L’inflazionecorre più veloce dei salari e a risentirne è il potere d’acquisto degli italiani: nel 2017 le retribuzioni medie orarie rilevate dall’Istat sono cresciute solo dello 0,6%, a fronte di un aumento dell’inflazione doppio (+1,2%). Per i salari si tratta dello stesso risultato raggiunto nel 2016, ossia l’incremento più basso mai registrato negli ultimi 35 anni. La deflazione allo 0,1% con cui si è chiuso il 2016 però aveva aiutato, almeno in parte, a rimpolpare il potere d’acquisto dei lavoratori. La situazione del 2017 si è invece aggravata a causa del, seppur lieve, aumento dei prezzi al consumo. Guardando ai singoli settori si scoprono altri record negativi. Le retribuzioni dell’industria (+0,4%) e dei servizi privati (+0,8%), non sono mai cresciute così poco dal 1982 e anche l’attesa media dei lavoratori per il rinnovo dei contratti scaduti (71,5 mesi) è il tempo più lungo mai registrato dal 2005. I contratti in attesa di rinnovo a fine dicembre riguardano 5,3 milioni di lavoratori (il 41,3%). A pesare sul risultato generale però sono i dati della pubblica amministrazione, in cui tutti i dipendenti risultano con il contratto scaduto dalla fine del 2009, perciò i loro mesi di vacanza contrattuale arrivano a quota 96.
No alla tronista, sì al giudice: è moglie del vice di Musumeci
Palermo
Fuori la tronista dentro il magistrato: ad Agrigento, Forza Italia esclude Ylenia Citino, ex tronista di Uomini e Donne, per fare posto a Giusy Bartolozzi, gip del tribunale di Civitavecchia e compagna del vice – presidente della regione siciliana Gaetano Armao, noto avvocato d’affari palermitano che tra rolex e cachemire ha trovato il tempo di fondare il movimento politico degli “Indignati’’. Indignazione durata fino a luglio, quando Gianfranco Miccichè lo presentò ad Arcore a Berlusconi. Si sorprese ha raccontato la Stampa, quando sole due settimane dopo, lo ritrovò in quel salotto in compagnia della Bartolozzi a ricevere l’investitura dell’uomo di Arcore alla guida della Sicilia: “Per me l’uomo giusto è Armao’’. Poi spuntò Musumeci, che se lo ritrovò suo vice. Se in passato ad Armao, già assessore ai beni culturali del governo di Raffaele Lombardo poi condannato per voto di scambio con l’aggravante mafiosa, venne contestato un conflitto di interessi per i suoi rapporti con il gruppo Falck (incassava parcelle da avvocato e, nello stesso tempo, si batteva per l’istituzione dei termovalorizzatori), gli approfondimenti che ne seguirono non approdarono a nulla, come accaduto anche in occasione del “prestito’’ della sua auto blu di assessore alla Bartolozzi per recarsi al lavoro: la Procura archiviò perché non ravvisò “lesione all’interesse patrimoniale o all’attività funzionale dell’ente’’. Già socio di Stefano Ricucci, del quale è stato fiduciario per una serie di posizioni all’estero, il vice presidente della Regione e assessore all’Economia è apparso subito attivo nella campagna elettorale per la sua compagna mobilitando anche i suoi assistiti: lunedi è stato visto ad Agrigento, collegio in cui si candida la Bartolozzi, nell’albergo dell’imprenditore Vincenzo Sinatra, suocero del deputato forzista Riccardo Gallo, recentemente indagato per lo scandalo di Girgenti Acque.
Parte in Commissione banche l’inciucio tra Pd e Forza Italia
Un finale pirotecnico, ma anche il prologo di ciò che potrà accadere dopo il 4 marzo. Il testamento che lascia la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche ha poco a che fare col credito, è politico: si compie l’inciucio tra Pd e Forza Italia. Resta solo Renato Brunetta a gridare all’“insabbiamento” nelle file del partito berlusconiano.
Ieri la commissione doveva approvare la relazione finale. Come noto, il presidente Pier Ferdinando Casini, eletto grazie ai dem dopo aver pubblicamente denigrato la necessità di istituire la commissione, doveva trovare l’intesa per un testo condiviso da tutti i gruppi, che l’avrebbero poi integrato con proprie appendici sui temi più cari. Semmai fosse esistito, l’intento è naufragato subito. L’ex Udc, la cui gestione dei lavori gli è fruttata la candidatura nella coalizione di centrosinistra nel seggio “rosso” di Bologna, si presenta con un testo assai blando. Nessun cenno alle responsabilità del governo sui disastri bancari e sulle attenzioni particolari di Maria Elena Boschi per l’Etruria cara al padre, leggero sui peccati in opere e omissioni di Banca d’Italia e Consob che hanno fatto infuriare migliaia di risparmiatori e con qualche buon proposito per il futuro. Troppo poco per le opposizioni dopo 200 ore di audizioni dove è emerso di tutto.
A quel punto si è materializza il patto del Nazareno in salsa creditizia. Viene messa ai voti la relazione di maggioranza predisposta dal vicepresidente Mauro Marino (Pd), in teoria priva dei 21 voti (su 40) necessari per essere approvata. Il testo però passa grazie a 19 voti a favore, 15 contrari e 6 strategiche assenze che permettono di abbassare l’asticella: Camilla Fabbri (Pd), Francesco Molinari (Misto), e ben tre commissari di FI – Remigio Ceroni, Antonio D’Alì e Sandra Savino – l’intera pattuglia azzurra in commissione con l’eccezione di Brunetta che salva le apparenze votando contro, e Paola De Pin (Gal). “Abbiamo fatto un miracolo”, esulta Casini, facendo infuriare le opposizioni. “La commissione finisce con l’inciucio tra Pd e Forza Italia”, attacca Giovanni Paglia (LeU). Carlo Sibilia (M5S) va giù duro: “Si è infranta la verità sulle coperture che il Pd ha dovuto assicurare ai suoi conflitti di interessi, specie quelli della Boschi. Non c’è nessuna proposta seria”. I 5Stelle annunciano esposti in Procura sulle vicende emerse in commissione.
Tocca poi ad Andrea Augello (Idea) fissare il punto: “Un vero peccato che fossero assenti i forzisti. Un peccato anche più grave che la senatrice De Pin, del Gruppo Gal e quindi vicina a Forza Italia, sia dovuta improvvisamente uscire dall’aula prima del voto”, spiega il senatore, che associa la “strana coincidenza” al suo siluramento avvenuto “per un eccesso di rigore nello svolgere il mio ruolo di commissario”. Su Augello si è infatti consumato il banco di prova dell’inciucio. L’uomo che più di tutti ha contribuito a far emergere le contraddizioni tra Consob e Banca d’Italia e a far esplodere il caso dei conflitti d’interesse della Boschi (comprese le rappresaglie su Unicredit per il mancato aiuto dell’ad Federico Ghizzoni nel salvare la banca Etruria) non è stato ricandidato. È stato escluso a sorpresa dalle liste della “quarta gamba” del centrodestra – raccontano – per decisione del plenipotenziario berlusconiano Antonio Tajani, pur avendo un forte seguito politico nel Lazio. Stando ai rumors la decisione sarebbe stata, per così dire, consigliata a Tajani – che aspirare a fare il premier – da ambienti vicini al segretario Pd. Che così ha evitato l’implosione della maggioranza e una nuova figuraccia. Magra consolazione per chi aveva fatto nascere la commissione con l’intento di inchiodare l’odiata Banca d’Italia ed è stato invece travolto dalle miserie bancarie del governo emerse dalle audizioni, finendo così per approvare una relazione priva di colpevoli. Non proprio un capolavoro.
Toni Negri vota Gentiloni: è tutta colpa di D’Annunzio
Il professor Toni Negri ha sempre avuto, fra le altre, una passionaccia per la frase apodittica, il colpo a effetto, meglio se destinato, per così dire, a épater le bourgeois. In Francia, dove insegna, fece scalpore nel 2005 la sua pronuncia a favore della Costituzione europea poi bocciata dagli elettori. Ora, promuovendo la seconda parte della sua autobiografia (Storia di un comunista), intervistato – absit iniuria verbis – da Vanity Fair, butta la palla ancora più avanti: “Mi auspico che Bruxelles prenda le redini dell’Italia dopo il 4 marzo. Non lo desidero, per me la burocrazia europea è il grande nemico. Però è meglio avere qualcosa che il nulla più completo. Angela Merkel, fatti avanti…”. Non voterebbe, ovviamente, il compagno Negri: “Mi fa schifo votare questo sistema di partiti. Spero che un Gentiloni o un Padoan di turno prendano in mano il governo. Altrimenti salta anche l’euro italiano”. Tanta passione per la stabilità, e in particolare quella della moneta, commuove in un uomo che, calandosi il passamontagna, sosteneva di “sentire il calore della comunità operaia”. D’altra parte, va detto, i nemici ideologici di Negri sono da tempo “la proprietà e il confine”, nel senso dello Stato nazione: posizione legittima, per carità, anche se c’è il rischio, diciamo così, che preparando – ormai sempre più a chiacchiere – la rivoluzione mondiale, si finisca per fare intanto da stampella al governo mondiale. Ogni eroe, d’altronde, ha bisogno d’un antagonista per (r)esistere come personaggio, soprattutto se, dannunzianamente, confonde la vita con l’arte.
Il voto è vicino, meglio non parlare di Trattativa
Non c’è spazio in prima pagina per il processo di Palermo. C’era da aspettarselo. Quando Nino Di Matteo titolò il suo libro Collusi, Rizzoli, aveva in mente (anche) i comportamenti di certa stampa che oggi quasi ignora i 90 anni di carcere richiesti dai pm per Mori, Dell’Utri, Mancino… nonostante dicano molto sul 47% di astenuti: la gente non va a votare anche per il ribrezzo prodotto dalla politica collusa con la mafia. In aula Di Matteo è stato chiaro: “Hanno detto che ci siamo mossi per finalità eversive, nessuno ci ha difeso. Abbiamo cercato solo la verità”. È questo il punto. La verità fa paura. Nel libro ricorda l’incontro col collaboratore di giustizia Cancemi: “Ho scoperto allora – dice – il vero volto della mafia”: la sua potenza sta nel legame con la politica. Ecco. Quel legame ora è mostrato in tribunale con documenti, testimonianze, intercettazioni, ma non basta ai giornaloni per uno scatto d’indignazione. A marzo si vota. La verità è che sulla trattativa Stato-mafia è stato creato un clima ostile (“Ancora questa trattativa!…”). Subito dopo le stragi “sembrava iniziata una rivolta contro la mafia, a tutti i livelli”. Adesso c’è un riflusso “una sorta di fastidio nei confronti delle indagini” (pp. 23-24). La strada è piena d’ostacoli: troppe liste con impresentabili e mafiosi. Poi, però, sempre pronti a partecipare ai funerali dei morti ammazzati. L’ipocrisia è dominante.
Anche dopo le richieste di condanna della procura di Palermo, si fa finta di nulla. Nel libro Di Matteo afferma: “La condotta che contestiamo ai politici è di aver assunto il ruolo di cinghia di trasmissione tra Cosa Nostra e il governo… concorrendo al ricatto della mafia” (p. 109). Oggi, dopo 210 udienze tenute dalla Corte d’assise di Palermo, queste accuse sono prove e documenti sottoposti alla corte giudicante; vedremo se la verità processuale s’avvicinerà alla verità storica: il coraggio dei giudici ha sempre un peso nei processi, ancor più quando si tratta di giudicare pezzi dello Stato. Restano vere le parole di Di Matteo: “Cosa Nostra non verrà sconfitta fino a quando ci sarà anche un solo mafioso che trova nella politica la disponibilità al compromesso” (p. 114). Quanti compromessi, oggi, alla vigilia delle elezioni? Di Forza Italia meglio non dire: amoreggia con l’illegalità. Fanno impressione i candidati Pd in Campania: “Piero De Luca, imputato per bancarotta fraudolenta; Del Basso De Caro, indagato per tentata concussione e voto di scambio; Avossa, imputata per abuso d’ufficio; Marrazzo, imputato per peculato; D’Agostino, imputato per presunte mazzette; Alfieri, definito da De Luca ‘uomo delle clientele come Cristo comanda’…”. È questo il punto. Si continua a pensare che i voti non puzzino ma il tanfo si sente. Senza pudore molti giornalisti la definiscono ancora la “cosiddetta” Trattativa, sono cauti mentre sbattono la faccia ogni giorno sugli infiniti accordi tra mafia e politica. Va detto con chiarezza: la Trattativa degli anni 90 è stata possibile per i legami storici tra mafia e politica; la Trattativa è figlia di un rapporto perverso – antico e permanente – che è sotto gli occhi di tutti: in Sicilia i dem preferiscono il nipote del boss al dirigente vittima della mafia. Non si vuol vedere che inciuciare con la mafia significa legittimare la violenza: “Abbiamo ricostruito il puzzle – dice Teresi – e alcune tessere erano sporche di sangue”. Si può andare a votare senza tenere in mente questa vergogna? Sebastiano Messina, sempre attento ad anteporre l’aggettivo “cosiddetta” alla parola Trattativa, è molto preoccupato (Repubblica, 30 gennaio) della purezza perduta dei 5Stelle, non sopporta l’orribile frase di Di Maio: “I cittadini nelle istituzioni e al governo del Paese”. Chiedo, al cavaliere della nobile coscienza, “il nipote del boss Navarra al governo del Paese” va meglio?
La parabola dell’uomo del 40 per cento (cui ora basta pure il 25)
Mettiamola così: avete noleggiato una macchina, avete fatto il diavolo a quattro per averla, l’avete usata per tre anni abbondanti e ora che la riportate al noleggiatore ha le portiere rigate, una crepa nel parabrezza, le gomme tagliate, un parafango che pende, e la radio non va. Più o meno è quello che ha fatto Matteo Renzi col Pd, partito dalla fiammante fuoriserie del 40 per cento alle Europee, è arrivato a combattere come un fante sulla linea del Piave del 25 per cento, se il Signore gliela manda buona.
Su quei numeri, gli italiani si sono visti costruire un’epopea, una mitologia, ne hanno subito ad ogni passo la ripetizione ossessiva. Il refrain del 40 per cento (da accoppiare a “ottanta euro”) è ormai parte delle nostre vite come certe canzoni estive che abbiamo canticchiato tutti per un mese e poi puff, via, sparite. Anche il 25 per cento è un numero che torna, perché è quello che prese Bersani quando “non vinse” le ultime elezioni. Una percentuale che Renzi e renzisti irrisero in tutti i modi, facendone oggetto di scherno e di sarcasmo… “Noi non siamo quelli del 25 per cento!”, diceva ieri quello che oggi spera di arrivare al 25 per cento. Testacoda, vertigine.
La frasetta che Renzi sfodera a questo punto è “senza aver subito una scissione”, che significa che sì, vabbé, prende poco come fece Bersani, ma con lui sono stati cattivi e alcuni se ne sono pure andati e quindi anche se prende sei è come se fosse un otto più. Ci sta dicendo che il suo 25 è come un 40, in questi casi, come si dice, conviene non contraddirlo, tutti abbiamo avuto in classe, in seconda media, uno così.
Quel che più stupisce, però, è il totale ribaltamento delle prospettive politiche. Renzi partiva per fare un partito maggioritario, di governo monocolore, solido, quasi un presidenzialismo (con lui presidente, ovvio), con tutte quelle scemenze che sappiamo, tipo “si sa chi vince la notte delle elezioni” eccetera, eccetera. E ora, apertamente, teorizza una specie di craxismo equilibrista, calcolando che se resta vivo (il famoso 25 per cento) potrà gestire il complesso bilancino dei poteri per non perdere aderenza, per non arretrare ancora. Quelli che volevano l’Italicum, con premio di maggioranza assurdo per governare senza se e senza ma, ora fremono per entrare nel circo dei se e dei ma, delle trattative, dei bilanciamenti, dei do ut des. È più o meno quello che la retorica renzista chiamava “la palude”. Basta con la palude, dobbiamo uscire dalla palude, io vi porterò fuori dalla palude…, detto da quello che oggi affida la sua sopravvivenza alla palude di qualche larga intesa.
Va bene, il cinismo della politica non ci stupirà, anzi, come italiani abbiamo qualche master in materia. Però rimane sempre strabiliante come un partito possa fare una politica – rivendicandola e rivestendola ossessivamente di propaganda – e poi farne un’altra, diversa, opposta, negata fino a un minuto prima, sbeffeggiata per anni. E come questo possa farlo lo stesso leader, la stessa persona. E ancor più strabiliante è che possano votarlo gli stessi elettori, che siano antichi elettori del Pd o entusiasti nuovisti, quelli che già facevano tenerezza ai tempi del “Con Renzi si vince”, quelli che si illudevano di mirabolanti modernità e che ora si trovano a sperare – con lo stesso leader che predicava il contrario – nella vecchia, deplorevole, trita logica dell’ago della bilancia.
Per disegnare la parabola del renzismo, insomma, non serve aspettare il 5 marzo. Con il fiero propugnatore dell’abolizione del Senato che si presenta da senatore, si svela anche ai ciechi che il fine ultimo del renzismo è il mantenimento in vita del renzismo, una sedia al tavolo da poker delle alleanze e delle mediazioni, e dopo si vedrà. Un po’ poco per gli arditi giovanotti che volevano cambiare tutto, oggi aggrappati come naufraghi alla speranza che non cambi nulla.
Pd, la Leccocrazia formato scimpanzé
Altro che meritocrazia, è la leccocrazia. E solo adesso s’è capito che cosa, Matteo Renzi – leader del Partito democratico – è riuscito a rottamare a casa sua: la politica. La prova fedeltà sopravanza la libertà. Alla luce delle sceneggiate viste, al netto della mattanza dell’opposizione portata a termine nella notte del Nazareno, la libertà, e cioè quel primo requisito richiesto già dai tempi di Aristotele, in punto di concretezza è abrogato.
L’indipendenza di donne e uomini chiamati ad aggregarsi qualunque sia il partito, il movimento o cartello elettorale – nell’amorevole sussiego dei commentatori rispettabili – è, di fatto, sorvolato. Fatto scivolare per non scaldare troppo il disbrigo elettorale. Più che un partito, infatti, il Partito democratico che Renzi consegna al giudizio degli elettori è un branco; con lui stesso nel ruolo di Elemento Alfa, e con gli altri al suo seguito, tutti chiamati a stargli dietro, col muso appiccicato a pelo della sua stessa coda di Capo. Il luogo dove stanno tutti, la polis, è diventato un posto per uomo solo al comando. Una condizione a tal punto innaturale, quella dell’assolutismo, che neppure il Papa – pur aiutato dallo Spirito Santo – riesce ad avere coi propri cardinali, e però è uno status che la compilazione delle liste elettorali in gara per il 4 marzo prossimo, seppure nella forma della caricatura, conclama. Ed è una conferma più che sfacciata – questa della leccocrazia – quando i candidati, ancorché miracolati per avere avuto un posto dal Capo, annullano quell’idea stessa della pluralità, delle competenze, delle idee e anche quella dei conflitti, sempre più necessari, attraverso cui un’identità si rigenera, pronunciando voti di sempre più rovente fedeltà. Portatori di voti, sì, Renzi se li prende. Alla corte dei fedelissimi, aggiunge la corte dei feudatari locali, i vari De Luca, i D’Alfonso e i Sammartino. Portatori d’idee, giammai. Più che un movimento di idee, di storie, di territori e di progetti, una piazza d’arme di pedine a ranghi serrati in vista della più luccicante coda. Non Luigi Manconi, non Ermete Realacci, non Nicola Latorre, non più politici, insomma, tutti malauguratamente aristotelici. Niente meritocrazia, nessuna competenza. Ma solo e soltanto i fedelissimi bravi a inghiottire qualunque cosa arrivi da quella coda se la prova elettorale – già nel primo passaggio, farsi mettere in lista – è ormai qualcosa a metà tra una sensalia e la lotteria.
L’uomo si riconosce dalla parola, il bue – invece – dalle corna. E ha ragione Rosario Crocetta quando si sente buggerato da Renzi che per non candidarlo alle regionali in Sicilia, gli promette di farlo barone a Roma – “ma che dico barone, duca conte, anzi, principino regnante…” – e poi invece lo “posa” senza neppure rispondergli più. Manco fosse, Matteo, il famoso scimpanzé, quello che acchiappa gli esploratori nella boscaglia, quello che d’improvviso prende, possiede, travolge e poi… e poi non parla, non chiama, non telefona e manco una cartolina manda.
Così fan tutti, si dirà. Il M5S lavora in anticipo e imbullona la “prova fedeltà” allo spavento di una multa di centomila euro per chiunque tra i suoi futuri deputati e senatori pensi di cambiare gabbana in corso d’opera (un qualcosa che ricorda la Lega Nord della prima ora, quando Umberto Bossi costringeva i candidati a firmare, e se le faceva consegnare preventivamente, le dimissioni da parlamentare). Così s’è fatto, a volte. Al parco giochi del berlusconismo, dove pure se ne sono viste di cotte e di crude – dove perfino Nunzia De Girolamo, sgradita ai cacicchi di Purpetta, ha rischiato di essere depennata dalle liste di Forza Italia – si aggiunge questo capitolo curioso assai per ciò che fu il Pd.
Un partito dove pure, sotto l’emblema di Falce e Martello ebbe casa “il centralismo democratico”, dove il comunismo officiava la propria dogmatica nel segno del “collettivismo” e che adesso si capovolge nell’estetica della comitiva, l’opera buffa dei ragazzi del muretto reclutati all’ombra del Giglio Magico, in una sorta di vendetta di chissà quale vecchia talpa della storia. Magari quella che sullo Scudo Crociato democristiano sovrappone la Fidelitas a Libertas, con Renzi proiettato nella dismissione di qualunque complicazione che non comprenda il suo io-io-io, il famoso raglio con cui la tracotanza tenta di cancellare il “noi” della politica.
Lo scimpanzé che prende possesso del territorio è quello che se li trascina, i gregari. E non serve più la politologia per capirne, ma l’etologia, la scienza che studia il comportamento degli animali per saperne di più degli uomini e di ciò che capita loro in assenza di libertà e spirito critico. Il quadrupede al comando si lascia annusare il popò e non servono meriti nell’agorà del branco. Ma solo e soltanto fedeltà. Pronta a essere barattata nel momento stesso in cui il capo inciampa. E sempre inciampa, il capo. Manco fosse, il famoso scimpanzé.
Mail box
La difesa degli orafi aretini non è bastata alla Boschi
Fra le motivazioni addotte dall’on. Boschi a giustificazione del suo interessamento a evitare la fusione di Etruria con la Popolare di Vicenza, c’è anche quella di aver agito per salvaguardare gli orafi aretini.
Normalmente un politico, qualora mostri interesse e agisca per il bene di un territorio, vede aumentare i propri consensi, che gli rafforzano la possibilità di ritornare in Parlamento a nuove elezioni. Questo, a quanto pare, non vale per la Boschi, che anziché candidarsi in un territorio al quale “ha fatto solo del bene”, è stata costretta a candidarsi a Bolzano. Tutto questo non intaccherà le possibilità della Boschi di ottenere un seggio perché, grazie alla mole di soldi che il governo Renzi ha riversato nelle casse delle due provincie trentine, gli elettori di Bolzano la voteranno per gratitudine, pur non conoscendola (il che rappresenta un altro grosso punto a favore della candidata).
Francesco Forino
Disuguaglianze e povertà: il 4 marzo chiederemo il conto
Alle persone che hanno un’invalidità dal 74% in giù non viene riconosciuto nessuno sconto ai fini pensionistici. Non possono accedere all’Ape Social e rimangono crudelmente legati alla stessa aspettativa di vita delle persone sane. Una vergogna che va avanti dalla riforma pensionistica, con il silenzio di molte associazioni che dovrebbero rappresentarci. Le disuguaglianze che si sono create in questi anni hanno prodotto rancori e rabbia. La politica dovrebbe leggere questi pensieri. Sono convinto che le prossime elezioni raccoglieranno tutti i sentimenti negativi che la gente ha accumulato.
Antonio Montoro
DIRITTO DI REPLICA
Desidero informarvi che, al contrario di quanto scrive il Fatto, non sono candidato alle prossime elezioni politiche per il rinnovo di Camera e Senato. Non riesco a spiegarmi questo svarione, dal momento che della mia intenzione di non ricandidarmi (nota ai miei compagni da alcuni anni) hanno dato ampiamente e ripetutamente notizia, da alcuni mesi a questa parte, giornali nazionali (Corriere, Repubblica ecc.) e giornali locali (Giornale di Sicilia, La Sicilia etc) come pure siti online facilmente consultabili via internet. Vi prego, pertanto, di prendere nota che nelle liste di LeU (quantomeno in Sicilia) non figurano candidati che abbiano una qualche indagine attualmente in corso.
Angelo Capodicasa
In riferimento all’articolo pubblicato ieri dal Fatto Quotidiano a firma di Andrea Scanzi, dal titolo “Dal M5s a Tsipras a FN: una transfuga chiamata De Pin” desidero fare alcune precisazioni. L’articolo in questione ha riportato notizie che distorcono in modo grave la realtà dell’attività politica della scrivente. Innanzitutto non c’è stato alcun “passaggio” a Forza Nuova. Come ho affermato in una conferenza stampa ho aderito ad una nuova formazione politica che, benché faccia capo a Roberto Fiore, non è denominata Forza Nuova ma “Italia agli italiani”. Se il pirotecnico Scanzi avesse dedicato un minimo di attenzione oltre che al folclore anche alla sostanza avrebbe scoperto che: ho presentato 17 disegni di legge, e avrebbe visto, per esempio, che la vicenda delle banche Venete è stata portata in Commissione soprattutto su input di uno di questi ddl della sottoscritta; e ancora che ho promosso 70 interrogazioni. Il voltagabbana è colui che tradisce un’idea, un principio e la sottoscritta, con la propria azione politica a testimoniarlo, è sempre stata coerente con i valori che mi hanno spinta alla competizione politica: la tutela delle classi svantaggiate, la salvaguardia dell’ambiente, l’uscita dall’Europa e dalla Nato, la difesa del sistema Italia dall’assalto portato con l’introduzione dell’euro. Voltagabbana è un termine che dunque rispedisco al qui distratto e poco informato Scanzi.
Paola De Pin
Prendo atto delle irrinunciabili precisazioni della statista De Pin, che ribadisce in questa sua accorata missiva la vicinanza al noto filantropo Roberto Fiore e che ci informa pure di come lo scandalo Veneto banche l’abbia sollevato lei (daje). Ringrazio poi la luminare De Pin per avere confermato il contenuto del mio articolo, che elencava con affetto palpabile le sue inattaccabili “coerenza” e “lucidità”, cifre distintive di una carriera mitologica che in un profluvio di trionfi degni di Adenauer l’hanno condotta da M5S all’appoggio di Letta, e poi di Tsipras, e poi ai Verdi, e poi al Gap(p), e poi a Ilic (eh?), e poi al Gal (Barani forever), e poi ai bagni di folla di Oderzo. Fino all’agognato approdo a Forza Nuova. Anzi no: “Italia agli Italiani”, nato dalla fusione tra Forza Nuova (ops) e Fiamma Tricolore. Chiedo scusa per non aver chiamato col giusto nome l’ennesima propagazione del fascismo: sono imperdonabile.
Ora però devo salutarvi: volevo leggere Kant, ma ho deciso di preferirgli gli appassionanti 17 disegni di legge della De Pin. Sarà bellissimo. Care cose.
Andrea Scanzi
I NOSTRI ERRORI
Nel giornale di ieri abbiamo scritto per errore che Laura Boldrini correrà per Liberi e Uguali nel collegio di Milano 3, dove invece LeU presenterà Felice Besostri. Boldrini sarà candidata all’uninominale di Milano 1. Dell’errore ci scusiamo con i lettori e con gli interessati.
FQ
Liste. Se chi sarà eletto è deciso di fatto dai leader di partito, perché votare?
Uno spettacolo indecoroso quello che è successo in questi giorni per la compilazione delle liste dei partiti: liti furibonde, insulti, ricatti, minacce. Tutti alla disperata ricerca dei “collegi sicuri” per mantenere (se già eletti) o per conquistare (se aspiranti eletti) l’agognata poltrona di parlamentare. Che pena vedere personaggi più o meno conosciuti, che dovrebbero avere a cuore il bene dell’Italia, azzuffarsi per un titolo e uno stipendio da favola… Però era prevedibile: il sistema dei collegi uninominale comporta che i futuri onorevoli siano scelti dai segretari dei partiti, così come il proporzionale senza preferenze comporta che gli eletti saranno coloro che figurano in testa ai listini perché lì collocati dai segretari dei partiti. Non si farebbe prima ad assegnare i posti ai prescelti dai segretari sulla base dei sondaggi, evitando la manfrina di elezioni finte e del relativo costo per il Paese?
Armando Parodi
Gentile Armando, i partiti non hanno dato grande spettacolo in questi giorni. I candidati sono stati scelti dai segretari di partito o, nel caso del M5S, da qualche migliaio di iscritti online (con filtro preventivo e successivo da parte dei leader). Lo spettacolo è reso ancora più indigesto dal vedere parecchi arroganti candidati che nulla sanno di politica che, come ammise con candore Marianna Madia dieci anni fa, portano in dote soltanto la propria inesperienza. Oppure altri che di esperienza ne hanno, magari in campi in cui potevano anche fare la differenza (tra questi molti giornalisti) ma che non hanno saputo resistere alla seduzione del potere, col risultato che torneranno da ospiti in talk show che prima potevano aspirare a condurre. Mentre nelle stanze segrete i veri professionisti della politica decideranno. Dopo anni a contestare “la Casta” che vive di politica, non so se ora c’è da esultare a vedere persone di sicura competenza scaricate soltanto perché ha prevalso la corrente loro avversa (Nicola Latorre nel Pd, per dirne uno). Tutto questo rende inutili le elezioni? Sì e no. È ben magra soddisfazione andare a votare candidati paracadutati e senza legami e responsabilità verso il territorio che dovrebbero rappresentare, sapendo peraltro che i non eletti all’uninominale spesso sono sicuri di essere ripescati nel proporzionale. C’è solo un vero stimolo ad andare alle urne: se l’affluenza sarà molto più alta di quanto i partiti si aspettano, tutti i calcoli su quali collegi sono sicuri e quali contendibili sballeranno. E in Parlamento andranno persone almeno in parte diverse da quelle decise dai leader. È un piccolo incentivo al voto, mi rendo conto, ma è meglio di niente.
Stefano Feltri
La catastrofe dello status quo
“La vera catastrofe è lasciare che tutto continui come ora”. Questa profezia di Walter Benjamin par fatta su misura per l’Italia di oggi. Ma anche di ieri. Lo capirono bene gli elettori del 2013, regalando al M5S 8.691.406 voti e facendone il primo partito d’Italia, e non perché avesse programmi di governo credibili, bensì per una vaga ma forte speranza di novità.
E fu solo grazie al Porcellum che non i singoli partiti, ma le coalizioni raccolte intorno al Pd e a Berlusconi raccattarono più seggi.
All’indomani di quelle elezioni, Barbara Spinelli lanciò su Repubblica (9 marzo) un appello a Beppe Grillo, Un patto per cambiare: se non ora, quando?; un simile appello fu lanciato il giorno dopo sullo stesso giornale da Michele Serra (Spinelli e io li firmammo entrambi). Chiedevamo che “la speranza di cambiamento non venga travolta da interessi di partito, calcoli di vertice, chiusure settarie, diffidenze, personalismi”. Chiedevamo di impedire le “larghe intese” con Berlusconi che erano dietro l’angolo, formando un governo a termine che affrontasse alcune urgenze, come il conflitto d’interessi e la legge elettorale e lanciando nuovi “investimenti su territorio, energia, ricerca, scuola pubblica”. L’esito di quegli appelli è noto: dal Pd non una sillaba, e da Beppe Grillo sberleffi e facezie contro “gli intellettuali”. Così abbiamo avuto, in compenso, larghe intese con Berlusconi e poi Alfano e Verdini, un aborto di riforma costituzionale, due leggi elettorali nuove ma pessime, norme fallimentari sulla scuola e il lavoro, un diluvio di parole e una sostanziale stagnazione sull’orlo dell’abisso.
Cinque anni e tre governi dopo val la pena di ricordarsene, perché si fissò allora la regola del gioco che ancora ci affligge: lo scontro fra due opposte retoriche, entrambe con poco contenuto, il mito della stabilità e la bandiera del rinnovamento. Sono cambiati gli schieramenti, si sono spostate le pedine sulla scacchiera, ma il gioco è sempre quello, un perpetuo surplace che porta il Paese allo sfinimento. Chi voleva stravolgere la Costituzione in nome della stabilità, anzi ci aveva già provato (Berlusconi, Brunetta), ha strumentalmente bocciato la riforma Renzi-Boschi, pronto a cucinarne domani un’altra assai simile. Domina la scena un’eterna quadriglia di alleanze, in cui quel che importa non è il futuro dell’Italia, non è l’analisi dei suoi problemi, non è un progetto di governo, ma il gioco delle candidature e delle appartenenze, e si recitano a giorni alterni le litanie della stabilità e del rinnovamento. Purché non si entri nel merito, mai e poi mai. Pur avendo contribuito a questa eterna situazione di stallo, Giorgio Napolitano lo ha detto lucidamente al Corriere della Sera (28 gennaio): “I programmi che i partiti hanno delineato sono in larga misura indeterminati e inattendibili”, senza “nessuna presa di distanza da questa corsa demagogica che coinvolge un po’ tutti”.
La legge elettorale, col suo inossidabile principio di impedire agli elettori la scelta dei parlamentari, è ormai alla sua terza edizione consecutiva, in un braccio di ferro con la Consulta che è destinato a durare. Questa legge è dunque lo strumento principale con cui la politica politicante si gioca la pelle alla roulette russa del 4 marzo, puntando a ogni costo su un Parlamento di nominati da eleggersi puntando a qualcosa che si scrive stabilità e si legge stagnazione; che invoca il rinnovamento ma non sa dire di che cosa, né per fare che cosa.
In assenza di progetti meditati e plausibili, si ricorre a promesse improbabili, largizioni ed elemosine, dagli 80 euro alla flat tax, dall’università sempre peggiore purché gratis alle mendaci promesse di lavoro. In assenza di un traguardo, si invitano gli elettori a votare sempre e comunque, per chicchessia, indipendentemente da quel che ognuno pensa e da quel che i candidati sono disposti (o preparati) a fare. Perfino il momento più felice della democrazia italiana da molto tempo a questa parte, l’afflusso di giovani elettori al referendum sulla riforma costituzionale e la sua conseguente, solenne bocciatura, viene svilito a spuntata arma retorica, sognando che esista una sorta di “partito della Costituzione”, che voterebbe per questo o per quello sulla base di liste bloccate, programmi fumosi, petizioni di principio, slogan vuoti e bugiardi, ostentazioni di muscoli, lealtà di partito.
Ma fra quanti hanno votato per la Costituzione il 4 dicembre 2016 i più non hanno “votato per votare”, e nemmeno in nome di uno schieramento eterogeneo, di fatto una sorta di “larghe intese” anti-Renzi senza alcuna possibilità di tenuta. Gli elettori più significativi di quel referendum, i giovani che la strategia Renzi-Boschi immaginava si astenessero, decisero allora di votare non per fare un favore a chi glielo chiedeva, né in cambio di promesse e chiacchiere. Votarono No a quella riforma perché si convinsero che la Costituzione così com’è tutela i loro diritti più e meglio della de-Costituzione cucinata in casa Renzi-Boschi. Eppure, in nome ora di una presunta “stabilità”, ora di un nebbioso “cambiamento”, la Costituzione viene delegittimata e ferita ogni giorno. Lo ha detto con implacabile precisione il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato: “Le leggi ordinarie hanno in buona misura svuotato di reali contenuti diritti costituzionali fondamentali come quello del lavoro. Una decostituzionalizzazione strisciante funge da lasciapassare per politiche economiche che determinano una crescita vertiginosa delle disuguaglianze sociali e dell’ingiustizia. (…) Il tradimento delle promesse della Costituzione determina la disaffezione di larghe componenti popolari non solo nei confronti della politica ma anche nei confronti dello Stato”.
Di fronte a questa situazione di vera emergenza sarebbe necessaria la forte riaffermazione dei principi costituzionali, ma anche la chiara indicazione delle politiche di bilancio che ne assicurino la praticabilità. Ma nulla di simile si è sinora visto in una campagna elettorale che si finge accesa, ed è fiacca e inerte. È dunque certo che, se qualcosa di più serio non interviene di qui a un mese (ed è improbabile), l’astensionismo tornerà ai livelli record pre-referendum, e il Paese sarà ostaggio di uno scontro perenne fra una “stabilità” e un “rinnovamento” accomunati da una desolante mancanza di progetti e di idee. Questa e non altra è la vera catastrofe che ci attende: che tutto continui come ora.