Una circolare della Madia congela le assunzioni dei ricercatori precari

C’è già un problema che rischia di far saltare l’assunzione a tempo indeterminato dei precari negli enti pubblici di ricerca, cosa promessa dal governo un anno fa. È un pasticcio tecnico, per il quale il Cnr e gli altri si trovano ora con le mani legate. Gli istituti di ricerca, infatti, hanno nei propri bilanci un fondo che serve a finanziare i trattamenti integrativi degli stipendi dei dipendenti: i turni extra, per esempio, o le reperibilità. Si chiama “fondo accessorio” e pochi giorni fa una circolare della ministra della Funzione pubblica Marianna Madia, voluta dalla Ragioneria dello Stato, ha impedito di aumentarne la capienza. Cosa che, però, sarebbe indispensabile per assicurare un posto stabile al personale a termine. Per due motivi: il primo è che l’entità di quel fondo deve essere proporzionale al numero di dipendenti a tempo indeterminato e, dato che questi ultimi aumenterebbero con le stabilizzazioni dei precari, servirebbero risorse aggiuntive a quelle attualmente disponibili. Il secondo è che la legge di stabilità impone agli enti di ricerca di pagare le assunzioni in parte con soldi propri. Il governo ha stanziato 13 milioni di euro per il 2018; gli istituti devono metterci, cercandoli nelle rispettive casse, almeno altri 6,5 milioni. Il fondo accessorio avrebbe potuto costituire un aiuto per racimolare i soldi necessari.

Insomma, con il fondo bloccato gli spazi di manovra sono stretti. Gli stessi presidenti degli enti – che sono i 13 posti sotto la vigilanza del ministero dell’Istruzione – sono pronti a prendere pubblicamente posizione contro la circolare. Bisogna ricordare che , a maggio, un decreto della ministra Marianna Madia ha previsto, per le pubbliche amministrazioni, la possibilità di stabilizzare i ricercatori e i tecnici con almeno tre anni di anzianità, oltre che di riservare concorsi interni per i co.co.co. e i cosiddetti assegnisti, sempre con tre anni di servizio. In totale, i precari sparsi tra Cnr e gli altri sono 8.800, 4 mila rientrano nei requisiti. La legge di stabilità ha messo sul piatto una cifra che copre (sempre con il cofinanziamento degli enti) non più di 2.500 stabilizzazioni. Insomma, almeno per una parte degli aventi diritto sembrava essere il momento buono per ottenere il posto fisso. Ora però la circolare rischia di vanificare tutto questo percorso. Al ministero della Funzione pubblica sono al lavoro per rimediare, anche perché il governo punta ad approvare il decreto di assegnazione dei fondi per le assunzioni entro il 2 marzo: cioè entro le elezioni.

Gig e sharing economy

Non solo i tassisti contro Uber, ma anche Uber contro Uber: con l’autocoscienza, l’economia del lavoretto mette tutti dalla stessa parte della barricata. Come quando gli autisti di Uber si trovano di fronte una schiera di auto che si guidano da sole prodotte dalla stessa Uber. O quando prendono coscienza che i profitti promessi sarebbero possibili solo lavorando a tempo pieno per 365 giorni all’anno. O quando assistono impotenti al dimezzarsi delle tariffe. Le promesse dell’altruismo della sharing economy hanno ormai rivelato l’egoismo dei pochi che generano profitti, infarcite dallo stesso immotivato ottimismo che spingeva a gonfiare le azioni della bolla dotcom. La nuova economia è simile alla tradizionale, se non peggiore: il giornalista Riccardo Staglianò lo spiega con aneddoti, storia economica, interviste, ricerca sul campo. L’assalto al lavoro arriva con le crisi, con quella del 2008 nel caso della gig economy. I moderatori di Facebook sono pagati fino anche a 2 dollari l’ora per ripulire il social network da commenti e post ripugnanti. I valutatori di Google, distanti anni luce dall’azienda (con cui non hanno alcun contatto), dipendono da aziende intermediarie che li pagano il minimo stabilito per legge e con contratti part time che li esonerano dall’assicurazione sanitario. Eppure sono il controllo qualità dell’algoritmo con cui Google macina miliardi. La democrazia del web, quando si tratta di lavoro non ha nulla di democratico. La monetizzazione di amicizie, recensioni, idee, vanità ed esibizionismo è la “frode contabile di massa” teorizzata dal programmatore Lanier. Sfruttati gli utenti, sfruttati i lavoratori, arricchisce le multinazionali. Tutto tradizionale. La soluzione è la lotta, in tribunale o nei sindacati – come sta succedendo a Londra. E anche iniziare a far pagare quanto dovuto potrebbe essere un buon punto di partenza.

 

Il protezionismo non basta al presidente delle lavatrici

Trump ha deciso di proteggere le lavatrici americane. E dal palcoscenico di Davos annuncia che questo è solo l’inizio: azioni saranno promosse anche in altri settori per difendere le imprese americane dalla concorrenza sleale degli stranieri. Perché Trump protegge le sue lavatrici? Le imprese americane del settore per un po’ (forse) venderanno più lavatrici negli Stati Uniti ma avranno sempre meno incentivi a diventare più competitive e innovative. I consumatori americani pagheranno di più le loro lavatrici e in prospettiva pagheranno prezzi alti per prodotti potenzialmente peggiori in termini di qualità. È un trasferimento di risorse che penalizza l’americano medio a favore di lavoratori e imprese che operano in uno specifico settore, quello delle lavatrici.

Bisogna poi pensare alle reazioni degli altri Paesi. Per le imprese americane diventerà ancora più difficile vendere lavatrici all’estero. E queste maggiori difficoltà sono destinate a estendersi anche ad altri settori. Assisteremo a una gara in cui anche le imprese che producono altri beni cercheranno di conquistare “i favori” del presidente? I consumatori americani potrebbero trovarsi a pagare sempre di più prodotti la cui qualità è destinata a peggiorare: le lavatrici e poi i frigoriferi, i tostapane, le automobili, le medicine.

Ma se tutto ciò è così evidente, perché Trump lo fa? Partiamo dal perché le lavatrici americane fanno fatica a essere vendute, in America e all’estero: si tratta di un prodotto maturo, poco complesso per quantità di conoscenza e tecnologia incorporata. I costi di produzione sono più alti negli Stati Uniti rispetto a Paesi in cui il costo del lavoro e il rispetto dei vincoli ambientali sono inferiori. Certo non è immaginabile rincorrere salari e diritti asiatici o latino americani. Le imprese americane possono produrre in Paesi lontani – non preoccupandosi troppo delle condizioni di lavoro e delle questioni ambientali – mantenendo proprietà e profitti a casa: le lavatrici “americane” si producono in Messico, Brasile, Cina, India, Turchia, Perù o Ecuador. Il problema di questo modello è che oggi molti altri Paesi sono nelle condizioni di fare la stessa cosa: gli europei, la Cina, il Giappone, Taiwan, la Corea del Sud. Si pensi all’ingente flusso di investimenti asiatici in impianti di produzione in Vietnam. Competere delocalizzando non basta più.

La soluzione che a Trump sembra più ragionevole è quella di proteggere le imprese che ancora producono negli Stati Uniti incoraggiando parallelamente un rientro dei tanti impianti che l’industria americana ha portato all’estero. Sono in molti a suggerirgli che la chiusura selettiva e strategica può funzionare. A dispetto della retorica liberista bipartisan, in tante occasioni nella storia americana le industrie nazionali sono state protette e le cose non sono andate così male. Acciaio, automobili, elettronica, i casi più ricorrenti. E la protezione di alcuni settori (nascenti) è proprio lo strumento che ha permesso a Giappone, Corea e Cina di diventare le potenze industriali che oggi conosciamo.

Tuttavia, questa è solo una parte della storia. In realtà il neo-protezionismo muscolare di Trump si spiega sulla base di considerazioni che rendono il “Presidente delle lavatrici” un personaggio ancora meno naïf. La prima ha a che fare con la domanda di continuità di cui si nutre il sistema economico e politico americano. Non c’è ricerca di cambiamento reale, né a casa né negli equilibri dell’ordine economico mondiale costituito. Bisogna difendere la struttura esistente dell’economia americana fatta di agricoltori, rancheros, operai del manifatturiero e ristrette business community. Bisogna continuare a difendere i divari esistenti tra Paesi ricchi e Paesi poveri, dove vendere e produrre senza troppi vincoli.

La seconda questione è che l’orizzonte e gli obiettivi della politica del presidente sono condizionati dal bisogno di raccogliere consenso per le tante e continue scadenze elettorali. Si tratta di uno degli handicap più importanti che pagano le nostre economie che – a differenza di quella cinese – hanno orizzonti temporali cortissimi.

Una strada diversa sarebbe quella di promuovere politiche che investano in istruzione e ricerca per permettere ad alcuni settori e a nuovi segmenti della società di guidare il cambiamento strutturale dell’economia americana. Si pensi anche alle possibilità offerte, particolarmente nei settori maturi, dall’automazione e dalla digitalizzazione dei processi produttivi. Un percorso possibile ma che richiederebbe un vero sforzo di governo e gestione del cambiamento non solo produttivo, ma soprattutto sociale. Parallelamente bisognerebbe immaginare politiche che mirino a un cambio sostanziale delle relazioni tra Nord e Sud del mondo e che sappiano contrastare lo sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. Chissà, forse gli americani domanderanno presto di cambiare rotta. Si potrebbe iniziare non accontentandosi di rimanere seduti su una lavatrice.

 

Ilva, non c’è accordo: il governo respinge il piano di Emiliano

Ieri,al tavolo del Mise sull’Ilva di Taranto i manager di ArcelorMittal sono arrivati con un’ora e mezza di ritardo per colpa del volo da Bruxelles. Assenti i leader dei sindacati Fim-Cisl, Uilm-Uil e Fiom-Cgil, assente il ministro Carlo Calenda, presente invece il viceministro Teresa Bellanova. Sul tavolo c’è l’ultima mossa del governo comunicata lunedì sera con una lettera al Presidente della Regione Michele Emiliano e al sindaco di Taranto, firmata dai ministri di Ambiente, Sviluppo Economico, Sanità e Mezzogiorno. Il governo ha respinto quasi completamente tutte le modifiche proposte dagli enti locali al Piano Ambientale, perché secondo il governo imporrebbero di ricominicare tutto da capo con il rischio di “annullare la gara svolta”. Sarebbero a rischio, secondo i ministeri, anche i lavori previsti per il primo di febbraio, della “copertura dei parchi minerari”. Così, il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, ha annunciato che diserterà il tavolo sulla città di Taranto col ministro De Vincenti e ha evocato la possibilità di ripresentare al Tar la richiesta cautelare che potrebbe imporre perfino lo spegnimento (e che era stata ritirata qualche settimana fa parallelamente alla proposta di modifiche): “Si tratta di un governo che doveva essere terzo, neutro e garante di un procedimento che neutro non è – ha detto -, noi tuteleremo i diritti della nostra comunità con qualunque mezzo. Questo governo non ha più legittimità, dobbiamo rimettere la questione ad un garante più alto che potrebbe essere il capo dello Stato Mattarella”. Il ricorso principale resta in piedi e ci si appella ancora al Presidente della Repubblica. Michele Emiliano era a Roma, ospite di un convegno sulla sanità digitale, ma non ha parlato dell’Ilva. I manager di ArcelorMittal e di Am InvestCo hanno invece parlato del modello organizzativo del loro sito di Gand, in Belgio. Taranto avrebbe un modello organizzativo simile a quello di Gand, ma se ne parla solo in termini molto generali. Manca ancora, infatti, il via libera dell’Antitrust all’operazione e fino ad allora la vendita non può essere conclusa.

 

Poste, la caduta dei sindacalisti-manager Cisl

Finisce alle Poste l’era dell’azienda parallela a trazione Cisl. Dopo mesi di incomprensioni con l’amministratore e direttore Matteo Del Fante, da febbraio deve lasciare la poltrona Pasquale Marchese, la colonna portante dell’egemonia cislina. A ruota lo segue Daniele Nardone, l’ombra di Marchese, altro pezzo di primo piano del sindacato catapultato al vertice postale. Nardone rimarrà nel gruppo, ma in una posizione defilata: responsabile di una filiale in Abruzzo, sua regione d’origine e culla delle Poste cisline. La destinazione di Marchese, invece, è ancora incerta: nei conciliaboli che hanno preceduto il suo allontanamento, gli era stato fatto credere che per lui c’era il posto di direttore della Banca del Mezzogiorno venduta ad agosto di un anno fa proprio da Poste a Invitalia.

Per questo sbocco si sono spesi pezzi da novanta del renzismo come il ministro empolese Luca Lotti, il pratese Antonello Giacomelli, sottosegretario e giornalista, e l’abruzzese Giovanni Legnini, vice presidente del Csm. Proprio con l’intenzione di far posto a Marchese, a Invitalia guidata da Domenico Arcuri, ex dalemiano e ora renziano, hanno cambiato lo Statuto della Banca del Mezzogiorno introducendo la figura di direttore generale nonostante il parere contrario del neo presidente, Bernardo Mattarella, nipote del Capo dello Stato. Ma perché l’operazione ora possa andare in porto e Marchese sia soddisfatto c’è un passaggio obbligato: l’ok al nuovo Statuto da parte della Banca d’Italia. Quella stessa Banca d’Italia cannoneggiata senza successo nei mesi passati da Renzi che ora si prende tutto il tempo necessario per studiare con il dovuto scrupolo il dossier Banca del Mezzogiorno.

Dirigente da oltre 600 mila euro di retribuzione complessiva, Marchese per un decennio è stato il perno su cui poggiava la manomorta Cisl sulle Poste. Dal 2008 ha diretto quello che in gergo chiamano il “mercato privati”, la rete dei 12.500 uffici postali, una macchina da guerra con centinaia di comandanti e migliaia di soldati che consente a Poste di portare a casa ogni anno più di 600 milioni di euro di utile non tanto grazie al disbrigo delle pratiche di sportello o allo smistamento della corrispondenza. Ma tramite il canale della raccolta del risparmio diventata ormai la vera ragione sociale dell’azienda.

Marchese ha diretto questo impero con mano ferma accumulando un potere enorme, senza tollerare intromissioni, comprese quelle del capo azienda ufficiale, si chiamasse Massimo Sarmi, poi Francesco Caio e ora Del Fante.

Qualche mese fa Marchese aveva subìto la prima spallata, spostato a Postel, incarico più marginale dal quale pensava però di riemergere. Gli è andata male. Idem Nardone, un cislino che da semplice portalettere in Abruzzo dopo una lunga trafila nel sindacato era diventato il capo delle relazioni industriali delle Poste. Il dirigente, cioè, che nato e cresciuto nella Cisl a cui doveva tutto, nelle trattative si trovava dall’altra parte del tavolo come controparte proprio la Cisl, cioè il sindacato-azienda, con circa 60 mila iscritti su 140 mila dipendenti. Sarà sostituito da Ignazio Vacca, figlio di Giuseppe, storico e fino a due anni fa presidente dell’Istituto Gramsci.

Marchese e Nardone erano cislini “furlaniani”, seguaci del segretario generale Annamaria Furlan, in perenne contesa con la legione di Mario Petitto, l’aggressivo segretario cislino dei postini, sulla carta un ex che però ancora detta legge. La Cisl di Furlan esce sconfitta. La Cisl di Petitto, invece, dopo aver accompagnato con il silenzio il ribaltone, si appresta a pretendere l’incasso dall’amministratore Del Fante.

Leonardo (ri)crolla in Borsa: il mercato boccia Profumo

In un giorno svanisce il 12% del valore di Borsa di Leonardo, l’ex Finmeccanica. È la reazione del mercato al primo piano industriale presentato dall’amministratore delegato Alessandro Profumo. È il secondo crollo della sua gestione: a novembre c’era stato il tonfo (-21%) dopo la revisione delle previsioni 2017, fatta ad anno quasi concluso, con 1,75 miliardi di valore bruciati. Da quando è arrivato Profumo, il titolo è passato da 14,9 a 9,9 euro (-33%), invertendo il rialzo iniziato con l’annuncio che Mauro Moretti non sarebbe stato riconfermato alla guida del colosso degli armamenti.

A novembre Profumo era stato costretto a rivedere al ribasso tutte le attese sull’andamento dell’azienda. Ieri ha riconfermato il quadro, con qualche peggioramento. Il 2017 vede ricavi scendere a 11,5-12 miliardi, un Ebita, cioè il margine di profitto, fra 1.050 e 1.100 milioni e un flusso di cassa operativo (Focf) a 500-600 milioni. Gli ordini calano a 11,3-11,7 miliardi, tra i 300 e i 700 milioni in meno rispetto a quanto previsto solo tre mesi fa. E il futuro non sembra roseo. Nel piano quinquennale, Leonardo promette una redditività superiore al 10% nel 2020, con ordini in crescita del 6%, ma intanto annuncia un 2018 di stasi, o “consolidamento”, per usare le parole di Profumo: gli ordini saliranno di un miliardo, i ricavi resteranno uguali così come il debito di 2,6 miliardi. Quello che preoccupa, però è che i flussi di cassa crolleranno a soli 100 milioni. Un dato che ha spaventato il mercato, visto che esprimono la capacità di mantenere o aumentare le attività senza indebitarsi.

A marzo 2017 il governo Gentiloni ha escluso la promozione di manager interni chiamando un ex banchiere come Profumo senza alcuna esperienza nel settore. Ha congedato Moretti, per una vita padrone delle Ferrovie su cui pesava una condanna in primo grado per la strage di Viareggio e una gestione deludente. Profumo si è presentato in audizione alla Camera a ottobre promettendo ricavi in crescita del 5% in media, poi dopo un mese è arrivata la doccia fredda. Gli analisti si chiedono ora, con la prima linea dei manager ereditata da Moretti se i buoni propositi possano essere davvero confermati.

Il 2016 si è chiuso bene grazie alla mega commessa per 28 caccia Eurofighter da parte del Kuwait, grazie a un lavoro iniziato ai tempi di Pier Francesco Guarguaglini. Con una mossa controversa, Moretti ha messo a bilancio l’intero valore della gara, 8 miliardi, anche se Leonardo è parte di una cordata di cui ha il 60%, cioè meno di 5 miliardi. Ora Profumo deve presentare bilanci depurati dall’effetto della gara: la riduzione del flusso di cassa riflette, tra le altre cose, “le tempistiche del profilo finanziario del contratto EFA Kuwait”.

Ma i problemi di Leonardo sembrano più profondi. La gestione Moretti si è caratterizzata per la vendita di asset importanti. La cessione del ramo ferroviario ha fatto perdere un comparto che fruttava 1,9 miliardi di ricavi e 7 di ordini. Oggi Leonardo è fuori da molti programmi importanti e la parte aeronautica non sembra avere le giuste prospettive di crescita, viste anche le difficoltà sul ramo elicotteri, che sotto Moretti è andato in sofferenza. Le speranze nella gara da 16 miliardi di dollari negli Usa per il nuovo velivolo di addestramento del Pentagono – dove Leonardo corre con l’M-346 della sua Alenia Aermacchi – sono flebili, anche perché si presenta senza un partner americano.

Per le industrie del settore, buona prassi vuole che gli ordini superino del 30% i ricavi. Nel 2010, i primi valevano 18 miliardi, i secondi 22. Ora si equivalgono. L’azienda cresce soprattutto nel ramo sistemi, che vale quasi la metà dei ricavi. Sta, insomma, cambiando il business del gruppo. Il prossimo guaio può arrivare dall’accordo tra Fincantieri e Naval Group, azionista dei cantieri Stx di Saint-Nazaire. L’intesa con il governo francese ha concesso il controllo a tempo di Stx, ma penalizzerà le forniture per le navi miliari fatte da Leonardo, che è concorrente di Thales, azionista di Naval Group. Gli ultimi messaggi arrivati dall’ad di Fincantieri, Giuseppe Bono non lasciano presagire nulla di buono (il primo banco di prova è una mega commessa per la marina australiana). “Convinceremo la Borsa con i risultati”, ha detto ieri Profumo.

La proposta che manca: ridurre le detrazioni fiscali ai più ricchi

Il rapporto Oxfam ha certificato che l’82% della ricchezza mondiale prodotta nell’ultimo anno è finita all’1% dei più ricchi. Anche in Italia, in misura minore, le disuguaglianze negli ultimi tempi sono aumentate. Le dichiarazioni dei redditi del 2015 (ultime disponibili), mostrano che il quinto dei contribuenti più ricco, quelli con redditi superiori ai 28 mila euro, si prende quasi metà della torta (48,8%) e nell’1% di contribuenti che guadagna più di 100 mila euro si concentra il 9,4% del reddito complessivo.

Un intervento redistributivo a costo zero potrebbe consistere nell’introdurre una regressività delle detrazioni rispetto al reddito (chi più ha meno detrae) per riassegnare le somme recuperate ai redditi più bassi. Con le detrazioni sulle spese parzialmente rimborsabili (sanitarie, istruzione, donazioni liberali, ristrutturazione immobili, efficienza energetica…), i contribuenti hanno risparmiato nel 2015 11,7 miliardi di euro di imposta, il 5,4% in più dell’anno precedente e il 50% in più del 2007, quando erano 7,8 miliardi di euro. La maggior parte delle detrazioni è legata alle spese sanitarie e alle altre tipologie nella Sezione I del quadro RP del modello Unico (5,4 miliardi). Gli interventi di recupero del patrimonio edilizio valgono 4,7 miliardi e quelli per il risparmio energetico 1,1 miliardi. Le altre spese detraibili consentono di risparmiare mezzo miliardo di euro.

A usufruire maggiormente delle detrazioni di spesa sono gli individui con i redditi più elevati. I meno abbienti, in caso di incapienza del reddito, non possono ottenere il rimborso delle detrazioni, lasciando così al fisco circa 7 miliardi di euro. Una riduzione delle detrazioni per i più ricchi consentirebbe di spostare a favore dei redditi più bassi miliardi di euro. Anche a beneficio dei consumi aggregati: la propensione a spendere diminuisce con l’aumentare del reddito. Ma, evidentemente, si tratta di una manovra fin troppo facile per i professionisti e i parvenu della politica nostrana, che preferiscono promettere ciò che appare irrealizzabile.

Più rinnovabili e bollette ridotte: le promesse energetiche dei partiti

A Milano la chiamano “Energy”, a Roma vuol dire lobby e politica. Dal commercio con l’estero alla bolletta, agli incentivi, passando per i mezzi di trasporto, i temi vengono trattati tutti, ma su altri canali. Staffetta Quotidiana, testata specializzata in energia, ha raccolto articoli firmati direttamente dalle parti politiche in campo sul tema.

Pd. Gianluca Benamati da responsabile Energia Pd – e deputato ricandidato a Bologna – nel settore ha stretto tutte le mani. A fine ottobre ha organizzato al Nazareno una conferenza sulla Strategia Energetica Nazionale (Sen) varata dal ministro dello Sviluppo Carlo Calenda. Da allora elabora le proposte: niente più fonti fossili (petrolio, carbone, gas) “al 2050”, fuoriuscita dal carbone entro il 2025 (come già previsto dalla Sen), elettricità da fonti rinnovabili al 55% del mix energetico al 2030 e creazione delle “energy communities” (comunità di produttori-consumatori), “incentivi ai rifacimenti” degli impianti fotovoltaici ed eolici. New entry la revisione degli oneri di sistema, la parte della bolletta che non riguarda direttamente il consumo di energia. Benamati ricorda sulla Staffetta il caso dei certificati bianchi, l’incentivo all’efficienza pagato in bolletta: “Occorrerà rivedere il funzionamento del meccanismo”. Senza dettagli. Per la mobilità “maggiore diffusione dei veicoli elettrici”.

Forza Italia. Renato Brunetta da presidente dei deputati di Forza Italia si occupa sulla carta anche di energia. Brunetta firma la sfida per “i primi 180 giorni”: provvedimenti per colmare il gap sull’approvvigionamento di energia destinata all’industria. Un’estensione degli sgravi agli energivori di Calenda? Già così costeranno 1,7 miliardi alle famiglie, nascosti bene nella bolletta. Cinque le altre priorità: efficienza, impulso per le rinnovabili, economia circolare, programma per la “mobilità urbana ecosostenibile” e “mai più bollette pazze” grazie a un “mercato realmente competitivo”. Fi si è inoltre impegnata a creare “un Piano nazionale per dotare gli edifici pubblici di impianti fotovoltaici e di efficienza energetica”, un Piano per dotare “i Comuni di almeno 100.000 colonnine elettriche”, per il completamento del capacity market, diversificazione delle fonti e “un sostegno all’energia idroelettrica”.

LeU. Rossella Muroni, ex presidente di Legambiente, firma le proposte di Liberi e Uguali. Primo punto l’efficienza energetica. Quindi revisione della Sen per un sistema senza emissioni di CO2 “al 2050”. Nonostante l’annuncio della fuoriuscita dal carbone, puntualizza, aumentare dal 27 al 28% i vecchi target per le rinnovabili è “molto deludente”, persino “molto inferiore alle richieste delle maggiori utilities europee, compresa l’italiana Enel”. Per LeU bisogna puntare sullo sblocco dell’autoproduzione da rinnovabili. Il governo, scrive ancora, ha voluto essere “prudentissimo” sull’imminente “rivoluzione della mobilità”, un settore nel quale l’elettrico “cambierà in tempi molto rapidi il panorama”. Cita il biometano per cui bisognerà programmare “delle nuove infrastrutture”.

Lega. “Il nostro obiettivo è ridurre il costo della bolletta per i cittadini”. Esordisce così il leader della Lega, Matteo Salvini. “Poi va cancellata l’applicazione dell’Iva sulle accise” (che nel caso della bolletta elettrica significa un risparmio di circa 2,20 euro all’anno a famiglia). Via invece le bollette per le seconde case, sostituite da “una card ricaricabile” senza vincolo contrattuale. Poi Salvini se la prende con Enel: “È una grande azienda ma non può continuare a muoversi come se avesse il monopolio”. Per Salvini “è giusto poi supportare e incentivare la filiera italiana che produce tecnologia nelle rinnovabili, contro la tecnologia cinese”. Secondo i rumors avrebbe incontrato i vertici di Anie-Rinnovabili, la federazione delle tecnologie di Confindustria. Per la mobilità “occorre incentivare l’acquisto di mezzi elettrici riducendo l’Iva ed eliminando il bollo”.

M5S. Luigi Di Maio, candidato premier MS5, ha dichiarato che lo “shock fiscale” sarà possibile “perché andiamo a tagliare dagli sgravi e incentivi per banche e petrolieri diversi miliardi di euro”. Poichè “in Italia si spendono 16 miliardi di euro a petrolio e carbone”, la promessa è di spostarli tutti, anche se così si penalizzerebbero, oltre “ai petrolieri”, anche il settore agricolo o l’autotrasporto. Le sue affermazioni si basano sul Programma Energia, stilato da un gruppo di parlamentari uscenti. Tra loro Davide Crippa, di Novara, ricandidato capolista al proporzionale e all’uninominale: “Il vettore elettrico – scrive – già oggi garantisce migliori risultati in termini di efficienza”. Ad aprile sono andati insieme a Enel a Copenaghen per studiare il Vehicle-to-grid, tecnologia Enel-Nissan che permette di usare le auto come batterie per la rete (spinta poi dall’approvazione di un emendamento M5S alla Legge di Bilancio). Il Movimento promette decarbonizzazione “nell’arco di una legislatura”, e l’Italia “un paese al 100% fossil free al 2050”. Puntando sulle rinnovabili.

Sulla carta si può fare tutto. Anche se nei programmi non si spiega come. “Le rinnovabili”, su cui si riscontra una convergenza trasversale, non si capisce bene da quale fonte (alcune sono contestate) e con quali mezzi dovrebbero essere rilanciate. “Sostegni”, “spinte” e “incentivi”, di solito vengono finanziati dalle bollette, le stesse che tutti dicono di voler abbassare. La mobilità del futuro sarà elettrica, ma nel 2017 sono stati comprati 1.967 veicoli, di cui solo il 14% intestati a privati (su 1,9 milioni di auto nuove immatricolate).

Il vero segreto della Brexit: non funziona

C’è un segreto imbarazzante che i sovranisti di ogni Paese e il governo inglese cercano di proteggere da un anno e mezzo: non c’è alcuna ragionevole speranza che la Brexit funzioni, la Gran Bretagna starà sicuramente peggio fuori dall’Unione europea di quanto non stia dentro. Adesso questo segreto così custodito non è più tale. Il sito BuzzFeed ha rivelato il rapporto del governo Eu Exit Analysis – Cross Whitehall Briefing, cioè le stime interne sulla base delle quali il governo di Theresa May conduce le trattative con Bruxelles per il distacco previsto nel 2019. Si scopre così che ci sono tre scenari possibili: con la Brexit più soft possibile, con la Gran Bretagna che resta dentro il mercato unico europeo, nei prossimi 15 anni il Pil inglese cadrà del 2 per cento. Con un rapporto fondato soltanto su un accordo di libero scambio tra Gran Bretagna e Ue il Pil sarà più basso del 5 per cento. Senza accordo, nell’ipotesi di una hard Brexit, in cui decadono semplicemente le norme europee e restano in vigore solo quelle sugli scambi della Wto (Organizzazione mondiale del commercio), il tracollo del Pil sarà addirittura dell’8 per cento. Non esiste uno scenario in cui gli inglesi – anche una volta smaltiti i costi di aggiustamento – si trovino a essere più ricchi da non-europei. Come ha scritto Martin Sandbu sul Financial Times, “il risultato negativo deriva da un semplice fatto: lasciare l’Ue alza barriere al commercio con la principale fonte di importazioni e destinazione di esportazioni del Regno Unito”. E l’economia inglese sta già rallentando, penalizzata dall’incertezza. I danni iniziali erano stati contenuti grazie al fatto che gli inglesi hanno ridotto i loro risparmi e consumato di più dopo il referendum.

Quella della Brexit non è una strada irreversibile. Gli inglesi hanno tempo per capire che sarebbe un pessimo affare e chiedere al Parlamento di non approvare quello che sarà l’accordo finale tra Londra e Bruxelles sul distacco. Meglio ammettere un errore che pagarne il prezzo per decenni.

La via crucis bancaria fa tappa al Creval. I perché di un disastro

È passata sottotraccia negli ultimi anni, ma la crisi gravissima del Credito Valtellinese non ha nulla da invidiare alle emorragie bancarie più note: da Mps a Carige alle banche venete. Ora è arrivato l’epilogo. La banca, guidata dal 2010 da Miro Fiordi, il mese prossimo dovrà dare il via a un aumento di capitale da 700 milioni per sopravvivere. Una richiesta monstre ai 150 mila soci, dato che vale quasi 6 volte il valore di Borsa, crollato a soli 130 milioni.

È crollato in questi anni sia il conto economico che il valore delle azioni. Basti pensare che, solo dall’estate del 2015, il titolo del Creval ha perso il 90% del suo valore. Mille euro investiti allora ne valgono oggi solo 100. E l’alternativa se non si aderirà al mostruoso aumento di capitale è quella dell’azzeramento totale del valore delle azioni. Una caduta di Borsa così violenta non è che la coda velenosa di una gestione che ha scavato perdite notevolissime.

Dal 2010 la banca di Sondrio ha lasciato sul campo la bellezza di oltre 1,1 miliardi di perdite con gli anni bui del 2012, 2014 e 2016 chiusi tutti con oltre 300 milioni di perdite. Ora si sono aggiunti i 400 milioni di rosso solo nei primi 9 mesi del 2017. Un disastro figlio sia delle svalutazioni sui crediti malati sia delle perdite fatte registrare dagli avviamenti della dispendiosa campagna acquisti che sia Fiordi che il vecchio dominus Giovanni De Censi hanno compiuto negli anni passati.

La campagna acquisti affogata nelle sofferenze

L’abito della banca locale, del territorio, tra l’altro un territorio ricco nell’estremo Nord della Lombardia, è sempre andato stretto ai vertici. E così contrariamente alla consorella, la Popolare di Sondrio che è rimasta radicata in Valtellina, il Creval ha comprato banche un po’ ovunque: dalla Sicilia, al Lazio alle Marche: erano gli anni dell’espansione, del sogno da protagonisti di De Censi e Fiordi. Un sogno che è diventato un incubo. Non solo lo shopping è costato oltre 600 milioni di svalutazioni, ma il piccolo Credito Valtellinese ha imbarcato con le acquisizioni anche le sofferenze.

Il vulnus scoperto, e non da ieri, è proprio quel livello elevatissimo dei crediti malati sotto la gestione Fiordi. Tuttora il Creval ha in pancia la cifra record di 4 miliardi di crediti deteriorati lordi. Valgono il 25% del portafoglio impieghi e tre volte il capitale della banca. Un livello simile alle ex banche venete prima del crac. Ed è per questo che il patrimonio andrà pesantemente rafforzato per non fallire. La vendita, che si è prefissata la banca, di metà di quelle sofferenze produrrà un’altra montagna di perdite che eroderanno il capitale. Una mossa della disperazione, troppe volte rimandata.

La Popolare di Sondrio, che non ha giocato la carta dell’espansione a tutti i costi ha prodotto, dal 2010, 700 milioni di utili contro le perdite miliardarie della cugina valtellinese. Non solo. La Popolare ha aumentato gli impieghi da 21 a 25 miliardi, mentre il Creval, che aveva crediti malati doppi della rivale, ha dovuto chiudere i rubinetti pesantemente. I prestiti del Creval sono scesi di oltre il 20 per cento negli anni dal 2010 in poi. Crediti negati e boom delle sofferenze che, dal 2014 almeno, superano un quinto del portafoglio impieghi, il doppio della media del sistema bancario italiano. Una crisi lampante, evidente ma che è passata quasi inosservata.

Non ci si aspetta che una banca che sta nel profondo Nord della Lombardia, area ricca, turistica, affondi sotto il peso dei prestiti non rimborsati. Ora la banca è a un bivio. Senza un successo pieno della richiesta di 700 milioni al mercato, il peso delle sofferenze rischia di schiacciare per sempre la banca, mutuando il copione già visto in altre crisi bancarie. Vendere 2 miliardi di Npl (non performing loan, i crediti deteriorati) è necessario per rimettere in linea la banca con il resto del sistema. Ma ancora una volta tocca ai soci, già coinvolti in altre richieste di denaro, mettere mano al portafoglio. E quando hai perso già il 90 per cento del tuo investimento la fiducia è sparita del tutto.

Vertici pagati a peso d’oro durante la crisi

In questo clima sorprende la tenuta dei vertici. A partire da quel Miro Fiordi, oggi presidente, dal 2003 direttore generale e dal 2010 al 2016 amministratore delegato della banca. Negli anni in cui il suo Creval ha cumulato oltre 1 miliardo di perdite il suo emolumento da amministratore delegato veleggiava attorno a 1,2 milioni di euro. Mai intaccato dalla crisi. Da maggio 2016 Fiordi, anche se presidente, non è più dipendente dell’istituto: è entrato nello scivolo pensionistico del Fondo di solidarietà. Ha incassato un incentivo all’esodo di 404mila euro. E nel 2016 è stato remunerato da presidente della banca con 980 mila euro. Per Fiordi la crisi del Creval non c’è mai stata. Così come per il vecchio patron della banca, Giovanni De Censi, ora presidente onorario, che solo nel 2015 ha incassato 1 milione di euro di remunerazione.

Vallo a dire ai 150 mila soci che hanno perso quasi tutti i loro risparmi investiti sul Creval.