Patrizia Prestipino colpisce ancora. L’esponente Pd, dopo la dichiarazione a proposito del “sostegno alle mamme italiane per difendere la razza italiana” dello scorso luglio, stavolta scivola su un “Boia chi molla”. Un giornalista del Foglio ha infatti pubblicato su Twitter una immagine tratta da un profilo social della Prestipino, che è insegnante, che ritrae uno scambio di messaggi con alcuni ragazzi che in posa davanti a un manifesto Pd. “Boia chi molla prof” scrivono i giovani a didascalia. “Grandi i miei ragazzi – risponde Prestipino – Vi amo e grazie dell’incoraggiamento”. “In bocca al lupo prof” replicano ancora i quattro studenti. Inutile sottolineare come l’apprezzamento entusiasta per un noto slogan fascista non sia passato inosservato.
Oggi le liste M5S. Lega: Bossi contro Paragone
Di Maio gongola grazie ai sondaggi e Salvini riarruola Bossi, promette dazi e lancia messaggi a Berlusconi ponendo veti sulle alleanze con Renzi. Dopo le bufere del Nazareno in casa Pd, anche per M5S e Lega è arrivato il momento dei nomi.
Oggi alle 10, dopo giorni di polemiche sulle “parlamentarie”, il candidato premier Luigi Di Maio presenta ufficialmente a Roma i candidati M5S alla Camera e al Senato: “Una squadra incredibile – spiega Di Maio in un video postato su Facebook – c’è un tale che ha vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi ci sono presidenti di ordini professionali, c’è un ammiraglio, c’è un capitano dell’esercito, ci docenti universitari, imprenditori, c’è il presidente del Potenza Calcio, lucano dell’anno”. Tra i nuovi nomi, Emanuela Del Re – docente universitaria esperta in Medio Oriente e integrazione di rifugiati – e un medico di Emergency.
“Per gli altri – prosegue Di Maio – la composizione delle liste è stata un’esperienza devastante, e cito Matteo Renzi. Per noi è stata un’esperienza entusiasmante che ci ha permesso di portare a bordo del M5S tanta gente nuova, di cui dobbiamo essere orgogliosi della cui disponibilità siamo onorati. La campagna sta andando bene, sono arrivati quasi 500 mila euro di donazioni ma continuate”, sottolinea ancora Di Maio che mostra gli ultimi sondaggi di Ixé che mostrano il M5S in crescita sulla soglia del 30%: “FI e Lega si rubano i voti a vicenda, il centrodestra è una grande allucinazione, quando cresce il partito di Berlusconi cala quello di Salvini e viceversa. Gli unici che crescono anche quando aumenta l’affluenza al voto siamo noi. I prossimi trenta giorni valgono i prossimi dieci anni”.
Nota stonata della giornata, il ritiro della candidatura della senatrice catanese Ornella Bertorotta che ha annunciato di essere indagata per “delle pressioni che avrei esercitato per un’assunzione presso una casa famiglia dove ho fatto un’ispezione”.
Quanto alla Lega, la notizia principale è la conferma della candidatura di Umberto Bossi, annunciata dallo stesso Salvini: “Bossi c’è, Maroni ha fatto un grande lavoro e continuerà a darci una mano. Altri hanno scelto la poltrona rispetto la comunità, liberi di farlo. Bossi è candidato a Varese”.
E a Varese si profila uno scontro interessante. Nello stesso collegio è infatti candidato al Senato il giornalista Gianluigi Paragone, ex direttore de la Padania ed ex conduttore per La7, in corsa per il Movimento Cinque Stelle.
E da Salvini arriva anche un avvertimento all’alleato Berlusconi: “I voti della lega non andranno mai a sostenere governi con il Pd. Io rispetto i patti. Se gli italiani daranno più voti a Salvini, bene, se daranno più voti a Berlusconi, allora ci dovrà dare un nome. Un nome di centrodestra andrà bene. L’ultima cosa che vogliamo per l’Italia e per gli italiani è il minestrone”.
Sposetti: “Renzi delinquente seriale, ci fa perdere i giovani”
“Abbiamo messo in campo la squadra più forte. Abbiamo idee vincenti e convincenti”. Il giorno dopo la bufera delle liste Matteo Renzi ostenta ottimismo su Facebook, per poi accomodarsi nel salotto Mediaset di Barbara D’Urso a difendere il suo operato urlando a Domenica Live “ho candidato solo persone vicine a me, fedeli? Io rispondo con il fatto che a Napoli il primo candidato che abbiamo individuato è Paolo Siani, un medico, che non viene dal Pd, ma dalla lotta alla camorra. Ed è in prima fila contro la povertà educativa”. Il problema, tuttavia, non è Siani (e nemmeno Lucia Annibali, altro esempio di candidatura della “società civile” portata a esempio dall’ex premier), ma molti degli altri.
E nel partito, questo è certo, le acque non si calmeranno facilmente. Il dilemma è: battersi contro il “PdR”, il Partito di Renzi, o turarsi il naso e fare campagna elettorale per il Partito democratico? C’è da scommettere che da qui al voto il tema sarà centrale dentro e fuori al Pd. Alzi la mano, infatti, chi non conosce almeno un (ex) elettore dem non imbufalito con il segretario del cerchio magico e che non minacci scheda bianca o nulla.
A toccarla piano è l’ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti – senatore uscente, già ritiratosi dalla corsa alla candidatura prima della notte dei lunghi coltelli del Nazareno – tramite la Repubblica: “Renzi è un delinquente seriale – dichiara Sposetti – ora facciamo la campagna elettorale per il Pd. Dopo il 4 marzo, però, ci occuperemo della delinquenza”.
“Anche perché – ribadisce al Fatto Sposetti – il tema è generazionale. Dopo quello che ho detto ho ricevuto molte telefonate di sostegno da ragazzi sotto i trent’anni. Questo significa che se le cose vanno male, per la sinistra è finita per almeno un paio di generazioni. Io ho 71 anni, sono stato eletto la prima volta negli anni 70, la mia casa è questa non la cambierò. Quindi andiamo avanti. Però i giovani li stiamo perdendo”.
Parole che hanno il sapore di un sasso lanciato (quasi letteralmente) in faccia; come a dire, per ora ci si tura il naso, poi faremo i conti. In fondo è stato lo stesso Renzi a cominciare le ostilità. L’analisi più diffusa all’interno del partito è che l’ex premier fiuti una sonora sberla elettorale e che per questo motivo abbia deciso di blindare il gruppo parlamentare per non essere buttato fuori da quelle stanze in cui – pare – non ha fatto entrare nessuno di “esterno” durante la composizione delle liste. Il rischio debacle è forte, anche perché quella elettorale non è una scienza esatta. I famosi “collegi sicuri”, infatti, sono quelli in cui – sondaggi alla mano – i dem sono avanti di almeno sei, sette punti su centrodestra e M5S, ma scomparso il partito “di territorio”, la differenza la fanno i nomi.
“Se uno è incazzato con il Pd – confida un altro dirigente Pd – chi glielo fa fare di votare la Lorenzin? Piuttosto, sfruttando l’alleanza, sceglie la Bonino, che almeno ha una storia importante”. Per avere l’elezione certa, ad alcuni esponenti è stata garantita la candidatura in tre regioni. Mancano 34 giorni al voto, chi può avere il tempo necessario per organizzare la famosa campagna elettorale “sul territorio” dappertutto?
Con B. è sempre Forza Gnocca. E poi i soliti amici dei mafiosi
Alla gnocca non si comanda. L’ex Cavaliere, “delinquente naturale” per il Tribunale di Milano, non si dimentica dell’adorata Puglia. Tarantini, do you remember? Attorno a “Gianpi”, imprenditore barese un tempo re delle protesi sanitarie, ruotava un consolidato sistema per saziare la vorace satiriasi di Silvio Berlusconi. Carovane di donne, anche escort, e in primis Patrizia D’Addario, partivano alla volta di Roma, Palazzo Grazioli, oppure della Sardegna, Villa la Certosa. Una stagione di fuoco, un decennio fa. E che ritorna adesso nella tormentata composizione delle liste di Forza Italia. A cominciare dalla Puglia, appunto, dove solo dopo il 4 marzo si deciderà a Bari sul rinvio a giudizio per B. – difeso da Sisto, capolista alle Politiche – per le presunte bugie di Tarantini sulle escort.
È lì, infatti, nel lembo più orientale d’Italia, che valorose figure del sistema Tarantini si ritrovano a capeggiare il partitone azzurro dell’amore. Il primo nome è quello di Elvira Savino, già deputata “topolona” (Dagospia dixit) e coinquilina di Sabina Began, l’Ape Regina dell’harem berlusconiano. Tarantini e Berlusconi si conobbero al matrimonio di Savino (in cui l’ex Cavaliere fu testimone) a Roma. Era il 2008. Fu in quell’occasione che B. impazzì per Carolina Marconi, stellina venezuelana. Lo racconta lo stesso Tarantini in una telefonata a Savino: “Quello (Berlusconi, ndr) a un certo punto è impazzito per Carolina Marconi e ha detto ‘Fammi avere il numero’. Sono andato da lei e quella subito ha preso il telefono, se ne è andata in bagno, me lo ha memorizzato, è ritornata e mi ha dato il telefono”. Savino è stata anche imputata per riciclaggio a favore di un clan barese, ma due anni fa è scattata la prescrizione.
L’altro nome di questo passato che ritorna in Puglia è quello di Licia Ronzulli. Un nome pesantissimo oggi, ché Ronzulli è parte integrante del nuovo cerchio magico che circonda l’Incandidabile Ottuagenario. Ai pm, Barbara Montereale – altra ragazza di “Gianpi” che appellava “Papi” il ricco insaziabile – rivelò che Ronzulli aveva il compito di “smistare” le “giovani ospiti” di Villa La Certosa. E pure B., al telefono con Tarantini, dice: “Dovresti accordarti con la dottoressa Ronzulli, che è qui a farmi da segretaria”. Sempre, in Puglia, il quadro della bellezza femminile nelle liste di FI è completato da una new entry: la meno che trentenne Annaelsa Tartaglione, responsabile azzurra del Molise e che avrebbe scatenato l’ira funesta di Francesca Pascale.
Dalla Puglia alla confinante Campania. In materia di impresentabili, è il sistema dei “Cesaros”, nobilitato dalla presenza di Mara Carfagna, a dominare l’offerta azzurra. Già sodale di Nicola Cosentino, autista Raffaele Cutolo e lambito da inchieste sulla camorra, Luigi Cesaro detto “la polpetta” dovrebbe essere in corsa per il Senato. Dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, perché solo stanotte si deciderà il suo destino. In ballo c’è la successione dinastica, come per i De Luca sull’altro fronte: un seggio alla Camera per il figliolo Armando, consigliere regionale e legatissimo a Pascale. In ogni caso, entrambi sono indagati per voto di scambio alle ultime regionali in un’indagine che coinvolge anche Flora Beneduce, altra consigliere regionale e altra papabile per un seggio sicuro.
Beneduce è moglie di un pezzo di storia della Tangentopoli della Prima Repubblica: il marito dc Armando De Rosa fu protagonista con Antonio Gava, ex ministro dell’Interno, del video delle “pampuglie”, cioè trucioli. Dalla frase che Gava gli disse dinnanzi all’esiguità di una mazzetta da 300 milioni di lire: “Queste sono pampuglie”. Imputato per corruzione è poi Domenico De Siano: è il coordinatore regionale di FI.
Altra regione, altro giro. Antonio Gentile detto Tonino è stato in maggioranza, da alfaniano, per un lustro intero. Nel 2014 si dimise da sottosegretario. Uscirono fuori le sue pressioni su un editore per impedire di pubblicare la notizia del figlio Andrea indagato per consulenze nel settore sanitario. I fatti non hanno avuto alcun esito giudiziario e oggi Andrea Gentile è la punta di diamante di Forza Italia a Cosenza. In Calabria, gli azzurri riciclano anche un altro ex alfaniano, Piero Aiello: nel novembre scorso è stato assolto in Cassazione per il reato di corruzione elettorale.
Più complicata di tutte è invece la partita siciliana, dove si è scatenata la faida tra il senatore trapanese Antonio D’Alì – la cui assoluzione per concorso esterno alla mafia è stata annullata una settimana fa – e il resto del partito in mano a Gianfranco Miccichè. D’Alì, incredibile a dirsi, lamenta la presenza di troppi impresentabili. In particolare due: il cognato del condannato Francantonio Genovese, Franco Rinaldi (i due, Genovese e Rinaldi, in passato hanno usato il classico sistema dei pacchi di pasta per prendere voti), e Urania Papatheu, condannata in primo grado per sperperi nella gestione dell’ex ente fiera di Messina. In un quadro del genere, però, non troverà posto in Lombardia, l’ex vicegovernatore Mario Mantovani, che vanta galera e processi e accuse varie (dalla corruzione in giù). Ha reclamato un posto in lista ma non dovrebbe farcela. Peccato. Chi spera in un ripescaggio, infine, è Antonio Razzi, mentre dovrebbe essere dentro Stefania Craxi.
Ma mi faccia il piacere
Bongiorno sintassi. “Credo che si sia un certo razzismo nei confronti di Salvini. Lui ha nitidezza di idee, ma da sinistra lo considerano un rozzo, come se solo loro possono avere idee limpide” (Giulia Bongiorno, avvocato, ex Pdl, ex Fli, ora Lega Nord, Sky, 27.1). Di Maio, è lei?
Sempre lucido. “Se ho provato le canne? No, mai. Ubriacato? A volte capita, tra amici. Ma sono sempre rimasto lucido” (Luigi Di Maio, candidato premier M5S, Un giorno da Pecora, Radio1, 16.1). Peccato, erano due ottimi alibi.
Arnesi. “Berlusconi lima il programma: ‘Ecco come ridurre il debito’” (il Giornale, 28.1). Il debito ovviamente è quello di Mediaset, la lima invece serve a Dell’Utri.
Non ho l’età. “Dal cilindro di Silvio 100 nuove proposte. Scintille con Salvini sull’età della pensione” (La Stampa, 28.1). La sua.
Oggi le comiche. “Berlusconi rassicura l’Europa: ‘Il premier lo sceglierò io’” (la Repubblica, 23.1). Ora in Europa sono tutti più sollevati.
Radicati liberi/1. “La mia candidatura in Emilia Romagna (a Ferrara, ndr), è dettata da un’esigenza strettamente politica: quella di rafforzare il profilo del Pd nelle zone tradizionalmente di sinistra… Sono molto contento di questa candidatura che mi riporta in territori che ho frequentato per anni da dirigente nazionale. D’altra parte il mio impegno a Torino è durato vent’anni” (Piero Fassino, Corriere della sera-Torino, 28.1). A Torino ha già dimostrato di saper perdere benissimo. Ma la sfida di riuscire a perdere anche nella regione più rossa d’Italia, diciamolo, è più arrapante.
Radicati liberi/2. “Allora, caro Matteo, e ti chiedo scusa se non ti ho avvisato prima… ti chiedo di lasciarmi libero di giocarmela senza paracadute, senza reti di protezione, senza garanzie. Io e la mia città, io ed il territorio dove vivo da 50 anni, io ed il mio amore per la mia città e per la politica. Lo so… il collegio 10 è di quelli persi. Ma io ci credo. Io amo la politica. È la mia vita. E so che questo amore e questa passione possono fare la differenza. So che faranno la differenza. Se vogliamo cambiare le cose dobbiamo metterci in gioco, osare, crederci. Io ci credo e so che ce la possiamo fare. Ce la faremo. Forza e coraggio!” (Roberto Giachetti, deputato romano Pd, già candidato a sindaco di Roma, Twitter, 25.1).
“In nottata mi è stato comunicato che sarei stato candidato in un collegio della Toscana dove peraltro sono stato spessissimo in questi anni a fare iniziative” (Giachetti, Twitter, 27.1). Io una volta sono stato a Bogotà, quasi quasi mi candido lì.
Una bella lotta. “Macchè Fontana, lo xenofobo è Salvini” (Flavio Tosi, ex Lega Nord, ex alleato del Pd, ora in Noi con l’Italia nel centrodestra, la Repubblica, 23.1). E Tosi, condannato in Cassazione per istigazione all’odio razziale, parla da intenditore.
Le masse premono. “Se sono fidanzata? Io sono felice di natura, poi se c’è un fidanzato ben venga. Ho tanti ammiratori, non so a chi dare i resti, non ho tempo nemmeno di pensarci. Rimando tutto a dopo le elezioni…” (Laura Boldrini, presidente della Camera, LeU, Un giorno da Pecora, Radio1, 24.1). E niente, pazienza, toccherà aspettare ancora un po’.
Fake news. “Svolta a 5 Stelle per il governo: “Patto con il Pd senza Renzi. I grillini pronti a trattare, come non fecero nel 2013 con Bersani” (La Stampa, 19.12.2017). “Lega-M5S, la tentazione di Di Maio” (La Stampa, 24.1.2018). Prossimamente su La Stampa: “Patto Di Maio-Berlusconi”.
Senti chi parla. “Ignazio Marino vince le primarie per il sindaco di Roma con il 51% dei voti. Segue David Sassoli con il 28%. Al terzo posto Paolo Gentiloni con il 14%” (Pd, 7.4.2013). “Fuori dall’Italia nessuno ha mai mostrato preoccupazione per la possibilità che il M5S possa arrivare al governo. Se anche avesse risultati significativi, non avrebbe i numeri per governare” (Paolo Gentiloni, Pd, presidente del Consiglio, il Foglio, 22.1). Ha parlato il trascinatore di folle.
Il titolo della settimana/1. “Gli immigrati delinquono 10 volte più degli italiani” (Renato Farina, Libero, 22.1). Quindi, calcolando che Farina ha subìto due condanne (una definitiva per favoreggiamento in sequestro di persona e una in primo grado per falso in atto pubblico), gli immigrati commettono 20 reati a testa.
Il titolo della settimana/2. “Il Fondo Monetario alza le stime sull’Italia: ‘Ma il voto non freni le riforme’” (Corriere della sera, 23.1). “Fmi: ‘L’Italia cresce più del previsto. Ma con le elezioni riforme a rischio’” (La Stampa, 23.1). Tranquilli: se dà noia, non votiamo neppure. Basta chiedere.
Paracadutismo estremo
Scipione, il condottiero “Africano” con una visione di politica e storia
Gastone Breccia è uno storico militare. Tuttavia il suo recentissimo Scipione, pubblicato dalla Salerno nella collana diretta da Giuseppe Galasso (pp. 349, euro 21) non è solo un libro di storia militare. Nella ricostruzione della parte avuta dal sommo condottiero nella fine di quel cancro chiamato seconda guerra punica egli apporta una sintesi efficace e aggiornata che si affianca degnamente a quella, insuperata, di Gaetano De Sanctis nella Storia dei romani; e forse la sua spiegazione tecnica, chiara e minuziosa, della tattica e della strategia di Annibale e dell’Africano nel fronteggiarsi da titani, è ancor più utile di quella dello storico novecentesco: almeno per il lettore attuale, essendo il suo linguaggio meno dotto e più piano. Ma questa biografia dell’Africano è, sempre per il lettore attuale, rivelatrice nella sua capacità di mostrare che Scipione non è un soldato e basta, ma un politico con una visione profonda e lungimirante della storia e della politica, il quale comprende che la guerra è l’unica via per attuare la sua visione politica: la guerra, s’intende, com’egli la concepisce; e il condottiero è un tutt’uno col politico.
Questo spiega l’odio che Publio Cornelio raccoglieva, sin dal primo consolato, presso la classe senatoria. A lei serviva un soldato che combattesse secondo la sua linea politica. Scipione è avversato sia da Quinto Fabio Massimo che da un homo novus come Catone, e da questo in modo acerrimo e odioso. La necessità, intesa da Scipione, che il conflitto con Cartagine trasformasse Roma da potenza italica in potenza mediterranea e, in sostanza, imperiale, non era condivisa, sebbene la nobilitas senatoria (patrizio-plebea, non dimentichiamolo) finisse col giovarsene. Per tutta la vita si accusò Publio Cornelio, surrettiziamente o apertamente, di affectatio regni, ossia di aspirare a esser Re: la peggiore accusa che a un romano potesse rivolgersi. Ma l’Impero era ineluttabile; sebbene conduca anche alla tirannide.
Quando Annibale era in Italia, la Repubblica si era dissanguata ma era riuscita a renderlo una malattia cronica, di quelle alle quali ci si adatta. Arriva un giovane di una delle più antiche gentes, circondato presso il popolo da una sorta di nimbo sacrale come caro agli Dei, e propone di cacciare Annibale portando la guerra in Africa. L’aristocrazia preferiva tenersi Annibale piuttosto che sconfiggerlo grazie a Scipione. Semplifico quasi demagogicamente: ma questa è la storia che porta alla battaglia di Zama. Scipione era già riuscito a togliere quasi del tutto a Cartagine la penisola iberica; la seconda vittoria non gli venne perdonata.
Per il lettore che conosce Scipione solo per la guerra con Annibale, la ben ampia parte successiva della biografia di Breccia è ancor più interessante. Gli si dimidiò la vittoria; lo si sfiancò da un punto di vista politico e militare. L’ineluttabilità dell’Impero aveva fatto comprendere a Scipione che Roma dovesse espandersi a Oriente, e combattere i Seleucidi. Non gli attribuirono il comando, e comunque gli sabotarono la guerra; indi gli negarono d’averla vinta; e lo accusarono di malversazioni. Morì, ancor giovane, in esilio. La sistemazione dell’Oriente sarebbe stata attuata da Silla e da Pompeo. Il primo aveva come soprannome felix, caro agli Dei; il secondo magnus, il grande, che Scipione non portò. Sintomi di un principato di fatto. Silla depose la dittatura e tornò a casa a piedi; e Pompeo morì miseramente perché il politico non aveva la risolutezza del soldato. Il vero erede di Scipione fu Cesare.
Addio Zard, grazie a lui l’Italia ha visto dal vivo gli dei del rock
Pensi a Zard e nell’aria si diffonde l’odore acre dei lacrimogeni, e nelle orecchie il fruscio delle carte bollate si sovrappone alle voci dei giganti del rock. È stato un guerriero, David, fino alla resa di ieri al Policlinico Gemelli, 12 anni dopo il trapianto di fegato che gli aveva fiaccato solo il corpo, non certo lo spirito che continuava a macinare visioni da impresario di livello mondiale, confinato dal destino in un’Italia “dove i politici di oggi permettono agli architetti di realizzare inutili monumenti al proprio ego, piuttosto che teatri fatti apposta per le grandi produzioni, senza rendersi conto che una progettualità nel campo dello spettacolo genererebbe posti di lavoro”, ci disse un anno fa, fiero al tempo stesso di essere “l’unico stronzo in questo Paese che investe 5 milioni per allestire un musical: ma ci sarà pure un motivo se in 14 anni in giro per l’Europa abbiamo venduto 4 milioni di biglietti per Notre Dame de Paris e ora andiamo a gonfie vele con Romeo e Giulietta”.
Creava occasioni di musica controvento, battagliando da solo per opporsi all’ordine costituito e a chi voleva demolirlo. E senza tentare mediazioni: fanculo a questo e a quelli. In un palmares ricco di vittorie – portò in tour dalle nostre parti tutto il gotha del pop e rock mondiale, da Dylan a Santana, da Madonna a Michael Jackson, passando per Zappa, Bowie, i Genesis o la Carovana del Mediterraneo, Branduardi, Baglioni, Nannini, Cocciante – la sua più cocente sconfitta fu nel luglio 1974: il biglietto cumulativo per il Santa Monica Festival costava 5.500 lire, roba da ridere vista da questi tempi truffaldini del secondary ticketing.
La pensata di Zard fu descritta, alla vigilia, come “una Woodstock rossa” all’autodromo di Imola, un cartellone leggendario spalmato in quattro giorni, con i Deep Purple, i Faces di Rod Stewart, i Ten Years After, Stomu Yamash’ta, Humble Pie, Strawbs, Mahavishnu Orchestra, Billy Preston, Amon Duul, Tim Buckley o italiani come il Banco, Edoardo Bennato, Napoli Centrale, Biglietto per l’Inferno, Yuri Camisasca. I ragazzi del pubblico, sacchi a pelo e joint d’ordinanza, affollavano già il prato del circuito quando dall’alto arrivò l’altolà per motivi di ordine pubblico.
Zard incassò la botta, ma non si arrese. Figurarsi. Sette mesi dopo, nel febbraio ‘75, portò sul palco quel rock’n’roll animal di Lou Reed, nel periodo in cui l’ex Velvet Underground era strafatto come non mai, e aveva adottato quel look respingente con chioma biondo platino e unghie laccate di nero. Al Palalido di Milano finì male, malissimo: i farneticatori che teorizzavano la “musica gratis a ogni costo”, legati all’area di Re Nudo e di Stampa Alternativa, sequestrarono letteralmente David, etichettandolo come “un torturatore dell’esercito di Moshe Dayan”, tanto per ricordare al mondo la sua biografia di ebreo tripolino costretto a lasciare la Libia dopo la guerra dei Sei Giorni del ‘67. E tirarono cubetti di porfido addosso a Lou e alla sua band. Caos, dito medio di Reed, sospensione del concerto, faticosa ripresa. Peggio andò al Palaeur di Roma, dove la tattica degli autonomi di scavalcare i cancelli per andare a prendersi “quel prodotto della società borghese che è il rock commerciale” fu un invito a nozze per gli agenti della Celere, che spararono gas direttamente dentro l’impianto, manganellando chiunque tentasse una precipitosa corsa verso l’esterno.
Era l’Italia che apriva la finestra sugli anni duri del terrorismo, che avrebbero presto spazzato via le utopie contestatrici dei giovani. Ma il pragmatico Zard seppe aspettare tempi migliori. Quando al Comunale di Torino Mick Jagger uscì sul palco indossando la maglietta di Pablito Rossi fu solo tripudio: era il 12 luglio 1982, il giorno prima gli azzurri avevano battuto la Germania nel Mundial spagnolo, in poche ore si passava dalle trombette della festa ai riff di Keith Richards, dai bagni nelle fontane al sudore sexy innescato dal repertorio dei Rolling. Anche quell’epocale passaggio di tempo dobbiamo alla memoria di Zard, uno che ci ripeteva orgoglioso “non ho mai ceduto alle bizze delle star, nei camerini non facevo entrare gli spacciatori”. Ma i nostri sogni di r’n’r sì, hanno trovato posto qui grazie a lui.
“È stata dura andare oltre ‘Amici’. Ora le malelingue non lasciano più traccia”
Abbigliamento ricercato, pettinatura studiata, atteggiamento sicuro ma non sfrontato, argomenti trattati a viso aperto, dagli attacchi su Internet alle battaglie per i diritti, ai successi sul palco, fino al tumore scoperto a soli 25 anni; il mix segnala la presenza di una star, una in grado di fissare gli attimi nella mente e moltiplicarli nell’esperienza. Star si diventa. E una delle ultime verità, oramai assodate, offerte dalla generazione dei talent, dove in migliaia sognano, pochi riescono; dove in migliaia credono, in pochi sono. Tra i pochi c’è Emma Marrone, da alcuni trattata con sufficienza per le sue origini professionali (“Questa storia di Amici è un continuo”), dalla maggior parte narrata per i suoi numeri (ha superato il milione di copie vendute in carriera) e per le collaborazioni internazionali e nazionali (a partire da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro). Ora è in giro per presentare il suo ultimo album, Essere qui, “e finalmente sono a Roma…”.
Roma e non Milano.
Milano la amo, ma per me è troppo Nord; mentre Roma è ancora popolare, ha il sapore di casa.
Per sempre terrona.
Ho bisogno del contatto con le persone…
Non si spaventa.
So mettere delle barriere, so dosare certe situazioni, giostrami tra le maglie della vita senza fingere una assoluta normalità, ma senza fermarmi a certi stereotipi.
Oramai sono passati otto anni dal suo debutto ad Amici, il pubblico sarà cambiato.
Molto: i fan dell’inizio sono cresciuti insieme a me e poi in questo percorso sono stati fondamentali i concerti.
Fuori da uno studio televisivo.
Soprattutto perché in radio passa la mia versione più pop, quella più fruibile e richiesta, mentre nei live esce il lato rock e qualche fidanzato delle mie fan si è convertito: all’inizio venivano solo con la scusa “accompagno lei”.
Sembra cercare un’emancipazione dal timbro del talent.
Mi avvalgo della formula “il fine giustifica i mezzi”. Mi occupo di musica da quando sono bambina, a 20 anni ho prodotto il mio primo album, da quel momento ho iniziato a mandare decine e decine di demo alle case discografiche.
E ogni volta…
Mi rispondevano che non ero adatta a questo mestiere.
Eppure non mollava.
Zero. Per mantenermi e non pesare sui miei ho accettato qualunque tipo di lavoro.
Quindi Amici.
E non rientriamo sotto la sfera dei desiderata, ma della necessità: oltre a questi programmi, non c’è nulla; non c’è più la figura del talent scout che frequenta i locali, ascolta le band emergenti e poi decide se scritturare.
Oggi, invece.
Ti vogliono già pronto, strutturato, sgamato, con un seguito alle spalle, in qualche modo garantito. A quel punto investono qualcosa, con l’obiettivo di recuperare immediatamente l’obolo versato.
Lucio Dalla è diventato Dalla al quinto disco.
Oggi è impossibile, non ci sono i soldi: una casa discografica non ha la forza per costruire una band da zero. Ribadisco: ora si guardano solo i talent, si sceglie l’artista dell’annata e lo si scrittura.
Come i pesci all’ingrosso…
I discografici valutano l’indice di gradimento, studiano i social, la trasmissione. Ti soppesano.
Anche per lei, uguale?
Quando sono arrivata ad Amici avevo già 25 anni… neanche ci volevo andare.
Chi l’ha spinta?
Mamma: è stata lei a iscrivermi, e ovviamente mio padre era d’accordo.
E subito dopo…
Sono arrivate una serie di offerte. Insomma, sapevo perfettamente quale sarebbe stata la mia strada.
E l’ha percorsa.
In particolare con gli ultimi due lavori, dove sono riuscita a imporre totalmente il mio gusto musicale, dove c’è il blues, il funk, il rock e un pop intelligente come mi ha detto Derrick McKenzie (batterista dei Jamiroquai).
Perché questa svolta non è arrivata prima?
In parte a causa di una serie di pregiudizi legati ad Amici.
Viene così tanto rimarcato?
I critici mi hanno sempre guardato con l’occhio obliquo.
Lei è stata notata in parte per il suo aspetto fisico.
Per anni ho cercato di vestirmi da maschiaccio e il tutto l’ho accentuato con una simil camminata rude, quasi da gang del Bronx.
Una maschera…
Siamo donne in un Paese maschilista, dove incidono logiche maschiliste, quindi è stato meglio schermarsi per far passare il messaggio che sono una musicista e non una figa bionda.
Ha funzionato?
A suo tempo, sì. Adesso non ne ho più bisogno, non mi devo nascondere.
Durante Sanremo 2011 è fuggita dal Festival per la campagna delle donne “Se non ora quando”.
Ed è scoppiata qualche polemica, ma solo fuori, dentro al Festival non ho sentito alcun attacco. Ma sono sempre stata così, se credo, non mi fermo.
Anche alle superiori?
Ero rappresentante d’istituto.
Da bambina cosa voleva diventare?
Medico. Perché sono totalmente ipocondriaca, un po’ come Carlo Verdone: se qualcuno dei miei amici ha un problema, mi chiama e do la consulenza.
Chissà un dialogo tra lei e Verdone…
Quando siamo a casa di Giovanni Veronesi a un certo punto della serata ci isoliamo per confrontarci su medicine e medici.
Suo padre è infermiere in pensione.
L’ipocondria parte da lui: lavorava al pronto soccorso, per questo vedeva drammi ovunque: “Non camminare se cadi”; “Se cadi con lo scooter muori”; “Attenta alla ferita, si infetta”, sono solo alcune delle sue tipiche pillole di saggezza.
Si confronterà anche con lui sulle eventuali cure…
Quando non sono ferratissima su un argomento, lo chiamo: l’altro giorno mi sono preoccupata, la mia diagnosi era “extrasistole”; lui ha derubricato sotto la casella “stress”. E con ragione.
Suo padre ha sfruttato l’ipocondria per scongiurare l’utilizzo di droghe e alcol?
Sono cresciuta in una famiglia senza tabù; rispettosa delle scelte altrui, qualunque scelta, anche sessuale, tanto da creare una sorta di zona franca per gli amici.
E le droghe?
Ovvio, il messaggio di base era negativo, ma quando un giorno mi ha beccato la marijuana dentro lo zainetto, ha semplicemente detto: “È inutile dirti di non fumare, l’ho fatto anni fa, molto prima di te; almeno evita di andare in giro con questa roba: se ti beccano sono cavoli, se devi fumare, meglio in casa”.
E lei?
Allibita. Quando ho aperto la porta e sul tavolo della sala da pranzo ho visto le mie cartine e l’erba, ho pensato: ora mi dà le mazzate (le botte in dialetto salentino); invece, a bocca aperta, sono solo riuscita a rispondere: “Sei un mito”. E così ha smontato pure il fascino del proibito: da allora non ho più fumato.
Ha iniziato a suonare con suo padre.
Da bambina mi portava in giro con la sua band, spesso non era una scelta, era un obbligo.
Non le andava?
Un po’ per timidezza, un po’ perché ho una forma di asocialità neanche troppo latente, non mi piaceva espormi, temevo gli assembramenti di persone; lo stare davanti a tutti, esposta. E avevo solo nove anni.
Piccolissima.
Ho iniziato come corista; con il tempo ho scalato le posizioni della band fino ad assegnarmi i pezzi più complicati: da Mina a Patty Pravo, fino Vasco Rossi.
Come si chiamava la band?
Abbiamo cambiato una serie infinita di nomi, da Caladreon ai Tulipani neri, infine H2O…
H2O?
Perché ogni volta che andavamo a suonare, pioveva.
Suonava solo con suo padre?
Da adolescente ho iniziato con altre band, ma solo a un patto: dovevo mettere in ordine le date, la precedenza assoluta era sempre per mio padre. Non si discuteva al riguardo. Sono finita a cantare in certi matrimoni…
Ha un fratello: lui non si sentiva messo da parte?
Veramente, della famiglia, è l’unico ad aver studiato musica: ma per lui è un hobby… Ah, anche mia mamma canta in un coro polifonico.
Lei ha spesso denunciato il problema degli hater…
Non combatto contro di loro, io lotto contro quello che sta esplodendo insieme a loro, cosa causano: ragazzi si sono suicidati e le violenze perpetrate lo dimostrano. Non c’è mica da scherzare, e forse non ce ne rendiamo pienamente conto.
I social sono terreno quasi “franco”.
Il discorso è a monte: se un personaggio pubblico twitta parole o frasi chiaramente offensive, selvagge, deve comprendere che dà la carica e la giustificazione a una serie infinita di persone.
A lei hanno detto la qualunque.
Per fortuna ho delle spalle larghe e sono cresciuta con un’educazione che mi è servita a superare certi attacchi; ma non nego di averci sofferto.
Come mai, lei?
Non lo so, forse torniamo alla vicenda di Amici.
Risponde agli attacchi.
Uno non può tacere sempre, il silenzio rischia di diventare complicità. Comunque gli argomenti degli hater sono infiniti: dalla musica a come mi vesto, o l’accusa di ritoccare delle mie foto in costume.
Lei è timida?
Non si direbbe ma sì, e non è neanche un problema, in certi casi la timidezza ti preserva da alcuni errori.
Da timida trovarsi di fronte a migliaia di fan…
Vivo gli attimi prima di salire sul palco con uno sbattimento totale: la tensione svanisce verso la terza canzone e quel contesto, all’improvviso, diventa il luogo dove mi sento maggiormente disinibita.
Rispetto ai suoi sogni da musicista, cosa ha sbagliato?
Non pensavo di arrivare così in alto.
Però non si stupisce…
Quello sempre, lo stupore è perenne, come quando Renato Zero mi ha chiamato sul palco con lui, stessa storia con Battiato. Anzi da Franco sono pure rimasta a dormire.
Casa di Battiato dà l’idea di un luogo etereo.
Non ho chiuso occhio, neanche un secondo.
Com’è?
Piena di libri. Poi la mattina mi è venuto a svegliare con il caffè in mano, e come in un film mi ha invitata a passeggiare in spiaggia. Chiacchierate infinite, bellissime, un feeling particolare.
È circondata dai miti di quando era ragazzina…
Battiato mi ha regalato un ritratto dipinto da lui, e mi ha tratteggiato con il terzo occhio al centro della fronte.
Rapporto stretto.
Se penso a un momento completo della mia vita, la fotografia più bella della mia carriera, allora ripercorro i momenti insieme a lui, quando ci siamo seduti su delle sdraiette davanti al mare.
Ha raccontato pubblicamente del suo tumore all’utero.
Quando ho deciso di parlarne l’ho fatto solo per diventare un esempio, per incitare le persone a controllarsi maggiormente e non aspettare il manifestarsi del problema.
Il suo cognome le ha mai creato dei problemi?
Mi hanno sempre rotto le palle, e accade ancora oggi: “Emma merdone” è un classico; però queste storie mi suscitano delle ricche risate.
Neanche da bambina la turbavano?
Non sono mai stata una delicatina, sono sempre stata un po’ irriverente (La sua agente la ferma, le legge un tweet nel quale l’attacca per delle foto in pelliccia: “Sangue e morte di animali nella tua gioia?”. Lei immediatamente prende in mano il cellulare).
Ci risiamo.
Rispondo subito: io non metto pellicce, quella che indossavo era finta e l’ho pure detto. Ma tanto è così, oramai il gioco è al massacro e non mi piace per niente.
(Nel suo album c’è una canzone intitolata “Malelingue”, e canta: “Ho trent’anni sulle spalle e qualche schiaffo in faccia; ma le lingue su di me non lasciano più traccia”)
Il “ramoscello d’ulivo” turco in testa ai curdi
Auna settimana dall’invasione del cantone curdo-siriano di Afrin da parte dell’esercito turco, Ankara e Washington avrebbero trovato un accordo su come gestire questa disputa che ha creato l’ennesima frizione tra i due alleati Nato.
Con questa operazione militare – soprannominata con sprezzo del ridicolo ‘Ramoscello d’ulivo’ – oltre confine dove vive la minoranza etnica, il presidente turco Erdogan ha dimostrato di poter agire ormai indisturbato contro i curdi nonostante siano ancora alleati sul campo degli Stati Uniti nella guerra allo Stato Islamico, ormai quasi del tutto annichilito, almeno in quella parte del Medio Oriente. Dopo aver blandamente criticato l’iniziativa del ‘Sultano’ Erdogan, gli Stati Uniti sono dovuti scendere a patti con l’alleato che sta mostrando di saper sfruttare il caos geopolitico in Medio Oriente.
Secondo l’agenzia di stampa Anadolu, durante la conversazione telefonica di due sere fa tra il portavoce della presidenza turca Ibrahim Kalin e il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Herbert Raymond McMaster, sarebbe stato messo a punto un coordinamento stretto tra Turchia e Stati Uniti nella Siria nordoccidentale (dove si trovano i cantoni curdi, ndr) per evitare fraintendimenti.
Il pallino della tragica questione siriana lo hanno in mano i russi e gli iraniani, ma anche il Sultano è riuscito ad agguantarne un bandolo che gli permetterà di avere un ruolo da coprotagonista nella seconda fase degli imminenti negoziati di Sochi.
A permettere l’accordo tra Erdogan e la Casa Bianca in realtà è stata la promessa degli Stati Uniti di non fornire più armi ai militanti delle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg). Questo è stato concordato durante la conversazione telefonica di ieri sera tra il portavoce. Fonti vicine alla presidenza turca hanno fatto sapere che McMaster e Kalin hanno anche parlato del processo di transizione in Siria.
Soddisfatto per aver saputo mostrare agli Usa di non avere più bisogno del loro consenso per invadere illegalmente un altro paese, Erdogan ha tronfiamente dichiarato che “le Forze Armate della Turchia non mostreranno alcuna pietà nei confronti di chi minaccia il nostro futuro e la nostra libertà”, cioè i curdi siriani accusati da Ankara di essere terroristi legati al Pkk di Ocalan.
Erdogan ha ribadito che non ha importanza il nome dei gruppi terroristi, che siano il Feto di Fetullah Gulen, il sedicente Stato Islamico (Is o Daesh), il Pkk, il Pyd o l’Ypg, dal momento che la Turchia “li eliminerà tutti”. È molto probabile, a questo punto, che gli Usa accetteranno anche la nuova richiesta di Ankara: “Gli Stati Uniti devono ritirarsi immediatamente dalla regione di Manbij, nella Siria settentrionale”, ha intimato il ministro degli Esteri turco Cavusolu.
“Dopo Afrin – aveva detto nei giorni scorsi Erdogan – la nostra offensiva militare si estenderà a Manbij”, con l’obiettivo di eliminare la minaccia posta dai militanti curdi. L’unico che può fermare Erdogan è Putin; forte del successo avuto in Siria con l’invio di militari a fianco delle truppe di Damasco fedeli ad Assad, ora il presidente russo intenderebbe far sedere anche i curdi al tavolo dei negoziati per la Siria.