Emergenza smog sempre più cronica in Italia: aria irrespirabile nelle grandi città nel 2017 . A fotografare la situazione è “Mal’aria 2018 – L’Europa chiama, l’Italia risponde?”, il rapporto sull’inquinamento atmosferico nelle città italiane che Legambiente ha presentato ieri alla vigilia del vertice di Bruxelles sulla qualità dell’aria, rivolto agli otto Paesi in procedura di infrazione, tra cui c’è anche l’Italia. Nel 2017, in 39 capoluoghi di provincia italiani è stato superato, almeno in una stazione ufficiale di monitoraggio di tipo urbano, il limite annuale di 35 giorni per le polveri sottili con una media giornaliera superiore a 50 microgrammi/metro cubo. Alle prime posizioni ci sono città del Nord. Cinque hanno oltrepassato la soglia di 100 giorni: Torino guida la classifica (112 giorni). Sono le città dell’area padana a riempire la classifica con l’aggiunta di Frosinone e Terni. “Numeri – avverte Legambiente – che si traducono in problemi di salute, costi per il sistema sanitario e impatti rilevanti sugli ecosistemi: le morti premature attribuibili all’inquinamento nel nostro Paese sono oltre 60mila l’anno, come riportato dall’Agenzia Ambientale europea (Eea). I costi si stimano fra i 47 e i 142 miliardi di euro”.
Ex manager, prof e lobbisti: la rete dell’Eugt
“Un’associazione lobbistica dalla facciata scientifica”. Ecco cos’era l’Eugt secondo il quotidiano Süddeutsche Zeitung, il giornale che, assieme alla Stuttgarter Zeitung, ha rivelato i test sulle persone. L’ente, sciolto nel 2017, era stato costituito dai gruppi Bmw, Daimler e Volkswagen assieme a Bosch, colosso planetario della fornitura (73 miliardi di volumi nel 2016) che nel 2013 aveva abbandonato il sodalizio. Nel 2016 i tre gruppi automobilistici tedeschi vantavano quasi 470 miliardi di giro d’affari. E per il 2017 hanno tutti già anticipato nuovi record di vendita: Volkswagen Group oltre 10,7 milioni di veicoli, Bmw più di 2,463 milioni (settimo primato consecutivo) e Daimler di nuovo oltre i 3 milioni (quinto record di fila). I contestati test sugli animali sono stati eseguiti nel Nuovo Messico dal Lovelace Respiratory Research Institute (Lrri) per conto dell’organizzazione tedesca. Stando agli incartamenti in mano alle autorità americane citate dalla Süddeutsche Zeitung, fino allo scorso anno Volkswagen avrebbe tenuto in sospeso un pagamento di 75.000 dollari alla Lrri, proprio per i test in questione.
I primati, “calmati” con una serie di video, sarebbero prima stati esposti ai gas di scarico di un pick-up del 1999 e poi a quelli di una Beetle del 2012. Il test avrebbe dovuto dimostrare la sostenibilità della più moderna tecnologia dei motori diesel. A condurre al laboratorio la Beetle, il nuovo Maggiolino, sarebbe stato James Liang, l’ingegnere di origini indonesiane noto per essere il primo condannato del dieselgate: 40 mesi di prigione, malgrado la sua preziosa collaborazione con le autorità Usa. Nella relazione sulle attività dell’Eugt tra 2012 e 2015 – in possesso del Fatto – i test sugli animali sono citati. Tutti sapevano tutto.
Soprattutto perché a pagina 6 del documento ci sono i nomi e le foto dei membri del Cda, con i loro “riferimenti”. Bmw era rappresentata da Frank Hansen, ex manager che per la casa bavarese si occupava del Centro di competenza per la mobilità urbana, Daimler da Udo Hartmann, responsabile della protezione ambientale del gruppo, e Volkswagen da Hans-Georg Kusznir. Fra i manager c’era anche Max Conrady, designato dalla società di gestione del più grande aeroporto della Germania, la Fraport, che si è assicurata il controllo di 14 scali della Grecia con 1,23 miliardi di euro. Il responsabile operativo era Michael F. Spallek, già medico del lavoro della divisione Veicoli Commerciali di Volkswagen per oltre dieci anni. Del comitato scientifico facevano parte professori e studiosi guidati dal professor Helmut Greim della Tu München, cioè il politecnico della Baviera.
La convinzione del governo tedesco, espressa anche dal ministro dell’agricoltura Christian Schmidt, è che l’istituto si occupasse di test finalizzati “unicamente alle pubbliche relazioni”. A quanto pare se n’è accorto solo in questi giorni mentre già da tempo Axel Friedrich, tra i fondatori dell’International Council on Clean Transportation, l’istituto che ha svelato il dieselgate, sostiene che il mandato dell’organismo era quello di “minimizzare i problemi delle emissioni diesel”. Ufficialmente doveva infatti esaminare le ripercussioni del traffico sulle persone e sull’ambiente. “Sappiamo da tempo – ricordava invece Friedrich – che il particolato è altamente pericoloso per il sistema cardiaco. Sappiamo anche che gli ossidi di azoto incidono in modo significativo su asma e allergie. Eppure si continua a sostenere che non sarebbe documentato”. A ottobre del 2015 il Times aveva rivelato che l’Eugt ha prodotto studi finanziati dai costruttori per negare che i fumi delle auto diesel causino problemi di salute. Da ieri la politica tedesca finge di non averne mai saputo nulla.
“Le cavie umane e le scimmie per testare le emissioni auto”
Dieci macachi e 25 persone consenzienti e in salute sottoposti a esposizioni di ossidi di azoto (NOx) di varia intensità indignano la politica tedesca più del dieselgate (11 milioni di automobilisti coinvolti a livello planetario) e più della presunta cupola tedesca dell’auto (possibili accordi sottobanco per una stima attorno ai 100 milioni di veicoli).
I test sulle scimmie e sugli esseri umani condotti dall’Eugt, l’Associazione di ricerca per l’ambiente e la salute nel settore dei trasporti (Europäische Forschungsvereinigung für Umwelt und Gesundheit im Transportsektor), nel frattempo chiusa, hanno riportato i gruppi tedeschi Bmw (scagionato da ogni accusa per il dieselgate), Daimler (sotto inchiesta per il dieselgate) e Volkswagen nell’occhio del ciclone. Tanto che è intervenuto addirittura il portavoce del governo presieduto da Angela Merkel, Steffen Seibert: “I test sugli animali e sulle persone non trovano alcuna giustificazione sul piano etico”, ha dichiarato indignato. L’Università di Aquisgrana (in Nord Reno-Westfalia), dove si sono svolti i test, ha precisato che la relativa commissione li aveva autorizzati. La procedura, ha aggiunto Seibert, “fa emergere molte domande critiche da rivolgere ai responsabili di tali test”. La politica fa la voce grossa, dopo che sul dieselgate era stata accusata di aver tenuto un profilo troppo basso: l’Europa ha avviato una procedura di infrazione a carico della Germania. E oggi a Bruxelles la ministra dell’Ambiente, Barbara Hendricks, è stata convocata assieme ai colleghi di Italia, Francia, Spagna e Regno Unito dal commissario europeo, il maltese Karmenu Vella, per spiegare la strategia per il miglioramento della qualità dell’aria.
Per Seibert, i costruttori hanno dei limiti sulle emissioni da rispettare, mentre gli effetti nocivi delle NOx sono già stati dimostrati. Ma nel 2013 era stata proprio la Germania a rallentare il meccanismo sulla riduzione delle emissioni. Stephan Weil, governatore socialdemocratico della Bassa Sassonia, il land azionista del gruppo Volkswagen e con diritto di veto, ha parlato di test “disgustosi”. Gli stessi costruttori hanno preso le distanze dall’operato dell’istituto che Volkswagen Group, Daimler e Bmw avevano fondato nel 2007 assieme a Bosch, che aveva poi lasciato l’organismo, le cui attività sono cessate a fine 2016.
Le ricerche incriminate sono concentrate fra il 2012 e il 2015. Nello Stato americano del Nuovo Messico erano state impiegate come cavie dieci scimmie, in Germania 25 persone sane avevano accettato di partecipare ai test. I soggetti consenzienti venivano esposti per tre ore, per quattro settimane di seguito, a esalazioni di NOx di diversa intensità. Le analisi su oltre 100 parametri eseguite presso una clinica universitaria di Aquisgrana non avevano accertato peggioramenti nello stato di salute. L’ateneo di Aquisgrana ha negato collegamenti con il dieselgate e ha spiegato che quelli sulle persone erano test per verificare le condizioni di sicurezza sul lavoro nell’industria dell’auto. Lo stesso politecnico universitario ha escluso categoricamente danni alla salute delle persone che anno preso parte ai test. L’esposizione doveva chiarire quanto una persona potesse “sopportare” per 40 anni, per 8 ore di lavoro al giorno per 40 ore la settimana senza ammalarsi.
Per gli esperimenti sulle scimmie, il gruppo Volkswagen si era già scusato, ma con il presidente del consiglio di Sorveglianza Hans Dieter Pötsch ha assicurato che si impegnerà affinché venga aperta un’indagine sui test, anche per chiamare i responsabili a rispondere del proprio operato. Daimler ha fatto sapere di dissociarsi dagli studi, di essere “sconvolta dalla natura e dalla portata degli studi e dall’attuazione” dei test, condannati “nel modo più assoluto”. Anche Bmw ha preso le distanze dalla ricerca e si era già dichiarata estranea ai test sulle scimmie.
Ema, Amsterdam “sede non ottimale” e Milano ci (ri) prova
Ad Amsterdam,per l’agenzia europea del farmaco non è ancora pronto nulla: l’edificio ancora non c’è e il trasferimento di tutto il personale e le attività da Londra è destinato a subire ritardi e costi supplementari. L’allarme arriva direttamente dal direttore esecutivo dell’Ema, Guido Rasi, e riapre la polemica: il governo italiano si dice pronto al ricorso, e la presidente della Camera Laura Boldrini, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni e il sindaco Beppe Sala tornano a proporre Milano. Fonti di Palazzo Chigi hanno fatto sapere che il governo intraprenderà ogni opportuna iniziativa presso la commissione europea. L’Ema dovrà essere operativa ad Amsterdam dal primo giorno della Brexit, cioè il 30 marzo 2019, ma “il palazzo finale non sarà pronto per allora e quindi dovremo andare in una sede temporanea nella città”, spiega Rasi. Nelle ultime settimane Rasi ha discusso con le autorità olandesi del palazzo temporaneo, bocciando le proposte iniziali. Gli olandesi hanno quindi dovuto cercare un’altra soluzione.
Whirlpool non retrocede: licenziati in 500
Si fanno più vicini i 500 licenziamenti alla Embraco di Riva di Chieri (Torino). Ieri la multinazionale dei compressori per frigoriferi, controllata dal gruppo Whirlpool, ha incontrato i sindacati nella sede regionale dell’Unione industriale, ma solo per confermare la volontà di spegnere lo stabilimento piemontese e lasciare l’Italia. In teoria ci sarebbero altri 55 giorni disponibili per trovare una soluzione, ma i rappresentanti dei lavoratori hanno poca fiducia.
Oggi a Chieri sono impiegati in 535, ma con questa procedura saranno 497 ad andare a casa. Ultimo atto di uno smembramento posto in essere negli ultimi dieci anni dalla società brasiliana, che vent’anni fa era arrivata ad avere 2 mila dipendenti italiani. L’intenzione, ora, è puntare sulle sedi presenti in Slovacchia, naturalmente risparmiando sul costo della manodopera. Non c’è alcuna volontà di tentare un rilancio della fabbrica italiana, nemmeno attraverso un piano che preveda l’utilizzo temporaneo di ammortizzatori sociali. Va ricordato, tra l’altro, che in Piemonte sono già attivi i contratti di solidarietà difensiva: significa che i lavoratori stanno cedendo quote di stipendio a fronte di una riduzione dei turni. Sacrifici che però non sono serviti a porre le basi per una ripartenza; anzi, hanno semplicemente permesso all’azienda di risparmiare prima della chiusura.
Con le nuove norme del Jobs Act, gli ammortizzatori sociali possono essere prorogati al massimo fino a settembre. La scorsa settimana, il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha indicato ai vertici dell’Embraco i requisiti per ottenere altri nove mesi di cassa integrazione. Ci sono solo due possibilità di salvataggio: o l’azienda ritira i licenziamenti e mette a punto un piano di rilancio – ma questo non succederà – oppure si cerca un’altra impresa disposta a rilevare lo stabilimento con un progetto di re-industrializzazione. La Embraco sta cercando di percorrere la seconda strada e per questo ha dato incarico a una società di consulenza, la Ranstad Hr Solutions, di valutare eventuali manifestazioni d’interesse. Una strada complicata. A Riva di Chieri i lavoratori hanno competenze che potrebbero stimolare nuovi investitori, e – secondo quanto riferito dalla multinazionale – più di un soggetto avrebbe sondato il campo, ma la fabbrica produce prevalentemente per la Whirlpool, casa madre del gruppo, e questa importante quota di mercato ora sarà servita attraverso lo stabilimento slovacco. Insomma, chi dovesse subentrare in Piemonte dovrebbe comunque cercare nuovi acquirenti.
Anche per questo Cgil e Uil si appellano direttamente alla Whirlpool. “Se al prossimo incontro non viene di sua spontanea volontà – spiega Federico Bellono della Fiom – il governo deve convocarla. Noi non escludiamo di organizzare una manifestazione presso la sede di Whirlpool Italia”. La prossima tappa è un vertice al ministero dello Sviluppo l’8 febbraio. “L’atteggiamento di Embraco è irresponsabile, inaccettabile e contrario agli impegni assunti, a cui mi aspetto tenga fede”, ha spiegato il ministro Carlo Calenda.
Petroli: un decreto di Renzi ha trivellato i poteri delle Regioni
Un decreto arrivato sei mesi dopo il referendum sulle trivelle che, con un colpo di mano e nel silenzio, ha annullato le “forti intese” tra Regioni e governo necessarie per prendere decisioni su opere importanti e fondamentali, dalle estrazioni petrolifere alla gestione delle raffinerie come quella di Taranto.
Grazie a una modifica introdotta dal governo Renzi, gli enti locali possono essere sostituiti in qualsiasi momento e su qualsiasi tema dall’esecutivo. Strategico o meno, che siano d’accordo o meno. Come è successo in dicembre: il Consiglio dei ministri, su proposta del premier Gentiloni, ha dato il via libera al procedimento sulla richiesta dell’Eni di adeguamento delle strutture di logistica della raffineria di Taranto “in considerazione della grande rilevanza strategica dell’opera per le politiche energetiche nazionali”. Una autorizzazione concessa “mediante il superamento della mancata intesa con la Regione Puglia”. In pratica, nonostante il diniego del governatore Michele Emiliano, Total potrà proseguire con il progetto che prevede di stoccare nella raffineria Eni di Taranto il greggio estratto a Tempa Rossa, in Basilicata. Gentiloni ha deliberato a Roma, da solo, senza la presenza (né l’accordo) del governatore della Puglia. Eppure, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, nei mesi scorsi aveva assicurato che ci sarebbero state trattative e che si stava lavorando per raggiungere un’intesa con la Regione.
Una delle leggi a cui fa riferimento il comunicato (la 241 del 1990) e che riguarda la Conferenza dei Servizi prevede infatti la necessità di un’intesa forte con le Regioni, ovvero un lungo iter fatto di discussioni, confronti, proposte, tavoli e incontri, per le decisioni su cui gli enti locali hanno voce in capitolo. Prevede almeno 30 giorni tra le varie discussioni e, infine, la presenza delle Regioni nel momento della deliberazioni. Proprio sulla base di questo principio, nel 2016, cinque dei sei quesiti che le regioni No Triv volevano sottoporre a referendum erano stati dichiarati inammissibili dalla Consulta: nella legge di Stabilità erano state accolte le richieste delle Regioni attraverso una serie di emendamenti che rimandavano proprio alla legge 241 del 1990 e, quindi, alla forte intesa con le Regioni. La Consulta decretò che con il maxi-emendamento fossero state soddisfatte le richieste e il referendum si tenne sul solo quesito che fu ritenuto non soddisfatto.
Il problemaè che quella legge, soli sei mesi dopo il referendum sulle Trivelle, è stata modificata e completamente svuotata con un decreto che attuava una delega del Parlamento (del 2015): il governo era stato incaricato di rivedere la disciplina della Conferenza dei Servizi, con l’obiettivo di rendere tutto più veloce e scorrevole. E invece ne ha approfittato per ridurre la forte intesa con e Regioni alla stregua di un mero parere che può anche essere ignorato. “In pratica – spiega Enzo Di Salvatore, il costituzionalista che ha elaborato i quesiti per il referendum sulle Trivelle – il governo dopo il referendum ha cambiato il contenuto dell’articolo.
Quanto è stato accolto dalla legge di Stabilità al tempo rimanda alla norma 241, ma quella norma è stata svuotata di senso. L’accordo con le Regioni No Triv è stato tradito”. E la questione non riguarda solo le trivelle. “Si è creata una situazione in cui le Regioni, ogni volta che sono chiamate in causa su materie di loro competenza, possono contare solo su un’intesa molto indebolita. Non c’è più una trattativa: diventa un mero parere. Non solo si vanifica il risultato che si era ottenuto per evitare il referendum, ma mortifica tutte le regioni e per tutte le materie”.
Decisioni di governo che diventano sempre più intoccabili. L’ultimo colpo è arrivato con il Codice degli appalti che se da un lato ha introdotto nuove regole sul dibattito pubblico (quattro mesi di tempo a tutte le parti interessate da un grande progetto per dire la loro e chiedere modifiche) dall’altro ha deciso che non sia previsto per le opere energetiche. La riforma dovrà essere applicata con un decreto del presidente del Consiglio dei ministri che al momento è all’analisi del Consiglio di Stato e su cui dovrà esprimersi la commissione Ambiente. “Aspettiamo il parere del Consiglio di Stato che dovrebbe arrivare il 7 febbraio – spiega il deputato Pd Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente alla Camera – poi convocherò la commissione per il parere sul decreto”. L’idea è far reinserire anche le opere energetiche tra i temi su cui avviare il dibattito pubblico.
Grandi: “L’avevamo detto: nelle liste conta solo la fedeltà”
La raccolta firme comincerà nei prossimi giorni: servirà a presentare una nuova legge elettorale, questa volta di iniziativa popolare. È urgente, perché il Rosatellum, ancor prima di essere messo alla prova, sta mostrando i limiti e le storture che da subito erano state denunciate. Alfiero Grandi – presidente del Coordinamento Democrazia Costituzionale e animatore della campagna per il No al referendum del 4 dicembre 2016 – analizza la composizione delle liste come se fosse un film già visto: “È evidente che i capi dei partiti hanno scelto di avere ai loro ordini pattuglie di fedelissimi – dichiara Grandi –. Questo era chiaro fin dall’approvazione della legge elettorale, avvenuta con ben 8 voti di fiducia, sulla base di un accordo raggiunto tra Pd, Forza Italia, Lega e gruppo di Verdini, con la comune volontà di compiere le scelte future senza il timore di incontrare resistenze”. Insiste Grandi: “La fedeltà ha sostituito la competenza, la serietà e qualunque altra caratteristica positiva che dovrebbe caratterizzare un parlamentare, compresa l’autonomia di decisione finale: stiamo assistendo a un cambiamento che avrà conseguenze gravi e misurabili nel rapporto tra cittadini e politici”.
Candidata in FI Flora Beneduce, è indagata con Luigi Cesaro
Mi hanno dato questa busta… c’erano duemila euro dentro… me li sono presi… diciamo mi sono fatto duemila cazzi dei miei che sai… (…) alla fine… io… se scendo in campo… senza presunzione i due, trecento voti li teniamo sempre…”. Il brano di intercettazione che inguaia Flora Beneduce, candidata in Forza Italia in un collegio uninominale del Senato in provincia di Napoli, è nell’inchiesta per voto di scambio che la vede indagata insieme al deputato azzurro Luigi Cesaro (capolista al Senato nel plurinominale).
Risale al 27 maggio 2015 ed a parlare è un grande elettore della signora. Mancano quattro giorni alle regionali in Campania. Una videocamera installata in un ufficio a Marano dai carabinieri del Ros di Napoli riprende Armando S. che parla di voti e soldi con Antonio Di Guida, imprenditore socio e amico della famiglia Cesaro. A. S. dice che quella busta l’ha presa dal nipote di Beneduce, che era in ticket con Armando Cesaro (il figlio di Luigi). Anche Beneduce, come Cesaro jr fu eletta. Intanto fa discutere una circostanza del processo di Napoli Nord, che vede i fratelli di Giggino ’a Purpetta, Aniello e Raffaele Cesaro, imputati ed in carcere per concorso esterno in associazione camorristica. Il collegio è presieduto dal giudice Giuseppe Cioffi. Il magistrato si è fatto fotografare a margine di alcune iniziative di Forza Italia e secondo voci interne agli azzurri avrebbe ricevuto una proposta di candidatura, che avrebbe – correttamente – rifiutato. Il giudice, però, smentisce di aver avuto offerte in tal senso.
“Palermo capitale della cultura 2018 ma dimezzata: i soldi arrivano a maggio”
Nel teatro Politeama stracolmo Palermo applaude il premier Paolo Gentiloni e il ministro Dario Franceschini venuti a celebrare la città “capitale italiana della cultura 2018’’ ma, se va bene, sarà una capitale dimezzata: i fondi, infatti, arriveranno solo alla fine di maggio, e la programmazione sarà spalmata, gioco forza, sulla seconda metà dell’anno. Lo denuncia il regista Franco Maresco, autore di Belluscone, che per il governo usa un solo aggettivo: “Inadeguato’’.
Maresco, perché inadeguato?
Perché si sapeva da un anno e siamo arrivati impreparati. Siamo alla barzelletta.
Il presidente del Consiglio e il ministro della Cultura sono venuti a celebrare Palermo, me lei sostiene che hanno dimenticato il portafoglio. Perché?
Un mese fa abbiamo proposto un progetto per i 50 anni dal Sessantotto, una riflessione su questo mezzo secolo di cambiamenti sociali, polistrutturato attraverso le arti figurative, la politica, la musica: una sezione è dedicata ad incontri con scienziati, filosofi, teologi e utopia al tempo dell’intelligenza artificiale.
E dunque?
L’assessore alla Cultura Andrea Cusumano l’ha approvato ma ha messo, come si dice, le mani avanti: “Grande progetto, ma non posso prendere un impegno netto in quanto disporremo del denaro quando il ministero ce lo darà”. E cioè? gli ho chiesto. Non prima di maggio, è stata la risposta. Come si fa, nell’anno in cui si celebra Palermo come capitale di cultura, a non sapere in tempo su quali risorse puoi disporre? Così non abbiamo il tempo di contattare gli ospiti previsti. Avevamo pensato, tra gli altri, a Deaglio, Capanna e Guccini.
Le solite inefficienze burocratiche…
È un esempio di sciatteria e approssimazione del governo ma anche del valore che il Pd attribuisce, si fa per dire, alla cultura. Del resto, cosa aspettarci da una classe politica che se va bene si è formata tra la Ruota della fortuna e La sai l’ultima?. L’antropologia che si è venuta a formare è quella.
In questo caso c’è l’aggravante dello slogan pomposo…
La politica degli slogan non nasce oggi, ha caratterizzato la generazione attorno a Renzi, l’apripista è stato Walter Veltroni, dopo c’è stata una perdita progressiva di autorevolezza. Nulla a che fare con una sinistra di quaranta o cinquant’anni fa, forse più grigia, forse più ingessata, ma infinitamente più ricca di profondità e di diciamolo di serietà.
Solo colpa del governo?
Il sindaco Orlando non può che fare buon viso a cattivo gioco, prova a mettere insieme una serie di eventi e di mantenere le promesse poi deve fare i conti con una politica che non riesce a stare al passo con le attese. Una città dovrebbe essere “capitale della cultura” sempre e quando arriva l’anno tocca adempiere a questo ruolo. Con tempestività e serietà. Con i fondi in ritardo si potrà programmare solo per il secondo semestre e così saremo capitale solo per sei mesi. Anche il Comune è chiamato a fare la sua parte: se tu sei “capitale della cultura” la sala De Seta, l’unica sala cinematografica pubblica della città, deve funzionare come un orologio svizzero. E oggi, purtroppo, non è così.
Furia Crocetta: “Io mollato e il Pd ora sceglie i Navarra”
I renziani hanno tentato di imporlo come capolista riuscendo, alla fine, a piazzarlo nella lista dietro la Boschi e scatenando l’ira di Crocetta, escluso: “Renzi – ha detto l’ex governatore – ha preferito schierare il rettore Pietro Navarra, nipote del capomafia di Corleone. Quelli ormai sono i riferimenti del Pd”. Lui, il rettore, 50 anni, docente di Economia politica, ricorda che nel 1958, quando suo zio Michele venne assassinato dagli uomini di Luciano Liggio (con 124 proiettili di tre pistole automatiche, un mitragliatore Thompson e un mitra calibro 6.35), non era ancora neanche nato e minaccia querele nei confronti dei giornalisti. “Dopo le querele temerarie eccoci davanti a un altro spettro, quelle delle querele preventive”, replica l’Ordine dei giornalisti della Sicilia, che giudica “grave” l’affermazione del rettore-candidato.
Ma anche se il Pd ha spiegato la sua candidatura come una delle tre soluzioni “accademiche” sparse per la penisola (con i rettori di Urbino e Udine) quello di Pietro Navarra resta un cognome “epico” nella mafia siciliana, quello di u patri nostro, medico condotto di Corleone, dotato di una fortissima influenza criminale, di ottimi rapporti con gli alleati Usa venuti a liberare la Sicilia e con l’amministrazione regionale: dopo la guerra riuscì a mettere in piedi una società di autolinee utilizzando gli automezzi militari abbandonati dall’Amgot poi ceduta alla Regione che l’ha trasformata nell’attuale Ast.
Un cognome che incrocia la storia dell’Università di Messina passata ai raggi X dalla Commissione antimafia che nella relazione di minoranza del 2006 scrisse: “Pochi sanno che il dottor Michele Navarra, dopo la laurea in Medicina, frequentò la scuola di specializzazione all’Università di Messina, fino al conseguimento del relativo diploma. Difficile immaginare che in quegli anni Navarra non intesse rapporti che mantenne, poi, allorché divenne figura di prima grandezza dell’intera Cosa Nostra e una delle guide della stessa organizzazione criminale nella definizione delle strategie politiche”.
Considerazioni che la commissione ha riservato anche al fratello di don Michele, Salvatore, padre dell’attuale rettore: “Difficile anche immaginare che a quei rapporti non si appoggiò, dopo l’assassinio efferato del padrino corleonese, il fratello Salvatore Navarra – scrivono i commissari – trasferitosi stabilmente a Messina, dove divenne docente universitario e poi per decenni direttore sanitario del locale Policlinico universitario, prima di dedicarsi all’impegno politico al tempo della fondazione di Forza Italia, della quale nel 1994 divenne il primo coordinatore cittadino a Messina”.
Rapporti segno di potere e prestigio, in Sicilia, che hanno indotto per oltre 50 anni tre generazioni di corleonesi a inginocchiarsi davanti quel nome, Michele Navarra, inciso nella targa di metallo fissata con quattro viti su un banco della Chiesa Madre, fino a quando, raccogliendo una segnalazione del prefetto Antonella De Miro, l’arcivescovo di Monreale Michele Pennisi l’ha fatta rimuovere: “Quella targhetta era un simbolo di mafia, bisogna rimuovere quei simboli mafiosi che riportano a una religiosità fasulla”.
E se in Sicilia (e a Corleone in particolare) quando si scrive mafia si legge Cosa Nostra, nel caso di Navarra, sostiene il collaboratore di giustizia Franco Di Carlo con una precisazione storica, non è esattamente così: “Michele Navarra non è mai stato affiliato a Cosa Nostra. Il capo in quel periodo era Nino Governale, inteso funcidda, l’uomo che aveva scatenato la guerra interna alla famiglia di Corleone. Navarra – conclude Di Carlo – muore nel contesto di una guerra interna a due fazioni di Cosa Nostra per mano dei liggiani per indebolire Governali e sottrargli un importante punto di forza fatto di relazioni con la politica e gli altri colletti bianchi”.