Il revenge porn è una di quelle cose che ancora oggi, a nominarle, metà degli interlocutori ti dice: “E cos’è?”. Eppure, il revenge porn, in Italia e nel mondo, ha rovinato molte vite. Ha segnato adolescenze, ha contaminato quel sentimento di fiducia negli uomini che ogni donna dovrebbe avere, ha tolto amor proprio e dignità a ragazze che avevano fatto un solo errore: fidarsi. Il revenge porn è il “porno per vendetta”. Ragazzi, uomini, ex fidanzati, ex mariti che per vendicarsi dopo la fine di una storia d’amore, diffondono foto e video hot delle loro ex sul web. Foto fatte in momenti di intimità, che finiscono anche su Whatsapp e ovunque lo sputtanamento possa agire.
Ho raccontato più volte, in passato, storie di revenge porn qui sul Fatto. Nel frattempo, non solo un reato specifico non esiste (il revenge porn è un insieme di reati distinti quali violazione della privacy, diffamazione ecc.) ma gli uomini hanno continuato a usare quella fiducia per punire le donne che non li vogliono più. Ed è un reato, il revenge porn, di cui sono vittime solo le donne. Il caso Cantone, a cui forse state pensando, è una faccenda purtroppo ancora più complessa del revenge porn.
Perché chi se ne frega di vedere un uomo nudo. Non c’è giudizio nel vedere, nel far girare la foto di un uomo, del compagno di liceo, del vicino di scrivania senza mutande. Se è la vicina di casa, quella senza mutande, “guarda che zoccola la Martina”. Gomitate, inoltro di foto su Whatsapp, telefonate, chiacchiere, ilarità, giudizi.
Tutta questa premessa per dire che è successo di nuovo. Lui si chiama F. e vive in una media città del Nord Italia. Il suo nome lo scriverei per intero perché individui del genere meriterebbero la gogna, ma voglio tutelare lei, la ex fidanzata.
F. e B. stanno insieme da due anni. Lei fa la commessa in un supermercato, lui il parrucchiere. Lei, B., ha una figlia da una precedente relazione, è una bella ragazza, conduce una vita normale, ha un cane, molte amiche, una vita regolare. Lui è una testa calda, perde spesso il lavoro, ha studiato poco, ama esibire quello che ha. Compresa la sua fidanzata, a cui dichiara amore eterno su Facebook dal primo giorno.
La relazione però è segnata dall’instabilità di lui, il quale la tratta continuamente come uno straccio, ma poi le chiede perdono. Basta scorrere la pagina Facebook di F.: “Sono stato una merda, perdono”. “Ho sbagliato, non ho scusanti, ma il mio cuore sarà sempre per te”. “Gli errori si fanno, cerca di comprendere!”. “Vita mia ascoltami!” e così via. Un uomo follemente innamorato, si direbbe. Un po’ immaturo, ma devoto. Disposto a cambiare. E invece le cose vanno in un altro modo. Lui perde il lavoro, per l’ennesima volta. Le cose con B. continuano ad andare male, con alti e bassi continui e B., finalmente, lo lascia. A quel punto, l’uomo innamorato, devoto, quello che “vita mia”, decide che “vita sua” la deve pagare. Prima la insulta, la minaccia, prende a calci la sua macchina. Poi, quando lei va dalla polizia perché spaventata dalle minacce che lui le manda via Whatsapp, il livore aumenta. E allora F. fa quello che in molti, oggi, in quella città, in quel centro commerciale e chissà dove, in giro per l’Italia, hanno visto (me compresa): apre Facebook (su cui ha centinaia di amici), apre Instagram e pubblica le foto di lei nelle situazioni più intime che hanno vissuto insieme. Le foto che conservava nel suo cellulare, quelle che lui le aveva fatto, quelle che lei gli aveva mandato. Quelle con cui si erano divertiti, con cui avevano giocato, attraverso le quali erano stati complici.
Lei si fidava di lui. È nuda, è ammiccante, è sexy. È la sua fidanzata. Con lui può farlo. Con lui c’è un patto tacito, quello che dovrebbe esistere tra chiunque condivida anni o minuti di intimità. Quello che succede in un letto o in un’automobile o nel cesso di un autogrill dovrebbe restare solo tra chi l’ha vissuto. Quello che è stato tra F. e B., invece, fa il giro del web in pochi minuti. Il giro di Whatsapp. Dei bar della città. Del centro commerciale. Delle chat di Facebook.
Amici comuni cominciano a scrivere a lui di togliere tutto, lo insultano, gli dicono “che cazzo fai”. Per ore e ore quelle foto restano lì. Le segnalazioni automatiche a Facebook non funzionano. B. sta male. È incredula. Va di nuovo in polizia: le dicono che lui non rischia un granché, al massimo qualche giorno di galera. Lei allora si chiude in casa. Non vuole saperne più nulla. Nel frattempo, contatto Facebook. I profili di lui vengono chiusi nel giro di due ore. È passata quasi una giornata intera, alla fine. Immaginate 24 ore della vostra vita vedendo la vostra intimità sbattuta in faccia a tutti, sul web.
Ora, io non so come finirà questa storia, di una cosa però sono certa. La polizia non dovrebbe mai scoraggiare chi denuncia questo genere di reati. È una storia che ho sentito più volte. Donne che denunciano violenze, diffamazioni, molestie, violazioni della privacy avvenute sul web e forze dell’ordine che si dichiarano impotenti o quasi. Ma non è vero che lo sono. Mesi fa, una ragazza americana ha vinto la prima causa importante sul revenge porn. In Italia, una ragazza abruzzese che due anni fa subì la stessa sorte di B. (le sue foto furono diffuse ovunque sul web), ha trascinato il suo ex in tribunale. Si è trovata davanti muri, carabinieri che non capivano, facce perplesse, discorsi sconfortanti, avvocati impreparati, eppure alla fine ha fatto prevalere le sue ragioni. È stata capita, ascoltata. Il pm, pochi giorni fa, ha chiesto, per il suo ex 4 anni di galera. Ci sarà la sentenza a breve. La prima, in Italia, per questo genere di reato.
Denunciare si può. Anzi, si deve. Perché bisogna costruire una strada. Ottenere una legge. Lottare. Nel frattempo, noi donne, non dobbiamo scoraggiarci. So che alla Camera c’è una proposta di legge sul revenge porn ferma da tempo. Mi auguro solo che non venga considerata una cosa seria al primo suicidio, perché una cosa seria – e da anni ormai – lo è già.