Buttiglione è fuggito: “Sono riuscito a sottrarmi”

Ci piace, in questo giorno di gioia per gli studi filosofici e di lutto per la politica, riportare una notizia ingiustamente negletta appresa ieri sull’Adnkronos: “Dopo 24 anni in Parlamento il Filosofo se ne va: Rocco Buttiglione non si presenterà alle elezioni del 4 marzo”. In questi cinque lustri scarsi, il nostro ha sepolto la Dc e tenuto a battesimo il Ppi; sepolto il Ppi e tenuto a battesimo il Cdu alleandosi col Ccd; sepolto il Cdu per far nascere l’Udr finendo per fondare l’Udc dopo essere passato un attimo di nuovo per il Cdu. Con l’Udc è stato eletto con Berlusconi e contro Berlusconi e infine con Monti. Ieri, come detto, l’annuncio della fine di questa straordinaria avventura che nel 2015 s’era nutrita anche di una puntatina in Area Popolare di Angelino Alfano, presto abbandonata per ritornare all’Udc col solo Lorenzo Cesa e senza Pier Ferdinando Casini. In tutto questo vorticoso stare fermi che è la cifra della democristianitudine nella Seconda Repubblica, il filosofo Buttiglione ha trovato il tempo di fare il vicepresidente della Camera e il ministro delle Politiche europee e dei Beni culturali. Scarno il suo commento: “Stavolta sono riuscito a sottrarmi”. Ci pare di vederlo: tutti a chiedergli di candidarsi ancora, pure Angela Merkel al telefono e lo spirito di Adenauer in sogno, ma lui niente. Il buon Rocco stavolta è stato incrollabile e, dopo 25 anni di sofferenze, ha detto no, no e no: “Torno al mondo accademico”, ha annunciato. Vabbè, dai, tutto è bene quel che finisce bene.

Non ci resta che il capitalismo

In una delle scene chiave de I figli degli uomini, il film di Alfonso Cuarón del 2006, il protagonista Theo (Clive Owen) fa visita a un amico alla centrale elettrica di Battersea, ormai un incrocio tra un ufficio governativo e una collezione d’arte privata. Tesori come il David di Michelangelo, Guernica di Picasso o il maiale gonfiabile dei Pink Floyd, sono conservati in un edificio che è a sua volta uno stabile storico ristrutturato.

Sarà il nostro unico sguardo sulla vita delle élite, rintanate lì dentro per proteggersi dagli effetti di una catastrofe che ha provocato la sterilità di massa: da generazioni, non nascono figli. Theo domanda all’amico che senso ha mettersi a collezionare tante opere d’arte, visto che nessuno potrà più vederle. La risposta è nichilista ed edonista assieme: “Non ci penso”.

A rendere interessante una distopia come I figli degli uomini è che riflette la temperie del tardo capitalismo. Nel romanzo di P.D. James da cui è tratta la pellicola di Cuarón, la democrazia è sospesa e il paese è retto da un autoproclamato governatore; ma la sceneggiatura del film, tutto questo lo lascia saggiamente sullo sfondo. Le misure autoritarie che intuiamo dalla trama possono essere state attuate all’interno di una cornice ancora democratica, almeno nominalmente. Guardando I figli degli uomini ho inevitabilmente pensato alla frase di volta in volta attribuita a Fredric Jameson o Slavoj Zizek, quella secondo la quale è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. È uno slogan che racchiude alla perfezione quello che intendo per “realismo capitalista”: la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente.

Un tempo, i film e i romanzi distopici erano esercizi di immaginazione in cui i disastri agivano come pretesto narrativo per l’emersione di modi di vivere nuovi e differenti. Con I figli degli uomini questo non avviene: il mondo che prefigura sembra un’estrapolazione o un’esacerbazione del nostro, più che una realtà alternativa vera e propria. In quel mondo come nel nostro, ultra-autoritarismo e capitale non sono incompatibili: i campi d’internamento e le caffetterie in franchise coesistono in tutta tranquillità. Ne I figli degli uomini lo spazio pubblico è abbandonato, popolato da null’altro che immondizia e animali in libertà. I neoliberali, ovvero i realisti capitalisti per eccellenza, hanno più volte celebrato la distruzione dello spazio pubblico: ma contrariamente alle loro aspirazioni ufficiali, ne I figli degli uomini non assistiamo a nessun arretramento dello Stato, quanto semmai a un ritorno dello Stato alle sue originarie funzioni di stampo militare e poliziesco (Se ho parlato di aspirazioni “ufficiali” è perché l’ideologia neoliberale, nonostante ami da sempre scagliarsi contro lo Stato, è proprio sullo Stato che ha surrettiziamente contato. Il fenomeno è stato evidente durante la crisi del 2008, quando – come da indicazione degli ideologi neoliberali – gli Stati si sono precipitati in soccorso del sistema bancario).

È chiaro che il tema della sterilità va letto metaforicamente, come allusione a un altro tipo di ansia. Quello che sostengo è che quest’ansia vada letta in termini culturali, e che il film ponga la seguente questione: senza il nuovo, quanto può durare una cultura? Cosa succede se i giovani non sono più in grado di suscitare stupore? I figli degli uomini riflette il sospetto che la fine del mondo sia già avvenuta, l’idea che molto probabilmente il futuro non porterà altro che reiterazione e ripermutazione di quanto esiste già.

Il potere del realismo capitalista deriva in parte dal modo in cui il capitalismo sussume e consuma tutta la storia pregressa: è un effetto di quella “equivalenza” che riesce ad assegnare un valore monetario a qualsiasi oggetto culturale, si tratti di icone religiose, pornografia, o Il Capitale di Marx.

Per giustificare il loro conservatorismo, i partigiani dell’ordine costituito non possono davvero dire che questo stato sia perfetto. E quindi hanno deciso di dire che tutto il resto è orribile. Certo, dicono, non vivremo in un paradiso, ma siamo fortunati a non vivere in un inferno. La nostra democrazia non sarà perfetta, ma è meglio di una dittatura truculenta. Il capitalismo è ingiusto, d’accordo. Ma non è criminale come lo stalinismo. Uccidiamo iracheni coi nostri aerei, ma non tagliamo mica gole con i machete come in Ruanda.

A quanto pare, siamo nel pieno di quella “fine della storia” di cui parlò Francis Fukuyama dopo la caduta del Muro di Berlino: la sua tesi, secondo la quale la storia ha raggiunto il suo climax con l’avvento del capitalismo liberale, è già stata ampiamente derisa; eppure ha finito per essere accettata, persino introiettata, a un livello culturale inconscio. Andrebbe però ricordato che, persino quando Fukuyama avanzò l’idea che la storia fosse approdata alla sua ultima spiaggia, di trionfalistico c’era poco.

Quello che stiamo affrontando adesso è un profondo e pervasivo senso di esaurimento, di sterilità culturale e politica. Negli Ottanta, per quanto ormai prossimo al collasso, esisteva ancora un socialismo che si definiva “reale”. In Gran Bretagna le linee di faglia dell’antagonismo di classe si manifestarono in maniera palese grazie a un evento come lo sciopero dei minatori tra il 1984 e il 1985: la loro sconfitta fu anzi un momento cruciale per lo sviluppo del realismo capitalista, significativo tanto dal punto di vista simbolico quanto nei suoi effetti pratici. La chiusura delle miniere venne in effetti sostenuta proprio sulla base che tenerle aperte non fosse “economicamente realistico”, mentre i minatori vennero relegati al ruolo di ultimi attori di un romanzo d’appendice in salsa proletaria e destinato al fallimento.

Gli anni Ottanta furono il periodo in cui per il realismo capitalista si lottò fino a riuscire a imporlo; anni in cui la dottrina thatcheriana del There Is No Alternative – “non c’è alternativa”: il perfetto slogan realista capitalista – si trasformò in una spietata profezia che si autoavvera.

Negli anni Sessanta e Settanta il capitalismo ha dovuto affrontare il problema di come contenere e assorbire le energie che provenivano dal suo esterno. Adesso ha il problema opposto: avendo incorporato con fin troppo successo quanto gli era esterno, come potrebbe mai continuare a funzionare senza un “fuori” da colonizzare e di cui appropriarsi? In Europa e negli Stati Uniti, per la maggior parte delle persone sotto i vent’anni, l’assenza di alternative al capitalismo non è nemmeno più un problema: il capitalismo occupa tutto l’orizzonte del pensabile.

L’unica maniera per mettere in discussione il realismo capitalista è mostrare in qualche modo quanto sia inconsistente e indifendibile: insomma, ribadire che di “realista” il capitalismo non ha nulla.

Una Repubblica fondata

L’Italia sta diventando una repubblica fondata sul caporalato e tutti fanno finta di nulla. È dunque solo un’eccezione (positiva) che conferma la regola (orrenda) il fatto che venerdì pomeriggio – proprio mentre il ceto politico si scannava a Roma sulle liste – Pier Luigi Bersani fosse a Castelnuovo Rangone (Modena) a parlare con i licenziati della Castelfrigo. Alla grossa azienda di lavorazione della carne di maiale, Giulia Zaccariello ha dedicato un’incisiva inchiesta su ilfattoquotidiano.it. I servizi di logistica sono stati appaltati a due cooperative, la Work Service e la Ilia D.A. che fanno lavorare manodopera straniera in condizioni bestiali. Questi uomini né liberi né uguali provenienti dall’Africa, dalla Cina, dall’Albania, hanno provato a ribellarsi contro turni di lavoro sottopagati che possono arrivare anche a 14 ore. Al culmine di un lungo sciopero sono arrivati 127 licenziamenti. Poi il colpo di scena: un accordo separato tra la Cisl e l’azienda ha portato alla riassunzione di 52 dei 127 licenziati, scelti accuratamente tra chi non aveva scioperato. Daniele Donnarumma, esponente della Cisl tanto fiero dell’accordo da diffondere un comunicato con foto allegata, dopo aver manifestato preoccupazione per il “danno d’immagine” subito dalla Castelfrigo, ha spiegato la sua posizione: “L’azienda ha scelto chi far rientrare. È vero che il diritto di sciopero è sacrosanto, ma c’è anche il diritto di impresa di scegliere chi assumere”. Questo è il sindacalista.

La storia scandalosa della Castelfrigo è precipitata nelle ultime settimane ma è all’ordine del giorno da anni insieme a centinaia di casi analoghi. Già due anni fa il deputato modenese del Pd Stefano Vaccari ha presentato un disegno di legge per il contrasto delle cosiddette cooperative spurie, naturalmente finito nel nulla. Bersani venerdì è andato oltre, facendo notare che “questa degradazione micidiale dei diritti del lavoro” avviene anche perché “la somministrazione impropria e fraudolenta di manodopera” era un reato fino a quando il mai troppo lodato Jobs Act non l’ha retrocessa a illecito amministrativo. Il padre del Jobs Act, il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che è nato e cresciuto a 80 chilometri dalla Castelfrigo, è stato per una vita dirigente delle cooperative e quindi sa tutto da sempre, deve aver depenalizzato il caporalato a sua insaputa. Quando ha fatto finta di scoprire il problema, alla vigilia di Natale, ha subito tuonato: “Chi propone prestazioni di lavoro a costi ridotti e chi le utilizza deve sapere che sta facendo un’azione illegale. Su questo non ci sarà tolleranza”. Troppo Lambrusco, come direbbe Bersani. Chi fa quelle porcate lo sa già, chi le subisce lo deve sapere: il governo Renzi le ha depenalizzate. Poletti telefoni a Bersani e si faccia spiegare come rimediare a questa vergogna del Jobs Act.

È bene che i più giovani, sfruttati e disoccupati ricordino da dove viene questo inferno. Il 19 marzo 2002 il giuslavorista Marco Biagi è stato ammazzato a pistolettate sul portone della sua casa di Bologna perché individuato dalle nuove Brigate Rosse come ispiratore della legislazione che avrebbe favorito la precarizzazione del lavoro. Dopo la sua morte, il governo Berlusconi si affrettò a varare la legge a cui Biagi stava lavorando, che per questo porta il suo nome. In quella legge (meglio ripeterlo: studiata da Biagi e varata da Berlusconi), si istituiva il reato di “somministrazione fraudolenta” del lavoro, “posta in essere con la specifica finalità di eludere norme inderogabili di legge o di contratto collettivo”. Il Jobs Act ha abolito il reato: ha istituzionalizzato il caporalato chiamandolo mercato. E a difendere la civiltà della razza bianca devono pensarci i nuovi schiavi ghanesi.

C’è la parola di Gesù, per abbattere il regno degli idoli “inquinanti”

“In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga (a Cafàrnao) insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: ‘Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!’. E Gesù gli ordinò severamente: ‘Taci! Esci da lui!’. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: ‘Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!’. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea”. (Marco 1,21-28)

“Ed erano stupiti del suo insegnamento”. Il racconto di guarigione da parte di Gesù, mediante un esorcismo contenuto nella perìcope del Vangelo odierno, ha lo scopo di far comprendere quanto Dio abbia a cuore la liberazione dell’umanità da ogni forma di male, fisico e morale, dall’oppressione delle schiavitù che schiacciano la persona umana impedendole di esprimersi in tutta la sua libertà, nella varietà della sua bellezza e complessità storica. Si rompono schemi, si vuole introdurre il lettore in un’esperienza nuova e imprevedibile. A Gesù viene riconosciuta da tutti un’autorità misteriosa e diversa da quella degli scribi, ed è per questo che la sua fama si diffonde ovunque. Illuminato da queste parole ho seguito la visita di Papa Francesco alle popolazioni indigene dell’Amazzonia. Egli ha voluto riconoscere la meravigliosa ricchezza umana della loro storia, nonostante le mortificazioni subite anche da esperienze cristiane. Per quelle genti e a garanzia della biodiversità delle loro terre ha gridato al mondo intero: “Voi siete memoria viva della missione che Dio ha affidato a tutti noi: avere cura della casa comune”. Non voleva solo ricordare l’enciclica Laudato sì, “ma denunciare la forte pressione da parte di grandi interessi economici che dirigono la loro avidità sul petrolio, il gas, il legno, l’oro, le monocolture agro-industriali”. E quasi non fosse sufficiente, ha urlato che “parallelamente esiste un’altra devastazione della vita che viene provocata con questo inquinamento ambientale causato dall’estrazione illegale. Mi riferisco alla tratta di persone: la mano d’opera schiavizzata e l’abuso sessuale, il femminicidio”. Quasi fosse un’azione di allontanamento del Maligno, il Papa non si è accontento di denunciare e riconoscere il male prodotto e in azione, ma ha prospettato a quelle popolazioni l’impegno positivo di liberazione e di responsabilità. “Incoraggio le iniziative di speranza che sorgono dalle vostre stesse realtà locali e dalle vostre organizzazioni che cercano di fare in modo che gli stessi popoli originari e le comunità siano i custodi delle foreste, e che le risorse prodotte dalla loro conservazione ritornino a beneficio delle vostre famiglie”. Di qui l’invito ai popoli amazzonici a non essere considerati una minoranza, ma “autentici interlocutori”. “Se molti hanno scritto e parlato su di voi, è bene che adesso siate voi stessi ad autodefinirvi e a mostrarci la vostra identità”.

La parola di Gesù è performativa, cioè realizza ciò che dice. In questo caso, è diretta a combattere ciò che imprigiona l’uomo, ne rovina la vita e gli toglie la speranza dell’oltre. Ritengo che il generoso coraggio che Papa Francesco ha rivelato nel faticoso viaggio in Cile e in Perù tragga forza, luce e autorità dal comando stesso di Gesù e, per questo, sia davvero un modello per abbattere il regno degli idoli che deformano e inquinano il cuore dell’uomo: denaro, successo, potere, sesso, ogni violenza, false politiche, egoismi individuali e collettivi. Ci saranno opposizioni, resistenze, ribellioni come quelle del demonio di fronte a Gesù: “Che vuoi da noi Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il Santo di Dio!”. Sta di fatto che, con due parole di Gesù, essi vengono sconfitti: “Taci! Esci da lui!”.

* arcivescovo

A che serve il giorno della memoria

“Che cos’è per lei il Giorno della Memoria?”, ha chiesto l’intervistatore del Corriere della Sera (Aldo Cazzullo, 21 gennaio) al Rabbino capo di Roma Di Segni: “Una data necessaria. Con rischi da evitare: l’assuefazione, la noia e, alla lunga, il rigetto di chi dice: non ne posso più di questi che stanno sempre a piangere”.

Molti anni prima, quando il Giorno della Memoria non esisteva, quando Einaudi aveva deciso di non pubblicare Se questo è un uomo, Primo Levi in quel libro aveva scritto: “Ecco al mio fianco la compagna di tutti i momenti di tregua, la pena del ricordarsi, che mi assalta come un cane, in cui la coscienza esce dal buio all’istante. Allora scrivo quello che non saprei dire a nessuno” (pagina ristampata sul Corriere della Sera, 24 gennaio).

David Bidussa in questi giorni dice: “Forse, in avvicinamento verso il Giorno della Memoria, vale la pena di riprendere alcune considerazioni sul passaggio che ci consegna il ricordo. (…) Sono avvenuti troppi fatti negli ultimi due mesi perché tutto sia solo casuale o senza un codice di riconoscibilità. Avere memoria non mi pare più un esercizio per tenerci in allenamento. Credo che sia una condizione per saper leggere in maniera acuta le peripezie della realtà. (…) Saper riconoscere il contesto per comprendere che cosa sta accadendo diviene molto importante” (Pagine Ebraiche, 11 gennaio). Jhumpa Lahiri, scrittrice americana (Premio Pulitzer, cattedra a Princeton) che vive, quando può, a Roma, risponde a un’intervista: “Vivo a pochi metri dai palazzi dove tante famiglie ebree vennero deportate. Ho capito che questo (il nuovo razzismo italiano, ndr) è solo l’inizio di qualcosa, qualcosa che dobbiamo arginare”. L’inizio di che cosa?, chiede l’intervistatrice Francesca Caferra. Risponde Lahiri: “L’inizio di un nuovo fascismo. Siamo di fronte a qualcosa di inammissibile (…) La xenofobia fuori controllo di certi giovani mi fa paura. Il richiamo a certi personaggi che hanno precipitato questo Paese nell’orrore mi fa paura. Anna Frank (usata come insulto, ndr) negli stadi mi fa paura, Vorrei sentire parole più dure dal mondo della politica, vorrei condanne più chiare” (Repubblica, 1 novembre 2017). Dal giorno di queste interviste sono accaduti due fatti importanti. Il candidato della Lega, forse di tutta la destra, a presidente della Regione Lombardia, si è schierato per la difesa della razza bianca, dando un senso a tutta la vicenda elettorale e alla prevalente inerzia intorno alle sue parole in un Paese volgarmente offeso, che ha lasciato perdere. Pochi giorni dopo, il presidente della Repubblica ha nominato senatrice a vita Liliana Segre, una grande testimone tra i pochi sopravvissuti di Auschwitz. I due eventi ci servono per dire che, alla vigilia del Giorno della Memoria, un intero Paese, la sua vena popolare, la sua opinione pubblica, ma anche la sua vita politica e la sua cultura, sono a un groviglio di strade. Una parte finge grande interesse a un fittizio e inesistente futuro di novità e modernità (inesistente perchè nessuno lo ha preparato) e fa finta che le oscene parole di Fontana non siano mai state dette. Serve per non doversi occupare dei nuovi deportati, i rifugiati, i migranti. Una parte riflette ma propende per la cautela. Solo una voce non italiana vede e denuncia il pericolo di un inizio. E non aveva ancora assistito allo spettacolo dei fascisti senza faccia e senza memoria che entrano in una casa privata, sequestrano un gruppo di volontari che lavorano ad aiutare gli emigranti, e li costringono ad ascoltare un loro testo demente. O delle “ronde” che Forza Nuova e CasaPound organizzano in varie città, italiane, in cerca di “negri” sul modello delle così dette “squadre d’azione”, all’inizio dell’altro fascismo.

La scrittrice americana ha capito bene, ma quasi da sola. L’intero programma elettorale dell’intero schieramento politico italiano accetta e condivide il razzismo e, se necessario, la guerra (i soldati in Niger), pur di non rendersi conto che qualcosa sta cominciando.

Mi sembra che il Giorno della Memoria sia salvo dall’assuefazione e dalla noia. Ci stanno pensando i fascisti, quelli dichiarati e in uniforme che disprezzano la Costituzione e organizzano le “ronde”, quelli che fingono di citare la Costituzione quando si schierano per la difesa della razza, quelli che hanno scoperto che il salvataggio dei bambini in mare non è che un trucco per fare entrare clandestini in Italia.

È un complotto di Medici senza Frontiere, i nuovi Savi di Sion.

Mail box

 

La flat tax non è equa e non rispetta la Costituzione

“Tutti sono tenuti a concorrere alla spesa pubblica in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Così recita l’art. 53 della Costituzione facendo riferimento all’imposizione diretta. Proprio quella che si vuole ridurre in quanto eccessiva. Alcuni propongono la cosiddetta flat tax, o aliquota unica, al 15% o al 23% è indifferente, ma si stanno ponendo chiaramente al di fuori del dettato costituzionale.

Dove si manifesta il criterio di progressività con una sola aliquota? Mistero. Dove si manifesta l’imposizione fiscale sulla base della propria capacità contributiva? Mistero anche in questo caso che, tra l’altro, è proprio da manuale. Facciamo l’esempio di flat tax al 15% su un reddito da mille euro, si pagherebbe 150 e ne rimarrebbero 850, ai limiti della soglia di povertà. La stessa imposta su un reddito da 10.000 euro genererebbe un gettito di 1.500 e ne rimarrebbero 8.500.

In questo caso se potevo permettermi per un mese intero il caviale, sarò costretto a mangiarlo solo per ventinove giorni… forse. Insomma una legge da Robin Hood all’incontrario. Ma perché stupirci, chi propone tale soluzione all’eccessiva imposizione fiscale sono coloro che hanno ripetutamente oltraggiato la Costituzione con leggi ad personam così violentando l’art. 3 della Carta, e gli eredi moderni di quelli che volevano la secessione e che usavano la Legge fondante dello Stato per pulirsi il fondo schiena. Hanno cambiato il pelo, ma non il vizio.

Oreste Ferri

 

Chiedo giustizia e pene certe per chi maltratta i bambini

Sono sempre più numerosi i casi di violenze di insegnanti ai bambini. E chissà quante ignote. Quando sono più piccoli e più fragili e avrebbero più bisogno di amore e attenzione. Lo stesso per gli anziani. Sembra che si scelgano certi lavori solo per dare sfogo al sadismo. Mi auguro che vengano tutti licenziati, giudici del lavoro permettendo, che finiscano in galera e paghino tutto quello che hanno alle vittime.

Marco Kouros

 

Ricordare gli orrori mafiosi per vigilare sulla democrazia

Se si vuole capire bene cosa c’è in palio nel processo per la trattativa Stato-mafia, si deve andare nella Galleria Colonna a Roma a vedere dentro un cubo di plexiglass il cespuglio di lamiere in cui è stata ridotta l’auto blindata della scorta di Falcone, ritrovata dopo ore dall’esplosione di 500 chili di tritolo a Capaci, in un campo a centinaia di metri dall’autostrada.

Quella è il monumento funebre di Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, i ragazzi della scorta, che insieme al loro giudice hanno combattuto la mafia, quando altri cercavano codardi accordi.

Mentre rimango pietrificato davanti a quei sedili contorti, al radiatore impastato con lo sterzo, mi viene in mente il trattamento che in vita ha ricevuto Falcone. Lo stesso disprezzo e isolamento, che i potenti riservano oggi al giudice Di Matteo. Che ha il torto di essere ancora in vita, mentre per molti sarebbe stato molto più comodo neutralizzarlo come eroe. E chi ha trattato con la mafia – B. in primis – si ripropone come presentabile, senza vergogna.

Antonio, Vito, Rocco sono foto ingrandite di quelle della carta d’identità, deposte a fianco del relitto del dovere. Fisso i loro giovani volti e sento di dover rinnovare il giuramento davanti a loro: farò di tutto affinché la mafia e i politici corrotti che ne sono servi non prevalgano. Affinché la sovranità che ho come cittadino, diventi responsabilità per una continua vigilanza democratica. Affinché non siano morti invano.

Massimo Marnetto

 

La campagna elettorale non si scordi di Piombino

Il 2018 sarà un anno importante per l’Italia in prossimità delle votazioni nazionali di marzo. Il mio pensiero, caro Fatto Quotidiano, va alla situazione delle acciaierie di Piombino il caso Aferpi. In particolare, va ai duemila operai che cercano un futuro dignitoso. Gli ammortizzatori sociali non sono eterni, come purtroppo si è visto per le ditte dell’indotto. Rimbocchiamoci subito le mani per dare un futuro dignitoso per questo territorio che merita rispetto.

Massimo Aurioso

 

Tra tante promesse inutili, nessuno parla della scuola

I dati sul tasso di analfabetismo funzionale in Italia sono scoraggianti: non brilliamo nelle competenze linguistiche e nemmeno in quelle matematiche. Intanto i nostri politici, in vista delle votazioni del 4 marzo, “accarezzano” gli elettori e promettono cose mirabolanti: riduzione dell’Irpef, niente più bollo auto, tasse di successione, tasse universitarie, reddito garantito a tutti, pensioni minime a 1.000 euro ecc.

Tacciono però sui problemi che affliggono la Scuola. Non si interrogano sul malessere degli insegnanti e sulla loro voglia (frustrata) di lasciare per l’eccessivo carico di pastoie burocratiche e di stress.

Lorenzo Catania

 

“Astensione” significa favorire le forze politiche sbagliate

Mentre leggevo l’articolo di Antonello Caporale che riportava l’amarezza di alcuni lettori-elettori decisi a non andare a votare, pensavo che sarebbe la cosa meno opportuna da fare. Credo che l’effetto alla fine sarebbe quello di far incrementare, in termini percentuali, il consenso di quelle forze politiche che astenendosi dal voto si vorrebbe penalizzare.

Francesco Iacovino

La dura verità su Andreotti, il faro scelto dalla Bongiorno

“Io con la Lega. Andreotti avrebbe approvato”.

Giulia Bongiorno

 

In un paese dolosamente smemorato come il nostro, oggi il ricordo di Giulio Andreotti è legato alla figura dell’arzillo vecchietto che negli ultimi anni di vita dispensava saggi consigli (non potendo più dare cattivo esempio), conditi con le proverbiali, insipide battute che facevano scompisciare la solita claque. Ancora oggi davanti al disastro della politica e dei politici italiani si sente dire che ci vorrebbe uno come Andreotti per sistemare le cose, come se il divo Giulio fosse assurto nella memoria collettiva a paradigma del buon senso e del buon governo. È soprattutto il risultato di una delle più incredibili fake news che si ricordino, quella legata alla manipolazione della sentenza d’appello nel processo ad Andreotti per associazione mafiosa. Quella sentenza che l’avvocato Giulia Bongiorno trasformò e urlò (con la complicità di quasi tutta l’informazione) nella più limpida delle assoluzioni (“Assolto! Assolto! Assolto!”). Mentre, al contrario, il dispositivo della Corte d’appello di Palermo inchiodava il politico più potente della Prima Repubblica a responsabilità gravissime. Dichiarava infatti “commesso” fino alla primavera del 1980 il reato ascritto all’imputato. Reato commesso ma estinto per prescrizione. Dunque un vergognoso falso storico combattuto con le armi della tenacia e della verità (in genere le sole a disposizione degli uomini di legge) da Gian Carlo Caselli, allora capo della Procura di Palermo e protagonista dell’azione penale insieme al pm Guido Lo Forte. Entrambi firmano il libro: “La verità sul processo Andreotti” (Laterza) che meriterebbe ben altro spazio rispetto alle poche righe di questa rubrica. Ma un aspetto non possiamo assolutamente tralasciare, sconvolgente, perché con l’esclusiva forza dei fatti ricorda a tutti gli smemorati d’Italia ciò che accadde prima e dopo il barbaro assassinio di Piersanti Mattarella, presidente dc della Regione siciliana e fratello del presidente della Repubblica, Sergio. Eliminato perché intendeva fare pulizia negli appalti pubblici sottomessi a Cosa Nostra. Andreotti, si legge nella sentenza, “era certamente e nettamente contrario” alla commissione del delitto Mattarella, ma “nell’occasione non si è mosso secondo logiche istituzionali”, “facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti”. E ancora: “Andreotti ha sì agito per assumere il controllo della situazione critica e preservare la incolumità dell’on. Mattarella, che non era certo un suo sodale, ma lo ha fatto dialogando con i mafiosi e palesando, pertanto, la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro”. Ecco chi era colui che la leghista di nuovo conio Giulia Bongiorno considera alla stregua di un faro, di un padre della Patria.

Il Caimano: “Fornero? solo ritocchi”. Salvini e Meloni all’attacco

Il programma del centrodestra, firmato solennemente da Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, sbanda alla prima curva su uno dei punti qualificanti dell’intesa, la riforma delle pensioni. Il destino della legge Fornero in caso di affermazione della coalizione alle prossime elezioni scatena la rissa tra i tre big incrinando il cartello elettorale.

La pietra dello scandalo è un’intervista rilasciata da Berlusconi al Sole 24 Ore. Anticipare l’accesso alla pensione rispetto agli attuali 67 anni sarà possibile “solo in alcuni casi, individuati con equità, e per un periodo di tempo limitato” e sulla previdenza attenzione “a non stravolgere i conti dell’Inps”, detta l’ex Cavaliere. Semmai, prosegue, da tutelare sono “i lavoratori che sono stati discriminati dai criteri rozzi e frettolosi adottati dalla legge Fornero”.

“A Berlusconi dico ‘patti chiari, amicizia lunga’: via la legge Fornero è il primo punto del programma del centrodestra che abbiamo firmato tutti” ha detto Matteo Salvini replicando all’intervista dell’ex Cavaliere. “Con gli italiani ho preso un impegno prima personale e poi come partito – spara a alzo zero Salvini contro le affermazioni dell’alleato e concorrente nella premiership – la Fornero va cancellata, è una legge ingiusta, sbagliata, che porta povertà e disperazione nelle famiglie”.

“Nel programma del centrodestra c’è scritto che si devono eliminare le storture della legge Fornero, la politica deve metterci la faccia” rincara Giorgia Meloni (FdI). “Noi – ribadisce Meloni – vogliamo un sistema che possa essere il più generoso possibile ma uguale per tutte le generazioni, l’età pensionabile non può essere adeguata automaticamente”. l’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, intanto fa un po’ di conti. Per eliminare la riforma delle pensioni firmata da Elsa Fornero, avverte Cottarelli “andrebbe trovato inizialmente qualche miliardo, che poi sale a 10-15 miliardi con punte di 1,5 punti di Pil; nell’intero periodo in termini cumulati sono 20 punti percentuali di Pil da trovare, per un paese già con debito al 130% non è una cosa da niente”.

Col ritorno del Cavaliere risorge l’impero: meno sprechi sul calcio e più vecchia tv

Silvio Berlusconi è di nuovo riemerso, puntuale a occupare l’agone politico. E come un’araba fenice anche il suo asset più prezioso, Mediaset, risorge con lui. Il bilancio 2017 vedrà infatti la casa del Biscione riacciuffare la linea dell’utile dopo un 2016 chiuso con 294 milioni di perdite.

L’unico altro anno nero fu il 2012 nel pieno della crisi dello spread con Silvio B. costretto ad abdicare dal governo: la sua società televisiva chiuse i conti con 287 milioni di rosso. Il titolo era scivolato, ai tempi, vicino a 1 euro. Un valore simbolico dato che quell’euro per azione era il valore di carico dei titoli Mediaset in Fininvest. Storia vecchia con il titolo che oggi quota sopra i 3 euro e con il 2017 che chiuderà, secondo gli analisti, con oltre 120 milioni di utili.

Ma è la tendenza a far gridare al miracolo e alla resurrezione sul piano della redditività di Mediaset. Già nel 2018 il Biscione dovrebbe portare a casa utili netti tra i 160 e i 200 milioni. Sulla linea della marginalità industriale l’araba Fenice ha ritrovato lo smalto di un tempo. Il margine operativo lordo tornerà già quest’anno a veleggiare sopra il 40% del fatturato, mentre l’utile operativo supererà la linea del 10%. Un traguardo importante: è dal lontano 2011 che Mediaset aveva abbandonato quella soglia.

I conti nel periodo dell’eclissi politica berlusconiana erano via via peggiorati fino al buco da quasi 300 milioni nel 2016. Eppure molta acqua è passata sotto i ponti e molti errori strategici sono stati compiuti. C’è stato l’attacco francese di Vivendi che ha tenuto e tiene in stallo la situazione. Il bagno di sangue di Mediaset Premium, la pay tv del biscione, ha fatto i suoi bei danni.

Fin dal suo esordio Premium ha cumulato sempre perdite bruciando solo dal 2011 in poi la bellezza di oltre 900 milioni. Quell’avventura scriteriata non ha mai sfondato: il primato di Sky non è stato neanche scalfito e la Pay Tv è stata il peccato originale che ha rischiato di far deragliare l’intera Mediaset. Ora dopo il niet dei francesi la lezione è stata appresa. Premium viene di fatto posta nel surgelatore. Non si faranno più follie in suo nome come la pazza corsa strapagata dei diritti tv. Lo dicono i numeri che vedono un lento declino nei ricavi della Pay Tv. Lì non si spingerà più, si lascerà lentamente morire il sogno della Tv a pagamento e molti prevedono che nella diatriba Vivendi-Mediaset si troverà un accordo compensativo per il supposto danno subito dal mancato acquisto francese. Già, i francesi. La strada per loro pare bloccata. Lo ha fatto intendere il vecchio governo e se Silvio avrà di nuovo voce in capitolo in politica difficile pensare a una nuova aggressione francese.

L’altra partita va in scena in questi giorni. Anche qui la lezione è stata appresa. Non ci si svenerà più sui diritti per il calcio: troppo pochi risultati a fronte di ammortamenti milionari che hanno segnato i bilanci degli ultimi anni. Mediaset torna all’antico: la tv generalista con la sua grande capacità di dominare il campo dell’advertising televisivo a fronte di una Rai sempre ingessata e di un triopolio che mai nascerà per davvero. Basti vedere i numeri: anche negli anni bui del calo della pubblicità televisiva Mediaset ha sempre fatto meglio del mercato. È lì la chiave di volta del vecchio Berlusconi. La cara e vecchia tv consolatoria che vince sempre la partita con la Rai.

E poi Berlusconi ha da sempre due assi nella manica. La Spagna, dove la consociata corre come un treno realizzando la metà dell’utile operativo del gruppo e la quota in EiTower vera gallina dalle uova d’oro. Tutto apparecchiato in anticipo per il ritorno in scena (politica) di mister B.

Vivendi-Mediaset, la pace caricata sulle spalle di Tim

Il futuro di Telecom Italia è sospeso al risultato elettorale del 4 marzo. Un bel paradosso per un’azienda che vent’anni fa fu privatizzata per fare cassa in vista dell’ingresso nell’euro, ma anche per sottrarla ai condizionamenti della politica. L’azionista di controllo, la francese Vivendi di Vincent Bolloré, è impegnata da un paio d’anni in una complicatissima partita legale con la Mediaset dell’amico-rivale Silvio Berlusconi. Se il voto riportasse al potere il condannato ineleggibile, Tim e la sua cassa potrebbero essere sacrificate alla risoluzione della controversie. Sia Vivendi che Mediaset sono venditori di contenuti televisivi e Telecom Italia ne è potenziale acquirente per avere merce da distribuire sulla rete Internet a banda larga: un mercato dove è molto labile il confine tra una strategia vincente e il denaro buttato per fare felici le imprese televisive. Se Berlusconi andasse male alle elezioni, Bolloré potrebbe trovarsi a discutere con un governo meno amico e intenzionato a usare gli scarsi strumenti disponibili per evitare che le incertezze strategiche della Tim a trazione francese lascino l’Italia senza telefoni.

La guerra scoppia nell’estate del 2016. Vivendi si era impegnata a comprare per 900 milioni Mediaset Premium, grande insuccesso imprenditoriale di Pier Silvio, un buco nero che si potrebbe definire la Sorgenia di casa Berlusconi. All’ultimo momento Bolloré fa marcia indietro, dicendo che preferisce diventare azionista di peso della stessa Mediaset piuttosto che della sua deludente piattaforma a pagamento. Vivendi ha da allora rastrellato titoli Mediaset arrivando al 29 per cento, mentre il Biscione ha fatto causa al gruppo francese chiedendo un miliardo e mezzo di danni. La prossima udienza è fissata per fine febbraio, ma farla slittare a dopo le elezioni non è un problema. E che due amici come Berlusconi e Bolloré si parlino in carta bollata non stona, da quando nel capitalismo italiano sono diventate normali le cause tra padri e figli.

Mentre il governo Renzi, avendo da pensare al referendum del 4 dicembre, aveva ignorato le manovre di Vivendi, l’accoppiata Paolo Gentiloni-Carlo Calenda ha imbracciato il fucile chiamato golden power, cioè i poteri speciali che consentono all’esecutivo di intervenire su una società di interesse strategico nazionale, e l’ha puntato su Telecom che è stata accusata di non aver notificato alle autorità nazionali di essere soggetta alle attività di direzione e controllo dell’azionista francese, che comanda con il 24 per cento. Su Telecom Italia, e non su Vivendi, incombe una multa da 300 milioni, ma il governo sembra intenzionato a rallentare le procedure in pendenza della campagna elettorale.

Intanto il vero feudo pubblico di Berlusconi, l’Autorità per le comunicazioni (Agcom) – che ha fra i commissari un fondatore di Forza Italia, Antonio Martusciello – ha stabilito che Vivendi ha una posizione dominante sul mercato e ha imposto ai francesi di rinunciare a una parte delle quote in Mediaset o in Telecom entro aprile. I tecnici dell’Autorità hanno pure suggerito una soluzione a Bolloré: congelare il 18 per cento delle azioni del Biscione e restare col 10 di diritto di voto per il consiglio. Vivendi ha presentato ricorso al Tar del Lazio.

Il tribunale amministrativo aveva fissato l’udienza per il 7 febbraio, poi ha rinviato a luglio. Nessuno ha fretta. Tutti auspicano, aspettano e favoriscono la grande pace. Bolloré ha dato un segnale distensivo affidando la controversia sulla golden power, per la quale è in arrivo un ricorso al presidente della Repubblica, all’avvocato Claudio Tesauro. Fa parte dello studio Bonelli-Erede-Pappalardo, lo stesso che assiste il Biscione nella causa a Bolloré. Presidente della società pubblica Invitalia e di Save the children, nonché nipote di Giuseppe, da un anno presidente di Banca Carige ma anche ex presidente dell’Antitrust e della Corte Costituzionale, Tesauro è accreditato di forte influenza su Bolloré e sui vertici di Tim, il presidente francese Arnaud de Puyfontaine e l’ad israeliano Amos Genish. Con loro sta studiando un piano per la pace con Mediaset semplice e per Vivendi non troppo dispendioso: i soldi li mette Telecom.

Ci sono più ipotesi. Il francese, proprietario di Canal Plus, spinge da tempo per rilanciare Premium con l’ingresso in società di Vivendi e di Tim Vision, la tv online di Telecom. Il gruppo telefonico sta trattando per acquistare contenuti televisivi per 460 milioni in cinque anni, ma l’operazione si è impantanata su un significativo altolà del collegio sindacale di Telecom: un accordo commerciale di questa portata con l’azionista di controllo, hanno fatto notare i sindaci, non si può fare sottobanco ma deve seguire la rigorosa procedura per le operazioni con “parti correlate”.

Il piano di Genish, ereditato dal predecessore Flavio Cattaneo, avrebbe una sua logica: compro diritti televisivi, spingo Tim Vision, induco molti clienti a chiedere un collegamento a banda larga che è più remunerativo del tradizionale Adsl su cavo di rame. L’obiettivo dichiarato è di arrivare a 5 milioni di abbonati a Tim Vision, oggi nettamente sotto il milione, sommando anche gli attuali 2 milioni di clienti di Mediaset Premium. È opinione diffusa che la tv sia la killer application per la diffusione della banda larga. Meno sicuro che, con piattaforme televisive già di grande successo come Netflix, abbia senso svenarsi su Tim Vision per incentivare la banda larga. A meno che non si seguano logiche estranee agli interessi strategici propri di Telecom Italia.

Gli effetti nefasti della privatizzazione si fanno sentire. Paradossalmente il colosso telefonico in mano a interessi privati subisce i danni del controllo politico senza beneficiare dei vantaggi. Nel 2001 la vittoria elettorale di Berlusconi fu decisiva per indurre la “razza padana” di Roberto Colaninno a cedere il controllo alla Pirelli di Marco Tronchetti Provera. Nel 2006 il ritorno a Palazzo Chigi di Romano Prodi contribuì pesantemente all’uscita di scena di Tronchetti e all’arrivo di nuovi padroni non del tutto concentrati sugli interessi della rete telefonica nazionale, prima gli spagnoli di Telefónica e poi i francesi di Vivendi. Dieci anni fa Telecom Italia aveva 31 miliardi di fatturato e 68 mila dipendenti in Italia. Ora il fatturato è calato a 19 miliardi (15 in Italia) e gli occupati sono 50 mila. Adesso sono in arrivo altri 6500-7000 esodi, e si sa che i dipendenti realmente in esubero vista l’evoluzione tecnologica sono almeno il triplo.

Con il nuovo governo tornerà al pettine il nodo della separazione della rete. Anche in questo caso sarà difficile distinguere le opzioni mirate a dare al sistema nazionale un’infrastruttura telefonica efficiente da quelle subordinate ad altre necessità. Il governo Gentiloni spinge per la separazione che significa prendere Telecom Italia e scinderla in due società gemelle, stesso azionariato: da una parte resterebbe la società che vende servizi telefonici, dall’altra quella che gestisce la rete affittandola agli operatori telefonici, compresa la “gemella”. In pratica sarebbe il modello adottato con Terna per la rete elettrica. Solo che era a controllo pubblico l’Enel prima e lo sono l’Enel e Terna dopo. L’idea sottostante è che Enel e Cdp, una volta realizzata la separazione societaria della rete telefonica, conferiscano la loro fallimentare Open Fiber, un mega investimento sulla banda larga – voluto da Matteo Renzi per mettere in mora la stitichezza degli investimenti di Tim – che si è risolto in un’operazione senza focus strategico e con zero prospettive di redditività.

Ciò che fa paura, come sempre, sono i numeri. Telecom ha 25 miliardi di debiti netti, compensati nell’attivo patrimoniale dal valore della rete (14 miliardi) e dalla mistica voce “avviamento” che vale 30 miliardi. Il rebus è, in caso di separazione societaria della rete, quanti debiti e quanto personale si porta dietro. Oggi Telecom fattura 15 miliardi in Italia, di cui 13 vengono dai servizi e 2 dall’affitto della rete ai concorrenti. La società della rete avrebbe anche i ricavi dell’affitto alla Telecom gemella, in tutto può arrivare a 4-4,5 miliardi di ricavi, con un margine operativo lordo stimato in 1,8 miliardi. La Telecom dei servizi telefonici avrebbe 13 miliardi di fatturato e circa 5 di margine operativo lordo. Se il debito e il personale si distribuissero secondo fatturato e margine di profitto, alla Telecom dei servizi rimarrebbe un debito di almeno 18 miliardi su 25 e non meno di 30-35 mila dipendenti, a fronte della scomparsa dei 14 miliardi di attivo patrimoniale della rete. Non funziona.

Se però si scaricano sulla rete debito e personale sproporzionati a ricavi e margini, la nuova società starà in piedi solo con forti iniezioni di capitale. Chi paga? Politici, affaristi, avvocati e faccendieri stanno giocando con il fuoco. Pronti a dare tutte le colpe agli elettori.