Piango per una studentella bruttina non alla mia altezza: Com’è stato possibile?

Cara Lucarelli mi piace la sua ironia e quindi cerco di emularla e le racconto la mia travagliata vicenda sentimentale anche perché mi è rimasta un’unica cosa da fare dopo l’epilogo: ridere di me. Cominciamo dall’inizio. Sono arrivato a 50 anni come tanti cinquantenni bellocci e facoltosi, con l’allergia alle relazioni sentimentali e agli champagne sotto i 200 euro a bottiglia. Non sono Briatore (anche perché ho ancora la mia fisionomia) ma mi inserirei in quel segmento lì: belle donne, belle macchine, bel lavoro, sborone quanto basta. Non sono modesto perché la modestia è la virtù degli sfigati e dico quindi senza modestia che ho avuto talmente tante gnocche che ci si potrebbe riempire un padiglione di Expo.

Il bello, in tutto questo, è che per anni non mi è mai capitata la sventura di innamorarmi, di desiderare quella cosa detestabile denominata “famiglia” e neppure di avere accanto gnocche imbarazzanti perché sono laureato e frequento gente di livello, non posso permettermi di uscire con scarti dell’Isola dei famosi o di altri reality che neanche guardo perché mi ricordano come sarebbe il mondo senza l’evoluzione della specie.

Certo, non ho frequentato neppure ingegneri nucleari, ma sempre belle ragazze con i congiuntivi a posto. Sei mesi fa sono in Polonia per un sopralluogo in un’area dove devo costruire una fabbrica e tra i delegati a illustrarmi la situazione dell’area c’è anche una ragazza chiamata a fare da traduttrice. Una scialba ragazzetta di Treviso che fa l’Erasmus a Varsavia. Finita la pratica si va a cena e lei si aggiunge al gruppo. Me la ritrovo accanto e fa quello che non le è dovuto: traduce le mie battute ai commensali del luogo, nonostante non fosse più pagata per farlo.

Nasce così un feeling inaspettato. Inaspettato perché è 15 cm in meno della mia fidanzata media, ha due taglie in meno di reggiseno della mia ultima fiamma e ha studiato più del necessario per farmi fare bella figura (parla 4 lingue). In più non è neppure un granché. Eppure alla terza vodka mi rincoglionisco. Non so se mi ha sciolto qualcosa nel bicchiere, ma perdo la testa. La serata finisce a letto, nel suo letto singolo da studentessa.

Da quel momento, rinuncio ai miei weekend a Montecarlo e mi ritrovo a passare i weekend in Polonia che voglio dire, non è mai stata la mia idea di mondanità. Lei mi disprezza per il mio esibizionismo, per il lusso, per i vizi, per il vissuto. Però resta con me. Diventa una specie di 50 sfumature di grigio in cui però vengo frustato io costantemente. Io che non mi ero mai innamorato mi ritrovo a ricaricarle il telefono per poter chattare con lei su whatsapp dopo le dieci di sera, perché non vuole svegliare la studentessa della stanza accanto. Una specie di legge del contrappasso in cui un cinquantenne vincente si ritrova a scodinzolare per una ragazzetta coi maglioni di lana infeltrita e il culo grosso. Fatto sta che due mesi fa mi lascia. Dice che ha conosciuto un polacco che fa il commesso in una libreria. Parto per Varsavia la sera stessa noleggiando un aereo privato. Busso alla porta di casa sua, lei è mezza nuda, lui è da qualche parte nella sua stanza. Piango. A 50 suonati piango per un culo troppo grosso. Ora sono tornato alle mie vecchie abitudini, Lucarelli, ma vorrei solo capire come sia possibile che una qualunque abbia potuto irretire un uomo non qualunque come me.

 

Non esistono culi troppo grossi. Esistono solo ego troppo grossi. E godo all’idea che un culo grosso possa ridimensionarli, talvolta.

 

Se “Bella ciao” è di parte allora 2+2 non fa più quattro

Cara Selvaggia, affido a questa lettera le poche parole (tra quelle riportabili) che mi rimangono per descrivere la deriva del politicamente corretto. L’ultimo fatto che ha fatto definitivamente traboccare il mio già ridimensionatissimo vaso della sopportazione, è la protesta di alcuni genitori di una scuola elementare di Roma scatenata dal programma di una cerimonia per il Giorno della Memoria, che prevedeva che i bambini cantassero Bella ciao. Secondo loro, infatti, la canzone che celebra la resistenza darebbe “una visione unilaterale degli avvenimenti storici”. Capito? Una visione unilaterale, perché effettivamente dall’altro lato della storia c’era gente che bruciava gli ebrei, distruggeva le sedi dei giornali con i manganelli, ammazzato un centinaio di migliaia di etiopi, senza contare lo schiavismo sessuale, per un posto al sole. Sono un maestro di italiano alle medie, non ho una particolare fede politica ma mi spaventa la deriva alla neutralità dell’educazione 2.0, speculare alla rete. Internet è il luogo adatto per rafforzare le proprie convinzioni: ti piace Mussolini? Eccoti centinaia di blog che lo santificano. Non credi alle foibe? Accomodati, guarda quanti ‘storici’ pronti a fornire le prove della loro inesistenza.

La scuola era rimasta l’ultimo baluardo alla democratizzazione della verità, con i libri, con i fatti, con le fonti dicevamo con chiarezza dove stava il bene e dove il male, allo stesso modo in cui spieghiamo che 2 più 2 fa 4. Ora stiamo perdendo un pezzo dopo l’altro, a suon di “Perù” al posto di “Gesù”, e se non possiamo nemmeno più dire che i nazisti, i fascisti, erano i cattivi, allora un giorno non potremo nemmeno più dire che 2+2=4.

Giovanni

 

Caro Giovanni, l’uomo più potente del mondo ritiene che il riscaldamento globale sia un’opinione. E il vero peccato è che la verità, quando verrà a presentarci il conto, non risparmierà nemmeno noi che la difendiamo.

 

“È difficile essere donna sul set, i ruoli interessanti sono pochi”

Quante repliche abbiamo toccato?”. (Attimo di smarrimento). “Non lo so… forse 150, siamo in tournée da due anni. Aspetti, cerco il calendario e controllo”. Per Valeria Solarino non è una questione di amnesia da stanchezza, non è noia, non è l’età (ha 38 anni), è solo la reazione classica di chi vive il palco come una felice e normale quotidianità, dove il numero non conta, conta solo essere lì prima, durante e dopo il giù il sipario “quando ancora oggi mi fermo con Giulio (Scarpati, ndr) per condividere le impressioni sulla serata”: è la vita del teatrante.

Le “150” e passa sono state toccate grazie a Una giornata particolare, adattamento teatrale del capolavoro cinematografico di Ettore Scola con Marcello Mastroianni e Sophia Loren, e proprio il cinema è l’altra quotidianità della Solarino, presente nel nuovo film di Gabriele Muccino (A casa tutti bene) e prossimamente è in Quanto basta, coprotagonista con Vinicio Marchioni in una pellicola dedicata all’autismo.

Non ricorda il numero, però alla 150esima la tensione finisce…

Proprio per niente, il terrore c’è sempre, è la regola.

Regola aurea.

Nel mio caso la paura si tramuta in adrenalina prima, in soddisfazione poi. È una sfida. L’unico aspetto che amo poco è l’attesa di salire sul palco; in particolare la sera del debutto e ogni volta mi pongo la stessa domanda: “Perché questo lavoro?”.

Questa ansia sarà cambiata con gli anni.

Ora la gestisco, mentre all’inizio mi dominava, si impadroniva di me. Oggi sfrutto tutto.

Si spieghi…

Quando fai teatro puoi permetterti di vivere il personaggio oltre il copione, renderlo realmente tuo, giocare sulle sfumature a seconda dello stato d’animo o di salute.

Un esempio.

Ho l’influenza e non è un problema: ciò non vuol dire alterare il copione, ma mutare l’accento, utilizzare tutto, e senza timore.

Di che generazioni d’attori lei fa parte?

Credo quella legata a Che ne sarà di noi (film del 2004 di Giovanni Veronesi), con Silvio Muccino ed Elio Germano; poi all’inizio della carriera sono stata fortunata a trovare ruoli belli e importanti quando generalmente per le donne si scrivono pochi ruoli interessanti.

Come mai?

Gli sceneggiatori non sono tanti e sono uomini; e poi credo che dietro ci sia una questione di marketing.

Senza eccezione?

L’eccezione è Paolo Virzì.

Il suo primo set.

Grazie a Mimmo Calopresti (La felicità non costa niente): ero posseduta dal terrore, e neanche volevo dedicarmi al cinema, allora pensavo al teatro, ma è stato lui a insistere a volermi incontrare e convincere. Da quel film si è aperto un mondo.

La Solarino non attrice.

Impossibile.

Non è contemplata la possibilità.

Non c’è alcun piano B: io amo questo lavoro.

Con alcuni “però”?

Il però rientra in un problema comune alla mia categoria: non si realizzano molti film e non si montano tanti spettacoli teatrali.

Con chi si consiglia per scegliere un copione?

Nessuno, il rapporto è tra me, la mia pancia e l’eventuale insonnia: se non ci dormo la notte, la mattina rinuncio.

Nel cinema esistono dei clan?

Solo dei gruppi quando si lavora, come accaduto sul set di Muccino. Anzi…

Cosa?

Tra noi donne del film è scoppiato qualcosa di inedito, si è creata una famiglia, c’è solidarietà, voglia di aiutare, di sostenere: ci sentiamo tutti i giorni, abbiamo creato un gruppo WhatsApp.

Ed è così raro?

Di solito questa commistione nasce e muore con il set, dopo vince la quotidianità e la distanza. Questa volta, no.

Quando si parla di lei, al nome viene sempre associato l’aggettivo “bella”.

E all’inizio mi suscitava qualche fastidio, perché avevo voglia di affermarmi solo per le mie capacità… e poi non ho mai avuto una reale percezioni di me: la consapevolezza è arrivata con il teatro.

Brutta non si vedeva.

Prima dei 21 anni non mi sono truccata; poi mi sono detta: “Prendi i complimenti adesso, non rompere; un giorno non te li faranno più”. Oggi accetto pure il caffé al bar…

Vorrebbe dire?

Spesso me lo offrono, prima mi imbarazzavo, ora no; è bene imparare, o si rischia di deludere il prossimo.

La “chiave” dell’attore.

È un mestiere che ti obbliga a guardarti dentro, a ricercare l’autenticità di un’emozione; ma attenzione: per me non è una forma di terapia ed è necessario schermarsi dai personalismi, a difendersi.

E poi?

Non prendere un rifiuto come giudizio personale.

Vivere con un regista (Giovanni Veronesi) l’ha aiutata nel leggere questa verità?

Lui spesso ha la pazienza di spiegarmi i motivi di una scelta, è bravo a smussare certi apici; inoltre ha alcuni anni più di me, delle emozioni le ha già vissute e me le trasmette.

Pettegolezzi su di voi…

Non me ne importata nulla, ci sono e ci saranno; all’inizio neanche volevo lavorarci.

Lei e la notorietà.

Qualcuno mi riconosce, ma senza esagerare, non rischio la folla o gli assembramenti. Capita qualche foto, niente di più.

Con chi scatterebbe una foto?

L’unico selfie da me richiesto è stato con Roger Federer: non ho resistito.

Tifosa?

In realtà di Rafael Nadal, ma per carità: Federer non si discute. E sul tennis non si scherza, gioco quasi tutti i giorni. Quando posso.

È forte?

Senza esagerare. Mi raccomando sul tennis, non scriva cosa non vere, ci tengo, e apprezzo pure Federer.

Perché come diceva David Foster Wallace: “La particolarità di Federer è che è Mozart e i Metallica allo stesso tempo, e l’armonia è sopraffina”.

Via Tecchio, dentro Ascarelli, a Napoli lezione di memoria

Questa volta, caro Coen, non ci siamo fatti cogliere impreparati. Dico noi giù al Sud. Anche qui si coltiva il dovere della memoria. Finalmente ci ricordiamo dei morti, dei perseguitati, di quanti, durante la dittatura fascista, subirono violenze, vessazioni, torti, emarginazione. Ricordiamo, però, anche i persecutori, i fascisti, quelli in orbace e quelli in doppiopetto. E i loro amici, gli opportunisti e anche gli indifferenti. Perché la forza del fascismo sta proprio nella mancanza di memoria e nell’indifferenza. E allora bene ha fatto il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris ad annunciare il cambio del nome di Piazzale Tecchio, il piazzale dello stadio. I nomi delle strade hanno un loro significato, parlano alla gente. Per questo il sindaco della rivoluzione arancione ha deciso dopo anni di riparare ad un’ingiustizia.

Si cancelli la dedica a Vincenzo Tecchio, avvocato, segretario provinciale del Partito Nazionale fascista e deputato del regime fino al 1943. Cosa fece l’avvocato quando il Duce impose le leggi razziali? Nulla. Zero. Applaudì. Quando la Commissione per la toponomastica darà il suo ok, quel piazzale sarà dedicato a Giorgio Ascarelli. Un ebreo. Personaggio che non piegò la testa di fronte al regime. Imprenditore di successo nel ramo tessile, Ascarelli fu tra i fondatori della Società calcio Napoli, innamorato della sua città, decise di costruire a proprie spese uno stadio nei pressi della Ferrovia. Lo chiamò “Vesuvio, ma ai napoletani non stava bene, e a furor di popolo vollero che quel campo di calcio avesse il nome e pure il cognome di chi lo aveva costruito, Giorgio Ascarelli. Un ebreo. E come potevano il regime e l’avvocato e federale Tecchio sopportare un’onta del genere? Detto fatto, le camicie nere cancellarono l’intitolazione ad Ascarelli e chiamarono lo stadio “Partenope”. Giorgio Ascarelli è morto nel 1930, ora, finalmente, ha giustizia. Quando la gente si darà appuntamento al San Paolo, dirà ci vediamo in piazza Ascarelli. Giorgio, un ebreo.

La “razza” di chi non tornò e la stirpe di quelli che dimenticano

Ricorda la neo senatrice a vita Liliana Segre che 896 cittadini milanesi di religione ebraica furono vittime del nazifascismo e che dai lager ne ritornarono una manciata. Ricorda Mario Delpini, arcivescovo di Milano, che le leggi razziali passarono tra l’indifferenza pavida degli italiani e che oggi la parola razza rischia di dominare l’attuale campagna elettorale. Ricorda il presidente Mattarella che “l’Italia nei confronti degli ebrei è colpevole” e che le leggi razziali sono state la diretta e inevitabile conseguenza del fascismo: “Una macchia indelebile. Razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi”. Come invece fa comodo dire a qualcuno. Per esempio, al milanese Matteo Salvini: “Prima delle leggi razziali, per vent’anni Mussolini aveva fatto tante cose buone, la previdenza sociale l’ha portata lui mica i marziani”. Infatti, mica i marziani hanno bruciato il fantoccio di Laura Boldrini in piazza a Busto Arsizio qualche giorno fa: bensì i militanti del locale Movimento Giovani Padani, con la scusa della Gioeubia, la festa di fine inverno.

Ricordo gli ignobili adesivi dei tifosi laziali su Anna Frank del 22 ottobre 2017. Giovedì scorso la Lazio è stata solo multata: Anna Frank non vale la squalifica… così ha deciso il Tribunale presieduto dal giudice Mastrocola (espresse parere favorevole alla Lazio sul controverso scudetto del 1915). Ogni giorno, caro Enrico, è un invito a non dimenticare. Ma quando si va al sodo, tutti muti. Vige l’ipocrita silenzio sui complici della Shoah. Sui collaborazionisti. Sui delatori. Su chi depredò gli ebrei. I profittatori l’hanno fatta franca. Nessuno ha il coraggio di scrivere i nomi di chi votò in Parlamento le leggi razziali: furono 351. Al voto seguì un applauso travolgente. Figuriamoci i nomi di chi perfezionò le leggi con una lunga serie di disposizioni, decreti, ordinanze per disintegrare la comunità ebraica e lucrare sui loro beni. Sapere è giustizia. È il dovere della memoria. Quanto al perdono, mi dispiace, è morto nei campi della morte.

La bella utopia della monaca catalana: il nazionalismo compassionevole

La rivoluzione del Sessantotto festeggia i suoi 50 anni e impazzano le celebrazioni o le stroncature, come la “leggenda nera” che vorrebbe quel Movimento precursore a sua insaputa dell’individualismo narcisista e del neoliberismo odierni (il manifesto di ieri).

Di esplicite tracce sessantottine non se ne rinvengono nell’ultima pubblicazione italiana di Teresa Forcades, religiosa catalana, ma il punto di partenza coincide coi presunti frutti avvelenati di quella liberazione: l’individualismo e “la globalizzazione uniformante dell’attuale fascismo sociale”.

A tutto questo Forcades oppone la costruzione sorprendente di un nazionalismo buono e compassionevole contro quello cattivo degli xenofobi: “Avere compassione per il proprio Paese, amarlo per la sua contingenza e per il suo limite, non per la sua superiorità o per il suo destino eterno, amarlo per la sua fragilità, accogliere il peso degli errori storici ed essere disposti a pagarne il prezzo e a costruire un Paese migliore”.

La biografia di Forcades è un unicum: laureatasi in Medicina ad Harvard oggi è una monaca benedettina di clausura. Nota come femminista è diventata la bestia nera del clericalismo di destra per la sua teologia “queer”, per una Chiesa che vada oltre le differenze di genere.

Catalana di Montserrat, è poi una fiera sostenitrice dell’indipendentismo, sui cui è basato il suo dialogo con Demetrio Velasco, filosofo politico basco e cattolico, edito da Castelvecchi, Nazione e compassione. Esiste un nazionalismo buono? (59 pagine, 10 euro). E notevoli sono gli spunti contenuti nella conversazione intorno alla risorgenza di questo fenomeno, il nazionalismo, che nel secolo scorso ha prodotto solo sanguinosi totalitarismi.

Come la differenza tra ebrei e cattolici sul concetto di spazio: “Il teologo e mistico ebreo Abraham Joshua Heschel diceva che il tempo è di Dio più che dello spazio, dal momento che il tempo ci rende contemporanei mentre lo spazio ci rende rivali”. Forcades sarà a Roma il 2 febbraio, per presentare un altro suo libro, quello sulla teologia queer, Siamo tutti diversi, poi rientrerà in clausura.

Tre Einstein per un pallone

Questa mattina, all’hotel Hilton di Fiumicino, l’assemblea elettiva della Figc nominerà il nuovo presidente federale in sostituzione del dimissionario Tavecchio: in lizza ci sono Gabriele Gravina, presidente Lega Pro, Damiano Tommasi, presidente Aic e Cosimo Sibilia, presidente Lega Dilettanti, che hanno cortesemente risposto alle nostre domande.

È vero che Sibilia è il favorito potendo contare sul 34% di rappresentatività dei Dilettanti?

Gravina: “Sì, e non è giusto. Anche le altre componenti, serie A, serie B, Lega C, allenatori, arbitri e calciatori hanno dimostrato di essere dilettanti, sia pure allo sbaraglio. Proprio per questo, se sarò eletto darò il 34% di rappresentatività a tutte le 7 componenti per un totale pari al 238%”.

Si parla molto dell’apertura alle seconde squadre. È d’accordo?

Tommasi: “Sì, è giusto che ogni club abbia una seconda squadra iscritta a un campionato. Il vero problema sarà convincere la Juventus a sceglierne una tra Sassuolo, Atalanta, Udinese, Chievo, Sampdoria e Bologna”.

Che cosa si può fare per risolvere il problema del razzismo?

Sibilia: “Evitare gli errori del passato. Nel famoso caso Anna Frank, chiusa per squalifica la curva, i tifosi razzisti sono stati fatti entrare nella curva opposta quando c’era la tribuna autorità vuota. Sarebbe stato meglio sistemarli lì, ci avrebbe guadagnato anche la ripresa-tv”.

Che ricetta ha per rilanciare il Club Italia?

Gravina: “Io ne ho tre: aprire Coverciano alla lap dance come da suggerimento di Tavecchio; istituire una nazionale Over 40 per far giocare ancora un anno Buffon, che ci tiene tanto; trovare un ct meno impopolare di Ventura. Tolti Renzi e Maria Elena Boschi, qualsiasi italiano va bene”.

Come cambierebbe il format dei campionati?

Tommasi: “Venti squadre in A e 22 in B sono troppe. La mia idea è quella di ridurre la serie A a una squadra, la Juventus, cancellando così 38 settimane di polemiche post-partita; e varare una B a 41 squadre un po’ stancante, forse, ma che avrebbe il pregio di impedire al mio portinaio, tifoso dell’Inter, di salutarmi ogni mattina dicendo “Mai stati in B!”.

I diritti-tv si stanno sempre più deprezzando: che fare?

Sibilia: “Da senatore di Forza Italia ho chiesto un consiglio al neo senatore Adriano Galliani, che di tv & pallone se ne intende. Secondo lui, la Lega oltre alle partite dovrebbe vendere format-tv originali tipo Il Grande Fratello Vip con Tavecchio che flirta con Carmen Russo e Lotito che seduce Malgioglio e poi lo ingaggia a parametro zero”.

In Lega Pro i fallimenti dei club sono all’ordine del giorno, vedi Modena e Vicenza. Che fare?

Gravina: “Purtroppo mancano i soldi e i club destinati a scomparire saranno sempre di più. Andremo incontro a un’ecatombe, ma in segno di rispetto dalla stagione prossima la mia Lega cambierà nome: non più Pro, ma Ora Pro (nobis)”.

Tavecchio vi lascia in eredità qualcosa di buono?

Tommasi: “Il maggiordomo di via Allegri ci sa fare. Opti Poba, mi pare si chiami”.

È vero che in extremis potrebbe nascere un’alleanza a due su una convergenza di idee?

Sibilia: “Ci abbiamo provato. Ma mancavano le idee”.

Niente panico: i treni restano molto più sicuri delle strade

Come già accaduto nel passato in circostanze analoghe, nelle ore immediatamente successive all’incidente ferroviario avvenuto giovedì in Lombardia e costato la vita a tre persone, da più parti si sono levate voci di denuncia della scarsità di risorse destinate al settore del trasporto pubblico locale e della inaccettabilità delle condizioni di sicurezza sulla rete ferroviaria: “Non è accettabile che delle persone muoiano in questo modo, mentre vanno a lavorare o studiare” (Laura Boldrini); “Morire così, nel 2018, in una nazione che fa parte del G8 è francamente inaccettabile” (Giorgia Meloni); “Episodi del genere non devono più accadere” (M5S). Giornali e telegiornali hanno dedicato alla notizia lo spazio di apertura. Eppure, se si prova a superare la comprensibilissima emozione legata all’accaduto, qualcosa non torna. Proviamo a dire perché.

Ogni giorno sono poco più di diciotto milioni gli italiani che si recano nel luogo di lavoro o di studio. Di questi, una minima parte, meno di un milione, si spostano in treno. La stragrande maggioranza si serve dell’auto o della moto. Costoro corrono un rischio che è di gran lunga maggiore rispetto a quello che interessa i viaggiatori in treno. In ferrovia il numero di decessi medio nell’ultimo lustro è risultato pari a cinque; sulle strade perdono la vita ogni anno 2.400 conducenti di veicoli. È come se ogni giorno accaddessero due incidenti come quello occorso giovedì a Pioltello.

Quanto alle risorse, vi è una radicale disparità di trattamento tra pendolari che utilizzano l’auto e quelli che si servono del treno. I primi, infatti, si fanno carico interamente dei costi del proprio spostamento: pagano, per via fiscale e di pedaggio, i costi correlati alla costruzione e alla manutenzione della rete stradale e tutti quelli connessi all’utilizzo del veicolo. Non solo: ogni anno entrano nelle casse dello Stato all’incirca 40 miliardi di euro al netto delle spese sostenute da tutte le amministrazioni pubbliche. La condizione della ferrovia è simmetrica. Chi si serve di un treno non contribuisce neppure in minima parte ai costi di costruzione delle linee. E sopporta solo una parte minoritaria, intorno a un terzo, di quelli relativi alla circolazione dei convogli. Nel caso degli abbonati tale percentuale è ancora più contenuta: approssimativamente solo un quinto; tutto il resto è a carico dei contribuenti attuali o futuri.

Tale diversità di trattamento appare di assai dubbia giustificazione dal punto di vista dell’equità. La parte largamente prevalente dei pendolari che usano il treno sono impiegati e studenti che si dirigono verso le aree centrali delle maggiori città, mentre categorie con redditi del tutto paragonabili, come operai e artigiani, e più in generale chi effettua spostamenti in aree periferiche spesso non ha alternativa all’uso dell’auto.

Ma torniamo agli incidenti. Nelle attuali condizioni non vi è dubbio che il migliore utilizzo delle risorse pubbliche da destinare alla sicurezza degli spostamenti sia quello che preveda l’impiego pressoché esclusivo delle stesse a favore della strada.

Il contributo più rilevante per la sicurezza dei trasporti che potrebbe oggi venire dalla ferrovia è quello, indiretto, che si conseguirebbe con un miglioramento dell’efficienza produttiva e la riduzione dei sussidi pubblici: se anche una modesta quota parte delle risorse che attualmente l’Italia e gli Stati europei destinano al trasporto su ferro (quasi 50 miliardi di euro all’anno) venisse destinata alla sicurezza stradale, la riduzione del numero di vittime di incidenti sarebbe dell’ordine di qualche centinaio di unità per anno.

Per quanto riguarda la sicurezza della rete, sembra davvero difficile ipotizzare alla luce della loro entità che gli attuali trasferimenti pubblici per la manutenzione non siano adeguati. In ogni caso, qualora in specifici ambiti si evidenziasse una carenza di finanziamenti, le risorse integrative dovrebbero essere reperite attraverso la cancellazione o, quantomeno, il ridimensionamento di grandi progetti i cui benefici risultano essere di gran lunga inferiori ai costi oppure con l’aumento del prezzo di biglietti e abbonamenti.

 

Trump contro Jay-Z: “Disoccupazione tra neri mai così bassa”

Mentreil rapper ameircano Jay-Z aspetta di sapere se sia o meno e tra i favoriti della notte dei Grammy, gli arrivan le critiche del presidente Usa Donald Trump. “Qualcuno per favore informi Jay-Z che grazie alle mie politiche, è stato appena comunicato che la disoccupazione dei neri è al tasso più basso mai registrato”, ha scritto ieri Trump su Twitter. Il presidente Usa ha aggiunto: “La nostra economia è migliore di quanto non sia stata da molti decenni. Le imprese stanno tornando in America come mai prima. Chrysler, per esempio, sta lasciando il Messico e tornando negli Usa. La disoccupazione si avvicina a record bassi. Siamo sulla strada giusta”. Una risposta alle critiche che Jay-Z aveva mosso a Trump in un’intervista andata in onda sabato sulla Cnn, in cui aveva sostenuto che i commenti denigratori di Trump nei confronti delle persone nere avevano adombrato ogni dato relativo all’occupazione: “I soldi non equivalgono alla felicità. Non lo fanno. Questo significa perdere la visione complessiva” ha detto Jay-Z. “Bisogna trattare le persone come esseri umani, quello è il punto principale”, ha aggiunto. Ha poi detto che a suo parere l’elezione di Trump ha messo a nudo la persistenza del razzismo negli Usa.

Australian Open, Federer vince il suo ventesimo slam. È il sesto a Melbourne

“Questa è la conclusione di una favola, uno sogno che si realizza”: Roger Federer ha pianto, ieri, quando ha ricevuto la coppa della vittoria degli Australian Open, il torneo di tennis che si tiene a Melbourne. È la sesta volta che porta a casa questo titolo, eguagliando così il primato di Novak Djokovic e Roy Emerson. Ma è anche la conquista del suo ventesimo slam, a 36 anni. Questo il conto, finora: sei vittorie appunto all’Australian Open, otto a Wimbledon, cinque all’Us Open e una al Roland Garros. Le ultime vittorie, raggiunte con un lavoro di testa e la capacità di adeguare il suo gioco al cambiamento e all’età. “È grazie a tutti voi – ha detto al pubblico – che ancora mi alleno, sono teso, sorrido, gioco”. Ha battuto in finale lo stesso avversario che aveva sconfitto nel 2017 a Wimbledon: la partita contro il croato Marin Cilic (sesto al mondo nella classifica Atp) si è conclusa al quinto set, con il punteggio di 6-2, 6-7,6-3, 3-6, 6-1 e dopo poco più di tre ore di gioco. “Io e la mia squadra abbiamo cominciato bene la stagione, stiamo lavorando duro e spero davvero di avere in futuro l’occasione di sollevare questo trofeo – ha detto Cilic – Sei mesi dopo Wimbledon ho perso un’altra finale Slam, è vero, ma confido che il 2018 mi dia tante altre soddisfazioni”. Federer, ora, è al secondo posto nel ranking Atp, a un passo da Rafael Nadal che durante questi Australian Open è stato costretto a ritirarsi ai quarti di finale a causa di un infortunio all’anca. Sono poi mancati gli altri big del circuito: da Andy Murray, ormai al 19° posto – che a inizio gennaio è stato operato all’anca (e che era già stato operato agli adduttori a dicembre) – al numero otto, Stan Wawrinka che si è fermato al secondo turno, forse prevedibile visto il suo ritorno in campo dopo un infortunio. Novak Djokovic si è invece fermato agli ottavi di finale (anche lui proveniente da sei mesi di pausa) eliminato da Hyeon Chung, il primo sudcoreano ad arrivare ai quarti di finale degli Australian Open.

Manifestazioni anti-Putin in Russia, la polizia arresta il leader dissidente Navalny

Arrestatoper aver organizzato “una manifestazione pubblica non autorizzata”: ieri Alexei Navalny, il principale oppositore di Vladimir Putin in Russia, è stato arrestato mentre si univa alle manifestazioni indette e promosse da lui stesso per protestare contro il rifiuto della Commissione elettorale di registrarlo alle presidenziali del prossimo 18 marzo. La notizia è stata diffusa prima sui Twitter dallo staff di Navalny, poi confermata da lui stesso sempre sui social media e infine diffusa attraverso un comunicato della polizia di Mosca con la giustificazione che le proteste non fossero state autorizzate. “Mi stanno arrestando, ma questo non è importante, non siete venuti qui per me ma per il vostro futuro – , ha scritto in un tweet – L’arresto di una persona non ha significato se siamo in tanti . Qualcun altro venga a sostituirmi”. Il leader dell’opposizione (che secondo la Cnn rischia fino a 30 giorni di carcere e anche una multa) aveva invitato, con un video, i russi a partecipare alle manifestazioni organizzate dal suo movimento in oltre 100 città in tutta la Russia, alcune delle quali, ha affermato, sono state autorizzate. “Si tratta della vostra vita – ha detto – quanti altri anni volete vivere con questi ladri intolleranti al potere? Abbiamo sopportato già per 18 anni”. Navalny aveva poi raccomandato ai genitori di non portare i figli alle manifestazioni, citando il pericolo di cariche. Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, aveva infatti avvisato che le manifestazioni non autorizzate avrebbero potuto provocare “conseguenze” non meglio specificate. Almeno fino a ieri pomeriggio. Oltre a Navalny sono stati fermati altri suoi stretti collaboratori, tra cui Serghei Boyko e Nikolai Lyaskin e si parla di oltre 180 arresti in tutta la Russia. Formalmente, Navalny non può candidarsi a causa di una condanna penale (per frode a cinque anni di carcere con la condizionale) che molti ritengono sia di matrice politica e sulla quale a dicembre la Corte suprema russa ha respinto il ricorso.