Il M5S e i “competenti” in lista Molti esterni, parecchi autogol

Un tempo erano solo stelle e ora sono pieni di stellette, nel senso dei militari. Nel 2013 portarono in Parlamento (anche) carneadi che discettavano di sirene e scie chimiche, e oggi invece hanno liste che traboccano di docenti universitari, avvocati e giornalisti. Però nel giorno in cui Luigi Di Maio presenta a Roma i suoi esterni, quelli “competenti”, candidati a decine nei collegi uninominali, i 5Stelle sbattono contro se stessi. Perché scoprono di avere messo in lista due ex candidati in civiche collegate al Pd, e un ex dem: l’avvocato Nicola Cecchi, iscritto al Pd fino al 2016, già sostenitore del Sì nel referendum costituzionale, che nel collegio di Firenze se la vedrà proprio con lui, Matteo Renzi. E il fu premier infierisce: “Mi fa piacere che i 5Stelle trovandosi a corto di candidati prendano i nostri”. Un requiem, dopo che il Movimento aveva fatto in tempo a far ritirare da un collegio a Roma l’ex ammiraglio e comandante della Nato, Rinaldo Veri. Ieri l’avevano presentato per primo, da fiore all’occhiello. Ma appena pubblicate le liste hanno scoperto che Veri è anche un consigliere comunale di una lista civica collegata del Pd a Ortona (Chieti), dove si era presentato come candidato sindaco. “Non sapevo che non ci si poteva candidare se già eletti con altri” ha giurato poi il graduato. E grazie lo stesso.

Peccato per il candidato premier e capo politico Di Maio, che in mattinata esultava: “Ora provate a dire che non siamo competenti”. Con lui, nel Tempio di Adriano a due passi dalla Camera, medici, ricercatori, atleti e un magistrato. I volti delle liste per gli uninominali a 5Stelle, specchio del nuovo Movimento tutto borghesia e curriculum. Ma le grisaglie le hanno reclutate di corsa, molte negli ultimi giorni. Così, ecco un altro caso: Renato Scalia, ex ispettore capo della Dia, candidato a Empoli contro Luca Lotti. In sala si definisce “giustizialista”, se la prende con “lo Stato che spesso sta coi carnefici”. Nel 2014 però si era presentato a Firenze con la Lista Nardella, sindaco renzianissimo. “Era solo una civica e non l’hanno eletto” provano a tamponare. Ma le regole direbbero altro, per il simil partito dove il fondatore Beppe Grillo lo cita solo Elio Lannutti, dopo tre ore di presentazione. E l’applauso è sbrigativo. Ora guida Di Maio, che ripete: “Abbiamo molti professionisti, reggono il Paese”.

È lui, il presentatore che introduce gli ospiti e fa la smorfia a chi si dilunga. E il primo della fila è l’ammiraglio Veri. “Non parlo politichese e non sono un politico” declama. Poco più tardi si scoprirà la verità, evidente anche su Wikipedia. “Si era presentato lui al comitato elettorale di Roma domenica, proponendosi” raccontano dal Movimento, che lo sostituisce con Carla Ruocco. Ma prima sfilano candidati, e la frase rituale è “non sono un politico”. E compaiono professionisti come il cardiochirurgo Gino Di Manici Proietti. O il presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma, Mauro Vaglio, un nome che sposta voti. Mentre nel M5S fanno i conti: “Stando agli ultimi sondaggi, abbiamo 180 deputati e 80 senatori”. La somma fa 260 eletti, “ma possiamo arrivare a 300”. Ad occhio troppo. Ma Di Maio, assicurano, ci crede. E oggi sarà a Londra, per rassicurare americani della grande finanza e industriali. Prima però continua a presentare candidati.

E la star è l’ex nuotatore olimpico Domenico Fioravanti. Ma c’è anche un ex judoka bronzo ai Giochi, Felice Mariani. Intanto spunta Vincenzo Spadafora, responsabile delle relazioni istituzionali per Di Maio: candidato nel collegio di Casoria, feudo del centrodestra, confinante con quello di Acerra dove correrà il capo politico. Dal palco invece il comico Paolo Maria Veronica prova la battuta: “Quando mi hanno chiamato ho chiesto, ‘ma di comico non ne avete già uno?’”. Però ridono in pochi. Chiude il capitano di fregata Gregorio De Falco, poi sorrisi e foto di gruppo. In serata Di Maio a Otto e mezzo si dice “disponibilissimo” a un confronto in tv con Renzi. Ma sulle agenzie si parla di Cecchi, che da dem su Facebook infieriva contro il M5S. E adesso prova a spiegare: “Se conosci il Pd di Renzi l’unica cosa da fare è evitarlo, chiuderti la porta alle spalle e andare via”. Amen.

E Razzi, deluso, si scoprì grillino

Alla fine è successo davvero: Antonio Razzi è fuori dalle liste del centrodestra. Questa volta ha dovuto “creterci” anche lui, nonostante abbia sperato fino all’ultimo in un gesto nobile da parte del partito a cui tanto ha dato negli ultimi anni: “Non mi candidano, non ci sono più posti – ha detto a La Zanzara, su Radio24 – ho richiamato il partito, ero pronto ad accettare, mi hanno detto che i posti erano finiti”. Un dramma ben al di là della matematica e dei freddi calcoli attorno alle liste: “Sono stato umiliato, hanno messo in lista gente che ha tradito Berlusconi”. E poi il plot twist: “ capisco chi voterà Cinque Stelle. Quelli disgustati dalla politica hanno ragione”. Un patrimonio del genere non può essere disperso. Se proprio non gli si riuscisse a trovare l’incarico super partes che merita, magari da grande paciere internazionale, qualcuno gli offri almeno un palcoscenico: a imitare Crozza era davvero un fenomeno.

Il nostro stampatore (e socio al 4%) si candida con B. Lascerà l’azienda

Apprendiamo dalle agenzie di stampa che Fabio Franceschi, titolare di Grafica Veneta e azionista di minoranza della Società editoriale Il Fatto Spa con il 4% delle quote (acquisite a suo tempo dal nostro socio storico Francesco Aliberti e senza alcun incarico operativo), ha deciso di candidarsi alle prossime elezioni con Forza Italia. Intendiamo tranquillizzare i nostri lettori sulla assoluta incompatibilità con la nostra società editoriale per chiunque ricopra incarichi in qualunque forza politica. Entro breve tempo dunque Franceschi – al quale auguriamo le migliori fortune – riceverà una proposta per la cessione del suo pacchetto azionario.

Cinzia Monteverdi, Amministratore delegato della Società editoriale Il Fatto Spa

Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano

Di Maio-Sgarbi e gli altri incroci: tutti pronti alla sfida dei collegi

La sfida più pirotecnica è in Campania: il leader dei Cinque Stelle Luigi Di Maio si ritrova Vittorio Sgarbi nel collegio della Camera di Acerra (che comprende la sua Pomigliano d’Arco). A livello televisivo – se non politico – si tratterebbe di un duello spettacolare: chissà se il candidato premier del Movimento si presterà (su Sgarbi non ci sono dubbi). Il Pd invece schiera il sindaco di San Vitaliano (Na) Antonio Falcone.

A Varese il giornalista grillino Gianluigi Paragone si incrocia con Umberto Bossi. Un discreto contrappasso storico: Paragone, ex de La Padania, ebbe una fulminante impennata con il passaggio in Rai nel 2009, proprio in quota Lega. Quando iniziò a smarcarsi dal perimetro del Carroccio – nel 2011 le fortune della destra di governo avevano iniziato a declinare – fu accusato di tradimento: Bossi disse ai leghisti di disertare la sua trasmissione, L’ultima ora. Oggi Paragone riconosce “la nostalgia e l’emozione” nel ritrovare il vecchio mentore e “quel centrodestra che avrebbe dovuto cambiare le istituzioni e invece le ha usate come un bancomat”. Nel loro collegio del Senato il Pd schiera Alessandro Alfieri: dovrebbe essere poco più che uno sparring partner.

Salta invece la sfida annunciata tra Matteo Salvini e Laura Boldrini: la candidata di Liberi e Uguali corre alla Camera a Milano 3 contro il leghista Alessandro Morelli, il 5 Stelle Manlio Di Stefano e l’imprenditore Mattia Mor lanciato dal Pd. Salvini invece cercherà l’elezione in un seggio del Senato.

Renzi e gli altri. Nel collegio di Roma 1 della Camera destinato al premier Paolo Gentiloni, i Cinque Stelle schierano l’imprenditore Angiolino Cirulli. Di Maio l’ha definito così: “È uno degli azzerati dal decreto salva-banche”. Per il centrodestra corre Luciano Ciocchetti: non proprio un avversario gigantesco.

Matteo Renzi va sul velluto a Firenze: i Cinque Stelle gli hanno messo contro Nicola Cecchi, un ex iscritto del Pd, già super tifoso del Sì al referendum costituzionale (come potete leggere nell’articolo a fianco). Contro l’ex premier la Lega ha lanciato l’economista Alberto Bagnai (collaboratore e firma del Fatto).

La sfida su banche e dintorni prosegue a Siena: Pier Carlo Padoan si incrocia col responsabile economico della Lega, Claudio Borghi. Nella città di Mps i 5Stelle lanciano Leonardo Franci, ricercatore in mercati finanziari all’Università di Bologna e consulente per istituti di credito. L’ex commissario del Pd romano, Matteo Orfini, corre in un collegio di periferia (Torre Angela) contro uno dei candidati su cui i Cinque Stelle puntano più forte: l’economista Lorenzo Fioramonti.

Un’altra delle candidature considerate “pregiate” dai grillini è quella dell’accademico Claudio Consolo, docente alla Sapienza di Roma ed esperto di procedura civile. Sfiderà Emma Bonino al Senato. Roberto Giachetti, dopo l’acclamata rinuncia al “paracadute”, non ha avversari che fanno tremare i polsi nel fortino rosso di Sesto Fiorentino: Manola Aiazzi (centrodestra), Andrea Coffari (M5S) e Serena Pillozzi (Liberi e Uguali). Anche il collegio di Marco Minniti pare piuttosto agevole: contro il ministro corrono Anna Maria Renzoni (consigliere comunale di Forza Italia), il parlamentare grillino Andrea Cecconi e Daniela Ciaroni (LeU).

Contro Maria Elena Boschi, blindata a Bolzano, ci saranno l’amazzone berlusconiana Micaela Biancofiore e una professoressa precaria di filosofia scelta dai 5Stelle, Filomena Nuzzo.

I big di Grasso. Non sono molti i nomi di prestigio “sacrificati” da LeU nei collegi uninominali (dove le possibilità di eleggere parlamentari sono praticamente irrilevanti). Pier Luigi Bersani è schierato lontano dalla sua Emilia (a Bologna si sarebbe scontrato con Piero Fassino): si candida a Verona contro Alessia Rotta del Pd, Vito Comencini della Lega e l’insegnante grillina Marcella Biserni. Massimo D’Alema è nel collegio del Senato di Nardò (e della sua Gallipoli) contro due volti noti: Barbara Lezzi del M5S e Teresa Bellanova, l’ex sindacalista del Pd (per la destra corre il sindaco di Otranto Luciano Cariddi). A Bologna Vasco Errani sfida Pierferdinando Casini; gli altri due candidati sono Elisabetta Brunelli, presidente di Confedilizia (centrodestra) e la senatrice uscente Michela Montevecchi per i 5Stelle.

Pietro Grasso corre al Senato nel seggio di Palermo 1, contro di lui i Cinque Stelle lanciano il direttore cittadino di Banca Etica Steni Di Piazza, il Pd sceglie l’ex democristiana Teresa Piccione.

Curiosità. A Castrovillari, in Calabria, Forza Italia lancia Andrea Gentile, figlio di Antonio, già sottosegretario e braccio destro alfaniano. Papà Tonino si mise nei guai per proteggerlo, bloccando la pubblicazione di un articolo su di lui sul quotidiano calabrese l’Ora. Fu costretto a dimettersi dalla poltrona (ma poi tornò sottosegretario grazie a un rimpasto). Ora Andrea si mette in proprio: nel collegio sfida il chirurgo del M5S Massimo Misiti, a sua volta parente del più noto Aurelio (una carriera ultradecennale da trasformista tra centrosinistra e centrodestra).

Nel collegio di Agropoli (Sa), presidiato dal deluchiano Franco Alfieri (il sindaco della “frittura di pesce”), i Cinque Stelle rispondono con la candidatura dell’economista Alessia D’Alessandro. Il curriculum è di tutto rispetto: plurilaureata, parla cinque lingue. La curiosità è un’altra: la grillina lavora come staffista al Centro ricerche economiche della Cdu, il partito di Angela Merkel.

Sicuro è morto

Salve, sono un elettore del Piemonte e sento dire che ci mancherà tanto Fassino, dirottato in Emilia. Tranquilli, non vedevamo l’ora di liberarcene, e massima solidarietà ai compagni di Ferrara. Ma non fai in tempo a festeggiare, che a Torino ti ritrovi il più alto tasso di boschismo dopo Bolzano: il Pd piazza Marino, quello che non voleva parlare di Etruria in commissione Banche, e pure la Fregolent, che scrisse la mozione anti-Visco sotto dettatura della Boschi. Aridatece Fassino, anzi no: esageroma nèn.

Salve, sono un elettore della Lombardia e ho sempre combattuto la Lega. Volevo votare M5S. Ma a Varese mi piazzano Paragone, ex direttore della Padania, contro Bossi che l’aveva nominato direttore della Padania. Allora mi butto su FI, ma lì c’è la Votino, la portavoce di Maroni. Vado sul Pd, che però mi candida il manager Mor (ex Grande Fratello, ex corteggiatore di Uomini e Donne) e tre ex berlusconiani: Capelli, Bernardo e Alli, già braccio destro di Formigoni e imputato per abuso d’ufficio. Qualcuno può avere pietà di me?

Salve, sono un elettore della Liguria. Nel Pd abbiamo la solita Paita multiuso e Vazio, il sottosegretario che voleva gli ispettori contro Woodcock perché indagava su Consip. In FI ha fatto tutto Toti, il governatore Mediaset, non so se mi spiego. Aiuto!

Salve, sono un elettore del Trentino Alto Adige e mi ero quasi rassegnato a turarmi il naso per la Boschi: almeno – dicevo – corre nell’uninominale, col rischio di perdere il posto. Ora però scopro che è pure capolista nel proporzionale a Cremona-Mantova, Guidonia-Velletri, Marsala-Bagheria, Messina-Enna e Ragusa-Siracusa. Cinque paracadute cinque! E se poi, a fare su e giù dall’Alto Adige alla Sicilia, dalla Lombardia al Lazio, le piglia un infarto? Poi leggo la Pinotti che dice: “La Boschi va a Bolzano non perché sia un collegio sicuro, ma perché è dove ha molto lavorato occupandosi di riforma costituzionale”. E allora andatevene tutte aff… non fatemi parlare, vi prego.

Salve, sono un elettore del Friuli Venezia Giulia e ho sempre votato a sinistra. Già non vi dico la fatica, con Rosato-Rosatellum e la Serracchiani. Ora però mi ritrovo nel Pd pure Tommaso Cerno, che nel ’95 era candidato in An, poi amico dell’Udeur, poi della sinistra, poi filogrillino, ora renziano. E dice che in An ci andò “per Pasolini”. Ecco, passi tutto il resto, ma scomodare la buonanima di Pier Paolo è troppo. Mandi!

Salve, sono un elettore dell’Emilia Romagna, da sempre fedele alla ditta e persino al Pd.

Ma stavolta a Bologna mi ritrovo Casini, il nemico di sempre quando stava nella Dc e poi con B. E, a Ferrara, nientemeno che Fassino reduce dai trionfi a Torino. Lui dice che “in Piemonte voglio favorire il ricambio generazionale” (da noi no) e che qui si sente a casa perché “in Emilia sono stato tante volte e mi chiamano ancora segretario”. Cioè, oltre a farsi paracadutare, ci prende pure per il culo?

Salve, sono un elettore della Toscana ed ero molto contento di non trovarmi fra i piedi la Boschi (Renzi e Lotti bastano e avanzano). Ora però scopro che a Sesto Fiorentino arriva Giachetti che è romano. E, invece di chiedere scusa, dice pure che “in Toscana sono stato spessissimo”. Cos’è, uno scherzo? Pure io sono stato a Malindi, ma mica mi candido in Kenya. A Siena c’è pure Padoan, con tutto quel che ha combinato sulle banche. Magari voto 5Stelle? Uhm: a Firenze schierano contro Renzi l’ex Pd Nicola Cecchi, che nel 2016 fece campagna per il Sì al referendum perché “un brutto Sì è molto più motivante di un bellissimo No”. Quindi un bellissimo no grazie.

Salve, sono un elettore del Lazio. La destra mi candida Lotito, presidente della Lazio e della Salernitana, e la moglie di Mastella. Il Pd risponde con Lorenzin e Bonino, che ha appena ricordato quando governò con B. e si trovò bene. Ma che, davero?

Salve, sono un elettore dell’Abruzzo e speravo di liberarmi di quell’impiastro del governatore D’Alfonso, ma ora il Pd lo vuole in Parlamento. Ditemi che non è vero.

Salve, sono un elettore del Molise. Avrei votato volentieri Di Pietro, ma il Pd prima gli ha chiesto di correre, poi di non farlo perché è “giustizialista” e voterebbe contro un governo con B. Allora faccio prima e voto B.: lui almeno candida una bella figliola, Annaelsa Tartaglione, anche se nessuno sa perché.

Salve, sono un elettore della Campania ed ero tentato di votare per Paolo Siani, fratello del giornalista Giancarlo ucciso dalla camorra. Mi era piaciuto il suo ultimatum a Renzi: “Niente nomi chiacchierati in lista altrimenti sarò costretto a lasciare, ho chiesto che con me ci siano i migliori”. Poi ho scoperto che i migliori in lista sono: Piero De Luca, figlio del governatore Vincenzo, imputato per bancarotta fraudolenta; Umberto Del Basso De Caro, indagato per tentata concussione e voto di scambio; Eva Avossa, imputata per abuso d’ufficio con De Luca padre; Nicola Marrazzo, imputato per peculato; Angelo D’Agostino, imputato per presunte mazzette; Franco Alfieri, candidato all’uninominale nel collegio del Cilento, definito da De Luca “uomo delle clientele come Cristo comanda” per le fritture di pesce in cambio di voti e imputato per omissione di atti d’ufficio; e il nipote di De Mita. Allora mi son buttato a destra, ma lì è peggio che andar di notte: Cesaro padre e figlio, Luigi ’a Purpetta e Armando ’a Purpettina, indagati per voto di scambio; Mimmo De Siano, imputato per corruzione; Nello Di Nardo, ex Dc, ex Idv, ora FI, cioè dal partito degli imputati al partito dei giudici e ritorno; e Lorenzo Cesa, quello che finì in galera per tangenti nel ’93 e disse “intendo svuotare il sacco”. Scusate, ma che differenza c’è fra Pd e centrodestra?

Salve, sono un elettore di centrodestra della Puglia e, a parte i residui di Forza Gnocca e l’avvocato Sisto che difende B. a Bari, mi tocca Fitto, quello che candidò alle Comunali la D’Addario, poi litigò con B. e dovettero dividerli prima che si menassero e ora vanno d’amore e d’accordo. Ma che ho fatto di male?

Salve, sono un elettore della Basilicata, Pd da sempre, e mettetevi nei miei panni. Già abbiamo la saga dei Pittellas: Gianni va in Senato e lascia il seggio all’Europarlamento al fratello Marcello, ora governatore in Regione dove sta arrivando Domenico, il figlio di Gianni. In più mi toccano Francesca Barra e l’ex sottosegretario berlusconiano Viceconte, e ho detto tutto. Che dite, voto LeU? Ah no, c’è Bubbico, come non detto.

Salve, sono un elettore della Calabria e, a parte il solito esercito di impresentabili, sono affascinato dalla figura di Giacomo Mancini jr., nipote d’arte, che ha già cambiato sei partiti, da sinistra a destra e ritorno: ora, se vince le elezioni, diventa deputato Pd; se perde, entra in Consiglio regionale con Fratelli d’Italia. E, delle due, non so quale sia peggio. Aiutatemi.

Salve, sono un elettore della Sicilia. LeU mi candida il vecchio Capodicasa, appena indagato per le Girgenti Acque. Il Pd mi mette addirittura il rettore di Messina Pietro Navarra, nipote del famigerato dottor Michele, patriarca dei Corleonesi. La destra è inutile che ve la descriva: fa tutto Miccichè, basta la parola. Che faccio, mi ammazzo?

Salve, sono un elettore della Sardegna. FI ricicla l’ex governatore Cappellacci, a giudizio per abuso d’ufficio (scandalo P3) e bancarotta fraudolenta. Il Pd risponde con Manca e Lai, imputati per peculato. Forse mi sparo.

Salve, sono un “elettore d’opinione” che se ne frega del voto di cambio e pure del voto utile: sempre camminato con le mie gambe e ragionato con la mia testa, mai chiesto niente di utile o inutile a nessuno. Volevo astenermi, ma poi ho capito che è quello che vogliono i partiti, ben contenti di tenersi i voti che controllano e di liberarsi di quelli che non controllano. Dunque andrò a votare. Per chi? Deciderò all’ultimo, in base al programma e ai candidati che più mi convinceranno. A proposito: sento dire che il mio collegio è “sicuro”. Mi sa che lorsignori si illudono. Sicuro è morto.

La debolezza del dollaro rimane una garanzia di emicrania per la Bce

Il marcato deprezzamento del dollaro contro praticamente tutte le maggiori valute è stato la sorpresa del 2017, e la tendenza si è accentuata in questo scorcio iniziale del 2018. L’indebolimento del biglietto verde ha accompagnato il primo anno della presidenza Trump, a parte la forza delle prime settimane dopo l’esito elettorale, quando i mercati immaginavano riforme e stimoli fiscali di ampiezza tale da causare un boom dell’economia statunitense e costringere la Fed ad una vigorosa azione di restrizione monetaria. Come quasi sempre accade nel futile tentativo di prevedere l’andamento dei cambi, molti analisti ed osservatori sono stati colti di sorpresa dal movimento, ed ora cercano affannosamente di razionalizzare ex post quanto accaduto. Si può escludere che la debolezza del dollaro derivi da diversificazione delle riserve valutarie internazionali, di cui il biglietto verde rappresenta ancora i circa due terzi. L’altro apparente enigma, quello di un dollaro in generalizzato calo pur in presenza di un ciclo restrittivo da parte della Federal Reserve, tende ad esser spiegato con la ritrovata forza dell’economia dell’Eurozona e la prossima conclusione dell’easing quantitativo da parte della Bce, che crea attese di un violento rimbalzo dei rendimenti sulla nostra sponda dell’Atlantico. Alcuni osservatori imputano la debolezza del dollaro alla variabile politica, e specificamente alle pulsioni protezionistiche dell’amministrazione Trump, in crescita col passare del tempo e ormai passate dallo stadio dei proclami all’adozione di misure concrete, come i recenti dazi su pannelli solari e lavatrici, in chiave anti-asiatica e cinese, la rinegoziazione del trattato Nafta con Messico e Canada e la progressiva paralisi imposta da Washington all’Organizzazione mondiale del commercio, impedendo la nomina dei giudici del panel arbitrale in seno ad essa. Le crescenti frizioni protezionistiche tendono a deprezzare il dollaro mentre la Casa Bianca guarda con benevola indifferenza alla debolezza della propria valuta. Gli Stati Uniti sono in uno stadio molto avanzato del ciclo economico, e i mercati paiono oggi ipotizzare che la recente riforma fiscale non indurrà surriscaldamenti congiunturali. Inoltre, “deficit gemelli” (commerciale e fiscale) del Paese, in una fase di fine ciclo, non depongono certo a favore di un apprezzamento del dollaro. A tutto questo si aggiungono le incertezze su una Fed che potrebbe essere più docile verso la Casa Bianca e conciliante verso l’inflazione, e la guerriglia fiscale in corso tra Trump e Congresso, con la “serrata” del governo federale (shutdown) durata molto poco ma che potrebbe ripresentarsi a inizio febbraio. In occasione del precedente episodio del genere, durante l’amministrazione Obama, nel 2013, il dollaro si deprezzò di oltre un punto percentuale contro un paniere delle maggiori valute. Per la Bce e gli europei, la debolezza del dollaro resta una garanzia di emicrania.

Corte Ue: “Illegittima intesa sui farmaci”

Sul caso Avastin-Lucentis sarebbe un peccato mortale abbassare la guardia. Martedì scorso la Corte di giustizia europea, rispondendo alle domande poste dal Consiglio di Stato, ha dichiarato che costituisce una restrizione della concorrenza l’intesa tra Roche e Novartis – che commercializzano due medicinali per la maculopatia perfettamente sostituibili (e quindi concorrenti) –, volta a screditare con informazioni ingannevoli sugli effetti collaterali l’uso di uno di questi due farmaci, l’Avastin (approvato per l’uso off-label), che ha un costo che oscilla tra i 15 e gli 80 euro contro il più remunerativo Lucentis (900 euro). La Corte europea dunque è dello stesso parere dell’Antitrust, che nel 2014 ha multato le due aziende per 180 milioni di euro. Dopo che il Tar del Lazio ha respinto i loro ricorsi, queste si sono rivolte al Consiglio di Stato, che già un anno fa dando ragione alla Società oftalmologica italiana ha chiesto di frazionare l’Avastin anche nelle farmacie territoriali (non solo ospedaliere come ha previsto l’Aifa del 2014). Ma nella realtà non accade ancora e 100mila pazienti a causa di lunghissime liste di attesa non ricevono la terapia rischiando la cecità.

Glifosato nella pasta, adesso si combatterà con l’etichetta

Sulla tavola degli italiani la pasta non può mancare. Abbiamo il primato mondiale dei consumi con circa 26 kg all’anno, circa 70 grammi al giorno. Ma questo significa che le 4 milioni di tonnellate di grano che l’Italia produce ogni anno non sono sufficienti a garantire l’approvvigionamento alle aziende. Da dove viene allora almeno un terzo della semola con cui si fa la pasta? Dal Canada, che è il primo produttore mondiale di grano duro e il Paese da cui l’Italia importa ogni anno un milione di tonnellate. Oltre oceano, insomma, c’è il nostro granaio, milioni di ettari di terreno, con una caratteristica: sono zeppi di glifosato, il diserbante più diffuso al mondo. Si tratta di un erbicida che – sintetizzato per la prima volta nel 1950 e commercializzato 24 anni dopo dalla Monsanto con il nome di Roundup – viene utilizzato sul terreno prima della semina, poi sulle spighe per uccidere le erbacce. Ed ancora quando il grano germoglia come fungicida e, infine, prima del raccolto per far maturare in maniera uniforme il grano visto che le temperature canadesi sono troppo basse. Un impiego cresciuto negli anni che oggi ha portato il mercato del glifosato a valere oltre 5 miliardi di dollari nel mondo. Peccato, tuttavia, che secondo l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) il glifosato sia “un probabile cancerogeno”. Dichiarazione smentità in toto dall’Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare).

Un dibattito che ha preso il via già diversi anni fa, nel 2012 a Bruxelles, quando per la prima volta l’Europa è stata chiamata a votare per il rinnovo delle autorizzazioni alla vendita dell’erbicida. Proroga che è stata concessa allora, così come accaduto anche lo scorso dicembre. Dopo tante divisioni e l’impossibilità di arrivare al voto – Italia e Francia si sono battute per un rinnovo di soli tre anni – alla fine la Commissione europea ha optato per concederne altri 5 con l’annuncio di una consultazione pubblica per migliorare la trasparenza delle procedure di autorizzazione, soprattutto degli studi forniti, in risposta alle preoccupazioni dei cittadini europei sul glifosato.

Un caso che, già lo scorso ottobre è stata al centro di un’inchiesta del Guardian che ha scoperto che l’Efsa per negare la pericolosità dell’erbicida ha preso in carico il lavoro fatto dalla Bfr, che è l’agenzia per la valutazione del rischio tedesca, calcolando che proprio la Germania è il Paese in cui ha sede uno dei principali produttori di glifosato, la Bayern, impegnata nel percorso di acquisizione di Monsanto. Come dire che la ricerca è stata fatta da chi il glifosato lo produce. Non solo. “A rappresentare l’ago della bilancia in Europa per il rinnovo – spiega Riccardo Quintili, direttore del Salvagente – è stata la Germania che, tuttavia, ha votato a favore solo in casa altrui vietando l’erbicida nella propria. Una mossa decisa dalla cancelliera Merkel, allora ancora senza una maggioranza per il suo terzo mandato, per conquistarsi i voti di Spd e Verdi da sempre sostenitori del divieto”.

E in mezzo ci sono gli italiani che mangiano la pasta. Sono al sicuro e si rischia lo stesso allarmismo che si è fatto sull’olio di palma? Nonostante il voto europeo, in Italia già dal 2016 c’è il divieto “di uso del glifosato in parchi, giardini e in campagna in pre-raccolta”. Del resto con il bel clima del Sud Italia l’erbicida non serve come al Canada: il grano lo secca il sole. Ma qui si avvita la questione: se il BelPaese non è in grado di soddisfare la propria richiesta di grano, deve per forza acquistarlo fuori, dove però viene utilizzato il glifosato. Tanto che, secondo un test condotto nel 2016 dal Salvagente, in diverse marche di pasta è presente l’erbicida, ma in una misura ampiamente al di sotto dei limiti di legge fissati in 0,5 mg/kg. “A preoccupare – sottolinea Quintili – dovrebbe essere quindi un altro punto: la sostanza è ovunque. Abbiamo scoperto la sua presenza nelle urine di 14 donne incinte su 14 analizzate, questo perché c’è contaminazione con acqua, vestiti, aria. Queste esposizioni cominciano alla nascita e, a meno che le cose non cambino, continuerà per tutta la vita delle persone”.

Negli scorsi giorni l’associazione GranoSalus ha portato in laboratorio 5 campioni dei costosissimi spaghetti di Gragnano Igp alla ricerca di glifosato. Il risultato? Quattro su 5, tra cui due riconducibile a Oscar Farinetti, patron di Eataly, conterrebbero tracce dell’erbicida, sempre entro i limiti di legge. E solo il marchio che garantisce la presenza di grano 100% italiano ne è privo, un marchio che fa sempre capo a Farinetti. “Risultato contestabile o meno – conclude Quintili – visto che per anni continueremo a importare legalmente grano trattato con glifosato, il salto di qualità per italiani ci sarà il prossimo mese: da febbraio scatta l’obbligo di origine in etichetta anche per la pasta e scegliere, in maniera consapevole, se acquistare un prodotto con grano canadese o italiano”.

Bokassa, il bambino deriso che amava la grammatica

Negli anni dell’infanzia vide coi suoi occhi i soprusi dei francesi nella sua terra, che allora si chiamava Africa Equatoriale Francese e che poi divenne la Repubblica Centraficana. Di educazione cattolica, negli anni ‘20 gli altri bambini lo prendevano in giro perché rimasto orfano di padre. Il suo libro preferito? Un manuale di grammatica francese. Autore: Jean Bedel, da cui l’origine del nome del cruento dittatore in carica dal ‘65 al ‘79

Saddam, ”l’uomo più vicino a Dio” senza padre

La versioneufficiale dice che suo padre sia morto pochi mesi prima della sua nascita, ma secondo altre fonti avrebbe abbandonato la famiglia. In tutti e due i casi, Saddam non lo ha mai conosciuto. La madre voleva abortire, ma alla fine partorì e quel bambino, cresciuto con un uomo che lo picchiava, subì i traumi di una famiglia a pezzi. Presidente dell’Iraq dal 1979, si proclamerà “l’uomo più vicino a Dio” e sarà responsabile di 2 milioni di vittime.