Fallite le larghe intese bisogna scegliere il ct

Hilton Airport di Fiumicino, assistenti di volo di una compagnia orientale impilano valigie, un autobus scarica un gruppo di giapponesi, Beppe Marotta ingolla caffé, Urbano Cairo dispensa interviste, Claudio Lotito confessa davanti ai bagni. Il candidato Cosimo Sibilia (Lega D) irrompe nel salone dell’assemblea del calcio un attimo prima del ballottaggio con Gabriele Gravina (Serie C): annuncia che la trattativa con il rivale è saltata, ordina di votare scheda bianca e consegna la Figc che fu di Carlo Tavecchio al commissario Giovanni Malagò. Il medesimo Tavecchio abbassa la testa fino a sfiorare il tavolo.

Il senatore forzista Sibilia, figlio di don Antonio, il patron dell’Avellino di Juary, avanza desolato e furibondo verso le telecamere. “’Ste merde”, chiosa un dirigente contrito per la non vittoria di Sibilia. Il capo dei Dilettanti s’apparta in un angolo e telefona subito a Malagò: “Giovanni, un disastro. Io volevo ricostruire”. Così falliscono le “larghe intese” del pallone, il centrodestra di Sibilia che forma l’esecutivo con il renziano Gravina, sostenuto dal ministro Luca Lotti. Anche il centrista Damiano Tommasi, guida dell’associazione calciatori, una sorta di Luigi Di Maio, rinuncia a un dividendo di potere. Renzo Ulivieri, il comunista di rito poltronista, rievoca la leggendaria stabilità di Fausto Bertinotti: di notte sta con Tommasi, di giorno con Gravina. Per rimuovere le vergogne dell’esclusione dai Mondiali in Russia, Gravina & colleghi hanno licenziato Tavecchio. Che foga, evviva. Poi hanno lasciato una domanda in sospeso: chi raccoglie l’eredità del ragioniere di Ponte Lambro? Malagò li ha osservati mentre rosolavano fra coordate posticce, discorsi fragili, programmi variabili. Adesso la Federcalcio s’inginocchia al Coni e supplica la punizione esemplare con un “governo del presidente”. Anzi, una dittatura. Ora tocca a Malagò rifondare la Nazionale, scegliere l’allenatore (ha un ottimo rapporto con Carlo Ancelotti), preparare gli Europei del 2020. Soprattutto, a Malagò tocca un’altra dose di ribalta mediatica. Quello che adora.

Pure in Serie A sono contenti, tranne il manovratore Lotito, ombroso e sconfitto all’ora dell’aperitivo sprofonda in un divano. A Marotta & C. interessano i miliardi dei diritti televisivi, la Federcalcio è soltanto un intralcio agli affari. Gli spagnoli di Mediapro offrono 950 milioni di euro a stagione, la Lega costringe Sky Italia a giocare al rialzo e Mediaset – che con Premium ha accumulato centinaia di milioni di perdite – assiste con relativo interesse. Cairo ha i conti sempre pronti: “Oggi il campionato italiano vale un miliardo in meno di quello spagnolo. Mi sembra troppo”. Gli intermediari di Mediapro o di nuovo Sky Italia e Mediaset in coppia, cambia poco: in Lega spira il vento degli accordi perché aumenta il denaro in entrata. Cairo sceglie l’amministratore delegato – in lizza lo spagnolo Javier Tebas – e Lotito s’accontenta del presidente. E Tavecchio, qualcuno s’è ricordato di Tavecchio?

La Figc rimpiange Tavecchio e abdica. Ora arriva Malagò

Lacrime. Applausi. Standing ovation. Ma sono tutti per Carlo Tavecchio, il presidente passato alla storia per non aver qualificato la nazionale ai Mondiali e acclamato come uno statista al momento dell’addio. La giornata più folle del pallone italiano si è aperta così, ed è finita con un clamoroso nulla di fatto: spaccata dalle correnti interne, la Figc non è riuscita nemmeno ad eleggere un nuovo presidente. Il successore di Tavecchio non esiste. Anzi, si chiama Giovanni Malagò.

Il commissariamento del Coni è l’unico risultato dell’assemblea durata dieci ore e fallita, come ogni tentativo di alleanza fra i tre candidati. Damiano Tommasi, sindacalista dei giocatori, Gabriele Gravina, guida della Lega Pro, Cosimo Sibilia, senatore forzista e presidente dei Dilettanti. Non che non ci abbiano provato a mettersi d’accordo: incontri clandestini nei bagni, dove imperversava Claudio Lotito, un po’ meno esuberante del solito, forse appagato dalla candidatura alle Politiche appena incassata da Berlusconi. Vertici estenuanti nelle suite dell’Hotel Hilton di Fiumicino, per tentare tutti gli incastri possibili e spartirsi le poltrone. Prima Tommasi con Gravina, poi Sibilia con Tommasi: ma stavolta il capo dell’Assocalciatori non ha fatto passi indietro, restando tagliato fuori dal ballottaggio dopo essere tradito (un’altra volta) dai tecnici di Renzo Ulivieri. Evidentemente le pressioni del ministro Luca Lotti sui calciatori per far saltare il banco hanno sortito il loro effetto.

L’ultimo tentativo disperato è stato tra Sibilia e Gravina: il primo sarebbe stato disposto a cedere la presidenza al secondo, in cambio del vicariato (e varie deleghe). Ma anche qui il patto è saltato quando i due si erano già stretti la mano: gli altri (allenatori, arbitri, soprattutto la parte della Serie A guidata da Urbano Cairo, Juventus e Roma, che forse ha sempre tifato per il commissariamento) hanno detto no. Così la rottura è stata inevitabile: al ballottaggio decisivo Dilettanti e calciatori hanno votato scheda bianca, Gravina si è fermato al 36% senza raggiungere il quorum e l’assemblea è andata a vuoto.

Massimo Ferrero, patron della Sampdoria, sintetizza: “Abbiamo fatto l’ennesima figura di merda”. L’unico che ride di gusto è Malagò: il presidente del Coni potrà commissariare la Figc ancora prima di partire per le Olimpiadi invernali di Pyeonchang in Corea.

Una giunta straordinaria è già stata convocata per giovedì alle 15: Malagò avrebbe preferito non esporsi in prima persona, e piazzare in Federcalcio un suo uomo di fiducia, ma a questo punto difficilmente potrà tirarsi indietro. Salvo sorprese, sarà lui il commissario, affiancato da uno o più vice: Roberto Fabbricini, suo ex segretario appena passato a capo della Coni Servizi, Michele Uva, direttore generale della Figc, magari un nome importante del mondo del calcio. Il primo incarico: scegliere il ct della nazionale. Durata: non meno di un anno, ma occhio che se non si torna al voto nel 2019 poi è un attimo arrivare alla scadenza del quadriennio olimpico dopo Tokyo 2020. Malagò si prende il pallone e se lo porta a casa.

 

Battilana e il film alla sorrentino

“Vorrei fare un film sulla vicenda Ruby, ora ho visto che Sorrentino ha avuto la mia stessa idea”. Ambra Battilana, fuori dall’aula del processo Ruby ter, che vede tra gli imputati Silvio Berlusconi, racconta di un progetto cinematografico ispirato dalle “cene eleganti” di Arcore. Lei, che per prima denunciò il palo della lap dance, i balli, il “bunga bunga” e il priapo a tavola, ha avuto il coraggio di denunciare (in America, dove ora vive) anche Harvey Weinstein, il potente produttore cinematografico diventato il terrore delle donne che volevano lavorare nel grande cinema a stelle e strisce.

La modella italo-filippina, nata a Torino 24 anni fa e già finalista a Miss Italia, ha però questo fastidioso concorrente: “Probabilmente il lavoro artistico di Sorrentino può essere migliore del mio, ma io posso portare la mia esperienza personale”, afferma. E spiega: “Voglio continuare a venire alle udienze anche se per me è difficile perché vengo da New York”, dice annunciando che si costituirà parte civile nel processo. In questa ultima frase c’è tutta la distanza tra la realtà del processo per corruzione in atti giudiziari (il Ruby Ter) e la fiction dal sapore internazionale.

Una storia crudele

L’uomo più ricco e potente del mondo aveva paura di tre cose.

Del comunismo.

Degli insetti. E fin qui difendersi era facile.

Ma soprattutto aveva paura della morte. Così pagò miliardi per farsi ibernare, e svegliarsi quando la medicina avesse trovato il modo di eliminare la morte. Passò un tempo molto lungo e un mattino la cella d’ibernazione si illuminò e l’uomo aprì gli occhi.

Buon risveglio, signore – disse una voce metallica dietro un vetro.

Che anno è? – chiese il signore – fatemi subito uscire.

-Mi dispiace ma non può uscire subito, dobbiamo controllare se tutto va bene, le tecniche di risveglio sono attive da poco tempo e la procedura è lunga.

-Ma voi non sapete chi sono io… sono l’uomo più ricco e conosciuto del mondo.

-Signore, forse lo era molto tempo fa. Ma oggi tutti i suoi amici sono morti, il danaro non esiste più, e lei è un risvegliato qualunque…

-Non tollero che mi si parli così! Questa clinica è mia! Voglio parlare col primario!

Si accese uno schermo e apparvero una grande mantide religiosa e un panciuto calabrone.

-Sono il primario dottoressa Temagno e questo è il capo del programma di riadattamento, il dottor Bombo

-Ma voi… non siete umani.

-Gli umani sono estinti da duecento anni, signore. Noi invertebrati abbiamo ereditato la terra.

– Nooooooo… – gridò il signore – odio essere un uomo qualunque… e soprattutto mi fate schifo voi insetti… dio mio, cosa può accadermi di più terribile?

-È molto agitato – disse la dottoressa – compagno Bombovic, gli dia subito un calmante.

Testo pubblicato sulla pagina Facebook di Stefano Benni

Porno vendette via Facebook: non rassegnatevi, denunciate

Il revenge porn è una di quelle cose che ancora oggi, a nominarle, metà degli interlocutori ti dice: “E cos’è?”. Eppure, il revenge porn, in Italia e nel mondo, ha rovinato molte vite. Ha segnato adolescenze, ha contaminato quel sentimento di fiducia negli uomini che ogni donna dovrebbe avere, ha tolto amor proprio e dignità a ragazze che avevano fatto un solo errore: fidarsi. Il revenge porn è il “porno per vendetta”. Ragazzi, uomini, ex fidanzati, ex mariti che per vendicarsi dopo la fine di una storia d’amore, diffondono foto e video hot delle loro ex sul web. Foto fatte in momenti di intimità, che finiscono anche su Whatsapp e ovunque lo sputtanamento possa agire.

Ho raccontato più volte, in passato, storie di revenge porn qui sul Fatto. Nel frattempo, non solo un reato specifico non esiste (il revenge porn è un insieme di reati distinti quali violazione della privacy, diffamazione ecc.) ma gli uomini hanno continuato a usare quella fiducia per punire le donne che non li vogliono più. Ed è un reato, il revenge porn, di cui sono vittime solo le donne. Il caso Cantone, a cui forse state pensando, è una faccenda purtroppo ancora più complessa del revenge porn.

Perché chi se ne frega di vedere un uomo nudo. Non c’è giudizio nel vedere, nel far girare la foto di un uomo, del compagno di liceo, del vicino di scrivania senza mutande. Se è la vicina di casa, quella senza mutande, “guarda che zoccola la Martina”. Gomitate, inoltro di foto su Whatsapp, telefonate, chiacchiere, ilarità, giudizi.

Tutta questa premessa per dire che è successo di nuovo. Lui si chiama F. e vive in una media città del Nord Italia. Il suo nome lo scriverei per intero perché individui del genere meriterebbero la gogna, ma voglio tutelare lei, la ex fidanzata.

F. e B. stanno insieme da due anni. Lei fa la commessa in un supermercato, lui il parrucchiere. Lei, B., ha una figlia da una precedente relazione, è una bella ragazza, conduce una vita normale, ha un cane, molte amiche, una vita regolare. Lui è una testa calda, perde spesso il lavoro, ha studiato poco, ama esibire quello che ha. Compresa la sua fidanzata, a cui dichiara amore eterno su Facebook dal primo giorno.

La relazione però è segnata dall’instabilità di lui, il quale la tratta continuamente come uno straccio, ma poi le chiede perdono. Basta scorrere la pagina Facebook di F.: “Sono stato una merda, perdono”. “Ho sbagliato, non ho scusanti, ma il mio cuore sarà sempre per te”. “Gli errori si fanno, cerca di comprendere!”. “Vita mia ascoltami!” e così via. Un uomo follemente innamorato, si direbbe. Un po’ immaturo, ma devoto. Disposto a cambiare. E invece le cose vanno in un altro modo. Lui perde il lavoro, per l’ennesima volta. Le cose con B. continuano ad andare male, con alti e bassi continui e B., finalmente, lo lascia. A quel punto, l’uomo innamorato, devoto, quello che “vita mia”, decide che “vita sua” la deve pagare. Prima la insulta, la minaccia, prende a calci la sua macchina. Poi, quando lei va dalla polizia perché spaventata dalle minacce che lui le manda via Whatsapp, il livore aumenta. E allora F. fa quello che in molti, oggi, in quella città, in quel centro commerciale e chissà dove, in giro per l’Italia, hanno visto (me compresa): apre Facebook (su cui ha centinaia di amici), apre Instagram e pubblica le foto di lei nelle situazioni più intime che hanno vissuto insieme. Le foto che conservava nel suo cellulare, quelle che lui le aveva fatto, quelle che lei gli aveva mandato. Quelle con cui si erano divertiti, con cui avevano giocato, attraverso le quali erano stati complici.

Lei si fidava di lui. È nuda, è ammiccante, è sexy. È la sua fidanzata. Con lui può farlo. Con lui c’è un patto tacito, quello che dovrebbe esistere tra chiunque condivida anni o minuti di intimità. Quello che succede in un letto o in un’automobile o nel cesso di un autogrill dovrebbe restare solo tra chi l’ha vissuto. Quello che è stato tra F. e B., invece, fa il giro del web in pochi minuti. Il giro di Whatsapp. Dei bar della città. Del centro commerciale. Delle chat di Facebook.

Amici comuni cominciano a scrivere a lui di togliere tutto, lo insultano, gli dicono “che cazzo fai”. Per ore e ore quelle foto restano lì. Le segnalazioni automatiche a Facebook non funzionano. B. sta male. È incredula. Va di nuovo in polizia: le dicono che lui non rischia un granché, al massimo qualche giorno di galera. Lei allora si chiude in casa. Non vuole saperne più nulla. Nel frattempo, contatto Facebook. I profili di lui vengono chiusi nel giro di due ore. È passata quasi una giornata intera, alla fine. Immaginate 24 ore della vostra vita vedendo la vostra intimità sbattuta in faccia a tutti, sul web.

Ora, io non so come finirà questa storia, di una cosa però sono certa. La polizia non dovrebbe mai scoraggiare chi denuncia questo genere di reati. È una storia che ho sentito più volte. Donne che denunciano violenze, diffamazioni, molestie, violazioni della privacy avvenute sul web e forze dell’ordine che si dichiarano impotenti o quasi. Ma non è vero che lo sono. Mesi fa, una ragazza americana ha vinto la prima causa importante sul revenge porn. In Italia, una ragazza abruzzese che due anni fa subì la stessa sorte di B. (le sue foto furono diffuse ovunque sul web), ha trascinato il suo ex in tribunale. Si è trovata davanti muri, carabinieri che non capivano, facce perplesse, discorsi sconfortanti, avvocati impreparati, eppure alla fine ha fatto prevalere le sue ragioni. È stata capita, ascoltata. Il pm, pochi giorni fa, ha chiesto, per il suo ex 4 anni di galera. Ci sarà la sentenza a breve. La prima, in Italia, per questo genere di reato.

Denunciare si può. Anzi, si deve. Perché bisogna costruire una strada. Ottenere una legge. Lottare. Nel frattempo, noi donne, non dobbiamo scoraggiarci. So che alla Camera c’è una proposta di legge sul revenge porn ferma da tempo. Mi auguro solo che non venga considerata una cosa seria al primo suicidio, perché una cosa seria – e da anni ormai – lo è già.

Dal M5S a Tsipras a FN: una transfuga chiamata De Pin

Una delle cose più difficili da fare è tenere il conto dei transfughi in Parlamento: non si riesce proprio a stargli dietro. A fine luglio 2017, i voltagabbana erano 517. Poi sono aumentati ancora. Una cifra abnorme, che ribadisce la bassezza infinita di questa legislatura fortunatamente finita (ma la prossima potrebbe essere persino peggiore: daje). Il ritmo di transfughi è stato di dieci al mese: per quelle precedenti, era “solo” di 4. Alcuni parlamentari sono riusciti a cambiare casacca più volte. Ci sono campioni come Luigi Compagna che si sono ricollocati cinque volte: eletto nel Pdl, si è poi spostato tra Gal e Ncd come una pallina da flipper. Deve davvero avere una vita da inferno.

In questo caleidoscopio di voltagabbana compulsivi e ossessivi, hanno un peso rilevante gli “epurati” 5Stelle. Il problema della classe dirigente riguarda tutti e più ancora chi, come il M5S, si vanta di non portare in Parlamento politici professionisti. I 5Stelle hanno il demerito di aver portato alla Camera e al Senato personaggi talora improponibili, ma dovrebbero forse anche ricevere delle scuse: quasi sempre, chi ha giocato all’epurato era spesso solo un opportunista. Chi si è reinventato renziano come la Gambaro, la cui espulsione fu sbagliata nei tempi e modi ma sacrosanta nel merito. Chi è andato in Sel, chi nella Lega, chi con Verdini. Merita una menzione speciale Paola De Pin. Non la conosce nessuno, e questo è un bene (anche per lei). Urge però ripercorrerne con trasporto le gesta. Paola De Pin nasce con sicumera a Fontanelle (Treviso) nel 1966. Lì si candida a sindaco nel 2012, senza però che nessuno se ne accorga. Neanche lei. Nel 2013 è eletta senatrice per il M5S. Dura poco, perché a giugno esce dal gruppo come una Jack Frusciante che non ce l’ha fatta. Lo fa per “solidarietà” nei confronti della collega Adele Gambaro, e già questo basterebbe per soppesarne il peso politico. Ma c’è di più.

Avvolta da un assordante silenzio, dà vita al Gap (Gruppo Azione Popolare) con Gambaro e l’altro transfuga ex-grillino Zaccagnini. Il gruppo aggiunge poi una seconda “p”, forse perché “Gapp” suona meglio o forse come tributo al suono onomatopeico di una pernacchia. Tale pulviscolo sostiene il governo Letta, in un parossismo avvilente di mestizia contagiosa. Nel 2014 la De Pin appoggia la Lista Tsipras. Nel 2015 lascia niente, cioè il Gapp, per approdare a un altro niente, cioè Ilic (Italia Lavori In Corso). Con lei ci sono sempre la Gambaro e altri voltagabbana ex 5Stelle tipo Orellana (altro bluff che per un po’ ha fregato anche me), Campanella, Bocchino, Bencini e Casaletto. La De Pin è però incontenibile: l’11 giugno 2015 aderisce ai Verdi, con l’ennesimo ex grillino Pepe. Pochi giorni dopo confluisce in Gal, conventicola di intellettuali sopraffini tipo D’Anna e Barani, restando però iscritta ai Verdi fino al 2016. Tale bipolarismo (ma pure tripolarismo) politico, a matrice inizialmente sinistrorsa con venature via via destrorse, sfocia in un episodio memorabile. Il 30 luglio 2017, forte di un carisma accecante e di una fama che in confronto Pino Quartullo levati, la De Pin organizza una manifestazione nella città di Oderzo per protestare contro la presenza dei migranti nel territorio. La manifestazione è un trionfo: vi aderisce solo la De Pin, che manifesta mestamente da sola. L’ultimo atto di una tale carriera all’insegna della coerenza – e della lucidità – è il fresco passaggio della De Pin a Forza Nuova, che per una che quattro anni prima appoggiava Tsipras è un approdo oltremodo naturale. Brava Paola: continua così.

Caso Bellomo, in ballo c’è più di una minigonna

La vicenda Bellomo – tanto più delicata perché coinvolge un’istituzione cruciale come il Consiglio di Stato, nonché la magistratura in generale – deve essere letta su due piani, entrambi motivo di inquietudine. Un primo piano è psicologico. Il modus operandi ricorda quello di una setta: il guru venerato che esercita un controllo maniacale sugli adepti, non solo e non tanto sul dress code di cui molto si è parlato, ma soprattutto sulle relazioni personali (fidanzati con QI superiore a 80/100, divieto di sposarsi, distacco dagli altri allievi), perché isolando una persona la si controlla meglio; poi obblighi di fedeltà, riservatezza, proselitismo (“diffusione di ideali e metodo della scuola”), fino allo spionaggio degli altri allievi. Solo chi rispetta i precetti è ammesso alla corte di “élite” (così sono definitivi i borsisti) e ottiene in cambio premi come la rivelazione di “segreti industriali” (pare anche sul concorso in magistratura).

Il destino è nelle mani del capo carismatico, amato e temuto, in un evidente rapporto signore-suddito. Com’è possibile che ciò sia avvenuto in una scuola per diventare magistrato, autorizzata dal Consiglio di Stato e a opera di un consigliere? Com’è possibile che sia stato accettato non da ragazzine inesperte, ma da donne fatte e culturalmente corazzate? Com’è possibile, soprattutto, che uno che impone tali condizioni ossessive ai suoi allievi, mettendole nero su bianco in un contratto, sia poi un buon magistrato, e lo sia anche chi le ha rispettate e ora è in carica?

Poi c’è il piano della legalità e delle responsabilità (presunte, al momento) di Bellomo. Il plagio – usato per le sette – non è più reato in Italia, per cui si devono identificare altri reati (minacce, ricatti, molestie) che devono essere provati. Ben vengano le denunce delle ragazze, che appaiono dettagliate e credibili, speriamo che altre abbiano lo stesso coraggio e la magistratura – quella sana, cioè la maggioranza – faccia presto e bene il suo lavoro. Al momento però dobbiamo accontentarci delle indagini di tre Procure e della sua destituzione da consigliere, sacrosanta da un punto di vista morale (e speriamo anche legale, visto che ha annunciato ricorso e chissà che per qualche cavillo non possa essere reintegrato). Continua a insegnare? Dovrebbe essere lui a fare un passo indietro per opportunità e rispetto delle istituzioni (ma la vedo dura).

Ciò detto restano in sospeso molte domande che riguardano il “contorno” della vicenda. Ad esempio, le responsabilità (presunte) di chi ha consentito che tutto ciò avvenisse: vedi il pm di Rovigo – sospeso dal Csm – che in telefonate registrate mostra piena complicità con Bellomo; o i due avvocati proprietari della scuola: non sapevano nulla? O bastavano i tanti soldi che faceva incassare (ricavi 2016: 1,2 milioni)? E il Consiglio di Stato che ora lo destituisce scandalizzato, perché ha dato per anni il via libera senza controllare? Cosa succede nelle altre scuole di magistratura accreditate per il concorso? Chi controlla? E le famiglie dei borsisti – a parte il padre che per primo ha denunciato – sapevano del contratto firmato dai figli? E i borsisti maschi – sottoposti alle stesse clausole vessatorie – confermano o smentiscono le ragazze?

Infine – scoperto che nell’ultima prova del concorso per magistrati c’era una sentenza scritta dal destituito Bellomo e i partecipanti hanno protestato anche perché i suoi allievi sono stati inevitabilmente favoriti – siamo certi che i concorsi degli ultimi anni, in cui la scuola eccelleva per numero di promossi, fossero regolari? I suoi studenti erano davvero più bravi o ci sono state scorciatoie, magari con complicità di altri? Rispondere a queste domande è fondamentale e urgente, perché la vicenda Bellomo ha a che vedere con la credibilità di un’istituzione. Altro che minigonne e tacchi a spillo.

L’orrenda domenica dei renziani in tv

Che domenica! C’è di buono che gli italiani costretti a letto dall’influenza hanno presumibilmente ricevuto il colpo di grazia e dunque non graveranno più sui costi della Sanità pubblica, dopo la doppietta messa a segno dal Pd renziano in Tv. Nel pomeriggio c’è Matteo dalla D’Urso, a Canale5, lì dove peraltro è iniziata la sua carriera. Si volta di tre quarti verso il pubblico: “Hanno dato la colpa a noi anche dei sacchetti di plastica, l’avete sentita questa?”. “Siii”, urlano le sciure, blandite poco prima con un riferimento alle su’ nonne novantenni assunte al posto degli spin doctor (capace che se chiedeva a loro, invece di dare 500mila euro a Jim Messina, vinceva il referendum).

La D’Urso inclinata in avanti come fosse seduta sul water come in un film di Buñuel sbatte gli occhioni, accavalla e scavalla le gambe, si vede che è a suo agio come e più che con B. Matteo gigioneggia ch’è una bellezza, s’atteggia, motteggia, adesca. È il nipote discolo in mezzo a uno stuolo di zie rincoglionite. “Vi ricordate lo scioglipancia? Le piantine che in una settimana perdi tre chili… quelle erano truffe, chi oggi vi dice il reddito a tutti… bisogna dare lavoro, non elemosina! Io mi scaldo su questi temi”. Si mette la mano sul cuore; al pubblico dei ricoverati, delle casalinghe e dei pensionati predica “la sana politica dei piccoli passi” per “chi non arriva alla fine del mese”, mai filato di striscio durante i tre anni al governo, rivendica gli 80 euro qui per la prima volta promessi, ne promette altri a categorie a caso. “Lasciamelo dire, Barbara”, che peraltro gli lascia dire tutto, “non ho niente contro chi è ricco” (in effetti ci era sembrato) “noi vogliamo dare l’assegno universale per ogni figlio” e, mi voglio rovinare, “abbiamo messo la regola per cui ciascun lavoro deve avere un salario minimo”.

Cerca la telecamera: “Quella signora che ci sta guardando da casa e ha il nipote che porta le pizze in motorino: sapete quanto prendono adesso? Cinque euro l’ora. Noi gliene diamo nove lordi”. Applausi.A qualcuno luccicano gli occhi. Chissà che non ci scappi pure un materasso e un cuscino in memory. Le luci antirughe dello studio sono talmente forti che i tratti del viso gli spariscono in un budino alla vaniglia. “Barbara, parliamo di cose serie”, dice a dispetto del testo e del contesto, “basta con queste fake news: non ho cugine che si occupano di sacchetti di plastica”, e in verità non di cugina trattavasi ma di imprenditrice monopolista del ramo, guest star alla Leopolda.

Gaglioffo, domestico, la “c” e la “t” aspiratissime, le doppie dantesche (“Comeffarlo?”), fa le vocine e le vocione: parla all’Italia della domenica pomeriggio, del tinello che sa di aglio, del sugo sul fuoco, del canarino nel bicchiere della Nutella. L’Italia nostalgica di Pippo Baudo e dopata da Pomeriggio5, che ha creduto a B. e in cuor suo rimpiange il Duce. “Abbiamo portato a Napoli quelli della Apple… quelli che fanno l’iPhone… avete l’iPhone?”. È pronto a rinnegare il passato futurista per un futuro passatista, certo in alleanza col padrone di casa, l’altro “argine contro i populisti”.

Mentre i polli da batteria stanno ancora twittando le frasette del leaderino con hashtag obbligatorio (#scegliPd), la ministra Madia viene incautamente catapultata da Giletti su La7.

Che dire. Madia, i cui meriti precipui consistono nell’aver fatto una riforma della Pubblica amministrazione bocciata dalla Consulta e nell’esser “botticelliana” (La Stampa), inizia ogni risposta con un “Mah, guardi” e imposta tutta l’intervista su due concetti: “conciliare” e “valorizzare”.

Il suo eloquio contiene una sostanza progressivamente paralizzante, come il veleno dei black mamba: a te sembra di ascoltarla, in realtà stai lentamente perdendo i sensi. Giletti, che non a caso subito dopo viene colto da malore (a lui i nostri auguri), le chiede delle liste: “Mah, guardi”, fa lei, si è trattato di “conciliare rinnovamento con valorizzazione delle esperienze”, e chissà se la sua ricandidatura è da ascrivere al rinnovamento (dopo 4 anni al governo) o all’esperienza. “Io mi candido a Roma”, annuncia, sempre per la cosa della “valorizzazione del territorio”, ma omette di dire che il Kim Jong-un del Valdarno ha provveduto a piazzarla anche nel listino bloccato del proporzionale in Liguria, Lazio, Marche e Calabria Sud (nella composizione delle liste ha usato le donne come gli aerei di Mussolini, ripetendo gli stessi nomi più volte per far scattare il 40% di quote rosa). Dev’esser così che Madia ha stregato Letta, ma non Renzi. Il quale, per la sua nota qualità di non provare emozioni vere, ha capito che questa proprietà soporifera della Madia poteva essere usata per fregare sia gli elettori maschi stanchi delle maîtresse berlusconiane ma sensibili alle ragazze pon-pon finte competenti, sia le elettrici femmine, convinte di votare finalmente un partito che valorizza le donne.

Mail box

 

Contro le fake news propongo la candidatura a punti

Per la campagna elettorale la soluzione ideale sarebbe la candidatura a punti, estendendo alla politica il sistema a punti delle patenti. Se si eccede con le sparate salta la candidatura. Chissà che con un deterrente simile i politici ci penseranno due volte prima di prodigarsi con certe uscite.

Wilma Laclava

 

DIRITTO DI REPLICA

Scrivo in nome e per conto del dott. Davide Serra, per contestare i riferimenti alla sua persona contenuti nell’articolo sul Fatto del 20 gennaio 2018: “I padroni ingrati che adesso scaricano Renzi”. L’articolo -a firma di Daniela Ranieri -contiene alcuni riferimenti falsi e gravemente diffamatori della persona di Davide Serra e di Algebris Investments. Nell’articolo, dopo una serie di considerazioni su persone considerate dall’autore dell’articolo “vicine” all ex premier Matteo Renzi, si legge: “Noi eviteremmo di entrare in questi conti della serva e vendette tra privilegiati, anche se è uno spasso vederli rinfacciarsi i soldi e i favori a vicenda. Senonchè sotto il regno di Renzi i loco comodi costoro li hanno fatti a spese della povera gente e delle Istituzioni e vale la pena darne conto. Stando ai fatti, De Benedetti dice al telefono a quello che gli piazza i soldi in Borsa che Renzi gli ha riferito che sta per fare un decreto sulle banche popolari. Il broker fa la supuntatina e Cdb guadagna 600 mila euro in un giorno. Dell’epoca si ricorda anche l’improvviso arricchimento di Davide Serra, ad del fondo Algebris, grazie alle popolari che si lì a poche ore sarebbero diventate Spa ad opera del ‘fratellone’ Matteo. Ovviamente è un caso che Serra, che paga le tasse a Londra e molto s’impegnò affinché votassimo la Costituzione gigliata, sia anche tra i più generosi finanziatori della renziana Fondazione Open (già Big Bang)”. Dalla lettura dell’articolo sembrerebbe, dunque, che Davide Serra o Algebris Investments, proprio grazie ai rapporti con l’ex premier Renzi, abbiano acquistato azioni delle banche popolari a ridosso del decreto, ottenendo un “improvviso arricchimento”. Inoltre, i riferimenti alla persona di Davide Serra e ad Algebris Investments in un articolo nel quale vengono formulati giudizi in merito a presunte condotte illecite o quantomeno discutibili (si veda, ad esempio, la frase: “i loro comodi costoro li hanno fatti a spese della povera gente e delle Istituzioni” collocata solo poche righe prima dei riferimenti a Davide Serra) producono il solo, voluto, effetto di accostare il mio assistito a vicende alle quali è del tutto estraneo. La realtà, tuttavia, è ben diversa. Come facilmente riscontrabile da numerosi comunicati stampa e rettifiche pubblicate su altri quotidiani, infatti, né Davide Serra né Algebris Investments hanno mai acquistato azioni delle Banche Popolari a ridosso del decreto del governo Renzi. Quanto contenuto nell’articolo, non corrisponde al vero e, oltre ad ingannare i lettori fornendo loro un’informazione errata, lede gravemente la posizione del mio assistito.

avv. Alessandro Pistochini

Non noi abbiamo sospettato Davide Serra di aver tratto vantaggio dal decreto legge che stabiliva l’obbligo per le banche popolari con un attivo superiore a 8 miliardi di euro di trasformarsi in società per azioni, ma la Consob presieduta da Giuseppe Vegas, che ha sollevato davanti alla Camera dubbi sull’attività di Serra e l’ha convocato per riferirne. Serra ha ammesso di aver investito nelle Popolari ma “da marzo 2014”, quindi, come ora fa notare sollecitamente l’avvocato, non “a ridosso del decreto”.

Daniela Ranieri

 

Con sconcerto leggo sul Fatto Quotidiano di domenica 28 gennaio, articolo di Wanda Marra, una ricostruzione del tutto fantasiosa di un mio colloquio con Andrea Orlando, nelle ore di formazione delle liste elettorali del Pd. Nell’articolo mi si attribuiscono espressioni – “Vattene via tu e quei quattro amici tuoi! Vattene” – mai da me pronunciate, come possono confermare lo stesso Andrea Orlando e Antonio Misiani e Giulio Calvisi presenti all’incontro. Al contrario si è trattato di un colloquio assolutamente pacato nel quale abbiamo cercato di individuare soluzioni che potessero essere condivise. Aggiungo che non pronuncerei mai espressioni come quelle attribuitemi verso Andrea Orlando, con cui c’è un rapporto di stima e di lealtà che dura da oltre trent’anni, da quando Andrea era un giovane dirigente del Pci di La Spezia e io il responsabile nazionale dell’organizzazione del partito. Collaborazione che continuò quando, divenuto io segretario nazionale dei Ds, chiamai Andrea al mio fianco per dirigere l’importante settore degli Enti Locali.

Piero Fassino

Prendo atto della ricostruzione dell’onorevole Fassino. Ma confermo il racconto di persone che hanno sentito quelle urla fuori dalla porta. L’onorevole Fassino poi smentisce i toni, ma non la sostanza. Ovvero, per esempio, che avrebbe favorito l’inserimento in lista di Cesare Damiano, altrimenti escluso, come da me riportato. E poi, se fosse davvero stato tutto così cordiale e piano, perché Orlando non sapeva neanche dove era stato candidato fino alle 4 del mattino? E perché sono tre giorni che fa dichiarazioni tutt’altro che amichevoli?

Wa. Ma.

Cultura. Un popolo con troppi ignoranti ha comunque respinto la riforma Boschi

Gentile Silvia Truzzi, nel suo articolo ‘perché la cultura non conviene’ (23 gennaio), ci ha fatto sapere che siamo così ignoranti da non capirne il pericolo. Sull’argomento aveva già scritto in agosto. La sue parole (come quelle di altri suoi colleghi) non mi convincono. Ancorché fondate su numeri e pareri autorevoli, mi sembrano osservazioni un po’ schematiche. La cultura di cui parla è una condizione soggettiva complessa; un popolo ragionevolmente colto poi, è un progetto politico di grande respiro e di lunghissimo periodo. Vero, cultura è la capacità di leggere ‘quanto succede intorno’, che tuttavia rimane sempre un gioco di specchi, da capire e decifrare. Così, cercando di ragionare per ‘sfumature e distinguo’, mi chiedo se sia davvero un male che gli italiani non leggano libri e articolino linguaggi poveri ma essenziali.

A volte ho la strana sensazione che potrebbe essere vero il contrario. Il No ha vinto con il 60 per cento, contro tutta la potenza mediatica di regime e con alta partecipazione. Non mi sembra un brutto risultato per un popolo ignorante. Constatare poi che la stragrande maggioranza degli acculturati (senz’altro lettori di Veltroni e Vespa e di altri illustri saggisti e scrittori) ha votato Sì, rafforza quella sensazione. Sarebbe meraviglioso avere alla portata di tutti gli strumenti necessari per sviluppare ed esercitare il pensiero critico. L’unico modo finora conosciuto è un serio e rigoroso sistema educativo pubblico (che non vuol dire di massa). Un progetto politico appunto di grande respiro e lunghissimo periodo, per il quale tuttavia rileva non la mediocrità o meno della classe dirigente ma il paradigma che la guida e la governa.

Negli anni 50, la pubblica istruzione era vangelo; la privata un disonorevole ripiego per ricchi un po’ lenti.

Roberto,è un peccato che esigenze di spazio ci abbiano costretto a tagliare la sua lettera, piena di spunti di riflessione. Rispetto alla lettura può darsi che io sia di parte, perché amo leggere. Tuttavia non mi convince il suo dubbio (sarà davvero un male che gli italiani non leggano libri) e non certo per un’idea elitaria. Ma perché è attraverso la lettura di giornali e libri che possiamo informarci e formarci. Le difficoltà che secondo l’Ocse (qui non le ricordo, ne avevo dato conto in dettaglio in agosto) moltissimi italiani riscontrano nella comprensione di un testo sono un dato allarmante di per sé. Quanto alla scuola non si può che ri-partire da lì. Ricordando anche la lezione di Don Milani.