Sì all’utilizzo di simboli religiosi nelle pubblicità. Lo stabilisce la Corte europea per i diritti umani, che in una sentenza accoglie il ricorso della Sekmadienis Ltd, azienda di abbigliamento, multata dalla Lituania per aver pubblicizzato dei jeans utilizzando Gesù e Maria. I fatti risalgono al 2012: negli spot una modella e un modello rievocano chiaramente l’iconografia cristiana, con slogan come “Gesù, Maria! Che stile!”. L’azienda era stata multata perché le immagini sono considerate dal governo lituano “contrarie alla morale pubblica”. Ieri la Corte di Strasburgo ha stabilito che una sanzione del genere rappresenta “un’interferenza con i diritti di libertà d’espressione” del marchio. Nella sentenza si legge che “la libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società democratica e una delle condizioni di base per il suo progresso e per l’autorealizzazione individuale di ogni persona”. Per i giudici, le immagini quindi “non sembrano gratuitamente offensive o profane, né incitano all’odio per motivi di fede o attaccano una religione in modo in abusivo o gratuito”. Da Matteo Salvini a Mara Carfagna, diversi politici italiani hanno criticato la sentenza.
Germania divisa fra smog-cavie e stop al traffico
L’uomo rimasto con il cerino in mano è Thomas Steg. Esperto di comunicazione e vicino alla Spd, il 57enne manager è stato sollevato dagli incarichi da Volkswagen, gruppo per il quale lavorava a Berlino e del quale si occupava delle relazioni istituzionali. La sua colpa è di aver saputo dal 2013 e non informato i vertici dei test sui 10 macachi eseguiti nel Nuovo Messico da un istituto americano per conto dell’Eugt, l’istituto di ricerca fondato da Wolkswagen, Daimler, Bmw e Bosch (uscita dal consorzio nel 2013).
L’indignazione della classe politica per le sperimentazioni per valutare e verosimilmente minimizzare l’impatto sulla salute degli ossidi di azoto, uno dei prodotti della combustione del diesel, è grande. Pari a quella dei costruttori, che hanno preso le distanze dalle attività dell’organismo che finanziavano e nel quale erano rappresentati da propri manager. Nel caso dei test su scimmie e persone (25 adulti sani e consenzienti “seguiti” presso una clinica universitaria ad Aquisgrana) i problemi sollevati sono etici.
La politica ha imboccato una strada pericolosa, visto che non era ignara come vuole lasciar credere. Proprio nel corso di un’audizione della commissione d’inchiesta sul caso Volkswagen, Handelsblatt riferisce che l’8 settembre del 2016 Helmut Greim, tossicologo del Politecnico Tu di Monaco di Baviera e coordinatore scientifico del contestato Eugt, aveva informato i membri dei test sui macachi. All’incontro avevano preso parte esponenti dei vari partiti: Ulrich Lange (Csu) tra l’altro nato in Italia, Kirsten Lühmann (Spd), Oliver Krischer (Grüne). La commissione era presieduta da Herbert Behrens (Linke). Il clamore del caso va inquadrato nell’enorme influenza dei costruttori, che assicurano un’occupazione a quasi 810 mila persone (2016), negli scandali che hanno scalfito l’immagine dell’efficienza e dell’affidabilità teutonica (dieselgate, presunta cupola dell’auto, coinvolgimento nel cartello del Tir), e nella difficoltà di tenere sotto controllo la qualità dell’aria.
Proprio ieri la ministra Barbara Hendricks è stata costretta a chiedere più tempo al commissario europeo all’ambiente Karmenu Vella per rispettare gli impegni sulla qualità dell’aria, ma rischia la procedura d’infrazione. I possibili blocchi del traffico preoccupano molte amministrazioni. In particolare quelli per i veicoli diesel. E il 22 febbraio il Tribunale amministrativo federale dovrà esprimersi sulla legittimità dei divieti di circolazione.
Sul caso è intervenuto Jürgen Resch, direttore della Duh, associazione che ha cercato ripetutamente di inchiodare i costruttori alle loro responsabilità: “Ad Aquisgrana – ha osservato – 25 persone sane hanno dovuto sopportare gli effetti del diesel, ma centinaia di migliaia di asmatici o con patologie polmonari patiscono da anni e conseguenze di valori di ossidi di azoto troppo alti. Sono test sulle persone molto più gravi”.
Al Lex Fest magistrati, avvocati e l’intervista al “giustizialista” Lillo
Il vicedirettore del Fatto Quotidiano Marco Lillo sarà ospite a Cividale del Friuli (Udine), domenica 4 febbraio, della terza edizione di LexFest, nel curioso spazio “Intervista al giustizialista” in cui – a parti invertite – le domande al giornalista saranno poste dall’avvocato Giorgio Varano (Unione Camere Penali Italiane). Quest’anno il festival nazionale dedicato alla giustizia, diretto dal giornalista Andrea Camaiora e presieduto dall’ex magistrato Carlo Nordio, si terrà dal 2 al 4 febbraio. La kermesse, fortemente voluta dal sindaco di Cividale Stefano Balloch, è dedicata a temi come l’indipendenza della magistratura, giornalismo e giustizia, whistleblowing, fake news e odio in Rete, tutela dell’ambiente e imprese. Tra gli ospiti il presidente dell’Anm Eugenio Albamonte, il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini e l’ex primo presidente della Cassazione Giovanni Canzio (al quale sarà conferito il premio LexFest per il diritto) e altri magistrati, numerosi avvocati tra cui Davide Caiazzo che presenterà il software My governance per la tracciabilità di enti pubblici e privati e giornalisti come Enrico Mentana (premio LexFest per l’informazione), Tommaso Cerno, Luca Telese, Gianmarco Chiocci.
“Dilettanti, ma a scopo di lucro”. Un bel regalino di Lotti a Carrai
Nell’ultima legge finanziaria è stato approvato un pacchetto di norme che, di qui a poco, potrebbe tornare molto utile ad alcuni uomini d’affari del Giglio Magico. E non parliamo di personaggi di secondo piano. I due imprenditori in questione si chiamano Marco Carrai e Giorgio Moretti. La prima parola chiave in questa storia è “attività sportive dilettantistiche”.
La norma prevede infatti che dal 2018 le “attività sportive dilettantistiche” – ad alcune condizioni – possano essere “esercitate con scopo di lucro”. Insomma, ci si potrà finalmente guadagnare. E con un paio di importanti agevolazioni.
La prima riguarda l’Ires, ovvero l’imposta sul reddito delle società, che viene ridotta alla metà. A patto che queste società siano “riconosciute dal Comitato olimpico nazionale italiano”, ovvero il Coni. Ora, è sufficiente dare un’occhiata al sito del Coni, per verificare che, tra le freccette, il lancio del formaggio e persino la morra, tra quelle riconosciute appaiono anche le “attività aerobiche”, la “ginnastica per tutti” e la “pesistica”. Anche una palestra per il fitness, quindi, può vedersi riconosciuta la propria società dal Coni e, di conseguenza, ottenere uno sgravio dell’Ires pari al 50 per cento. E infatti la seconda parola chiave, in questa storia, è proprio “palestra”.
L’altra agevolazione riguarda l’Iva che scende al 10 per cento. A firmare il pacchetto di norme – sono 22 – è uno dei petali più influenti del Giglio Magico, Luca Lotti, fatto ovvio considerato che è il ministro dello Sport. Giunti a questo punto, la domanda è: il suo amico Marco Carrai, con il socio Giorgio Moretti, finanziatore di Matteo Renzi della primissima ora, vorranno usufruire, a Firenze, dell’opportunità appena offertagli da Lotti? Volendo, per le palestre Klab, potranno farlo eccome. Le palestre Klab – tra le più rinomate del capoluogo fiorentino – sono riconducibili alla Cki srl, il cui 9 per cento è detenuto da Carrai e il restante 91 per cento da Moretti, con la sua Kontact srl. La vicenda, però, è un po’ più intrigante di quanto appaia. E per capirlo bisogna fare un salto indietro di qualche anno. Quando la società – finita poi in liquidazione – si chiamava Klab Gestioni Operative ovvero, in sigla, Kgo. Ed era sempre riconducibile a Moretti (non a Carrai).
Il 19 gennaio 2009, infatti, il capo ufficio dell’Agenzia delle Entrate di Firenze, Cristiano Minù, segnala: “L’attività svolta dalla Kgo” sembra avere “natura commerciale” nonostante operi “sotto la veste di ente non commerciale”. Infatti, formalmente, è una “società sportiva dilettantistica”. In altre parole, non dovrebbe avere fini di lucro e, invece, li ha. Risultato: non è in regola con il fisco – per circa 5 milioni – perché ha usufruito di agevolazioni che non le spettavano. La vicenda si chiude con la transazione firmata, nell’ottobre 2011, tra l’Agenzia delle Entrate e il commercialista Lamberto Mattei.
Chi è costui? Un ex finanziere già coinvolto, nell’inchiesta sul Mose di Venezia, in una storia di mazzette che riguardava l’ex generale della Gdf Emilio Spaziante. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate di Firenze, invece, si chiama Nunzio Garagozzo. Il quale viene indagato, qualche anno dopo, con l’accusa di corruzione. Per un’incredibile coincidenza, a far partire l’indagine è un ricercatore dell’Università di Firenze, nonché avvocato tributarista: si chiama Philip Laroma Jezzi.
E già, lo stesso Laroma che, con un’altra denuncia ha portato all’inchiesta su circa 50 professori universitari di Diritto tributario, sfociata negli arresti di quattro mesi fa.
Nel 2012, Laroma scoperchia invece il “sistema Garagozzo” e l’inchiesta sul direttore dell’Agenzia delle Entrate, condotta dalla Guardia di Finanza di Firenze, finisce per coinvolgere anche la Kgo di Moretti.
Secondo l’accusa, grazie a Garagozzo, la società riconducibile a Moretti avrebbe usufruito di “un indebito risparmio d’imposte pari a 2 milioni di euro”. A corromperlo, con una mazzetta da 50 mila euro versata in cinque tranche, secondo l’accusa, è stato proprio Mattei. Che la mazzetta sia stata pagata lo ammettono sia Mattei sia Garagozzo. E, nella richiesta di rinvio a giudizio, il pm Paolo Barlucchi, scrive che Mattei ha agito “quale intermediario di Moretti, amministratore di fatto della Kgo”. E così, anche Moretti finisce imputato per concorso in corruzione e bancarotta fraudolenta impropria per infedeltà patrimoniale. La Kgo finisce in concordato preventivo. Il suo ramo d’azienda viene acquistato dalla New Gekom, che è della Cki, la stessa società di Moretti e Carrai che gestisce la Klab e le sue affollatissime palestre.
Le norme targate Lotti, sulle società sportive dilettantistiche, possono finalmente consentire alla Klab di far lucro e usufruire delle agevolazioni fiscali su Ires e Iva. Chissà se l’imputato e finanziatore di Renzi, Giorgio Moretti, accusato di aver corrotto il direttore dell’Agenzia delle Entrate che nel 2009 gli contestò di aver usufruito illegalmente d’agevolazioni che non gli spettavano, si avvarrà della norma voluta da Lotti. O se invece rinuncerà.
La moglie di Dell’Utri: “È ancora senza cure, B. pensa alle elezioni”
“A sei mesi dalla diagnosi di un tumore maligno alla prostata mio marito non ha ricevuto nessuna cura. In carcere rischia l’infarto e l’ictus”. Il 2 febbraio, il Tribunale di sorveglianza di Roma dovrà esprimersi sulla richiesta di concedere a Marcello Dell’Utri, condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, la detenzione domiciliare per potersi curare. E alla vigilia di quella decisione la moglie dell’ex senatore torna a parlare. Per i legali di Dell’Utri è impraticabile sia la possibilità di curarsi in carcere, sia quella di farlo uscire per il tempo necessario alla radioterapia e poi farlo rientrare in cella. Sulla possibilità di ricorrere ai centri protetti negli ospedali gestiti dal Dap è intervenuto anche il Garante per i detenuti, Mauro Palma, presente all’incontro di ieri all’incontro con i giornalisti: “Ho parlato con i responsabili: un cardiopatico non può stare in una struttura chiusa. La situazione di Dell’Utri richiede spazi e attrezzature”, sottolinea, chiedendo ai tribunali di sorveglianza di adottare decisioni rispettose del diritto alla salute e che siano realmente eseguibili. La moglie dell’ex senatore, Miranda Ratti, spiega di non aver avuto solidarietà dei politici: “Berlusconi è molto impegnato nella campagna elettorale”.
“La politica incapace lascia i nodi ai giudici”
La crisi della politica “inadeguata” che scarica i conflitti sociali sui giudici; il sistema della giustizia amministrativa da rinnovare, specie il disciplinare, come insegna il caso di Francesco Bellomo destituito per le clausole vessatorie del contratto proposto alle borsiste aspiranti magistrato della sua scuola privata: “Non sarebbe emerso senza l’intervento del Consiglio di presidenza” , ha detto il presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno, e nonostante “gli organi della giustizia amministrativa non siano muniti di un ispettorato; senza apporti da parte del giudice penale e con un procedimento disciplinare regolato da norme obsolete”.
È tornato a chiedere riforme davanti a membri di questo governo che lo hanno ignorato quando a dicembre ha scritto una lettera alla sottosegretaria Boschi per proporre un tavolo tecnico.
La relazione del presidente Pajno, che ieri ha inaugurato l’anno giudiziario dei magistrati amministrativi è piena di considerazioni critiche non scontate e persino un po’ scomode nel mondo ovattato di Palazzo Spada. Pajno parla di “contraddizione”, “smarrimento”, “crisi”. “Da una parte – dice – la realtà sembra indicare come difficilmente modificabile il processo di cambiamento, dall’altra si perde l’entusiasmo e la fiducia che lo stesso processo aveva innescato, che viene talvolta vissuto non come una scelta, ma come una imposizione”.
Davanti al presidente della Repubblica Mattarella, del Senato Grasso, del Consiglio Gentiloni, ai ministri Orlando e Madia, Pajno stigmatizza la “crisi della politica che non riesce a compiere in modo autorevole e significativo quel bilanciamento dei valori che costituisce la missione sua propria”. Chiede di aprire gli occhi: “È entrato in crisi il processo di decisione pubblica e questo problema si trasferisce dalla politica al diritto e alla legge”, provocando “gravi conseguenze”. Osserva: “L’incapacità della politica di regolare gli interessi in gioco provoca sfiducia e si è portati a non accettare le soluzioni della politica”. E ancora: “La mancanza di chiarezza della decisione pubblica determina il trasferimento del conflitto al giudice. E così le controversie politiche diventano giuridiche, anzi giudiziarie, ed il giudice rischia di essere chiamato a pronunciarsi non sulla legittimità dei provvedimenti sottoposti al suo esame, ma sul conflitto politico e sociale sotteso. Non è il giudice a fare politica, è la politica che demanda al giudice la composizione del conflitto fra valori”.
La legge “che dovrebbe costituire l’atto di indirizzo politico per eccellenza, diventa sempre più incerta”.
Vi è, poi, un aumento del contenzioso laddove è più acuto “il disagio sociale, come nel mondo del precariato della scuola. “Un numero significativo di giudizi” riguarda anche “la realizzazione di gasdotti, oleodotti, grandi opere di interesse nazionale” che sono lo specchio di “conflitti politico-sociali” che toccano il bilanciamento “fra esigenze dell’ambiente e quelle dello sviluppo economico”. Quanto al contenzioso sui contratti pubblici, rende palese “sia la difficoltà dell’amministrazione di assumersi la responsabilità della scelta, sia una certa difficoltà delle imprese di accettare il principio di concorrenza”. Nel settore degli appalti pubblici il contenzioso a livello nazionale è del “2,7%” ma sale vertiginosamente al “30%” se si parla di “grandi appalti Consip”, quelli al centro delle inchieste che coinvolgono tra gli altri il padre di Renzi, il ministro Lotti, i vertici dell’Arma e indicati di recente dal procuratore generale di Roma Giovanni Salvi come oggetto di “sistematica turbativa”. A fine 2017 il valore dei contratti tra amministrazioni e imprese “bloccati” da ricorsi sulle gare Consip ammonta a “2,3 miliardi di euro”.
Quanto all’annoso arretrato di Tar e Consiglio di Stato “dal 2010 al 2017 si è più che dimezzato, la percentuale è del 12% circa”. Ora tocca alla politica rispondere.
Riciclaggio, inchiesta sulla Lega per le gestioni Maroni e Salvini
Sarà “fondata sul nulla” come dice Matteo Salvini, ma certo l’inchiesta avviata dalla Procura di Genova sui fondi versati dallo Stato come rimborsi elettorali nei conti correnti del Carroccio e poi spariti nel nulla arriva da lontano, non certo da “dossier doc” (forse voleva dire ad hoc) in vista delle elezioni, come sostiene il segretario leghista della Liguria, Edoardo Rixi.
Molto semplicemente i magistrati genovesi, guidati dal procuratore capo, Francesco Cozzi, stanno cercando di recuperare i 48 milioni di rimborsi elettorali che la Lega deve restituire alle casse dello Stato a seguito della condanna per truffa nei confronti dell’ex tesoriere Francesco Belsito e dell’ex segretario Umberto Bossi. L’inchiesta risale al 2011, alla scoperta dei diamanti in Tanzania e delle lauree in Albania con i soldi del partito, la condanna è del 24 luglio scorso. Ma dei 48 milioni nei conti del Carroccio il Tribunale di Genova ha trovato solamente poco più di 3 milioni. Con esattezza 3.150.642,19 euro. Così, per tentare di recuperare il resto, sono stati confiscati alcuni conti correnti degli ex vertici e dei condannati, tra cui l’ex revisore dei conti, Stefano Aldovisi.
Questo si è visto recapitare una confisca da 40 milioni e, non avendoli e soprattutto non avendo mai percepito un centesimo dal Carroccio per il lavoro che aveva svolto, ha presentato un esposto alla procura di Genova nel quale ha ricostruito quello che sa dei fondi che furono della Lega e che sono spariti. Da qui sono partite le nuove indagini che ipotizzano il riciclaggio e che, passaggio dopo passaggio, sono arrivate alle attività dei due “eredi” di Bossi a guidare il partito: Roberto Maroni prima e Matteo Salvini poi. A dare notizia di questo nuovo filone di indagine è stato ieri Il Secolo XIX. E, come era prevedibile, il leader in felpa ha minacciato querele: “Chiunque dica o scriva a sproposito di soldi che la Lega non ha e io non ho mai visto verrà querelato e sarà un giudice a decidere”. All’appello mancano 45 milioni. La Lega è stata condannata a restituirli, seppur abbia tentato di limitare i danni appellandosi al riesame e chiedendo di non dover dare altro oltre a quanto già trovato, cioè poco più di 3 milioni.
La procura si è ovviamente opposta e si attende la pronuncia della Cassazione che dovrebbe disporre una sorta di confisca perpetua per cui mano a mano che il Carroccio riceve i soldi (dal 2 per mille, ad esempio) questi vengono restituiti allo Stato fino a colmare il debito. Lo scorso dicembre, Salvini ha costituito un nuovo partito (“Lega per Salvini premier”) e seppure il tesoriere Giulio Centemero neghi con forza, il dubbio che lo abbia creato anche per evitare possibili confische è lecito. Lo stesso Aldovisi nel suo esposto sottolinea i vari passaggi dei soldi come del partito: da Bossi a Maroni, da Maroni a Salvini. E ricorda come all’inizio del 2013 “19,8milioni di euro in liquidità e titoli del partito sono stati trasferiti dalla filiale Unicredit di Venezia alla sede di Banca Aletti a Milano, per essere messi in sicurezza”. Come mai, allora, ‘in fase di esecuzione del sequestro’ vengono trovati un paio di milioni, a fronte di ‘un bilancio che al 31 dicembre del 2012 era in attivo di 47 milioni di euro’?”. Aldovisi prosegue: il secondo passaggio cruciale avviene durante il mandato di Matteo Salvini e riguarda un presunto travaso di liquidità (2 milioni) fra i conti della vecchia Lega e il movimento “Noi con Salvini”, embrione del nuovo partito. L’ex revisore dei conti fornisce indicazioni specifiche, in parte prese da notizie di stampa tra cui un servizio de L’Espresso. Aldovisi fornisce anche indicazioni per cercare i fondi all’estero. Ciò che per Salvini è “nulla”, è un tesoretto da 40 milioni, soldi truffati allo Stato e per i pm di Genova da recuperare.
Facebook adesso vieterà gli spot sulle criptovalute
Facebook vieta le pubblicità che promuovono le criptovalute e sulle initial coin offering, con cui le start up raccolgono fondi vendendo token. Il social media annuncia che proibirà gli spot che promuovono “prodotti e servizi finanziari che sono associati frequentemente con pratiche promozionali ingannevoli” incluse le criptovalute e le ico. Facebook spiega che il divieto è “intenzionalmente” ampio per consentire il tempo necessario per affinare il processo di identificazione e soppressione delle pubblicità ingannevoli.
Intanto ieri il Bitcoin è tornato nuovamente sotto i 10.000 dollari, dopo il picco ribassista fatto toccare a metà mese. La criptovaluta affonda a 9.731 dollari, perdendo il 28% dall’inizio del mese. A pesare è la stretta della Corea del Sud ma anche il faro delle autorità americane su Bitfinex e Tether. Le due piazze piazze di scambio di criptovalute – riporta l’agenzia Bloomberg – sono state messe sotto osservazione dalla Commodity Futures Trading Commission, aumentando così la pressione sulle criptovalute.
Case del Comune, i guai di Romeo non finiscono mai
La notizia esce da un’udienza camerale celebrata in gran segreto il 29 gennaio, poi aggiornata all’8 marzo. La Procura di Napoli affonda un nuovo colpo contro Alfredo Romeo. Intende far ripartire un processo per peculato relativo ai rapporti economici milionari di Romeo con il Comune di Napoli, per il quale l’imprenditore del caso Consip ha gestito a lungo il patrimonio immobiliare. Da quella inchiesta Romeo era uscito prosciolto, nonostante una richiesta di rinvio a giudizio, con una sentenza di non luogo a procedere del 21 settembre 2015, vidimata nel 2016 dalla Cassazione. Ma il pm Giuseppina Loreto ha chiesto all’ufficio Gip di riaprire il caso perché il proscioglimento, che fu accompagnato dal dissequestro di 25 milioni di euro, secondo l’accusa si fonda su alcune certificazioni fasulle. Si tratterebbe delle certificazioni di regolarità delle prestazioni effettuate dalla Romeo Gestioni, con liquidazione delle fatture, che la dirigente del Comune, Elvira Capecelatro, ha disconosciuto. “Per me si tratta di documenti falsi nel contenuto e nella forma in quanto non li ho emessi io” ha detto Capecelatro in un verbale del luglio 2016. In un altro verbale del 27 maggio 2016, a una domanda su un altro ‘certificato esecuzione lavori’ a sua firma, la dottoressa ha dichiarato: “Lo disconosco nella parte in cui nel 2011 è riportata la cifra di euro 16.530.70 e nel 2012 di euro 6.982.615,69, quale importo contabilizzato per le sole opere manutentive. Preciso che negli anni 2011/2012 nel bilancio del Comune di Napoli non sono state stanziate somme per la manutenzione straordinaria degli immobili comunali”.
Questi documenti ‘falsi’, ed in particolare una attestazione del 4 febbraio 2013, erano citati e richiamati nelle memorie difensive dei legali di Romeo. Le dichiarazioni della dirigente comunale – sentita tre volte in pochi mesi – sono allegate alle indagini sul ‘sistema Romeo’ coordinate dai pm Celestina Carrano ed Henry John Woodcock e condotte dai carabinieri del Noe e del Nucleo Investigativo. Per questo filone, estraneo al caso Consip, a novembre Romeo è stato arrestato insieme all’ex dirigente Patrimonio del Comune Giovanni Annunziata e ad altri indagati del fascicolo rimasto a Napoli. Gli inquirenti hanno ricostruito i sospetti sulla documentazione utile a Romeo intercettando in ambientale Annunziata negli uffici della Romeo Gestioni. L’ex dirigente ne era una sorta di consulente occulto. I dubbi sono nati dall’ascolto dei suoi colloqui con i dirigenti della societàsulle problematiche del gruppo.
E così l’altro ieri il Gip Dario Gallo ha convocato un’udienza camerale per discuterne. Era presente anche Romeo. Il pm ha depositato le motivazioni con cui il Riesame ha confermato il suo arresto. La storia che abbiamo riassunto è ricordata in alcune pagine. L’indagine per peculato nacque da una informativa della Finanza sul contenzioso tra Romeo e Comune, su circa 45 milioni di crediti reclamati dall’imprenditore, e sulla transazione stipulata per chiuderlo. Romeo fu accusato anche di intrattenere sui propri conti somme provenienti dalla cessione di alcuni immobili, che avrebbe dovuto prima girare alla tesoreria comunale. In questa vicenda hanno ballato decine di milioni di euro. La Procura vuole ritornarci.
Figc: Malagò ora fa melina. Per la squadra, in ballo Costacurta e pure Maldini
Dopo aver forzato la mano per commissariare la Figc, adesso Giovanni Malagò fa melina: deve decidere se essere lui il commissario, che significa esporsi molto personalmente. E poi sabato parte un mese per la Corea (ci sono le Olimpiadi). Ma la situazione critica richiede una figura forte e difficilmente potrà tirarsi indietro. Non sarebbe il primo a rivestire il doppio ruolo (i precedenti: Carraro nell’86 e Petrucci nel 2000). Nel caso, già pronta la “squadra del presidente”: il segretario del Coni Roberto Fabbricini, Michele Uva resterà direttore generale (è pure vicepresidente Uefa), ci sarà anche un ex calciatore (si parla di Costacurta, Maldini o Tardelli). Mentre in Lega sarebbe promosso Paolo Nicoletti, avvocato vicino al ministro Lotti (altro sponsor dell’operazione). L’alternativa è che Malagò decida di impegnarsi proprio in Serie A, per mettere d’accordo i ricchi presidenti come Cairo e Lotito, affidando la Federcalcio al fedele Fabbricini. Più difficile la soluzione di un “papa straniero”: escluso un politico, si valuta il profilo di un ex militare. Domani le nomine.