Biotestamento in vigore: ecco come funziona

È da ieri in vigore la legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), grazie alla quale si potrà redigere e depositare un proprio Testamento biologico, o Biotestamento, con le indicazioni delle terapie sanitarie che si intende o meno ricevere nel caso non si sia più in grado di prendere decisioni o esprimere chiaramente la propria volontà. I Comuni, però, si sono attivati da tempo, prima che la legge fosse definitivamente approvata, e al momento sono già 253 quelli che hanno aperto un Registro per depositare il Biotestamento: 50 lo hanno attivato nell’ultimo mese.

L’associazione radicale Luca Coscioni ha elaborato un vademecum con tutte le informazioni relative al Biotestamento.

Come farlo?

Le Dat possono essere redatte in diverse forme: si può scrivere un testo di proprio pugno; si può scaricare e compilare un modulo reso disponibile sul sito dell’associazione Coscioni; si possono esprimere le volontà attraverso una videoregistrazione e/o con dispositivi tecnologici che consentono alle persone con disabilità di comunicare. È possibile rinnovare, modificare o revocare le Dat in ogni momento. Il Biotestamento è esente dall’obbligo di registrazione tributaria, dall’imposta di bollo e da qualsiasi altro tributo o imposta.

Serve un fiduciario?

La legge auspica (ma non obbliga) che ogni persona, nel momento in cui sottoscrive il proprio Biotestamento, deleghi un fiduciario, una persona in cui pone la massima fiducia, che si assuma la responsabilità di interpretare le Dat contenute nel biotestamento, anche alla luce dei cambiamenti intercorsi nel tempo e di possibili nuove prospettive offerte dalla medicina. Qualsiasi persona maggiorenne e capace di intendere e volere può ricoprire il ruolo di fiduciario accettando la nomina. Il fiduciario dovrà possedere una copia del Biotestamento e avrà quindi il potere di attualizzare, in accordo con il personale sanitario, le disposizioni indicate. Nei casi in cui le Dat appaiano incongrue o qualora emergano nuove terapie, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita, il fiduciario potrà autorizzare i medici a non rispettare le Dat.

Come si autentica?

Con atto pubblico (atto redatto con un funzionario pubblico designato o attraverso un qualsiasi pubblico ufficiale, come un notaio); con una scrittura privata autenticata (da un funzionario pubblico designato dal Comune o da un qualsiasi pubblico ufficiale, come un notaio) custodita dal soggetto; con scrittura privata consegnata personalmente all’ufficio dello stato civile del Comune di residenza (ufficio che provvede all’annotazione in un apposito registro); presso le strutture sanitarie, qualora la Regione di residenza ne regolamenti la raccolta.

Pamela, 18 anni: trovata a pezzi in due trolley

Diciottenne fatta a pezzi e infilata in due trolley ritrovati tra Pollenza e Passo Treia, in provincia di Macerata. La conferma sull’identità dei resti è arrivata nel tardo pomeriggio di ieri: si tratta di Pamela Mastropietro, romana di 18 anni, ospite, fino al 29 gennaio scorso, di una comunità di recupero di Corridonia, sempre in provincia di Macerata.

La ragazza lunedì scorso si è allontanata volontariamente e a piedi dalla struttura, portando con sé le proprie cose, contenute in una valigia, probabilmente la stessa in cui sono stati ritrovati parti dei resti. Sono stati i carabinieri della locale stazione ieri mattina a dare seguito a una segnalazione giunta da un passante che, transitando in automobile, aveva notato due grandi valigie buttate sul fossato della strada provinciale. Quello che doveva essere un normale sopralluogo per constatare il contenuto delle valigie, alla fine si è trasformato in un incubo.

L’automobilista aveva pensato alla refurtiva di un colpo nella zona o, addirittura, a un carico di droga, magari a un normale eccesso di inciviltà. I due carabinieri non immaginavano certo di trovarsi davanti la macabra scena. In poco tempo l’area è stata sigillata per consentire l’avvio delle indagini. Le parti del corpo, smembrate, prive di vestiti o di frammenti di abiti, erano state infilate nei due trolley con grande accuratezza, addirittura lavate. La madre della ragazza, appena maggiorenne, si era rivolta alla popolare trasmissione di Rai3 Chi l’ha visto? per segnalare l’allontanamento e la sua preoccupazione. Ieri, dopo il ritrovamento dei resti, ha sperato fino in fondo che appartenessero ad un’altra persona: “Spero non sia lei. Una cosa è certa, vorrei capire come abbia fatto ad allontanarsi da quella comunità, qualcuno mi dovrà spiegare”. Questo al mattino, in serata la conferma sull’identità dei resti e la partenza immediata da Roma verso le Marche.

Pamela, aspirante estetista e studentessa di un istituto professionale della capitale, negli ultimi tempi stava passando un periodo di fragilità e di sofferenza, come capita a tanti altri suoi coetanei. Questo aveva spinto la famiglia a cercare una soluzione indirizzandola verso una comunità di recupero di Corridonia, a pochi chilometri da Macerata.

Senza troppi sotterfugi lunedì Pamela è uscita con la sua valigia ed è sparita nel nulla. Per quasi due giorni di lei non si è più saputo nulla, fino all’orrore di ieri. È molto probabile che quei trolley siano stati lanciati da un veicolo in corsa nella tarda serata di martedì. Il dettaglio è suffragato dal fatto che i cani all’interno del recinto di una villa nei pressi, abbiano iniziato ad abbaiare senza pause dalle 23 circa in avanti. I carabinieri del nucleo operativo di Macerata, entrati subito in azione, devono ricostruire cosa è accaduto in quel lasso di tempo e in quello spazio geografico: 20-25 chilometri in tutto, dalla comunità al punto in cui il responsabile dell’efferato omicidio ha scaricato le due valigie. Ieri sera fermato un nigeriano che abita a Macerata città.

L’area si trova in una zona industriale puntellata da piccole aziende, tutte, più o meno, dotate di sistemi di videosorveglianza. Proprio quelle immagini potrebbero fornire dettagli decisivi sul mezzo da dove sono scaricati i resti della diciottenne.

È chiaro che l’assassino per fare un “lavoro” del genere, nella sua follia ha dovuto passare parecchio tempo per occultare il cadavere. Forse Pamela conosceva la persona o le persone, magari l’avevano contattata per poi raggiungerla una volta fuori dalla comunità, senza pensare ai rischi che stava correndo.

Un omicida senza scrupoli, ma che potrebbe aver commesso un errore nella scelta del modo di liberarsi del cadavere. Le immagini spensierate di una normale ragazza di 18 anni campeggiano nei profili sui social network. Sulla sua pagina Facebook, accanto al nome, Pamela Mastropietro aveva inserito due semplici parole, positive, ottimistiche: “Tutto passa”.

Purtroppo quello avvenuto ieri nel Maceratese non è il primo caso del cadavere di una persona ad essere ritrovato all’interno di una valigia in Italia negli ultimi mesi. Ci sono alcuni precedenti molti recenti, casi diversi e scollegati tra loro: Franca Musso, 54 anni, di Tronzano Vercellese, il suo cadavere è stato ritrovato nel bosco ad Alice Castello il 4 novembre scorso, femminicidio irrisolto; Hu Cogliang detto Leo, 20 anni, ucciso a Modena il 27 novembre scorso per cui sono accusati cinque minorenni, uno ha confessato; e Katerina Laktionova, russa di 27 anni, morta di anoressia e gettata in mare in una valigia dalla madre a Rimini il 7 aprile 2017.

Treno deragliato, altri quattro indagati. Al via gli accertamenti

Si allarga l’indagine sull’incidente ferroviario di giovedì scorso alle porte di Milano nel quale hanno perso la vita tre donne e sono rimaste ferite 46 persone. Quattro nuovi indagati: i dipendenti Rfi Vincenzo Macello, Marco Albanesi, Andrea Guerini e Ernesto Salvatore, tutti in forze all’Unità di manutenzione territoriale di Rete Ferroviaria Italiana. I nomi dei nuovi indagati si aggiungono a quelli di Maurizio Gentile e Umberto Lebruto, rispettivamente ad e direttore della produzione di Rfi (il secondo è il capo dei nuovi quattro iscritti) e Cinzia Farisè e Alberto Minoia la prima ad e il secondo direttore operativo di Trenord. Domani si svolgeranno alcuni accertamenti irripetibili sui binari, la staffa di legno posta sotto il giunto all’altezza del cosiddetto ‘punto zerò (quello dove si sono staccati 23 centimetri di ferro) e i carrelli dei vagoni. Vagoni che forse si comincerà a sollevare con un’apposita gru in vista dell’ispezione.

Intanto, sono già oltre cento le persone che hanno fornito i propri dati per essere ricontattate, rispondendo quindi all’appello con cui la Procura che ha chiesto ai passeggeri a bordo del treno deragliato di farsi avanti per dare informazioni utili alle indagini.

Umiliati da Orlando, i giudici onorari bloccano i tribunali

L’ultima follia è di due settimane fa. Con una circolare, il ministero della Giustizia ha imposto che ai magistrati onorari venga modificato il tesserino di riconoscimento, il badge che gli permette pure di entrare in Tribunale senza passare dall’ingresso del pubblico. Gli va tolta la dicitura “Valido ai fin del porto d’armi anche senza licenza”. Il motivo? Non sono ordinari, fanno parte di una magistratura “prevista come meramente eventuale”. Come se fossero di passaggio e non un pilastro del sistema giudiziario. La circolare è l’ultimo effetto della riforma voluta dal ministro Andrea Orlando che sta scatenando una rivolta.

Da settimane le toghe onorarie sono in sciopero. Il 22 gennaio sono partiti i 1.400 giudici di pace; lunedì scorso si sono aggiunti i 2.100 Giudici onorari dei tribunali (Got) e i 1.784 viceprocuratori onorari (Vpo). Durerà fino a venerdì. L’effetto è dirompente: centinaia di migliaia di processi rinviati e tribunali paralizzati.

Per capire perché lo Stato abbia voluto umiliare 5 mila suoi collaboratori serve partire dall’inizio. Le toghe onorarie esistono in questa versione (cui si accede per concorso) dagli anni 90. Svolgono un ruolo essenziale per la giustizia, ma sono pagati a cottimo: 73 euro netti al giorno, per decine di processi. Dovevano durare massimo 6 anni e invece di proroga in proroga sono ancora qui. Senza nessun diritto. Il guaio è che la Commissione Ue ha stabilito che questi lavoratori, pur essendo di fatto subordinati, vengono trattati come autonomi: niente ferie, malattie, maternità o pensione. Nulla. Per evitare di venire condannato a doverli assumere – come accaduto con i precari della Pa – il governo ha risolto la cosa a modo suo. Niente assunzione né abolizione, Orlando – su pressione dell’Anm, l’associazione dei magistrati in carriera – si è inventato una riforma che li rende ufficialmente lavoratori autonomi: tetto alla retribuzione a 700 euro netti al mese per massimo due giorni a settimana. Ovviamente quelli effettivi di lavoro sono di più, perché bisogna studiare i fascicoli o scrivere le sentenze. Siccome con questi paletti i tribunali si bloccherebbero, la riforma impone nuove assunzioni: più precari, stessa spesa, cioè stipendi tagliati per tutti.

Che costringere lavoratori ad amministrare la giustizia a ritmo di 200 euro lordi per 80 processi non sia una buona idea lo pensano pure i Procuratori. In 108 hanno chiesto a Orlando di optare per l’“ufficio del processo”, stabilizzandoli senza equipararli alle toghe ordinarie. Niente da fare.

I magistrati onorari ora promettono scioperi a oltranza. La rabbia monta anche perché l’Inail ha dato il via alle richieste dei contributi. L’Inps lo farà a breve: il costo di previdenza e assicurazione antinfortunistica verrà detratto dallo stipendio. Poi ci sono altri deliri. Il presidente del tribunale di Reggio Calabria, per dire, ha imposto che le udienze dei Got terminino entro le 14 (come se dipendesse da loro), per evitare che, superando le 5 ore di lavoro, la paga debba essere raddoppiata.

Con lo stop dei giudici di pace (gli unici pagati decentemente, ma che la riforma ora mette nello stesso calderone) sono stati già rinviati 400 mila processi. Con lo sciopero dell’intera magistratura precaria si calcola che ne salteranno altri 6-700 mila. E così è la paralisi. Solo per dare l’idea, a Napoli sono saltati pure i processi collegiali (senza detenuti) della Direzione Antimafia per estorsione nei confronti di affiliati ai clan di camorra (non a caso nel 2014 il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti scrisse a Orlando chiedendo di stabilizzare Got e Vpo). Solo nel capoluogo campano salteranno 800 esecuzioni mobiliari. “Parliamo di casi anche delicati, come assegni non pagati al coniuge o lavoratori che devono avere i loro, oppure persone creditrici di Equitalia – racconta Giulio Calogero, Got civile – Siamo in dieci, e solo nell’ultimo trimestre ho definito 570 procedure, in media ne abbiamo 80 a settimana”. La sua storia è finita anche in Parlamento: nel 2013 è stato operato per un carcinoma, ma è dovuto rientrare a lavoro dopo 30 giorni per non essere sostituito: “Non mi hanno riconosciuto un giorno di malattia, ho lavorato anche in terapia”. “Al sud seguono processi con imputati al 41 bis in video conferenza, o con parenti in aula – racconta Paola Bellone, del Movimento 6 luglio – A un collega sono state tagliate le gomme, un altro si è trovato una testa di cane in macchina. Ad altri hanno sparato contro l’auto. In Piemonte ci sono colleghi malati di Sla che lavorano”.

C’è anche questo mondo dietro le statistiche sui “giudici italiani più produttivi d’Europa”. Chissà se lo saranno ancora dopo che quelli “eventuali” avranno gettato la spugna.

Ilva, partono i lavori per la sicurezza dei parchi minerari

Partono i lavori della copertura dei parchi minerari dell’Ilva di Taranto. Li farà la società friulana Cimolai, scelta dall’Amministrazione Straordinaria che anticiperà i costi per poi rivalersi su ArcelorMittal quando si perfezionerà la cessione degli asset del gruppo italiano. Oggi si apre il cantiere del Parco minerali, a giugno partirà la copertura dei Parco fossili. I tempi previsti per la realizzazione delle opere sono 24 mesi per ogni parco. Dunque il 2020 potrebbe essere l’anno senza polveri. Intanto resta alta la tensione fra istituzioni centrali e locali mentre i sindacati chiedono di poter capire se ArcelorMittal è disponibile a garantire tutti i 14.000 lavoratori Ilva. A due giorni dalla lettera dei quattro ministri (Ambiente, Salute, Sviluppo e Mezzogiorno), che respinge le richieste del Comune di Taranto e della Regione, il presidente della Puglia Michele Emiliano resta silente. La Regione però sembra intenzionata a disertare l’”Osservatorio Permanente per il Monitoraggio dell’Attuazione del Piano Ambientale” dell’Ilva convocato per il 13 febbraio: “La Regione Puglia più volte invitata a nominare un proprio rappresentante, non ha ritenuto di provvedere” scrive il ministero dell’Ambiente.

Record del prelievo contributivo: sui collaboratori 34,23%

Crescono ancorai contributi, a carico dei collaboratori e delle figure assimilate inscritti all’Inps due. Così come imposto dalla legge Fornero nel 2012, l’aliquota contributiva dal 2018 scatta al 33%, portandola allo stesso livello di quella pagata dai lavoratori dipendenti. Ma a questo tetto si aggiungono le aliquote aggiuntive dello 0,51%, decisa nel 2017 e dello 0,72% destinata a finanziare le misure a tutela della maternità e della malattia. L’ultima manovra sulle aliquote contributive porta il prelievo complessivo ad arrivare al 34,23% dei compensi percepiti. Lo precisa una circolare dell’Inps, a proposito dei lavoratori “iscritti in via esclusiva alla Gestione separata”. Per i liberi professionisti non assicurati presso altre forme pensionistiche obbligatorie l’aliquota complessiva dal 2018 è al 25,72% mentre per i titolari di pensione o gli iscritti ad altre forme pensionistiche obbligatorie, come commercianti e artigiani, l’aliquota è rimasta al 24%. La ripartizione dell’onere contributivo tra collaboratore e committente è stabilita dalla legge nella misura rispettivamente di un terzo a carico del lavoratore e due terzi a carico dell’azienda.

Ora Scafarto passa al contrattacco: “Chi avvertì Tiziano dell’inchiesta?”

Giampaolo Scafarto, il maggiore del Noe accusato di aver manomesso un’informativa dell’inchiesta Consip, passa al contrattacco e durante l’interrogatorio di ieri sulla sospensione per un anno dal servizio, lancia il sasso: “Chi ha avvertito Tiziano Renzi (padre dell’ex premier, indagato per traffico di influenze, ndr) che aveva il telefono sotto controllo?”.

Il 7 dicembre 2016, a soli due giorni dall’inizio delle intercettazioni, infatti, viene registrata una telefonata tra l’amico di babbo Renzi, Carlo Russo, e Roberto Bargilli, autista del camper di Matteo Renzi ai tempi delle primarie 2012. Dice Bargilli: “Ti telefonavo per conto di babbo… mi ha detto di dirti di non chiamarlo e di non mandargli messaggi”. “Quell’informazione – ha detto Scafarto ai giornalisti – era in possesso di tre persone: il sottoscritto, il dottor Woodcock e un maresciallo. Noi non ne parlammo mai con nessun altro. Chi ha dato quell’informazione?”. Anche su questo sono in corso gli accertamenti dei pm romani. Per la prima volta, inoltre, il maggiore ha fornito la sua versione su quanto riferito dal procuratore di Modena Lucia Musti, il 17 luglio scorso, davanti al Csm: “Scafarto (senza citare Consip, ndr) mi disse: ‘Scoppierà un casino, arriviamo a Renzi’”. Il maggiore nega: “Ho incontrato l’ultima volta la Musti l’11 luglio del 2016” e le microspie nell’ufficio dell’imprenditore campano Alfredo Romeo “sono state installate l’1 agosto 2016, quella che riguarda Tiziano Renzi è del 3 agosto”. Musti, però, ha detto che Scafarto gli parlò a settembre 2016.

L’ufficiale del Noe respinge l’accusa di aver falsificato un’ informativa a danno di Tiziano Renzi: “Non ho taroccato nessuna informativa, anzi una volta ho corretto quanto verbalizzato da un mio collaboratore che attribuì erroneamente a Marco Carrai una conversazione riconducibile ad altro soggetto”. Il maggiore è accusato anche di aver mandato atti dell’indagine a ex colleghi poi passati all’Aise e di depistaggio perché avrebbe distrutto prove utili: in particolare eliminando il backup di Whatsapp sul cellulare del vice comandante del Noe, Alessandro Sessa, pure lui indagato per depistaggio. La difesa ieri ha depositato una relazione per spiegare, in sostanza, che i vecchi messaggi non sarebbero stati eliminati.

Intanto arrivano cattive notizie per un protagonista dell’inchiesta Consip, Romeo: ieri ha perso il ricorso presentato al Tar del Lazio contro l’esclusione della sua società, su decisione di Consip, dalla maxi-gara per l’affidamento dei servizi integrati per gli immobili in uso alle pubbliche amministrazioni. I fatti risalgono al giugno scorso quando Consip ha escluso Rti Romeo Gestioni dalla gara nonostante fosse risultata la prima classificata per tre lotti e seconda per un quarto. “Terminata la fase della verifica di anomalia dell’offerta – si legge nella sentenza del Tar – il procedimento di gara ha subito un arresto”, proprio a causa dell’inchiesta penale. Secondo il Tar il ricorso, presentato per difetto di motivazione dell’esclusione, è “infondato”; non è vero che la Consip ha ricevuto con “acriticità le risultanze penali” e in ogni caso il giudice amministrativo non può sindacare se non quando vi è “manifesta illogicità, irrazionalità o errore di fatto”. Il Tar, comunque, concorda con la scelta di Consip: “Non può censurarsi l’operato per aver valorizzato le condotte imputate al socio di minoranza della Società, qualificato in sede penale ‘dominus e organo apicale di fatto della società medesima’” né si può ritenere illegittimo che Consip abbia ritenuto “irrilevante il sistema di risanamento adottato dalla società”.

Romeo è sotto processo per corruzione: avrebbe dato in 4 anni 100 mila euro all’ex funzionario Consip Marco Gasparri che ha ammesso di aver ricevuto le mazzette a partire dal 2013 e ha patteggiato una pena di un anno e 8 mesi.

I guai con la Consob, interrogatori segreti e dubbi sull’inchiesta

Il terremoto delle Popolari nasce e rinasce con Giuseppe Vegas. Nasce perché l’11 febbraio di ormai tre anni fa, nel 2015, l’ex presidente della Consob, in audizione alla Camera, spiega che prima dell’approvazione del decreto che avrebbe imposto la trasformazione delle Popolari in Spa – quando già circolavano indiscrezioni – alcuni “soggetti hanno effettuato acquisti prima del 16 gennaio, eventualmente accompagnati da vendite nella settimana successiva”, creando “plusvalenze effettive o potenziali stimabili in 10 milioni di euro”. La Procura di Roma apre un’inchiesta. Indaga anche la Consob, che si concentra poi su una telefonata del 16 gennaio del 2015, a quattro giorni dall’approvazione della riforma, tra il presidente onorario del gruppo Gedi che edita Repubblica, Carlo De Benedetti, e il suo broker Gianluca Bolengo.

In quella telefonata l’ingegnere chiede: “Quindi volevo capire una cosa… (incomprensibile) salgono le popolari?”. E Bolengo: “Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono”. De Benedetti risponde: “Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa”. Dopo sette mesi, l’ufficio Abusi di Mercato propone una sanzione sostenendo che “De Benedetti ha disposto che fossero acquistate per conto di Romed (la sua società finanziaria, ndr) azioni emesse dalle Popolari utilizzando l’informazione privilegiata in possesso allo stesso ingegnere” e che “Bolengo era nelle condizioni di conoscere i profili di illiceità connessi all’utilizzo dell’informazione privilegiata”. Nel frattempo anche la Procura di Roma svolge accertamenti, iscrivendo in un primo momento Bolengo per ostacolo alla vigilanza e poi interrogando come persone informate sui fatti sia De Benedetti che Renzi. Tutti negano di aver avuto o trasmesso informazioni privilegiate. I pm chiedono una perizia a due consulenti, i quali, in sostanza, sostengono che il comportamento della Romed non è coerente con quello di chi possiede un’informazione privilegiata, perché investe poco (5 milioni, con plusvalenza di 600 mila) e copre il rischio dell’operazione con un derivato, segno che non c’era certezza sull’esito.

Anche De Benedetti la pensa così: “Con le nostre controparti – dice convocato dalla Consob l’11 febbraio 2016 (il verbale è stato rivelato dal Sole24Ore) – … avevamo fatto 620 milioni, di cui le Popolari solo 5. Tutte le altre operazioni hanno il taglio di 20, ma se io avessi saputo, avrei fatto 20 anche sulle Popolari (…) Questa è la prova provata che io non sapevo niente”. L’ingegnere in Consob racconta di aver incontrato il direttore generale di Bankitalia, Fabio Panetta, il 14 gennaio 2015. Accompagnandolo all’ascensore, Panetta gli avrebbe detto: “L’unica cosa positiva che mi pare che finalmente il governo si sia deciso a implementare quella roba che noi chiediamo da anni e cioé: la trasforma… la riforma delle Popolari”. Mai, spiega l’ingegnere, disse che la riforma sarebbe stata fatta con decreto legge. Sempre davanti a un ascensore, questa volta di Palazzo Chigi, il giorno dopo, Renzi, con il quale si era incontrato per colazione, gli disse: “Sai, quella roba di cui ti avevo parlato a Firenze, e cioè delle Popolari, la facciamo”.

Sullo sfondo poi ci sono i rumors dei giorni precedenti alla riforma, con le indiscrezioni finite sui giornali, che però non parlano di un decreto legge. Eppure Bolengo al telefono con De Benedetti dice proprio “decreto”. Per i magistrati romani però usa questo termine “palesemente senza connotazione tecnica”. E quindi, il primo giugno 2016 chiedono l’archiviazione per il broker, unico indagato. Nella richiesta di archiviazione, il pm Stefano Pesci, spiega: “Sono due gli elementi price sensitive che avrebbero dovuto rimanere riservati: l’adozione dello strumento del decreto legge e la data di emanazione”. De Benedetti, per i pm, non conosceva le tempistiche (nell’intercettazione parla di un “provvedimento” “nei prossimi mesi… una o due settimane”), né sapeva del decreto: “Si limita ad affermare di aver appreso di un ‘intervento’: espressione polivalente, che nulla apporta in più rispetto a quanto ben noto al Bolengo”.

Da oltre un anno e mezzo si attende la decisione del giudice sulla richiesta di archiviazione. Intanto il collegio dei commissari della Consob, dopo aver ricevuto la richiesta di archiviazione della Procura, ha smentito il suo Ufficio Abusi e ha archiviato con voto favorevole di tutti (Vegas astenuto).

Del caso De Benedetti si è tornati a parlare il 14 dicembre scorso, quando in Commissione banche, proprio l’ex presidente Consob dice: “È stata archiviata la posizione di Renzi, mentre mi risulta che sia stata proposta l’archiviazione di De Benedetti anche se non ancora convalidata dal Gip”.

Il terremoto delle Popolari quindi ricomincia. Vegas si sbagliava, perché né Renzi né De Benedetti sono stati indagati, ma i parlamentari chiedono le carte ai pm. E così, dopo due anni, il decreto di archiviazione (secretato) finisce sui giornali.

Al telefono: “Passa, lo ha detto Renzi”

De Benedetti: Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane.

Bolengo: Questo è buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari (…)

DB: Volevo capire una cosa… salgono le popolari?

B: Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono.

DB: Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa.

B: Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle popolari. Se vuole glielo faccio studiare uno di quelli che potrebbe avere maggiore impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualcosa.

Renzi e la “soffiata” a Cdb: adesso indaga Perugia

La verità giudiziaria sull’acquisto delle azioni delle banche popolari, operato dall’ex presidente del gruppo Espresso, Carlo De Benedetti, dopo aver saputo dall’ex premier, Matteo Renzi, dell’imminente decreto che le trasformava in Spa, non è più soltanto nelle mani del pm Stefano Pesci e del procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone.

Ora è anche nelle mani della procura di Perugia, guidata da Luigi De Ficchy. Il Fatto è in grado di rivelare che la procura perugina – dopo l’esposto presentato d Elio Lannutti, presidente onorario dell’Adusbef, oggi candidato per il M5S – ha aperto un fascicolo per verificare se, da parte dei magistrati romani che hanno condotto l’inchiesta, vi siano stati comportamenti od omissioni che integrino ipotesi di reato. E, per verificarlo, risulterà indispensabile valutare gli atti dell’intera vicenda che ha portato la procura di Roma a chiedere l’archiviazione del broker Gianluca Bolengo. Parliamo dell’uomo che, per conto di De Benedetti, il 16 gennaio 2015, investiva 5 milioni in azioni delle banche popolari, con un profitto di 500mila euro. Bolengo viene intercettato mentre De Benedetti gli chiede: “Salgono le popolari?”. Il broker gli risponde: “Sì, se passa un decreto fatto bene, salgono”. E De Benedetti: “Passa, ho parlato ieri con Renzi, passa”. E l’investimento parte all’istante.

Da questa conversazione nasce l’informativa della Consob – trasmessa anche al Nucleo speciale di polizia Valutaria della Gdf – che porta la procura di Roma ad aprire il fascicolo. Bolengo viene iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di ostacolo alla vigilanza. Ed è l’unico. La procura di Roma – che sceglie di affidare le indagini a due periti e non alla Gdf – non iscriverà mai Renzi e De Benedetti nel registro degli indagati: sono stati entrambi sentiti come persone informate sui fatti. Fin qui, la cronaca dell’inchiesta romana. Sulla vicenda, però, interviene ora la procura di Perugia.

I pm del capoluogo umbro non entreranno, come ovvio, nel merito delle indagini condotte dai colleghi romani: non è uno scontro tra procure. La procura di Perugia intende verificare se i pm capitolini, nell’istruire il fascicolo, abbiano commesso reati oppure no: è l’unica competente a indagare sui colleghi della capitale. E l’esposto presentato da Lannutti ha espressamente chiesto al procuratore De Ficchy di “valutare e/o indagare circa la sussistenza degli estremi per avviare un procedimento per responsabilità penale o civile nei confronti dei magistrati” che hanno indagato sul caso Renzi – De Benedetti. Il motivo: ricevuta dalla Consob l’informativa sulla vicenda, la procura di Roma avrebbe aperto un fascicolo modello 45, ovvero quello per degli “atti per le notizie non costituenti notizia di reato”. Una procedura, denuncia Lannutti, “espressamente vietata dal codice penale e da una circolare del ministero della Giustizia”.

Al Fatto risulta che ieri Lannutti è stato sentito dalla procura di Perugia, proprio in merito al suo esposto, confluito nel fascicolo appena aperto. Un fascicolo che, per il momento, non vede alcun indagato, ma di certo dimostra un fatto: la Procura di Perugia sta indagando su eventuali reati commessi dai pm romani.

Una notizia esplosiva. A poche settimane dalle elezioni, peraltro, rischia di produrre un effetto collaterale. Essere strumentalizzata a fini politici: Lannutti, infatti, è oggi candidato alle elezioni per il M5S. I fatti però raccontano altro. Fu proprio Lannutti, nel gennaio 2015, non appena la vicenda Renzi – De Benedetti venne alla luce, a chiedere alla procura di Roma d’indagare. Parliamo di ben tre anni fa. Ha proseguito con l’esposto inviato a Perugia.

Al di là delle strumentalizzazioni, piuttosto, siamo dinanzi a una vicenda che ha necessità di essere chiarita il prima possibile. In primo luogo perché l’inchiesta riguarda la più importante procura italiana. Infine perché s’intreccia – inevitabilmente – con un caso unico nella nostra storia: il patron del principale gruppo editoriale italiano scoperto a investire i propri soldi dopo aver ricevuto informazioni, su un imminente decreto, dal presidente del Consiglio in persona. Se esistono altre verità da scoprire, questa volta, toccherà svelarle ai pm di Perugia.