Domani il dibattito sulla Costituzione di Libertà e Giustizia

“Sana, robusta e più viva che mai”. Libertà e Giustizia organizza un dibattito a Milano, nella sala Alessi di Palazzo Marino, la sede del Comune. L’incontro è domani pomeriggio a partire dalle 17. Modera Albarosa Raimondi, partecipano il presidente emerito di Anpi Carlo Smuraglia, il giornalista del Fatto Gianni Barbacetto, Vittorio Agnoletto, Gino Strada, la storica dell’arte Anna Torterolo, l’ex magistrato Gherardo Colombo e la docente Roberta De Monticelli. Ognuno degli interventi sarà dedicato a una parte della Costituzione o a un suo articolo specifico – dai “principi e valori”, all’art. 21 (“La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”), all’articolo 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”), all’articolo 11 (“L’Italia ripudia la guerra”). L’obiettivo, come da titolo, è ricordare l’ “Attualità della Costituzione Repubblicana” a settant’anni dall’entrata in vigore (il 22 dicembre 1947) e a poco più di un anno dal referendum che ne ha preservato l’integrità dal tentativo di riforma del governo Renzi.

La campagna delle promesse elettorali a cui nessuno crede

La campagna elettorale è iniziata. Da ieri sono ufficiali i nomi di tutti i candidati, ma i leader politici dei maggiori partiti hanno già iniziato da tempo a promettere agli italiani significativi cambiamenti. Fino alle precedenti elezioni politiche questa era una tecnica utilizzata solo da Berlusconi: “Un milione di posti di lavoro”, tanto per citare una delle promesse che hanno fatto storia, oppure il famoso “contratto con gli Italiani”. Nel frattempo la comunicazione politica si è “berlusconizzata” e per la serie “così fan tutti” i maggiori leader si sono adeguati a questa strategia. Da qualche mese c’è la corsa alla “promessa facile”, uscire fuori dal coro e proporre l’dea “boom”.

Alle prime promesse di Berlusconi con la flat tax, i suoi concorrenti non si sono tirati indietro. Ecco che in pochi giorni sono fioccate varie proposte da tutti: Renzi vorrebbe eliminare il canone Rai, il presidente del Senato Grasso ha proposto l’abolizione delle tasse universitarie. Questa è l’offerta politica al momento, ma gli elettori cosa ne pensano? Le promesse sono credibili e influenzano la formazione del consenso?

Prima di addentrarci nelle valutazioni dell’opinione pubblica, c’è da dire che in tema di marketing politico dai nostri studi spesso emerge una contraddizione tra gli stessi elettori. Cioè da una parte le promesse si bollano come fake, dall’altra inconsciamente si è anche disposti a credere che una soluzione estrema possa essere realizzata.

Il confine tra realtà e fantasia è labile, c’è un bisogno di credere alle promesse anche se razionalmente si pensa che siano bugie. Insomma voto di testa e voto di pancia coesistono nei processi di formazione del consenso. In questo periodo che ci accompagna alle elezioni del 4 marzo monitoreremo ogni settimana la credibilità delle promesse per valutare se e quanto le “proposte estreme” condizioneranno la scelta di votare o meno un partito.

Tra tutte le promesse testate la più credibile, al momento, è l’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, proposta da Salvini, che è definita realizzabile dal 42% degli italiani. Per tutte le altre ipotesi, invece, i livelli di credibilità sono molto bassi e comunque spesso inferiori rispetto al peso elettorale dei partiti che le propongono. Insomma neanche i propri elettori ci credono.

La differenza tra le percentuali di credibilità tra il primo e il secondo posto è notevole. Infatti la medaglia d’argento è della Flat Tax (centrodestra) ma solo con il 27%, cioè ben 15 punti in meno all’abolizione della legge Fornero. Al terzo posto, ma con il 20%, il bonus bebè proposto da Renzi. Al di là delle prime tre, le altre proposte sono ancora meno credibili.

Al quarto posto si colloca lo sgravio alle imprese, ma la percentuale scende addirittura al 12%, così anche in quinta posizione, ex aequo, il condono fiscale (centrodestra) e l’introduzione dei Dazi (Salvini) con il 10%. Chiudono la classifica, rispettivamente con appena il 5 e il 4% l’abolizione delle tasse universitarie (Grasso) e la rete web gratuita per tutti (M5S).

Insomma per adesso le proposte in campo non sembrano destinate ad aggregare consenso, piuttosto ad aumentare la distanza tra la politica e gli elettori. Se si passa al livello di credibilità dei leader le cose cambiamo. A conquistare il maggiore gradimento c’è un trio composto da Di Maio (29%), Bonino e Grasso (27%). È da notare che la fiducia a Di Maio corrisponde all’incirca alla percentuale di voto al M5S, mentre la leader radicale ed il presidente del Senato raccolgono un livello di credibilità più alto rispetto al voto dei rispettivi partiti. A seguire tutti gli altri con una particolarità: la classifica si chiude con un ex aequo tra Berlusconi e D’Alema.

In questo contesto politico sarà molto importante il voto dei giovani, o meglio di coloro i quali per la prima volta potranno recarsi alle urne per eleggere il nuovo Parlamento. Il consenso di questo particolare profilo elettorale si differenzia in maniera significativa rispetto ai dati di tutto l’elettorato italiano. Infatti il M5S raggiunge in questo target il 37% (+9% rispetto al totale della popolazione) e LeU il 10% (+4% sul totale della popolazione). Pertanto le prossime settimane di campagna elettorale saranno fatali in quanto potranno incidere significativamente sia sul livello di partecipazione sia sulla credibilità dei leader e delle loro promesse. Il “politico venditore” potrebbe aver fatto il suo tempo.

 

Il giallo in Forza Italia: sbianchettato il nome di Nunzia De Girolamo

Se n’è accortoieri mattina il deputato forzista Gregorio Fontana mentre dava un’ultima occhiata alle liste prima di avviarle alla consegna in corte d’appello: il nome di Nunzia De Girolamo non era più dove doveva essere in quelle campane di Forza Italia per il proporzionale. Secondo gli accordi, e nell’ultima versione di domenica notte, l’ex ministra era capolista – blindata – nel collegio Benevento-Avellino e seconda in altri della regione. Poi un’ignota manina ha fatto qualche cambiamento: De Girolamo è finita seconda a Benevento e assente negli altri collegi. In pratica, fuori dal Parlamento. La focosa Nunzia, saputo del trabocchetto, ha preso un aereo ed è arrivato ad Arcore incazzata come una biscia: alla fine le hanno trovato un posto da capolista a Bologna che dovrebbe consentirle l’elezione (non è detto però). Ora i vertici di Forza Italia faranno finta di cercare i responsabili, come successe (la finta s’intende) cinque anni fa, quando le liste per la Campania scomparirono su indicazione dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino, scontento – diciamo così – per non essere stato ricandidato.

 

Non c’è pace a Quarto: ora rischia lo scioglimento

Lontani i fasti delle passeggiate con Luigi Di Maio e Roberto Fico e dei riflettori accesi dalla prima giunta M5S in Campania, il sindaco di Quarto (Napoli) Rosa Capuozzo fatica a tenere insieme quel che resta della sua amministrazione. Ieri si sono dimessi sei consiglieri comunali, un settimo se ne era andato nei giorni scorsi, e in Prefettura si discute se ci siano o meno le condizioni per sciogliere il consiglio e mandare tutti a casa. Il sindaco mantiene in piedi un’amministrazione ormai ex Cinque Stelle, scomunicata da Beppe Grillo due anni fa dopo lo scandalo dei ricatti di un consigliere comunale pentastellato, collegato a un imprenditore delle pompe funebri in odore di camorra, su un presunto abuso edilizio del marito di Capuozzo.

Le intercettazioni e le chat interne del gruppo di maggioranza – acquisite nel corso di un’indagine condotta dal pm di Napoli Henry John Woodcock e dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, tutt’ora aperta – fecero emergere contraddizioni, debolezze e indecisioni del M5S e di un gruppo dirigente, Fico e Di Maio in primis, che non seppe prendere di petto la situazione e disinnescare la bomba prima che esplodesse. Il resto lo fece il circo mediatico. Che si piantò stabilmente a Quarto fino a spolparne l’osso. Nel corso dell’assedio, Grillo ordinò a Capuozzo di dimettersi per restituire credibilità al Movimento. Lei si rifiutò. Molti consiglieri eletti nel M5S invece obbedirono. Talmente tanti che non si è riuscito a sostituirli tutti, e da allora il consiglio sopravvive con soli 17 consiglieri sui 24 seggi assegnati. Ecco perché in Prefettura sono andati in tilt di fronte a un caso senza precedenti. Con le dimissioni di sette consiglieri, in questo momento l’assise è composta da dieci eletti. Meno della metà dei 24 di partenza, ma più della metà dei 17 attuali. Il Tuel impone lo scioglimento con le dimissioni della metà più uno dei consiglieri. Quale metà va calcolata? Uno dei sette, peraltro, non è surrogabile.

Finora Capuozzo era sopravvissuta grazie a un patto con la ex minoranza. Ovvero con il leader locale ex Forza Italia Gabriele Di Criscio – uno dei dimessi di ieri – e qualche piccolo caporione politico del posto. Negli ultimi due anni il primo cittadino ha accolto nelle sue giunte una candidata alle regionali 2015 del M5s e un ex iscritto al Pd, sì, quel Pd che voleva assolutamente mandarla a casa e che organizzò davanti al consiglio comunale un presidio capeggiato dall’europarlamentare Pina Picierno. Orfana dei partiti tradizionali – Forza Italia e Pd hanno preso le distanze – Capuozzo ha aderito a Dema, il movimento del sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Ieri ha fatto sapere che al momento non intende dimettersi, anche se non lo esclude. Attende news dalla Prefettura. I consiglieri dimissionari? “Sono dei vigliacchi, non mi faccio dettare gli aut aut da nessuno. Non l’ho fatto due anni fa, non lo farò ora”.

La resa di Verdini, triste e solitario: “Che ingrato Renzi”

L’ingratitudine è un sentimento e i sentimenti, si sa, non sono contemplati nel crudele cinismo della politica. Ma un uomo “infatuato e tradito” dopo quasi tre anni di amore seppur clandestino non può che sfogarsi che in questi termini: “Ho accumulato tantissima amarezza, Renzi è un ingrato, non doveva rifiutarci l’apparentamento, a maggior ragione dopo che gli avevo ribadito il mio ritiro. Più che per me, mi dispiace soprattutto per voi che mi avete seguito e avuto fiducia in me”.

È questo lo sfogo di Denis Verdini consegnato ad alcuni suoi colleghi parlamentari di Ala, il partitino parlamentare nato nell’estate del 2015 da una costola della destra berlusconiana (e non solo). Liberali e riformisti, ma con lo stigma dell’impresentabilità del loro leader Verdini: ben sette tra inchieste, processi e condanne per reati che vanno dalla corruzione e dalla bancarotta alla truffa. Toscano come Matteo Renzi, Verdini è stato dapprima l’ideologo del renzusconismo, indi dell’evoluzione del Pd in Partito della Nazione. Obiettivi inseguiti in questi anni di sostegno alla maggioranza e che di colpo sono spariti in una manciata di giorni.

Appena due settimane fa, a metà gennaio, quelli di Ala, nemmeno venti tra senatori e deputati, erano convinti di entrare con le loro liste nella coalizione di centrosinistra. Per farlo avevano finanche recuperato il glorioso simbolo dell’Edera repubblicana (il secondo partito più antico d’Italia, nato nel 1895) e cominciato la ricerca dei candidati sui fatidici territori. Poi lo stop. Al Nazareno, raccontano, l’alleanza coi verdiniani sarebbe costata almeno due punti percentuali, con o senza “Denis”. E con il Pd che continua a scendere nei sondaggi forse non era il caso di peggiorare le cose. Prosegue lo sfogo di Verdini riferito sempre da alcuni suoi colleghi: “Io con Matteo avevo un patto.

Quest’estate mi ha cercato Berlusconi, era agosto, e mi ha chiesto di organizzargli la quarta gamba di cento. Gli ho detto di no, Matteo mi aveva assicurato al cento per cento che saremmo andati nel centrosinistra”. Invece no, non è finita così. I verdiniani spiegano che per cavarsi dall’impaccio del voltafaccia, niente alleanza e niente liste nel plurinominale, il segretario del Pd avesse offerto solo due o tre posti nell’uninominale in Toscana per gli autoctoni di Ala di quella regione, Mazzoni o Faenzi o Parisi. A quel punto Verdini ha chiuso drasticamente. “E agli altri cosa gli dico?”.

Amarezza e ingratitudine. E provoca sorpresa il ritratto di Verdini – dalla fama di politico prosaico e pragmatico – come uomo “infatuato e tradito”. Innamorato di Renzi, ovviamente. Un rapporto fatto di telefonate e sms e coltivato quotidianamente con la frequentazione di Luca Lotti, la scatola nera del renzismo. Nulla da fare, alla fine.

Ieri, giorno di chiusura delle liste elettorali, Verdini se n’è stato a Firenze. Tornerà oggi a Roma, nel suo ufficio nella sede di Ala in via della Scrofa. E dire che un lustro fa, alla consegna delle liste per le Politiche del 2013, Denis Verdini trascorse una convulsa giornata, all’inseguimento sull’autostrada Roma-Napoli di Nicola Cosentino, fuggito con le liste forziste della Campania. Cosentino era stato escluso e Verdini era lo sherpa azzurro per conto di Berlusconi. Altri tempi, decisamente.

Tra i parlamentari di Ala nessuno si candiderà altrove. Il loro rammarico si riversa tutto nel controverso idillio tra i due toscani, “Denis” e “Matteo”. In ogni caso, il primo non si doveva fidare troppo del secondo.

Sostiene Lucio Barani, capogruppo al Senato: “Sono ritornato ad Aulla, il mio paese. Noi di Ala siamo stati la stella cometa che ha indicato la strada delle riforme. La storia ci riterrà protagonisti della XVII legislatura, nel bene e nel male. Da socialista e da craxiano sono fiero di avere abbattuto i comunisti carnefici di Bettino, grazie a noi il Pd si è spaccato e i carnefici sono andati via”. Renzi? Risposta: “Qui non siamo di fronte alla politica, ma a una patologia, lo dico da medico. Si è fatto esplodere da kamikaze, ammazzando anche quelli accanto a lui come noi. Non ci ha voluti perché non siamo servi sciocchi. Alla foce dell’Arno stanno già preparando le imbarcazioni per andarlo a prendere e buttarlo nel fiume dopo il 4 marzo. Finirà molto male per lui”. Vincenzo D’Anna, altro senatore di Ala, aveva intuito già da mesi la deriva renziana. Fu lui a parlare di un trattamento per i verdiniani da “amanti clandestini”. A ottobre si è dimesso dal Senato e oggi è presidente dell’ordine nazionale dei biologi: “Renzi pensa di essere De Gasperi ma è soltanto un bulletto di periferia. Non ha voluto fare il Partito della Nazione ed è diventato terzo su tre. Altro che Macron”.

La Votino furiosa, Ghedini l’ha tolta all’ultimo momento

Dentro Forza Italia, da lustri, le liste elettorali sono il “luogo” ideale per consumare vendette e ritorsioni all’ultimo minuto. Stavolta è capitato pure a Isabella Votino, la potente portavoce di Roberto Maroni, leghista anti-salviniano e governatore lombardo uscente. Chi ci ha parlato ieri l’ha descritta furiosa per l’esclusione dalle liste azzurre per le Politiche. Per come l’ha raccontata la stessa Votino agli amici le cose sarebbero andate così. Tutto risale a un paio di settimane fa quando Maroni annuncia di non volersi candidare alla guida della Lombardia e accusa di “stalinismo” il leader leghista Matteo Salvini. Votino viene contattata da Silvio Berlusconi, con cui ha un rapporto personale consolidato da anni, e l’ex Cavaliere le offre un posto sicuro in lista. Lei si consulta con Maroni e alla fine dice sì. C’è anche un risvolto politico non secondario: Votino parlamentare azzurra, in caso di larghe intese, dovrà fare da sponda alla Lega dialogante di Maroni contro Salvini. Nei giorni seguenti, Votino sente un paio di volte B. che la rassicura. L’altra notte il colpo di scena: a insaputa di Berlusconi, secondo la versione votiniana, Ghedini filosalviniano e custode delle liste, la depenna all’ultimo momento.

La società civile e la pesca dei naïf

Certo, l’ammiraglio già affondato fa storia a sé, rientra di diritto nel meglio che lo spassoso teatro della politica potesse offrire a noi spettatori. Come la sposa sull’altare, Rinaldo Veri, stratega militare già in forza alla Nato, si è ricordato di essere consigliere comunale nella sua Ortona per un partito diverso dai 5stelle un minuto dopo aver annunciato la sua candidatura al Parlamento con i 5stelle. Il fantastico dietrofront allunga la sfortunata casistica di quella che a Roma si chiama pischellaggine, forma mediana tra ingenuità e incapacità di cui Luigi Di Maio sembrerebbe portatore sano.

Bisogna pure annotare, tra le bizzarrie, che a Firenze, contrapposto a Renzi, viene schierato l’avvocato Nicola Cecchi, fino a un anno fa non solo del Pd ma sostenitore determinato e pubblico del Sì al referendum costituzionale renziano: “Sono stufo del no, del niet, del non si può fare”, scriveva il nostro.

Eppure i naïf a Cinquestelle hanno fatto un lavoro di scavo nella società civile più accurato dei loro competitori. E la partita tra dilettanti e professionisti, tra urlatori e competenti, sembra incredibilmente a favore dei primi.

Abituati a notevoli e ripetute considerazioni politiche sulle scie chimiche e altre fantasticherie, fa infatti un certo effetto sapere che nel collegio cilentano il Pd schieri Franco Alfieri, re delle fritture di pesce, e il Movimento la ventottenne Alessia D’Alessandro, economista, poliglotta (parla cinque lingue), ricercatrice all’ufficio studi della Cdu, il partito di Angela Merkel. Scelte oculate e ripetute in altre parti d’Italia: a Crotone, città di Pitagora, l’archeologa Margherita Corrado (nella foto); nelle aree terremotate la direttrice della rete museale dei Monti Sibillini. L’assemblaggio di soli e inutili vip, la cosiddetta vippitudine, si è parecchio rarefatta e lo star system è risultato allo stremo, chissà se per mancanza di star. La squadra grillina è oggi più organica e destinata, almeno nelle intenzioni, a dare una radice culturale – chissà se ideologica – al movimento. Il cardiochirurgo romano, la toga di grido, economisti di buon livello internazionale, qualche docente universitario, il rappresentante degli artigiani veneti, la ricercatrice del Cnr sulle malattie metaboliche, l’esperta di economia circolare, l’ecologista, la criminologa impegnata contro il femminicidio, il geomorfologo. Insomma una politicamente variegata quanto promettente pattuglia di persone in grado di illustrare una competenza e poterla poi mostrare. Ad essa Di Maio affianca una selezione più accurata (anche se frutto di un qualche dispotismo di troppo), della militanza interna: le new entry e le riconferme. Le 15 mila autocandidature per le cosiddette parlamentarie, un mare magnum di proposte annegate in un mare magnum di bocciature senza regole, sono servite a creare almeno l’acqua nella quale, sperabilmente per il movimento, i profili più accidentati sono stati risucchiati.

Ma certo il Pd di Matteo Renzi, la squadra nuova sulla quale dice di contare, ha raccolto nella società civile solo briciole. Le cronache di ieri ancora insistono nella novità dell’ascesa di Francesca Barra, un po’ giornalista, un po’ show girl. Di rilievo la presenza di Lucia Annibali, testimonial delle vittime delle violenze di coppia e poi? Deserto o quasi. Il fratello di Giancarlo Siani, il maestro di strada Marco Rossi Doria, fine. E Forza Italia poi, ferma con l’orologio al 1993, prepara innesti da ancien régime. Chiama in Parlamento, oltre a una bella famigliola di voltagabbana, Adriano Galliani, intimo dell’ex Cavaliere, Giorgio Calabrese, il nutrizionista di Bruno Vespa , il presidente della Lazio Claudio Lotito più varie e indefinibili figure femminili.

Buongiorno tristezza.

Boschi si presenta a Bolzano: “Io qui vengo in vacanza”

“Non avevo paura di candidarmi ad Arezzo! Avevo dichiarato la mia disponibilità”. Maria Elena Boschi sbarca in Alto Adige. Sorriso radioso, senza una crepa, anche quando fioccano le domande che tutti si aspettavano. Tipo: perché si è candidata a Bolzano invece che nella sua Arezzo? “Me lo ha chiesto il partito. Tanti altri candidati non si sono presentati nel loro collegio: Roberto Giachetti correrà in Toscana, non a Roma. Il Pd deve mettere le risorse migliori nei posti giusti per vincere”. Altri, però, proprio come Giachetti, hanno rifiutato il paracadute; lei no, sarà candidata al proporzionale anche in Sicilia? Il sorriso non si incrina: “Bisognava mettere a frutto il grande lavoro che abbiamo fatto in Sicilia per il G7”. Boschi va avanti come un sorridente panzer. Scusi, che legame ha con l’Alto Adige? “Ho un rapporto di amore e di passione con questa terra dove vengo in vacanza”. Parla tedesco? Sorriso: “No”. Boschi sorride anche quando attacca: “Vedo che le fake news mi hanno raggiunto anche qui. Io non ho mai fatto dichiarazioni contro le regioni a statuto speciale. Lo smentii nel 2014 e l’ho dimostrato poi con i fatti”.

Plaude accanto a lei Gianclaudio Bressa, l’altro candidato a Bolzano: un’aretina e un bellunese. I bolzanini di lingua italiana (che pure rappresentano il 75% della popolazione cittadina) rischiano di non approdare in Parlamento. Ma Bressa snocciola un suo personalissimo bilancio trionfale: “I governi di centrosinistra hanno varato 22 norme di attuazione e 2 leggi. Come l’ultima finanziaria che ha stabilito l’autonomia dell’Alto Adige per le concessioni idroelettriche”. Questione cara al Süd Tiroler Volkspartei, come il rinnovo della concessione Autobrennero che il partito controlla attraverso gli enti locali. Non a caso l’Svp si schierò in massa a favore del “sì” al referendum costituzionale (madrina Boschi) che qui trionfò. E Bressa è amatissimo dal Svp che voleva candidarlo se non lo avesse fatto il Pd (aveva raggiunto i limiti dello statuto). Ma senza Bressa l’asse Pd-Svp sarebbe saltato. Bressa giura: “Abbiamo fatto gli interessi di tutti gli abitanti”. Assicura che “la legge elettorale altoatesina è uguale al resto d’Italia”.
È vero? Riccardo Dello Sbarba – consigliere provinciale bolzanino dei Verdi che qui hanno rifiutato di correre con il Pd – non è per niente d’accordo: “Nella nostra provincia è prevista un’inversione dei numeri di seggi tra proporzionale e uninominale. Nel resto d’Italia i seggi al proporzionale sono due terzi mentre gli uninominali sono un terzo. Qui è l’inverso, prevale l’uninominale. Così Svp può vincere tutte le sfide uninominali”. Non solo: “Le norme sul voto delle minoranze sono state disegnate a misura di Svp. Addirittura calibrate su singoli seggi, come quelli di Bressa e Boschi”.

La sottosegretaria lancia messaggi agli altoatesini: “Ci sono altri partiti che mettono in discussione un modello di convivenza che funziona”. E la proposta del doppio passaporto lanciata dall’Austria per i sud tirolesi italiani? “Serve prudenza. Non è tema da campagna elettorale. Nemmeno l’Austria l’ha messo tra le priorità”.

Tutto fila liscio nella bolla della minuscola sede Pd. È perfino venuto il sindaco di Bolzano a sostenere i candidati. Ma le sue parole, pur di sostegno, mostrano crepe: “Voterò Boschi, perché bisogna decidere”, dice Renzo Caramaschi prima di entrare in sala. Entusiasta della scelta? “Entusiasta… no. Avrei preferito il professor Francesco Palermo, parlamentare uscente”.

Il vero dissenso non lo vedi dai presenti. Ma dagli assenti. Manca all’appello la parlamentare uscente Maria Luisa Gnecchi: “Cosa venivo a fare? Bressa e Boschi li conosco già”, taglia corto. Non c’è neanche Roberto Bizzo, presidente del consiglio provinciale. Ma il Pd di potere è con Boschi e Bressa. Non tanto il giovane segretario Alessandro Huber che legge la relazione con enfasi. Il senso: non saranno di Bolzano, ma sono nomi di peso e questo conta per noi. C’è, però, soprattutto Carlo Costa, silenzioso, fuori dalle foto ricordo. L’uomo forte del Pd in città. Lui che si divide tra le poltrone nelle autostrade, nelle banche e nelle municipalizzate. Che collega mondi diversi: Pd italiano ed Svp sudtirolese, politica e mondo economico. Bressa a Roma, Costa in Alto Adige. Loro hanno curato lo sbarco di Boschi chiesto da Matteo Renzi. Nessuno è di Bolzano? Caramaschi scrolla le spalle: “Si fa tutto questo caos per Boschi. Nessuno, però, ha detto niente quando qui si candidò Sergio Mattarella oppure ora con Franco Frattini. E la bolzanina Michaela Biancofiore – oggi rivale di Boschi – l’altra volta vinse a Napoli”. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

 

Lega, bocciato il ricorso contro l’elezione di Salvini

Niente guai per Matteo Salvini, il bisegretario della Lega , neo fondatore del “Lega per Salvini premier”: il giudice della prima sezione penale di Milano, Nicola Di Plotti, ha dichiarato “inammissibile” e non tempestivo il ricorso presentato da Zoraide Chiozzini, candidata nella lista dell’assessore regionale Gianni Fava, unico sfidante di Salvini alle primarie della Lega per la segreteria del partito del maggio scorso. La candidata, secondo il giudice, non è legittimata “ad agire”, perché “non è sufficiente” che la candidata sostenga che “tutelando il diritto dell’onorevole Fava a essere eletto segretario federale, perseguirebbe un interesse proprio, cioè quello di essere nominata membro del consiglio federale” poiché questa “tutela è soltanto mediata e non costituisce un interesse proprio e diretto” della candidata che non riceverebbe “alcun vantaggio immediato e concreto”. Inoltre, si legge nell’ordinanza che rigetta il ricorso, dall’elezione di Salvini è trascorso un “lasso temporale (…) senza che sia stata documenta alcuna contestazione o richiesta di chiarimenti”. Insomma, troppo tardi.

Il non polemico Orlando s’è irritato

Cerca di mantenere il profilo basso Andrea Orlando, che s’è appena visto ridisegnare la sua corrente (o area come preferiscono i democratici) da Matteo Renzi via composizione delle liste per le Politiche. Cerca di mantenersi calmo e fare il dirigente impegnato in campagna elettorale, si diceva, ma l’irritazione è evidente: “Invito gli esponenti della maggioranza a non negare l’evidenza e non tornare su questo punto, altrimenti dovremo tornarci anche noi. Renzi cita Siani a Napoli per dire che non sono tutti renziani: questo non è fare torto alla minoranza ma all’intelligenza. Il fatto che uno su novecento e passa candidati non sia renziano non dimostra che non lo siano gli altri”.

Dentro al partito, sostiene il Guardasigilli, “c’è stato uno scontro vero, reale e ha portato all’atto più estremo di rottura cioè non partecipare al voto della lista”. Una risposta a Nicola Latorre – “vittima” di una esclusione eccellente con cui Matteo Renzi ha voluto ridimensionare il suo dante causa attuale Marco Minniti – che sul Corsera aveva denunciato un presunto accordo spartitorio Renzi-Orlando. Anche per l’ex presidente della commissione Difesa del Senato, il ministro della Giustizia non ha parole tenere: “Latorre è un esperto in sceneggiate e oggi ha espresso un giudizio sbagliato, dettato da una reazione che è quella degli amanti traditi: si è convertito al renzismo e poi non è stato ricambiato di questo amore”.

Al di là dello stato psicologico e delle relazioni umane dentro al Pd, la critica che arriva dall’area orlandiana al segretario è rabbiosa. Sergio Lo Giudice, senatore, attivista Lgbt, padre con Monica Cirinnà della legge sulle unioni civili, non ricandidato da Renzi la mette come il capo della sua corrente non riesce a fare: “C’è di fatto una compressione delle minoranze. Il 30% del partito viene rappresentato nelle liste soltanto dal 10% dei candidati alle prossime Politiche. È stata volutamente umiliata una fetta del partito. Ci sono stati dei veti posti da Renzi senza coinvolgere le aree di appartenenza. Nella formazione delle liste è stata bombardata tutta un’area politica, la sinistra interna, per impedirne l’esistenza e col preciso progetto politico di rendere omogeneo il partito che oggi è qualcosa di molto diverso dal Pd plurale delle origini. E non solo nei numeri: è stato umiliato il ruolo autonomo delle diverse aree nell’indicazione dei propri candidati. Sono state compresse anche le anime non renziane della maggioranza. È un’operazione per premiare l’omogeneità alla leadership. Dopo il 4 marzo serve una riflessione seria: questo e un punto di svolta”.