Il piccolo fiammiferaio che viene dalla Svezia è morto ieri dopo aver fondato un impero economico sull’arredamento low cost e low space, ma non low profile. Sul suo marchio tutti posano mani, piedi e didietro. Con i suoi mobili, nell’ordine ci si è arredati terza, seconda e alla fine anche la prima casa. O il monolocale di venti metri quadri in città. Ingvar Kamprad, il fondatore di Ikea, aveva 91 anni, buona parte vissuti in un bungalow in Svizzera assieme alla moglie. Sul web si trovano solo le immagini dell’esterno della sua abitazione: bianca, garage marrone scuro, un vialetto semplice in un semplicissimo giardino ben curato. Si spostava in una Volvo sgangherata, comprava vestiti di seconda mano, quando ha ritirato il premio come business man dell’anno è arrivato alla cerimonia in autobus. “Se pratico il lusso non posso predicare il risparmio” ha detto. Ikea, oggi nelle mani dei suoi tre figli, è stata creata oltre 74 anni fa, quando Kamprad aveva 17 anni. Nel 2015-2017 ha registrato utili per 4,2 miliardi, oggi ha 190 mila dipendenti e un giro d’affari annuale di 38 miliardi di euro: il patrimonio personale di Kamprad era stimato in circa 33 miliardi di dollari. Avaro (definizione che gi piaceva gli fosse applicata) ma comunque tra gli uomini più ricchi del mondo. Dopo la morte della moglie, era tornato a vivere in Svezia, ad Aelmhult (dove appunto da ragazzo produceva fiammiferi), anche qui in una casa definita da tutti i media “modesta” e rinunciando quindi alla fiscalità svizzera. Per rientrare, aveva dovuto patteggiare. Per guadagnare, aveva dovuto delocalizzare dove la manodopera costava meno (dalla Cina alla Romania), per vivere bene aveva dovuto ammettere che iscriversi al piú importante movimento nazionalsocialista del regno di Svezia, il Nysvenska Rörelsen (nuovo movimento svedese) ed entrare a far parte dell’organizzazione paramilitare SSS era stato uno dei maggiori errori della sua vita. Senza contare le denunce di condizioni di lavoro estreme (pure sfruttamento minorile) arrivate dai lavoratori Ikea da ogni parte del mondo. Anche il risparmio ha un costo.
Fiumi senz’acqua e villaggi in pericolo: il disastro delle dighe garantite da Cdp
Sace è una società pubblica posseduta da Cassa Depositi e Prestiti: ha emesso una garanzia sul finanziamento da 340 milioni di euro che è stato erogato all’Ethiopian Electric Power, committente del gruppo italiano Salini-Impregilo per la costruzione di una nuova diga sul fiume Omo, in Etiopia, denominata “Progetto Koysha”. Alta 170 metri, con un serbatoio di 6mila milioni di metri cubi e un’energia annua prodotta di 6460 gigawatt, sorgerà nella valle del corso d’acqua tra Etiopia e Kenya. Qui, dal 2004 è stato avviato un progetto di costruzione di dighe idroelettriche per il quale il governo etiope ha deciso di affidarsi all’Italia.
A raccontarlo, insieme alle devastanti conseguenze ambientali, è Presa Diretta, stasera su Rai3 con l’inchiesta “A casa loro”, attraverso il lavoro di Marcello Brecciaroli. Un viaggio tra Etiopia e Kenya, nei villaggi senza elettricità e, negli anni, senza più acqua. Complici anche le dighe.
Il fiume Omo scorre per 770 chilometri a sud dell’Etiopia, prima di finire nel lago Turkana, a nord-ovest del Kenya. Dalle sue acque dipendono 500mila persone, la valle è patrimonio Unesco. Qui è nato l’uomo . Circondato da tre aree semidesertiche, è la zona in cui il govero etiope ha deciso di avviare, dal 2004, la costruzione di enormi dighe idroelettriche affidandosi all’italiana Salini – Impregilo. Il problema è che, senza un piano di sviluppo per le popolazioni indigene, questa operazione danneggia la vita degli abitanti dei villaggi. Il viaggio di Presa Diretta segue infatti il corso del fiume, dall’Etiopia fino al Kenya prendendo spunto dall’ultima garanzia concessa dall’Italia.
Il livello dell’acqua si è abbassato di quasi dieci metri, complici il cambiamento climatico, le dighe e anche l’estrazioni per irrigare le piantagioni. Gli indigeni raccontano che, nonostante la promessa di aprire la diga più spesso, da anni la situazione non è cambiata. A loro non arriva l’acqua e non possono più coltivare sulle sponde, da sempre fertili grazie agli straripamenti. “Uno degli scopi delle dighe – spiega il giornalista – è proprio addomesticare il fiume per creare latifondi sulle terre tribali”. L’obiettivo è produrre il cotone da esportare, oppure per la canna da zucchero per il biocarburante. Nei villaggi non c’è energia elettrica, quella prodotta dalle dighe di Salini – Impregilo arriva su tralicci che la portano in Sudan e in Kenya. Esportata anche quella.
“Nel 2004, la diga Gibe II – si legge nella nota diffusa dal programma – fu finanziata direttamente con 220 milioni provenienti dal Fondo per la cooperazione del Ministero degli Esteri tanto che nel 2016 le commissioni ambiente e sviluppo della Camera approvarono una nota congiunta in cui si chiedeva di rivalutare l’appoggio politico ai progetti di Salini in Etiopia”. I progetti di Salini, poi, sono considerati in violazione delle regole Osce “perché ottenuti senza gara d’appalto internazionale”. Già nei mesi scorsi c’era stata polemica per un finanziamento di Cassa Depositi e Prestiti: era stato erogato a un’impresa estera per la costruzione del centro commerciale Meydan One Mall a Dubai, di cui il primo lotto affidato alla Salini-Impregilo: una linea di credito di 300 milioni di dollari in cordata con Standard Chartered e Ubi Banca.
Basta ristoranti, ora il sogno è l’Accademia di Belle Arti
La moda e il design cinese parlano italiano, o meglio romanesco. Mandare i figli a studiare all’estero, per chi se lo può permettere, non è solo un’usanza della borghesia nostrana: Giurisprudenza ed Economia in Inghilterra, Medicina negli States, Ingegneria in Germania, sono le mete universalmente più gettonate. La nuova middle-class, erede del Celeste impero, sogna di far frequentare ai suoi giovani rampolli un corso dell’Accademia delle Belle Arti di Roma. Stiamo parlando di circa 600 milioni di persone che con la tumultuosa crescita dell’economia cinese hanno raggiunto e superato i redditi medi “europei”.
In Cina un diploma acquisito nei laboratori e negli atelier dell’antica accademia di via Ripetta, con sede in un edificio ottocentesco a pochi passi da piazza del Popolo e il Mausoleo d’Augusto, ha un valore enorme. Dei circa 3 mila iscritti ai 30 corsi offerti oggi dall’istituzione pubblica romana, nata agli inizi del ’500 dall’Accademia di San Luca, il 30 per cento sono studenti stranieri. Negli ultimi anni gran parte dei nuovi iscritti provengono dalla Cina, ma troviamo anche molti russi, moldavi, iraniani, turchi, finlandesi e un tempo, prima del conflitto, iracheni. Tutti assidui “clienti” dell’Accademia, interessati ad apprendere ed esportare nel proprio paese il gusto e la conoscenza per l’arte classica, la pittura, la scultura e oggi per i ricchi settori della moda e del design – molto richiesti nella nuova struttura dei consumi cinesi in cui è entrata la categoria del “bello” oltre che del necessario – là dove nascono e si sviluppano a livelli di eccellenza. Per arrivare a frequentare i corsi italiani non basta però solamente la disponibilità economica. Gli studenti arrivano da tutte le regioni della Cina tramite il ministero dell’Istruzione cinese dopo aver superato un bando pubblico e passano comunque per le maglie dell’ambasciata a Roma.
“La nostra maggiore utenza è internazionale, abbiamo questa fama che il mondo ci riconosce ma purtroppo come spesso accade non altrettanto possiamo dire dell’attenzione e il sostegno che ci riserva lo Stato italiano” spiega la direttrice dell’Accademia, Tiziana D’Acchille. Già, perché l’anomalia è che qui da noi le accademie (si chiamano così dappertutto proprio in omaggio alle prime istituite in Italia) non hanno lo stesso status giuridico dell’università. Questo comporta non solo che i diplomi non sono equiparati alle lauree, ma che i corsi non godono neppure degli stessi finanziamenti. “Mancano ancora i decreti attuativi della riforma del 1999 che equipara le accademie alle Università – aggiunge D’Acchille – con la conseguenza che istituzioni di eccellenza in molti campi, come la nostra, non possono accedere a progetti di ricerca come quelli finanziati da un decreto del 27 dicembre scorso con cui il governo ha riconosciuto alla ricerca universitaria oltre 300 milioni di euro”.
La scarsità di fondi non ha però inciso, per una precisa scelta di politica gestionale, sulle rette richieste agli studenti stranieri. Per un intero corso si paga 1.600 euro annui e quelli che non parlano bene l’italiano devono fare un corso aggiuntivo il primo anno, del costo di tremila euro. “Se si considerano le 30mila sterline richieste per esmepio a Cambridge la quota è molto bassa – sottolinea la direttrice – il contributo è rimasto lo stesso per non scoraggiare le iscrizioni, non tutti sono ricchi e mantenere un figlio a Roma di sana pianta è comunque una grossa spesa”.
Chinatown, il grande balzo in avanti
Chi l’ha detto che i cinesi non muoiono mai? Ci sono voluti cento anni, ma almeno a Milano accade: il primo cinese è stato sepolto al cimitero Monumentale, il più importante e noto della città, quello del Famedio, per capirci, che accoglie le spoglie di Alessandro Manzoni. Grande lapide e fiori freschi, lumini accesi sopra una cassa di Brunello di Montalcino. Sopra il signore cinese, nato nel 1960 e morto nel 2016, la tomba di Filippo Meda, già parlamentare, e presidente del consiglio provinciale di Milano.
E che dire di Masterchef che pochi giorni fa, nei grandi spazi della Fabbrica del Vapore, vicino a via Poalo Sarpi, ha celebrato la comunità cinese durante una puntata? Piccoli particolari, certo, indicativi però di come l’integrazione, spesso, corra più veloce dei luoghi comuni, ad esempio quello dell’impenetrabilità dei cinesi in Italia dall’esterno.
Qui Chinatown a Milano. Lanterne rosse e luci colorate. Pochi giorni ancora e in via Paolo Sarpi, si celebrerà il capodanno. Si festeggia l’anno del cane. Attese migliaia di persone a far da coda e marea al grande dragone. Comunità antica, quasi un secolo in questa zona della città a due passi da piazza Duomo. Generazioni stratificate, arrivate, vissute, nate anche nelle case popolari e di ringhiera.
Oggi Paolo Sarpi è zona pedonale e meta turistica. Solo pochi anni fa qui arrivavano i camion dei grossisti cinesi per scaricare merci di ogni tipo. Caos e polemiche. Rivolte anche, nel 2007, anno di gloria e paura in città. Per una multa la comunità insorse. Violenta. Ma, paradossalmente, quella burrasca di gente per le stradine che incrociano via Sarpi, fu l’inizio di una nuova era. Bonifica urbana e sociale. In mezzo inchieste giudiziarie, omicidi, bande di giovanissimi, droga, estorsioni, soldi, tanti, volati via per canali finanziari paralleli. Perché in fondo, qui tra via Niccolini e via Messina, tra via Lomazzo e via Bramante, l’aria che si respira non è solo quella del cibo e di alimentari impavesati di leccornie cinesi, ma anche quella di una comunità che si apre alla città, sempre di più e senza paura. Una corsa all’integrazione in qualche modo, però, ancora azzoppata da una illegalità sotterranea. E che resta diffusa.
Certo la lunga risacca dell’Expo ha aiutato e non poco. La speculazione edilizia ha prodotto nuovi palazzi. Residenze di pregio ambite da molti milanesi. Che in questa zona da tempo ormai hanno spostato domicilio e affari. A far da contorno, negozi di elettronica che tutto riparano e che sono la salvezza di molti. Ristoranti nuovi, street food in salsa cinese. Ma anche, perché no, locali che vendono cibo siciliano. Nessun controsenso. È Chinatown, quella delle nuove generazioni, che parlano un italiano perfetto, e che non hanno timore, ma solo voglia di affermarsi.
Francesco Wu è un giovane imprenditore nonché presidente onorario dell’Uniic, Unione imprenditori Italia Cina. Da poco ha aperto un ristorante di ramen in via Lomazzo. “L’attuale crescita di via Paolo Sarpi – spiega – inizia con la fine del fenomeno dei grossisti. E con la pedonalizzazione della zona. Questo ha dato il via a uno sviluppo soprattutto nel settore del cibo, trasformando la zona in un distretto del food tra i più importanti in Italia. Ma non solo, la spinta di Chinatown, dovuta anche alle nuove generazioni nate a Milano, ha attirato imprese italiane. Sono stati aperti, ad esempio, ristoranti siciliani”.
Integrazione, impresa e politica. Si perché oggi la comunità cinese entra nella politica milanese. È già successo con le primarie del Pd per scegliere il candidato sindaco. Il punto di Wu è chiaro: “Ora i cinesi hanno maturato la consapevolezza, soprattutto le giovani generazioni, di contare come soggetto attivo nella scelta degli amministratori della città”.
Il quadro, però, ha una doppia faccia. Dietro le luci di una rinascita sociale evidente, restano sempre locali, bar e ristoranti, di difficile accesso, appartamenti di ringhiera dove oltre alla merce si stocca la droga, centri massaggio che, fioriti come funghi (e non solo in via Paolo Sarpi), fanno da paravento alla prostituzione, o colorati karaoke, dove si trattano soldi ed estorsioni. Certo i reati sono in calo, gli omicidi e le aggressioni. “Qui – spiega un agente della Squadra volanti – i nostri interventi per fatti violenti sono sempre più rari”. Il dato positivo viene letto anche in un altro modo. “Questa pace – spiega una fonte investigativa qualificata – è anche il sintomo che il milieu criminale è cambiato, non più bande di giovanissimi, ma un’organizzazione dall’alto”. Attenzione, non è mafia, come invece raccontato nell’ultima inchiesta della Dda di Firenze.
Ma certo da quelle carte, il ruolo di Milano ha una sua connotazione particolare. Qui risiedeva uno dei fedelissimi del capo dei capi Zhang Naizhong chiamato anche “l’uomo nero”. Si tratta di Zhou Hong Zhen, classe 1968. Nel suo appartamento di via Fioravanti in piena Chinatown si è svolto almeno un summit al quale, scrive la Procura, “partecipano personaggi di spicco e di spessore criminale”. Tra loro lo stesso boss. Al centro dell’incontro “l’accordo con le ditte rivali dell’Anda”. Si tratta della società di trasporti, con sede a Milano, che fa riferimento direttamente al capo dei capi della mafia cinese. Indicativa anche la parte dei sequestri. Decine di conti correnti sono stati bloccati dalla magistratura e quasi tutti accesi in banche con filiali a Milano. “Oggi anche la criminalità cinese – spiega un investigatore che per anni ha indagato qui in Paolo Sarpi – ha abbandonato metodi violenti, iniziando a reimmettere il denaro sporco nell’economia legale”.
I soldi, dunque. “Il fenomeno del denaro in nero – racconta un altro investigatore – è ancora molto presente. Il metodo principale che noi notiamo è quello di saturare di nero un esercizio commerciale per poi passare la licenza a un altro connazionale”.
Impossibile o quasi seguire la traccia del denaro. Ma che la lente, in questo momento, sia accesa da parte delle forze dell’ordine lo dimostrano le recentissime segnalazioni arrivate all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia proprio su diverse operazioni sospette direttamente riconducibili alla Chinatown milanese.
Soldi, dunque. Quelli in banca, ma soprattutto quelli in contanti e spostati attraverso sistemi paralleli come i money transfer. Un recente episodio di cronaca avvenuto in via Sarpi dimostra in qualche modo la portata massiccia di questo contante. Nel 2017 una donna cinese uccide con due colpi di pistola un connazionale. Lo fa, si scoprirà poi, per soldi. Alla vittima l’assassina aveva rubato oltre 400 mila euro in contanti. Un bel tesoretto che l’uomo deteneva in casa perché gestiva un fiorente money transfer.
La posizione di Francesco Wu è però più ottimistica per il futuro. “Sul fronte della legalità restano certamente delle sacche, ma non certo di criminalità organizzata. Se succede qualcosa se qualcuno chiede dei soldi quasi tutti vanno a denunciare. Il fenomeno della droga c’è ancora ma non coinvolge la comunità cinese lavoratrice e comunque è limitato. Sui reati finanziari esiste ancora il fenomeno del nero ma anche questo, credo, che con il tempo diminuirà anche perché le nuove generazioni stanno capendo che ci sono vantaggi nell’essere in regola soprattutto per chi ha deciso di radicarsi qui in Italia”. E se il fenomeno delle bande giovanili appare, allo stato, in totale declino, resta fiorente il traffico di droga e in particolare dello Shaboo o Ice che le gang cinesi trafficano direttamente dalla Polonia, in particolare con un gruppo cino-vietnaminta che sta in un sobborgo di Varsavia, e che poi rivendono qui a Milano a membri della comunità filippina.
Di rilievo, perché particolare, è un fenomeno economico osservabile fuori da Chinatown e percorrendo la cintura della periferia nord di Milano. “Qui – spiega un investigatore – i cinesi ormai hanno il monopolio dei bar che fanno anche tabaccheria”. In altri casi, poi, alcuni bar storici della criminalità italiana sono passati sotto la gestione di cinesi. È successo a Quarto Oggiaro e nella zona di Limbiate, quest’ultimo, secondo la Dda di Milano, era, prima di passare di mano, legato alla ’ndrangheta. E poi c’è il caso di una grande sala di videopoker a nord di Milano passata, per oltre un milione di euro, dalle mani di una noto gruppo criminale calabrese a una cordata di cinesi.
Cosa ci sia dietro ancora non è dato sapere. Passato e futuro, dunque. Zone d’ombra e tanta voglia di affermarsi fuori dagli stretti vincoli della comunità. Chinatown corre veloce, ma non dimentica i suoi incubi.
Avanti in ordine sparso. Il collateralismo è finito
Il collateralismo è morto: le associazioni di categoria non portano più pacchetti di elettori come in passato. Ormai l’imperativo è parlare con tutti, schierarsi con nessuno e fare i propri interessi. Il 4 marzo il mondo dell’associazionismo andrà al voto in ordine sparso, guardando con interesse al ritorno del centrodestra (e magari con un pizzico di curiosità al possibile exploit M5S), senza disdegnare la prospettiva delle larghe intese. Ognuno con le sue richieste: la lista della spesa da presentare al prossimo governo, dall’abbattimento del costo del lavoro alla tutela del cibo italiano, passando per la revisione dei trattati internazionali e la difesa del suolo, è già lunghissima.
Niente etichette, dimenticate le origini. I partiti – da cui pure le associazioni spesso sono nate – sono destrutturati. Restano le vecchie sigle: Coldiretti, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti, chi più ne ha più ne metta. Confusi dalla fine di un’epoca, storditi dalla crisi, alla ricerca di nuovi riferimenti che alla vigilia delle urne vuol dire soprattutto capire come votare. C’è chi tifa per la continuità, come Confindustria, ma stavolta con discrezione dopo l’imbarazzante scivolone referendario. E chi ha lanciato un segnale ai propri iscritti: l’ex presidente di Legambiente, Rossella Muroni, si è candidata con Liberi e Uguali. Il mantra più diffuso, però, è un altro: “Nessun endorsement, valutiamo i singoli progetti”.
Prendiamo Coldiretti. Nata come costola sui campi della Dc, fondata e presieduta per oltre tre decenni dal deputato Paolo Bonomi, simbolo della simbiosi col partito. Oggi il legame con la politica si è rescisso, al punto che lo statuto prevede il divieto di candidabilità per chi ricopre cariche nella Confederazione: “Negli Anni 50 c’erano 8 milioni di agricoltori, la maggior parte iscritti alla Coldiretti, che votavano tutti per la Dc – ricorda l’attuale presidente, Roberto Moncalvo – Oggi la filiera associazione-partito non esiste più: non è che siccome sei iscritto a questa o quella sigla, voti in una certa maniera. I nostri associati non sono politicamente identificabili”. Ma hanno pur sempre delle preferenze, accordate in base ai temi: “Per noi sarà dirimente la battaglia sull’etichettatura d’origine obbligatoria e gli accordi internazionali. Ad esempio, siamo contrari al Ceta (Accordo di libero scambio tra Canada e Eu, ndr) e su questo ci siamo ritrovati con alcuni partiti come M5S e Lega”.
Nello stesso campo, il Pd può consolarsi con la Cia (Confederazione Italiana Agricoltori), legata al mondo della sinistra. Non a caso il consorzio Agrinsieme (di cui fa parte anche Confagricoltura, il suo presidente Massimiliano Giansanti era stato dato da alcune indiscrezioni, subito smentite, come possibile candidato di Forza Italia alla Regione Lazio) nel 2016 si schierò a favore del referendum costituzionale. “Ora diamo solo giudizi di merito”, ripetono.
Senza più debiti da pagare alla tradizione, le associazioni si riposizionano come conviene. Confcommercio, 700 mila imprese in tutta Italia, tifa per la stabilità: “Il caos non fa bene agli affari”. Va bene chiunque garantisca un governo, insomma: nel 2013 l’ex direttore generale Luigi Taranto era stato eletto in Parlamento col Pd. A questo giro non sono previste candidature, ma è facile immaginare che la maggioranza degli associati faccia scelte tradizionali: Forza Italia o Pd, con la Lega radicata al Nord, e al Sud qualcuno che comincia a guardare al Movimento 5 stelle. Anche per Confartigianato il bacino prediletto resta il centrodestra, ma occhio alle sorprese: “I 5S hanno aperto un nuovo mondo: hanno fatto breccia soprattutto sui piccoli e piccolissimi imprenditori, quelli che più hanno pagato la crisi – spiegano dall’associazione – Noi dobbiamo essere pronti a parlare con tutti per portare avanti i nostri temi”.
Stessa filosofia per Legambiente, che però una scelta di campo sembra averla fatta. O almeno, l’ha fatta la sua ormai ex presidente, Rossella Muroni, candidata con Liberi e Uguali di Pietro Grasso. “Noi comunque non abbiamo mai dato un’indicazione – precisa il direttore generale Stefano Ciafani – Gli iscritti votano secondo la propria sensibilità, ce ne sono di molto diverse al nostro interno”.
Del resto, pare che un altro dirigente sarà in lista col M5S. Il 15 febbraio verrà presentata l’“Agenda ambientalista” per il nuovo parlamento, che punterà su consumo del suolo, riforma dei parchi, abbattimento degli ecomostri. E l’associazione ha idee chiare su chi potrebbe realizzarla: “L’ultima legislatura è stata quella che ha approvato più disegni di leggi in materia, spesso grazie alla convergenza di Pd, 5 stelle e sinistra”. Di sicuro, pochi voteranno per Berlusconi: “I governi di centrodestra sono quelli che hanno fatto le politiche più antiambientali della storia”.
Chi proprio non può permettersi di sbagliare un’altra volta, invece, è Confindustria. L’associazione più influente dell’imprenditoria italiana nel 2016 aveva scelto di appoggiare il referendum costituzionale, sbilanciandosi su nefaste previsioni in caso di vittoria del no (“Il Pil calerà dello 0,7%”) e rimediando una sonora sconfitta insieme a Matteo Renzi. “Ci abbiamo messo la faccia, abbiamo perso ma non ci siamo pentiti”, rivendicano. Sarà, ma a questo giro dal consiglio presieduto da Vincenzo Boccia non arriverà nessun endorsement: il 16 febbraio a Verona si terrà l’assise generale per firmare il nuovo “progetto per l’Italia”. Lavoro giovanile, crescita, riduzione del debito: la premessa, però, è la continuità con quanto fatto negli ultimi anni.
Al massimo gli imprenditori potrebbero spostarsi dal Pd a Forza Italia (ma per non lasciar nulla d’intentato di recente hanno incontrato una delegazione del M5S). Dall’associazione ricordano il rapporto stretto con Antonio Tajani, possibile premier per Berlusconi. Ancor più che al presidente del parlamento europeo, però, in questo momento Confindustria si sente vicina a Sergio Mattarella: “Se c’è una persona da cui ci sentiamo garantiti, per la sua credibilità e il richiamo a progetti sostenibili, è il capo dello Stato”. Un bel governo del presidente li accontenterebbe di sicuro.
“Non sono adatto ai riti di questo Pd: io mi fermo”
Senatore Massimo Mucchetti, perché ha deciso di non ricandidarsi?
Oggi nel Pd non ci si candida: si da’ al segretario o al capo corrente la disponibilità a essere messi in lista e loro scelgono. Non sono adatto a questi riti. Del resto, nel 2012 avevo accettato, e non cercato, l’offerta dell’allora segretario del Pd, Pierluigi Bersani, per concorrere a un’azione di governo. Ma il ruolo del Parlamento e’ stato depotenziato. E il governo ha perso troppi treni…
Eppure, lei è rimasto nel Pd e non ha aderito a Liberi e Uguali?
Non capivo l’utilità di una scissione prima del congresso, ancorché attribuisca a Renzi la responsabilità di aver pervicacemente cercato di liberarsi del dissenso, emarginandolo. Temevo inoltre derive estremiste per rendere più riconoscibile il nuovo partito. E poi stavo maturando la decisione di tornare al lavoro professionale, esaurito l’impegno di legislatura che mi ero preso. Certo, avrebbe avuto più senso costituire nel 2014 gruppi parlamentari autonomi, pur dentro la maggioranza, nel vedere la riforma costituzionale e l’Italicum, due disastri assai più importanti delle dinamiche interne di partito che furono la pistolettata di Sarajevo della scissione.
Questo in effetti lei propose, dice Vannino Chiti, un altro che non si ricandida, nel suo ultimo libro: niente scissione ma gruppi autonomi.
Ma dei 14 senatori che ebbero allora il coraggio civile di non partecipare al voto su quei due disegni di legge solo 4 o 5 erano disposti al grande passo. Troppo pochi. Il gruppo bersaniano aveva addirittura votato la riforma costituzionale in prima battuta. Ma la preveggenza non sempre paga in politica. Antonio Giolitti aveva ragione sui fatti d’Ungheria. Ma aveva contro Togliatti e dovette divorziare dal Pci.
Che bilancio trae di questi cinque anni in Parlamento?
Lascio ad altri i massimi sistemi. Sto al mio. E riconosco che siamo stati poco incisivi. Abbiamo fatto analisi di tipo nuovo sullo Stato azionista e le sue imprese e sull’elusione fiscale delle multinazionali digitali. Ma senza sponda nel governo.
Dopo l’indagine della sua commissione Industria sui risultati delle aziende pubbliche, Paolo Scaroni non è più stato confermato all’Eni. Un colpo per il sistema di potere che ruota attorno a Luigi Bisignani.
Quell’inchiesta accese un faro sui risultati reali delle società a controllo pubblico, ma le nomine le fece Renzi. Aver liquidato Alessandro Pansa a Finmeccanica fu un errore. La scelta di Claudio Descalzi, invece, sta dando risultati industriali rilevanti. Aver cambiato i vertici di Cassa depositi e prestiti in corso di mandato senza un progetto invece, preoccupa. Non tanto per i legami con il sistema Bisignani quanto per le scelte ondivaghe su private equity e Sace, telecomunicazioni e Ilva.
Il governo Renzi ha fermato la web tax, il governo Gentiloni ha lasciato fare al Parlamento.
Il Senato aveva approvato una web tax seria all’unanimità, con il consenso del governo. La Camera l’ha snaturata facendo pagare le nascenti imprese web italiane invece delle varie Google, e lo stesso governo ha subito l’impostazione del Pd di Montecitorio e del Nazareno. Alla fine non accadrà nulla.
Parliamo di banda larga. Lei aveva suggerito a Cdp ed Enel di cedere Open Fiber a Telecom contro azioni Telecom e poi di scindere la rete da Telecom con Cdp ed Enel che vendono le azioni Telecom appena ricevute per arrotondare la partecipazione nella società della rete. Ma l’Enel è contraria… E Vivendi, padrona di Telecom, fa melina.
La ritirata degli uomini Enel dal vertice di Open Fiber forse dice qualcosa. La Cdp tace. Il governo pure, a parte il ministro Calenda che fa quel che può con il golden power, e fa bene, ma alla fine ci vorrà un accordo senza vinti ma con tutti vincitori. Sto parlando delle aziende, non dei loro capitani: dei risparmi giganteschi possibili e del probabile aumento delle quotazioni. Ma per questo bisognerà attendere il nuovo governo.
Un governo con Berlusconi al centro cercherà di piegare tutto a vantaggio di Mediaset.
Berlusconi lo conosciamo, ma Mediaset ci sarà anche dopo di lui. Mediaset ha le torri. Le ha anche la Rai, e pure le società telefoniche le hanno. Sarebbe un reato costruire un campione nazionale attorno alla rete ex Telecom, regolato dall’Agcom al servizio degli operatori in concorrenza nelle telecomunicazioni come nella nuova tv?
Diversi giornalisti saranno candidati da M5s, Pd, e Forza Italia. La credibilità del giornalista dove finisce?
È la contestazione, strumentale e temporanea, che la Fiat fece alla direzione del Corriere della Sera quando accettai la proposta di Bersani. Non ne farei una regola. Montanelli rifiutò il laticlavio. Einaudi fece il ministro e il presidente della Repubblica. La credibilità dipende dalla schiena dritta e dal cervello, non dall’obbedienza a codici astratti.
Si è chiusa la commissione di inchiesta sulle banche con i fuochi d’artificio, poi il tema è sparito dalla campagna elettorale. Da dove si deve ripartire nella prossima legislatura?
Più che da commissioni d’inchiesta su argomenti ignobili ma facili, come le malefatte dei vari Zonin o le presunte inefficienze dei vigilanti (sempre meglio dei colleghi degli altri grandi Paesi, dati i risultati), si facciano le scelte giuste sui temi difficili come le sfide del fintech e delle piattaforme digitali al sistema bancario in essere e le loro conseguenze per il Paese.
Tornerà a fare il giornalista ora?
Dopo il giornalismo, la politica è stata la mia seconda vita, un gran master professionale alla fine. La nostalgia per la prima non manca, ma si può anche immaginare una terza vita.
Castelvetrano, “evasione legalizzata” da 42 milioni
Un buco da 42 milioni di euro dovuto a un’evasione fiscale di massaa Castelvetrano, nel trapanese, patria del latitante Matteo Messina Denaro. A rilevare l’ammanco, i commissari straordinari del ministero dell’Interno dopo lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose. Dai tributi non pagati alla mancata riscossione che sarebbe pari al 65%. Riguarda imposte comunali non versate dal 2012 al 2017. Per poter tenere in piedi i conti, il Comune ha ricevuto 32 milioni dallo Stato, che dovranno tornare indietro.
Manfuso: “Non sfido il mio ex D’Attorre”
Sara Manfuso, ex modella e presidente dell’associazione #Iocosì che si occupa della lotta alle discriminazioni, ha annunciato che non correrà come capolista nel proporzionale Lazio2. “La politica si può fare anche fuori dal Parlamento e la mia rinuncia deriva da questo assunto ma, ancor di più, dal rispetto che nutro per il padre di mia figlia (Alfredo D’Attorre, capolista LeU proprio in Lazio2) che non merita, come me, la strumentalizzazione della competizione”.
Dal Lazio alla Sicilia, Boschi pluricandidata
Sicilia, Lombardia, Lazio, Bolzano: la sottosegretaria di Stato, Maria Elena Boschi, secondo le liste ufficiali pubblicate dal Partito Democratico è candidata in almeno quattro regioni d’Italia: è capolista nel collegio di Cremona-Mantova (Lombardia 4-02), nel collegio 3 Lazio (Guidonia Velletri) e nei listini di Sicilia 1-02 (Marsala Bagheria), Sicilia 2-01 (Messina Enna) e 2-03 (Ragusa Siracusa). Inoltre, è candidata anche nel collegio uninominale della Camera a Bolzano (Trentino 1).
“Il Pd? Voleva tagliare l’Iva sulle ostriche”
Il leader di Liberi e Uguali, Piero Grasso, ha annunciato ieri la sua candidatura a Palermo: “Non vuole essere una imposizione – ha detto – serve a potenziare quelli che sono i consensi eventuali che posso raccogliere. Non deve essere vista assolutamente come una prevaricazione”. Sarà capolista nella Sicilia occidentale per il Senato. “Il Pd aveva presentato un emendamento alla manovra di Bilancio in cui si prevedeva di togliere l‘iva sulle ostriche – ha detto – . Poi è stato ritirato. Noi abbiamo altri progetti”.