“I soldi ci sono, eccome, in un bilancio da 800 miliardi, basta avere lungimiranza e le mani libere da condizionamenti di lobby e gruppi di interesse”. Il Movimento 5 Stelle è il primo partito a pubblicare online le coperture finanziarie per le proprie promesse elettorali. La sintesi del post sul Blog delle Stelle è questa: 75 miliardi di euro per interventi annui per le misure principali (tipo il reddito di cittadinanza) e 70 miliardi di coperture da integrare con un po’ di deficit. Per tipo, le coperture verrebbero da 30 miliardi all’anno di spending review, 40 miliardi di tagli alle spese fiscali (tax expenditures, tutte le agevolazioni con cui il fisco rinuncia a parte del gettito dovuto) e 10-15 miliardi di deficit aggiuntivo. Verificare anche solo l’aritmetica non è semplice, perché il documento del M5S è vago su alcuni punti importanti, ma ci proviamo.
SPENDING REVIEW. Secondo l’ultimo rapporto del commissario per la revisione della spesa, Yoram Gutgeld (Pd), la parte di spesa pubblica corrente (senza gli investimenti) “aggredibile” valeva nel 2016 327 miliardi: 164,1 miliardi per il personale, 135,6 miliardi per acquisti di beni e servizi, 28 per altre voci. Se si considera per aree, 108,7 miliardi sono sanità, 53,3 Comuni, 53,7 istruzione, 21,2 sicurezza, 14,4 difesa. Il governo Renzi ha tagliato 29,9 miliardi, dice Gutgeld, ma sono risorse che in realtà ha solo spostato su altre voci di spesa: sanità, migranti, scuola, taglio della pressione fiscale, riduzione del debito. I Cinque Stelle sembrano promettere invece una riduzione netta di 30 miliardi strutturali cui dovrebbero corrispondere però tagli di gran lunga maggiori, visto che il programma prevede anche aumenti in molte voci che compongono quella spesa corrente (per esempio: assunzioni di 5mila impiegati, 1.400 magistrati, 20mila persone tra forze dell’ordine e commissioni per gestire i rifugiati). Non ci sono dettagli su dove saranno questi interventi.
80 EURO. “Noi non abbiamo intenzione di toccare il bonus degli 80 euro. Anzi, vogliamo proseguire con gli sgravi Irpef”, diceva il candidato premier Luigi Di Maio il 15 dicembre. Espressione che i giornali avevano tradotto con “non toccheremo gli 80 euro”. Ma non è così: le coperture del bonus Irpef deciso da Renzi nel 2014 – 10 miliardi di euro l’anno – vengono usate per coprire la riforma dell’Irpef promessa dal M5S (aumento della no tax area da 8 a 10mila euro e revisione delle aliquote, interventi per 13 miliardi). Per rivedere la riforma Fornero delle pensioni – intervento da “7,5-8 miliardi annui” – si attinge per “circa 6,5 miliardi” alle “tax expenditures sul settore lavoro (disponibili fino a 10 miliardi annui)”. La voce più consistente di quelle tax expenditures però sono, di nuovo, gli 80 euro, che così sembra vengano contati come copertura due volte.
IMPRESE. Alle aziende il M5S promette, tra l’altro, una sostanziosa riduzione dell’Irap per 11-12 miliardi da pagare con “il taglio ai trasferimenti improduttivi” per 7 miliardi. Viene citato come riferimento il “rapporto Giavazzi-Cottarelli”. Nel 2011 l’economista Francesco Giavazzi aveva coordinato uno studio che era giunto alla conclusione che, con i dati dell’epoca, i contributi pubblici usando il bilancio dello Stato fossero 10,7 miliardi (3,2 di trasferimenti correnti, 7,5 di contributi agli investimenti). Poi ci sono altri sussidi censiti dal ministero dell’Ambiente che, per almeno 16 miliardi, vanno a imprese inquinanti. Il taglio di 7 miliardi è impegnativo – l’attività di lobbying è notevole su questi punti – ma plausibile.
REDDITO MINIMO. Cambiano le coperture del reddito di cittadinanza, non sono più quelle della proposta di legge del 2013. La misura vale circa 20 miliardi all’anno ma nel documento sulle coperture il M5S dice che ne cercherà soltanto 7,5 (tagli alle solite agevolazioni e a non precisati “sprechi”). Il resto sarà a deficit secondo uno schema che abbiamo già discusso qui sul Fatto: col reddito di cittadinanza chi oggi è inattivo risulterà disoccupato, per i criteri contabili Ue l’Italia risulterà con un tasso di disoccupazione più alto e quindi più lontana dal suo potenziale e la Commissione europea l’autorizzerà a fare più deficit, tanto poi il reddito stesso farà crescere il Pil riducendo il rapporto deficit-Pil. Un’alchimia tutta da verificare, sia dal lato della disponibilità di Bruxelles sia da quello dell’impatto del reddito di cittadinanza sul Pil. Viene cancellato anche il Rei, il reddito di inclusione per i poveri appena lanciato dal governo Gentiloni, ma i suoi 2,5 miliardi di dotazione strutturale vanno a finanziare il piano di incentivi fiscali alle famiglie da 17 miliardi.
INCOGNITE. I punti meno chiari riguardano proprio il piano di agevolazioni alle famiglie: si tratta di tax expenditures da finanziare tagliando altre tax expenditures, ma non si sa quali. Per il piano “Smart Nation” sul digitale vengono stimati 25 miliardi di interventi ma le coperture indicate, inclusi 5-9 miliardi da prendere dalle “grandi opere inutili”, ammontano solo a 14,7. Il resto, quasi 10 miliardi, sarebbe finanziato in deficit.