“Ora il M5S cammina da solo. E nessuno è indispensabile”

“Sarà un tour di denuncia, per risvegliare la memoria. Ricorderemo chi è Silvio Berlusconi, quello che tiene per le palle Matteo Salvini, e chi è Carlo De Benedetti, quello che tiene per le palle Matteo Renzi”. Giovedì Alessandro Di Battista, la star a 5Stelle che non si è ricandidata, riparte per un tour elettorale di un mese. Inizierà a Viterbo con Roberta Lombardi, e continuerà in luoghi simbolici: dal paese di Renzi, Rignano sull’Arno, a Bolzano “dove hanno paracadutato la Boschi” e Corleone. Per chiudere a Roma il 2 marzo, con il comizio finale del M5S (probabilmente in piazza del Popolo).

Crede di poter spostare voti?

Io di consenso ne ho avuto tanto. E comunque andrò a presentare il nostro programma di governo. Ma poi ci sarà la parte sulla memoria.

Cioè?

In ogni piazza inviterò sul palco due persone che racconteranno la storia politica e giudiziaria del leader del centrodestra, Silvio Berlusconi e di Carlo De Benedetti, il leader del centrosinistra. Ora sono sulla stessa sponda, terrorizzati dal Movimento.

Riecco i 5Stelle forcaioli.

Leggerò pezzi della sentenza su Dell’Utri, cosa c’è di giacobino? Ricorderò che, tramite la sua mediazione, Berlusconi ha stretto patti con la mafia.

Dell’Utri sta molto male: non andrebbe scarcerato?

No, è una persona ad alta pericolosità sociale.

Il suo tour d’attacco sembra fuori sincrono con il M5S attuale, in giacca e cravatta. Ormai siete un partito: è una mutazione.

No, è un’evoluzione. Siamo l’unica forza politica di massa rimasta in Italia, ed era normale che ci aprissimo verso l’esterno. Dopodiché non credo che nel 2013 non ci fossero avvocati o professionisti tra i nostri elettori.

Avete spalancato le porte a esterni di ogni tipo. E al raduno di Pescara si parlava solo di voti e cordate.

Queste cose non le ho sentite. Ed è solo positivo l’aver messo in lista delle eccellenze: sostenevo da tempo che bisognava aprire agli esterni.

Gli esclusi da liste e Parlamentarie sono furibondi. Meritano spiegazioni.

Noi siamo gli unici a far votare la gente, e il capo politico Di Maio e il garante Grillo hanno scelto i più adatti per potere entrare nelle liste. Capisco che siano rimaste fuori bravissime persone, ma evidentemente non erano pronte.

Avevate in lista un ammiraglio consigliere del Pd. E a Firenze contro Renzi avete Nicola Cecchi, ex dem renziano e sostenitore del Sì.

Anch’io votai Pd una volta.

Fino a un anno fa Cecchi vi derideva su Facebook, lo sa?

Si può cambiare idea. Chissà quanti ex elettori di Renzi ci voteranno il 4 marzo.

Sarebbe bello chiederlo a Grillo, ma ormai lo avete messo da parte…

L’ho sentito lunedì, e ci siamo fatti un sacco di risate. Beppe è e sarà sempre il Movimento. Lui e Gianroberto Casaleggio hanno ripetuto per anni che il M5S avrebbe dovuto camminare sulle proprie gambe, ed è quello che sta accadendo.

Quanto dovete prendere per governare?

Possiamo arrivare al 35 per cento. Siamo gli unici a poter mandare a casa Salvini, che era già eletto quando io andavo ancora al liceo.

Però con Salvini potreste farci un governo. O ha preferenze?

Nessuna. Ci presenteremo al Parlamento con i nostri punti di programma, e vedremo chi ci sta.

Il vostro candidato Gianluigi Paragone ha detto di poter essere l’uomo del dialogo tra voi e la Lega (poi in serata si è corretto, ndr).

Non ho letto cosa ha detto. Noi abbiamo punti di contatto con la Lega sulla tutela dei prodotti italiani, mentre con LeU abbiamo similitudini sull’acqua pubblica. Ma conteranno i risultati delle urne.

Non vincerà nessuno e si tornerà a votare, non crede?

Questi “poltronari” non ci rimanderanno mai a votare. O nasce un governo a 5Stelle, oppure faranno il grande inciucio con Pd, Forza Italia, una gran parte di LeU guidata da D’Alema e la parte maroniana della Lega.

Oppure pur di salvarsi potrebbero anche appoggiare un governo Di Maio.

È un rischio. E infatti la gente deve votarci per evitarlo.

E per il referendum sull’euro, non deve più votare?

Ora c’è la possibilità di ottenere a livello europeo migliori condizioni per l’Italia a causa della debolezza dell’asse franco tedesco. Poi si vedrà.

Cosa farà dopo il 4 marzo?

A giugno partirò con la mia compagna e mio figlio per un viaggio di un anno tra Stati Uniti e Sudamerica. Voglio raccogliere le idee politiche degli altri Paesi e poi scrivere, per raccontare ciò che vedrò.

Tornerà in Parlamento.

Non so, nessuno è indispensabile. Pensavano che il M5S fosse solo Grillo e Casaleggio, e invece ora va avanti sulle sue gambe. Può farlo anche senza di me.

Da Pittella a Cesa: la fuga dall’Europa per tornare a Roma

Quanto conta stare in Europa? Non troppo, a quanto pare, almeno per 10 (su un totale di 73) eurodeputati italiani che si candidano il 4 marzo. Comunque vada, per loro il paracadute c’è già: se la campagna per le Politiche va male, il seggio europeo sicuramente non glielo ruba nessuno. Il trasloco più clamoroso è quello di Gianni Pittella, presidente dei Socialisti e Democratici europei (S&D) in quella Basilicata dove il fratello è governatore dal 2013. Gianni è eurodeputato dal 1996, vicepresidente del parlamento dal 2009 al 2014: un pezzo da novanta del Pd a Strasburgo. Perché lascia? “Renzi e il gruppo dirigente nazionale del Pd hanno insistito molto”, spiega. “Noi restiamo fedeli al mandato. Questa fuga è una vergogna tutta italiana”, attacca l’eurodeputato M5S Ignazio Corrao. Insieme al leader S&D, provano a rientrare in Italia altri democratici: Isabella De Monte, Elena Gentile e Nicola Caputo, tutti candidati all’uninominale per il Senato, rispettivamente nei collegi di Udine, Caserta e Andria. Dal 2009 all’europarlamento, Sergio Cofferati non faceva invece già più da tempo parte della delegazione Pd. Ora il “Cinese”, già leader della Cgil e sindaco di Bologna, prova a tornare al parlamento nazionale scegliendo Liberi e Uguali (LeU), che lo mette in lista a Genova per la Camera. Simile parabola quella di Flavio Zanonato sindaco di Padova, poi ministro con Letta, infine eurodeputato dal maggio 2014, che si stacca alcuni mesi fa dal Pd per unirsi a Mdp. Oggi corre con Leu nella sua Padova per il Senato.

Da sinistra a destra, correrà a Milano per la Camera Matteo Salvini, eletto a Strasburgo prima nel 2004 e poi due volte di seguito (2009 e 2014), con parentesi romana alla Camera nel 2008. Con lui, il capodelegazione leghista Lorenzo Fontana – accreditatosi a Bruxelles come l’anima dialogante del partito, ma soprattutto presente, al contrario del suo leader nazionale – che sarà invece capolista del plurinominale a Verona. Tornano infine l’Udc Lorenzo Cesa, ora a capo della quarta gamba del centro-destra, in Campania nel collegio uninominale di Nola, mentre al plurinominale in Puglia troviamo l’ex governatore Raffaele Fitto. Al termine della legislatura di Strasburgo manca poco più di un anno e molti hanno pensato che Roma val bene uno scranno.

L’assalto degli indagati: record di FI, ma il Pd si difende bene

Non c’è codice etico che tenga: ad ogni tornata elettorale, rieccoli. Per mettere in fila i candidati alle prossime Politiche che non hanno i conti in regola con la giustizia, anche stavolta, non basta una puntata. Ecco il primo elenco, cominciamo da Sud.

Campania Le accuse riguardano per lo più reati di pubblica amministrazione. Fa eccezione Luigi Cesaro (Forza Italia), che è indagato per voto di scambio ed ha anche un’indagine per minacce aggravate dal metodo camorristico a una funzionaria comunale di Marano. In casa Pd Piero De Luca, capolista alla Camera nel plurinominale di Caserta e candidato all’uninominale di Salerno, è imputato di bancarotta fraudolenta per il crac Ifil, società satellite degli appalti del sistema Salerno quando il padre Vincenzo De Luca, oggi governatore, era sindaco. Il sottosegretario Umberto Del Basso De Caro, capolista Pd a Benevento nel proporzionale, è indagato per tentata concussione e voto di scambio per alcune sue intercettazioni col direttore dell’ospedale Rummo e con la compagna. A Salerno troviamo Eva Avossa, candidata Pd alla Camera: è imputata nei processi di abuso d’ufficio per il Crescent e gli appalti di Salerno. Nel collegio uninominale della Camera di Casoria i dem schierano Nicola Marrazzo, imputato di peculato per la Rimborsopoli regionale. Sempre restando in Regione, il capo staff di De Luca, Francesco Alfieri, è candidato nel Cilento e imputato di omissione d’atti d’ufficio per aver lasciato nella disponibilità del clan degli zingari tre appartamenti confiscati ad Agropoli quand’era sindaco. Chiude l’elenco dem Angelo D’Agostino, candidato ad Avellino: è uno dei 77 rinviati a giudizio a Roma per l’inchiesta sulle mazzette pagate all’Axsoa. In Forza Italia non c’è solo Cesaro. Flora Beneduce, candidata all’uninominale Senato a Giugliano, è indagata per voto di scambio alle regionali 2015 proprio insieme a “Giggino a Purpetta”, e di abusivismo edilizio per un resort a Vico Equense. Nunzia De Girolamo, numero due alla Camera a Benevento, è invece imputata di associazione a delinquere e altri reati per aver orientato le decisioni dei suoi fedelissimi dell’Asl per favorire parenti e sodali politici. È infuriata con Domenico De Siano, coordinatore regionale degli azzurri, tra i presunti colpevoli dello “sbianchettamento” del suo nome dalla casella di capolista: pure De Siano, capolista a Napoli, è imputato (corruzione per le mazzette sugli appalti a Ischia). Ad Avellino Pietro Foglia è il candidato forzista all’uninominale: rinviato a giudizio nella Rimborsopoli campana. Sempre ad Avellino, come capolista di LeU alla Camera, corre Giancarlo Giordano: è imputato di abuso d’ufficio per la mancata bonifica di Isochimica.

Calabria Tra i candidati che, se eletti, dovranno dividersi tra Parlamento e palazzi di giustizia c’è Antonio Daffinà, in corsa con Forza Italia al Senato: per lui la Procura di Vibo Valentia ha chiesto il rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sull’Aterp di cui Daffinà è stato commissario straordinario fino al 2015. Dovrà rispondere di turbativa d’asta, falso, abuso d’ufficio e truffa aggravata nella gestione dei fondi ex Gescal destinati all’edilizia residenziale e utilizzati, invece, per l’acquisto della sede Aterp. Il prossimo 10 maggio sul banco degli imputati ci sarà anche l’ex assessore regionale Pino Gentile, fratello dell’ex sottosegretario Tonino e zio di Andrea che sempre Forza Italia candida a Castrovillari. Con B. anche il consigliere regionale Mimmo Tallini, imputato per abuso d’ufficio nei processi “Multopoli” e “Catanzaropoli” (una questione di multe che si sarebbe fatto cancellare). Nel processo “Rimborsopoli”, in corso a Reggio Calabria, sono invece imputati tre candidati del Pd: gli uscenti Ferdinando Aiello (a Corigliano) e Brunello Censore (a Vibo Valentia). Ma anche il consigliere regionale Antonio Scalzo, terzo nel listino proporzionale al Senato: il 9 gennaio è finito in carcere il suo capostruttura e sindaco di Strongoli Michele Laurenzano, arrestato nell’operazione “Stige” perché concorrente esterno della cosca Farao-Marincola. In due inchieste per mafia era finito anche il consigliere regionale Francesco Cannizzaro, candidato da Forza Italia a Gioia Tauro: nel processo “Ecosistema” è stato assolto dall’accusa di voto di scambio. Assieme al senatore Antonio Caridi, invece, Cannizzaro compare nelle carte dell’inchiesta “Alchemia”. La Dda li aveva iscritti entrambi nel registro degli indagati ma solo Caridi è finito in carcere e oggi è imputato nel processo “Gotha” dove ci sono anche le intercettazioni tra Cannizzaro e il boss della Piana di Gioia Tauro Jimmy Giovinazzo. Se Matteo Salvini è capolista nel proporzionale in Senato, i due listini della Camera della Lega sono guidati dal suo segretario regionale Domenico Furgiuele, genero dell’imprenditore Salvatore Mazzei (arrestato un paio di mesi fa). Nella relazione dei commissari prefettizi, che hanno sciolto il Comune di Lamezia, su Furgiuele si legge di “precedenti di polizia” risalenti al 2007 per “reati contro la persona e divieto di accesso ai luoghi dove si volgono manifestazioni sportive”. Nel 2016 ha ricevuto, invece, un ammonimento orale dal questore il consigliere comunale di Fratelli d’Italia Massimo Ripepi, pastore e padre della chiesa cristiana “Pace” ma soprattutto candidato al secondo posto in Senato. Per la polizia è stalking: col suo “atteggiamento vessatorio” – si legge nel provvedimento per il quale è stato presentato ricorso – Ripepi avrebbe “cagionato un disagio psico-fisico ed un forte timore per l’incolumità” alla donna che l’ha denunciato.

Puglia Francesco Spina, candidato del Pd nel collegio di Corato, è indagato a Trani da novembre per abuso d’ufficio, falso ideologico e falso materiale. L’ex sindaco di Bisceglie è accusato per gli incarichi affidati al suo capo di gabinetto, avvenuti – secondo i pm – senza alcuna selezione e terminati con l’assegnazione di un ruolo dirigenziale a un collaboratore privo di diploma. La lunga trafila giudiziaria di Raffaele Fitto – candidato di Noi con l’Italia alla Camera in tre seggi su quattro – non è ancora terminata. A settembre la Cassazione ha riaperto il processo “La Fiorita”, relativo all’appalto di 198 milioni di euro per la gestione di 11 residenze sanitarie assistite (Rsa) vinto dalla società di Giampaolo Angelucci. I giudici hanno confermato l’assoluzione dall’accusa di corruzione, ma hanno riaperto il filone sul peculato.

Liberi e Uguali candida Gabriele Abaterusso, figlio dell’ex deputato Ernesto. Di recente la prescrizione ha permesso a entrambi di uscire puliti da un processo per truffa all’Inps; in primo grado erano stati condannati a un anno e mezzo di reclusione. Gabriele aveva un’altra condanna in secondo grado: due anni per bancarotta. È stata annullata in Cassazione: i giudici hanno rinviato il processo alla corte d’appello di Lecce. La condanna, peraltro, gli era costata la candidatura con il Pd alle elezioni regionali del 2015. Chi lo sostituì in lista? Il papa Ernesto. Infine c’è Vittorio Zizza, senatore uscente e candidato del centrodestra alla Camera a Brindisi: pochi giorni fa è stato raggiunto da un avviso di garanzia in un’inchiesta per corruzione su un appalto per le gestione dei rifiuti.

Abruzzo e Molise Il presidente della regione Abruzzo Luciano D’Alfonso ha un vasto curriculum giudiziario. L’ultimo capitolo: da febbraio 2017 è indagato dalla procura dell’Aquila per corruzione, abuso d’ufficio e turbata libertà degli incanti per interventi di manutenzione di case popolari a Pescara e Penne. Il Pd l’ha scelto come capolista del listino al Senato. Anche l’ex governatore molisano Michele Iorio è candidato a Palazzo Madama, ma nell’uninominale e per il centrodestra. È fresco di sentenza: il 25 gennaio la corte d’appello di Campobasso l’ha condannato a 6 mesi di reclusione per abuso d’ufficio. Lui stesso si definisce “il politico più intercettato d’Italia”, sicuramente è uno dei più indagati (c’è un processo in corso proprio sul “sistema Iorio”). Il centrosinistra candida invece Vittorino Facciolla a Campobasso. Anche lui ha fatto collezione di inchieste. L’ultima a marzo 2017: risulta indagato per falso e truffa per la gestione dei fondi per i terremotati. Ha spiegato: “Archiviato tre volte, aspetto la quarta”.

Sicilia Ci sono vecchie conoscenze, come Antonio D’Alì, (Forza Italia) che dopo due assoluzioni deve tornare davanti ai giudici per mafia, e Antonello Antinoro, recordman delle preferenze nel 2008, una prescrizione per corruzione elettorale insieme all’assoluzione per voto di scambio mafioso, dopo due condanne in primo e secondo grado. E ci sono le nuove generazioni, lanciate in pista dai padri tagliati fuori da più d’una condanna, come Giuseppe Sodano, candidato nel Pd ad Agrigento e figlio di Calogero, ex sindaco abusivista pluricondannato. O come Andrea Mineo, figlio di Franco, fedelissimo di Gianfranco Miccichè condannato a cinque anni per intestazione fittizia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra e a tre anni e due mesi per peculato legato all’uso di un’auto del Comune. Non si ha notizia dei programmi del giovane Mineo del quale si conosce, dalle intercettazioni, il suo disprezzo per i pentiti, definiti “figli di pulla” (puttana, ndr). A completare il quadro dei “rampolli” a Catania gli autonomisti puntano su Giuseppe Lombardo, nipote di Raffaele, ex governatore condannato per voto di scambio mafioso, e figlio di Angelo, sotto processo per mafia. Dietro di lui, al terzo posto, c’è Fabio Mancuso, ex deputato regionale finito ai domiciliari nel 2011 con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’esercizio abusivo dell’attività finanziaria e finanziamento illecito ai partiti. Al plurinominale della Sicilia Orientale al Senato l’Udc scommette sull’ex assessore siciliano Ester Bonafede, indagata a Firenze per un appalto dell’Anas da circa 4 milioni di euro cofinanziato al 50% con Fondi europei per la ristrutturazione di 30 immobili di un imprenditore turistico. “Mai avuto rapporti con funzionari dell’Anas”, s’è difesa l’architetto Bonafede, nominata direttore dei lavori. È condannata a un anno e sei mesi, invece, Urania Giulia Papatheu, manager catanese vicina a Miccichè, capolista al Senato per Forza Italia: ha sperperato poco più di 7mila euro tra ristoranti e alberghi quand’era commissaria dell’Ente Fiera a Messina falsificando pure la prosecuzione del contratto a “costo zero” di una collaboratrice. Infine, capolista coi Verdi c’è Claudia Mannino, ex M5S a processo per le firme false.

Sardegna Se Forza Italia rispetta la tradizione e candida capolista Ugo Cappellacci, coordinatore regionale di FI ed ex governatore imputato per abuso d’ufficio nello scandalo P3 e già condannato in primo grado a 2 anni e mezzo per bancarotta fraudolenta e in attesa del giudizio in appello per il crac milionario di un’azienda di vernici, il Pd tiene il passo posizionando Gavino Manca (consigliere regionale) e Silvio Lai (senatore uscente) entrambi capolista in due collegi sicuri ed entrambi a giudizio per il processo sui fondi ai gruppi con l’accusa di peculato aggravato continuato. Nella coalizione di centro-destra compare poi il potente Giorgio Oppi, 77 anni, Dc di lungo corso (in consiglio regionale dal 1979): a settembre è stato rinviato a giudizio insieme ad altri 70 imputati nel processo per il “sistema Igea” – l’azienda regionale per la bonifica e gestione delle aree minerarie dismesse – accusati a vario titolo di peculato aggravato, truffa, abuso d’ufficio, turbativa d’asta e voto di scambio. Come se non bastasse anche Oppi è in attesa di comparire di nuovo di fronte al Gup a febbraio, per definire la sua posizione nell’ambito del processo sui fondi ai gruppi con Manca e Lai del Pd.

 

Red Bullo e altre sostanze

Più leggi le liste e più ti domandi: ma perché le case automobilistiche tedesche non possono usare uomini e scimmie per testare gli effetti dei loro gas di scarico e i partiti italiani sì? Chi siamo noi elettori se non 40 milioni e rotti di cavie umane costrette ad annusare le puzze degli impresentabili, ben più tossiche dello smog? Non so voi, ma io mi farei volentieri un aerosol dal tubo di scappamento di un Suv, in cambio del ritiro di certi soggettini appena candidati, cioè nominati, dai capi-partito. Ecco una prima top five provvisoria, per farsi un’idea.

1. Red Bullo. Il mio preferito resta lui, Matteo Renzi, specie dopo l’intervista-cunnilingus al rag. Cerasa sul Foglio, con perle del tipo: “Se Gentiloni le ha detto che lui è come la camomilla, allora le dico che io assomiglio di più alla Red Bull”. Ora, l’idea che un leader politico ed ex premier si paragoni a un beverone di caffeina e taurina che migliora le prestazioni degli atleti, è già abbastanza comica. Che poi a farlo sia il bulletto in sovrappeso che in quattro anni è riuscito a peggiorare le già deprimenti prestazioni del Pd, è irresistibile. Non c’è partita, vince lui.

2. Heidi. “Lo so, non parlo il tedesco, ma ora lo imparo. Con l’Alto Adige ho già un rapporto di amore e di passione, ci vengo sempre in vacanza. Non l’ho scelto io come paracadute politico: ero a disposizione, ha deciso il partito. Avrei accettato anche Arezzo, qualsiasi posto”. E i tre posti in lista in Sicilia? “Lì invece ci sono grazie al G7”. Chi mente è Maria Elena Boschi, finalmente dissequestrata dallo svincolo Bolzano-Brennero, dove girava in tondo da quattro giorni su un’auto coi vetri oscurati per evitare il linciaggio. Infatti, tutto intorno a lei, si dimettono dirigenti del Pd bolzanino e dell’Svp. Lei però è già padrona della lingua: “kartofen, ya, nein, achtung, banditen, verboten, telefunken…”.

3. La Nunziatella. Passata dal Pdl all’Ncd a FI, Nunzia De Girolamo coniugata Boccia pensava d’essersi guadagnata la giusta mercede: capolista nel proporzionale a Benevento-Avellino e varie seconde piazze nel resto della Campania. Poi, mentre le liste erano in viaggio per la consegna ufficiale, ha scoperto che il suo nome era sparito dalla pole position: seconda a Benevento, non pervenuta negli altri collegi. Allora salta sul primo aereo per Milano e di lì ad Arcore al grido di “se ripigliamm chell ch’è o nuostr”. Al cancello di Villa San Martino chiede di Lui, che però è stremato da due settimane di postulanti in processione, e qualcuno insinua financo che la lasci lì all’addiaccio, facendo dire che non è in casa.

Lei comunque ci parla almeno al telefono e strappa un paracadute a Bologna, città da lei molto amata, almeno quanto Bolzano dalla Boschi. Poi va in tv e chiede la testa del coordinatore De Siano. Sospetta di tutti, pure dell’incolpevole Carfagna. De Siano la piglia in giro: “Nessun caso De Girolamo, nessun’esclusione, solo scelte unanimi del tavolo nazionale, fatte alla luce del giorno: un po’ di sana competizione che garantisce il miglior risultato”. Lei evoca “metodi alla Gomorra”. Ma benedetta Nunzia, che t’aspettavi dal partito di Nick Cosentino e Giggino ’a Purpetta?

4. Il Signor Forse. Nicola Cecchi fa l’avvocato a Firenze, è presidente vicario dei Toscani nel Mondo ed ex presidente della Camera di Commercio Italo-Cubana. Nel 2016 prende la tessera del Pd, che soprattutto a Firenze vuol dire Renzi. Infatti si batte come un leone per il Sì alla sua riforma incostituzionale. Ora sta col M5S e sfida Renzi nel collegio di Firenze 1. Un renziano contro Renzi? No, perché il suo renzismo è roba vecchia, di “un anno-un anno e mezzo fa”, un’eternità. “Se li conosci, poi li eviti”, i renziani. “Ho valutato, riflettuto e pensato che le mie idee coincidono con gran parte delle cose che dicono i 5Stelle”. Che peraltro le dicevano già un anno-un anno e mezzo fa. Però allora Renzi non aveva ancora perso il referendum e i 5Stelle non l’avevano ancora vinto. Sarà mica questo che ha valutato-riflettuto-pensato?

5. Toga Party. Non è vero che i giudici non devono fare politica: dipende da dove. Se stanno col Pd e con FI, possono, anzi devono. Cosimo Ferri, ex leader della corrente togata di destra (MI), citato nelle intercettazioni imbarazzanti degli scandali P3, Calciopoli e Agcom-Annozero, sottosegretario del governo Letta in quota FI e confermatissimo da Renzi e Gentiloni senza FI, si candida col Pd. E tutti zitti, mica è grillino come Di Matteo (che infatti non si candida). E B.? Si pensava che odiasse tutti i giudici, a parte la buonanima di Santi Licheri, quello di Forum. Invece no, tutt’altro: ad Agrigento mette in lista la toga bionda Giusi Bartolozzi, giudice al Tribunale di Roma. Gliela presentò Gianfranco Miccichè l’estate scorsa, col suo compagno, l’avvocato-candidato Gaetano Armao: fu “un colpo di fulmine, uno straordinario contatto con un vero gentiluomo (eccezionalmente non le mise le mani addosso, ndr): parlammo molto di giustizia, trovandoci d’accordo”. E chissà mai su cosa: sul decreto Biondi, sull’ex Cirielli, sulla Cirami, sulla depenalizzazione del falso in bilancio, sul lodo Alfano, sul lodo Schifani, sulla condanna per frode fiscale, sull’eroismo di Mangano, o sul martirio di Dell’Utri e Previti, sul proverbiale fiuto di Miccichè, sui “giudici matti e antropologicamente diversi dalla razza umana”, o su tutti gli imputati in lista? Ovviamente “la simpatia si è poi moltiplicata e quando, grazie a Gianfranco (sempre Miccichè, ndr), è arrivata la proposta, ho deciso di provare”. Anche per un fatto di gratitudine: con tutto il lavoro che le danno B.&C., la magistratura sarà sempre al riparo dalla disoccupazione. Ogni azienda si tiene ben stretti i fornitori.

Aria sempre più pulita: la California sfida Trump

La sfida al trumpismo dei dazi sull’acciaio (roba attuale come può esserlo un reato di abigeato) e sui pannelli solari, ma soprattutto della insostenibilità ambientale, viene ancora una volta dalla California. Il cui governatore Jerry Brown, infischiandosene degli orientamenti permissivi della Casa Bianca sull’inquinamento, alza l’asticella della road map ecosostenibile: nel 2030 dovranno essere 5 i milioni di veicoli a emissioni zero sulle strade californiane, contro il milione e mezzo fissato in precedenza entro il 2025. Per arrivarci verranno spesi 2,5 miliardi di dollari nei prossimi 8 anni, che serviranno a mettere su 250mila punti di ricarica per auto elettriche e 200 stazioni di rifornimento per quelle a idrogeno.

Uno scatto in avanti che fa della California il baluardo della mobilità pulita mondiale. Ed è un guanto di sfida su un terreno accidentato, che può scatenare un putiferio: almeno altri 12 Stati americani sarebbero pronti ad adottare le stesse misure restrittive del Carb, la potente agenzia per la protezione ambientale californiana, creando non pochi imbarazzi anche ai costruttori, che sono in difficoltà nel rispettare gli standard sulle emissioni e vedono in Trump un’ancora di salvezza. Non dimentichiamo che, nonostante i buoni propositi e le dichiarazioni concilianti, negli Usa due auto vendute su tre sono truck assetati di carburante e dalle emissioni titaniche. Da noi in Europa non esiste un qualcosa che assomigli al Carb, per efficienza. Non sarebbe il caso di dotarsene?

Dopo le taglie forti arriva il baby suv di Jaguar

L’ascesa vertiginosa degli sport utility continua a sfatare tabù, anche e soprattutto nel lusso. Dopo aver sfornato il primo della sua storia, l’F-Pace, Jaguar gli affianca ora la E-Pace, un suv compatto a cinque posti che racchiude in sé tutte le doti di dinamismo evidenziate dalla sorella maggiore. E che dovrebbero contraddistinguere anche l’altra variazione sul tema, inedita pure questa, ovvero la I-Pace: sport utility a batteria ed emissioni zero, che debutterà nel corso dell’anno. Tornando alla E-Pace, che sarà disponibile già da febbraio, avrà sia le due che le quattro ruote motrici e in gamma un motore 2.0 diesel con due varianti di potenza da 150 e 180 cavalli, con quest’ultima che dovrebbe essere scelta dalla metà dei clienti. Per chi invece preferisse l’opzione benzina, a disposizione c’è anche un 2.0 da 240 cavalli che si configura come il top di gamma.

All’agilità su strada, frutto di architettura e regolazioni che ne esaltano la performance, fanno da contraltare gli interni, moderni, tecnologici e “minimalisti” nella loro impostazione tesa a mettere a disposizione del guidatore tutto ciò di cui ha bisogno, eliminando il superfluo. Notazione a parte merita il listino, che parte da poco sotto i 37 mila euro per arrivare nelle versioni più ricche e accessoriate fino a quota 66 mila. Non eccessivo visto il blasone, e che proprio per questo (nonché per il vento in poppa che spinge sul mercato europeo i premium suv di taglia media) spinge la filiale italiana di Jaguar ad affermare di poterne vendere circa 6.000 nel nostro Paese, in un anno pieno.

La sfida dell’idrogeno

Scarsa autonomia e tempi di ricarica troppo lunghi sono i principali problemi delle auto elettriche a batteria. Difetti che saranno probabilmente risolti col progresso tecnico e la diffusione di massa delle EV (electric vehicle), la stessa che contribuirà a rendere i prezzi di listino più accessibili di quelli odierni.

Nell’attesa che il tempo faccia il suo corso, i colossi asiatici dell’automotive stanno battendo una strada alternativa: l’alimentazione a idrogeno, che potrebbe configurarsi come la pietra angolare della futura mobilità ecosostenibile.

Il riferimento è a Toyota e Hyundai, e alle loro Mirai e Nexo: modelli a emissioni zero che sfruttano la tecnologia delle pile a combustibile. Quest’ultima permette di ricavare energia elettrica dalla reazione fra idrogeno e ossigeno, producendo innocua acqua demineralizzata di scarto. La berlina giapponese in particolare è un caso di nomen omen: Mirai significa infatti “futuro”. Sul mercato dal 2015, la Toyota Mirai vanta un raggio d’azione di 500 km ed è spinta da un elettromotore da 153 Cv di potenza: le permette di scattare sullo 0-100 km/h in 9 secondi.

Riesce a fare ancora meglio la coreana Hyundai Nexo, sport utility che raccoglie l’eredità della ix35 Fuel Cell: arriverà sul mercato nel corso dell’anno e si distingue per un propulsore green da 163 CV, alimentati da 135 kWh di energia immagazzinata, di cui 95 generati dalle celle a combustibile e 40 “stipati” negli accumulatori. Pure in questo caso le prestazioni sono brillanti: 0-100 in 9,2 secondi, 179 km/h di punta e un’autonomia omologata di 800 km.

Entrambe le proposte green sono dotate di specifici serbatoi che conservano il gas a 700 bar di pressione: per rifornirli bastano dai 3 ai 5 minuti, come per un pieno di verde. Rimane però l’importante questione del prezzo: siamo oltre i 60.000 euro.

Ricapitolando, con le automobili elettriche Fuel Cell si risolvono le fobie di restare piantati in strada con le pile scariche e si fa il rifornimento in un batter d’occhio. Oltre al listino pesante, c’è solo un (enorme) problema: la rete per l’approvvigionamento dell’idrogeno in Italia – ma anche in Europa – è praticamente inesistente. Nel bel Paese l’unico distributore di H2 si trova a Bolzano.

Nonostante a gennaio 2017 siano stati approvati i piani nazionali per la realizzazione delle infrastrutture dei combustibili alternativi, fra cui figura l’idrogeno (su carta 20 stazioni entro il 2020), ad oggi non esiste alcun tipo di sostegno economico del progetto. Un’empasse per cui l’Italia rischia di essere multata dalla UE per il ritardo sullo sviluppo dei programmi approvati.

Da Sakamoto a Iggy Pop: è musica per film

È di nuovo tempo di SeeYouSound. Se non stupisce che l’unico vero festival di cinema a tematiche musicali italiane sia nato in una città come Torino, che a cinema e musica ha dato molto, è invece piacevolmente sorprendente notare l’evidente crescita di una rassegna partita quasi clandestinamente e che già alla quarta edizione sembra puntare lo sguardo oltre la Mole e gli stessi confini italiani.

Spirito, organizzazione e proposta sono ormai da affermato festival di nicchia a livello europeo. Lasciamo che siano i numeri a parlare, anzi a suonare: 62 film in programma, tra i quali un’anteprima internazionale, una europea e ben ventisette italiane. Disseminati in una serie di sezioni e sotto-sezioni come sempre un po’ bizantina, i lungometraggi, i corti e i video presentati da SeeYouSound raccontano in decine di articolazioni narrative diverse il rapporto complesso tra la musica e la sua rappresentazione filmica. Alternando fiction e realtà, biopic e documentari, il cartellone offre un diorama affascinante e contemporaneo. Dalle vite più o meno romanzate di Morrissey (England is Mine di Mark Gill), del folk singer Joe Heaney (Song of Granite di Pat Collins, candidato irlandese agli Oscar 2018), della cantante francese Barbara nell’omonima riflessione meta-cinematografica di Mathieu Amalric alle storie nude e crude di personaggi quali John Lydon e i suoi PiL, Betty Davis, Iggy Pop, il visionario produttore tedesco Conny Plank. Ma ci sono anche il toccante documentario con protagonista Ryuichi Sakamoto alle prese con la doppia reazione emotiva davanti al disastro di Fukushima e alla scoperta della propria malattia, interessanti dislocazioni geografiche (e politiche) tra Kobane, l’Iran e il Brasile, testimonianze sulla magia della radio, e per la prima volta (paradossalmente) un musical (Stuck di Michael Berry, con protagonista il Giancarlo Esposito di Breaking Bad).

Di contorno una sfilza di eventi after e extra festival: mostre fotografiche (sui Kraftwerk), incontri, dj set, performance multimediali, al Cinema Massimo di Torino fino a domenica 4 febbraio.

Pietro Paletti una (Super) promessa mantenuta

Non avevamo dubbi sulla validità del nuovo disco di Pietro Paletti, cantautore e polistrumentista bresciano, su cui avevamo scommesso sin dai tempi degli esordi. Con il suo terzo album intitolato Super, Paletti si conferma come uno dei pochi, nell’attuale panorama musicale, in grado di raccogliere quella pesante eredità lasciata dai grandi della canzone d’autore italiana. Con “un titolo che è una sorta di dichiarazione di intenti”, in Super, racconta Paletti, “c’è tutto me stesso, in tutte le mie sfaccettature, anche quelle meno piacevoli. Però c’è anche gran positività, gioia, voglia di farcela, di crescere e di spaccare”. E la scelta di mettere il calciatore Socrates in copertina è indicativa: “Personaggio contraddittorio ma forte, ha vissuto la sua vita a tutto tondo con gran generosità, spendendosi tanto per gli altri. Quel che nel mio piccolo cerco di fare è proprio seguirne l’esempio”. Composto da 11 brani “profondamente pop”, i pezzi consigliati sono La notte è giovane e Jimbo: il futuro della canzone italiana è in buone mani.

“Ho scoperto il Sud su una nave per il Venezuela”

Spoleto, anno di grazia 1972. “Seduti in piazzetta, a filosofare, vedevo Ionesco, Zeffirelli, Giancarlo Menotti ed Eduardo. Quelle erano le chiacchiere da bar al Festival dei Due Mondi”. Sorride, al ricordo, Eugenio Bennato, al tempo giovane fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Alla kermesse spoletina i musici difensori delle radici folkloriche partenopee erano approdati proprio grazie a De Filippo: “O’ Maestro: una sera era venuto ad ascoltarci nel teatrino di Via Martucci. Si sedette compunto in prima fila, e alla fine venne nei camerini a dirci entusiasta ‘quanno c’è o’ popolo arrèto nun se po’ sbajà!’. Era la sua aristocratica benedizione. Per un mese, dopo, ci sponsorizzò a ogni sua recita, al Teatro San Ferdinando. Esortava il pubblico a sostenere ‘chist guaglioni’. Noi della NCCP immaginavamo già qualcosa scritto da Eduardo con Roberto de Simone, ma avevano due caratterini…”. All’epoca Eugenio ne aveva già viste tante: nel ’59, da ragazzino, era imbarcato su un transatlantico che faceva rotta verso il Venezuela. Con i fratelli Edoardo e Giorgio formava il Trio Bennato: “Era per noi una sorta di viaggio premio. Suonavamo le cover di Carosone o ‘La Casetta in Canadà’ per i passeggeri in prima classe. Confinati in terza, nel tragitto di ritorno, notai gli emigrati antillani, che venivano in Europa a cercar lavoro. Il Sud del mondo premeva sull’Occidente privilegiato”. È stato lì che Eugenio ha preso a cuore le sorti del Grande Meridione, quello che sessant’anni dopo continua a raccontare in tutta la sua magnificenza in dischi come il recente “Da che Sud è Sud”, o nel tour internazionale che passa il primo febbraio dal Teatro Puccini di Firenze e il giorno dopo dall’Auditorium Parco della Musica di Roma per poi approdare in Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto e da lì nel resto dell’Africa e in Sudamerica. Etnie e musiche che tornano a incontrarsi, “in quella che, mi disse a un concerto un bambino, ‘non è una festa ma una rivoluzione’”, spiega Bennato. La chiave per rimettere in asse il pianeta è nei giovani. Sua figlia Eugenia, 14 anni, vive a Tangeri, “e io faccio con gioia la spola da Napoli per vederla. Lei è italo-francese e canta nel disco una tarantella con la sua amichetta marocchina Hajar. No, non ho paura dell’integralismo. La millenaria cultura araba e magrebina ci salverà da quei pochi pazzi che non sono il cuore dell’islamismo, così come le Brigate Rosse non rappresentavano l’Italia quando Der Spiegel ci dedicava copertine con spaghetti e pistole”.

Ha fiducia, Bennato, che il Grande Meridione “sia finalmente visto come un antidoto all’appiattimento della globalizzazione, un pensiero di ricchezza anche nel suo vivere lento, una slow life che l’Occidente prospero e nevrotico percepirà come valore e non come limite. Del resto, le rivoluzioni vincenti sono sempre nate nel Sud degli oppressi: con il blues e il jazz gli schiavi neri hanno cambiato il costume anglosassone. La musica scardina i cuori più blindati”.