Boschi tedesca: un po’ Sissi, un po’ Fantozzi

Ha ragione chi dice che critichiamo la Boschi perché la invidiamo. Invidiamo la formidabile faccia tosta con cui si ripresenta in pubblico dopo che è stata beccata a mettere il naso, da ministra in vari sensi incompetente, negli affari della banca del padre e, dopo averla vista a Bolzano, dove ha concesso la sua presenza agli altoatesini che il 4 marzo la sottrarranno alla Patria, invidiamo la totale mancanza di pudore dietro cui cela la sua insipienza, il che è, per certe professioni, la chiave per il successo.

L’ultimo diorama la ritrae in conferenza stampa tra i monti di Bolzano, dove è stata trasportata in camion-frigo dentro un collegio uninominale sicuro e colà salata e pepata secondo la ricetta tradizionale altoatesina, a far sponsor di sé: “Il mio rapporto con questo territorio per fortuna è già di amore e passione, diciamo così, per questa comunità, questa terra che ho imparato a conoscere in questi anni”. Fingendosi praticamente sudtirolese per parte di madre (ché per parte di padre è legata agli orafi aretini), ha poi tolto ogni dubbio agli astanti, sul momento indotti a credere che il rapporto d’amore si fosse instaurato per merito di un’alacre attività legislativa a favore delle minoranze linguistiche e delle autonomie speciali: “…essendo” questa terra “diventata anche la destinazione diciamo delle mie vacanze”.

Del resto la Mari – che su questa base poteva candidarsi a Formentera – ha talmente a cuore Bolzano, che è anche capolista nei collegi di Cremona-Mantova, Guidonia-Velletri, Marsala-Bagheria, Messina-Enna, Ragusa-Siracusa. Indi la Boschi, in questa avventura dal Manzanarre al Reno vivamente sponsorizzata da Reinhold Messner come un’acqua di sorgente, ha candidamente ammesso: “Non parlo tedesco purtroppo, se non qualche parola, ma sicuramente mi impegnerò a migliorare diciamo così la mia conoscenza del tedesco”. Quando uno è modesto. Nonostante parli così bene l’italiano e abbia appena finito di tradurre la Critica della ragion pura di Kant dal tedesco all’aretino, Mariaele, al contrario del mentore Matteo, non si atteggia a poliglotta. Anche se conoscere la seconda lingua in terra altoatesina è una mancanza trascurabile (tipo essere celiaci e simultaneamente candidati a Gragnano), nel Pd locale giurano di averla sentita chiaramente dire “speck, strudel, zelten” e che conosce la ricetta della torta di mele. “Per fortuna”, ha aggiunto la principessa Sissi-Arezzo di Laterina, “possiamo affrontare anche in italiano la campagna elettorale perché tutti i nostri concittadini parlano perfettamente italiano”, bontà sua.

Qui è l’invidia a parlare perché in realtà l’eroina dei due mondi ha parlato tedesco eccome, sissignore, ad ottobre scorso, all’inaugurazione di un parco di start-up a Bolzano, anche se nel video pubblicato sul fattoquotidiano.it più che Rosa Luxemburg sembra il professor Kranz di Paolo Villaggio (“E atesso viene io, a lei non piace qvello che faccio…”). Tanto candore non deve indurci a tenerezza. La storia italiana è piena di provincialotti che hanno finto di masticare le lingue per abbindolare un popolo appestato dalla bassa scolarizzazione e portare a casa mediocri photo opportunity da gente di mondo. Onore alla sfacciataggine da cinepanettone di B., che a Camp David se ne uscì: “Ai consider de flag ov Iunait (United, ndr) Steits nos (not, ndr) onli a flag ov a cauntri bas (but, ndr) a flag ov fridom ev (and, ndr) dimocrasi”, al che persino Bush, con quella faccia da capra demente, lo dileggiò: “Il suo inglese è ottimo!”. E l’aitante Rutelli, che da ministro per i beni culturali consegnò ai posteri il video in cui bela: “Pliz visit the uebsait, bat pliz visit Itali ”. E Franceschini, ministro della Cultura a insaputa della stessa, che lanciò il sito “Very Bello” per dire quanto siamo internescional. Per tornare, ancora, a Renzi, che nel 2014 al Digital Venice si produsse in un agghiacciante intervento in googlish di 3 minuti di puro delirio fonetico, tutto ruotante su Meucci inventore del telefono e “very good italian”, “but it olzo a terribol misteri”, poveraccio.

Così la Boschi, con la succulenta anteprima di “Es ist schön, wieder in Bozen zu sein” (È bello tornare a Bolzano), che nelle sue intenzioni doveva riecheggiare l’“Ich bin ein Berliner” di J. F. Kennedy, si conferma della più vecchia, più cialtrona e più italica politica la perfetta continuazione con altri mezzi.

Più donne in aula: poi però puntiamo anche alla qualità

Come è noto – anche perché in sede di approvazione gli estimatori di quel marchingegno infernale chiamato Rosatellum non hanno fatto che parlarne – la nuova legge elettorale prevede l’alternanza di genere. Cioè che i candidati nei collegi uninominali vengano posizionati in modo che nessuno dei due sessi sia rappresentato in misura superiore al 60 per cento. Stesso dicasi per i capolista dei collegi plurinominali (nella quota proporzionale ci si può presentare in cinque collegi). Ma c’è di più: anche all’interno degli stessi listini (sempre quota proporzionale) la legge dispone che i nomi compaiano alternati in base al genere. E qui casca l’asino. Per aggirare la regola basta candidare una donna che corre in un collegio sicuro all’uninominale capolista in cinque diversi collegi plurinominali, perché lasci il suo posto al secondo del listino proporzionale (che sarà maschio); oppure basta che una capolista nel listino sia una candidata forte, per sapere che gli quattro posti andranno al collega maschio che viene dopo di lei nei listini. Ieri Goffredo De Marchis su Repubblica, ha scritto che il record assoluto lo detiene Maria Elena Boschi, candidata transfuga in Sudtirolo all’uninominale (seggio blindato) e cinque volta capolista al proporzionale. Stesso numero di candidature (ma non di posizione in listino) per Marianna Madia e Rosa Maria Di Giorgi. Vale anche per Giulia Bongiorno che corre per la Lega in 5 collegi al proporzionale e per la presidente della Camera, Laura Boldrini di Liberi e uguali.

Qui però il punto non è chi tra i partiti sia più virtuoso o meno virtuoso. Anche se come ha giustamente ricordato sul Fatto Quotidiano Laura Puppato (Pd), “basta guardare il Parlamento dall’alto per accorgersi che si tratta di una pratica a cui è più avvezza la destra. Noi avevamo quasi il 40% di parlamentari femmina in questa legislatura”. Vero: nella scorsa legislatura il Movimento 5 Stelle e il Pd hanno portato in Parlamento il 38% di donne contro il 17% del fu Pdl. Le parlamentari della Lega erano soltanto 5 su 35. In quello stesso articolo l’assessore alle Pari opportunità della Regione Veneto Elena Donazzan (FI) ha dichiarato: “Il trucchetto si è sempre fatto, ma almeno una volta c’era il pudore di non dirlo”.

Ecco, spudoratezze a parte, ci piacerebbe che un principio valesse oltre il cinismo della realpolitik. Molte donne hanno, con fatica, cambiato idea rispetto alle quote rosa. Anche chi scrive: per molto tempo è stato prevalente il sentimento di discriminazione, l’idea che fosse inaccettabile votare qualcuno in base al sesso. Però è convincente l’argomento che spiega come senza quote l’oggettivo e ingiusto gap non si può colmare. E pure il paragone con altri Paesi e altre – che fatica ammetterlo! – minoranze (neri e sudamericani negli Usa) aiuta a capire la situazione. Anche se, va detto, alle Presidenziali americane per i Democratici sarebbe stato probabilmente meglio candidare Bernie Sanders che Hillary Clinton. Per questo ci aspettiamo che l’alternanza di genere non si riduca a essere solo una bandierina da agitare nei talk show per strappare un applauso di maniera, ma uno strumento per raggiungere uno scopo ritenuto importante e condiviso.

Tutto ciò detto, il prossimo Parlamento avrà una rappresentanza femminile più alta: è un buon risultato. Ma non può bastare.

Caro Prodi, queste non sono coalizioni

Questa volta dissento da Romano Prodi, cui pure mi legano amicizia e un lungo sodalizio politico. Mi spiego. Sono d’accordo su due punti:

1) il profondo dissenso sulla legge elettorale, da lui definita sciagurata, che infatti mi sono rifiutato di votare e che, tra i suoi innumerevoli difetti, contempla al più esili e precari accordi elettorali e non coalizioni politiche con programma e simbolo comune (tipo Ulivo), le sole che hanno consentito di vincere al centrosinistra a guida prodiana;

2) è stato un errore la scelta neofrontista di MdP con SI, che le consegna entrambe a una deriva minoritaria, e sancisce una divisione del centrosinistra che, temo, si proietterà ben oltre la prossima contesa elettorale. Un errore che tuttavia, mai come in queste ore che comprovano la totale refrattarietà renziana a concepire un partito plurale e inclusivo, meriterebbe una qualche comprensione. Anche in vista di un’auspicabile ricucitura domani. Ma qui si innesta il mio dissenso da Prodi. Specie nella imputazione delle responsabilità, che io attribuisco quasi per intero a Renzi e alla sua invincibile attitudine divisiva. L’opposto dello spirito dell’Ulivo. La linea e la leadership di Renzi hanno diviso il Pd (la scissione è stata più cercata che subita e comunque egli non ha fatto nulla per scongiurarla); hanno diviso il centrosinistra con la reiterata presunzione dell’autosufficienza che si è risolta nella solitudine del Pd, acuita dal Rosatellum, regola elettorale perfetta per il centrodestra imperniato appunto su opportunistici accordi elettorali e suicida per il centrosinistra (il Pd si è rifiutato pure al voto disgiunto); hanno diviso il paese, anche e soprattutto sulla riforma costituzionale e sulla sua gestione politica; hanno diviso verticalmente società, politica e istituzioni con la teoria e la pratica della “disintermediazione”, di uno stile di governo a scavalco delle rappresentanze politiche e sociali. In contrasto con la tradizione di tutte le sinistre riformiste europee. Domando a Romano: si può chiamare coalizione quella raccoltasi intorno al Pd? Con tre liste civetta, cespugli che, forse con la sola, parziale eccezione della Bonino, manifestamente neppure ci provano a guadagnarsi una autonoma rappresentanza puntando al 3%, come dimostrano i tre-quattro seggi asseriti come sicuri graziosamente concessi dal Pd?

La si può definire come nitidamente di centrosinistra e alternativa al centrodestra con Casini, Lorenzin, formigoniani, ceto politico ex berlusconiano? La verità è che la “cultura della coalizione”, di cui Prodi fu ineguagliato artefice, non la si può improvvisare. Di più: è intimamente estranea al Pd renziano. La prova? Intanto che Renzi abbia delegato ad altri – il volenteroso Fassino – un compito che per definizione spetterebbe al leader, evidentemente consapevole di essere il meno idoneo ad aggregare e avvertito che si trattasse di missione impossibile. Del resto, con ostinazione, ci aveva provato Pisapia, concludendo che con questo Pd non era possibile (si veda come si sono risolte le due condizioni da lui poste: lo ius soli e una chiara discriminante verso esponenti del centrodestra, ora reclutati dal Pd). Infine la pagina allucinante delle candidature, che certifica la cancellazione delle minoranze e il compimento della metamorfosi del Pd nel Partito di Renzi. Egli disporrà di un gruppo parlamentare di fedelissimi e avrà le mani libere.

Saranno pure maliziosi quelli che immaginano un asse privilegiato con Berlusconi, ma troppe cose congiurano in quella direzione. A cominciare dallo scenario di un futuro parlamento senza maggioranze e dunque esposto a manovre e trasformismo. Sarebbe un paradosso, certo non voluto da Prodi, il leale e fiero antagonista di Berlusconi, se quello che fu il suo Pd si risolvesse nella spalla del Cavaliere che, non è un mistero, a dispetto delle rituali smentite, volentieri si alleggerirebbe di Salvini dopo il voto. Naturalmente per asserito senso di responsabilità da “statista”…

La Certosa cresce: Berlusconi si allarga alle ville vicine

Via libera alla ristrutturazione dei nuovi immobili di Silvio Berlusconi in Sardegna. La notizia dell’ultimo nullaosta da parte degli uffici tecnici del Comune di Olbia è stata riportata sul quotidiano La Nuova Sardegna. Si tratta di lavori di manutenzione e di ristrutturazione relativi a due nuove ville confinanti con la proprietà della Certosa a Porto Rotondo. “Questo – scrive il quotidiano sardo – nonostante in conferenza di servizi il Comune si sia pronunciato in solitudine, le altre amministrazioni coinvolte nel procedimento non hanno reso il parere di competenza nei termini richiesti: la Soprintendenza per l’autorizzazione paesaggistica e il Corpo forestale per il vincolo idrogeologico”. Secondo le indiscrezioni raccolte, Berlusconi avrebbe acquistato le nuove ville confinanti con la sua proprietà nell’autunno del 2016 rispettivamente per 3 milioni e 2 milioni e 700 mila euro. I lavori erano iniziati l’anno successivo, a fine ottobre del 2017. I due immobili si trovano in via della Ricciola a Porto Rotondo. Risale invece allo scorso aprile il via libera per realizzare un centro fitness e una ludoteca per un totale di 600 metri quadrati di struttura amovibile in legno, che comprendono anche una nuova piscina.

Orlando avvia accertamenti su Cioffi, il giudice del processo ai fratelli Cesaro

Il ministrodi Giustizia Andrea Orlando avvia accertamenti e tre consiglieri napoletani del Csm chiedono l’apertura di una pratica sul caso del giudice Giuseppe Cioffi, il presidente del processo di Napoli Nord ad Aniello e Raffaele Cesaro, i fratelli del parlamentare di Forza Italia, Luigi Cesaro. Cioffi è stato fotografato ad ottobre a margine degli Stati Generali di Forza Italia ad Ischia e una delle quattro persone ritratte nella foto postata su Fb, il consigliere di municipalità Francesco Salerno, ha dichiarato a ‘Repubblica’ che il deputato azzurro Paolo Russo era in contatto con il magistrato e lo avrebbe incontrato per discutere una eventuale candidatura. Al Fatto Russo dice: “E’ una fandonia. Quale titolo ha questo signore per parlare di noi”? Cioffi ha spiegato di non aver mai fatto politica, che stava lì per caso con amici e peraltro la manifestazione era finita, erano rimaste solo le bandiere. Ieri ha aggiunto: “Mai conosciuto o frequentato i Cesaro, per cui non ho motivo di astenermi al processo”.

Problemi nelle “carte”: il centrodestra rischia di regalare 30 seggi a Pd e M5S

Diciassette candidature del centrodestra respinte. Un serio danno alla coalizione guidata da Silvio Berlusconi proprio nel cuore della Lombardia, e di Milano in particolare. L’ufficio elettorale della Corte d’Appello del tribunale di Milano ha infatti respinto i candidati del centrodestra nei 15 collegi uninominali nella circoscrizione Lombardia 1 (ovvero Milano e il suo hinterland) e altri 2 nella circoscrizione Lombardia 4 (bassa Lombardia).

Secondo i giudici milanesi, nel materiale presentato manca la documentazione che stabilisce l’apparentamento dei candidati in questione con la lista “Noi con l’Italia”, ovvero la famosa quarta gamba del centrodestra, che proprio in Lombardia ha la roccaforte elettorale di Maurizio Lupi e Roberto Formigoni. Senza questo apparentamento al momento è saltata la candidatura del centrodestra nei collegi. A farne le spese sono nomi di un certo peso. Come quello di Michela Vittoria Brambilla, candidata nel collegio di Abbiategrasso; Cristina Rossello (l’avvocatessa che ha seguito Berlusconi nella causa di divorzio da Veronica Lario) a Milano; Andrea Mandelli (Monza) e Valentina Aprea (Gorgonzola).

Gli altri candidati a rischio sono Andrea Crippa, Paola Frassinetti, Jari Colla, Luca Squeri, Guido Della Frera, Federica Zanella, Graziano Musella. Ciliegina sulla torta, fuori per adesso pure i leghisti Alessandro Morelli, Igor Iezzi, Laura Molteni e Massimo Garavaglia. Nella circoscrizione Lombardia 4 a rischiare sono invece Silvana Cornaroli e il leghista Raffaele Volpi, l’uomo che ha curato la compilazione delle liste nel centro sud per il partito di Salvini.

Diciassette potenziali seggi alla Camera in meno proprio nel cuore della Lombardia, dove il centrodestra vanta percentuali molto alte. Ma dato che il candidato uninominale fa da traino anche per i listini proporzionali, i seggi a rischio potrebbero essere anche di più. Addirittura un’altra decina, dicono allarmati nel centrodestra.

Ieri nelle sedi milanesi di Forza Italia e Lega il nervosismo si tagliava col coltello e molti puntavano il dito contro Noi con l’Italia, che però respinge le accuse di negligenza. “La documentazione presentata è la stessa in tutte le circoscrizioni lombarde ed è la stessa depositata al Viminale. Quindi non si capisce perché ciò che è andato bene dappertutto non va bene a Lombardia 1 e Lombardia 4”, dicono i centristi, puntando il dito contro il tribunale. “Qui rischiamo di lasciare per strada 35 seggi alla Camera, che significherebbe perdere le elezioni. Davvero questa giudice si prenderebbe una simile responsabilità?”, si chiede il leghista Volpi. Insomma, la tensione tra gli alleati è alle stelle, perché il rischio è quello di giocarsi le elezioni. “Questo è un guaio provocato dalle eccessive pastoie burocratiche. Sono certa che la Cassazione rimetterà le cose a posto”, osserva Brambilla. “Sì, ma il rispetto delle regole non è un optional”, le risponde il dem Michele Anzaldi.

Ora il centrodestra ha 48 ore per presentare ricorso, poi sulla vicenda si esprimerà la Corte di Cassazione.

Una campagna bestiale: B. sta male un’altra volta

Arcore. Scene intorno al capezzale dell’Ottuagenario. Brandelli di dialogo: “Ma perché l’avete fatto partire così lungo in questa campagna, che senso aveva?”. “Ancora una volta l’avete spremuto senza pietà, ma vi rendete conto che ha subìto un’operazione al cuore?”.

A parlare, raccontano, è la Primogenita dell’ex Cavaliere. Furiosa. Come due anni fa, dopo quei comizi sotto un sole crudele a Ostia o in provincia di Caserta, per raccattare poche centinaia di voti. All’epoca, per Marina Berlusconi, sostenuta da Fedele Confalonieri, quella fu l’occasione per sterminare il vecchio cerchio magico governato dalla Badante alias Mariarosaria Rossi.

Arcore 2018. In cinque giorni si è scatenato l’inferno, per citare il generale Massimo del Gladiatore. L’inferno della pressione, innanzitutto. Sbalzi micidiali e pericolosi. A metà giugno del 2016, Silvio Berlusconi subì una rischiosa operazione al cuore. Quattro ore e mezza in sala operatoria, al fidato San Raffaele di Milano. E lacrime d’attesa. La foto della fidanzata Francesca Pascale alla finestra, che piangeva. Sostituirono la valvola aortica e i medici sentenziarono, gravi e solenni: “Berlusconi ha rischiato di morire”.

Fu, quella, una campagna elettorale spietata per B., sbattuto in lungo e in largo per l’italico Stivale. Elezioni amministrative, scompensi cardiaci, malore, accertamenti, intervento urgente.

L’inferno della pressione divide in due questa nuova campagna. Questa volta per le Politiche. La settima nazionale, a partire dal Novantaquattro. È stato sabato scorso che Licia Ronzulli, nuova custode dell’agenda berlusconiana, ha telefonato a Lucia Annunziata: “Mi dispiace domani il Presidente non può venire”. Mezz’ora in più, il programma sui Raitre della direttrice dell’Huffington Post, versione italiana. Ieri, un altro forfait. Stavolta con Bruno Vespa. Porta a Porta su Raiuno. In mezzo i giorni tremendi per la chiusura delle liste.

Lo stress, raccontano sempre, è stato “pauroso”. Al punto che domenica B. ha staccato tutto e se n’è andato nella vicina villa data in dote a Pascale. La processione dei questuanti per le liste è stata incessante, caotica. Telefonate, arrivi imprevisti. I salvati e gli esclusi. Gli scontenti. Una marea. Qualcuno insinua persino il ritorno della depressione. Capita a un cardiopatico di ottantuno anni, nauseato a cicli alterni dal teatrino della politica.

“L’avete spremuto come un limone un’altra volta”. Le parole della Primogenita sono un atto d’accusa contro il nuovo cerchio magico, chiamato “cerchio acido”. Ghedini, Ronzulli, Pascale. L’Ottuagenario in questa campagna elettorale è partito lunghissimo, appunto. Ha cominciato con un tour impressionante in tv e radio. Come se fosse lui l’inseguitore, non l’inseguito in testa ai sondaggi. Un calendario fitto che di solito viene posto alla fine della campagna. Chi ha deciso questa insolita partenza?

La verità è che da settimane su Arcore e Palazzo Grazioli, la storica residenza romana di B., aleggia lo spettro di quota diciotto. Forza Italia che non si schioda da una percentuale che oscilla tra il 16 e il 18 per cento. Ben lontana dalle cifre di cui si favoleggia pubblicamente, cioè dal 25 per cento in su. E l’ex Cavaliere sa perfettamente che è l’unico in grado di trainare la truppa. Per questo è diventato nero di fronte a richieste e lamentele e sfoghi per le liste, principalmente dopo l’esplosione del caso Campania, con il clan Cesaro contro Nunzia De Girolamo. “Questi pensano solo ai seggi, ma a vincere ci devo pensare io”. Un classico.

L’altro giorno, lunedì, Berlusconi è andato di nuovo al San Raffaele, per accertamenti. Indi, la rinuncia a Porta a Porta. Il tam tam è immediato e raggiunge le redazioni. “Che cosa ha avuto Berlusconi?”. Il cerchio magico minimizza: “Solo affaticamento”. Alberto Zangrillo, il medico personale, addirittura scrive su Facebook che B. ieri mattina ha fatto due ore tra piscina e palestra. Un superuomo, al solito. Che poi, per rassicurare il popolo, telefona in persona a Matrix, Ansa, Corsera e detta la linea: “Sto benissimo. Sono stati giorni dolorosi e stressanti, ho lavorato 17 ore al giorno per la compilazione delle liste, adesso pensiamo a vincere. Il nonno sta benissimo e farà vedere i sorci verdi a tutti”.

Forse già oggi potrebbero riprendere le interviste radiofoniche, direttamente da Arcore. Ma la paura di Marina non svanirà: “Non lo spremete ancora una volta”.

Realacci: “Io fuori dalle liste per le mie critiche a Renzi”

“Penso che la mia esclusione sia in realtà legata a due scelte entrambe legittime”: da un lato la “sottovalutazione della frontiera ambientale” dall’altro “su di me, ha pesato la convinzione che ogni considerazione, su questi argomenti politici, fosse un attacco alla leadership di Matteo Renzi”. Lo scrive su Facebook Ermete Realacci, dando la sua lettura della esclusione dalle liste del Pd. “Per me – aggiunge – la lealtà, in politica come nella vita, è molto importante, ma deve essere collegata a un progetto condiviso e non coincide con la fedeltà. Non ho del resto mai pensato che i cortigiani de ‘I vestiti dell’imperatore’ gli rendessero un buon servizio”. E poi l’affondo: “In questi anni la prospettiva della centralità della sfida ambientale si è molto rafforzata nel mondo” ma “Matteo e chi gli è più vicino è di fondo convinto che questo tema non sia centrale e non sia pagante dal punto di vista elettorale” e “pensa di coprirlo con qualche battuta e qualche allusione sparsa”. Si tratta di “un errore grave che indebolisce la capacità di attrazione del Pd e invecchia la sua proposta politica ed economica”.

“Elezioni, così togliamo le balle da Facebook”

“Utente, ci stiamo impegnando per limitare la diffusione delle notizie false. Scopri come capire se una notizia è vera o meno”: il messaggio da un paio di giorni compare in cima alla newsfeed di Facebook di tutti gli utenti italiani.

Il movente è dichiarato: si avvicinano le elezioni e il social network è intenzionato a evitare che si ripetano le polemiche seguite alle presidenziali americane sulla capacità dei social di veicolare notizie false che possano influenzare l’esito delle consultazioni. Chiarita ormai l’impossibilità di cancellare e censurare i contenuti (o almeno quelli non legati alla policy della piattaforma) e modificato l’algoritmo che regola quello che vediamo per favorire l’esposizione di quanto condiviso da amici e familiari, Mark Zuckerberg ha deciso di educare gli utenti. Per l’Italia, insieme ad Agcom (che cerca a fatica di trovare un posto e un’identità anche nel web) ha redatto un dettagliato decalogo che ricalca le decine di proposte già circolate nei mesi scorsi. Dal “Non ti fidare dei titoli scritti tutti in maiuscolo e con ampio uso di punti esclamativi” ad “Alcune notizie sono intenzionalmente false: usa le tue capacità critiche quando leggi e condividile solo se non hai dubbi sulla loro veridicità”.

Non è la sola iniziativa: in Italia è stata avviata per la prima volta, e per le elezioni, un’attività di fact checking (verifica dei fatti) in collaborazione con il sito “Pagella Politica”. Da lunedì, questo sito che dal 2012 si occupa di verificare le dichiarazioni dei politici valuterà le storie presenti su Facebook. “Se una storia verrà giudicata falsa, Facebook mostrerà nella sezione sottostante l’analisi scritta dal fact-checker e la storia potrà comparire più in basso”, si legge nella comunicazione.

Gli utenti riceveranno poi una notifica se una storia che hanno condiviso è stata giudicata falsa da “Pagella Politica”. E potranno segnalare a Facebook storie che dovessero ritenere false. “A noi toccherà valutarle e pubblicarne la verifica su una sezione separata del nostro sito”, spiega al Fatto Giovanni Zagni, direttore del sito, attivo dal 2012 e ha collaborazioni con la Rai e con l’agenzia di stampa Agi.

“Pagella Politica” si è finanziato con una raccolta fondi sulla piattaforma di crowdfunding Eppela, oggi ha una redazione di sei persone. L’ultimo accordo economico è proprio con Facebook. Sul sito si analizzano le dichiarazioni dei politici col conseguente verdetto: da “Vero” a “Panzana pazzesca”, passando per “Pinocchio andante”, “Ni” e “C’eri quasi”. Assicurano la loro indipendenza con la scelta di non lavorare con nessuno che abbia alcun tipo di legame politico e col riconoscimento di imparzialità ricevuto dall’International Fact-Checking Network del Poynter Institute (con cui Facebook ha già stretto collaborazioni per la lotta alle fake news e che ha ricevuto finanziamenti anche dalla Open Society Foundations di George Soros, dalla fondazione della famiglia Gates, da Google e dal fondatore di eBay).

“Agiremo – spiega Zagni – su due linee di intervento: Facebook ci darà accesso alla parte del sito dove arriveranno le segnalazioni degli utenti e decideremo quali trattare”. Lasceranno fuori le dichiarazioni dei politici: “Rientrano nella libertà di espressione: non è questo ciò che siamo chiamati a fare”. Si limiteranno alle notizie, da quelle che riguardano i finti parenti dei politici all’ipotesi che ci sia stato un attacco alieno.

“Con il referendum costituzionale ci siamo accorti che delle dieci notizie più diffuse, cinque erano bufale. Come quella dell’attrice Luciana Littizzetto che con la vittoria del No si sarebbe ritirata dalla tv”. Sui social c’è una bolla di disinformazione che circola tra utenti comuni, lontana dagli occhi dei media e dei giornali. “Sarà interessante capire – conclude Zagni – se riusciremo a intercettare proprio quella fascia di popolazione”.

Tutti a sparare contro Di Maio. Il miglior modo per sostenerlo

“È possibile che i continui attacchi di Berlusconi finiscano per favorire i Cinque Stelle che salgono nei sondaggi?”, ha chiesto martedì sera Lilli Gruber ad Alessandro Sallusti. “Sì, è possibile”, ha ammesso il direttore del Giornale berlusconiano, che a una domanda giusta ha saputo dare la risposta giusta. Più tardi, da Floris, Luigi Di Maio ha replicato in modo ragionevole a un’osservazione sbagliata dell’Economist che citava come aspetto poco commendevole nella biografia del capo politico del M5S l’esperienza di steward allo stadio San Paolo di Napoli, in giovanissima età.

Infatti, Di Maio ha avuto buon gioco a confermare con orgoglio un’esperienza che lo rende più simile ai tanti ragazzi precari che vivono di piccoli lavori precari piuttosto che ai tanti figli ignoti di noti papà che si fanno eleggere grazie alle clientele dinastiche. Si possono avere molti buoni motivi per non votare Cinque Stelle ma sorprende come nei pubblici dibattiti politici e giornalisti avversi (cioè la quasi totalità) cercando di metterli in cattiva luce finiscano per renderli simpatici e in qualche modo vittime del “sistema”.

È accaduto già con Silvio Berlusconi quando, dopo anni di polemica giustamente aspra sul conflitto d’interessi o sulle leggi vergogna o sulle nipotine di Mubarak, a lungo andare (e in assenza di alternative credibili) nella pubblica opinione cominciò a farsi largo l’idea che contro l’ex Cavaliere ci fossero forme fastidiose di accanimento, che infatti gli permisero di farsi passare per vittima. Al movimento di Grillo accade qualcosa di simile.

Prendiamo la giunta Raggi a Roma martellata quotidianamente da accuse di inesperienza e incompetenza, certamente motivate dal degrado dei servizi pubblici cittadini, dalla girandola di assessori e da qualche disavventura giudiziaria (il caso Marra). Poi però arriva Spelacchio, il tristanzuolo abete di piazza Venezia più adatto alla Quaresima che al Natale trasformato dal fuoco concentrico di giornali e tv in uno scandalo mostruoso. È stato così che per la legge non scritta del quando è troppo è troppo, ecco che Spelacchio è diventato il simbolo di una simpatica sfigataggine, creando identità e condivisione, popolarità. Ora, può essere che grazie a Beppe Grillo, nel 2013, Di Maio (con una moltitudine di suoi simili, spesso senza arte né parte) si sia ritrovato in tasca il biglietto vincente della lotteria di Montecitorio.

Oggi però attaccarne continuamente il curriculum perché non all’altezza di un candidato premier oltreché un’arma spuntata sta diventando un boomerang. Primo, perché chi vota Cinque Stelle non lo fa certo dopo aver consultato la Guida Monaci. Secondo, perché dopo avere esercitato per un quinquennio la funzione di vicepresidente della Camera nel frattempo qualcosa il ragazzo di Pomigliano d’Arco avrà pure imparato sui meccanismi legislativi e istituzionali. Terzo, perché a Matteo Renzi quando fu chiamato a Palazzo Chigi nessuno chiese la laurea alla Sorbona. Colpisce viceversa che assai concentrati a beccare i grillini sull’uso dei congiuntivi (non è difficile) i supercritici in servizio permanente effettivo raramente sanno contestare efficacemente, numeri alla mano, la genericità di un programma che annuncia miracoli di ogni sorta (dalla eliminazione delle liste d’attesa negli ospedali alla fine del precariato) senza dimostrare come o arrampicandosi sugli specchi. L’altra sera, a Dimartedì, in palese difficoltà nello spiegare dove diavolo si troveranno i soldi per dare copertura a sciocchezzuole come il reddito di cittadinanza, la riduzione delle aliquote Irpef e l’abolizione della Fornero siamo convinti che Di Maio si sarebbe volentieri rifugiato in un congiuntivo sbagliato.