Coperture a Cinque Stelle. Quanti soldi ci sono davvero

“I soldi ci sono, eccome, in un bilancio da 800 miliardi, basta avere lungimiranza e le mani libere da condizionamenti di lobby e gruppi di interesse”. Il Movimento 5 Stelle è il primo partito a pubblicare online le coperture finanziarie per le proprie promesse elettorali. La sintesi del post sul Blog delle Stelle è questa: 75 miliardi di euro per interventi annui per le misure principali (tipo il reddito di cittadinanza) e 70 miliardi di coperture da integrare con un po’ di deficit. Per tipo, le coperture verrebbero da 30 miliardi all’anno di spending review, 40 miliardi di tagli alle spese fiscali (tax expenditures, tutte le agevolazioni con cui il fisco rinuncia a parte del gettito dovuto) e 10-15 miliardi di deficit aggiuntivo. Verificare anche solo l’aritmetica non è semplice, perché il documento del M5S è vago su alcuni punti importanti, ma ci proviamo.

SPENDING REVIEW. Secondo l’ultimo rapporto del commissario per la revisione della spesa, Yoram Gutgeld (Pd), la parte di spesa pubblica corrente (senza gli investimenti) “aggredibile” valeva nel 2016 327 miliardi: 164,1 miliardi per il personale, 135,6 miliardi per acquisti di beni e servizi, 28 per altre voci. Se si considera per aree, 108,7 miliardi sono sanità, 53,3 Comuni, 53,7 istruzione, 21,2 sicurezza, 14,4 difesa. Il governo Renzi ha tagliato 29,9 miliardi, dice Gutgeld, ma sono risorse che in realtà ha solo spostato su altre voci di spesa: sanità, migranti, scuola, taglio della pressione fiscale, riduzione del debito. I Cinque Stelle sembrano promettere invece una riduzione netta di 30 miliardi strutturali cui dovrebbero corrispondere però tagli di gran lunga maggiori, visto che il programma prevede anche aumenti in molte voci che compongono quella spesa corrente (per esempio: assunzioni di 5mila impiegati, 1.400 magistrati, 20mila persone tra forze dell’ordine e commissioni per gestire i rifugiati). Non ci sono dettagli su dove saranno questi interventi.

80 EURO. “Noi non abbiamo intenzione di toccare il bonus degli 80 euro. Anzi, vogliamo proseguire con gli sgravi Irpef”, diceva il candidato premier Luigi Di Maio il 15 dicembre. Espressione che i giornali avevano tradotto con “non toccheremo gli 80 euro”. Ma non è così: le coperture del bonus Irpef deciso da Renzi nel 2014 – 10 miliardi di euro l’anno – vengono usate per coprire la riforma dell’Irpef promessa dal M5S (aumento della no tax area da 8 a 10mila euro e revisione delle aliquote, interventi per 13 miliardi). Per rivedere la riforma Fornero delle pensioni – intervento da “7,5-8 miliardi annui” – si attinge per “circa 6,5 miliardi” alle “tax expenditures sul settore lavoro (disponibili fino a 10 miliardi annui)”. La voce più consistente di quelle tax expenditures però sono, di nuovo, gli 80 euro, che così sembra vengano contati come copertura due volte.

IMPRESE. Alle aziende il M5S promette, tra l’altro, una sostanziosa riduzione dell’Irap per 11-12 miliardi da pagare con “il taglio ai trasferimenti improduttivi” per 7 miliardi. Viene citato come riferimento il “rapporto Giavazzi-Cottarelli”. Nel 2011 l’economista Francesco Giavazzi aveva coordinato uno studio che era giunto alla conclusione che, con i dati dell’epoca, i contributi pubblici usando il bilancio dello Stato fossero 10,7 miliardi (3,2 di trasferimenti correnti, 7,5 di contributi agli investimenti). Poi ci sono altri sussidi censiti dal ministero dell’Ambiente che, per almeno 16 miliardi, vanno a imprese inquinanti. Il taglio di 7 miliardi è impegnativo – l’attività di lobbying è notevole su questi punti – ma plausibile.

REDDITO MINIMO. Cambiano le coperture del reddito di cittadinanza, non sono più quelle della proposta di legge del 2013. La misura vale circa 20 miliardi all’anno ma nel documento sulle coperture il M5S dice che ne cercherà soltanto 7,5 (tagli alle solite agevolazioni e a non precisati “sprechi”). Il resto sarà a deficit secondo uno schema che abbiamo già discusso qui sul Fatto: col reddito di cittadinanza chi oggi è inattivo risulterà disoccupato, per i criteri contabili Ue l’Italia risulterà con un tasso di disoccupazione più alto e quindi più lontana dal suo potenziale e la Commissione europea l’autorizzerà a fare più deficit, tanto poi il reddito stesso farà crescere il Pil riducendo il rapporto deficit-Pil. Un’alchimia tutta da verificare, sia dal lato della disponibilità di Bruxelles sia da quello dell’impatto del reddito di cittadinanza sul Pil. Viene cancellato anche il Rei, il reddito di inclusione per i poveri appena lanciato dal governo Gentiloni, ma i suoi 2,5 miliardi di dotazione strutturale vanno a finanziare il piano di incentivi fiscali alle famiglie da 17 miliardi.

INCOGNITE. I punti meno chiari riguardano proprio il piano di agevolazioni alle famiglie: si tratta di tax expenditures da finanziare tagliando altre tax expenditures, ma non si sa quali. Per il piano “Smart Nation” sul digitale vengono stimati 25 miliardi di interventi ma le coperture indicate, inclusi 5-9 miliardi da prendere dalle “grandi opere inutili”, ammontano solo a 14,7. Il resto, quasi 10 miliardi, sarebbe finanziato in deficit.

Parisi corteggia Pirozzi, ma il sindaco lo sfida a un confronto

La candidatura di Stefano Parisi per le Regionali del Lazio non ha quietato gli animi nel centrodestra, dove Sergio Pirozzi non si arrende e rilancia la sfida per la leadership. Nella mattinata di ieri Parisi aveva provato a convincere il sindaco di Amatrice: “A Pirozzi dico che chi ha a cuore il governo e il futuro di questa regione deve convenire che sono un centrodestra unico può vincere”. Parole a vuoto, dato che Pirozzi, attraverso un post su Facebook, ha proposto un dibattito pubblico con tutti gli altri candidati: “Cinque province, cinque confronti sul territorio nelle prossime cinque settimane che mancano al voto, per far conoscere ai cittadini le proposte per far rinascere la Regione Lazio. Lancio una sfida pubblica a Roberta Lombardi, Nicola Zingaretti e Stefano Parisi. Accetteranno secondo voi?”. Nella polemica si è inserito anche Matteo Salvini, preoccupato dal fatto che Pirozzi potrebbe presentare un proprio simbolo per le elezioni politiche: “A Pirozzi chiedo un gesto importante di disponibilità”, che lo porti a rinunciare “a presentare in tutto il Lazio liste autonome per il Senato alle prossime elezioni politiche”.

Sanremo sold out: se non ci sei, in Rai non conti

Non c’è solo il 4 marzo, giorno delle Politiche, a fare da spartiacque per i destini dei manager Rai. Motivo per cui già da mesi in Viale Mazzini non si muove più foglia, in attesa di vedere chi sarà il nuovo padrone del vapore. Ci sono anche i cinque giorni che vanno dal 6 al 10 febbraio, la settimana in cui andrà in onda il Festival. Periodo in vista del quale la Rai entra in una sorta di limbo, una sospensione del tempo dove tutto si annulla, un liquido amniotico dove ogni sussulto viene percepito come un’eco lontana. Sanremo è l’appuntamento tv più importante della stagione. Fallire – ovvero fare ascolti più bassi dell’anno precedente – è il peggio che si possa augurare a qualsiasi presidente o direttore generale di Viale Mazzini.
Normale, quindi, che l’azienda ci investa molto e che tutti siano preoccupati che le cose vadano per il meglio. Così in Rai per due settimane (quella del Festival e quella che lo precede) tutto si blocca: non si prendono decisioni, si spostano appuntamenti, si posticipa tutto. “Aspettiamo il Festival” è la frase di rito in queste ore. E, nell’attesa, c’è il gran lavorio per esserci, a tutti i costi, anche da parte di chi non ne avrebbe titolo o la cui presenza non sarebbe necessaria. Da inizio dicembre è partito il solito assedio telefonico verso gli hotel della Riviera per assicurare una stanza a capistruttura e vice, a vice dei vice, a manager di ogni ordine e grado, personale di rete, responsabili di programmi e fasce orarie, personale amministrativo e contabile. Restare a Viale Mazzini in quella fatidica settimana significa contare poco o nulla nella graduatoria del potere.

Non è un caso che tutte le segretarie dal terzo piano in su abbiano in agenda i numeri degli hotel sanremesi, dai 4 stelle in giù (da 5 non ce ne sono). E visto che trovare posto nei migliori ormai è impossibile, c’è chi decide di scendere di categoria e chi cerca di sistemarsi nei paesi limitrofi. Il più gettonato per i dirigenti resta il Grand Hotel & Des Anglais, tallonato dal Nyala Suite Hotel. Ma poi ognuno ha il suo preferito: il Nazionale, il Miramare, l’Hotel de Paris o il Grand Hotel des Londres. Su Booking ieri gli hotel con posti ancora disponibili erano solo quattro: tra gli 800 e 1600 euro per quattro notti in doppia.

Chi non vuole rischiare, alla fine di ogni Festival prenota direttamente per l’anno successivo. Pratica malvista, in realtà, perché tacciata di portare sfiga. “Un potente capostruttura qualche anno fa prenotò a fine Festival per l’anno dopo, ma poi venne degradato e fu costretto a sprenotare”, racconta un dirigente Rai. Quella settimana a Sanremo bisogna trovare posto per tutti, compresi i politici che non vogliono perdersi l’evento. E naturalmente vogliono tutti ottimi posti, e pure gratis. Nell’edizione 2018 il costo di un biglietto di platea al Teatro Ariston è di 180 euro, lievita a 660 per la finale. Il budget di Sanremo 2018 è identico a quello dell’anno scorso: la raccolta pubblicitaria finora è arrivata a quota 25 milioni, a fronte di uscite per 16 milioni e mezzo, compresi i cachet per Baglioni (600 mila), Hunziker (400 mila) e Favino (300 mila). Una manifestazione che fino al 2010 generava perdite notevoli, negli ultimi anni è riuscita a tornare in attivo e a generare utili. E anche l’audience è in salita. Sarà pure per questo che tutti, in Rai, vogliono un posto in prima fila. Anche perché, con le elezioni alle porte, il Festival di quest’anno per molti potrebbe essere l’ultimo.

Il centrodestra fa fuori il senatore del “caso Boschi”

L’uomo che nella Commissione d’inchiesta sulle banche ha più di ogni altro contribuito a far emergere le contraddizioni tra Consob e Banca d’Italia, nonché a mettere sulla graticola Maria Elena Boschi e le sue preoccupazioni per “gli orafi aretini” clienti di Banca Etruria, non sarà ricandidato. Lo ha annunciato ieri su Facebook lo stesso Andrea Augello, senatore e fondatore del gruppo Idea insieme all’ex ministro Gaetano Quagliariello, parte della cosiddetta “quarta gamba” del centrodestra: “Le forze politiche che compongono la coalizione non hanno ritenuto opportuno riconoscermi l’opportunità di concorrere almeno in un collegio uninominale. È una scelta legittima, preso atto della quale non ritengo decoroso insistere o richiedere udienza, in zona Cesarini, ai leader della coalizione. Si conclude così un lungo percorso parlamentare, durato dodici anni, iniziato nelle liste del Senato di Alleanza nazionale”.

Augello, insomma, per ora fa il signore e riflette sulle “difficoltà” e le “frequenti crisi di lucidità politica ed organizzativa del centrodestra” che emergono “in ben altri episodi incomprensibili, che raccontano dissapori, risse e baruffe mediatiche e una grande confusione ogni volta che è necessario compiere scelte per candidature di qualsiasi livello. La mia vicenda personale è solo un modesto effetto collaterale di queste più ampie difficoltà. Ce ne faremo facilmente una ragione. Dopo tutto credo che nella mia storia personale e politica questa lunga parentesi parlamentare sia stata certamente importante ma non essenziale”.

L’esclusione resta sorprendente anche considerando il fatto che l’ex missino Augello è un politico ben radicato nel Lazio, dove ha un suo movimento (Cuori italiani) cui aderiscono decine di amministratori locali e ha sempre preso i suoi voti: nel 2005, per dire, entrò in Consiglio regionale con 25 mila preferenze. È proprio questa irrazionalità che, al di là dell’atarassia pubblica, inquieta in privato il non candidato. Tanto più che, dentro Forza Italia circola la battuta che Augello sia solo l’ennesima “vittima di Banca Etruria”.

È una storia bizzarra raccontata da fonte autorevoli: il veto sulla candidatura dell’uomo che ha fatto ballare l’ex ministra renziana, costringendola oggi a una fuga non onorevole a Bolzano pur di essere eletta in un collegio maggioritario, è stato messo al tavolo del centrodestra da due berlusconiani di altissimo grado, vale a dire Niccolò Ghedini e Antonio Tajani, che sui nomi schierati nel “suo” Lazio ha sempre avuto qualche voce in capitolo. I due, raccontano, hanno impedito ad Augello di correre per la coalizione anche in un solo collegio uninominale.

Sulle motivazioni, ovviamente, ci sono meno certezze, ma la leggenda che si è andata consolidando attorno al tavolo delle trattative è che gli alti papaveri di Forza Italia siano stati sensibili a un “consiglio” arrivato, per così dire, da Firenze, zona Giglio Magico: una vendetta, in sostanza, per il lavoro in commissione banche. Augello è infatti l’uomo che a palazzo San Macuto ha fatto più male a Boschi e Renzi. È lui che, indagando su Banca Etruria, si è scontrato col procuratore di Arezzo Roberto Rossi, già consulente di Palazzo Chigi, che in audizione aveva omesso di parlare di almeno un filone di inchiesta a carico di Pier Luigi Boschi. È sempre lui che ha disseminato le richieste di testimonianze (è stato il primo a chiedere di sentire l’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni) che conducono al ruolo di Maria Elena Boschi: una sua lettera a Pier Ferdinando Casini in cui chiedeva che il testimone Ignazio Visco si preparasse su eventuali incontri avuti con ministri ha fatto ritornare improvvisamente la memoria alla sottosegretaria sui suoi colloqui col vicedirettore di Banca d’Italia Panetta. Sempre a lui si devono le parole di Pier Carlo Padoan sugli scontri tra Tesoro e Renzi sulla riforma delle Popolari e la normativa sui crediti fiscali, temi che portano le “impronte” del caso Etruria.

E infine c’è il caso Renzi-De Benedetti. È stato ancora Augello a insistere perché la Procura di Roma, dopo l’audizione dell’ex presidente di Consob Giuseppe Vegas, inviasse alla commissione le carte dell’inchiesta sul broker dell’Ingegnere: in quei documenti c’era la telefonata in cui l’allora editore di Repubblica ordinava all’intermediario di comprare azioni delle Popolari perché aveva saputo da Renzi che un decreto di riforma sarebbe arrivato a breve. Ora il centrodestra non candida Augello, certo non l’uomo più indicato per lo storico incontro tra renzismo e berlusconismo che dovrà garantire la stabilità (europea) del Paese.

La tradizione è sacra, Boldrini no

Nella vita è importante sapersela sempre cavare. Uscire dalle difficoltà limitando i danni, capovolgere le situazioni a proprio favore senza farsi del male. In questo ha tanto da insegnare Emanuele Antonelli, sindaco di Busto Arsizio di centrodestra finito al centro delle polemiche negli ultimi giorni per aver partecipato alla festa dei giovani padani in cui lui stesso ha poi bruciato un fantoccio con il volto di Laura Boldrini. “In altri Comuni della zona – ha detto il sindaco – hanno bruciato pupazzi di Trump e del presidente della Corea del Nord, quindi ci dobbiamo aspettare un lancio di missili?”. Forse sì, visti i caratterini, e comunque sarebbe più prudente non riderci troppo su. Per altro Antonelli ha poi rincarato la dose, con un arringa difensiva da vero Principe del Foro: “Sono passato come il sindaco che ha dato fuoco alla Boldrini, ma ho dato fuoco a otto pupazzi. Può piacere o meno, ma questa è la nostra tradizione”. Che è un po’ come se Hannibal Lecter si fosse giustificato dicendo: “Ma sì, dai, stasera ho avuto un vecchio amico a cena, ma ieri ho sbranato il mio vicino, non fate tante storie per una bistecca”. Tu chiamale, se vuoi, tradizioni.

Dai clic di Grillo a Matteo, 4 ex M5S nelle liste dem

Dai clic alle liste molto renziane. Spulciando i sospiratissimi elenchi dei candidati dem, spuntano ben quattro ex 5Stelle: tre dei quali già trasmigrati nel Pd, e ora “premiati” con le candidature. Ad occhio molto simboliche, perché per tutti le speranze di elezione sono quasi zero.

È il caso di Mara Mucci, bolognese (ma è cresciuta e vive a Imola), candidata nel collegio uninominale di Palazzolo sull’Oglio (Brescia), un tradizionale feudo del centrodestra. Nel gennaio 2015, assieme ad altri 9 colleghi, Mucci aveva lasciato il M5S formando il gruppo Alternativa Libera, in quello che è stato l’esodo più rumoroso dal Movimento, giunto peraltro pochi giorni prima dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. Ma Al si è dimezzato nel giro di pochi mesi.

E tra i repentini addii c’è stato anche quello di Mucci, che nel luglio scorso è passata al gruppo degli ex montiani, Civici e innovatori. Però la sua candidatura nell’uninominale è in quota Radicali, altro gruppo a cui era molto vicina.

È invece quarta nel plurinominale per il Senato in Veneto Gessica Rostellato, anche lei tra i dieci esuli del gennaio 2015. Ma la sua adesione al Pd arrivò appena tre mesi dopo, quando votò la fiducia al governo Renzi. “Mi riconosco in molti dei provvedimenti presi da questo governo e nella modalità di fare le cose anche in modo deciso” spiegò.

Per saltare il fosso ha invece impiegato molto più tempo invece la cagliaritana Paola Pinna, espulsa dal M5S nel novembre 2014 dopo apposito voto sul blog di Beppe Grillo, con l’accusa di non aver restituito parte degli stipendi come previsto dalle regole del Movimento.

Pinna però negò tutto, pubblicando anche su Facebook copia dei bonifici. La certezza è che, dopo un periodo nel Misto, la parlamentare passò a Scelta civica, allora ancora montiana. “Solo con un gruppo alle spalle posso lavorare per i sardi” spiegò. Però evidentemente non era ancora quello giusto, visto che nel febbraio 2016 la parlamentare è approdata ai dem. E la ricompensa è stata la candidatura nel collegio plurinominale per il Senato in Sardegna, ma in quarta posizione: ed è praticamente impossibile che si traduca in un seggio.

Infine c’è Alessio Tacconi, veronese ma residente a Zurigo, approdato in Parlamento come unico eletto del M5S all’estero, nella circoscrizione Europa. Ma Tacconi è stato anche uno dei primissimi eletti a lasciare il M5S nel febbraio 2014. Un anno dopo ha aderito al Pd, che lo ha ripagato ricandidandolo all’estero. “Il Movimento è una gigantesca farsa, i miei colleghi non si assumono mai responsabilità”, sibilò lui, giustificando la scelta. Se ne sono rammentati.

I leader fanno come vogliono, basta balle sulla politica-Chanel

Sarà disdicevole, deplorevole, esecrabile o come vogliamo, ma è del tutto legittimo che i capipartito (e sodali) mettano in lista chi più gli serve o gli aggrada. Tocca ai cosiddetti leader, infatti, la non piccola responsabilità di far confluire il maggior numero di voti possibili sui propri simboli. E se il prezzo consiste nel perdere la faccia, poco male visto che molti già comunque non la ritrovano più. Alla fine, come sempre, saranno gli elettori a decidere sulla qualità accettabile o pessima dei nomi proposti e i conti come sempre si faranno all’apertura delle urne. Detto ciò, l’unica sentita preghiera che ci sentiamo di rivolgere dopo la mattanza degli aspiranti candidati in Pd, Forza Italia, 5Stelle e nel resto del cucuzzaro, è che la si pianti una buona volta con la palla indigeribile della trasparenza. Parolona che insieme a credibilità e merito rappresenta la santissima trinità dei venditori di fumo. Forse non sempre la politica è sangue e merda (Rino Formica), ma continuare a spacciarne il maleodorante cinismo come se fosse Chanel numero 5 è un’ulteriore provocazione per gli elettori stanchi di essere presi per il naso.

Ben si comprende, per esempio, la natura dell’operazione notte e nebbia con cui Matteo Renzi ha annichilito l’opposizione interna (struggenti le frasi autoconsolatorie di Andrea Orlando, timoroso forse di finire anch’egli cancellato in extremis) per disporre di gruppi parlamentari ad alta fedeltà. Indispensabili nel caso il 5 marzo lo statista di Rignano dovesse fare i conti con il paventato flop (o per un nuovo Nazareno, non si sa mai). Esperienza che il segretario ha definito “devastante”: per la minoranza sicuramente sì. Così come può avere un senso la decimazione in atto nel M5S con Luigi Di Maio e i suoi impegnati a escludere con un tratto di penna “le persone che non ci convincono”. Cernita piuttosto soggettiva condotta attraverso il metodo delle “segnalazioni (delazioni) incrociate, sport assai praticato nel mondo “grillino”, come apprendiamo dal puntuale resoconto del Fatto. È naturale che pure il capo politico grillino senta l’esigenza di gruppi parlamentari di sicura obbedienza onde evitare le trasmigrazioni che dopo le elezioni del 2013 portano una grossa fetta degli eletti – miracolati da Grillo – a cercare fortuna altrove. Ok, ma a patto che ci venga risparmiata la solfa dell’unicità di un movimento dove è la base che indica i candidati a differenza della vecchia politica, eccetera. Non è così.

Poi c’è Forza Italia, che almeno ci risparmia questo teatrino ipocrita visto che dalla fondazione la scelta dei salvati e dei sommersi è affidata, con poche eccezioni, al giudizio supremo del padrone (metodo che molti elettori continuano ad apprezzare). Da quella parte, trasparenza, merito e credibilità non fanno parte dell’arredamento. Ma da questa parte neppure.

Rivolta a Taranto: “Qui non vogliamo candidati baresi”

Non vogliamo candidati baresi a Taranto. Il grido arriva dagli iscritti del Pd di Taranto che ieri hanno steso due striscioni nella stanza delle riunioni e sul balcone della sede locale del partito, che è stata occupata per protesta. “Federazione occupata, non vogliamo i baresi candidati a Taranto”, è quello che si legge sui teli, in riferimento alla candidatura del segretario provinciale di Bari Ubaldo Pagano, che correrà da capolista nel collegio Taranto-Brindisi-Monopoli a scapito del parlamentare uscente Ludovico Vico, tarantino, che fa parte della corrente del ministro Maurizio Martina. I “ribelli” hanno anche redatto un documento in cui hanno spiegato i motivi della protesta e hanno aperto a ulteriori iniziative nei prossimi giorni. La questione potrebbe avere anche ripercussioni sull’assetto della maggioranza di centrosinistra in seno al Consiglio comunale di Taranto. Già nei mesi scorsi il Pd di Taranto si era spaccato, dopo la nomina di due assessori baresi nella giunta di Taranto guidata dal sindaco Rinaldo Melucci (Fronte Dem).

Di Pietro deluso: “Fuori perché ho detto no all’inciucio”

Da settimane si diceva pronto a tornare in Parlamento, dopo averlo lasciato nel 2013. E invece Antonio Di Pietro non sarà candidato, escluso all’ultimo minuto dalle liste del Partito democratico.

Di Pietro, fino a venerdì sera lei era convinto di essere in lista?

Beh, il Pd mi aveva supplicato di candidarmi. Poi, all’ultimo momento, hanno deciso di escludermi.

Come mai?

Avevo accettato la candidatura, ma mettendo in chiaro una cosa: non avrei mai votato a favore di nessun inciucio con Berlusconi. Renzi ha preferito perdere un collegio piuttosto che avere tra i piedi qualcuno che potesse dire “no” all’accordo col centrodestra.

Qualche giorno fa Renzi ha detto che non voleva giustizialisti nel suo partito. Si è sentito chiamato in causa?

Ma che significa giustizialista? È uno che vuole la giustizia? Allora lo sono. Se poi preferiscono avere rapporti con un pregiudicato che con un giustizialista…

Quindi è stato Renzi a porre il veto?

La cosa piu grave è che Renzi ha sbugiardato i suoi stessi uomini, visto che tutto il Pd regionale del Molise, che si è speso per me, è composto da renziani, non c’entra nulla con la minoranza. Ha umiliato la volontà del territorio.

Lei però aveva aperto a LeU. Come mai poi aveva scelto il Pd?

Le divisioni non mi interessano, volevo ricreare l’Ulivo. Ho parlato spesso con Fassino e con Bersani: loro mi chiedevano di candidarmi al Senato, ognuno per il proprio partito, e io cercavo di costruire un accordo.

Missione fallita. Ora potrebbe entrare nelle liste di LeU?

Se ora andassi con LeU contribuirei a sfasciare ancor di più il fronte. E non è quello che voglio.

Quindi basta politica?

A dire il vero potrei correre per la Regione Molise, ad aprile. Ma niente partiti stavolta: solo il simbolo della mia terra.

Cuperlo, paracaduto a Sassuolo, si ritira

Sempre più amareggiato edeluso, si ritira. Gianni Cuperlo, esponente di spicco della minoranza del Pd rinuncia al seggio e al diritto di tribuna assegnatogli in extremis dall’ufficio candidature di Matteo Renzi in Emilia, guadagnandosi la gratitudine del partito modenese, già in difficoltà per l’imposizione della ministra Beatrice Lorenzin, che sarà capolista nel blindatissimo collegio.

Cuperlo condanna il metodo, rivendica i valori calpestati della sinistra ma, accantonato il dissenso, promette di battere l’Italia in lungo e in largo (meglio se a Roma) per il suo partito del cuore, che resta sempre il Pd. “Vivrò la campagna elettorale con tutto l’impegno e la passione che ho, chiederò un voto per il Pd e la sua coalizione perché davanti abbiamo una destra pericolosa e arginarla è un dovere morale, lo chiederò anche per ricostruire un centrosinistra oggi diviso e non accetterò mai una campagna fratricida nel nostro campo” premette Cuperlo in una nota. E passa alla dura denuncia contro la pratica renziana dei “paracadutati”. “Partecipando alla Direzione del Pd, alle tre del mattino e con un sms di avviso di qualche minuto, mi sono trovato candidato nel collegio di Sassuolo, a Modena, ho scoperto di non essere l’unica figura precipitata in quelle terre di antica tradizione e insediamento della sinistra, soprattutto ho capito che nessuno lo aveva anticipato ai militanti di lassù” spiega Cuperlo.

Un generoso passo indietro, quindi, per rispetto dei compagni locali che già rumoreggiavano per il nuovo “paracadutato”, dopo l’insalutato arrivo della Lorenzin, da prendere in carico per militanza, come ai tempi del vecchio Pci che però non è il Pd. “Ringrazio Cuperlo: in una fase politica in cui tutti gli schemi della normale vita interna di un partito politico con la storia e la tradizione del Pd sembrano saltare, un gesto come il suo non può che essere letto come un rispettoso segno di responsabilità politica” dichiara polemicamente Davide Fava, segretario del Pd di Modena che parla della necessità di “gesti chiari, limpidi e leggibili come quelli di una classe dirigente che pur di dare un senso al proprio operato politico, trasparente e chiaro, rinuncia a posizioni e cariche”.

“Avevo dato la mia disponibilità a dare una mano anche in un collegio qualunque della mia città – spiega ancora Cuperlo – cioè non è proprio la mia, ma ci vivo da trent’anni”. Insomma se serve “sono ancora qui” basta “un segno, un fischio”. Altrimenti, “andrò su è giù per l’Italia a chiedere il voto per il partito dove milito e per una sinistra da ripensare e rifondare” non precisa da chi.