La polizia della Cambogia è un affare di famiglia del primo ministro Hun Sen. Nel senso più letterale del termine. Giovedì 18 gennaio, il premier ha nominato il nuovo numero due della sicurezza. La scelta è caduta su Dy Vichea, un funzionario imparentato con lo stesso capo del governo: è il genero di Hun Sen avendone sposato la prima figlia Hun Mana. Con questa nomina, l’intero vertice della polizia è nelle mani della famiglia visto che anche il numero uno, Neth Savoeun, è direttamente legato al premier dopo il matrimonio una nipote, la figlia del fratello Hu Manet.
In 33 anni da primo ministro Hun Sen, il più longevo dell’intero pianeta, ex ufficiale dei khmer rossi, poi fuggito in Vietnam e tornato con le truppe di Hanoi contro il dittatore Pol Pot, oggi legato a filo doppio alla Cina del presidente Xi, ha costruito in modo maniacale la rete che gli ha assicura il controllo delle istituzioni del Paese. Innanzitutto con i familiari diretti nei posti chiave: il fratello Hun Manet è vice comandante delle forze armate cambogiane; il figlio che porta lo stesso nome (Manet) controlla l’unità che si occupa della protezione del primo ministro e di anti terrorismo; un altro figlio, Hun Manith, è il capo dell’intelligence militare e al tempo stesso il direttore della Cambogia Electricity Private; il terzo figlio Hun è in Parlamento; la moglie Bun Rany è alla testa della Croce Rossa del Paese, che risulta essere la più grande organizzazione di charity.
La rete familiare e parentale si estende a tutti i gangli dell’esecutivo, del giudiziario e del legislativo. Con questa organizzazione di controllo capillare, che fa capo al Cpp, il Partito popolare cambogiano, nessuno si è meravigliato quando otto mesi fa, Hun Sen ha detto: “Intendo governare il paese per altri 10 anni”. L’annuncio ha coinciso con l’apertura delle ostilità contro l’opposizione in vista delle elezioni previste per la primavera-estate del 2018. Il premier cambogiano ha messo a punto un piano il cui obiettivo finale era la eliminazione della opposizione, il Partito della salvezza nazionale della Cambogia (Cnrp).
Hun Sen temeva infatti che, nonostante i suoi parenti, amici, sodali e alleati fossero nei punti strategici dello Stato, il Cnrp potesse prevalere. Il campanello di allarme era stato il voto per le amministrative del febbraio 2017 dove il partito della salvezza aveva guadagnato il 44% dei seggi, un segno inequivocabile della stanchezza degli elettori, della voglia di provare a cambiare, del desiderio di liberarsi di una cappa opprimente dove Hun Sen e i suoi erano sempre seduti al comando. Il piano del primo ministro si è dipanato in Parlamento, nei ministeri della difesa e dell’interno, nelle aule di giustizia di ogni grado, nei commissariati di polizia, negli uffici dell’intelligence.
Obiettivo: eliminare dalla scena politica i leader del Cnrp e mettere fuori legge lo stesso partito. Correre da soli alle elezioni, con al massimo degli avversari fantoccio è sempre stato il sogno di ogni autocrate. E nel Sud-Est dell’Asia le pulsioni di questo tipo sono all’ordine del giorno. Se poi il capo dell’opposizione ha un carattere fumantino e incline allo scontro frontale, il gioco può essere più semplice del previsto. Sam Rainsy, economista, famiglia introdotta nella Cambogia che conta, oggi in esilio a Parigi ha sperimentato l’ostracismo del primo ministro Hun Sen varie volte. Incriminato per incitamento alla violenza, condannato, fuggito, rientrato con il perdono del re all’inizio del XXI secolo, Rainsy è tornato nel mirino di Hun Sen dopo aver avuto un buon risultato nelle elezioni del 2013 (secondo partito e 55 seggi). Tra i due è stata lotta aperta.
Fino a quando nel 2016 Rainsy è stato condannato per diffamazione del premier (lo accusava di complicità nella uccisione di un avversario politico) e ha di nuovo lasciato la Cambogia per un esilio a Parigi. Da quel momento il primo ministro ha sferrato l’attacco frontale contro il Cnrp. Ha ottenuto dal Parlamento una legge che vieta ai condannati di guidare un partito, ha tolto l’immunità a Rainsy e rifiutato di concedere al suo avversario un secondo perdono come voleva il re cambogiano. Subito dopo si è dedicato cancellare dalla scena politica chi aveva preso il posto di Rainsy.
Kem Sokha, 64 anni, due lauree (chimica ed economia) ha avuto vita breve alla guida del partito della salvezza nazionale. Già nell’estate del 2017, sono circolate le prime voci che la procura di Phnom Penh aveva messo sotto inchiesta il nuovo leader del Cnrp. Ad arte sono stati fatti filtrare i particolari: secondo le accuse Kem Sokha tramava contro il governo appoggiandosi agli Stati Uniti. Quindi, il 3 settembre 2017, è stato deciso l’affondo: ordine di arresto con l’accusa di tradimento e di aver organizzato anche manifestazioni di piazza.
La prova? Un video vecchio di anni che ritrae Kem Sokha nel corso di un dibattito in Australia dove sostiene che i consigli ricevuti da amici americani sono molto utili. Insieme all’affondo contro Sokha, il premier Hun Sen ha fatto chiudere una dozzina di radio che utilizzavano programmi messi a disposizione dalla sezione asiatica di Voice of America e chiuso il quotidiano Cambodia Daily, di proprietà di una famiglia di americani trapianti in asia da decine di anni, attraverso la contestazione di una evasione fiscale da oltre 6 milioni di dollari.
L’accusa formulata contro Kem Sokha è stata estesa ad altri dirigenti del partito della salvezza nazionale e così è scattata l’ultima mossa del governo contro l’opposizione. Togliere l’immunità ai 55 parlamentari del Cnrp e dichiarare il partito fuorilegge perché guidato da un gruppo di traditori. L’ultima parola è stata data alla Corte suprema, la sola titolata a giudicare il diritto all’esistenza di un partito.
Questa è stata la farsa finale perché neanche teoricamente il massimo organo giurisdizionale della Cambogia avrebbe potuto presentarsi come indipendente alle parti in causa. Il presidente della corte, il 76enne Dith Munty, non solo è stato un vice ministro degli esteri con Hun Sen premier, e poi consigliere del governo, ma da giudice supremo ha continuato ad essere iscritto al partito di Hun Sen e membro del Comitato permanente. Oltre a Dith Munty, dei popolari cambogiani sono membri anche Khim Pon e Chiv Keng, due vice presidenti della corte suprema, e Chea Leang, una procuratrice che è anche nel tribunale Onu sui delitti dei khmer rossi e che ha apertamente fatto da freno a ogni inchiesta sui delitti di quella stagione. Scontata dunque la decisione del 15 novembre scorso di mettere fuori legge il Cnrp di Sam Rainsy e Kem Sokha.
Le prossime elezioni politiche generali saranno una passeggiata per il primo ministro Hun Sen. Che così potrà guidare il paese secondo il modello familiare che ha scelto di seguire. Restare al governo servirà a lui, ai suoi familiari e alla sua corte a mantenere e rafforzare il potere economico personale. Nonostante solo pochi mesi fa abbia annunciato in pompa magna di aver ottemperato alla legge anti corruzione dichiarando i suoi averi (ha ammesso solo lo stipendio di premier da 1.150 dollari al mese per complessi 13.800 dollari annui) Hun Sen viene accreditato di un patrimonio che oscilla tra i 500 milioni e il miliardo di dollari.
Lo ha denunciato Global Witness, una ong che dal 1993, si occupa di analizzare come si sono formati i patrimoni degli uomini di potere e dei loro familiari. In un dettagliato dossier dal titolo Hostile Takeover: the Corporate Empire of Cambodia’s Ruling Family hanno messo insieme gli interessi del clan. Con questo risultato: la famiglia Hun ha interesse diretto in 17 società commerciali, 10 finanziarie, 10 alberghiere e di intrattenimento, 8 di turismo, 8 di vendita al dettaglio, 7 di costruzione e immobiliari, 6 di ricerche minerarie, 5 di energia, 5 di media e 5 di trasporto. In pratica, Hun Sen controlla gran parte dell’economia della Cambogia.