“Questo non è più il Pd, dopo il voto va ricostruito”

“Così non si può più andare avanti”. In serata, mentre Matteo Renzi appare in camicia bianca sulle tv a spiegare le sue liste, il governatore della Puglia Michele Emiliano racconta al Fatto la sua amarezza: “Sono profondamente addolorato: il Pd era nato come un progetto plurale e aperto, una forza politica dove le minoranze venivano rispettate. E invece ora è diventato un partito come gli altri”. Emiliano contesta il metodo, il Renzi che va dritto con i suoi nomi senza trattare davvero: ma anche la sostanza.

Si attendeva il 10 per cento dei capilista sicuri nelle liste. E invece ne ha avuti solo tre. “Tutti in Puglia, dove li avrei avuti comunque in qualità di governatore” si lamenta l’ex pm. E i nomi sono quelli dei fedelissimi Francesco Boccia e Ubaldo Pagano alla Camera e di Assuntela Messina per il Senato (dietro di lei un altro sodale del governatore, il deputato uscente Dario Ginefra). Troppo poco per Emiliano, che pretendeva in lista almeno altri due deputati, il romano Umberto Marroni e il campano Simone Valiente, il quale infatti alza la voce: “Si è voluta fare una mattanza della minoranza dalla schiena dritta. In Campania si impegna una personalità come Siani per fare da paravento alle spartizioni con De Luca e a scelte imbarazzanti”. Ma per il governatore la principale ferita è la mancata candidatura di Giuseppe Antoci: presidente del Parco dei Nebrodi, scampato nel maggio 2016 a un agguato della mafia, sotto costante minaccia per la sua lotta contro i clan dei pascoli nel Messinese.

“Una candidatura gli avrebbe dato maggiore tutela, è incredibile che lui sia fuori”, si sfoga Emiliano con i suoi. Mentre al Fatto dice: “Renzi si è chiuso per dieci giorni in una stanza con le liste, aggiungendo e togliendo con la penna. Io ci ho parlato più volte, inutilmente. Anche perché sono state calpestate tutte le regole dello Statuto, che prevede un preciso iter. In questo caso invece le liste non sono state neppure presentate per intero, tanto che le stanno ancora modificando”. E lei, come si è regolato? “Per fortuna noi, che rappresentiamo una delle regioni dove il Pd potrebbe andare meglio, siamo riusciti a fare comunque tutto da soli: dalle mie parti vado d’accordo anche con i renziani…”. Autarchia pugliese, insomma. Ma da domani, che succede?

Emiliano sospira e poi scandisce: “Ora inizia la campagna elettorale, nel corso della quale dovremo spiegare alle persone che non votare il Pd non è il modo per distruggere Renzi. Nel partito ci sono altre personalità, che sono già pronte a ricostruirlo, e candidature giuste che vanno individuate e appoggiate”. Ergo, “non è abbandonando il Pd che le si aiuta. Anche perché al segretario ormai il risultato numerico interessa fino a un certo punto: quello che gli premeva erano solamente le liste”.

Perché l’evidente sospetto di Emiliano è che Renzi si sia rassegnato alla batosta prossima ventura. E che allora il suo unico, vero obiettivo fosse blindare il prossimo gruppo parlamentare, così da resistere a quanti proveranno a disarcionarlo un minuto dopo il 4 marzo, se le urne segneranno davvero tempesta. E un altro deputato vicino al governatore, Giuseppe Lumia, lo scrive dritto sul suo blog: “È stato dato un altro colpo mortale all’idea di partito progressista e plurale per restringere il cerchio e vivere questa campagna elettorale con un’idea disperata, del si salvi chi può”.

Intanto Emiliano guarda il gioco. Schiva le domande sugli altri nodi aperti, dal programma che ancora non c’è ai posti a pioggia per i caporioni del partito (Vincenzo De Luca, in primis). Però parla già di ricostruzione e di ripartenza, da sinistra. Perché la frattura con l’ex premier è di quelle che non si può più ricucire. E “così non si può più andare avanti”. Si arriverà in qualche modo fino al voto, da separati in casa. Poi sarà la resa dei conti: politici.

Riciclati, ras e figli di: la Sicilia delle dinastie

L’unico no, venerdì notte, l’ha voluto lasciare nero su bianco lui: Antonello Cracolici, uomo forte del Pd siciliano e dei suoi antenati (ha cominciato da segretario della Fgci di Palermo). Dice che lo ha fatto per non partecipare alla “decapitazione della sinistra e del suo patrimonio di valori”, perché quello guidato da Matteo Renzi “è diventato un ‘partito autobus’, rappresentato da persone che non hanno una storia nel partito”. Parla di “trasformismo”, di “arroganza”. Non è difficile immaginare che dietro ci sia anche la delusione per una delle esclusioni eccellenti dalle liste democratiche: per l’ex governatore dell’isola Rosario Crocetta non si è trovato posto, nonostante gli fosse stata garantita una candidatura dopo avergli chiesto, tre mesi fa, di non ripresentarsi come governatore. “Mortificante”, chiosa Cracolici. E lo stesso Crocetta, al di là della delusione personale, esprime tutto il rimpianto per un partito che “una volta candidava il nipote di Placido Rizzotto e adesso il nipote dell’assassino”. Parole forse eccessive che si riferiscono alla corsa a Messina, in lista col Pd, del rettore dell’Università, Pietro Navarra: figlio del barone Salvatore e nipote del boss Michele, capo mafioso a Corleone dopo la guerra, quando Rizzotto veniva assassinato.

E sempre di nipoti si parla nel caso di Valeria Sudano, capolista in Sicilia 2: su zio è il senatore Mimmo. Paolo Ruggirello, invece, è erede dell’omonima famiglia trapanese, un tempo vicina a Raffaele Lombardo. Poi ci sono dinastie più famose, come quella dei Cardinale: il padre, Salvatore, è il potente ex democristiano; la figlia, Daniela, è per la seconda volta candidata del Pd in Sicilia.

In polemica con questo secondo mandato, ieri, si è ritirato Peppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez: non poteva accettare di essere secondo (nonostante fosse un posto comunque blindato) alla “figlia di”: “Contro questa ricandidatura – ha spiegato Provenzano – si era espresso, con proteste coraggiose e molto partecipate, il Pd dell’intera mia provincia d’origine. Io ho avuto rispetto di questa battaglia, contro questo residuo di feudalità. E come avrei potuto metterci la faccia?”. Fuori – insieme a Provenzano, ma in questo caso non per scelta personale – anche Giuseppe Antoci, il presidente del Parco dei Nebrodi che nel 2016 sfuggì a un attentato mafioso. E fuori anche il senatore uscente Beppe Lumia, che non l’ha presa bene: “È stato dato un altro colpo mortale all’idea di partito progressista”. Entra invece, seppur per interposta persona, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando: giovedì ha annunciato di aver preso la tessera del Pd, poche ore dopo abbiamo appreso che il suo braccio destro, Fabio Giambrone, è capolista dem nel capoluogo siciliano. Anche qui, chiosa Cracolici: “C’è stato uno scambio, lo capirebbero anche i bambini”.

Nel conclave del Giglio magico urla, lacrime e porte sfondate

“Mari, pensaci tu. Mari trova una soluzione”. Le ore avanzano, Matteo Renzi non trova la quadra definitiva. Si rivolge a Maria Elena Boschi, come ha fatto sempre, anche quando tutti gli altri lo esortavano a non farlo. È venerdì, è notte fonda, è chiuso nella sua stanza al Nazareno da una settimana, dopo un’altra notte praticamente insonne. Fuori, ci sono decine di peones che si muovono da una parte all’altra dei corridoi alla ricerca di notizie sul loro futuro. Il segretario corregge ossessivamente fogli Excel, sposta nomi, cambia posizioni ogni 20 minuti. Guidato da un unico obiettivo: disegnare un partito a sua immagine e somiglianza. E dunque: garantire i fedelissimi, ridimensionare gli amici scomodi, punire i nemici. E così, a un certo punto, Lorenzo Guerini e Ettore Rosato – gli uomini macchina, abbandonano il campo – lo lasciano a definire le ultime cose da solo. O meglio con Boschi e Luca Lotti: il Giglio Magico, nella notte in cui si fa definitivamente partito, ritorna unito.

I capi corrente, Maurizio Martina, Matteo Orfini, Dario Franceschini, vanno e vengono, entrano ed escono dalla stanza di Renzi. Gentiloni si tiene lontano, ma sente Renzi un paio di volte. Alla fine, la sua collocazione non è il massimo: al proporzionale va nelle Marche (dove c’è stato il terremoto) e in Sicilia (dove il Pd è ai minimi storici). Segnali.

Andrea Orlando, che al Nazareno staziona con Andrea Martella e Antonio Misiani, viene depistato verso Piero Fassino. “Vattene via, tu e quei 4 amici tuoi! Vattene!”, le urla di quello che doveva fare l’ambasciatore, il tessitore della coalizione, si sentono risuonare per tutto il Pd. Fassino ha pure avuto un ruolo in prima persona: portare dentro Cesare Damiano, che ha trattato in proprio, quando ha capito che il suo big di riferimento, ovvero il Guardasigilli, l’avrebbe sacrificato.

Per Orlando, la nottata è difficile. Restano fuori amici di sempre come Daniele Marantelli e vicinissimi, come lo stesso Martella. Il nervosismo è alto, tanto che prende a spallate la porta di Lorenzo Guerini per entrare nella sua stanza.

Mentre le ore trascorrono e la lettura delle liste viene rimandata di ora in ora, a qualcuno cedono i nervi. Debora Serracchiani, che all’inizio non appare in Friuli, scoppia a piangere: “Se è così, non mi candido”. Una giovane deputata esclusa si aggira sconsolata. “E adesso? Come faccio a dirlo ai miei genitori?”. Umberto Marroni, deputato romano in quota Emiliano, ripete a tutti: “Sono fuori, sono fuori, sono fuori”. Le stanze dei bottoni sono chiuse, le notizie arrivano frammentarie. E paradossalmente da fuori.

Silvia Velo, orlandiana, doveva essere capolista al plurinominale, va all’uninominale di Livorno in Senato. È radicata, tanto è vero che la chiamano dal territorio per avvertirla, anche se è al Pd. Dario Parrini, segretario della Toscana, viene ricevuto che è già notte fonda: la Regione serve a garantire gli indispensabili. Segue a ruota per questa funzione l’Emilia Romagna. A contrattare ci va Andrea Rossi, responsabile Organizzazione, non i big emiliani, Delrio e Richetti. Il ministro delle Infrastrutture è particolarmente defilato. I suoi due uomini forti, Angelo Rughetti e Roberto Reggi, sono esclusi anche loro: lui ha solo un collegio, senza rete.

È il ridimensionamento degli amici. Richetti passa quasi tutta la notte in un’altra stanza a organizzare la campagna elettorale, in veste di portavoce dem. Il suo destino si decide in sua assenza. Il suo collegio di riferimento, quello di Sassuolo, va a Gianni Cuperlo (che poi rinuncia). Lui è in Senato, nel collegio plurinominale di Modena, dopo Valeria Fedeli. Trattamento di sfavore. Orlando scopre di essere stato sfrattato da La Spezia mentre si leggono le liste, ormai alle 4 di mattina. Un’umiliazione. Lo sfinimento collettivo è massimo. La minoranza si alza e se ne va. I territori sono in rivolta. Commentando la scelta di mettere in alcuni collegi contendibili personaggi estranei al territorio, il sospetto comune prende forma: “Matteo ha protetto i suoi nei listini e ha scelto di regalare gli uninominali a Berlusconi”. C’è pure chi scopre con sorpresa di essere “prescelto”: “Sono in un posto sicuro. Chissà perché”.

Renzi si barrica in Parlamento: il Pd è solo lui

Ora è davvero il PdR, il partito di Renzi. Le liste disegnate dal segretario cancellano ogni equilibrio tra maggioranza e minoranza del Pd. Renzi si barrica: anche in caso di batosta elettorale, potrà contare ancora su un gruppo parlamentare compatto e presumibilmente fedele. Agli altri restano le briciole: una ventina di seggi sicuri per gli orlandiani e solo 3 per Michele Emiliano. È l’ultima carta di Renzi per provare a mantenere il controllo del partito.

L’esecutivo. Quasi tutti i ministri del Pd corrono con ampie garanzie di elezione. Il premier Paolo Gentiloni è candidato alla Camera nel collegio Roma 1 e in due listini proporzionali: Marche e Sicilia. Per Maria Elena Boschi, oltre al collegio di Bolzano, ci sono tre “paracadute”: Lazio, Lombardia e Sicilia. Pier Carlo Padoan corre nel collegio di Siena ed è capolista in Piemonte, Marco Minniti (Senato) è nel collegio di Pesaro e Urbino e in testa al listino di Salerno. Posizioni blindate anche per Andrea Orlando, leader della minoranza bastonata, Valeria Fedeli, Dario Franceschini,Marianna Madia, Roberta Pinotti. Graziano Delrio e Luca Lotti corrono senza “paracadute” nel proporzionale, ma in collegi sicuri: Reggio Emilia e Empoli. C’è anche Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia nei governi Letta, Renzi e Gentiloni, già leader di Magistratura Indipendente, la corrente di destra del Csm.

Renzi, farà il senatore: si è candidato nel collegio di Firenze e nei listini di Umbria e Napoli.

I fedelissimi. La pattuglia parlamentare renziana sarà cospicuamente aumentata. Confermati in blocco i fedelissimi: Matteo Richetti, Francesco Bonifazi, Ernesto Carbone, Andrea Marcucci, David Ermini, Davide Faraone, Alessia Rotta (sole per citarne alcuni). Matteo Orfini corre in un difficile collegio di periferia a Roma, ma ha un paracadute da capolista nel proporzionale. Tra i nuovi renziani a Montecitorio ci sarà Luciano Nobili, già protagonista – da coordinatore – delle sconfitte di Gentiloni (primarie a Roma) e di Roberto Giachetti. A proposito di Giachetti: su Facebook aveva strappato una valanga di like e complimenti per la decisione di rinunciare al “paracadute” e di correre solo in un collegio uninominale nella Capitale: “Lo so, a guardare i risultati delle precedenti elezioni non ho molte chances. Il collegio 10 è di quelli persi. Ma io ci credo. Io amo la politica”. Invece è finito in un collegio blindato, lontano da casa: Sesto Fiorentino.

Tra i “nuovi” anche i 40enni Tommaso Nannicini e Giuliano da Empoli. Tra i vecchi leoni del renzismo, invece, Andrea Romano è in trance da campagna elettorale: corre a Livorno e ieri era già a rendere omaggio alla tomba di Carlo Azeglio Ciampi.

I rosatelli. Ironicamente, i due padri di questa contorta legge elettorale – Emanuele Fiano e Ettore Rosato – saranno catapultati alla Camera senza nemmeno il brivido dei collegi: sono in cima alle liste bloccate a Milano e in Friuli. Anche Lorenzo Guerini è al riparo nel listino di Pavia.

L’amica del “capo”. C’è posto (nel Lazio) anche per Micaela Campana. Famosa, suo malgrado, per esser citata nelle carte di Mafia Capitale (chiamava “capo” Salvatore Buzzi) e per la testimonianza nel processo omonimo (ha risposto 39 volte “non ricordo” alle domande dei giudici).

La rotta Emilia. L’Emilia Romagna, regione rossa per eccellenza, è stata riempita di alfaniani ed ex Dc. Pier Ferdinando Casini correrà a Bologna, Beatrice Lorenzin come detto a Modena. Ma c’è un collegio, quello di Rimini, anche per Sergio Pizzolante: era l’uomo che a giugno accusava Renzi di aver fatto pressione su Ncd per far cadere Gentiloni. Sei mesi dopo sono tutti e tre nelle liste dello stesso partito. L’ex alfaniana Federica Chiavaroli si presenta invece in Abruzzo.

Altri alleati: Emma Bonino e Riccardo Magi si giocano l’elezione in due collegi del Lazio, Riccardo Nencini ad Arezzo, la città di Banca Etruria.

Società civile. Non sono molti i candidati pescati fuori dai partiti. Alcuni giornalisti: il portavoce (ex) di Renzi e Gentiloni, Filippo Sensi, la conduttrice e scrittrice Francesca Barra e l’ex condirettore di Repubblica Tommaso Cerno. Poi l’avvocatessa disabile Lisa Noja, Lucia Annibali (anche lei avvocatessa, sfregiata con l’acido dall’ex compagno), il giovane imprenditore Mattia Mor e il pediatra Paolo Siani (fratello di Giancarlo, giornalista ammazzato dalla Camorra).

Sommersi. Fuori dalle liste, invece, nomi pesanti. Clamorosa l’esclusione del ministro Claudio De Vincenti. Assai curiosa la spiegazione di Renzi: “A De Vincenti abbiamo chiesto di candidarsi, ci siamo capiti male e ci ha risposto con un secco no. È stata un’incomprensione”. È rimasta fuori anche Giusi Nicolini, ex sindaca di Lampedusa ed ex pupilla renziana. Fine corsa, tra gli altri, anche per Ermete Realacci, Luigi Manconi e Sergio Lo Giudice.

Salvati. Giuseppe Fioroni è stato in bilico fino all’ultimo, ma ha trovato posto nelle liste laziali (collegio più listino), Barbara Pollastrini nei listini di Monza e Sesto San Giovanni, Cesare Damiano nel collegio di Terni.

Il sud. Matteo Renzi si è vantato di un non precisato rinnovamento nelle candidature meridionali, ma tra i nomi che balzano agli occhi ci sono quelli, consueti, dei notabili locali. In Campania, per esempio, c’è Piero De Luca, figlio del governatore Vincenzo. E c’è soprattutto Franco Alfieri, l’ex sindaco di Agropoli, passato alla storia per la “frittura di pesce” che avrebbe dovuto offrire ai compaesani per convincerli votare sì al referendum costituzionale.

In Basilicata, non poteva mancare il timbro dei Pittellas: Gianni Pittella – ex presidente del gruppo socialista a Bruxelles – è pronto a tornare in patria. Se dovesse fallire nel collegio di casa, gli spetta pure un paracadute per il Senato nel listino bloccato di Salerno/Portici/Torre del Greco. In Sicilia c’è una sfilza di “figli e nipoti di” (dalle parentele poco raccomandabili: si veda l’articolo nella pagina a fianco). In Calabria spicca la figura di Nico D’Ascola, ex berlusconiano, ex socio di Niccolò Ghedini, ex alfaniano.

In Sardegna ci sono Sergio Lai e Gavino Manca: su entrambi pende una richiesta di rinvio a giudizio per la “rimborsopoli” regionale.

Spinta sotto la metro Fermato 47enne: “Me lo ha detto Dio”

Sono durate poche ore le ricerche dell’uomo ripreso ieri da una telecamera della metro Eur Fermi di Roma nell’attimo in cui ha spinto sui binari una cittadina peruviana all’arrivo di un convoglio. I poliziotti della Squadra mobile di Roma hanno bussato alla sua porta di casa nel cuore della notte. Il 47enne, che a quanto emerso ha problemi psichici, è stato sottoposto a fermo di indiziato per tentato omicidio. “Ho sentito delle voci… Me lo ha detto Dio” si sarebbe giustificato farfugliando frasi senza senso. Per chi indaga si è trattato del gesto di un folle. I due non si conoscevano e prima della spinta non ci sarebbe stata nessuna discussione. Probabilmente la donna è stata scelta a caso e quello che è successo a lei sarebbe potuto accadere a chiunque. Dagli accertamenti è emerso che l’uomo era seguito da tempo per disturbi psichici e viveva con la madre. Durante le perquisizioni sarebbero stati trovati certificati clinici sullo stato di salute. Intanto le condizioni della cittadina peruviana si stanno stabilizzando, ma rimane sedata. Nell’investimento ha riportato l’amputazione di una mano, vari traumi e un’emorragia al bacino.

Attendiamo la querela dell’avvocato-candidato

In base a numerose segnalazioni raccolte e alle doverose verifiche dirette delle fonti, la nostra Selvaggia Lucarelli ha raccontato sul Fatto Quotidiano le difficoltà di contattare l’associazione anti-violenza Doppia Difesa e la scarsità di informazioni sulle sue attività, che paiono molto inferiori alla sua visibilità mediatica. L’avvocato e candidata con la Lega Nord Giulia Bongiorno, fondatrice con Michelle Hunziker dell’associazione, ha annunciato querela contro il Fatto.

Selvaggia Lucarelli ha già risposto ieri, in un secondo articolo, alle contestazioni della Bongiorno, ripetute anche ieri (con un triste tentativo di “buttarla in politica”) in un’intervista su Sky a Maria Latella. Contestazioni che non possono smentire una sola parola sul merito del contenuto degli articoli di Selvaggia Lucarelli. Il Fatto attende con serenità l’eventuale querela e l’eventuale processo: sarà, quella, un’ulteriore occasione per certificare la correttezza del nostro operato e far emergere l’infondatezza delle lagnanze dell’avvocato-candidato Bongiorno.

“Il Fatto mi attacca perché mi presento con la Lega”

Su SkyTg24, per la rubrica “L’intervista”, ieri va in onda un colloquio tra la giornalista Maria Latella e l’avvocato, ora candidata con la Lega, Giulia Bongiorno. Fatta una breve introduzione, e una domanda sulla sua candidatura, arriva il capitolo “Doppia Difesa”. Ricordando l’articolo scritto da Selvaggia Lucarelli e la sua successiva querelle con l’avvocato e Michelle Hunziker, la giornalista chiede se il Fatto avesse ragione a mettere in dubbio la reale operatività dell’associazione anti-violenza. Bongiorno risponde che no, l’associazione “è attiva e operativa”. Dice poi che Selvaggia Lucarelli avrebbe dovuto “avere pazienza e telefonare qualche volta in più, certa che qualcuno le avrebbe risposto perché i centralini funzionano”. Infine, l’avvocato Bongiorno decide che è più opportuno metterla in politica anziché approfondire il merito della questione: “Mi sembra molto strano che questo articolo sia casualmente uscito a una settimana dalla mia candidatura con la Lega di Salvini”.

“Cacciata” da Riace secondo la legge, bruciata a Rosarno

Aveva 26 anni, Becky Moses. Era partita dalla Nigeria e fino a poche settimane fa si trovava a Riace dove, il 27 dicembre, le era stata consegnata la carta d’identità dal sindaco Mimmo Lucano.

Prima il rigetto della richiesta di asilo politico, poi la scelta di abbandonare il paesino della Locride dove la legge dice che i “lungopermanenti” non possono restare. E, infine, l’arrivo nell’inferno di San Ferdinando, un ammasso di baracche dove i migranti stagionali, di notte, sono costretti ad accendere il fuoco per riscaldarsi dal freddo. Con il rischio di incendiare tutto. Così è stato all’alba di sabato quando le fiamme, partite forse da un focolare, hanno distrutto duecento baracche. In una di queste dormiva Becky Moses. Forse non si è accorta di nulla, forse ha sentito le fiamme troppo tardi, quando non poteva più scappare. Il suo corpo è stato trovato carbonizzato assieme alle lamiere e alle tavole di legno che i migranti utilizzano per costruire le baracche. Adesso non ci sono neanche quelle e la prefettura sta allestendo una tensostruttura per sistemare 600 persone.

A metà mattinata non resta che la puzza di bruciato ancora forte a fare compagnia ai 2 mila migranti che vivono come animali a qualche chilometro da Gioia Tauro, alle spalle del più importante porto del Mediterraneo. Molti di loro, vedendo il corpo di Becky incenerito e portato via dentro un sacco blu, non sono andati a raccogliere le arance. Vagano tra i rivoli di fumo nella speranza che il fuoco abbia risparmiato le loro biciclette, i loro borsoni e i loro vestiti. Niente da fare. “È una tragedia che si poteva evitare”, dicono ancora scossi alcuni. Due ragazze sono state ricoverate in ospedale.

Il bilancio dell’incendio, però, poteva essere più grave. Ieri mattina è stato convocato d’urgenza il Comitato per la sicurezza pubblica per garantire l’assistenza dei migranti rimasti senza un tetto. Il prefetto Michele Di Bari ha attivato un’unità di crisi permanente dopo essere andato a San Ferdinando assieme ai vertici delle forze dell’ordine.

Dopo la purtroppo celebre rivolta di Rosarno del 2010 non molto è cambiato, adesso il questore Raffaele Grassi dovrà procedere allo sgombero con la forza della baraccopoli, ma né da Roma né da Reggio Calabria, per ora, nessuno ha ancora indicato dove dovrebbero esser ospitati i migranti stagionali. Sono trascorsi quasi due anni dal protocollo firmato in prefettura da Regione Calabria, Comuni e associazioni di volontariato.

Per superare l’emergenza, l’accordo prevedeva la realizzazione di una nuova tendopoli che, in pompa magna, è stata inaugurata ma, potendo ospitare solo 500 migranti, è inefficace se non partono i progetti di accoglienza diffusa nei Comuni della Piana di Gioia Tauro. Ogni anno, da dicembre a marzo, a San Ferdinando ci sono 2500 lavoratori stagionali: chi non entra nella nuova tendopoli finisce nelle baracche con buona pace dei protocolli.

Intanto Becky Moses è morta. Fino a dicembre era a Riace, dove il sindaco Mimmo Lucano è finito sotto inchiesta in seguito alle contestazioni che la prefettura gli ha rivolto sulla gestione dei “lungopermanenti”: “Becky era una di loro. Il suo corpo – annuncia il sindaco Lucano – lo seppelliremo a Riace. Adesso le autorità si dispiacciono ma era una di quelle che la legge dice che non aveva più diritto a stare qui. Gli esseri umani non sono a scadenza. Lo avevo detto alla prefettura e questa tragedia è la dimostrazione”.

Costituzione tradita: più poveri, più delitti e impunità per tutti

Se dovessimo limitarci a esaminare l’andamento dell’amministrazione della giustizia in un’ottica autoreferenziale e produttivistica, potremmo pervenire a conclusioni ottimistiche atteso che il saldo tra input e output appare positivo. Ma tale approccio di tipo aziendalistico rischia di condurre a conclusioni fallaci. Non appena si allarghi l’orizzonte conoscitivo alla realtà sociale esterna al palazzo di giustizia, il quadro si tinge di molti chiaroscuri e di pesanti ombre, sollevando interrogativi sulla concreta capacità della giustizia penale di raggiungere significativi risultati concreti nel contenimento e nella riduzione del crimine.

Infatti, nonostante gli sforzi profusi e l’incremento della produttività, l’indice statistico dei reati registra rispetto all’anno scorso un incremento del 9,24% (…).

Il 15.1.2016 sono stati emanati i decreti legislativi n. 7 e n. 8 che hanno abrogato e depenalizzato una quota significativa di reati (…) e diminuito del 20-30% le iscrizioni di nuovi reati nei registri delle procure. Eppure i dati statistici attestano una crescita delle iscrizioni di reati pari a circa il 10%. Ciò vuol dire che l’area dell’illegalità registra una crescita tale da neutralizzare l’efficacia delle politiche criminali deflattive (…). E gli indici statistici delle Procure prendono in considerazione solo i reati segnalati dai cittadini e autonomamente accertati dalle forze di polizia e dalla magistratura. Resta fuori dal computo la cifra oscura dei reati consumati e tuttavia non denunciati o non accertati (…).

Alcune cause si radicano certamente nelle condizioni di progressivo degrado sociale ed economico in cui versano ampi strati della popolazione soprattutto in Sicilia, divenuta secondo gli indici Istat la regione più povera del Paese con il 54,4% della popolazione a rischio di povertà e col più alto indice di disuguaglianza economica tra i suoi abitanti a livello nazionale ed europeo (…). Sussiste una connessione profonda tra questione criminale e questione sociale che diviene di anno in anno sempre più ineludibile (…). Non ci può essere equilibrio sociale e crescita della cultura della legalità senza politiche di inclusione sociale, se non si riduce in modo significativo la percentuale di persone che confinate in periferie degradate si arrangiano come possono, che violano la legge per andare avanti, senza che la legalità offra loro concrete possibilità di sopravvivenza e di ascesa sociale senza passare dal crimine (…). Per altro verso per non superare il limite di capienza massima a causa dell’aumento costante della popolazione carceraria, si ampliano i presupposti per l’accesso alle misure alternative alla detenzione, senza tuttavia investire le risorse necessarie per garantire la risocializzazione dei condannati (…) estromessi dal circuito carcerario. (…) Mancano persino i braccialetti elettronici per garantire la sorveglianza dei condannati ai quali, a seguito delle riforme legislative, non è più possibile applicare la custodia cautelare in carcere, ma solo quella degli arresti domiciliari (…). Da qui anche una delle cause del costante incremento (+23%) dei reati di spaccio di stupefacenti posti in essere in molti casi da spacciatori agli arresti domiciliari e di fatto fuori controllo.

Alla prova dei fatti, è forte il dubbio che lo sfollamento delle carceri e la sostituzione delle pene detentive con misure alternative – se realizzati senza adeguati investimenti economici per la successiva risocializzazione – possano tradursi in buona parte in un riaffollamento delle vie delle città di condannati per nulla rieducati (…).

Nel distretto di Palermo si registra un incremento del 97% di procedimenti per reati di corruzione, del 77% per i reati di concussione, del 27% per i reati di malversazione a danno dello Stato e di indebita percezione dei contributi (…). Il numero dei soggetti coinvolti, i ruoli apicali o strategici da tanti di essi ricoperti all’interno di ministeri nazionali, di vari assessorati della Regione siciliana, della più diversa tipologia di uffici ed enti pubblici – dai Comuni alle Asl, dal Genio Civile alla Inail e via elencando, la serialità delle condotte criminose, la vastità delle reti di relazioni e di complicità, la rilevantissima entità economica dei danni causati dalle condotte criminose all’Erario e alla collettività, ricompongono – tessera dopo tessera – il quadro di un collasso etico e di una deriva criminale di segmenti significativi della classe dirigente.

La crescita costante di tale fenomenologia criminale, in larga misura sommersa (nell’ultimo triennio l’andamento di crescita a Palermo è stata del 23%) attesta che anche in questo settore la giustizia penale non riesce ad assolvere la funzione general-preventiva di disincentivare la consumazione dei reati con la minaccia dell’irrogazione delle sanzioni e la loro successiva comminazione.

Il deficit degli effetti della risposta penale in tale specifico settore appare il risultato di politiche legislative stratificate nel tempo che hanno depresso ai minimi termini in vari modi il rischio ed il costo penale derivanti dalla consumazione di tali reati, alimentando così la crescita di una cultura impunitaria che, a sua volta, ha operato da propellente per la crescita del fenomeno (…). In un paese caratterizzato da un livello di corruzione tra i più elevati al mondo, il numero di persone detenute in espiazione pena definitiva per i reati più gravi contro la P.A. è statisticamente talmente irrisorio da non essere neppure quotato. I pochi condannati con sentenza definitiva, quelli nei cui confronti si è reso possibile definire i tre gradi del giudizio prima che intervenisse la prescrizione, sono pressoché tutti ammessi a usufruire di misure alternative alla detenzione che dovrebbero risocializzare e rieducare alla legalità mediante l’istruzione e il lavoro colletti bianchi altamente scolarizzati, di reddito elevato e già professionalmente realizzati.

Un habitat sociale caratterizzato dal regredire progressivo della cultura della legalità e della solidarietà sociale sia nelle classi popolari che in quelle alte, dal ripiegamento individualistico nella cura esclusiva del proprio tornaconto personale da perseguire con tutti i mezzi leciti e illeciti, costituisce certamente un humus fertile per lo sviluppo della criminalità mafiosa. Che, nonostante l’incessante azione repressiva svolta dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, (…) dimostra straordinarie capacità di metabolizzare i colpi subiti e di adottare sofisticate strategie di riorganizzazione (…).

La nostra Costituzione nell’ultimo ventennio è stata al centro di ripetuti tentativi di stravolgerne parti essenziali mediante leggi di revisione costituzionale approvate da maggioranze politiche di diversi schieramenti. Leggi di revisione entrambe respinte da referendum popolari nel giugno 2006 e nel dicembre 2016 che hanno dimostrato come il nostro popolo sia più consapevole del valore della nostra Costituzione e del modello di società in essa insito, di quanto lo siano larghe componenti della classe politica. Se tale affezione popolare alla Costituzione è motivo di consolazione per chi si riconosce pienamente nei suoi valori, è tuttavia motivo di inquietudine dovere constatare come il disegno di modificarne i contenuti respinto in sede referendaria, prosegua di fatto per vie oblique mediante l’approvazione di leggi ordinarie che nel loro susseguirsi nel tempo hanno in buona misura svuotato di reali contenuti diritti sociali costituzionali fondamentali quali quelli del lavoro garantiti dagli articoli 4, 35 e 36 (…). Una decostituzionalizzazione strisciante che funge da lasciapassare per politiche economiche che hanno determinato una crescita vertiginosa nel nostro paese delle disuguaglianze sociali e con essa dell’ingiustizia sociale.

L’Italia si colloca al 20° posto per disuguaglianza dei redditi nella classifica mondiale. Il 20% della popolazione più ricca detiene il 66,41% della ricchezza nazionale. Ai più poveri va solo lo 0,09%.

Ogni giorno di più viene tradito il solenne impegno della Repubblica, sancito dall’art. 3 della Costituzione, di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana. È il tradimento di questa promessa determina la disaffezione di larghe componenti popolari non solo nei confronti della politica ma anche nei confronti dello Stato (…). Le sfide che ci attendono vanno ben al di là di assicurare la produttività della cosiddetta azienda giustizia. La posta in gioco è ben più alta. È la tenuta stessa dello Stato democratico, è il senso stesso che vogliamo dare al nostro ruolo di operatori di giustizia, è il senso stesso del nostro essere comunità e non solo una somma aritmetica di individui consegnati ciascuno alla propria solitudine.

Memoria Migliore da Migliorare

I tempi della giustizia, lo sappiamo, sono lenti. E la cerimonia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, con la ferula, gli ermellini, le toghe rosse, è un rito fuori dal tempo. Ma anche i tempi della politica sono sfasati, a giudicare dall’intervento pronunciato con passione, ieri a Milano, da Gennaro Migliore. Il sottosegretario di Stato alla Giustizia, passato come una stella cometa dalle vigorose arringhe di Rifondazione comunista alle flautate perorazioni del Pd ultrarenziano, ieri al Palazzo di giustizia di Milano ha difeso, come imponeva il suo ruolo, l’azione del governo. Ha rivendicato “l’inversione di rotta” con l’arrivo di soldi e investimenti e personale per i tribunali. Ha perfino tentato un elogio della Costituzione, nel suo settantesimo compleanno, quella stessa Costituzione che voleva insieme a Matteo Renzi asfaltare con il referendum. Poi, voce vibrante, ha ricordato la Giornata della Memoria “che celebreremo domani”. Lo ha ripetuto più volte. “Domani”. Peccato che, calendario alla mano, la Giornata della Memoria fosse “oggi”, cioè nel giorno in cui Gennaro pronunciava il suo discorso. Un bel discorso, fine e antifascista. Solo sfasato di 24 ore. Meritava una Memoria Migliore.