“Così non si può più andare avanti”. In serata, mentre Matteo Renzi appare in camicia bianca sulle tv a spiegare le sue liste, il governatore della Puglia Michele Emiliano racconta al Fatto la sua amarezza: “Sono profondamente addolorato: il Pd era nato come un progetto plurale e aperto, una forza politica dove le minoranze venivano rispettate. E invece ora è diventato un partito come gli altri”. Emiliano contesta il metodo, il Renzi che va dritto con i suoi nomi senza trattare davvero: ma anche la sostanza.
Si attendeva il 10 per cento dei capilista sicuri nelle liste. E invece ne ha avuti solo tre. “Tutti in Puglia, dove li avrei avuti comunque in qualità di governatore” si lamenta l’ex pm. E i nomi sono quelli dei fedelissimi Francesco Boccia e Ubaldo Pagano alla Camera e di Assuntela Messina per il Senato (dietro di lei un altro sodale del governatore, il deputato uscente Dario Ginefra). Troppo poco per Emiliano, che pretendeva in lista almeno altri due deputati, il romano Umberto Marroni e il campano Simone Valiente, il quale infatti alza la voce: “Si è voluta fare una mattanza della minoranza dalla schiena dritta. In Campania si impegna una personalità come Siani per fare da paravento alle spartizioni con De Luca e a scelte imbarazzanti”. Ma per il governatore la principale ferita è la mancata candidatura di Giuseppe Antoci: presidente del Parco dei Nebrodi, scampato nel maggio 2016 a un agguato della mafia, sotto costante minaccia per la sua lotta contro i clan dei pascoli nel Messinese.
“Una candidatura gli avrebbe dato maggiore tutela, è incredibile che lui sia fuori”, si sfoga Emiliano con i suoi. Mentre al Fatto dice: “Renzi si è chiuso per dieci giorni in una stanza con le liste, aggiungendo e togliendo con la penna. Io ci ho parlato più volte, inutilmente. Anche perché sono state calpestate tutte le regole dello Statuto, che prevede un preciso iter. In questo caso invece le liste non sono state neppure presentate per intero, tanto che le stanno ancora modificando”. E lei, come si è regolato? “Per fortuna noi, che rappresentiamo una delle regioni dove il Pd potrebbe andare meglio, siamo riusciti a fare comunque tutto da soli: dalle mie parti vado d’accordo anche con i renziani…”. Autarchia pugliese, insomma. Ma da domani, che succede?
Emiliano sospira e poi scandisce: “Ora inizia la campagna elettorale, nel corso della quale dovremo spiegare alle persone che non votare il Pd non è il modo per distruggere Renzi. Nel partito ci sono altre personalità, che sono già pronte a ricostruirlo, e candidature giuste che vanno individuate e appoggiate”. Ergo, “non è abbandonando il Pd che le si aiuta. Anche perché al segretario ormai il risultato numerico interessa fino a un certo punto: quello che gli premeva erano solamente le liste”.
Perché l’evidente sospetto di Emiliano è che Renzi si sia rassegnato alla batosta prossima ventura. E che allora il suo unico, vero obiettivo fosse blindare il prossimo gruppo parlamentare, così da resistere a quanti proveranno a disarcionarlo un minuto dopo il 4 marzo, se le urne segneranno davvero tempesta. E un altro deputato vicino al governatore, Giuseppe Lumia, lo scrive dritto sul suo blog: “È stato dato un altro colpo mortale all’idea di partito progressista e plurale per restringere il cerchio e vivere questa campagna elettorale con un’idea disperata, del si salvi chi può”.
Intanto Emiliano guarda il gioco. Schiva le domande sugli altri nodi aperti, dal programma che ancora non c’è ai posti a pioggia per i caporioni del partito (Vincenzo De Luca, in primis). Però parla già di ricostruzione e di ripartenza, da sinistra. Perché la frattura con l’ex premier è di quelle che non si può più ricucire. E “così non si può più andare avanti”. Si arriverà in qualche modo fino al voto, da separati in casa. Poi sarà la resa dei conti: politici.