Facce di casta

 

Bocciati

 

Da Papi a papa
Eccolo il nuovo Berlusconi nella versione ‘dopo la cura’, dal bunga bunga alle sale bingo: in occasione di un evento organizzato dal Movimento animalista di Maria Vittoria Brambilla, nonno Silvio ha sfoggiato il nuovo profilo cuccia e chiesa, arrivando a citare niente di meno che la carezza di Papa Roncalli per celebrare la ‘chiamata’ animale che lo ha raggiunto nell’età della saggezza: “Tornando a casa, date doppia razione di croccantini ai vostri animali”.
A breve faremo votare anche loro. Parola di Silvio.

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Vota Antonio
Che animale ingrato la politica: uno riunisce le due Coree, ‘rappresenta come nessun altro il partito all’estero’, si sente dire “menomale che ci sei tu che porti il nome della nostra terra nel mondo”, viene acclamato dalla gente che ‘da Nord a Sud è tutta una ola’, e basta una tornata di liste elettorali perchè tutta questa gloria evapori in un soffio.
Silvio Berlusconi, nel tentativo di dare una facciata di rinnovamento ad un centrodestra che proprio nuovo non è, a partire dal tutankamonico leader, ha deciso di sbarazzarsi di Antonio Razzi.
Amico mio, dai retta a noi, fatti un partito tutto tuo. Tanto, uno più uno meno…

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Heidi, ti sorridono giusto i monti
La menzione d’onore della settimana va a Maria Elena Boschi. L’ex ministra delle Riforme che, al ritornello di ‘ce lo chiedono gli italiani’, ha cercato di sfregiare la Costituzione, ha ancora una volta mal interpretato le parole dei suoi connazionali che le avevano detto di ritirarsi in montagna una volta per tutte.
E, così, si è candidata al collegio uninominale di Bolzano. Per tutta risposta pare che la città abbia immediatamente chiesto l’annessione all’Austria

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Promossi

Sfida Delivery
Interpellata ai microfoni di ‘Un giorno da pecora’, Laura Boldrini ha risposto così all’ipotesi di candidarsi nel collegio di Milano dove si presenterà il leader della Lega Matteo Salvini: “Salvini dice che mi vuole sfidare, cosa c’è di meglio che andare a farlo a casa sua?”.
Finalmente anche lui verrà aiutato a casa sua.

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Quando il gioco si fa duro
Tra politici paracadutati in giro dagli Appennini alle Ande pur di essere blindati in un collegio uninominale sicuro o ancor meglio tra i due cuscini del proporzionale, Roberto Giachetti dimostra ancora una volta di essere fatto di un’altra pasta: “Sento dentro di me che quella casella (il paracadute) mi sta troppo stretta. Non corrisponde alla mia storia, alla mia cultura, al mio sentire. Il Pd sta vivendo un momento difficile, e nella nostra difficoltà si riflettono tutti i pericoli per il Paese. E Marco mi ha sempre detto che è nei momenti difficili che bisogna crederci, anche rischiando. E allora no. Quel paracadute sarebbe per me un vestito sgualcito e stretto, un trapianto di pelle, un cibo avariato. Non lo voglio”.
Sarà la storia radicale, sarà la qualità umana, quello che è certo è che sono gesti come questo a restituire tutta la sua dignità alla qualifica di ‘politico’.

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La settimana Incom

 

Bocciati

L’altra Bianca Avevamo tirato un sospiro di sollievo. Per una volta a Sanremo, dopo anni di inspiegabili partecipazioni nella categoria big, non ce la saremmo trovata sul palco. Parliamo di Bianca Atzei che è spuntata all’Isola dei famosi (si fa per dire). Da segnalare anche Wanna Marchi che se la prende con Nadia Rinaldi. Poveri noi.

La classe non è acqua Sonia Bruganelli, nota per essere la signora Bonolis ed esibire con regolarità la sua ricchezza sui social, parla a “Oggi” dopo l’ennesima polemica: “Secondo Paolo parlo troppo. Abbiamo raggiunto un nostro equilibrio, ridiamo parecchio insieme. Paolo è follemente innamorato di me… Lui mi cerca in continuazione, ai limiti dello stalking, ha attenzioni, mi parla, mi gratifica. È il mio miglior amico, il mio compagno, il mio socio. Mi dice sempre che mi ha reso la regina della casa. Se non fosse una frase piena di melassa, direi che è l’altra metà della mela”. Signora, dia retta a suo marito qualche volta.

Camel trophy Leggiamo sul messaggero.it: “Dodici cammelli pregiati sono stati squalificati da un concorso di bellezza in Arabia Saudita dopo che i loro proprietari hanno cercato di modificare il loro bell’aspetto con botox. Migliaia di cammelli hanno sfilato al King Abdulaziz Camel Festival per essere giudicati sulle loro labbra e gobbe formose”. Manco Belen.

 

N.C.

The Family man Case, castelli, auto di lusso, jet personale, yacht e isolette private. E poi: un mausoleo su misura (come il nostro Silvio), opere d’arte, cobra albini, teste mozzate di pigmei, coccodrilli, squali. Levandosi questi sfizi Nicolas Cage ha sputtanato una fortuna (150 milioni di dollari in sette anni) e deve al fisco statunitense ancora 6,3 milioni di dollari dei 14 richiesti.

Viale del tramonto Per arginare gli effetti del caso Weinstein, il sindacato dei produttori, Producers Guild of America, ha deciso di varare un manuale per gli addetti ai lavori. Si prevedono corsi, da effettuarsi prima delle riprese di un film, su come mantenere un ambiente professionale sereno e produttivo, scevro non solo da condotte inadeguate, ma anche da possibili incomprensioni. Secondo il manuale su ogni set sarà nominato un addetto al benessere che vigilerà sui comportamenti e al quale le potenziali vittime possono rivolgersi. Ne vedremo delle belle, in ogni senso.

 

Promossi

L’importanza di chiamarsi Sami “Tutto davanti a questi occhi” è il documentario di Walter Veltroni andato in onda sabato sera su diverse emittenti e piattaforme in occasione della giornata della memoria in ricordo delle vittime della Shoah.
La bellissima testimonianza di Sami Modiano, sopravvissuto ad Auschwitz, è la miglior risposta alle idiozie sulla razza (concetto biologicamente privo di senso).

Fuorilegge gli insetti a tavola: la dieta mediterranea è salva

Niente insetti sulle tavole italiane. Da noi grilli, vermi e mosche resteranno ancora per un bel po’ quelli da scacciare, evitare o inseguire con le racchettine da tennis elettrificate. Il ministero della Salute ha chiarito che “al momento nessuna specie di insetto, o suo derivato, è autorizzata a scopo alimentare” nonostante dal primo gennaio sia entrato in vigore il nuovo regolamento europeo sul novel food che ha dato il via libera alla commercializzazione di questi nuovi alimenti. “La normativa – spiega il Ministero – non significa che si possono già trovare in commercio gli insetti, visto che nessuna specie ha ottenuto la preventiva autorizzazione. Un lasciapassare che – sottolinea– implica, tra l’altro, l’accertamento della sicurezza per le quantità di assunzione proposte”.

Secondo un’indagine Coldiretti/Ixè, la novità vede comunque contrari il 54% degli italiani che “considera gli insetti estranei alla cultura alimentare nazionale”, il 24% si dice indifferente, mentre un 6% si è astenuto dal rispondere. Quanti speravano di degustare quanto prima spiedini di topo, cavallette fritte, millepiedi al forno o burger di larve? Solo il 16% degli italiani perlopiù attratti dalla definizione di novel food, che dà quel tocco di affascinante ed esotico. Ma, alla prova dei fatti, sono ancora pochissimi gli italiani che si dicono favorevoli alla possibilità di mangiare insetti interi.

Maggiore disponibilità emerge solo per il consumo di prodotti che contengono insetti nel preparato come, ad esempio, farina di grilli o pasta con farina di larve. Proprio come si vede in alcune trasmissioni tv che, tra il serio e il faceto, propongono l’entomofagia come la moderna panacea culinaria e nutritiva. Ma la Fao, alla ricerca di fonti alternative di cibo per una popolazione umana oggettivamente in aumento, li propone solo perché potrebbero rappresentare un valido alleato contro la fame nel mondo.

La questione è, invece, tutta racchiusa nella sostenibilità: oggi a mangiare i circa 2mila insetti considerati commestibili sarebbero 2 miliardi di persone. Cosa succederebbe se un altro paio di miliardi cominciasse a ingurgitarli? Nascerebbero allevamenti intensivi di formiche alla faccia della catena alimentare? Poi, nessuno ancora conosce gli effetti sulla salute dell’uomo delle componenti chimiche e fisiche che costituiscono la biomassa degli insetti, calcolando che potenzialmente possono insorgere intolleranze, allergie o infezioni. Per non parlare della speculazione: in rete c’è chi vende la farina di cavallette a 50 euro per 100 grammi di prodotto. Queste le ragione per cui l’Italia, detentrice della tradizione della dieta Mediterrane, quella classica, ricca di frutta e verdura e incentrata sulla biodiversità, dovrebbe continuare a puntare su un’alimentazione sostenibile legata al contesto territoriale.

Con buona pace dei più tradizionalisti che possono tirare un sospiro di sollievo: è ancora lontano il giorno in cui una spaghettata di scorpioni sostituirà un piatto di bucatini allìAmatriciana.

Il gourmet in treno è sincero come una traduzione di Gadda

Vade retro piatti quadrati. Vade retro tavoli senza tovaglia. Vade retro posate disegnate dagli chef. Vade retro stanze asettiche. Vade retro portate dai nomi esotici ma non erotici. Vade retro conti salati e piatti insipidi. Ma soprattutto, vade retro gourmet. Sì, perché oggi è gourmet anche il panino sul treno – figuriamoci: per dargli dignità lo chiamano sandwich. Non ha il pollo e il formaggio, ma la dadolata di tacchino e la cremosa ricotta – ma parla come mangi! – e la maionese al the verde – ma per favore. Anche negli autogrill c’è il menu gourmand, così come nei fast food, e di questo andazzo lo troveremo anche nelle mense aziendali – o forse c’è già ma non le frequentiamo.

Poi ci sono i ristoranti che vorrebbero essere come Niko Romito, ma o non hanno studiato o non hanno talento, che insistono anche loro nel voler essere ciò che non saranno mai. E allora ti ritrovi davanti a maldestri tentativi, tipo acciughe del Cantabrico con glassa all’arancia o gelato alla zabaione con sopra il caviale (casi veri, non inventati). Scimmiottano i grandi ma, senza volerlo, si rendono più piccoli. Paul Bocuse è mancato da pochi giorni ma sembrano secoli, Cantarelli a Samboseto è chiuso da tanto ma sembra ieri: loro sì che davano senso al sostantivo incriminato. Una parolaccia che ormai ha preso talmente piede da intaccare, nel suo essere insulsa, l’altra primatista dei nostri tempi: “evento”. Oggi tutto è evento (dunque niente lo è): ecco, chi semina e-venti raccoglie e-tempeste. Frase biblica che vorremmo adattare al gourmet d’accatto.

Un piatto nella sua massima espressione dovrebbe avere gli elementi primari in perfetto equilibrio: salato, dolce, amaro e acido. Tradotto: mandi giù il boccone, godi e poi la bocca torna a zero, all’inizio. Per questo chi fa ricerca vera inventa soluzioni apparentemente ambigue ma felici poi nel gusto. Però capita solo ai geni.

Come accadde con Carlo Scarpa, primo a usare il cemento armato con una certa grazia, però ne sdoganò l’uso e poi abbiamo visto cosa è successo all’architettura contemporanea. E così i meschini inseguitori dei Bocuse e dei Marchesi: danni su danni, cioè gourmetteria prêt-à-porter. Dunque il gourmet tradotto al popolo – come Gadda – non lo vogliamo, perché non è sincero. Usiamolo solo dove merita: ad esempio da Romano e Carlo Tamani all’Ambasciata di Quistello, dove oltre a versare l’ultimo goccio di vino sul tappeto persiano – ah, gioia! poi pare che i tappeti diventino più belli – i tortelli sono tortelli, veri, tanti, buonissimi; o da Ettore Bocchia al Mistral di Bellagio, dove la frittura è fatta nello zucchero e al posto dei grassi c’è l’inulina: stessa gioia ma col sollievo del fegato.

Conclusione: non vogliamo che una ciabatta sia scambiata per Romito o un muro di cemento per Carlo Scarpa. Soprattutto in treno non vogliamo i menu con quel nome. Perché poi, spesso, li pensano quelli che in tv fanno i maestri di alta cucina, ma poi pubblicizzano i fast food o le patatine in busta. Non li citiamo perché più del gourmet temiamo le querele. Che, in questo caso, arriverebbero su un letto di lattughina del Sahara.

La Cambogia sono io Hun Sen l’eterno leader

La polizia della Cambogia è un affare di famiglia del primo ministro Hun Sen. Nel senso più letterale del termine. Giovedì 18 gennaio, il premier ha nominato il nuovo numero due della sicurezza. La scelta è caduta su Dy Vichea, un funzionario imparentato con lo stesso capo del governo: è il genero di Hun Sen avendone sposato la prima figlia Hun Mana. Con questa nomina, l’intero vertice della polizia è nelle mani della famiglia visto che anche il numero uno, Neth Savoeun, è direttamente legato al premier dopo il matrimonio una nipote, la figlia del fratello Hu Manet.

In 33 anni da primo ministro Hun Sen, il più longevo dell’intero pianeta, ex ufficiale dei khmer rossi, poi fuggito in Vietnam e tornato con le truppe di Hanoi contro il dittatore Pol Pot, oggi legato a filo doppio alla Cina del presidente Xi, ha costruito in modo maniacale la rete che gli ha assicura il controllo delle istituzioni del Paese. Innanzitutto con i familiari diretti nei posti chiave: il fratello Hun Manet è vice comandante delle forze armate cambogiane; il figlio che porta lo stesso nome (Manet) controlla l’unità che si occupa della protezione del primo ministro e di anti terrorismo; un altro figlio, Hun Manith, è il capo dell’intelligence militare e al tempo stesso il direttore della Cambogia Electricity Private; il terzo figlio Hun è in Parlamento; la moglie Bun Rany è alla testa della Croce Rossa del Paese, che risulta essere la più grande organizzazione di charity.

La rete familiare e parentale si estende a tutti i gangli dell’esecutivo, del giudiziario e del legislativo. Con questa organizzazione di controllo capillare, che fa capo al Cpp, il Partito popolare cambogiano, nessuno si è meravigliato quando otto mesi fa, Hun Sen ha detto: “Intendo governare il paese per altri 10 anni”. L’annuncio ha coinciso con l’apertura delle ostilità contro l’opposizione in vista delle elezioni previste per la primavera-estate del 2018. Il premier cambogiano ha messo a punto un piano il cui obiettivo finale era la eliminazione della opposizione, il Partito della salvezza nazionale della Cambogia (Cnrp).

Hun Sen temeva infatti che, nonostante i suoi parenti, amici, sodali e alleati fossero nei punti strategici dello Stato, il Cnrp potesse prevalere. Il campanello di allarme era stato il voto per le amministrative del febbraio 2017 dove il partito della salvezza aveva guadagnato il 44% dei seggi, un segno inequivocabile della stanchezza degli elettori, della voglia di provare a cambiare, del desiderio di liberarsi di una cappa opprimente dove Hun Sen e i suoi erano sempre seduti al comando. Il piano del primo ministro si è dipanato in Parlamento, nei ministeri della difesa e dell’interno, nelle aule di giustizia di ogni grado, nei commissariati di polizia, negli uffici dell’intelligence.

Obiettivo: eliminare dalla scena politica i leader del Cnrp e mettere fuori legge lo stesso partito. Correre da soli alle elezioni, con al massimo degli avversari fantoccio è sempre stato il sogno di ogni autocrate. E nel Sud-Est dell’Asia le pulsioni di questo tipo sono all’ordine del giorno. Se poi il capo dell’opposizione ha un carattere fumantino e incline allo scontro frontale, il gioco può essere più semplice del previsto. Sam Rainsy, economista, famiglia introdotta nella Cambogia che conta, oggi in esilio a Parigi ha sperimentato l’ostracismo del primo ministro Hun Sen varie volte. Incriminato per incitamento alla violenza, condannato, fuggito, rientrato con il perdono del re all’inizio del XXI secolo, Rainsy è tornato nel mirino di Hun Sen dopo aver avuto un buon risultato nelle elezioni del 2013 (secondo partito e 55 seggi). Tra i due è stata lotta aperta.

Fino a quando nel 2016 Rainsy è stato condannato per diffamazione del premier (lo accusava di complicità nella uccisione di un avversario politico) e ha di nuovo lasciato la Cambogia per un esilio a Parigi. Da quel momento il primo ministro ha sferrato l’attacco frontale contro il Cnrp. Ha ottenuto dal Parlamento una legge che vieta ai condannati di guidare un partito, ha tolto l’immunità a Rainsy e rifiutato di concedere al suo avversario un secondo perdono come voleva il re cambogiano. Subito dopo si è dedicato cancellare dalla scena politica chi aveva preso il posto di Rainsy.

Kem Sokha, 64 anni, due lauree (chimica ed economia) ha avuto vita breve alla guida del partito della salvezza nazionale. Già nell’estate del 2017, sono circolate le prime voci che la procura di Phnom Penh aveva messo sotto inchiesta il nuovo leader del Cnrp. Ad arte sono stati fatti filtrare i particolari: secondo le accuse Kem Sokha tramava contro il governo appoggiandosi agli Stati Uniti. Quindi, il 3 settembre 2017, è stato deciso l’affondo: ordine di arresto con l’accusa di tradimento e di aver organizzato anche manifestazioni di piazza.

La prova? Un video vecchio di anni che ritrae Kem Sokha nel corso di un dibattito in Australia dove sostiene che i consigli ricevuti da amici americani sono molto utili. Insieme all’affondo contro Sokha, il premier Hun Sen ha fatto chiudere una dozzina di radio che utilizzavano programmi messi a disposizione dalla sezione asiatica di Voice of America e chiuso il quotidiano Cambodia Daily, di proprietà di una famiglia di americani trapianti in asia da decine di anni, attraverso la contestazione di una evasione fiscale da oltre 6 milioni di dollari.

L’accusa formulata contro Kem Sokha è stata estesa ad altri dirigenti del partito della salvezza nazionale e così è scattata l’ultima mossa del governo contro l’opposizione. Togliere l’immunità ai 55 parlamentari del Cnrp e dichiarare il partito fuorilegge perché guidato da un gruppo di traditori. L’ultima parola è stata data alla Corte suprema, la sola titolata a giudicare il diritto all’esistenza di un partito.

Questa è stata la farsa finale perché neanche teoricamente il massimo organo giurisdizionale della Cambogia avrebbe potuto presentarsi come indipendente alle parti in causa. Il presidente della corte, il 76enne Dith Munty, non solo è stato un vice ministro degli esteri con Hun Sen premier, e poi consigliere del governo, ma da giudice supremo ha continuato ad essere iscritto al partito di Hun Sen e membro del Comitato permanente. Oltre a Dith Munty, dei popolari cambogiani sono membri anche Khim Pon e Chiv Keng, due vice presidenti della corte suprema, e Chea Leang, una procuratrice che è anche nel tribunale Onu sui delitti dei khmer rossi e che ha apertamente fatto da freno a ogni inchiesta sui delitti di quella stagione. Scontata dunque la decisione del 15 novembre scorso di mettere fuori legge il Cnrp di Sam Rainsy e Kem Sokha.

Le prossime elezioni politiche generali saranno una passeggiata per il primo ministro Hun Sen. Che così potrà guidare il paese secondo il modello familiare che ha scelto di seguire. Restare al governo servirà a lui, ai suoi familiari e alla sua corte a mantenere e rafforzare il potere economico personale. Nonostante solo pochi mesi fa abbia annunciato in pompa magna di aver ottemperato alla legge anti corruzione dichiarando i suoi averi (ha ammesso solo lo stipendio di premier da 1.150 dollari al mese per complessi 13.800 dollari annui) Hun Sen viene accreditato di un patrimonio che oscilla tra i 500 milioni e il miliardo di dollari.

Lo ha denunciato Global Witness, una ong che dal 1993, si occupa di analizzare come si sono formati i patrimoni degli uomini di potere e dei loro familiari. In un dettagliato dossier dal titolo Hostile Takeover: the Corporate Empire of Cambodia’s Ruling Family hanno messo insieme gli interessi del clan. Con questo risultato: la famiglia Hun ha interesse diretto in 17 società commerciali, 10 finanziarie, 10 alberghiere e di intrattenimento, 8 di turismo, 8 di vendita al dettaglio, 7 di costruzione e immobiliari, 6 di ricerche minerarie, 5 di energia, 5 di media e 5 di trasporto. In pratica, Hun Sen controlla gran parte dell’economia della Cambogia.

L’incontro ravvicinato con la merla

L’ho vista. Ho visto la merla. L’uccello dei giorni più freddi dell’anno. Non zampettava nella neve, ma tra i rami di una mimosa fiorita prima del tempo. Che strano gennaio assolato! Le formiche già s’industriano fuori dalle tane, due passerotti volteggiano allegri, il parco è pieno di Vespe, tutte rigorosamente bianche, parcheggiate in fila davanti alla staccionata, e i loro proprietari sono sdraiati sui plaid ad abbronzarsi il viso e le braccia.

Come me e Manolita, incantate davanti alla merla. “Ma sicura che sia femmina? Magari è un merlo, un merlo maschio… come il film con Lando Buzzanca”. Forse ha ragione, ha il becco giallo e canta, invece le merle femmine ce l’hanno nero e stanno zitte. Disparità di genere merlesca! Questa cosa non ci va giù e cominciamo a dirne di tutti i colori al povero uccello: “Maschilista, sessista, fallocrate, retrogrado.” Lui, la ex merla, ci osserva indifferente e riprende il suo canto, magari ci starà comunicando qualcosa in merlese cinguettandocene di tutti i colori. Chissà.

Manolita si alza per prenderlo, ma lui scappa su un’altra mimosa, più folta e carica, scompare e riappare, scompare e poi riappare sul prato tra le margherite. Lo inseguiamo gridando: “Tremate, tremate, le streghe son tornate!”, ma ce lo perdiamo nel boschetto e stramazziamo sull’erba in preda a grandi risate. Che figura di merla, e che giornata meravigliosa! Il pomeriggio comincia a rubare un po’ di luce alla notte, si rotola verso la primavera… e la merla… beh sarà per il prossimo anno!

 

Illuminata passione di Adriano per libri e biblioteche

Qualche giorno fa abbiamo avuto la fortuna di leggere un intervento di Nicola Lagioia sulla lettura e sulla scarsa propensione di questo Paese nel fare degli italiani dei buoni lettori e quindi dei cittadini migliori. Lagioia ha posto l’accento sul rapporto tra cultura e potere politico, sulle ragioni e le proporzioni gigantesche del danno alla crescita sociale, morale, civile ed economica delle future generazioni con la riduzione delle risorse alla conoscenza, alla ricerca scientifica. Quell’atto di accusa alla mediocrità delle classi dirigenti richiama per contrasto la figura di Adriano illuminato imperatore romano, scrittore e vorace lettore, amante della disputatio, costruttore di biblioteche. Ma stavolta lo richiamiamo mediante un classico moderno, il capolavoro di Marguerite Yourcenair a lui destinato. “Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”, pensava Adriano e così descriveva la nuova biblioteca eretta in Atene: “In essa, nulla mancava di quel che può secondare la meditazione: comodi sedili, riscaldamento adeguato durante l’inverno spesso pungente, scale agevoli per accedere alle gallerie nelle quali si conservano i libri. Sentivo sempre più il bisogno di raccogliere e conservare antichi volumi, e d’incaricare scrivani coscienziosi di trarne nuove copie. Nobile compito; non meno urgente, pensavo, dell’aiuto ai veterani o dei sussidi alle famiglie prolifiche e disagiate”. Che magnifica lezione! Quanta distanza dall’idea di abolire le tasse universitarie, mentre servirebbero maggiori risorse per borse di studio, laboratori, libri e appunto biblioteche.

Stajano e il racconto dei tanti senza patria tra Nord e Sud

In questo libro la malinconia è un inganno. C’è piuttosto fermezza e indignazione. In questo libro la qualità della narrazione, che colleziona oggetti, luoghi, episodi, persone, diversi strati di ricordi con l’ accuratezza di scrittore che cerca soprattutto la perfezione, è il grande mantello magico sotto cui si sta compiendo una sorprendente trasformazione. Non siamo in Sicilia negli anni di guerra, non siamo a Cremona nella esaltazione da giovane. Siamo nell’Italia di oggi, triste, vuota e senza un partito per chiacchierare. O almeno senza persone che intendono, e voci che spiegano. Patrie smarrite (Il Saggiatore ) di Corrado Stajano, la nuova edizione, da destinare soprattutto ai lettori giovani, è un libro che coglie di sorpresa per come un ricordo può diventare all’istante rivelazione del momento (questo momento) e informazione di attualità. È l’uso straordinariamente riuscito di materiale vero avanzato dalla storia (la propria storia, la storia del proprio Paese, la storia di una parte di esistenze, di una parte di mondo ), che diventa metafora, diventa riflessione e narrazione del che cosa stiamo facendo e dicendo e del come stiamo vivendo, adesso. Patrie smarrite sembra un racconto sotto forma di diario, rievocazione, rivisitazione anche fisica di un passato, e incontro di memoria con i personaggi di quel passato, allo stesso tempo finito e intatto (la bellezza struggente e abbandonata nei secoli del Sud, la raffinatezza rigorosa e indifferente nei secoli del Nord). Ma è una pacata e dolorosa metafora della nostra vita italiana, ferma come allora in un pianeta sconosciuto, immersa nella nebbia delle cose che non sai, che non vedi e su cui qualcuno mentirà sempre, fra cumuli di promesse abbandonate e depositi di materiali costosi e inutili per il futuro. Di una cosa ti rendi conto subito. L’autore cerca con bravura ed esperienza, ricapitola con un senso nitido del contesto, torna come se potesse incontrare di nuovo certe scene che non vanno via dalla memoria. Ma non lo fa con la speranza di una rivelazione. Lo fa, con la mano felice che disegna bene, per dovere di testimonianza. È la sua cifra di scrittore civile e del ruolo che si è assunto: rappresentare tante vite, mentre sembra dedicarsi solo a se stesso. Qui “uno vale tanti” (per parafrasare e rovesciare il motto dei Cinque Stelle). E quei tanti, rivisitando le loro patrie smarrite, gli sono grati.

Tutto il calcio domanda per domanda, il quiz che nasce dai sogni

Il Torino nel cuore. Anche se abita a Lainate, hinterland milanese. Una passione di famiglia: dal nonno carabiniere innamorato dello squadrone di Valentino Mazzola, al padre pittore, direttore del grande museo del Toro di Grugliasco, dove vengono custodite l’elica dell’aereo caduto a Superga e la leggendaria balilla di Gigi Meroni. Alessandro Muliari ha una bella faccia da teenager adulto che sta cercando di trasformare l’amore per il calcio nel suo lavoro. L’idea gli venne a scuola qualche anno fa, mentre si cimentava con una versione di greco (“presi 3”). La noia e la difficoltà di tradurre gli fecero letteralmente volare la fantasia. Perché non costruire un format televisivo fondato sulla conoscenza del calcio? “Mi sono detto: ma perché tutti questi bambini mandati in tivù a scimmiottare i gesti e le pettinature dei cantanti o a fare i cuochi in miniatura? Perché questo spettacolo così deprimente e irrispettoso dell’infanzia? Non si può creare una trasmissione fatta su misura dei sogni veri dei bambini, che partono quasi sempre da un pallone?”.

Qui ci vuole un nuovo gioco a quiz, ha pensato. Avuta l’idea (e consegnata la versione), ci si è applicato sul serio. Così ha partorito un progetto per divertire i piccoli e tenere insieme in allegria le famiglie. “Lei deve pensare a un doppio livello di quiz. Uno sull’attualità, sui fatti e sui personaggi del calcio di oggi. I risultati, i cannonieri, le formazioni. E l’altro sulla storia del calcio, condita di aneddoti da andare a riprendersi dai decenni passati, immagini per esempio l’Avellino dell’80-81. È allora che i padri e perfino i nonni tirano fuori i ricordi e gareggiano idealmente in tv con figli e nipotini, perché la storia del calcio è anche storia di vita che passa tra le generazioni”.

Il giovanissimo creativo si entusiasma e incomincia a spedire il suo progetto a reti televisive, a portarli a mano a programmi e giornalisti sportivi. “Non mi diede retta praticamente nessuno. E io che immaginavo ‘vedono un ragazzo e si inteneriscono’. Macché. Qualche anima buona c’è stata, come Amadeus, gentile e attento. Ma senza seguito. Finché ho avuto il lampo di rivolgermi a una televisione privata di Torino, la città in cui si era svolta la grande storia granata. Si chiama “Junior gol” e va su Grp. Lì trovai Alessandro Costa che credette nell’idea. Ci andavo gratis, nemmeno il rimborso spese, anzi mi misi a cercare qualche sponsor, perché era la condizione per partire con la trasmissione. Feci giri infiniti tra i commercianti della città. Mi sembrava di chiedere l’elemosina. Alla fine riuscii a tirar su tremila euro. Non era quel che ci voleva ma partimmo lo stesso. C’erano quattro categorie di domande: calcio flash (sulle ultime settimane), calcio recente, storia del calcio ed extra-calcio, ovvero cultura generale”.

Un’avventura bellissima. Giorno e orari tagliati su misura per le famiglie, il sabato pomeriggio dalle 13.45 alle 14.30. Concorrenti, i bambini delle prime medie, classe 2005. La gara a quiz non tra singoli ma tra squadre di quartieri diversi. Dieci bambini per parte, con il capitano a fare da portavoce e un unico adulto, l’allenatore. Un vero e proprio torneo in tredici puntate.

“Può sembrare che organizzare un gioco del genere sia facile. Invece ci vogliono impegno e fatica. Misurare le difficoltà delle domande, disporle nell’ordine giusto, studiarsi i giornali sportivi negli archivi…”. Alessandro si blocca. Dice che attende ora la ripresa della trasmissione, le puntate dovrebbero ricominciare in primavera. Ma inizia a lavorare in lui un tarlo maligno. Il sospetto che un gioco così sia irrimediabilmente estraneo alla nostra cultura televisiva.

Sicché, come saggia formica, si è preso una laurea triennale in servizi giuridici, con tesi sui diritti dei padri separati, e si è iscritto a Storia. “Mi piacerebbe insegnarla a scuola la storia”, e pensi subito che uno così potrebbe partire con grande successo proprio dalla storia del calcio. Tira fuori da un borsone un bellissimo libro pieno di foto e illustrazioni. Si intitola L’eterna leggenda, la storia del Torino, disegni di Giampaolo Muliari, il padre. È un regalo, segno di gratitudine per chi senza conoscerlo si è incuriosito al suo progetto. Sfogli le pagine, ne senti il profumo e ti auguri che qualcuno impedisca a quell’idea di insabbiarsi per sempre. Fra una trasmissione che manda in onda bambini che fanno moine come divi e una capace di eccitare la meravigliosa fantasia del pubblico delle Panini, non avrei dubbi. O no?