La toilette dell’inciucio tra Lotito e Renzusconi

Il candidato di Forza Italia, Claudio Lotito, che all’assemblea Federcalcio organizza animate riunioni nella toilette, è l’immagine cruda di ciò che si muove dietro le quinte (o forse più precisamente nei wc) di queste elezioni. Mentre ai piani superiori ferve la partita incertissima del governo, là di sotto, lontano dagli sguardi indiscreti, già si sperimentano le larghe intese per la spartizione delle stanze che contano. Per quella del calcio (tra le dieci imprese più ricche della nazione, 15 miliardi di fatturato) i giochi sembrano a buon punto. Non lasciatevi ingannare dall’annunciato commissariamento della Figc da parte del presidente del Coni Giovanni Malagò (il Richelieu dei Parioli) utile a tenere sgombre le poltrone di vertice una volta scavallato il voto del 4 marzo. Nelle formazioni del Nazareno pallonaro, la squadra più attrezzata appare quella berlusconiana, composta dal presidente della Lazio Lotito, da Cosimo Sibilia (Lega Dilettanti) e da Adriano Galliani (protesi umana dell’ex Cavaliere), tutti prossimamente attesi in Parlamento. Con i renziani corre Luca Lotti: per lui nel caso probabile dovesse lasciare l’incarico di ministro dello Sport (proprio a Galliani) l’inciucio prevede un incarico di vertice in via Allegri. Basta leggere i giornali, del resto, per rendersi conto che non c’è ancora il governo di garanzia (auspicato dal presidente Mediaset, Fedele Confalonieri proprio sulle colonne del Fatto) ma si lavora con impegno per garantire gli interessi di Renzusconi. In Viale Mazzini, neanche a dirlo, dove viene dato in arrivo alla guida di Rai Pubblicità, munito forziere del servizio pubblico, Mauro Gaia considerato molto vicino al segretario del Pd. E dove l’amichevole contraltare al Giglio spelacchiato potrebbe essere Arturo Diaconale, attuale membro del Cda, candidato forzista alla Camera nonché uomo della comunicazione della Lazio di Lotito. Che tutto o molto dunque possa incastrarsi nel risiko del potere non è certo una sorpresa o una novità in un paese geneticamente predisposto all’utile scambio di favori. Pratica per la quale sono state vivamente sconsigliate le “teste calde” (precisa richiesta giunta da Arcore ai plenipotenziari delle liste), e a cui Renzi si è subito predisposto con la blindatura dei gruppi parlamentari. Perciò se anche il Pd finisse sotto la tragica soglia del 20 % (come preconizzato da qualche sondaggio) l’importante è: primo, che il 5 marzo non vinca realmente nessuno; secondo, che gli eletti siano di obbedienza pronta, cieca e assoluta. A questo almeno si lavora nelle toilette della campagna elettorale.

Sala Vs Renzi senza regole

Continual’ingrata campagna del sindaco di Milano contro il segretario del suo partito, Matteo Renzi. “Per me Gentiloni ha fatto meglio di Renzi”, ha dichiarato senza pietà Giuseppe Sala in un’intervista a Sky Tg24. Come gli capita di dire da alcune settimane a tutti quelli che gli capitano a tiro “il rapporto con Matteo Renzi non è sempre facile”, ha ricordato il sindaco, denotando grande insofferenza verso il capo politico. “Detto questo, esistono le regole, lui è segretario del Pd, e le regole vanno rispettate” ha ammesso Sala inviando misteriosi messaggi obliqui: se non ci fossero le regole (congressuali? Statutarie? Del codice penale?) e potesse prendere in mano le redini del partito saprebbe bene lui, cosa fare. “Io credo di essere più capace di lui di far lavorare insieme le persone”, si riconosce il primo cittadino meneghino, candidandosi così a leader nazionale. Certo, osserva, “da qui a dire che tutte le colpe sono di Matteo ce ne corre, credo non sia facile trovare ministri del calibro di Padoan, Delrio, Franceschini, Minniti”, riconoscendo il supposto valore della squadra messa insieme dallo stesso Renzi. Ma divide le colpe dai meriti e li attribuisce tutti al successore, in vista del dopo elezioni. Sala deve sapere qualcosa che noi non sappiamo.

È Torino la città più “boschiana” d’Italia

Ieri pomeriggio un post del Pd Torino girava sulle bacheche di Facebook. Riportava semplicemente i nomi dei candidati nei collegi plurinominali di Camera e Senato e quelli dei collegi uninominali. A guardare bene gli elenchi del primo tipo, emergeva l’impressione che i tentacoli di Maria Elena Boschi fossero arrivati sotto la Mole.

Molti candidati sono vicini alla sottosegretaria di Stato, più numerosi degli ex Pci o dei politici cresciuti al fianco di esponenti del Pd come Sergio Chiamparino o Piero Fassino. Tanti fedelissimi della dem di Arezzo catapultata a Bolzano sono stati piazzati dalla direzione nazionale in ottima posizione, a partire da Lucia Annibali. L’avvocatessa pesarese sfregiata dal suo ex compagno con l’acido, diventata simbolo delle donne vittime di violenza e nel 2016 assunta come consigliere giuridico per le pari opportunità dall’allora ministro alle riforme Boschi, è capolista sia nel collegio di Torino 2, sia in quello del Piemonte Nord, conservando la candidatura anche nel collegio uninominale di Parma. Per il suo inserimento molti esponenti locali del Partito democratico hanno dovuto subire una retrocessione: “Annibali è una candidatura forte e della società civile, una donna protagonista nella battaglia per i diritti”, ha detto in difesa della “paracadutata” l’uomo che la segue nel collegio Torino 2, il segretario piemontese e capogruppo regionale Davide Gariglio, di stretta osservanza renziana (anche lui, come Matteo Renzi, ha cominciato a far politica con La Margherita prima di confluire nel Pd).

Dopo Gariglio, la terza candidata è la deputata 33enne Francesca Bonomo, ritenuta una delle più vicine e fedeli al sottosegretario di Stato poco più anziana di lei. Nel collegio Torino 1 per la Camera troviamo altre due deputate sostenitrici di Maria Elena Boschi: dietro al capolista Pier Carlo Padoan c’è Silvia Fregolent. Da quando è stata eletta sindaca Chiara Appendino, che con la Boschi ha avuto alcuni scontri a distanza in tema di finanziamenti governativi al capoluogo piemontese, Fregolent ha diramato comunicati e dichiarazioni molto forti contro la grillina.

Non solo: la deputata torinese è stata la prima firmataria della mozione che puntava a non rinnovare l’incarico di governatore della Banca d’Italia a Ignazio Visco, inviso ai renziani (e a Meb). Dopo il terzo in lista, Giacomo Portas dei Moderati (stampella di molte amministrazioni dem), arriva quarta Titti Di Salvo, ex sindacalista eletta con Sel e passata nel Pd seguendo le impronte di Gennaro Migliore, entrambi ritenuti due habitué degli incontri all’Enoteca Spiriti di Piazza di Pietra in cui si incontravano i sostenitori della Boschi. Infine nel collegio Torino 1 per il Senato il capolista è Mauro Marino, senatore e soprattutto vicepresidente in quota Pd della commissione d’inchiesta sulla banche, ruolo in cui si è fatto apprezzare dalla sottosegretaria Boschi. Insomma, una cosa pare certa: di questi tempi ci sono più amici di Meb a Torino che ad Arezzo.

 

“Ora nei partiti tanti falsi pentiti. Il Rosatellum lo aboliremo noi”

“Sepolcri imbiancati, sono solo sepolcri imbiancati, ma in questo modo non fanno altro che darci una mano nella nostra campagna per cambiare la legge…”. Alfiero Grandi è il vicepresidente del Comitato per la democrazia costituente, l’associazione che nei giorni scorsi ha presentato in Cassazione l’istanza per dare l’avvio alla raccolta di firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare che riforma il meccanismo elettorale delle Politiche e mette fine alla genia dei Rosatellum.

Di chi parla?

Nei partiti si moltiplicano i pentiti che si stracciano le vesti facendo finta di accorgersi dei difetti macroscopici di questa legge elettorale solo ora… ma se l’hanno fatto apposta!

Per esempio?

Le liste dei candidati scelti in base alla fedeltà al capo non sono un caso, derivano dal potere dato ai segretari di partito e alle consorterie, come i famosi “paracadutati” nei collegi: sono una conseguenza inevitabile della legge, perché ha reso impossibile un rapporto dei candidati e futuri eletti con il territorio

Ma la reintroduzione di una quota di maggioritario non doveva proprio raggiungere questo scopo?

Certo, se non fosse che hanno moltiplicato l’ampiezza dei collegi in modo tale da disinnescare il meccanismo di rappresentanza, nel Mattarellum erano uno ogni 100 mila abitanti, oggi sono enormi, il rapporto è in pratica uno ogni 250 mila alla Camera e il doppio per il Senato: l’elezione quindi dipende da chi ti ha messo lì, si vota la lista non la persona

È la logica che ha portato Maria Elena Boschi a essere candidata a Bolzano e in 5 listini plurinominali?

Certamente non si è posta il problema se era veramente rappresentativa del territorio oppure no, pensa di essere eletta raccogliendo il bacino di voti Pd a prescindere dal suo radicamento e ne è convinto anche chi ce l’ha messa; come in tanti altri casi, i cittadini non la riconoscono e non sapranno neanche come avvicinarla in futuro, queste logiche creano quella scarsa fiducia nella classe politica che sta minando la democrazia.

Dobbiamo aspettarci un altro Parlamento di nominati?

Sarà composto sicuramente da persone che non rappresentano il territorio e non hanno autonomia dalle segreterie.

E che governo ne uscirà?

Questa legge elettorale è stata fatta per avere degli esiti imprevedibili, si cercherà di mantenere più a lungo possibile lo status quo con un governo tenuto in sella per elaborare una nuova legge elettorale e andare poi a votare, ma in realtà non si vuole fare né l’una né l’altro, adesso perfino l’ex presidente Napolitano dice che la legge va cambiata ma un Parlamento fatto in questo modo non favorisce la modifica; ecco perché abbiamo deciso di forzare la mano con una legge di iniziativa popolare e, se servirà, con la convocazione l’anno prossimo di un referendum abrogativo, presenteremo ricorsi anche alla Corte costituzionale.

Qual è il cronoprogramma della vostra campagna?

Il nuovo regolamento del Senato prevede che una legge di iniziativa popolare debba essere discussa entro 3 mesi dalla presentazione delle firme, partiremo con la raccolta nella prima decade di febbraio e entro 5 mesi la completeremo, servono almeno 55 mila firme per stare tranquilli

Che cosa prevede il progetto di legge?

Per la legge vigente, che impone un voto unico congiunto per un collegio uninominale e un collegio plurinominale proporzionale, le elettrici e gli elettori si troveranno a votare in blocco da tre a cinque candidati, tutti indicati dalle

segreterie di partito; la nostra proposta trasforma il collegio uninominale da maggioritario in proporzionale, introduce il voto disgiunto e le preferenze; ma oltre a riformare le elezioni di Camera e Senato ci occupiamo anche della democrazia interna ai partiti a tutela degli iscritti

In che modo?

Quello che è andato in scena tra Renzi e le minoranze Pd di Orlando e Emiliano è deprimente: tutti in mano al capo che ti ricatta, abbiamo poi i partiti padronali nel centrodestra e i 5stelle, che purtroppo anche loro non sono riusciti a mettere in campo un meccanismo alternativo adeguato: per le candidature servono regole trasparenti che rispettino gli iscritti; in Germania la Spd ha consultato 440 mila iscritti su un programma preciso per dare il via alla Grosse Koalition con la Merkel, altro che le primarie dove votano tutti quelli che passano.

Puglia, Ilva e rancori: la sinistra va in fumo. “Qui non vinceremo”

“Emetti a Cassano. Madonn, metti a Cassano”. E poi le “Fabbriche di Nichi”, e i treni dei ragazzi pugliesi che tornavano dal Nord con la speranza nel cuore. Ecco, se volete fare un giro nelle illusioni perdute della sinistra, dovete venire in Puglia. Dalla Capitanata al Salento, passando per Bari e fermandovi a Taranto. Di quei sogni è rimasto ben poco. Solo macerie politiche, spaccature, rancori insanabili. E un risultato che i sondaggi per le prossime Politiche fanno prevedere pessimo. Zero seggi negli uninominali, e lotta a due tra un rinvigorito centrodestra, 12, e un crescente Movimento 5 Stelle, 5 seggi. Neppure le previsioni sul proporzionale sono clementi, il Pd è dato terzo al 16% con Forza Italia al 18 e i pentastellati al 20. Che tempi quelli dello spot per Emiliano girato in un basso della Bari vecchia con una famiglia a tifare Italia davanti alla tv. Quel magistrato imponente, che in molti nel centrosinistra non volevano, stravinse alle Comunali del 2004 col 53,80% dei voti. Il sogno di battere la destra in una delle città “nere” del Sud si era realizzato. E Michele, con gli entusiasmi popolari che suscitava, fece da traino un anno dopo all’ascesa di Nichi Vendola.

Tra realpolitik e grillismo

Un’impresa impossibile, vincere sulla destra alla Regione e battere quello che al tempo era il figlioccio di Berlusconi, Raffaele Fitto. Bella e ordinata presenza, radici familiari ben piantate nella tradizione del potere politico pugliese, insomma, altra cosa da Nichi, comunista, omosessuale dichiarato e poeta. Vinse Vendola con 1.165.536 voti (il 49,84%), poco più di Fitto, 1.151.405 voti (49,24%), grazie al suo carisma e alle sue “fabbriche”. Che entusiasmarono anche l’ex direttore dell’Economist, Bill Emmott. “Vendola – disse – è un mobilizzatore in stile Obama delle masse pugliesi, con l’oratoria e il carisma per creare sogni”. Ma i sogni si dispersero nei fumi dell’Ilva e nelle nebbie della realpolitik. Le “fabbriche” sono morte, i suoi generosi militanti dispersi nel disimpegno o nel grillismo. C’era una volta la “Primavera pugliese”. “Che non è mai diventata progetto politico di lunga prospettiva e strutturato sul territorio”. Nicola Latorre, ex presidente della Commissione difesa del Senato, non è stato ricandidato, “senza neppure una spiegazione”. È una vittima illustre del renzismo pigliatutto, ma anche del gioco delle correnti e di Emiliano, che nella guerra delle candidature ha dovuto blindarsi e salvare i suoi.

La Regione e la battaglia con il governo

Il governatore lo incontriamo in un bar vicino al teatro Petruzzelli. Mentre sorseggia una spremuta e risponde ai saluti affettuosi dei baresi che vanno a “pigliarsi una cosa”, Emiliano si lascia andare. “Vivo tutte le angosce di un elettore medio di sinistra. In queste elezioni c’è una sola certezza: noi non vinceremo”. Ma se perde il Pd, perde Renzi, anche in Puglia, oppure…? “E che c’entra in queste elezioni non si giudica il modello Puglia, che ha poco a che vedere col modello nazionale. Io non sono candidato, il sindaco di Bari non è candidato, si giudicano le persone e i progetti. Nel 2004 sono stato eletto col 54% dei voti, mentre alle Europee perdemmo contro la destra con 14 punti di distacco”. Emiliano, quindi la Puglia, da anni sono in lotta col governo. “La verità è che Renzi non sa parlare ai pugliesi, vuole imporre una serie di scelte industriali, sociali e ambientali che la Puglia respinge”. Le scelte si chiamano Tap (Trans adriatic pipeline, il gasdotto che parte dall’Est per approdare alle coste del Salento) e Ilva, la più grande acciaieria d’Europa. Il cantiere del gasdotto da mesi è presidiato dai “No Tap”. Scontri, manifestazioni e ricorsi dei sindaci della zona appoggiati da Emiliano e dalla Regione. Massimo D’Alema, che guardava a tutto ciò con sufficienza (“ma si tratta solo di un tubicino, perché protestare?”), ora ha cambiato idea: anche lui vuole che il gas approdi altrove. Che spettacolo vedere D’Alema candidato al Senato in Salento, collegio di Nardò. Del “baffino” sprezzante, dalla battuta fulminante e arrogante viene esposto (almeno per il momento) ben poco. “Ero il deputato di Gallipoli, ora, se voi vorrete, sono pronto a essere il senatore di Galatina”. Siamo nella “terra del rimorso”, dove Ernesto De Martino studiò i tarantati che qui venivano a curarsi con il ritmo ossessivo dei tamburelli. Per le convulsioni che fanno fremere la sinistra, invece, sembra non esserci cura. “Care compagne e cari compagni”, D’Alema inizia così il suo comizio nel cinema del paese. Come una volta. Determinato ma con umiltà (“non ho paracadute, tutta la mia vita è legata a questa terra”), pronto a diventare il “senatore di tutti”, “metto a disposizione del Salento la mia esperienza in quella che sarà la mia ultima stagione istituzionale”. Veste i panni del vecchio notabile meridionale dei tempi andati, quando assicura la platea che lui, l’ex presidente del Consiglio che trattava con i grandi della terra, non ha certo “bisogno di andare al Tar” per frasi ascoltare.

“La desistenza si poteva fare, che ci tocca vedere”

Dovrà contendersi il seggio con Teresa Bellanova, la sottosegretaria che Renzi ha investito di una sola missione: umiliare D’Alema. “Che pena, questa rottura, avrebbero potuto fare una sorta di desistenza non dichiarata e invece… Ci tocca vedere anche la Bellanova antidalemiana. Un’assoluta novità, me la ricordo fervente pasdaran di Massimo”. Peppino Caldarola, dalemiano non pentito ma sempre critico, da ex deputato eletto in Puglia guarda con tristezza alle cose della sinistra e della sua terra. “Lo scontro tra Regione e governo sui temi cruciali non giova alla Puglia”, avverte D’Alema. Emiliano, invece, è netto: “Il gas lo vogliamo e come, ma il gasdotto non può passare per la spiaggia più bella d’Italia, va allungato fino all’area industriale di Brindisi; per l’Ilva abbiamo proposto la decarbonizzazione. Insomma, il Pd non può essere più il partito penetrato dagli interessi di banche e industria”. Per capire ci spostiamo a Taranto, ci accoglie l’Ilva con i suoi altiforni, i parchi minerari e i pini che dividono l’acciaieria dalla strada. Sono neri. Come nero è il futuro. Il sindaco Rinaldo Melucci, Pd, è furioso. Ha firmato insieme a Emiliano i ricorsi al Tar e da Roma si sono rifiutati di mandargli il piano ambientale proposto dalla cordata Am Investco. “Segreto industriale”, è la risposta. Nelle ore passate l’ultima bordata dal governo. Il no secco di quattro ministeri (Sviluppo, Ambiente, Salute e Mezzogiorno) al patto di programma alternativo presentato insieme alla Regione. Anche questo No conterà nelle urne il 4 marzo.

Prodi: LeU va contro il centrosinistra unito Grasso: lo vuole Renzi

“Sapete benissimoche ho sempre lavorato per la unità del Centrosinistra e quindi io solo questo posso ripetere”. Romano Prodi, in un’intervista ad Affaritaliani.it, subito dopo aver rivendicato orgogliosamente di essere un fautore dell’unità del centrosinistra va all’attacco della sinistra. “Però Liberi e Uguali di Pietro Grasso si presenta alle elezioni politiche contro il Pd in tutta Italia… “Liberi e Uguali – afferma – non è per l’unità del Centrosinistra. Punto”. E invece Renzi sì? “Renzi, il gruppo che gli sta attorno, il Pd e chi ha fatto gli accordi con il Pd sono per l’unità del Centrosinistra”. Invece Grasso, D’Alema e Bersani no? “In questo momento non sono per l’unità del Centrosinistra. Punto”. “È sotto gli occhi di tutti che il centrosinistra non si è potuto ricomporre per volontà di Renzi, la composizione delle liste e le otto fiducie sulle legge elettorale sono segnali inconfutabili della volontà del Pd e di Renzi di fare altro” ribatte all’Ansa il leader di LeU, Pietro Grasso. “Prodi ritiene la finta coalizione che ha messo in piedi Renzi, che lo costringerà a votare Casini a Bologna anziché Errani, un centrosinistra unito? Noi in quel tipo di coalizione non ci possiamo stare” taglia corto Grasso.

Matteo e le esclusioni illustri contro Gentiloni & C.

La “Red Bull” è tornata. A compilazione delle liste avvenute, è lo stesso Matteo Renzi che – in un’intervista al Foglio – si paragona alla bevanda energizzante lanciata negli anni 80, in opposizione alla “camomilla” che Paolo Gentiloni aveva evocato per parlare di sé sullo stesso giornale. La metafora promette una svolta nella campagna elettorale in stile renziano. E un progetto: la partita delle (eventuali) larghe intese la guiderà il segretario Pd. Come convitato principale al tavolo di chi decide chi sarà premier. Più delle parole contano le liste elettorali, che disegnano gruppi parlamentari di fedelissimi, con gli altri big che potrebbero avere voce in capitolo isolati.

Renzi ha fatto fuori alcune prime file della battaglia parlamentare nella legislatura appena conclusa, legate ai ministri della tanto decantata “squadra”. Escluso senza preavviso Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa in Senato, legato da un sodalizio antico col titolare del Viminale: insieme avevano condotto la battaglia del Codice di condotta delle Ong quest’estate, quella che aveva lanciato Minniti in un’ipotetica corsa verso Palazzo Chigi. Alla Camera, invece, alla vicepresidenza della commissione Esteri, c’era Andrea Manciulli, ex segretario regionale toscano. Altro “minnitiano” con competenze in settori nevralgici fuori dalle liste. E pure il viceministro degli Esteri Enzo Amendola (vicino a Minniti, ma anche a Maurizio Martina) finisce terzo nel collegio plurinominale di Campania 3 in Senato. Posto molto a rischio. Penalizzata persino Lia Quartapelle, milanese (e un tempo candidata alla guida della Farnesina), capogruppo Pd in commissione Esteri alla Camera: era stata messa (in posizione ineleggibile) nel listino in Emilia Romagna, dopo le proteste del territorio ha avuto il collegio tutt’altro che sicuro di Milano 2. Forse la giovane deputata, che pure a un certo punto era nell’inner circle renziano, paga il fatto di avere anche altri sponsor, come il sindaco di Milano, Beppe Sala.

Fuori dalle liste è finito anche Gian Piero Scanu, presidente della Commissione d’Inchiesta sull’uranio impoverito che ha irritato un bel pezzo delle forze armate: è vicino a Graziano Delrio, altro concorrente interno per il dopo-voto. E infatti non hanno trovato posto in lista altri uomini forti del ministro delle Infrastrutture: Angelo Rughetti, sottosegretario alla Funzione pubblica, e Roberto Reggi, direttore dell’Agenzia del Demanio. Quanto a Gentiloni, il pericolo più concreto per Renzi, è stato fatto fuori Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente alla Camera. Renzi ha considerato in quota premier quelli che sono almeno a metà strada: quindi Roberto Giachetti, Luciano Nobili, Filippo Sensi. Tra gli esclusi anche Pierpaolo Baretta, sottosegretario all’Economia: corre nel collegio uninominale del Senato di Rovigo (e in Veneto il Pd i collegi li dà tutti per persi), al proporzionale ha solo un terzo posto, praticamente impossibile. Vicino alla Cisl e a Dario Franceschini, Baretta s’è impegnato nella partita sulle banche. Forse non abbastanza?

L’unico big che ostenta in pubblico e privato soddisfazione è lo stesso ministro della Cultura. Molti dei suoi uomini si confondono con quelli di Renzi. E poi non può mettere in campo ambizioni da premier. Tra le uscite annunciate quella di Enrico Morando, vice ministro all’Economia.

Eccole, le liste del signor “Red Bull”, dai benefici incerti e dagli effetti collaterali poco chiari come la bevanda : per sedersi al tavolo di un ipotetico governo di grande coalizione, d’altra parte, servono soprattutto i voti.

I testimonial irritati col renziano Mor: “È stato scorretto”

Molti di quelli che lo hanno sostenuto ora sono inferociti. “Abbiamo messo la nostra faccia perché credevamo di fare un omaggio a Milano. Invece abbiamo fatto campagna per Mattia Mor, che ci ha usati per essere candidato da Matteo Renzi nel Pd”. Mor si presenta come imprenditore, ma è più noto per essere stato “tronista” di Uomini e donne e poi “recluso” nella casa del Grande Fratello. Nei mesi scorsi ha inventato la campagna #HoSceltoMilano: ha convinto 130 personaggi a mettere la loro faccia sui manifesti e in brevi video per raccontare la città. Dal sindaco Giuseppe Sala a Carlo Cracco, da Santo Versace a Mara Maionchi, da don Virginio Colmegna a Peter Gomez, da Javier Zanetti a Francesco Micheli, da Nico Colonna a Selvaggia Lucarelli, da Manfredi Catella a Gino e Michele. Credevano tutti di contribuire (gratis) all’immagine di Milano, ma stavano facendo pubblicità al “brand” Mattia Mor.

Lo hanno capito nei giorni scorsi, quando, a sorpresa, il suo nome è spuntato nelle liste dei candidati del Pd a Milano. Non c’era stato spazio, in quelle liste, per Fabio Pizzul e Ada Lucia De Cesaris; Maurizio Martina e Franco Mirabelli hanno dovuto ritirarsi dai loro collegi; e perfino Lia Quartapelle, renzianissima giovane promessa della politica milanese, è stata recuperata solo in extremis a furor di popolo. Per Mor, invece, Renzi il posto lo ha trovato. Tempismo perfetto: la campagna, autofinanziata da Mor, è iniziata l’estate scorsa; in autunno sono comparsi i grandi manifesti di #HoSceltoMilano e i video messi in rete e anche in onda nei grandi schermi cittadini di piazza Gae Aulenti e di piazza Cadorna. Tutto gratis, grazie al Comune di Milano che ha offerto gli spazi. Ma ora che il gioco è stato scoperto, molti testimonial sono fuori dalla grazia di Dio. Alcuni, come il sindaco Sala o l’architetto Stefano Boeri, solo scocciati (“Poteva dircelo a che cosa puntava”). Altri infuriati, come Francesco Facchinetti, che non ha proprio simpatie per il Pd e si è trovato suo malgrado coinvolto in un’operazione politica. “È stato scorretto”, sbotta Moni Ovadia, “diciamo che è inelegante venire a chiedere giudizi positivi sulla città e poi farsi trovare un posto in lista. E che non lo sapesse è davvero poco credibile”. Linus misura le parole: “Io ormai non m’arrabbio più perché ho i capelli bianchi e ne ho viste tante. Ma diciamo che sono rimasto un po’ sorpreso: non mi era stato detto che la nostra iniziativa su Milano avrebbe avuto come conseguenza una candidatura politica. Voglio pensare che sia stato casuale, ma…”. Nicola Porro aggiunge: “Io sono un romano che si trova bene a Milano. Mi ha fatto piacere dirlo. Ora non so che pensare, non ho certo simpatie per quel partito… Guarda, lascia stare…”. Lui, Mattia Mor, intanto porta a casa il risultato e continua la sua campagna elettorale. Genovese, 37 anni, ha tre amori: i primi due sono la tv e il marketing. Il primo lo dispiega arruolandosi nei boys di Simona Ventura per Quelli che il calcio, poi facendo il “corteggiatore” da Maria De Filippi e infine entrando nella casa del Grande Fratello 10, con breve relazione con Diletta. “Le partecipazioni televisive erano un modo per poter fare marketing del mio brand”, spiega. Il secondo amore lo brucia in un’avventura imprenditoriale: fonda Blomor, marchio che tenta di vendere magliette all’estero, ma fallisce. Niente paura: nel 2015, racconta, “ho fatto un cambio di vita radicale, sono andato a Singapore dove ho lavorato come senior vice president per Lazada, e-commerce, acquistato nel 2016 dal gruppo Alibaba. Ho deciso poi di rientrare per amore del mio Paese, diventando executive director per l’Europa di Mei.com, store online del gruppo Alibaba che vende sul mercato cinese”.

La sua terza passione è la politica. In Cina non l’hanno mai visto, ma in compenso l’hanno visto alla Leopolda, dove ha fatto innamorare Matteo Renzi, di cui è diventato un pasdaran che gira i salotti televisivi. Ora Mor #HaSceltoMilano, lista Pd, collegio 3.

La “Iena” Giarrusso candidato grillino a sorpresa a Roma

Sarà il giornalistade Le Iene Dino Giarrusso a sostituire nel collegio Lazio 1-10 Roma l’ammiraglio Rinaldo Veri come candidato M5S. Il nome di Giarrusso era già circolato a inizio gennaio, quando sembrava certa una sua partecipazione alle Parlamentarie online che avrebbero definito i nomi dei listini proporzionali. “Allora – ha detto Giarrusso – avevo rifiutato perché non mi andava di partecipare da ‘vip’ e avrei dovuto prendere una decisione in poco tempo”. Ma adesso, con l’esclusione dell’ammiraglio Veri, reo di essere stato candidato con il Partito democratico in passato, la iena ha deciso di accettare la proposta dei 5Stelle: “É una bellissima sfida, non ho paracadute, o la va o la spacca”. Ma l’annuncio di Giarrusso come candidato a Roma 10, dove sfiderà il Radicale Riccardo Magi e Stefano Fassina (LeU), si porta dietro un piccolo giallo: la deputata uscente dei 5Stelle Carla Ruocco (già capolista nel proporzionale) era stata inizialmente designata come sostituta di Veri. Da qui la sorpresa per la designazione di Giarrusso, di cui Ruocco è venuta a sapere dalla stampa: “Non so nulla, non mi è stato comunicato alcunché dal Movimento”.

Dessì, ecco il candidato che balla con uno Spada in un video su Facebook

Continuano le gaffe dei nuovi candidati del Movimento. Uno di loro, Emanuele Dessì, compare in un video in cui balla insieme a Domenico Spada, detto “Vulcano”, uno dei volti noti della famiglia criminale di Ostia, condannato per usura ed estorsione. Il filmato è stato diffuso su Facebook dal consigliere del Pd Eugenio Patanè. È spuntato anche un vecchio post di Dessì, candidato dal M5S al Senato. Nel quale scrive: “Per la terza volta in vita mia ho dovuto menare a un ragazzo rumeno a seguito di offese gratuite”.