buona condotta del Consiglio d’Europa, quando era chiaro dal gennaio 2014 che bisognava dotare il Paese di una legge elettorale degna? E perché i cittadini non si ribellano a leggi approvate all’ultimo momento sulla base dei sondaggi? Si sente spesso dire che il popolo non vuol essere annoiato con le “tecnicalità” della legge elettorale: ma quelle tecnicalità regolano il principio base della democrazia, il principio di rappresentanza. Quanto agli italiani all’estero, nella Costituzione vigente è garantito loro il diritto di voto dall’articolo 48: “La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività”. Dove si può incidere? Si può abolire il voto per posta, che tanti dubbi di trasparenza ha giustamente sollevato in passato. Per far questo basta una legge ordinaria. Ma bisogna avere la volontà di farlo…

Silvia Truzzi

L’ingenua fiducia nello spin del dichiaratore “giobactista”

Siamo davvero commossi dall’ingenua fiducia che i giobactisti d’ogni tipo, renziani ma non solo, nutrono nei confronti dello spin, pratica che un tempo si sarebbe detta propaganda. Il giobactista parte dall’assunto che il giobact (Jobs act) è buono e quindi produce risultati buoni. Ieri, per dire, l’Istat ha raccontato questo: il tasso di disoccupazione (chi cerca lavoro) a dicembre è sceso un po’ su novembre, ma grazie al fatto che aumentano gli inattivi, cioè chi il lavoro manco lo cerca (tanto è vero che gli occupati calano). Poi l’Istat dice questo: nell’ultimo trimestre l’occupazione è ferma. E questo: che nel 2017 gli occupati (chi lavora almeno un’ora a settimana) sono 173 mila in più, ma solo grazie alla crescita dei precari. E infine l’Istat dice pure che – da quanto Renzi ha regalato 20 miliardi alle imprese per assumere (ma senza l’articolo 18) – questo è il primo anno che si chiude con un calo dei lavori “buoni” (e dal 2018 finiscono gli incentivi). Commenti sparsi: “Miglioramenti di medio-lungo periodo” (Poletti); “Dati positivi” (Serracchiani); “Vediamo gli effetti delle cose realizzate” (Boccia, Confindustria); “Confermata l’efficacia delle misure” (Nannicini). Cari amici, lo diciamo per voi, questa tendenza a negare la realtà è preoccupante: il 4 marzo mica votano “i dati positivi” o “il medio-lungo periodo”, votano, quando votano, persone che vivono dentro la crisi che negate. Non vi sorprendete di ciò che troverete nelle urne, lasciate perdere i populismi e, rassegnatevi, di questo tracollo non siete neppure la causa: solo il sintomo.