Truffe cammellate

Purtroppo l’ipocrisia, che fa rima con amnesia, dei giornaloni italiani e stranieri ha contagiato anche Romano Prodi. È l’ipocrisia-amnesia di chi, nella migliore delle ipotesi, non dice mai una parola su Silvio Berlusconi e, nella peggiore, ne parla per riabilitarlo. Ha cominciato Eugenio Scalfari, ha proseguito Carlo De Benedetti (che non si capisce perché abbia litigato con Scalfari, visto che su “Di Maio peggiore di tutti i mali”, persino di B., concorda in pieno), poi s’è pentito Bill Emmott, infine Le Monde s’è addirittura scusato per aver accostato B. alla mafia (per una volta che ne aveva azzeccata una). E l’altroieri è arrivato pure il New York Times a spiegarci che il Caimano “non è più lo zimbello della politica europea” e che l’unica scommessa sicura delle prossime elezioni in Italia è che sarà lui il kingmaker”, che “improvvisamente non sembra così male”, che ora si presenta addirittura come un saggio e moderato statista”. Ma questi signori lo sanno o non lo sanno che il saggio e moderato statista, quello che sarebbe meglio di Di Maio, è un pregiudicato per frode fiscale, un indagato per le stragi mafiose del 1993 (venti morti e parecchi feriti fra Firenze, Roma e Milano), un pagatore seriale di Cosa Nostra e un pluriprescritto per corruzione semplice e giudiziaria, per falso in bilancio e per compravendita di senatori avversari? Un tempo la stampa estera ci aiutava a ricordare ciò che quella nazionale tentava di farci dimenticare. Ora collabora con quella nostrana per farci perdere il poco di memoria rimasto.

Prodi intanto ci spiega che Renzi, quello che prima ha messo alla porta i bersaniani, poi ha tradito il “partito delle primarie” facendosi le liste dei nominati come pareva a lui, infine ha fatto fuori le minoranze di Orlando, Cuperlo ed Emiliano per imbarcare una carrettata di fedelissimi suoi e berlusconiani, “lavora per l’unità del centrosinistra”. Testuale. Infatti, in nome dell’unità del centrosinistra, il Professore a Bologna dovrà votare Casini, che per 20 anni è stato eletto col centrodestra, contro una figura storica del centrosinistra bolognese come Vasco Errani, che corre con LiberieUguali, dunque a Prodi non piace più perché “senza coalizioni non si vince”. E quale sarebbe, di grazia, la “coalizione” di “centrosinistra”? Quella del PdR (Partito di Renzi) con tre foglie di fico appese alle pudenda: +Europa della premiata ditta Bonino-Tabacci (entrambi già al governo con B.), Civica e Popolare della Lorenzin&C. (alfaniani da sempre in lista con B.) e Insieme dei trascinatori di folle Santagata (ulivista), Bonelli (verde) e Nencini (socialista).

Una coalizione-patacca, come tutti sanno, visto che le tre liste non hanno alcuna speranza di superare il 3% per entrare in Parlamento, ma con l’1% porteranno voti al mulino di Renzi, moltiplicando i suoi seggi. Una truffa ben nascosta nel Rosatellum, che indurrà molti ingenui elettori di centrosinistra che detestano Renzi a illudersi di punirlo votando Bonino o Insieme, senza sapere che i loro voti andranno tutti a Renzi e al suo Giglio Fradicio: bella punizione, non c’è che dire. Prodi questo trucco lo conosce benissimo e, se non lo svela, è perché spera che molta gente ci caschi. Ma non sarà facile, viste le candidature del Pd e anche di FI, fatte apposta per spalancare la strada al governo Renzusconi prossimo venturo. Renzi ha silurato l’antiberlusconiano Di Pietro, che aveva preannunciato il suo no a un governo-inciucio. B. ha ricambiato lasciando a casa il forzista antirenziano Augello, troppo battagliero in Commissione Banche sullo scandalo Etruria-Boschi. Il Caimano e il Caimanino non si attaccano mai a vicenda, preferendo sparare entrambi sui 5Stelle e dichiarare pubblicamente che il nemico pubblico numero 1 è Di Maio.

Siccome poi B. era assediato da processioni di ex amici tornati a Canossa, anzi ad Arcore, e non poteva garantire un posto a tutti, l’amico Matteo se li è caricati sulle spalle e glieli ha piazzati in collegi sicuri del Pd. Tanto dopo si fa tutta un’ammucchiata: raccolta differenziata fino al 4 marzo, indifferenziata dopo. In Lombardia chi vota Pd deve ciucciarsi Paolo Alli, già braccio destro di Formigoni e il consigliere regionale Pdl Angelo Capelli. In Emilia Romagna, oltre a Casini e alla Lorenzin, i compagni pidini dovranno sorbirsi Sergio Pizzolante, eletto con FI nel 2006, nel 2008 e nel 2013, ora targato Pd. In Toscana dovranno digerire Gabriele Toccafondi, ex leader dei Giovani Azzurri e già capo-gabinetto di Bonaiuti; e l’ex giudice Cosimo Ferri, già ras di Magistratura Indipendente, sottosegretario dal 2013 in quota FI. A Pescara dovranno inghiottire Federica Chiavaroli, ex coordinatrice del Pdl, che ora ha levato la “l”. In Campania dovranno cuccarsi Giuseppe De Mita, nipote d’arte, ex Udc come lo zio. In Basilicata dovranno deglutire Guido Viceconte, da sempre con B. In Calabria dovranno votare per Nico D’Ascola, ex socio di Ghedini ed ex difensore di B. e Scopelliti; e pure Giacomo Mancini jr., sei partiti alle spalle, primo dei non eletti di FdI alle ultime Regionali. In Sicilia, oltre a una pletora di cuffariani e lombardiani, dovranno sopportare Gioacchino Alfano, ex FI ed ex Pdl come il suo omonimo. Sarebbe questo il Pd che “lavora per l’unità del centrosinistra”?

Siccome non c’è limite all’ipocrisia, l’altroieri Repubblica titolava in prima pagina “M5S, il passo falso sui candidati” perché – orrore – ne avevano due iscritti al Pd e non se n’erano accorti. Invece, se Renzi che candida una ventina di berlusconiani e una vagonata di inquisiti (tutti peraltro del Pd), e non per sbaglio ma apposta, nessun passo falso. È tutto calcolato. Dicono “coalizione” e già pensano a B. Cioè alla colazione.

“Ho visto nascere Mistero Buffo. E lo spettacolo non è terminato”

Mistero Buffo debuttò nel 1969, ma lo spettacolo non è mai terminato, almeno a dar retta al suo autore: “Misteri tanti. Buffi pochissimi. Risolti nessuno”. Così Dario Fo introduceva qualche anno fa Il Paese dei misteri buffi, uno dei tanti libri editi da Guanda, che sta ora ripubblicando tutte le opere del Premio Nobel morto nel 2016, a partire proprio da Mistero buffo.

Questo “spettacolo grottesco inventato dal popolo” nasce da testi storici, orali e apocrifi: “Tutto iniziò con una pièce di canzoni popolari, Ci ragiono e canto, ispirata alle ricerche dell’antropologo de Martino e altri”, racconta Jacopo Fo, che all’epoca aveva 14 anni. “In quell’occasione mio padre scoprì alcuni atti notarili medievali, ai margini dei quali – visto che la carta costava tantissimo – qualche appassionato di teatro annotò gli schemi degli spettacoli dei giullari, schemi però che nessuno riusciva a capire. Mio padre allora mostrò questi documenti a mia madre, che è nata e cresciuta in palcoscenico, in una famiglia di guitti. E lei subito intuì che quelle note apparentemente confuse erano schemi teatrali medievali. Quindi tradusse tutte le chiavi comiche, e da questo dialogo tra i miei nacque il primo canovaccio di Mistero buffo”, una miscellanea di novelle dissacranti, affabulate in una lingua inventata, il grammelot.

“In verità – prosegue Jacopo Fo – mio padre aveva già usato questa lingua onomatopeica anni prima: era un grande appassionato di jazz, ma non sapeva l’inglese; perciò, quando cantava con i grandi musicisti della Milano anni 50-60, inventava le parole, faceva finta, faceva dei suoni assonanti con la lingua inglese… Questo gioco lo riutilizzò nel Mistero buffo, mischiandolo con altri idiomi: lui da piccolo stava a Porto Valtravaglia (in provincia di Varese, ndr), dove c’era una fabbrica di vetro e arrivavano maestri soffiatori da mezza Europa, polacchi, francesi, greci, albanesi. Si ritrovavano tutti nel bar del paese, dove si svolgeva una specie di gara di affabulazione, ma siccome sapevano malissimo la nostra lingua, un po’ parlavano in italiano e un po’ usavano la loro lingua, oppure storpiavano le parlate altrui o il dialetto lombardo. Da questa esperienza e dal jazz nasce il grammelot”.

A differenza di altre pièce, Mistero buffo non ha subito molte variazioni e integrazioni negli anni poiché “tutti i pezzi che lo compongono hanno una struttura matematica, per certi versi intoccabile”.

Infatti, chi ha provato a mettervi mano, allestendo una personale versione dello spettacolo, ha spesso fallito.

Il caso più eclatante è quello della Comédie-Française: “Uno degli allestimenti più disastrati di Mistero buffo… I miei andarono a Parigi a vederlo e si stupirono che, dall’inizio alla fine, non c’era una risata. Avevano demolito la struttura dello spettacolo, l’avevano trasformato in una esibizione di grandi attori con afflato e una recitazione caricata. Perciò mia madre bloccò le repliche, togliendo i diritti di rappresentazione: fu uno scandalo incredibile perché ovviamente mandare affa… la Comédie-Française non è da tutti”.

Anche oggi “gestire l’eredità di mio padre e mia madre è un problema. Molti registi, ahimè, distruggono l’opera, non capendone la struttura interna. Gli spettacoli dei miei hanno meccanismi precisissimi; il ritmo e le risate sono costruiti in maniera perfetta: se si scardinano, salta tutto”.

E lei si è mai cimentato nel repertorio familiare? “Io ho seguito pedestremente l’impostazione dei miei genitori, ma ho sempre preferito raccontare storie mie anche perché, puoi ben capire, essere il figlio di Dario Fo e fare teatro è dura. Poi se interpreto Mistero buffo la gente vede mio padre, non me. E diventa imbarazzante”.

“Il mestiere dello scrittore, così vicino a un vampiro”

“Presenze, visioni, deliri, sagome di teatro. Vogliono entrare nel registro. In realtà sono io a desiderare che ciò avvenga. Ma non è la stessa cosa?”. Così parla un professore prima di un appello in 26 atti da fare in un mare di ricordi e persone tra Colle Oppio e Campo der Sole. È Tutti i nomi del mondo, romanzo dell’insegnante Eraldo Affinati.

Lei ha scritto un libro complesso. Possiamo dire che Tutti i nomi del mondo è una specie di terapia collettiva, in primis dell’autore?

Scrivere implica accogliere le interpretazioni e le sensibilità del lettore. Questa può essere una chiave di lettura. Ho superato i 60 anni, a un certo punto arriva il momento fatale del bilancio, così ho immaginato un professore, il mio alter ego, che fa un appello, il gesto tipico dell’insegnante. Un appello cripto scolastico, cui rispondono i miei studenti, gli ex studenti, gli immigrati a cui insegniamo l’italiano, ma anche i miei defunti (nonni, zii) e i ragazzi, ex studenti, morti in circostanze tragiche. Tutto si basa su una domanda del professore: che senso hanno avuto i nostri incontri, sono frutto del caso o di un disegno nascosto? Ognuno, in un monologo interiore del professore, risponde a modo suo. Per fortuna c’è Ottavietto…

Chi è Ottavietto?

Il mio ripetente, accompagna tutti i 26 capitoli. E nel suo romanesco popolare riporta tutto a terra, alla sua giusta dimensione, anche le ardite evoluzioni del professore. È lui il vero protagonista, quello che alla fine dà una parvenza di senso ai discorsi di un romanzo lirico e comico allo stesso tempo, costruito nella forma di un dramma teatrale.

Romanzo sperimentale?

No, sperimentale è un termine equivoco, evoca qualcosa di difficile, arduo. Ho soltanto sfruttato tutti i registri linguistici a mia disposizione: l’italiano corretto, l’italiano “sporco” di chi lo deve imparare, il dialetto romanesco, espressioni idiomatiche francesi e inglese, le lingue coloniali di chi arriva in Italia dal Sud del mondo insomma.

L’impressione è che lei abbia “vampirizzato” le storie dei suoi allievi. In fondo lo scrittore è anche vampiro, o no?

Il professore ha vampirizzato e si è fatto vampirizzare, chiedendo di letteralmente di essere “messo al muro”. Lui stesso, poi, diventa Hamed, Abdel. Forse è proprio questo il senso profondo: ognuno, nel bene e nel male, è il frutto delle persone che ha conosciuto, dei propri fallimenti e delle proprie vittorie.

Lei insegna italiano gratuitamente agli stranieri. Si sente fuori moda?

Assolutamente no. Anzi, ho scoperto un mondo di volontari, centinaia in tutta Italia. Chi lo fa con motivazioni politiche, chi religiose, chi esistenziali, perché la cosa lo fa stare meglio. Se si parlassero tra loro forse litigherebbero, eppure fanno parte di un’unica storia. Questa è l’Italia che ho provato a condensare nel libro.

Che cosa chiedono i vostri allievi, oltre all’insegnamento?

Il sorriso. Ed essere chiamati per nome, due forme di riconoscimento di umanità. Tra i nostri studenti volontari cui diamo un tirocinio formativo, abbiamo avuto un militante di Casa Pound, Ilario nel romanzo. Non credo che dopo aver avuto a che fare con il suo coetaneo egiziano abbia cambiato idee, però si è messo in gioco. E per un po’ lo stereotipo novecentesco del fascista razzista è rimasto fuori dalla porta.

Quanto c’è di don Milani – cui lei ha dedicato un libro nel 2016 – nel suo mestiere di insegnante e scrittore?

Molto, ovviamente. Da Don Milani abbiamo capito che prima di insegnare l’alunno va guardato negli occhi, per capire chi è. I ragazzi di Barbiana di oggi sono i nostri migranti.

Tra poco più di un mese ci saranno le elezioni. Se lei dovesse dare un consiglio al prossimo ministro degli Interni, cosa direbbe?

Di fare i nomi. L’immigrazione è una cosa, Francisca e Mohamed un’altra. Bisogna passare dalle statistiche alle facce delle persone. Certo è un passaggio cruento, ogni rapporto umano passa attraverso le sconfitte. E poi bisogna rinnovare il linguaggio, i ragazzi non ci capiscono. Questa non è una questione solo politica, è una cosa che riguarda tutti noi adulti.

Il thriller va bene solo se muoiono gli uomini

Cosa succederebbe se decidessimo di epurare tutti quei libri in cui vengono uccise le donne? Cosa resterebbe dei thriller di successo mondiale che hanno dominato le classifiche editoriali, approdando anche in sala cinematografica? La ragazza del treno dovrebbe fare a meno della protagonista e il tutto si ridurrebbe al racconto dei pendolari inglesi. Non il massimo. E che dire della trilogia di successo di Stieg Larsson nata con Uomini che odiano le donne? Rinunciando alle vittime uccise brutalmente in nome della razza – o del piacere sessuale – resterebbero le indagini sugli scandali finanziari di Mikael Blomkvist. E Lisbeth Salander, epurata da ogni traccia di violenza, che dovrebbe farebbe per seicento pagine? E ancora, nel recente Sete di Jo Nesbø, il killer ispiratosi alla tradizione giapponese, indossa una dentiera di ferro e morde alla gola le vittime. Tutte donne individuate su Tinder. Eliminate di colpo, lo scapestrato detective Harry Hole diventerebbe un perdigiorno.

Il lettore perdonerà questo gioco dell’assurdo eppure mai come adesso stiamo danzando sul baratro della denuncia, inoltrandoci negli abissi della censura culturale. E dopo i boicottaggi dei produttori, dei fotografi di moda, rispolverando anche le polemiche evergreen contro Woody Allen e Roman Polanski in nome del movimento #MeToo, fatalmente anche il campo letterario è stato contaminato da un’ondata di politicamente corretto. Almeno a giudicare dall’avvento del nuovo premio letterario inglese, Staunch Book Prize, che sarà assegnato all’autore di un romanzo thriller in cui “nessuna donna viene picchiata, inseguita, sessualmente sfruttata, violentata o assassinata”. Non c’è margine per l’interpretazione. “La violenza contro le donne in ambito letterario ha raggiunto un livello ridicolo” ha dichiarato Bridget Lawless – scrittrice poco nota, nonché giudice e fondatrice dello Staunch Book Prize – spronando gli autori ad evitare i cliché. Ovvero, cosa siete in grado di fare senza ricorrere a “donne vittime di assalti sessuali o uccise in modo necessario alla trama seppur ingegnoso”? Lawless (affiancata in giuria dall’attrice Doon Mackichan, che ha scritto un documentario sull’incremento della violenza contro le donne in tv, Body Count Rising), nel comunicato ufficiale chiarisce che il premio non è un incentivo ai libri “in cui gli uomini si trovano in pericolo” e l’interesse per il genere thriller è dettato dal suo “successo mondiale” e dal fatto di “ispirare molti film”. Augurandosi poi di leggere molte storie in cui ci sia una protagonista femminile (“ancora meglio!”). Ma, per carità, nessuna vittima del gentil sesso. Cavalcare il bianco destriero del moralismo basterà ad eradicare la violenza dalle nostre menti? Là fuori si vietano le mostre di Chuck Close e si oscurano i manifesti di Egon Schiele nella metro di Londra, adesso siamo giunti a spronare a scrivere libri eticamente corretti. E di questo passo cosa accadrà domani? Secondo la Lawless ci sarebbe un evidente richiamo fra realtà e finzione nella violenza contro le donne e si aspetta l’avvento di “un cambiamento climatico” nelle regole del genere thriller grazie al suo premio. Ricorrere a vittime “picchiate, inseguite, sessualmente sfruttate, violentate o assassinate” sarebbe un semplice cliché, pena la squalifica dal concorso. Facendo due conti Il silenzio degli innocenti di Thomas Harris non potrebbe concorrere. Idem per il romanzo di Clare MacKintosh So tutto di te da poco in libreria, in cui si parla di un sito di incontri con una deriva di morte. E lo stesso varrebbe per Il morso della reclusa di Fred Vargas perché si apre con una donna maciullata da un suv. Avrete anche notato quanto siano numerose le autrici che raccontano di macabre morti al femminile – Patricia Cornwell, Karin Slaughter, Alice Sebold, Elizabeth George – e già che ci siete immaginatevi Psycho senza la celebre scena della doccia. Un cliché di morte o una trovata geniale?

Infine, una comunicazione di servizio per tutti coloro che hanno un libro nel cassetto: lo Staunch Book Prize è rivolto ad autori dai 18 anni in su, la competizione si aprirà il 22 febbraio, il prossimo settembre saranno annunciati i finalisti e il vincitore del premio verrà proclamato il 25 novembre, in coincidenza con la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il premio? 2.000 sterline (ma per partecipare ne servono 20) dopodiché lui/lei potranno poi sfoggiare la palma del titolo letterario più bacchettone d’Europa. Mica male, no?

Odinga si autoproclama presidente. Il governo Kenyatta lo mette fuorilegge

Il governo keniota ha dichiarato il Movimento nazionale di resistenza guidato da Raila Odinga un “gruppo criminale” e ha oscurato due televisioni per evitare che trasmettessero il giuramento da presidente del leader della coalizione di opposizione. Odinga si è autoproclamato presidente per sottolineare che non riconosce la vittoria elettorale del riconfermato Uhuru Kenyatta. Odinga aveva boicottato in ottobre la nuova edizione delle elezioni, denunciando brogli.

Dopo la Nutella tutti pazzi per i pannolini

Dopo i moti per la Nutella a prezzi scontatissimi, ora anche le scene di isteria per il 70% sui pacchi di Pampers: la follia degli sconti si ripete nei supermercati della catena Intermarché. Ieri è successo a Metz, nell’est del paese. Motivo delle tensioni una maxi promozione sulle confezioni di pannolini per neonati vendute a 7,18 euro l’una invece di 23,95 euro. “È stato orrendo – ha raccontato il responsabile del negozio al giornale Le Républicain Lorrain – circa 250 persone si sono presentate sin dall’apertura apposta per acquistare i pannolini. Delle donne sono venute alle mani, siamo stati costretti a chiamare le forze dell’ordine”. Sui video che circolano sul web si vedono le persone prendersi a gomitate per potersi accaparrare due, tre pacchi alla volta. Il personale è dovuto intervenire distribuendo un solo pacco a cliente per tentare di accontentare un po’ tutti. Alle 8,40, hanno raccontato alcuni clienti, era già tutto esaurito. Scene simili si sono ripetute in altri supermercati, come a Le Mans dove, secondo Le Midi Libre, “in 30 secondi non c’era più niente”. A Lambres-les-Douai, ha raccontato La Voix du Nord, un centinaio di clienti si è accalcato davanti alle porte del supermercato nell’attesa dell’apertura.

Ma il negozio è rimasto chiuso, ufficialmente per un guasto informatico. Alcuni giorni fa un maxi sconto sulla Nutella aveva generato la stessa follia. Un barattolo di crema alle nocciole di 950 grammi a 1,41 euro, invece di 4,50. Anche in quel caso risse e polizia. In un negozio di L’Horme, nella Loira, aveva scritto Le Progrès, uno degli addetti agli scaffali era uscito dalla calca con un occhio nero. A Rive-de-Gier, aveva raccontato un cliente, “a una donna sono stati tirati i capelli, un’altra aveva del sangue sulla mano”. Dopo l’assalto alla Nutella la Direzione per la concorrenza, i consumatori e i controlli delle frodi ha deciso di aprire un’inchiesta per valutare la legalità della promozione.

Anche la Ferrero era intervenuta. L’azienda che produce la crema al cioccolato aveva condannato le sommosse e deplorato l’operazione “che ha condotto a caos e delusione tra i consumatori”. Invece la catena Intermarché continua per la sua strada e non intende rinunciare alla campagna battezzata “Le 4 settimane più economiche della Francia”. Nuove promozioni sui pannolini Pampers sono attese anche oggi. Ma già alcuni supermercati hanno annunciato che questa volta le forze dell’ordine saranno presenti sin dall’apertura. Altri negozi invece, come quello di L’Horme, che ha già avuto la sua dose di risse, hanno fatto sapere ai clienti che non troveranno prodotti in promozione.

Trump: Mosca fa paura, non solo per il Russiagate

Un errore di ortografia macchia il primo discorso sullo Stato dell’Unione di Donald Trump – quello dell’anno scorso, a pochi giorni dall’insediamento alla Casa Bianca, non viene ufficialmente definito tale – : nell’invito stampato e diffuso dalla Camera, che ospita l’evento col Congresso riunito in sessione plenaria , c’è scritto, per un refuso, state of the Uniom, invece di state of the Union.

L’ironia sul web s’è scatenata, dissacrando un po’ l’attesa del discorso in cui il presidente tratteggia le linee guida della sua azione nei prossimi mesi, almeno fino al voto di midterm del 6 novembre, che potrebbe modificare il panorama politico. Ora, i repubblicani hanno in mano un pokerissimo: controllano Casa Bianca, Senato, Camera, la Corte Suprema e da oggi pure la Federal Reserve.

Proprio in vista delle elezioni di mid-term il direttore della Cia Mike Pompeo, un fidato trumpiano, rilancia, in un’intervista alla Bbc i timori che i russi continuino a interferire nei voti occidentali, dopo averlo fatto con le presidenziali Usa 2016: “Non ho visto – dice – una riduzione significativa della loro attività” sovversiva; e aggiunge di condividere le preoccupazioni di molti Paesi europei e di aspettarsi tentativi d’interferenza anche a novembre. Contro la minaccia, gli Stati Uniti si sono tutelati, stilando il Kremlin report, una lista di esponenti dell’oligarchia russa, che potrebbero essere oggetto di sanzioni: nell’elenco di 210 nomi, il premier Dmiti Medvedev, 22 ministri e anche il magnate Roman Abramovich, proprietario del Chelsea. La Casa Bianca tiene in sordina il documento: non c’è bisogno d’applicarlo, per ora. Ma il Cremlino non chiude un occhio: il presidente Putin parla di “una lista dei nemici russi degli Stati Uniti”; Medvedev chiosa che “chi non c’è dovrebbe dimettersi”; e il portavoce Dmitri Peskov, che è nell’elenco, rovescia la frittata e parla d’un tentativo Usa “diretto e lampante”, destinato a fallire, d’influenzare le elezioni presidenziale russe del 18 marzo.

Alla Bbc, Pompeo ha pure denunciato gli sforzi della Cina di condizionare artatamente l’Occidente: lo preoccupano quanto l’azione “sovversiva” russa. I cinesi tenterebbero di carpire informazioni commerciali e industriali americane e pure di infiltrare scuole e ospedali, estendendo le loro mene all’Unione europea e al Regno Unito. Nonostante l’impronta ottimistica con cui la Casa Bianca ha connotato il discorso di Trump, borse e mercati hanno palesato volatilità e nervosismo, come se i successi vantati dal magnate presidente – crescita e occupazione – non fossero duraturi e come se l’impatto positivo su finanza e imprese della riforma fiscale non fosse acquisito. All’incertezza degli investitori ha anche contribuito l’imprevedibilità di Trump: fino a che non ha cominciato a parlare non è stato chiaro se intendeva rivolgersi alla sua base con toni duri e frasi nette o se voleva dialogare con il Paese nel suo insieme, scegliendo un approccio tradizionale più morbido e bipartisan.

Vanno in questo senso alcune affermazioni chiave del suo intervento: il desiderio di un’America “sicura e forte”, ma “di nuovo unificata”.

Il discorso è stato scritto da Stephen Miller, ben conosciuto per le sue posizioni di estrema destra e anti-migranti. E immigrazione e sicurezza sono due temi centrali nei piani di Trump. Fra le priorità e le urgenze della politica estera, le ultime settimane hanno riportato in prima linea l’Afghanistan, mentre le tensioni sul nucleare con la Corea del Nord si sono stemperate nella ‘tregua olimpica’.

Nelle ore precedenti il suo discorso, Trump ha incassato uno smacco politico – il Senato ha respinto una sua iniziativa anti-aborto –; ha revocato e modificato il suo bando ‘anti-Islam’; e l’ha spuntata su un delicato fronte familiare: la first lady Melania non ha disertato lo stato dell’Unione, anzi dell’Uniome, per restare a casa a seguire in tv lo show di Stormy Daniels, la pornostar che fu l’amante di suo marito.

“Il Venezuela è diventato una colonia di Cuba”

Arrestato il 19 febbraio 2015 mentre era sindaco di Caracas, Antonio Ledezsma lo scorso novembre è fuggito dagli arresti domiciliari, per approdare in Spagna dopo mille peripezie. Lo abbiamo incontrato a Buenos Aires durante la sua campagna di sensibilizzazione per la situazione venezuelana.

Come è stata possibile la sua rocambolesca fuga?

Il desiderio della libertà fa correre rischi: ho percorso più di mille chilometri attraversando circa 29 controlli tra militari e polizia fino ad arrivare in Colombia.

Cosa è accaduto all’opposizione a Maduro? sembrava granitica, ora appare divisa.

Il regime ha attaccato con ogni mezzo quell’unità che aveva reso possibile la vittoria nelle elezioni parlamentari del dicembre 2015 e che, appoggiata dalla comunità internazionale, aveva eletto un candidato e sviluppato un modello di gestione del Paese con un piano coerente per uscire dall’emergenza. Il regime in accordo con Cuba ha elaborato un piano per dividere l’opposizione, culminato con la Costituente dell’agosto 2017 che ha spazzato via il Parlamento liberamente eletto. È in corso una profonda riflessione per ritornare a una unità che risulti coerente con l’obiettivo superiore di liberarci dalla dittatura.

Molti sostengono che il Venezuela sia una provincia di Cuba…

L’intenzione dell’Avana è sempre stata quella di appropriarsi del petrolio, prima addomesticando Hugo Chavez; attualmente il Venezuela è vittima di un’invasione: 30.000 effettivi cubani occupano posizioni chiave nell’amministrazione e nell’esercito e ha nelle sue mani un burattino (Maduro, ndr).

Come pensa d’aiutare il suo paese dall’esilio?

Viaggiando, dicendo che sono una delle tante vittime della diaspora che ha spinto 4 milioni di venezuelani a fuggire dalla fame e dalla morte.

“Scordatevi la verità su Giulio Regeni”

Al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi piace usare bastone e carota. Da una parte toglie pezzi di libertà e democrazia, dando il via libera attraverso apparati dello Stato a misure rigide nei confronti dei suoi antagonisti politici; dall’altra, trasformandosi in benefattore, non fa una piega alla decisione della Corte del Cairo che ieri ha ridotto da tre anni a un mese la condanna di Osama Morsi, figlio di Mohamed, leader della Fratellanza Musulmana.

Restano vivi i segni della deriva autoritaria del regime nell’ultima settimana, quella che ha portato alla presentazione delle candidature per le presidenziali di marzo (26-28, eventuale ballottaggio a fine aprile). Su tutti l’arresto del generale Sami Anan: “Il presidente al-Sisi – attacca Hazem Hosni, docente universitario, portavoce e responsabile della campagna elettorale dell’ormai ex candidato Anan – non si ferma davanti a nulla, ha deciso di spazzare via ogni resistenza, chi non gli va a genio viene arrestato o rischia di essere ucciso. Voleva uno sfidante? Eccolo (Hosni si riferisce a Moussa Mustafa Moussa, vicino ad al-Sisi, iscritto quindici minuti prima della scadenza dei termini, ndr), un candidato-decorazione piuttosto. In Egitto la democrazia è morta, ma è necessaria una reazione a questo stato di cose. La gente da sola non ce la può fare, ha bisogno dell’appoggio di pezzi dello Stato. Margini per un ritorno in politica di Anan? Lo escludo”.

Tra martedì e sabato scorsi, Hosni ha vissuto nella paura che qualcosa di brutto potesse accadere anche a lui. Prima Sami Anan, arrestato per strada, poi il suo vice, Hisham Ghenina, che stava per essere rapito da presunti criminali comuni: “Siamo riusciti a metterci in contatto col generale Anan, di cui per tre giorni non abbiamo più saputo nulla – aggiunge il suo portavoce – ha detto di star bene e di essere tenuto in una struttura militare, ma non sappiamo quale. C’è poi la storia di Ghenina, sfuggito ad un rapimento per un colpo di fortuna: i criminali, dopo aver bloccato la sua vettura, con dentro anche sua moglie, non sono riusciti a portarlo via perché si era incastrata la cintura di sicurezza. La matrice dell’attacco? Faccia lei, le dico soltanto che Ghenina, un avvocato, stava andando in tribunale per un caso contro il presidente al-Sisi”.

Gli altri candidati sono spariti come foglie al vento. L’ex premier Shafiq non è mai rientrato in Egitto dagli Emirati, il nipote di Anwar Sadat si è tirato fuori dalla lotta due settimane fa e Khaled Alì, l’avvocato attivista ha annunciato il suo ritiro due giorni dopo l’arresto di Anan “a causa di un clima elettorale deteriorato”. Egitto, specie in questi giorni a cavallo tra gennaio e febbraio, significa anche Giulio Regeni. Le parole di Hazem Hosni non lasciano spazio all’ottimismo: “Fino a quando il Paese sarà guidato da Abdel Fattah al-Sisi la verità giudiziaria non verrà mai fuori. La famiglia deve mettersi l’anima in pace. I metodi del regime li conosciamo bene e quanto accaduto al vostro connazionale ne è la prova. Possiamo tutti immaginare come siano andate le cose, ma non vi aspettate i nomi di mandanti ed esecutori. Non è bastata la fine orribile di Regeni, gli apparati di sicurezza hanno sulla coscienza anche la fine dei cinque uomini accusati di essere gli assassini dello studente. Erano innocenti, chiedo giustizia anche per loro”.

Record di desaparecidos. È peggio di una dittatura

Quando arrivò alla Procura di Azcapotzalco, a Città del Messico, la madre di Marco Antonio Sánchez Flores, 17 anni, scoprì che suo figlio non era mai stato lì. Era il 23 gennaio, e una chiamata l’aveva informata del fatto che il ragazzo era stato fermato della polizia mentre fotografava un graffito. Lo accusarono di voler rapinare un passante e, anche se la presunta vittima lo negò, un agente con il casco gli diede una testata e gli altri lo picchiarono.

“Lo portiamo alla Procura di Azcapotzalco”, dissero i poliziotti all’amico che lo accompagnava. Ma ad Azcapotzalco non c’era traccia di lui. “In Procura ci hanno detto che probabilmente era scappato con la sua fidanzatina”, afferma la madre del minorenne. La stessa frase che migliaia di famiglie messicane si sono sentite dire dalle autorità quando hanno denunciato la sparizione del proprio figlio.

A molti il termine desaparecido fa pensare alle dittature sudamericane degli anni ’70. A film o romanzi che raccontano di oppositori politici torturati e uccisi, i cui cadaveri venivano buttati in mare.

Ma nel “democratico” Messico la parola desaparecido riempie ogni giorno le pagine dei giornali. Da una parte la sparizione di un gruppo di giovani, dall’altra il ritrovamento di una fossa comune. A volte la responsabilità viene data alle organizzazioni criminali, altre volte la connivenza delle autorità è più difficile da nascondere. E ci sono situazioni in cui la responsabilità dello Stato è accertata e, in questo caso, nel diritto internazionale si parla di sparizione forzata. L’esempio più noto è quello dei 43 studenti di Ayotzinapa, fatti sparire nel 2014. Il coinvolgimento delle autorità è stato documentato da una commissione indipendente.

Ma in Messico ci sono migliaia di casi che non sono arrivati alla cronache internazionali. Leticia Hidalgo si trovava nella sua casa di Monterrey nel gennaio 2011, quando un gruppo di uomini armati entrò e si portò via Roy, suo figlio, 18 anni. Alcuni di loro indossavano la casacca della polizia.

Come molte altre madri messicane, Leticia Hidalgo milita in un collettivo di familiari di desaparecidos, che non solo tengono viva l’attenzione sul problema delle sparizioni forzate, ma organizzano gruppi per cercare fosse comuni, con pale e picconi alla mano.

Storie come quella di Roy sono tanto comuni in Messico che non fanno più scalpore. Secondo cifre ufficiali, in Messico più di 34 mila persone sono state denunciate come desaparecidas. Tra agosto e ottobre 2017, è stata fatta sparire una persona ogni 90 minuti. E la cifra ufficiale sicuramente sottostima la realtà, perché molto spesso per paura le famiglie non sporgono denuncia. Un timore giustificato, visto che alcuni genitori che si sono organizzati per cercare i propri figli sono stati assassinati. La sorte di Marco Antonio è stata differente. Forse perché la foto del giovane sdraiato a terra e picchiato dai poliziotti è circolata rapidamente nelle reti sociali, forse perché quello che succede nella capitale ha più risonanza, ma questa volta la risposta della popolazione alla denuncia della famiglia è stata immediata. Domenica le strade della capitale si sono riempite di gente che chiedeva: “Dov’è Marco Antonio?”.

La notte stessa, il ragazzo è stato rintracciato mentre vagava in stato confusionale a Melchor Ocampo. Presto le autorità si sono vantate di aver trovato una persona che loro stessi avevano fatto sparire, e le domande sono ancora molte: com’è arrivato Marco Antonio a Melchor Ocampo, che si trova a 40 chilometri dal posto in cui era stato arrestato? Cosa gli è successo durante quei cinque giorni?

Quel che si sa è che il ragazzo è apparso con sangue sul volto, con segni di percosse e vestiti differenti a quelli che indossava. Non riconosce i suoi genitori e a loro sembra un’altra persona: non parla ed è in stato confusionale.