La Guantanamo di al-Sisi: entri a Tora e poi muori

Il muro di cinta del complesso carcerario di Tora, alla periferia sud del Cairo, è punteggiato di torrette da dove spuntano fucili di precisione. I nuclei detentivi sono protetti da almeno tre file di barriere. Fuori è un brulicare di poliziotti, soldati e guardie. Occupano tutti i tavolini dei due bar proprio davanti all’ingresso, sorseggiano tè o caffè turco. Gli unici civili sono i parenti in visita ai detenuti.

Tra questi Mohamed Abu Zeid, fratello di Mahmoud, più noto come Shawkan, il fotoreporter arrestato il 13 agosto 2013 e da allora in cella in attesa di giudizio.

È il giorno dell’ennesima udienza in cui si spera che il giudice decida finalmente per la scarcerazione. Ma l’attesa è vana: anche ieri il caso Shawkan non è stato discusso. Decisione rimandata al 30 gennaio. Il Cairo somiglia a Milano in autunno: foschia densa e l’aria gelata. Alle 8 in giro solo poche auto. Dalla metropolitana di piazza Tahrir, stazione Sadat, si sale a bordo della linea blu. Il treno si dirige verso sud costeggiando la Corniche del Nilo. Nove fermate, quasi tutte in superficie, e si arriva alla stazione di Tora el-Balad, area degradata della capitale. All’uscita subito una piazzetta occupata da venditori di cibo e bevande e dalla diffusione di una preghiera cantata. Assieme a Mohamed Abu Zeid percorriamo a piedi il chilometro e mezzo fino al cancello della prigione.

Le guardie ci fermano, chiedono i documenti, ma è proprio Mohamed a sbrogliare la matassa: “È un amico, ci stiamo salutando, tranquilli se ne va”. Attivisti e giornalisti, specie se stranieri, non sono ben visti in Egitto. Due ore dopo Mohamed esce da Tora: “Mio fratello dentro quel carcere ci sta morendo. È denutrito, ha contratto l’epatite C. Non ce la fa più. A tenerlo su di morale è la vicinanza della gente dal mondo intero. Gli ho detto che ci siamo visti qui fuori e lo salutavi, si è commosso: non vede l’ora di incontrarti quando uscirà”.

“Tora, il quartiere della sofferenza. Una città carceraria dove esiste sempre un girone peggiore di quello in cui sei finito”. Specie se il destino ti riserva la sezione Al-Aqrab, ‘Scorpione’. A dirlo è Hassan Mustafa Osama Nasr, l’ambiguo personaggio egiziano noto alle cronache italiane come Abu Omar, prelevato per strada a Milano nel 2003 attraverso una extraordinary rendition, trasferito proprio nell’enorme complesso di Tora.

Le celle dei quattro padiglioni che formano la ‘tomba’ oggi ospitano personaggi di rilievo. A partire dall’ex presidente, Mohamed Morsi, leader della Fratellanza Musulmana, arrestato nel 2013 su ordine di Abdel Fattah al-Sisi e da allora chiuso nella sezione El-Mazraa per prigionieri politici. Stesso spazio in cui hanno trascorso del tempo un altro ex presidente egiziano, Hosni Mubarak, e i due figli Alaa e Gamal. A El-Mazraa, l’anno scorso, c’è finito anche Murtada (nome di fantasia, preferisce restare anonimo), un attivista del Cairo: “Ho vissuto due settimane in isolamento. Una cella di 3 metri quadrati, luce sempre accesa, solo un materasso e una coperta e un buco a terra come gabinetto. Nessun effetto personale concesso, il cibo me lo facevo comprare fuori dai miei familiari. È stato durissimo, ma c’è a chi va peggio”. Quelli della sezione Al-Aqrab. Il 10 settembre scorso, c’è finito Ibrahim Metwaly, consulente legale della famiglia Regeni al Cairo e fondatore di un’associazione per la ricerca degli scomparsi: “L’ha creata dopo che si sono perse le tracce del figlio – racconta il suo avvocato, Halem Henish – l’altroieri il giudice ha prorogato il suo fermo di altri 15 giorni. Viene picchiato e torturato. Lo hanno arrestato ufficialmente per l’associazione, in realtà si stanno accanendo su di lui perché seguiva il caso della morte di Giulio”.

Trump, Abu Mazen e il ricatto sui rifugiati

Abbiamo tolto Gerusalemme dal tavolo”, dice il presidente Usa Donald Trump seduto a fianco del premier israeliano Benjamin Netanyahu fra le nevi di Davos, “quindi non ci sono più ostacoli al proseguimento del processo di pace”. La Casa Bianca tira dritto sulle decisioni di riconoscere la Città Santa come capitale di Israele e di trasferire quanto prima anche l’ambasciata da Tel Aviv. L’irrilevanza della condanna dell’Onu, la debole risposta dell’Unione europea, quella inesistente della Russia, e la silenziosa connivenza di Egitto e Arabia Saudita, mantengono il presidente fermo nelle proprie convinzioni. Trump ha definito “irrispettosa” la riluttanza dei funzionari dell’Anp a incontrare membri della sua Amministrazione – tra cui il vicepresidente Mike Pence nella sua visita nei giorni scorsi – e che questo avrà serie conseguenze negli aiuti che gli Usa destinano ai palestinesi. “Ci hanno mancato di rispetto e noi invece diamo loro centinaia di milioni di dollari in aiuti e supporto”, sostiene Trump: “Quel denaro è sul tavolo: quei soldi non li avranno se non si siedono e negoziano la pace” con Israele.

“Se la questione di Gerusalemme è fuori dal tavolo, gli Usa resteranno fuori da quel tavolo” replica il presidente palestinese Abu Mazen. I palestinesi sono “pronti a impegnarsi in un processo di pace basato su uno Stato palestinese con Gerusalemme est capitale”. Ma la minaccia del presidente americano incombe sui palestinesi come una spada di Damocle. Perché gli Stati Uniti sono il primo paese donatore dell’Anp, contribuendo con oltre 200 milioni di dollari al budget annuale dell’Amministrazione palestinese. E, stando a quanto annunciato da Trump a Davos, questa linea di finanziamento verrà interrotta fintanto che Abu Mazen e i suoi non avranno accettato la decisione su Gerusalemme.

Altri tagli sono già stati annunciati dalla Casa Bianca all’Unrwa, l’Agenzia Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi. Nata nel 1948 dopo la prima guerra arabo-israeliana, per fornire assistenza ai profughi palestinesi di quel conflitto, l’Unrwa ha visto negli anni crescere le dimensioni delle sue operazioni così come il numero degli assistiti.

Una delle principali differenze tra Unrwa e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), sostengono i critici, è che l’Agenzia consente abitualmente di tramandare lo status di rifugiato per generazioni. Un altro è che non rimuove le persone dalla sua lista che hanno acquisito la cittadinanza in un nuovo paese, quindi il loro numero aumenta sempre. Cento dei 350 milioni di dollari che gli Usa versano nelle casse Unrwa sono già stati tagliati e se il blocco prosegue l’Agenzia si troverà già quest’anno sull’orlo della bancarotta.

Visti dalla Casa Bianca, gli aiuti ai palestinesi sembrano “un pacco di milioni”. Questo flusso di denaro serve per assistere in cinque aree diverse (Libano, Siria, Giordania, Cisgiordania e Gaza) i discendenti dei 750 mila profughi censiti nel 1950 e che oggi sono 5 milioni e 100 mila. A tre milioni di questi profughi l’Agenzia fornisce sanità di base, istruzione, cibo, servizi sociali e piccoli prestiti alle imprese. In zone come Gaza, l’Unrwa gestisce oltre 200 scuole – fra elementari e medie con 300.000 studenti – e 21 presidi sanitari, distribuisce cibo a 1,1 milioni di persone sui 2 che popolano la Striscia. Il 99% del personale dell’Agenzia è reclutato sul posto; 30.000 dipendenti fra medici, infermieri, dirigenti scolastici e insegnanti, guardie di sicurezza e autisti, lavoratori sociali, personale amministrativo e di supporto. Un piccolo esercito disarmato che rischia di veder messa in discussione la sua missione da quasi 70 anni.

“Adesso – dice Pierre Krahenbuhl capo dell’Unrwa – la posta in gioco è l’accesso di 525.000 ragazzi e ragazze in 700 scuole, la posta in gioco sono la dignità e la sicurezza di milioni di rifugiati palestinesi, che hanno bisogno di aiuti alimentari, l’accesso dei rifugiati all’assistenza sanitaria di base: il mondo non si volti dall’altra parte” .

“Primavera” anticipata Kabul campo di battaglia

L’offensiva di primavera dei talebani in Afghanistan, una costante negli oltre 16 anni d’una guerra senza vincitori, ma con molti sconfitti, è cominciata con due mesi di anticipo: è di quasi cento morti ed oltre 150 feriti il bilancio, ancora in divenire, di un attacco nel cuore di Kabul, la Capitale, rivendicato dagli insorti.

Un kamikaze ha fatto saltare in aria un’ambulanza carica d’esplosivo. L’attentato, presso la vecchia sede del ministero dell’Interno, ha investito un ospedale e dei negozi intorno a Sedarat Square, vicino a Chicken Street, a circa 200 metri c’è la delegazione dell’Ue.

Decine di feriti sono stati trasportati all’ospedale di Emergency. “È un massacro”, scrive in un tweet Dejan Panic, coordinatore dell’organizzazione in Afghanistan. È il terzo pesante attacco in meno d’una settimana, dopo quello all’Hotel Intercontinental (una quarantina di vittime, molti stranieri, quattro americani) e quello di mercoledì nella sede di Save the Children a Jalalabad, fra i morti, quattro funzionari dell’Ong. I talebani dell’Emirato islamico hanno rivendicato le azioni a Kabul; l’Isis quella a Jalalabad.

Questi sono gli episodi più gravi: il contorno è una miriade di attacchi, specie nelle province il cui controllo è conteso tra lealisti e insorti. Ieri, un veicolo imbottito d’esplosivo è saltato in aria presso un check-point delle forze di sicurezza afghane nella provincia di Helmand, al Sud, ferendo quattro soldati e due agenti. L’attentatore è stato ucciso prima di investire il check-point.

L’aritmetica delle vittime degli attentati – almeno duecento, dall’inizio dell’anno – non è purtroppo l’unica. Le vittime afghane del conflitto sono oltre 140 mila, tra cui almeno 26 mila civili: la meta dei morti sarebbero talebani o presunti tali, un po’ più di un quarto combattenti governativi. A questi, vanno sommati oltre 3.500 soldati Nato (53 gli italiani, con 650 feriti), almeno 1.700 contractors e oltre 300 cooperanti stranieri.

Poi ci sono i costi economici. Un rapporto di Milex (Osservatorio sulle spese militari) calcolava, in autunno, che la guerra afghana “è la più lunga e costosa campagna militare della storia italiana”. L’Italia vi ha speso l’1% di quanto hanno speso gli Stati Uniti.

Il conflitto in Afghanistan è costato 900 miliardi – quasi 30 mila dollari per ogni cittadino afghano, in un Paese in cui il reddito medio annuo pro capite è di circa 600 dollari –, 7,5 per l’Italia. Gli Usa dal 2001 a oggi hanno speso 827 miliardi di dollari (ora, circa 45 miliardi l’anno). Il rapporto si basa sui dati ufficiali, ma le cifre reali potrebbero risultare doppie secondo analisti universitari americani. Per l’Italia, il costo ufficiale del coinvolgimento nelle missioni militari in Afghanistan è stato di 6,3 miliardi di euro, cioè oltre un milione di euro al giorno in media.

E i risultati? L’Afghanistan 16 anni dopo non è un Paese stabile e non è una democrazia: il governo è composto da ‘signori della guerra’ del Nord ed è fragile e corrotto, l’analfabetismo è sceso appena dal 68% al 62%, la condizione femminile è un po’ migliorata solo nelle grandi aree urbane, il tasso di mortalità infantile è il più elevato al mondo (113 bimbi su 1.000 non raggiungono l’anno), l’aspettativa di vita è tra le più basse (51 anni, peggio solo Ciad e Guinea Bissau), il Paese è sempre fra i più poveri (207° su 230 per ricchezza pro-capite) e la sua economia resta largamente basata sull’oppio.

Dieselgate, gas testati su scimmie da Bmw, Volkswagen e Daimler

Test senza scrupoli sulle scimmie per verificare se i gas di scarico dei veicoli diesel fossero nocivi: dietro l’iniziativa, di cui parla oggi la Bild in Germania, tre colossi dell’auto tedesca, Volkswagen, Daimler e Bmw, che hanno realizzato esperimenti-tortura sugli animali negli Usa. Nel maggio 2015 dieci esemplari di scimmie giavanesi sono stati condotti in un laboratorio di Albuquerque, nel New Mexico, rinchiusi in una vetrina e tenuti tranquilli davanti a uno schermo con la proiezione di un cartone animato, mentre venivano sottoposti all’emissione di gas di scarico (commisto ad aria) per 4 ore. Le scimmie sono sopravvissute al test, ma non è noto quali siano le condizioni di salute attuali. Bmw e Daimler (che hanno cofinanziato il progetto) hanno preso le distanze dal metodo “del tutto insensato” e oggi anche Volkswagen ha chiesto scusa: quei test sono stati “un errore”. Dietro i test sulle scimmie ci sarebbe l’allarme scatenato nel 2012 da uno studio pubblicato dall’organizzazione mondiale della sanità, secondo il quale i gas di scarico sono cancerogeni. I colossi dell’auto volevano dimostrare il contrario, e hanno scelto le scimmie come cavie delle loro verifiche.

Intercettazioni sul San Raffaele: esce il nome della Pascale

Francesca Pascale viene citata nelle intercettazioni dell’inchiesta sul voto di scambio alle Regionali del 2015 che vede indagati anche il deputato azzurro Luigi Cesaro e il figlio Armando, capogruppo in Regione Campania. Antonio Di Guida, imprenditore del Napoletano amico e socio della famiglia Cesaro e “allenatore” del team impegnato in campagna elettorale per veicolare preferenze su Cesaro junior, viene ascoltato dagli inquirenti mentre rassicura una dottoressa che punta a stabilizzare il contratto di lavoro all’ospedale San Raffaele di Milano. La cimice registra Di Guida mentre spiega alla dottoressa che Armando è in buoni rapporti con la Pascale (napoletana, ndr) la compagna di Silvio Berlusconi, legato al San Raffaele anche per la vecchia amicizia con don Verzé.

L’intercettazione e la relativa interpretazione investigativa, con l’annotazione a margine della ricostruzione di alcuni dati oggettivi e di dominio pubblico sui rapporti tra Berlusconi e il fondatore dell’ospedale milanese, sono contenute nell’informativa dei carabinieri del Ros di Napoli guidati dal tenente colonnello Gianluca Piasentin. Atti depositati e a disposizione degli avvocati della famiglia Cesaro e degli altri indagati di un’inchiesta della Procura di Napoli Nord che ha ricostruito i metodi e le presunte clientele fabbricate intorno alla campagna elettorale del rampollo di “Giggino ‘a Purpetta”, eletto con quasi 28.000 preferenze. In queste ore il papà deputato sta perfezionando la sua ricandidatura in Parlamento, quasi certa. Le attività tecniche dei carabinieri non hanno appurato alcun interessamento di Pascale e del mondo berlusconiano milanese rispetto alla presunta promessa di Di Guida fatta – secondo il pm – in cambio di un sostegno elettorale a Cesaro jr. Parole rimaste prive di riscontro. Peraltro, la dottoressa non è stata poi assunta al San Raffaele.

Smog nelle città, ora l’Italia rischia

Prima Torino. Seconda Milano. Terza Napoli. Tre città italiane sul podio d’Europa. Peccato che la classifica si debba leggere al contrario, in negativo: sono le peggiori per concentrazione di pm10 per metrocubo d’aria. Polveri sottili con un diametro di 10 millesimi di millimetro. Le cifre sono contenute nel dossier Che aria tira in città presentato da Legambiente. In Europa, secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (Oms), ci sono quasi 350mila morti premature l’anno a causa delle polveri sottili. Ma chi non si cura della salute pensi al portafogli. Avverte Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente: “Martedì la Commissione Europea ha convocato a Bruxelles i Paesi sotto procedura di infrazione: Repubblica Ceca, Germania, Spagna, Francia, Ungheria, Romania, Slovacchia, Regno Unito e Italia. Se non dimostreremo di aver preso provvedimenti, rischiamo sanzioni come è avvenuto per le discariche e la depurazione dell’acqua”. Di quanto si è parlato in quei casi? “Per la depurazione siamo intorno ai 600 milioni l’anno”.

Il dossier di Legambiente si basa sui dati presentati dall’Oms nel 2016 e ricavati da rilevazioni del 2013. Sono quindi vecchi di cinque anni, ma purtroppo non c’è stato nessun cambiamento sostanziale. Almeno in Italia: “È una conferma della cronicità delle lacune nel nostro approccio all’inquinamento”, spiega Andrea Minutolo, coordinatore dell’ufficio scientifico di Legambiente. E aggiunge: “La media annuale di pm10 a Torino è stata di 35 microgrammi nel 2014, 39 nel 2015 e 36 nel 2016. A Milano nei tre anni è stata 35-41-36, mentre a Napoli nel 2014 e nel 2015 è stata 29 microgrammi per scendere a 28 nel 2016”. Ma le variazioni in Italia dipendono soprattutto dalle condizioni meteo. Certo, il male è comune: a quota 29 microgrammi troviamo Siviglia, Marsiglia e Nizza. Ma c’è chi sta meglio: Stoccarda, Barcellona, Dortmund e Berlino (24), Glasgow (23), Bordeaux, Londra e Leeds (22), Monaco (21). C’è chi è sceso sotto i 20 microgrammi, livello di rischio per la salute: Madrid (19), Valencia (17) e Liverpool (addirittura 14).

L’epidemiologo Valerio Gennaro dell’Istituto per la ricerca sul cancro di Genova da anni studia il fenomeno: “Il pm10 al suo interno contiene anche particelle più piccole (di diametro fino a 0,1 millesimi di millimetro), praticamente dei gas, che entrano direttamente nei nostri polmoni e quindi vanno in circolazione”.

Ma quali danni provoca il pm10? “Tumori, ma anche malattie cardiovascolari e neurologiche”, ricorda Gennaro che con Medici per l’Ambiente si batte perché siano compiute rilevazioni e i dati vengano resi pubblici e diffusi. “Le cause dell’inquinamento da pm10 sono soprattutto le emissioni delle industrie e delle centrali a carbone, il traffico e gli impianti di riscaldamento”, ricorda l’epidemiologo genovese.

Ma in Italia, ricorda Zampetti di Legambiente, si ragiona soprattutto in termini di misure di emergenza: chiusure del traffico, rinnovo del parco auto. E si punta sempre sul trasporto privato. “Così a Roma ci sono ancora 70 auto per 100 abitanti, mentre a Londra siamo scesi a 35. In Italia il 60 per cento dei fondi sono destinati ancora alle infrastrutture autostradali”, ricorda Legambiente.

Il risultato eccolo qui: Londra ha un terzo in meno di pm10 rispetto a Milano. Mentre Madrid è sotto la soglia di rischio.

4 operai di Rfi sui binari sotto accusa: denunciati

Non bastavano tre morti e il sospetto fondato di un guasto segnalato ma solamente rattoppato con un pezzo di legno. Ora alla storia del treno deragliato giovedì alle 6,57, un chilometro oltre la stazione di Limito di Pioltello nel Milanese, si aggiunge uno strano caso, quello di quattro operai di Rfi, che è parte in causa. Ieri mattina sono stati pizzicati dalla Polfer a fare rilievi tecnici sulla tratta sotto sequestro. Dopo essere stati denunciati per violazione dei sigilli, resta l’ipotesi, al vaglio della Procura, di un’accusa più grave: l’inquinamento delle prove. Che ci facevano lì? E soprattutto, chi ha dato loro l’ordine?

I quattro non erano lì per fare accertamenti generali, comunque vietati visto che tutto il tratto è sotto la lente dell’autorità giudiziaria, ma per un lavoro inerente alle cause probabili del deragliamento, ovvero i giunti, e cioè le strutture che collegano i segmenti di rotaia. Secondo fonti investigative, questa parte è in capo totalmente a Rfi, che si occupa dei cosiddetti punti fragili e di unire le rotaie. I quattro, a quanto viene spiegato, sono arrivati sulla zona del disastro ben prima delle otto di ieri mattina. Hanno percorso buona parte dei binari a partire, probabilmente, dall’area dell’incidente e a ritroso fino a un centinaio di metri dal punto zero, ovvero il luogo dove il giunto rotto ma sostenuto malamente da un pezzo di legno ha perso 23 centimetri di acciaio dando inizio al deragliamento. Qui la polizia li ha raggiunti e fermati. Portati in Questura sono stati denunciati. Con sé avevano uno strumento a ultrasuoni che serve per verificare se nell’acciaio rotabile ci sono anomalie.

“Hanno controllato i punti fragili, su questo si sono concentrati”, viene spiegato da una fonte investigativa. Ovvero tutti i giunti a partire dal luogo dell’incidente e a ritroso fino al punto zero. Questo l’ordine dei superiori: controllare tutti gli altri giunti. E così hanno fatto. La riprova sta in diverse marcature rilevate dalla Polfer sulle rotaie. Nel momento in cui vengono fermati, i quattro non aprono bocca, non spiegano, non si giustificano, solo dicono che da lì a poco sarebbe arrivato il loro responsabile che non si è mai fatto vedere. Gli operai sono denunciati per la violazione dei sigilli. In Procura si lavora per capire se, oltre ai rilevamenti specifici, abbiano potuto fare altro. L’accusa di inquinamento probatorio resta, allo stato, solo un’ipotesi sul tavolo.

Certo l’anomalia è chiara: un giunto ha provocato il deragliamento e Rfi ieri stava controllando gli altri. Perché? In una nota, ieri Rfi ha spiegato che “gli operai hanno inavvertitamente superato i luoghi dell’area sequestrata” ed “erano lì per controlli tecnici sulla tratta Pioltello-Treviglio”. Al netto di questo e con in mano una ricostruzione abbastanza chiara, gli investigatori della squadra speciale della Polfer lavorano ora per capire quando è stato segnalato il guasto. “Secondo me – spiega un investigatore – non è recente, ma aspettiamo gli accertamenti tecnici”. L’inchiesta è ancora contro ignoti, ma già domani o al massimo martedì, la Procura scriverà qualche nome. Ancora da capire per Rfi a quale livello direttivo si arriverà. Probabilmente l’iscrizione toccherà anche Trenord. “Ma in questo caso – spiega un investigatore – sarà solo un atto dovuto per poter fare i rilievi tecnici sul treno”.

Ancora ieri la Scientifica ha lavorato sulla tratta. Oltre al punto zero sono stati fatti accertamenti specifici su almeno altri due segmenti della linea prima della stazione di Limito di Pioltello. In quella stazione il treno, come mostrano le immagini, è passato che già stava deragliando. Il macchinista non si è accorto di nulla. E certo non è stato aiutato dalla tecnologia. In Italia, infatti, non esiste una strumentazione di allarme che possa avvertire il conducente che le ruote sono uscite o stanno uscendo dai binari. Un tale apparecchio avrebbe consigliato al macchinista di tirare il freno di emergenza, evitando il disastro.

Migranti in mare, 2 morti e 2 bimbi gravi Msf accusa i libici

Due migranti sono annegati ieri nel Mediterraneo centrale nel tentativo di raggiungere una unità di soccorso in avvicinamento al gommone sul quale navigavano, diretti in Italia. Nella stessa circostanza sono finite in mare numerose persone, compresi una decina di bambini. Sette dopo essere stati presi a bordo della nave dei soccorritori, sono stati trasferiti con un elicottero della Marina militare italiana in un ospedale di Sfax, in Tunisia. Due di questi avevano gravi difficoltà respiratorie per acqua nei polmoni. Medici Senza Frontiere ha riferito, in un tweet, che la Guardia Costiera libica ha ordinato alla nave Aquarius di Sos Mediterranée (che ha a bordo un team di Medici senza frontiere) di allontanarsi da un gommone in difficoltà. “A distanza di cento metri – è scritto nel tweet – Medici senza frontiere ha visto i volti delle persone e ascoltato le loro urla ma ci è stato impedito di assisterli”. Nella giornata di ieri in totale sono stati tratti in salvo 800 migranti in cinque operazioni di soccorso, coordinate dalla centrale operativa di Roma della Guardia Costiera: si trovavano a bordo di due barconi, due gommoni e un barchino.

Il trio Woodcock, De Magistris e Cantone: “In magistratura non c’è più aria di libertà”

Henry John Woodcock, Raffaele Cantone e Luigi de Magistris a parlare di corruzione a Napoli, la città dove è nata l’inchiesta Consip, dibattito che respingerà sul nascere ogni tentativo di introdurre l’argomento. “Se avessi voluto portarli tutti insieme in televisione non ci sarei mai riuscito”, Enrico Mentana annuncia così il parterre ‘all star’ degli invitati a discutere del libro scritto da Cantone con il giudice Francesco Caringella, “La Corruzione spuzza” (Mondadori), nel Palazzo San Teodoro, miracolo dell’agenzia Sud Comunicazioni di Rossana Russo.

Sono seduti l’ex pm di Consip sotto processo al Csm, il presidente dell’Autorithy anticorruzione, il sindaco di Napoli che dopo aver combattuto la corruzione in Calabria è stato indotto a lasciare la toga. Di fronte a decine di magistrati il dibattito si sviluppa con parole severe sulla corruzione tra i magistrati. Un processo alla magistratura “timorosa e burocratizzata” (sintesi delle parole di Woodcock) che finisce per non svolgere fino in fondo il suo compito, tra legami di casta con gli imputati colletti bianchi (“i giudici quando interrogano la borghesia hanno un tono diverso”) e pesantezze legislative e così alla fine, sottolinea Woodcock, “è amaro non riuscire a individuare sentenze passate in giudicato“. E poi: “Siamo di fronte a giudici sempre più burocratizzati, appesantiti dalla paura di uno sbaglio. Il nostro problema è in una legge sbagliata sulla temporaneità degli uffici direttivi che provoca un’ansia da prestazione continua e che ha prodotto una magistratura timorosa. Io sono entrato 20 anni fa in magistratura respirando un’aria di libertà e questo profumo non si sente più”.

A fornire l’assist a Woodcock era stato de Magistris: “Quando fui fermato nelle mie indagini Davigo andò a vedere i processi per corruzione in Calabria e scoprì che le condanne erano un paio. Ed allora c’è un problema, bisognerebbe denunciare con più nettezza la questione morale nella magistratura e nel Csm”.

Cantone annuncia: “A breve rientrerò in magistratura”. Spiega che per contrastare la corruzione “occorre prendere consapevolezza dei danni che arreca invece che indignarsi” e invita ad affrontare il tema dell’abuso d’ufficio, “reato spia” di peggio. Woodcock afferma che “i processi per corruzione non si fanno per colpa nostra, partecipi di ammiccanti richieste di rinvio degli avvocati con la complicità di pm e giudici, e senza prescrizione i processi durerebbero ancora di più. Occorre una legge seria di deflazione e depenalizzazione”. Tutti annuiscono.

Per i giudici amministrativi è vietato fare troppe sentenze

Il mondo della magistratura amministrativa, questo sconosciuto: per regole-privilegio rispetto ai magistrati ordinari. Il “sex gate” legato al modus operandi di Francesco Bellomo, il consigliere di Stato destituito per il dress code e le regole sui fidanzati per le sue allieve aspiranti magistrato, è solo il fatto più grave. Ma se parliamo di sistema, si rileva che i magistrati amministrativi rispetto ai magistrati ordinari producono meno, hanno uno stipendio superiore di un terzo (quello base, 6.000 euro al mese netti circa) e una caterva di incarichi extragiudiziari pagati o gratuiti, che fanno la fortuna professionale di molti di loro. Si sono pure diminuiti il carico di lavoro il 18 gennaio 2013, con delibera del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (Cpga).

Ciascun consigliere di Tar o del Consiglio di Stato deve produrre 80 sentenze all’anno (escluse quelle “semplificate”) e partecipare a due udienze al mese. Se vuole incrementare il lavoro rischia, almeno sulla carta, un procedimento disciplinare. L’aumento è possibile solo se, oltre al “il consenso del magistrato interessato”, vi è “l’assenso” del Cpga, che stabilisce i carichi. Ed ecco lo spettro del disciplinare per troppo lavoro: “La violazione reiterata” per due volte in un anno “rileva sotto il profilo disciplinare, impedisce” incarichi extra e genera “valutazioni negative ai fini della promozione”. La delibera ha un titolo che promette faville: “Disposizioni per assicurare la qualità, la tempestività e l’efficientamento della giustizia amministrativa” e viene approvata nell’anno in cui l’arretrato di Tar e Consiglio di Stato supera i 300 mila ricorsi.

I consiglieri con i quali abbiamo parlato, dietro anonimato, difendono il provvedimento: “Dobbiamo affrontare casi complessi, la riduzione dei fascicoli aumenta la qualità e tutela il cittadino”.

La soluzione per l’arretrato, comunque, l’hanno trovata. Con regalo. Per smaltirlo i giudici vengono pagati extra: 1.300 euro lordi a udienza, ha stabilito il Consiglio dei ministri del 2013. Non più di sei volte all’anno, però.

Il presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno (ex consigliere del presidente Mattarella) ha detto che l’arretrato di Tar e Consiglio di Stato nel 2014 “si era concluso con 292.273 ricorsi pendenti, mentre il 2015 con 268.246”. Nel 2016 “è sceso del 10%”. Comunque è ancora cospicuo e sicuramente è dovuto alla carenza di organico, che si aggira intorno al 20%, ma anche all’intoccabile questione degli incarichi extragiudiziari, che sottraggono tempo al lavoro ordinario: consulenze varie, anche alle amministrazioni pubbliche di cui poi gli stessi giudici possono trovarsi a giudicare l’operato, docenze universitarie e in scuole private, illustri carriere politiche da fuori ruolo che fanno accumulare potere.

Filippo Patroni Griffi, attuale presidente aggiunto, è consigliere di Stato dal 1985. È stato ministro per la Pubblica amministrazione con Monti e sottosegretario a Palazzo Chigi con Letta, capo di gabinetto dei ministri Amato e Brunetta, capo dell’Ufficio legislativo dei ministri per la Funzione pubblica Cassese, Frattini e Bassanini. Franco Frattini è consigliere di Stato dal 1986, ma Palazzo Spada l’ha visto costantemente dal 2012. Oggi presidente di sezione, è stato, tra l’altro, due volte ministro degli Esteri di Berlusconi, vicepresidente della Commissione europea, membro della Commissione per le riforme costituzionali. Nel 2014, forse perché maestro di sci, diventa componente dell’Alta corte di giustizia sportiva del Coni e per tre anni presidente del Collegio di Garanzia dello Sport.

È un consigliere di Stato dal 1999 Roberto Garofoli, fuori ruolo come capo di gabinetto del ministro dell’Economia Padoan. Ex capo di gabinetto del ministro Patroni Griffi, capo dell’ufficio legislativo del ministro degli Esteri D’Alema, segretario generale di Palazzo Chigi con Letta; docente Luiss, direttore della rivista mensile Nel diritto della casa editrice della moglie per la quale pubblica testi adottati dalle scuole che preparano al concorso per magistrati. Come il consigliere di Stato e presidente di sezione Francesco Caringella, che ha pubblicato testi giuridici per la casa editrice della moglie e gira l’Italia per presentare un suo saggio edito da Mondadori.

Un regalo speciale lo hanno ricevuto il 27 dicembre i consiglieri di Stato residenti in Alto Adige: 50 mila euro di indennità aggiuntiva.

Il presidente Pajno, dopo il caso Bellomo, ha invocato parametri più rigidi per gli incarichi extra e ha pure scritto alla sottosegretaria Maria Elena Boschi per chiedere, inascoltato, una riforma del procedimento disciplinare, lungo e farraginoso come è emerso nel caso Bellomo.