Artista accusato, mostra sospesa Il lato surreale delle molestie negli Stati Uniti

E allora Schiele, ossessionato dal sesso, che nel 1911 venne addirittura arrestato per molestie sessuali a minorenne (e poi rilasciato con tante scuse)? O Picasso, che a furia di violenze portò al suicidio Dora Maar? O ancora Hopper, che costrinse la moglie Jo a lasciare (lei) la pittura per dedicarsi alle faccende domestiche e a posare nuda per lui, genio manesco? Che facciamo, svuotiamo i nostri musei in onore di un “nessuna donna è stata violentata in questa galleria”?

Che non siano tempi facili per i molestatori lo sappiamo, ma forse qualcuno dovrebbe mettere un punto a questo politicamente corretto che rischia di diventare ridicolo. La National Gallery of Art di Washington ha deciso di rinviare a data da destinarsi una mostra di dipinti e fotografie dell’iperrealista Chuck Close, finito nel mirino di alcune modelle che lo hanno accusato di molestie. “Bugie”, le ha definite l’artista che ha detto di sentirsi “crocifisso”. Non è bastato. Dall’altare alla polvere, la storia di Close, nominato da Obama presidente del Comitato per le Arti e poi dimessosi con Trump per la sua “retorica dell’odio”. Le sue opere sono esposte al Metropolitan di New York, alla Tate di Londra e al Pompidou di Parigi, ma a questo punto non è detto che ci rimangano. La stessa sorte è toccata a un altro fotografo, Thomas Roma, che avrebbe dovuto esporre a settembre. “Troppa attenzione intorno alle loro vite”, hanno spiegato dalla National Gallery di Washington. Di questo passo, tra una ventina d’anni, rischieremo di vedere tele vuote.

Non se n’è mai andato

“Eravate un popolo di analfabeti, dopo 80 anni torno e vi ritrovo un popolo di analfabeti”. E, di più, ferventi mussoliniani, se non fascisti tout court. A parte che gli anni sono 73, il Duce è tornato, e in prima persona singolare: Sono tornato, per la regia di Luca Miniero, dal 1° febbraio in sala. Non è un’idea originale, bensì la versione italiana del tedesco Lui è tornato, libro di Timur Vermes e bel film (2015) di David Wnendt, che postulava la rentrée di Adolf Hitler: ad adattare alle nostre latitudini con Miniero c’è Nicola Guaglianone, che da Lo chiamavano Jeeg Robot a Benedetta follia è sceneggiatore assai in auge.

Nemmeno lui, però, può togliere il film dall’imbarazzo: Sono tornato? Ma perché – verrebbe da dire – te ne eri mai andato? Problema chiaro in qualche misura agli stessi realizzatori: “Il Duce fa parte del nostro paesaggio morale, e questo è difficile da sopportare”, abbozza Miniero. Già, non c’è reale sorpresa, quando Benito Mussolini interpretato da Massimo Popolizio ricompare alla Porta Alchemica di Piazza Vittorio è un’epifania senza troppo clamore: “È stato giudicato – rileva Miniero – sempre con indulgenza, non c’è tabù nei suoi confronti”. Al contrario di Hitler, che – osserva Popolizio – “è il Male, il Duce è imitato da tutti. Il rischio era di farne un film italiota, la trappola della parodia, della macchietta. Qui c’è un personaggio vero in una situazione assurda: i tedeschi sono schifati dal Führer, da noi vogliono farsi i selfie con Mussolini”.

Girato intercalando riprese dal vero, quasi candid camera, alla finzione, Sono tornato stigmatizza appunto non solo la nostalgia per il Duce, ma la benevolenza che suscita: braccia alzate, saluti e cori al passaggio della sua decapottabile per Roma, che però – ed è doppiamente tragico – non fanno notizia, giacché in fondo non se ne è mai andato, non l’abbiamo condannato né espunto dal nostro immaginario.

Nel cast anche Frank Matano, Stefania Rocca e Gioele Dix, sullo schermo la sua ricomparsa è casualmente filmata dal giovane documentarista Andrea Canaletti (Matano), e la conseguenza è mediatica, un successo televisivo buono, nelle intenzioni del dittatore, per riconquistare il Paese… “Il nostro Mussolini fa spavento non perché possa riportare il fascismo in Italia, ma perché torna in un paese che è già populista, anche per responsabilità del sistema dei media”, attacca Miniero. La nipote Alessandra Mussolini ha visto e gradito, viceversa, accoglienza meno positiva ha destato la gigantografia promozionale affissa a Piazza Venezia, peraltro, in concomitanza con la Giornata della Memoria. Comprensibilmente, i realizzatori preferiscono concentrarsi su un altro appuntamento, le Politiche del 4 marzo: “Mussolini gira molto in campagna elettorale, lo usano per farsi pubblicità: la sua eredità è molto più forte di quella di Hitler, è il populismo.

Come i politici attuali, il nostro gerarca non dice niente di concreto, non propone mai una soluzione” (Miniero); “Il Duce ha sfruttato l’ondata dell’antipolitica, con argomentazioni molto più popolari di quelle razziali del Führer, tese ad esaltare l’italianità” (Guaglianone). Detto, ancora con Guaglianone, che “un personaggio così ci mette di fronte alle nostre mostruosità: non è lui, siamo noi a fare paura”, Sono tornato ha negli intermezzi dal vero qualche interesse sociologico, in Popolizio la cosa di gran lunga migliore, ma paga una drammaturgia senza sviluppi (dov’è il conflitto tra Duce e resto del mondo?), una regia che si risolve in un puzzle di formati. E un titolo sbagliato: avrebbe dovuto chiamarsi Sono ancora qui.

 

Puigdemont oggi presidente, eroe o martire dell’indipendenza catalana

Oggi pomeriggio è convocata la sessione plenaria del Parlamento catalano per l’elezione di Puigdemont a presidente della Generalitat. Ieri, però, c’erano ancora diverse incognite, perfino sul fatto che l’assemblea si tenga davvero. Madrid sta cercando in tutti i modi di evitare una nuova presidenza Puigdemont e preferirebbe non trovarsi a gestire il suo arresto una volta eletto presidente. Perciò venerdì ha fatto ricorso presso il Tribunal Constitucional contro la proposta della sua candidatura, nonostante il parere contrario del Consiglio di Stato. Il Tribunal Constitucional sabato non ha accolto il ricorso, però ha posto condizioni stringenti per rendere ammissibile la candidatura di Puigdemont, che dev’essere presenziale e dietro autorizzazione del giudice istruttore, essendo imputato di ribellione. Una posizione che molti giuristi considerano più politica che tecnica, una mediazione all’interno di un tribunale diviso, che l’avvocato di Puigdemont Alonso-Cuevillas giudica “un’aberrazione giuridica”, giacché è assurdo “domandare permesso a un giudice di qualcosa di cui si ha diritto”.

Puigdemont ha chiesto al presidente del Parlamento Torrent di salvaguardare i suoi diritti di deputato e al TC di ritirare le misure cautelari. Se Torrent non rispetterà la risoluzione del TC rischia una querela e con lui rischiano i deputati in libertà condizionata. Oggi è convocata una manifestazione attorno al Parlamento, tutti mascherati da Puigdemont.

Il Cremlino grida al complotto Usa: “Così influenzano le nostre elezioni”

Un dossier, un film, una marcia. La corsa verso le elezioni presidenziali russe del prossimo marzo è cominciata. Un report Usa sta per svelare i nomi degli oligarchi legati al Cremlino: “È un tentativo di influenzare il voto”. Firmato: Mosca. All’ombra gelata delle guglie della Capitale russa le autorità lanciano la stessa accusa che gli viene rivolta quotidianamente da Congresso ed Fbi a Washington. Il dossier del ministero del Tesoro americano, conosciuto come “Kremlin report”, sta per essere pubblicato proprio ora: “Chiaro e ovvio tentativo di farlo coincidere con il voto delle elezioni, per influenzarle”, ha riferito Dimitry Peskov, portavoce di Putin, lo stesso che ha dichiarato l’oppositore Navalnj “una non minaccia”. Congelata la sua fondazione Pjatoe vremja goda, “la quinta stagione”, con 4 milioni di euro di versamenti, Aleksey Navalnj è stato di nuovo fermato a via Tverskaja, nel centro di Mosca, dove continuava a invitare le persone alla marcia di protesta dal blindato della milizia: “Venite non per me, ma per il vostro futuro”. Sono seguiti 257 arresti, da San Pietroburgo a Murmansk, in questo lungo weekend russo.

Mentre venerdì a Washington rendevano pubblici i 21 nuovi nomi dei russi colpiti dalle sanzioni americane, a Mosca la polizia bloccava la visione di Morto Stalin se ne fa un altro, la black comedy del britannico Iannucci sugli ultimi giorni del dittatore.

Al Pioner Cinema i biglietti erano andati sold out, ma lo schermo della proiezione è rimasto scuro per “circostanze non sotto il nostro controllo”, fa sapere la società del miliardario Aleksandr Mamut, amante di catene di cinema e progetti culturali controversi. Per la licenza di proiezione revocata dalle autorità, perché l’opera “lede la dignità del popolo russo”, i rischi erano multa, chiusura, fermo di 90 giorni. Nonostante il divieto, i russi si erano seduti in sala. Perché la speranza è l’ultima a morire, ma la memoria è la prima.

Trump, un discorso dell’Unione a luci rosse

Una notte al calor bianco, per il presidente Trump: il suo discorso sullo stato dell’Unione, che farà alle 21 di oggi (ora di Washington), davanti al Congresso riunito in sessione plenaria, sarà chiosato e commentato in diretta televisiva prima da Joe Kennedy, deputato del Massachusetts, astro nascente democratico e ultimo prodotto politico della più celebre dinastia americana, e quindi da Stormy Daniels, nome d’arte della pornodiva con cui il magnate non ancora presidente, ma già marito e fresco padre, ebbe, anzi avrebbe avuto, una relazione nel 2006.

Un percorso a ostacoli. Passi il discorso del Kennedy, un pronipote di JFK: il ‘controcanto’ dell’opposizione è un rito della democrazia statunitense, in questi casi. Ma la presenza di Stormy, all’anagrafe Stephanie Clifford, nel programma Abc del comico Jimmy Kimmel. è una stilettata e una provocazione. Per l’uomo, più che per il politico: chissà come l’ha presa Melania, first lady molto più popolare del marito, che dovrebbe essere in tribuna fra i suoi ospiti.

Trump, nelle ultime ore, ha subito attacchi e smacchi. Numerosi senatori e deputati democratici intendono boicottare il discorso sullo stato dell’Unione, atto saliente della liturgia parlamentare Usa. Esprimendo i sentimenti di molti colleghi del Congressional Black Caucus, che riunisce i membri del Congresso afro-americani, il deputato nero del New Jersey, Gregory Meeks, democratico, dice: “Non ci sarò… Non posso concedere a quest’uomo che non mi rispetta il rispetto di essere in aula”.

Altri democratici preparano forme di protesta diverse: le donne, per esempio, si presenteranno vestite di nero per sostenere le istanze del movimento #metoo (quasi sfidato da Trump, che riconosce, in un’intervista, di “non essere femminista”).

Eppure, in un certo senso, il discorso sullo stato dell’Unione coincide con l’apogeo della presidenza perché da domani Trump e i repubblicani avranno il controllo, oltre che del potere esecutivo e legislativo e della Corte Suprema, della Federal Reserve, la banca federale degli Stati Uniti: oggi, Janet Yellen, presidente della Fed uscente, nominata da Obama, riunisce il consiglio direttivo sotto la sua guida per l’ultima volta, prima di lasciare il posto a Jerome Powell, scelto da Trump.

Il presidente sta lavorando al suo discorso, e l’interrogativo è se sarà ‘stile inaugurazione’, apodittico e aggressivo, oppure ‘stile Davos’, formalmente educato e meno politicamente scorretto del solito. Trump esalterà i suoi successi, l’economia che cresce, il lavoro che c’è, la riforma fiscale. E parlerà della riforma dell’immigrazione, chiedendo al Congresso i fondi per il muro al confine col Messico, ma aprendo alla cittadinanza per 1,8 milioni di giovani illegali (ben più dei 700 mila cosiddetti dreamers). E pure della sicurezza nazionale, con una previsione di spesa per la difesa di 716 miliardi di dollari nel 2019, in aumento del 7%, e un piano per tenere aperto Guantanamo, il carcere della vergogna che Obama avrebbe voluto chiudere (senza però riuscirci). Su commercio e clima è illusorio intravvedere aperture nelle ultime dichiarazioni di Trump a Davos e alla Itv: frasi di sfida – verso l’Ue – o di circostanza: il ritorno nell’accordo di Parigi subordinato a modifiche pro-Usa. La politica estera? Il mondo di Trump è l’America, anzi l’America first; e, forse l’Afghanistan, dove – assicura, ricevendo il Consiglio di Sicurezza dell’Onu – “finiremo quello che dobbiamo finire”.

 

Occidente peggio dell’Urss: sarebbe ora di andarsene

Finalmente anche la stampa, internazionale e italiana, ha dovuto accorgersi che qualcosa succede in Afghanistan. L’attacco talebano a un check-point di polizia in pieno centro di Kabul, vicino al ministero degli Interni e alle ultraprotette ambasciate e organizzazioni straniere, era davvero difficile da ignorare. Ha provocato 103 morti e circa 150 feriti.

Attacco legittimo perché l’obiettivo era militare come ha tenuto a precisare il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid. Molte delle vittime sono civili, “effetti collaterali” inevitabili in questo tipo di azioni, così come lo sono quando un drone o un bombardiere americano sgancia un missile.

Si è scritto che i talebani sono dei “terroristi”. Non è così. Sono dei “resistenti” che usano anche l’atto terroristico per opporsi all’occupazione dello straniero, come ha sempre fatto ogni resistenza, compresa la tanto celebrata Resistenza italiana. Terroristi sono quelli dell’Isis che hanno, quasi sempre, come obiettivo primario i civili, prevalentemente sciiti, e colpiscono nel mucchio.

I talebani hanno sempre condannato, senza se e senza ma, tale tipo di azioni, come hanno fatto, ma è solo un esempio, per l’attacco Isis alla scuola dei figli dei militari pachistani a Peshawar nel dicembre 2014. Ma i media internazionali, non so quanto involontariamente, continuano a fare d’ogni erba un fascio confondendo due fenomeni profondamente diversi: quello talebano è un movimento indipendentista che non ha altra mira che liberare la propria terra dallo straniero, l’Isis è un movimento ideologico che ha estensione e ambizioni planetarie.

Quasi negli stessi giorni c’è stato in Italia l’incidente ferroviario a Pioltello, che ha fatto, giustamente, molta impressione, anche perché ha colpito dei poveracci alzatisi alle 5 del mattino per andare a lavorare a Milano e al quale i nostri media hanno dedicato fino a 9 pagine. Ma le vittime sono state solo 3, in Afghanistan gli occupanti occidentali, noi italiani compresi, in 16 anni di guerra d’occupazione hanno fatto un numero incalcolabile e incalcolato di vittime civili: chi dice 150 mila, chi 200 mila, chi 300 mila, cui vanno aggiunti tutti coloro resi invalidi, o nati deformi, a causa delle contaminazioni dei proiettili all’uranio.

In 16 anni siamo riusciti in ciò che non avevano fatto i sovietici: a distruggere un’economia, povera ma autosufficiente, una socialità, una cultura, un’etica. Qualche dato random sull’economia. La disoccupazione che nei 6 anni e mezzo in cui ha governato il Mullah Omar era all’8%, ora raggiunge il 40%. A Kabul vivono 8 milioni di persone (ai tempi di Omar erano un milione e 200 mila). Che alternative ha un ragazzo di Kabul? O si arruola nell’esercito ‘regolare’ e nella polizia, senza nessuna convinzione (e questo spiega l’estrema debolezza degli apparati di sicurezza governativi che devono essere continuamente supportati dall’intervento, prevalentemente aereo, degli occupanti) o va ad accrescere, con maggiori motivazioni, le forze talebane oppure fugge dal Paese come dimostra l’esodo in massa di afghani negli anni più recenti.

Negli ultimi due anni del suo governo il Mullah Omar era riuscito a ridurre quasi a zero la produzione di oppio, oggi l’Afghanistan produce il 93% dell’oppio mondiale con la complicità anche delle forze di occupazione.

Ma anche il ricorso agli atti terroristici è una novità, dovuta al nostro modo di combattere o piuttosto di non combattere. Gli afghani non avevano fatto uso del terrorismo né con i sovietici né nelle guerre che si sono fatti fra di loro, hanno sempre combattuto in modo tradizionale e con armi tradizionali. Nel 2006 i comandanti talebani chiesero al Mullah Omar licenza di poter usare anche il terrorismo perché per loro era estremamente difficile combattere con un nemico ‘invisibile’ che utilizzava quasi esclusivamente l’aviazione.

Omar, uomo di grande saggezza che un giorno, spero, gli verrà riconosciuta, all’inizio si disse contrario. Per due motivi. Il primo era che il terrorismo non appartiene alle tradizioni afgane. Il secondo più pragmatico: l’atto terroristico causa inevitabilmente vittime civili e i talebani non hanno alcun interesse a inimicarsi la popolazione sul cui appoggio si sostiene la resistenza. Ma alla fine dovette cedere alle esigenze militari.

Questa tragica farsa della missione Resolute Support (che significa supporto per risolvere i problemi dell’Afghanistan) deve finire. Ma la tragedia non può finire, o almeno cominciare a finire, prima che le truppe straniere se ne vadano, come vuole ormai la maggioranza della popolazione anche non talebana o antitalebana (anche il Solidarity Party of Afghanistan che appoggia il governo fantoccio di Ashraf Ghani si dichiara contrario alla permanenza delle truppe straniere nel Paese).

Il solo modo per ‘salvare l’Afghanistan’ è “lasciare che gli afgani si salvino da soli” come, intervistato dalla Rai, disse ormai parecchi anni fa il generale russo che aveva comandato le truppe sovietiche in Afghanistan (adesso ci tocca prendere lezioni anche dai generali ex sovietici).

Lasciando l’Afghanistan faremmo un favore non solo agli afgani ma anche a noi stessi. Perché i talebani combattono l’Isis e per quanto anche i 1.000 guerriglieri del Califfato presenti attualmente in Afghanistan, in prevalenza foreign fighters, siano a loro volta dei combattenti forti, coraggiosi e determinati non potrebbero resistere a lungo a quelli talebani che sono molti di più e conoscono meglio il territorio.

Mattanza continua a Kabul: in palio la leadership del jihad

In palio c’è il jihad. In mezzo, civili, volontari, militari. La gara a chi fa più morti per attribuirsi la guida della guerra santa in Afghanistan, fra i talebani dell’ex Emirato islamico e il gruppo Khorasan (Isis), ieri ha preso di mira l’accademia “Maresciallo Marshall Fahim”, a Kabul. La battaglia è durata sette ore. Bilancio, 11 morti: due dei kamikaze si sono fatti esplodere, altri due sono stati uccisi, un quinto è stato arrestato. Le vittime potevano essere di più, l’accademia in genere ospita 4000 persone, ma ieri era giornata di lutto nazionale per la strage di sabato a firma talebana.

Si tratta del quarto attentato in dieci giorni. I talebani colpiscono, quelli di Khorasan replicano; l’assalto alla struttura militare se lo sono attribuito loro tramite l’agenzia Amaq, la stessa che era prolifica quando gli estremisti avevano in mano mezza Siria e mezzo Iraq. Ora Amaq celebra i raid in Afghanistan. Sullo sfondo di questa sfida fra sostenitori della sharia in forme estreme c’è il fallimento della strategia occidentale, sia sul piano economico che militare.

L’operazione americana è iniziata 17 anni fa, tirandosi dietro gli alleati della Nato: il Washington Post ricorda che oggi l’ex Emirato Islamico controlla circa un terzo del territorio afghano, non era mai accaduto dal 2001. Il governo di Ashraf Ghani è lacerato da corruzione e faide interne. La popolazione è allo stremo, la coltivazione e il traffico di oppio restano le principali fonti di reddito e chi ha accesso al web esprime la propria rabbia con richieste di dimissioni.

Talebani e gruppo Khorasan cercano di approfittarne; l’Isis ha rivendicato almeno 15 attacchi nel 2017 e gioca a sottrarre risorse ai rivali. La Bbc ricorda in una inchiesta che, a chi si arruola fra i jihadisti afgani, è promessa una paga di 500 dollari al mese. I talebani hanno deciso di fermare a tutti i costi i miliziani che si sono impadroniti del Khorasan, tra Afghanistan e Pakistan e hanno schierato la sua forza migliore, il Saraqitah (la cellula rossa). Nel frattempo Kabul è come Mogadiscio.

La ex allieva al pm: “Bellomo voleva farmi lasciare il fidanzato”

Tre ragazze sentite come testimoni, per tutte circa due ore o poco più di interrogatorio. L’inchiesta della Procura di Milano sulla vicenda del consigliere di Stato, Francesco Bellomo, ora sospeso, ufficialmente è iniziata ieri. Ed è iniziata con i primi tre interrogatori delle borsiste del magistrato che qui nel capoluogo lombardo ha tenuto diversi corsi tutti all’hotel Visconti Palace non lontano da piazzale Lodi. Sul tavolo, l’ormai nota vicenda dei dress code e delle regole imposte dallo stesso Bellomo a chi voleva entrare nella sua cerchia ristretta. Tra le ragazze sentite ieri, una arriva dal Sud Italia. Ai pm ha raccontato il suo rapporto con Bellomo, le pressioni ricevute dal magistrato per farle lasciare il fidanzato e la sua decisione, alla fine, di rinunciare a diventare borsista. Allo stato il fascicolo è aperto a modello 45, ovvero senza indagati né titolo di reato. La Procura, è emerso ieri, sta lavorando solamente a livello informativo. Tra le ipotesi si esclude però qualsiasi reato legato a pagamenti in nero. E questo perché la società di Francesco Bellomo non ha sede a Milano.

Strage del treno: indagati i vertici di Rfi e Trenord

A cinque giorni dalla strage ferroviaria di Pioltello, che è costata la vita a tre donne, ieri la Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati quattro persone. Si tratta dell’amministratore delegato di Rfi Maurizio Gentile e del direttore della produzione Umberto Lebruto. Per Trenord l’ad Cinzia Farisè e Alberto Minoia, direttore operativo della società. Per tutti i reati contestati sono disastro ferroviario colposo e omicidio colposo plurimo. L’incidente è avvenuto alle 6.57 di giovedì un chilometro dopo la stazione di Limito di Pioltello. Il deragliamento ha provocato 46 feriti (di cui 5 gravi) e la morte di Giuseppina Pirri, Pierangela Tadini, Ida Maddalena Milanesi.

Le indagini della Polfer hanno accertato, con buona probabilità, la causa nella mancata manutenzione del giunto che unisce i due segmenti di rotaie. Giunto puntellato da un semplice pezzo di legno. Secondo l’ipotesi investigativa, le responsabilità sono attribuibili a Rfi e non a Trenord. Ma certo bisogna attendere la maxi-consulenza. Per questo le iscrizioni di ieri, è stato detto in Procura, sono un atto dovuto per permettere ai consulenti delle difese di partecipare ai vari atti dell’inchiesta. Gli avvisi di garanzia saranno notificati oggi, mentre le autopsie sono programmate per domani. Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano è anche in attesa delle annotazioni conclusive della Polfer. Un atto fondamentale per comprendere la reale dinamica del deragliamento. All’interno di questo documento sono contenuti gli accertamenti sui registri relativi alla manutenzione. Un particolare non da poco e che permetterà di individuare chi e perché ha fatto quel rattoppo. Ancora da capire quando fu segnalato il guasto. Per quanto emerso, poi, il controllo dei giunti è in capo direttamente a Rfi. Tra i tanti anche il pezzo danneggiato dal passaggio delle prime due carrozze del treno. Secondo la ricostruzione della Polfer, i primi vagoni passano e strappano i 23 centimetri di acciaio disallineato. A quel punto la terza carrozza inizia a deragliare, lo farà definitivamente subito dopo al stazione di Limito, tranciando i pali dell’alta tensione e poi piegandosi a novanta gradi.

Sempre ieri, la Procura ha fatto sapere che le due società non sono ancora iscritte per la legge 231 del 2001 che disciplina la responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dei dipendenti. La contestazione a carico delle stesse società in questo caso però è un passaggio scontato. La Procura inoltre ha conferito gli incarichi per le perizie all’ispettore della Polfer Angelo Laurino, agli ingegneri Fabrizio D’Errico e Roberto Lucani e a un esperto informatico al quale spetterà, tra l’altro, di estrapolare i dati informatici dalla scatola nera del treno deragliato. Ancora da chiarire, infine, il caso dei quattro operai di Rfi che sabato sono stati pizzicati a fare rilevamenti specifici sul tratto di ferrovia posto sotto sequestro dalla Procura: sono stati denunciati per violazione dei sigilli.

Speziali patteggia: “Aiutai Matacena” Guaio per Scajola

Patteggiaa un anno di carcere per procurata inosservanza della pena. Vincenzo Speziali ha così ammesso di aver aiutato l’ex parlamentare Amedeo Matacena, latitante a Dubai, nel tentativo di raggiungere il Libano. Pure lui fino ad oggi latitante a Beirut, Speziali ha visto la sua richiesta di patteggiamento accolta dal giudice con il parere favorevole del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo. Due anni fa, su richiesta della Procura, il gip ha emesso un’ordinanza di arresto per Speziali che avrebbe aiutato l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola nell’organizzare la fuga dell’ex deputato calabrese di Forza Italia condannato per concorso esterno con la ‘ndrangheta. Speziali avrebbe consegnato a Scajola una lettera con le “istruzioni” del leader delle falangi libanesi Amin Gemayel per far ottenere a Matancena l’asilo politico. Il patteggiamento di Speziali potrebbe complicare la posizione di Scajola, già imputato nel processo “Breakfast”. L’ex ministro si è sempre difeso ammettendo di aver aiutato Matacena ma sostenendo che il suo aiuto è stato inopportuno ma “non un reato”.