Greco al Classico, matematica allo Scientifico

Nell’ultima maturità con le vecchie regole nessun deragliamento dalle consuetudini: al Classico è stata rispettata la regola non scritta dell’alternanza e dunque gli studenti dovranno affrontare la versione di Greco e allo Scientifico, facendo tirare un sospiro di sollievo ai ragazzi, è “uscita” Matematica (anche per l’opzione Scienze applicate) e non la temuta Fisica. Le materie della seconda prova scritta sono state annunciate sui profili social del Miur.

Oltre all’elenco delle materie della seconda prova, individuate anche quest’anno scegliendo tra quelle che caratterizzano maggiormente il corso di studi (tra le altre Lingua e cultura straniera 1 per il Liceo linguistico, Tecniche della danza al Liceo coreutico, Economia aziendale per l’indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing degli istituti tecnici, Scienza e cultura dell’alimentazione per l’indirizzo Servizi enogastronomia e ospitalità alberghiera dei Professionali), viale Trastevere ha reso disponibile anche l’elenco delle discipline affidate ai commissari esterni, scelte – hanno spiegato a viale Trastevere – “in modo da assicurare un’equilibrata composizione della Commissione”.

“D’Alessandro (M5s) non ha mai lavorato per Angela Merkel”

Alessia D’Alessandro, giovane candidata M5S che in queste ore è stata associata alla Cdu di Angela Merkel, ha lavorato (fino a ieri quando ha dato le dimissioni) solo in una fondazione – neanche marginale – legata al partito della Cancelliera. Il Wirtschaftsrat, il “consiglio economico della Cdu”, nato nel 1963 su impulso di Ludwig Erhard, ministro dell’Economia del dopoguerra e Cacelliere dal ‘63 al ‘ 66, associa 12mila imprese sulla linea dell’economia sociale di mercato ed è il “pensatoio” economico del partito.

“Abbiamo l’impressione che la posizione di D’Alessandro alla Wirtschaftsrat sia stata esagerata dal suo partito nei media italiani – spiegano – D’Alessandro lavora come assistente alla Wirtschaftsrat sin dal primo aprile 2017. Non è mai stata attiva in campi politicamente rilevanti e non ha contatti politici. La nostra impressione è che la sua posizione sia stata esagerata dal suo partito sui media italiani. Non vogliamo aggiungere commenti a questo gioco politico. D’Alessandro ha lasciato oggi la Wirtschaftsrat su sua richiesta”.

Giggino alla City corteggia l’alta finanza: “C’erano fondi che valgono il debito pubblico italiano”

“Da uno a 10, quanto vi è più chiara ora la visione politica del Movimento 5 Stelle per l’Italia?”. “Era un 2, ora un 8.” Al termine della visita-lampo di Luigi Di Maio a Londra, una giornata di incontri con rappresentanti di fondi di investimento inglesi e americani, una voce dai 5Stelle racconta con soddisfazione la risposta di uno degli interlocutori.

Uno di quei rappresentanti della finanza che Di Maio ha provato a rassicurare sugli effetti di una vittoria del Movimento, il 4 marzo. Il principale scopo della visita, organizzata da Francesco Galietti, della società romana di lobbying Policy Sonar. In una conferenza stampa ristretta, in un salottino del Millennium Hotel di Knightsbrigde, il candidato premier del M5S racconta dell’interesse e delle preoccupazioni di quegli investitori. E al tavolo, calcola, c’era “l’equivalente in miliardi di euro dell’intero debito pubblico italiano”. Ma sulla loro identità non dà dettagli.

Di Maio era già stato a Londra in altre occasioni, come vicepresidente della Camera, per incontri facilitati dall’ambasciata. Stavolta, è qui in autonomia, da candidato della forza politica che potrebbe ottenere la maggioranza relativa di un paese al centro dell’attenzione della City.

Al primo posto tra i timori dei suoi interlocutori, racconta, ci sono i tempi della giustizia. Poi il debito pubblico, infine la posizione del Movimento rispetto a euro e Unione europea. E gli interlocutori londinesi, dice, avrebbero accolto con interesse le proposte del programma elettorale, a partire da quelle per lo snellimento dei processi con l’abolizione di 400 leggi inutili e la spending review per assumere nuovo personale. Insomma, del programma 5 stelle si è discusso nel dettaglio, così come del post elezioni.

Da ciò che risulta al Fatto, non ci sono stati contatti con le principali lobby britanniche, dalla Confederation of British Industries all’Institute of Directors. Una fonte riservata riferisce di disinteresse di alcuni dei maggiori fondi di investimento, al corrente della presenza del candidato 5Stelle ma preferendo non incontrarlo.

Quanto alla stampa internazionale, alla conferenza stampa erano presenti soprattutto giornalisti italiani, con l’ aggiunta di Cnbc e Russia Today.

Reuters-Di Maio: botte sulle “larghe intese”

Doveva essere il viaggio-lampo per corteggiare e farsi assaggiare dall’alta finanza. E per assicurare a manager americani e inglesi dei fondi d’investimento che il M5S sa stare a tavola, non vuole uscire dall’euro ed è in grado perfino di governare.

Ma in serata la trasferta di Luigi Di Maio nella City, cuore economico di Londra, si trasforma in un groviglio sull’asse Italia-Gran Bretagna. Perché l’agenzia di stampa Reuters attribuisce a Di Maio l’apertura a un futuro governo “con Pd, Lega e Forza Italia, per una maggioranza a quattro”. Ossia il sì a un esecutivo da larghissime intese, scandito di fronte a investitori che spostano miliardi. Novità che farebbe rima con eresia: anche per il nuovo M5S moderato, plasmato (quasi) a sua immagine dal 31enne di Pomigliano d’Arco. Che infatti smentisce a stretto giro, su Facebook: “Falso, ho solo ripetuto che dopo il voto lanceremo un appello a tutti i partiti perché convergano sui temi, senza inciuci sui posti”.

Ma il lancio della Reuters ormai spunta già ovunque, è un caso. “Di Maio ha detto ripetutamente che se non avrà seggi sufficienti per governare da solo, vede la probabilità di un governo sostenuto da tutti i principali partiti, inclusi i 5 stelle”, scrive l’agenzia, citando una fonte che avrebbe partecipato a tutti gli incontri londinesi del vicepresidente della Camera. E soprattutto aggiunge: “Se le elezioni porteranno ad uno stallo politico, Di Maio prevede una maggioranza di governo a quattro costituita da M5s, Pd, Forza Italia e Lega”. Abbastanza per accendere paure e domande anche dentro i 5Stelle.

In tanti cercano Di Maio e gli uomini che sono con lui a Londra, il responsabile della comunicazione Rocco Casalino e l’economista Lorenzo Fioramonti, candidato in un collegio uninominale a Roma. Mentre il portavoce del Pd Matteo Richetti già prova ad azzannarlo: “Ho l’impressione che Di Maio sia tanto confuso da diventare comico: prima dice che non faranno accordo, poi candida fuoriusciti degli altri partiti quindi apre a una coalizione a 4”. Ma dal Movimento smentiscono con ogni mezzo, prima informale, poi con lo stesso Di Maio: “Nessun governo di larghe intese, come abbiamo sempre detto presenteremo una squadra di governo prima delle elezioni. Lo abbiamo ripetuto anche a 30 investitori, probabilmente c’è stato un problema di traduzione”.

Ed è proprio questa la convinzione dentro i 5Stelle, ossia che qualcuno abbia capito male. “Un investitore americano – raccontano – ha chiesto spiegazioni su come faremmo un nostro governo e Luigi ha ripetuto per due volte la nostra linea. È stato l’interlocutore a parlare di Pd e Forza Italia in una seconda domanda, lui non li ha mai citati”. Quindi a complicare tutto potrebbe essere stata anche la difficoltà di riportare in inglese formule politiche complicate, magari astruse per il traduttore (Di Maio ha sempre parlato in italiano). Ma dalla Reuters confermano tutto, sostenendo che il candidato premier ha definito come “probabile” una maggioranza a quattro dopo il 4 marzo. E notano come l’appello ai partiti “si sia spostato dai punti di programma ai temi”. Per la verità Di Maio cita anche i 20 punti del programma a 5 Stelle, in serata, invitando però le altre forze politiche “ad aggiungerne altri, legati ai nostri valori”. Ma tanto la serata londinese ha già preso un’altra strada. Quella dell’equivoco: o della confessione.

I dolori del vecchio Gianni Pittella

Gianni Pittella ha comunicato al mondo il suo dolore. Il più famoso dei fratelli della dinastia lucana torna al Parlamento italiano, dopo 20 anni a Bruxelles (gli ultim i dei quali alla guida del gruppo dei Socialisti e Democratici). “La scelta di candidarmi alle elezioni del 4 marzo non è stata semplice, ma sofferta”, dice. Talmente sofferta, che nel dubbio non si è ancora dimesso dalla carica di parlamentare europeo: hai visto mai che la sua Basilicata, a sorpresa, non lo elegga al Senato. Pittella è blindatissimo, ma non lascia nulla al caso. E comunque soffre: per lui è l’ultimo di 20 anni da parlamentare europeo; quattro legislature tonde tonde. “Mettetevi d’accordo – si sfoga – se è troppo tempo che sono qui, allora è meglio che me ne vada; se è poco, non mi criticate perché sto qui da troppo tempo”. Il ragionamento è contorto, ma ci fidiamo. Per Pittella è un ritorno: prima del ventennio a Bruxelles aveva già provato l’ebbrezza di una legislatura alla Camera dei deputati (la XIII, anni 1996-99, eletto con i Ds). L’Europa comunque non rimane a digiuno di Pittella: il fratello Marcello sta meditando di prendere il suo posto nel Parlamento dell’Ue. Così però resta sguarnita la Basilicata, di cui Marcello è governatore. Niente paura: c’è Domenico, figlio di Gianni. È pronto alla candidatura al consiglio regionale. Un Pittella in ogni porto.

Sgarbi, tipografi e libertà di stampa

“La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” recita l’articolo 21 della Costituzione, come ci ricorda Vittorio Sgarbi. E infatti il nostro giornale, il suo direttore e il suo editore possono essere tacciati di razzismo al pari dei fascisti con gli ebrei dal simpatico mattatore ferrarese. Che cosa ha suscitato l’ira del libero pensatore in quota Berlusconi? Fabio Franceschi, titolare di Grafica veneta e azionista della Società editoriale Il Fatto con il 4% delle quote, ha deciso di candidarsi alle prossime elezioni con Forza Italia. Il Fatto ha dunque deciso di fargli un’offerta per ricomprare il suo 4% ritenendo incompatibile col nostro giornale “ricoprire incarichi in qualunque forza politica”. Questo è quel che ha capito Sgarbi: “Per Marco Travaglio e Cinzia Monteverdi che uno stampatore si candidi con Forza Italia è un peccato mortale, è il male assoluto, come per i fascisti essere ebreo” esonda Sgarbi dalle colonne de Il Giornale. E qui arriva l’articolo 21: non si capisce cosa c’entri la libertà di stampa con gli accordi che regolano le cessioni delle quote di una società, ma tant’è. Poco male, magari non avrà la passione per il discorso razionale, ma a Sgarbi non manca il seggio. Stavolta glielo darà Forza Italia. Il partito del fratello dell’editore del Giornale. Questo per dire cosa comportano certi incroci nell’azionariato.

È valanga pure al Centro-nord tra vecchie glorie e nuovi volti

Non c’è codice etico che tenga: ad ogni tornata elettorale, rieccoli. Per mettere in fila i candidati alle prossime Politiche che non hanno i conti in regola con la giustizia, pure stavolta, non basta una puntata. Abbiamo iniziato ieri col Sud, ora il resto d’Italia.

Lazio La consiliatura di Renata Polverini nel Lazio resterà negli annali soprattutto per gli scandali sull’uso dei fondi regionali (ricordate “Batman” Fiorito?). Diversi protagonisti di quella stagione, finiti in Parlamento nel 2013, sono di nuovo in corsa per un seggio. E questo malgrado a settembre il Gup abbia rinviato a giudizio tutti e 16 gli ex consiglieri Pd. Sono accusati, a seconda delle posizioni, di peculato, abuso d’ufficio, truffa e altri reati.

La contestazione più alta, 188 mila euro, è a carico di Claudio Mancini, vicino al presidente Pd Matteo Orfini, oggi candidato come capolista alla Camera nel collegio purinominale Lazio 2. A Bruno Astorre, senatore uscente, la Procura ha chiesto chiarimenti sull’utilizzo di 122 mila euro. È ricandidato a Palazzo Madama come capolista nel proporzionale nel collegio Lazio 2. In corsa al Senato pure Carlo Lucherini e Claudio Moscardelli, anche loro coinvolti nella stessa vicenda giudiziaria. Senza dimenticare Micaela Campana, divenuta famosa per i 39 “non ricordo” nella deposizione al processo su Mafia Capitale, posizionata terza nel plurinominale Lazio 1 alla Camera, dopo Maria Elena Boschi. Rischia un’incriminazione per falsa testimonianza.

Anche nel centrodestra sono diversi gli ex consiglieri in lizza per un posto in Parlamento: tra loro Mario Abruzzese, all’epoca presidente del parlamentino laziale, che corre per Forza Italia a Cassino. Tra i berlusconiani prova la riconferma la stessa Renata Polverini, indagata lo scorso anno per circa 22 mila euro spesi con la carta di credito dell’Ugl. E poi c’è Antonio Angelucci, primo nel plurinominale nel collegio Roma 2, con buona pace del 99,59% di assenze nelle votazioni della legislatura che si è appena conclusa. Il re delle cliniche private del Lazio, editore de Il Tempo e Libero, a novembre è stato condannato dalla Procura di Roma a 1 anno e 4 mesi con l’accusa di tentata truffa e falso per i contributi pubblici percepiti tra il 2006 e il 2007 per i quotidiani Libero e il Riformista. Nessuna indagine a carico, ma ha causato imbarazzo ai 5 Stelle la candidatura al Senato di Emanuele Dessì, già consigliere a Frascati, ripreso nel 2015 mentre balla col pugile Domenico Spada, condannato nel 2016 in primo grado a 7 anni per usura (e pure per un post su Facebook in cui raccontava di aver picchiato un rumeno). Stessa situazione “non giudiziaria” per Claudio Fazzone, ras berlusconiano nel sud del Lazio, che si oppose allo scioglimento per mafia del comune di Fondi chiesto da Roberto Maroni: una villa intestata a sua moglie è stata ritenuta abusiva e confiscata.

PiemonteA Torino Fratelli d’Italia candida Augusta Montaruli, avvocata di 34 anni, ritenuta colpevole di finanziamento illecito nel processo “Rimborsopoli” e condannata dal tribunale del capoluogo a quattro mesi per essersi fatta restituire 200 euro versati per una cena elettorale in sostegno dell’ex marito Maurizio Marrone. Per le altre spese, moltissimi pasti e consumazioni al bar, ma anche una borsa griffata e un libro erotico, i giudici hanno ritenuto che non sussistesse l’ipotesi di peculato. Con questa ragione in quel processo si sono salvati anche due candidati della Lega Nord che hanno buone possibilità di essere eletti, il segretario piemontese Riccardo Molinari e Paolo Tiramani.

Ha meno possibilità di essere eletta, invece, Erika Faienza, ex consigliera provinciale Pd passata a Leu, condannata in via definitiva dalla Cassazione a pochi mesi di reclusione perché nel 2011 aveva autenticato 49 firme della lista “Piemont Europa Verdi Ecologia” a sostegno di Piero Fassino sindaco, poste però in sua assenza.

Lombardia Capolista al Senato in tre collegi per “Noi con l’Italia” (la cosiddetta “quarta gamba” del centrodestra) è Roberto Formigoni, ex presidente della Regione, condannato in primo grado per aver ricevuto 8 milioni in vacanze e altri benefit dal faccendiere Pierangelo Daccò, in cambio di decisioni regionali che favorivano le attività sanitarie della Fondazione Maugeri. È imputato per corruzione e turbativa d’asta anche in un altro processo, per aver favorito l’impresa Hermex Italia. Nello stesso processo è imputato per tentato abuso d’ufficio anche Paolo Alli, ciellino, ex braccio destro di Formigoni ai tempi di Expo: candidato al Senato a Mantova, ma nel centrosinistra in quota Civica Popolare, la lista creata dalla ministra della Sanità Lorenzin.

Capolista della Lega al Senato nella circoscrizione Lombardia 3, Varese-Como-Lecco, è Umberto Bossi, che proprio qui fu eletto per la prima volta nel 1987. L’ex capo della Lega ha in curriculum una condanna definitiva a 8 mesi per violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Si era dimesso da segretario della Lega nel 2012, dopo lo scandalo della distrazione di fondi del partito a favore della sua famiglia che gli è costato due condanne in primo grado (a Genova e Milano). Nel collegio di Legnano, il centrodestra ha candidato Massimo Garavaglia, leghista, assessore all’Economia della Regione e rinviato a giudizio per turbativa d’asta. Nello stesso procedimento che un anno fa portò all’arresto dell’ex vicepresidente della Regione, Mario Mantovani, di Forza Italia, accusato di corruzione, concussione e turbativa d’asta. Mantovani ha provato a farsi candidare, senza successo. Ha fatto però riaprire le liste di Fratelli d’Italia per inserire la figlia, Lucrezia Mantovani.

Al Senato, invece, Forza Italia schiera a Legnano Salvatore Sciascia, già direttore dei servizi fiscali del gruppo Fininvest. Per quel ruolo è stato condannato in via definitiva a 2 anni e 6 mesi per aver corrotto alcuni membri della Guardia di finanza per ammorbidire i controlli fiscali in quattro aziende Fininvest. Sciascia ha confessato di aver personalmente consegnato quattro tangenti da 100 milioni di lire l’una.

Friuli Venezia Giulia L’ex vicepresidente della Regione Luca Ciriani è il candidato di Fratelli d’Italia nel collegio uninominale del Senato a Udine e Pordenone. Nello scorso febbraio gli sono stati inflitti sei mesi di reclusione e 18mila euro di ammenda per lo scempio della Val Rosandra, una deforestazione selvaggia eseguita dalla Protezione Civile nel 2012. In primo grado era stato assolto.

LiguriaLa richiesta di rinvio a giudizio e la candidatura al Senato. Per Vito Vattuone, segretario regionale del Pd ligure, sono arrivate insieme. Vattuone – come 62 consiglieri in carica nei mandati 2005-2010 e 2010-2015 a guida centrosinistra – è indagato nell’inchiesta spese pazze. L’accusa anche per lui è di peculato. Stesso problema per Edoardo Rixi, a lungo vice di Matteo Salvini nella Lega, oggi è assessore allo Sviluppo Economico e braccio destro di Giovanni Toti in Regione: la Lega ha deciso di promuoverlo in Parlamento nonostante sia imputato per spese pazze. Il pm Francesco Pinto gli ha contestato spese sostenute in Costa Azzurra e in Valle d’Aosta. Un compagno di partito di Rixi ha patteggiato nel frattempo due anni. Rixi si è sempre mostrato tranquillo: “Ho chiarito tutto, continuo a lavorare”. Imputato per spese pazze pure un altro leghista: Francesco Bruzzone, presidente del consiglio regionale. Bruzzone ha ottenuto un rinvio del processo (il pm era contrario): prossima udienza il 5 marzo, a urne chiuse. Stessi problemi giudiziari per Sandro Biasotti: l’ex governatore, senatore uscente e coordinatore ligure di Forza Italia, è indagato per le spese pazze regionali. “Sono convinto che non sarò rinviato a giudizio. Ho spiegato tutto”, dice.

Marche Quattro dei candidati marchigiani nelle liste per il 4 marzo sono indagati per peculato. Anche qui si tratta dell’inchiesta sulle “spese pazze” della Regione: sono Paolo Petrini (Pd), Graziella Ciriaci(Fi), Maura Malaspina (Civica Popolare) e Francesco Acquaroli, sindaco di Potenza Picena (FdI). Poi c’è Jessica Marcozzi, capogruppo regionale di Forza Italia e capolista nel proporzionale al Senato: su di lei pesa una richiesta di rinvio a giudizio per bancarotta fraudolenta.

L’inchiesta sulle “spese pazze”, iniziata nel 2014 (per il periodo 2008-2012) vedeva indagati 62 consiglieri di quasi tutti gli schieramenti con l’accusa di peculato o concorso in peculato per aver, complessivamente, usato 1,2 milioni di euro pubblici per fini privati. Il 12 gennaio la Cassazione ha annullato la sentenza di proscioglimento per 56 di loro e ha rinviato gli atti alla Procura, che ora dovrà decidere su un eventuale nuovo rinvio a giudizio. A Graziella Ciriaci, candidata nel collegio del Senato di Ascoli Piceno e Civitanova (centrodestra) la Procura contesta di non aver motivato rimborsi per 4.800 euro; a Paolo Petrini, deputato uscente del Pd, candidato alla collegio della Camera Civitanova-Fermo vengono contestate spese non giustificate per riviste e libri, mentre a Maura Malaspina, candidata nel listino della Camera di Ascoli-Fermo-Civitanova per Civica Popolare, di aver speso più di 2 mila euro per una cena con 20 invitati.

Per quanto riguarda Jessica Marcozzi, capolista al Senato per Forza Italia, è pronta la richiesta di rinvio a giudizio per bancarotta preferenziale, in seguito al fallimento del calzaturificio di famiglia di cui lei era anche consulente fiscale.

Emilia Romagna Nella Regione in cui ha paracadutato Casini e Lorenzin, il Pd ha piazzato anche Piero Fassino. È in cima al listino bloccato di Ferrara-Modena alla Camera, lontano dalla sua Torino, dove l’ex sindaco è indagato per turbativa d’asta nell’inchiesta sul Salone del Libro.

In Emilia Forza Italia mette in campo una nutrita schiera di impresentabili. C’è Vittorio Sgarbi, pregiudicato dal 1996: è stato condannato in via definitiva a 6 mesi e 10 giorni di reclusione per truffa aggravata e continuata e falso ai danni dello Stato (aveva disertato il suo ufficio alla Soprintendenza di Venezia con scuse improbabili, tra le quali una meravigliosa “allergia al matrimonio”). Al suo attivo anche diversi procedimenti per diffamazione e una condanna erariale: deve risarcire 85mila euro al Comune di Salemi per alcuni incarichi illegittimi.

L’ex capogruppo Paolo Romani guida il listino di Forza Italia a Bologna per il Senato. Anche lui ha una condanna definitiva per peculato, confermata dalla Cassazione nel 2017, a causa delle bollette telefoniche del comune di Monza (del quale è stato assessore all’urbanistica). Un’utenza telefonica che Romani faceva usare a sua figlia. A suo onore va detto che nel frattempo ha provveduto a risarcire le casse municipali. Gli ex consiglieri regionali Enrico Aimi e Galeazzo Bignami, candidati rispettivamente al Senato e alla Camera sempre per Forza Italia, sono rinviati a giudizio nello stesso processo: quello per le spese pazze dei gruppi emiliani. Sono accusati di peculato: al primo sono contestati 58mila euro di rimborsi illegittimi, al secondo circa 35mila euro.

La Lega candida alla Camera (collegio di Fidenza) Giovanni Battista Tombolato: nel 2013 ha patteggiato 11 mesi di reclusione per aver autenticato alcune centinaia di firme false per le elezioni di Parma del 2012. En passant, col Carroccio scende in campo anche il sindacalista di polizia Gianni Tonelli (capolista a Bologna alla Camera). Non ha pendenze giudiziarie, ma nel suo curriculum ci sono gli insulti alle famiglie Cucchi e Aldrovandi e le dichiarazioni discutibili (eufemismo) sul reato di tortura e sul massacro della Diaz al G8 di Genova.

 

 

Sandra Amurri, Gianni Barbacetto, Andrea Giambartolomei, Andrea Managò, Giuseppe Pietrobelli, Ferruccio Sansa

Trapani, coppia arrestata: abusavano della figlia 13enne

Le violenze sono andate avanti per un anno intero. Dodici interminabili mesi durante i quali una ragazzina di 13 anni è stata costretta ad avere rapporti sessuali con il padre. Agli abusi avrebbe in alcune occasioni partecipato anche la madre. Una storia di orrori e degrado scoperta dalla polizia di Alcamo, grosso paese della provincia di Trapani in passato al centro di importanti indagini di mafia, ma anche di battaglie civili: come quella di Franca Viola, la prima donna che ha avuto il coraggio di dire no al matrimonio riparatore col suo rapitore, Filippo Melodia. La minore, esasperata dalle violenze, ha trovato la forza di confidarsi con alcuni parenti. Dallo sfogo della giovane vittima sono partite le indagini degli agenti del commissariato che hanno ricostruito un contesto di degrado e povertà e ieri hanno arrestato i genitori per violenza sessuale. Il padre, su ordine del gip di Trapani, è stato portato nel carcere San Giuliano, la moglie al Pagliarelli di Palermo. La coppia, inizialmente, avrebbe tentato di difendersi sostenendo che i rapporti con la ragazzina erano consenzienti. Poi l’uomo avrebbe ammesso di avere costretto la figlia ad avere rapporti sessuali con lui e avrebbe anche rivelato il ruolo della moglie.

Così finisce una baby gang. Ma il questore: “Aiutateci”

C’è un commissario di polizia a Napoli che si chiama Bruno Mandato e che il 12 gennaio scorso ha fatto una promessa a un ragazzo di 15 anni: arrestare i suoi aggressori. Ieri questa promessa è stata mantenuta. La baby gang, che il 12 gennaio ha aggredito senza motivo Gaetano all’uscita della metro di Chiaiano (quartiere a nord di Napoli), è stata identificata e fermata. Da ieri il branco, come lo ha definito il questore di Napoli, Antonio De Iesu, ha il volto e i nomi di dieci ragazzi di età compresa tra i 14 e i 17 anni. Otto sono le ordinanze di misura cautelare in comunità di recupero sparse sul territorio della provincia di Napoli. Solo per uno dei componenti della baby gang è stata disposta la permanenza in casa, mentre il decimo non è imputabile perché ha meno di 14 anni.

I provvedimenti sono stati emessi dal giudice del Tribunale per i Minorenni di Napoli Paola Brunese su richiesta della pm Emilia Galante Sorrentino, che con la procuratrice Maria de Luzemberger ha coordinato le indagini dei poliziotti dei commissariati Scampia e Chiaiano. Gli aggressori sono incensurati e provengono tutti da un quartiere difficile, dove per alcuni il rispetto si conquista incutendo paura. Quella stessa paura che Gaetano porta ancora addosso, ma che, al contrario, dopo l’aggressione non sembra aver sfiorato i ragazzi del branco. Il questore De Iesu ha parlato di un atteggiamento spavaldo tenuto dai dieci minorenni, individuati e interrogati dagli inquirenti qualche giorno dopo il ferimento di Gaetano, perfino nei confronti degli stessi investigatori.

“In questi quartieri il branco dà la forza, c’è l’esigenza di vivere in branco, ma non c’è consapevolezza – ha detto De Iesu – io mi auguro che sia le famiglie, sia loro stessi possano prendere consapevolezza del problema e collaborare con la procura dei minori, con gli assistenti sociali, per far uscire dal degrado e dalla violenza questi ragazzi”.

A incastrare la baby gang sono stati i filmati del sistema di videosorveglianza, le ricognizioni fotografiche e i contributi di alcuni aggressori.

Alle 18.30 del 12 gennaio Gaetano era appena uscito dalla stazione della metropolitana di Chiaiano insieme ai suoi due cugini, quando il branco li ha accerchiati e in un attimo è esplosa la violenza. I tre ragazzi sono stati minacciati e picchiati selvaggiamente. Gaetano ha avuto la peggio: trasportato in ospedale, è stato sottoposto ad un intervento chirurgico per l’asportazione della milza. “Gaetano è un ragazzo meraviglioso – ha commentato il commissario Mandato durante la conferenza stampa di ieri mattina – è il figlio che ogni genitore si augura di avere”.

Ieri mattina, nella sala stampa della Questura di Napoli c’era anche un altro genitore: Maria Luisa Iavarone, la madre di Arturo, il ragazzo di 17 anni accoltellato la sera del 18 dicembre scorso a via Foria, nel pieno centro di Napoli. “Arturo, purtroppo, sta avendo giornate complicate, anche perché siamo in attesa dell’incidente probatorio che tra qualche giorno lo vedrà di nuovo protagonista”, ha detto la donna. Purtroppo le indagini sull’aggressione di Arturo sembrano più difficili, perché non ci sono testimoni che hanno assistito alla violenza, sebbene il ragazzo sia stato accoltellato in una strada molto frequentata. O almeno nessuno finora ha collaborato con la giustizia.

Ed è proprio un appello alla collaborazione quello lanciato dal questore De Iesu: “Vorrei – ha detto – che si abbattesse la sfiducia nelle istituzioni, ogni giovane, ogni persona deve aiutarci. Le forze di polizia ci sono ma serve sostegno per migliorare contesto ed evitare che la stessa sorte di Arturo tocchi ad altri”. Il secondo appello invece arriva dal cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe ed è rivolto “a tutti coloro che sono istituzionalmente impegnati a fornire un’educazione ai giovani affinché ci si impegni veramente e con tutte le forze, perché – ha affermato Sepe – il fenomeno della violenza giovanile è esploso ma potrebbe non arrestarsi qualora preventivamente non riuscissimo a mettere in campo tutte le misure per evitare simili episodi”.

Intanto, il sindaco di Napoli Luigi de Magistris annuncia che il Comune si costituirà parte civile nell’eventuale processo a carico dei responsabili dell’aggressione di Gaetano.

Sette anni di carcere all’ex senatore dello sputo Barbato

Sono sette gli anni di carcere inflitti all’ex senatore dell’Udeur Tommaso Barbato al termine del processo di primo grado cosiddetto “Medea”, relativo alle infiltrazioni del clan dei Casalesi negli appalti concessi dalla Regione Campania nel settore idrico. La sentenza è stata emessa dal collegio del tribunale di Napoli Nord presieduto da Domenica Miele. Barbato, funzionario regionale addetto proprio al settore idrico, rispondeva di corruzione con l’aggravante mafiosa. L’ex parlamentare divenne famoso nel febbraio 2008 per lo sputo rifilato al senatore Nuccio Cusumano in occasione della mozione di sfiducia al governo Prodi. I giudici hanno disposto la pena massima, pari a 13 anni e sei mesi, per l’imprenditore Giuseppe Fontana, ritenuto vicino al clan di Michele Zagaria, alle cui ditte, è emerso durante il dibattimento, sono finiti gli appalti regionali concessi grazie alla complicità di Barbato. Fontana si era reso protagonista anche di un ultimo tentativo di far slittare la sentenza; i suoi legali avevano infatti presentato, nella scorsa udienza del 24 gennaio, istanza di ricusazione del collegio presieduto dalla Miele, ma la Corte d’Appello di Napoli ha bocciato la richiesta dando il via libera alla sentenza.