“Consip, sistematica turbativa gare”

“Una sistematica turbativa, attraverso accordi tra grandi imprese”, delle gare Consip. Il pg della Corte d’appello di Roma, Giovanni Salvi, nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, inquadra così uno dei filoni dell’inchiesta Consip, quello che riguarda l’aggiudicazione provvisoria della gara Fm4, che vale 2,7 miliardi di euro.

Poco più di un mese fa i pm di Roma hanno chiuso l’indagine per 21 persone, ipotizzando appunto un accordo nella spartizione dei 18 lotti previsti dalla gara. Che non è l’unica indetta dalla principale stazione appaltante che – secondo i magistrati – sarebbe stata truccata: per l’appalto “Scuole Belle”, da 1,6 miliardi, la Procura ha chiesto il processo per sei persone, sempre per turbativa d’asta. L’inchiesta Consip – che in realtà consta di tanti altri filoni, come la rivelazione di segreto d’ufficio contestata anche al ministro Lotti o l’abuso d’ufficio di Tiziano Renzi – non è l’unica indagine citata ieri. Salvi ha fatto riferimento al procedimento che era stato denominato “Mafia capitale”: in primo grado l’accusa di mafia è caduta. Dopo questa decisione, dice Salvi, “alcuni hanno gioito. (…) Dunque a Roma la mafia non esiste! La Capitale deve essere risarcita per il suo nome infangato”. E ha aggiunto: “La Procura Generale ha impugnato la sentenza, così come aveva impugnato quella della Corte d’Appello che escludeva il carattere mafioso del Clan Fasciani, ottenendo qualche giorno addietro una decisione della Cassazione che torna a fare chiarezza su punti di diritto, in verità molto chiari”. La Cassazione proprio per i Fasciani ha detto che si tratta di mafia. Immediata la risposta del Presidente della Camera penale di Roma, Cesare Placanica: “Parlare del merito dei processi – ha detto in sostanza l’avvocato – toglie libertà ai giudici. Nei Tribunali c’è una scritta: ‘Le legge è uguale per tutti’. Anche il processo al ‘Mondo di mezzo’ deve essere trattato come tutti gli altri”.

Ieri sono stati snocciolati i numeri della giustizia: un milione e 200 mila sono i processi penali pendenti nei tribunali, ossia che si stanno discutendo in primo grado nella fase preliminare o in dibattimento. Molti meno quelli nelle Corti d’appello (277 mila per il biennio 2016/2017). Eppure è proprio in Appello che la giustizia inciampa. “Gran parte delle ragioni dell’inefficienza della giustizia discende dalle difficoltà del giudizio di appello, tanto civile che penale – è scritto nella relazione del presidente della Corte di appello di Roma Luciano Panzani –, che rappresenta la palude della giustizia, per entità dell’arretrato e per durata dei procedimenti”. Per Panzani “né il legislatore, né il ministero, né il Csm sino a oggi hanno preso consapevolezza di questa situazione”. E aggiunge: “È ingeneroso dire che gli interventi sono ancora insufficienti, a fronte di un impegno del governo e del ministro Orlando che sono stati superiori al passato, ma è la verità”.

La conseguenza è che molti processi vengono dichiarati prescritti. Nell’ultimo anno le prescrizioni sono state 3.486, ossia “il 33% del complesso delle definizioni, dato di poco inferiore a quello degli anni precedenti”. “Degli oltre 50 mila procedimenti da definire al 30 giugno 2017 – spiega Panzani – circa il 64% erano fascicoli riferiti a reati commessi prima del 2011”.

“Decreto intercettazioni: ora più difficile indagare”

A introdurre qualche incrinatura nella letizia delle celebrazioni dell’anno giudiziario a Milano è arrivato il procuratore generale, Roberto Alfonso. Ha dedicato un capitoletto della sua relazione alle nuove regole sulle intercettazioni volute dal governo e promulgate con un decreto legislativo: “Un provvedimento che, dopo anni di discussioni, tenta di salvaguardare oltre alle indagini anche la privacy di persone non direttamente coinvolte nelle investigazioni”, ammette.

Ma con quali risultati? “I giudizi sul contenuto del decreto sono svariati: per i magistrati, si affida troppo potere alla polizia giudiziaria; per i giornalisti, si mette il bavaglio alla stampa; per gli avvocati, si limitano i diritti della difesa”.

Critiche senza motivo? “Per quanto ci riguarda”, risponde il procuratore generale, “riteniamo che le modalità di acquisizione, di trascrizione e di utilizzazione delle conversazioni intercettate, previste dalle nuove disposizioni, possano limitare il quadro investigativo”. E non soltanto “nel procedimento nel quale le intercettazioni sono state disposte”, ma anche “in altri procedimenti ove esse potrebbero essere utilizzate, anche a distanza di tempo, sulla base di una rilettura contestualizzata e combinata con nuove acquisizioni investigative”.

È un allarme, seppur lanciato con toni prudenti. “Pur riconoscendo l’indifferibilità di una nuova disciplina normativa, deve osservarsi che solo la concreta applicazione delle nuove disposizioni potrà chiarire se esse siano state in grado di raggiungere gli obiettivi perseguiti”, conclude Alfonso. Insomma, la nuova legge è, se non bocciata, almeno rimandata: “Una valutazione più approfondita sulle nuove norme deve necessariamente rinviarsi alla prossima relazione”.

Ancor più netto il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi: “La recente riforma delle intercettazioni, a mio parere, rischia di non risolvere il problema da cui si dice sia nata, ma al contempo creerà enormi difficoltà interpretative e applicative: a chi indaga e a chi è sottoposto alle indagini, al pm ma anche agli avvocati e anche ai giudici”.

Lo Voi propone alla politica un “fermo biologico in materia di riforme della giustizia o del processo, necessario non per il ripopolamento, ma per riportare la calma nel mare dopo la tempesta delle riforme, non tutte positive, succedutesi in questi anni”. Insomma: cari politici, per un po’ fermatevi e smettete di mettere mano a nuove riforme in materia di giustizia. Per il procuratore di Palermo, “senza questo fermo biologico la confusione aumenterà e si allungheranno pure i tempi dei processi, vero grande problema della nostra giustizia”.

Critiche al decreto sulle intercettazioni arrivano anche dal procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo: “Le intercettazioni servono, servono eccome”, ha detto. “Qualcosa andava fatto sul piano della diffusione e sul piano della violazione del segreto”, ha concesso il magistrato torinese, che poi, però, si detto “perplesso” per “quella sorta di ‘appalto’ agli ufficiali di polizia giudiziaria nell’attività di selezione preventiva delle conversazioni da ritenere irrilevanti, estranee, private”. Perché “l’intercettazione è un atto di indagine del pubblico ministero, egli ha la responsabilità di quel che si fa o quel che non si fa e di come lo si fa”, ha osservato Saluzzo, “e non è ammissibile che si metta nelle mani dell’amministrazione, al di là del vincolo gerarchico-funzionale verso il titolare dell’indagine, un vaglio di tal genere”.

Da Milano, il procuratore generale Alfonso nella sua relazione ha introdotto anche altri due temi delicati: avocazioni e reati fiscali. Della nuova norma che prevede l’avocazione delle indagini “per mancato esercizio dell’azione penale” ha dato una interpretazione “leggera”, sostenendo che l’avocazione, da parte della Procura generale, di indagini non fatte o tirate in lungo dalla Procura è una facoltà, non un obbligo. Ma seduto davanti a lui, ad ascoltare – ironia della sorte – c’era il sindaco di Milano Giuseppe Sala, “vittima” proprio di una sua avocazione, per indagini su Expo, e ora imputato di falso ideologico e materiale e di abuso d’ufficio. Non era l’unico imputato, nell’aula magna del palazzo di giustizia milanese: non distante da lui c’era Roberto Maroni, presidente della Regione, sotto processo per turbata libertà della scelta del contraente e per induzione indebita.

Quanto ai reati economici e fiscali, su dati forniti dal procuratore della Repubblica Francesco Greco (assente perché all’estero per la laurea della figlia), Alfonso ha sottolineato che dopo un anno d’applicazione dei nuovi decreti legislativi in materia fiscale, le notizie di reato in questo campo sono crollate dell’87 per cento, dalle 2.808 del 2015 alle 346 del 2016. Si è dunque verificata una sostanziale “depenalizzazione” a tutto vantaggio degli evasori.

M’è scappato un pro

Uscendo nottetempo dalla direzione Pd per le candidature, Matteo Renzi l’ha definita “una delle esperienze personali più devastanti”. Ovviamente non per lui, che sarà eletto di sicuro (c’è sempre una prima e un’ultima volta), ma per gli altri trombati da lui. E, soprattutto, per gli eventuali elettori del Pd, chiamati a una prova d’amore che neanche Melania Trump. Il più devastato è Andrea Orlando, l’ultimo italiano che si fida ancora della parola di Renzi: aveva chiesto 40 posti, ne ha avuti 15, quindi è soddisfatto. Infatti dice, massaggiandosi l’occhio nero e incerottandosi il naso rotto, che “non è il momento di fare polemica. Ognuno deve fare le scelte che ritiene più giuste”. Un po’ come i calciatori brocchi che non giocano mai, ma assicurano “ho fiducia nel mister e la squadra è scesa in campo per fare la sua partita”. Un po’ devastato anche il ministro Calenda, vedovo inconsolabile di “gente seria come De Vincenti, Rughetti, Tinagli, Realacci e Manconi” e ansioso di garantire a cotanti statisti una poltrona o almeno un sofà. Realacci condivide: “Se il Pd non mi ricandida, commette un errore” è il suo parere super partes. Decisamente meno devastato è Renzi che elogia Renzi per vari meriti di Renzi: “Ho fatto il capolavoro di candidare i ministri” (che non ci tenevano a un seggio sicuro, lui però li ha convinti per il nostro bene: del resto chi potrebbe fare a meno di un Lotti, una Madia, una Fedeli?); “ho mantenuto la promessa di usare il lanciafiamme” (metafora che entusiasmerà non solo la Annibali, ma tutte le vittime del fuoco); “ho ribaltato varie Regioni, a partire dalla Campania e ovunque. Aria fresca, rinnovamento”.

Ribalta qua, ribalta là, in Campania ecco il figlio di De Luca (rinnovamento dinastico) e il grande Franco Alfieri, quello che prende voti grazie alla “fritture di pesce”. E la Sicilia? Ribaltata pure quella: pussa via Giuseppe Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi scampato alla strage mafiosa, e largo a Pietro Navarra, rettore a Messina e nipote del dottor Michele Navarra da Corleone, l’uomo che ordinò l’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto e insegnò i primi rudimenti a Liggio, padre-padrino di Riina e Provenzano. Un bel segnale a tutti i siciliani. Ribaltato anche il tranquillo Alto Adige, con lo sbarco terra-aria di Maria Elena Boschi che ora – come suggerisce Enzo Marzo – in ossequio al Trattato De Gasperi-Gruber del 1946 sul bilinguismo, adotterà la doppia denominazione Boschi/Wälder. La povera donna, causa l’ostilità delle dirigenze indigene di Pd e Svp insensibili al suo travestimento da Heidi, non può ancora metter piede a Bolzano.

E da tre giorni e tre notti è accampata all’autogrill di Trento Nord con un istitutore che le pratica un corso accelerato di ladino. Noi però siamo strafelici per l’approdo in Parlamento di tanti giornalisti, anche perché non dovremo più chiamarli colleghi. Soprattutto i noti s’offerenti (nel senso che s’offrivano parecchio) Francesca Barra e Giuliano da Empoli, finalmente sedati dopo tanto vagare. Ci ha invece sorpresi Tommaso Cerno, il neo e già ex condirettore di Repubblica che è durato solo tre mesi. Tentando di decrittare, peraltro invano, i suoi articoli appassionati quanto cifrati e le sue accaldate ma purtroppo criptiche comparsate tv, ci era parso di intuire che fosse molto critico con Renzi. Il quale però non serba rancore o più semplicemente ha capito male, e lo piazza a capolista in Friuli: ottima scelta perché almeno Cerno, nato a Udine, potrà rappresentare un “territorio” dove lo conoscono tutti. Anzi, si spera non proprio tutti: esclusi quelli che lo ricordano candidato di An alle Comunali del ’95, al seguito di Daniele Franz, ex presidente del Fronte della Gioventù; e quelli che hanno letto il suo ultimo libro A noi! sull’eterno fascismo dei politici italiani, Renzi compreso; e i lettori dell’Espresso da lui diretto fino a ottobre, con le sue torrenziali intemerate che, almeno a noi, parevano proprio antirenziane. Come l’editoriale del 2 marzo su Consip e quello che lui chiamava addirittura “il Giglio Nero”. Botte da orbi sulle “relazioni pericolose fra Tiziano Renzi, padre dell’ex premier ed ex segretario Pd Matteo, Denis Verdini, ex berlusconiano legato ai Renzi da avventure di altri tempi e poi divenuto stampella del governo piddino, e Luca Lotti”. E giù domande ficcanti su “cosa Matteo Renzi sapesse, direttamente o indirettamente”, sulle “ombre che si stendono su tre figure chiave: il genitore, l’alleato scomodo, l’amico e fedelissimo di governo”, sulle “zone grigie” che imponevano al Cerno “il dovere di porre alcune domande”: “Presidente, era al corrente di ciò che avveniva, o tutto è stato fatto a sua insaputa?… Nel caso in cui qualcosa le fosse giunto all’orecchio, cosa è stato fatto per porre fine a tutto questo? Per prendere le distanze, politicamente prima di tutto, da qualcosa che somiglia a un groviglio di relazioni che si vuol mutare in ‘sistema’?”. Che Renzi parlasse, perdio: “Che sia lui a dirci che idea s’è fatto del ruolo del su’ babbo, dell’alleato Verdini e dell’amico Lotti nella vicenda Consip”, perché, inchieste a parte, “interessa prima di tutto la sua risposta politica. A noi, certamente. Ma di più al Paese”. Ecco: chissà se, prima di accettare, Cerno ha poi avuto quelle risposte da Renzi. Almeno in privato. E se le farà conoscere anche a noi, “ma di più al Paese”. Sennò, Dio non voglia, rischierebbe di passare per uno di quei voltagabbana tanto vituperati nelle sue tonitruanti filippiche. Tipo Totò ne I tartassati, quando si fa l’idea che il maresciallo della Tributaria (Fabrizi) abbia nostalgie fasciste e per farselo amico inneggia al Duce (“Quelli sì che erano tempi!”), poi capisce l’equivoco e ingrana la retromarcia: “Ma allora lei è anti? Anch’io! Mi sarà scappato un pro, ma sono sempre stato anti!”.

Napoli-Juve, sempre duello (a distanza)

Gioca prima la Juventus, questa volta. Con buona pace di Sarri, i cui morsi al calendario, paragonati alle cannonate tra Mourinho e Conte, sembrano petardi. Chievo-Juventus, tappa ambigua. Favoriti sono i campioni, occhio però ai matusa di Maran. Su undici trasferte, il Napoli ne ha vinte dieci e pareggiata una: proprio con loro. Allegri sfoglia la rosa come una margherita, Dybala no Sturaro sì, Buffon no De Sciglio forse. Aspetta i gol di Higuain. E manda a quel paese gli esteti: chiacchiere. Al San Paolo arriva il Bologna di Verdi, il giovanotto che ha bocciato Napoli e il Napoli. Vi lascio immaginare la colonna sonora. Non ho capito il rifiuto: a 25 anni, le sfide dovrebbero essere adrenalina, non oppio. Fatti suoi. Il Napoli capolista non ha più il miglior attacco. Ha la miglior difesa. Un segno dei tempi. Rientra Hamsik, pedina-chiave. Il successo di Bergamo ha gonfiato le vele. Il Bologna di Donadoni rende di più fuori casa, ma Mertens si è sbloccato e Insigne è Insigne, sempre: uno fisso. Il Milan di Gattuso è in leggera ripresa. E la Lazio, Immobile o non Immobile, una macchina da gol. Ha liquidato l’Udinese nel recupero, ha staccato l’Inter, è terza. Luci a San Siro: non ci si dovrebbe annoiare. All’andata, tanto per cucire le storie, una tripletta di Immobile produsse le prime crepe nel Milan di Montella. Il Diavolo non ha mai battuto una delle Grandi: e, penso, non la batterà nemmeno domani. L’Inter non vince dal 3 dicembre: a Ferrara, con la Spal, non ha alternative. Per concludere, da Sampdoria-Roma 1-1 a Roma-Sampdoria. Con Dzeko in orbita Chelsea e Monchi a caccia di golose plusvalenze. Sono i giorni di Schick. Deciderà l’effetto Olimpico: a patto che i tifosi, spiazzati, non disertino.

Basta risse tra amici. Anche a calcetto si gioca con il Var

Neanche i più accaniti fan del Video Assistant Referee – la moviola in campo, la chiamerebbe Aldo Biscardi – avrebbero pensato che la novità potesse attecchire persino in un campo di calcetto di provincia. E invece Christian Grossi, un ragazzo di 23 anni che gestisce i tornei amatoriali al Pardini Sporting Center di Camaiore (Lucca) ha pensato bene di piazzare due telecamere grandangolari all’altezza delle porte dei suoi campi di calcio a cinque, rendendo disponibile per le squadre e per l’arbitro il replay istantaneo delle azioni piu controverse.

Funziona proprio come in Serie A: quando c’è un episodio dubbio, l’arbitro può andare a bordo campo e chiedere al suo assistente, il più delle volte lo stesso Christian, di rivedere il fatto incriminato. In pochi secondi arriva il verdetto e si riprende a giocare. “Abbiamo introdotto il Var poche settimane fa, durante un torneo Acsi di Natale – racconta Christian – e all’inizio i giocatori erano un po’ scettici per via delle perdite di tempo”. Ma presto le cose sono cambiate: “Hanno iniziato ad apprezzarla quando hanno visto che calmava molto gli animi in campo e che rendeva il gioco più giusto”.

L’idea è venuta per caso, quando lo scorso autunno uno sportivo del centro aveva perso il portafogli nella zona dei campi e Christian si è offerto di aiutarlo: “Abbiamo riguardato le immagini delle telecamere di sicurezza per vedere se lo avesse lasciato da qualche parte e a quel punto ho pensato che avremmo potuto utilizzare un sistema simile anche in campo”.

E così Christian si è guardato intorno, trovando un’azienda della zona che ha finanziato i 90 metri di cablaggio e il resto del materiale, necessario per garantire di fugare ogni dubbio sia sui contatti in area che sui casi di gol fantasma. Tempo poche settimane e il centro aveva il suo Var, che adesso funziona a pieno ritmo: “Due giorni fa c’è stato un episodio sospetto. Un difensore ha deviato un tiro con il braccio dentro l’area di rigore, ma non era chiaro se l’avesse fatto in modo volontario”. Solo il Var ha tolto i dubbi: nessun rigore. Con buona pace delle polemiche: “A fine partita abbiamo fatto vedere le immagini ai giocatori, così anche loro hanno potuto verificare la decisione”. Un modo utile anche a preservare gli arbitri, categoria notoriamente esposta a costante rischio linciaggio – verbale, se va bene – al primo fischio sbagliato, soprattutto nei campetti di provincia.

Per una volta, quindi, i grandi campionati europei ci inseguono, considerando che Liga spagnola e Premier League inglese, per dirne due, non utilizzano il supporto tecnologico in campo. A Camaiore, invece, la novità, in origine pensata soltanto per le partite dei tornei serali, si è presto allargata anche alle classiche partitelle tra amici.

“Basta che le squadre lo richiedano per tempo – spiega Christian – e, pagando un extra, chiunque può avere arbitro e moviola in campo”.

Con un elemento in più rispetto alla Serie A: se tra i professionisti soltanto l’arbitro può decidere di andare a rivedere un episodio al Var, al centro Pardini le squadre hanno un challenge a disposizione per ogni tempo di gioco, in modo simile a come accade nella pallavolo, potendo chiedere loro stesse un controllo al direttore di gara. Chissà che la Lega Calcio non prenda ispirazione.

Viaggio attraverso l’Italia a testa in giù

Esce oggi per Chiarelettere “Nostra incantevole Italia” di Pino Corrias. Ne pubblichiamo uno stralcio.

 

La mappa dei luoghi. Le carte geografiche contengono il mondo. Quando siamo in viaggio, calcolano le distanze. Ci raccontano dove siamo. Cosa ci lasciamo alle spalle e cosa troveremo al prossimo orizzonte. Questo libro è la mappa del mio viaggio nell’incantevole Italia di ieri e di oggi. È fatto di luoghi dove il tempo si è addensato, dilatandosi in un racconto da tramandare con i testimoni di quel tempo, di quel luogo. E, insieme con loro, dirne l’intreccio che ne scaturì e le conseguenze che ancora ci riguardano. […] Nostra incantevole Italia è il resoconto di un viaggio durato molti anni, alla fine del quale ho provato a rimettere ordine a storie che in tanti si sono esercitati a complicare anche quando erano semplici. Perché viviamo in uno strano paese scandito dal trasformismo delle classi dirigenti, dove tutte le verità sono sempre provvisorie.

Siamo il paese del doppio Stato, delle doppie verità, della doppia velocità di crescita tra il Nord e il Sud, ammalato di quattro mafie. Siamo il paese delle commissioni di inchiesta. Ne abbiamo avute ottantasei in una settantina di anni, la prima, nel 1948, sulla miseria degli italiani, l’ultima, nel 2017, sulla ricchezza fraudolenta delle banche, affidata niente di meno che a Pier Ferdinando Casini, l’ex portaborse di Forlani, ex socio di Mastella, ex galoppino di Berlusconi, ultimamente alleato di Renzi. Siamo una incantevole Italia appesa a testa in giù, con 2.300 miliardi di debito pubblico, il 130 per cento del nostro Prodotto interno lordo.

Dipendiamo dallo spread e facciamo finta di dimenticarcene anche se pesa come una catastrofe sempre imminente. Evadiamo 111 miliardi di tasse ogni anno, senza riuscire a porvi rimedio, come sa fare qualunque altro paese, appena superato il confine di Chiasso. Tre milioni e mezzo di persone lavorano in nero. L’economia sommersa vale 208 miliardi. Quella legale è ammalata di clientelismo, familismo, confraternite, cordate, tutte forme non sanguinarie della cultura mafiosa che coltiviamo dal basso. Perfezionando una trappola che mette in fuga migliaia di giovani laureati, ricercatori, imprenditori, artisti che cercano fortuna altrove, a Londra, Berlino, New York, lontano dalle falangi di raccomandati, figli, nipoti, portaborse delle infinite nomenklature che intasano tutte le tubature della Repubblica.

Strilliamo contro gli immigrati, ma sappiamo come sfruttarli a fondo, nelle fabbriche del Nord, nelle campagne del Sud, persino nei centri di prima accoglienza, dove rubiamo loro gli spiccioli dell’assistenza, e dentro le casse dell’Inps, dove versano più di quello che otterranno. Vorremmo ributtarli in mare, salvo quelli che ci servono per la cura della casa, dei nostri figli, dei nostri anziani. Abbiamo la classe politica tra le più corrotte d’Europa, la più ignorante, ma che è lo specchio fedele di un paese che muore di furbizia e conformismo. Dove si venera a chiacchiere la famiglia, ma non si consente alle giovani coppie di avere un lavoro decente e di fare figli. Eppure andrebbe sempre ricordato da dove siamo partiti, cosa eravamo settant’anni fa, residui di un paese fascista, razzista, analfabeta, distrutto dalla guerra costata mezzo milione di morti, e nutrito dai massacri compiuti dai nostri italiani brava gente in Albania, Grecia, Jugoslavia, Eritrea, Libia, dove abbiamo stuprato, impiccato, torturato. Per poi essere sconfitti dagli angloamericani, puniti, sottomessi. E poi salvati grazie al riscatto finale della Resistenza, e agli equilibri della Guerra fredda. Che ci hanno consentito di entrare nel nuovo consorzio di nazioni europee uscite anche loro distrutte dalla guerra, dalle dittature, dalla Shoah, dall’orrore. Tutti paesi in ginocchio, non solo noi e la Germania, gli sconfitti, ma anche l’Inghilterra e la Francia, i vincitori.

Coi quali abbiamo imboccato l’unica via di rinascita possibile, quella dell’Europa unita. Imperfetta, burocratica, lenta, ma che ci ha garantito uno sviluppo economico e culturale mai visto prima. La copertura della moneta unica, il mercato senza frontiere. Oltre a settant’anni di pace che ha voluto dire intelligenza non sprecata a ucciderci. Ha voluto dire democrazia, tolleranza, giustizia, emancipazione femminile, diritti delle minoranze, benessere sociale. Vantaggi che ci sembrano così naturali, dentro al nostro paesaggio di vita quotidiana, da non vederne più la lucentezza. Ipnotizzati dalla miserabile mistica delle piccole patrie, della piccola ricchezza conquistata lavorando dentro la complessità del mondo, dal quale crediamo di difenderci con la semplificazione dei muri. Senza neanche sospettare che i muri imprigionano più di quanto proteggano. C’è un palazzo in cima al nostro bagnasciuga che è il simbolo di tutti i palazzi: il Quirinale con le sue milleduecento stanze, apoteosi del potere e dei pennacchi, che ho scelto come ultima tappa del viaggio. Immaginando quanto sarebbe bello chiuderlo per riaprirlo. Traslocando il presidente in un luogo più adatto alla sobrietà di una Repubblica, piuttosto che lasciarlo tra le ombre nere che furono dei papi, dei re, di quel potere distante, minaccioso e ottuso. Restituirlo agli italiani, in forma di spazio pubblico […]. Cominciare da lì a rimettere la nostra incantevole Italia a testa in su.

Davos, gli Usa e il richiamo della foresta reaganiana

Il World Economic Forum di Davos è una specie di supermercato sui cui scaffali si affastella la mercanzia (e talora il ciarpame) del conformismo à la page.

Prima della crisi del 2008 l’Uomo di Davos era la pregiata incarnazione della globalizzazione, cosmopolita sobriamente progressista, mediaticamente accattivante, con malcelate ambizioni da maître à penser ed esibite aspirazioni da guru futurologo con venature sociologiche.

L’edizione 2009 invece mise in scena una danza macabra sul relitto di Lehman Brothers tra chi preconizzava l’implosione del capitalismo, il risorgere del marxismo, il crollo dell’Occidente o un più prosaico decurtamento del bonus. Tra alti lai e petti percossi, l’Uomo di Davos per gli indignados globali trasfigurò nell’Esecrabile Gnomo affamatore. Sul palcoscenico mediatico gli chalet svizzeri furono sostituiti dalle tende di Occupy Wall Street.

In seguito sull’onda degli aiuti di Stato ai falliti e della certezza di impunità per i lestofanti (e i regolatori), a Davos tornarono in auge le insulsaggini du jour frullate dagli uffici stampa e dalle agenzie di PR. L’anno scorso con la vittoria di Trump ancora da metabolizzare e la ferita della Brexit ancora sanguinante, andavano di moda gli imminenti sfracelli innescati da Geert Wilders e Marine Le Pen. Quest’anno, grazie all’economia globale in solida ripresa, Davos ha ritrovato antichi fasti e ottimismo con la nutrita presenza dei maggiori capi di Stato dell’Europa (Macron e Merkel su tutti) e dei grandi paesi emergenti, come Modi, Temer e Macri. Ma il clou è stato il discorso di Trump, preceduto dall’introduzione, politicamente urticante, di forti dazi su lavatrici e pannelli solari.

Da 20 anni un presidente Usa non partecipava alla kermesse e l’irruzione del Populist in Chief nelle cerimonie mondialiste preconizzava un contrasto stridente. Ma in realtà è improprio appiccicare l’etichetta populista a Trump, che infatti a Davos ha espresso più che altro una visione dagli echi distintamente reaganiani. The Donald ha inizialmente blandito sia il suo elettorato che la platea rivendicando i successi del suo primo anno, dalla disoccupazione ai minimi alla sequenza di record in Borsa, dall’ottimismo delle imprese alla riforma fiscale. Ascrivendosi il merito di aver fatto riemergere un’America competitiva, ha invitato gli imprenditori a investire negli States promettendo ripetutamente uno tsunami di deregulation. Proprio l’enfasi sui mali della burocrazia, che proditoriamente distrugge l’innovazione e vessa le imprese, la promessa di obliterare in modo aggressivo lacci e lacciuoli, l’impegno a responsabilizzare i burocrati, ha indubbiamente fatto scattare negli astanti il richiamo della foresta reaganiana. Persino lo slogan populista, America First, è stato declinato da Trump in un’accezione globalista quando ha rivendicato che un’America prospera genera prosperité, lavoro e innovazione per tutto il mondo. A questo punto Trump ha eseguito un po’ goffamente il suo numero di acrobazia retorica sul protezionismo. A Davos una mezza dozzina di primi ministri, da Trudeau a Modi, da Merkel a Macron, avevano direttamente o indirettamente lanciato strali verso la Casa Bianca su questo tema, e magnificato l’approccio multilaterale ai temi globali.

Trump ha ribattuto che la sua Amministrazione non ripudia il libero scambio, ma intende assicurare un commercio internazionale equo (fair) oltre che libero e il reciproco rispetto degli impegni. In sostanza, su pratiche predatorie, sussidi statali, furto di proprietà intellettuale e abusi assortiti il governo americano non chiuderà gli occhi ed è determinato a proteggere gli interessi dei produttori nazionali. Insomma il libero scambio non deve generare risultati asimmetrici. In quest’ottica Trump preferisce ricorrere a trattati commerciali bilaterali o con piccoli gruppi di paesi (un approccio obsoleto che mina le istituzioni internazionali, in specie il Wto). Sulle poltrone molti avranno storto la bocca e l’asserzione di Trump che il mondo progredisca quando nazioni sovrane si uniscono per un obiettivo comune difficilmente ha fatto breccia nell’uditorio.

Infine, con la sicumera del venditore, l’ex palazzinaro ha esaltato le luminose prospettive di un’America che tornata a ruggire, forte delle sue università, della sua ricerca, dei suoi lavoratori, dell’energia abbondante libera dai vincoli ambientali. La costernazione suscitata dall’elezione di Trump nell’Uomo di Davos, dopo le fiammate a Wall Street e la riforma fiscale, è quasi svanita, ma nonostante la gradita performance di ieri, un alone di diffidenza permane.

Ora Trump scopre il gusto del politicamente corretto

Un coro di ‘buh’ dalle fila dei giornalisti, quando parte l’attacco ai media, passaggio obbligato, ormai, di tutti i discorsi di Donald Trump; e una sala gremita e curiosa, ma non ben disposta, dove gli applausi che accolgono il magnate-presidente e ne frammezzano le parole non sono mai corali. Il World Economic Forum 2018 affida a Trump il momento forte della giornata conclusiva, dopo avere offerto il podio ai suoi critici di mezzo mondo, dall’indiano Modi alla tedesca Merkel passando per il francese Macron. Trump è meno ‘politicamente scorretto’ del solito: “Metterò sempre l’America al primo posto, ma ‘America first’ non significa America sola”, non nel senso che la sua America è pronta ad ascoltare gli altri, e che gli altri possono ‘liberamente’ seguirla. “Sono qui per rappresentare gli interessi degli americani”, si presenta il presidente, che s’era fatto precedere da una bordata di dazi e dall’annuncio di altri, germi di protezionismo nel tempio del liberismo che è Davos. “L’America sta di nuovo conoscendo una forte crescita, in Borsa si sono creati 7.000 miliardi di dollari dalla mia elezione” dice Trump, ribadendo che gli Usa insisteranno “su un commercio giusto e reciproco” e non tollereranno “mai più nel commercio internazionale pratiche scorrette”. La cifre gli danno ragione. L’economia Usa è cresciuta nel 2017 del 2,3%, contro il +1,5% del 2016, ma è rimasta nel quarto trimestre sotto il target del 3%. Le borse “con me hanno guadagnato il 50%, con Hillary l’avrebbero perso”. E il dollaro continua a perdere terreno rispetto all’euro, favorendo l’export Usa e intralciando quello europeo. Giunto a Davos senza Melania, Trump vi viene raggiunto dalle voci di una sua storia con Nikky Haley, la rappresentante degli Usa all’Onu. Diffuse da Michael Wolff, l’autore di Fire and Fury, le voci trovano solo smentite. A Politico, la Haley, repubblicana anti-Trump convertitasi al presidente, le definisce “altamente offensive”. Pure smentite da Trump le notizie del New York Times, secondo cui il presidente voleva silurare il procuratore del Russiagate, Mueller, ma ci avrebbe ripensato.

“Saranno elezioni farsa, non andrò a votare”

“L’orribile fine di Giulio Regeni, indipendentemente da chi lo abbia torturato a morte, ha mostrato al mondo la terribile situazione in cui viviamo in Egitto da quando al-Sisi ha preso il potere. Perché non c’è dubbio che, da allora, le violazioni dei diritti umani e la repressione violenta della libertà di espressione nel mio Paese sono andate aumentando in modo esponenziale e intollerabile. Voi cittadini italiani intanto dovreste essere inflessibili nell’esigere dalle vostre Istituzioni la richiesta di verità e giustizia all’Egitto”.

Parla da New York Ala al-Aswani, il più noto scrittore contemporaneo egiziano, nonché uno degli intellettuali laici protagonisti delle manifestazioni di piazza Tahrir che portarono alle dimissioni, per la prima volta nella storia del Medio Oriente, di un presidente-dittatore.

Era mai entrato in contatto con Giulio Regeni?

Ci eravamo incontrati una volta, su richiesta di Giulio. Ho trascorso con lui più tempo del previsto essendomi trovato di fronte a un giovane studioso davvero brillante, colto e appassionato. Abbiamo parlato di marxismo, democrazia, dittatura ma anche del ruolo politico della letteratura.

E ha mai conosciuto la sua professoressa a Cambridge, l’egiziana Maha Abdel Rahman su cui svolge accertamenti la magistratura italiana?

No, non l’ho mai conosciuta, né avevo mai sentito parlare di lei. Resta il fatto che Giulio è stato massacrato in Egitto e i depistaggi da parte delle autorità sono evidenti. Detto questo, per rispetto di Giulio e della sua famiglia non voglio alimentare voci incontrollate.

Il suo impegno di scrittore e attivista contro le dittature sia laiche che religiose l’ha resa invisa al regime prima di Mubarak, poi di Morsi, e ora di al-Sisi. Lei fu tra i primi ad accusare l’operato oscurantista della Fratellanza dopo l’ascesa al potere in seguito alla caduta di Mubarak.

Io sono nemico di tutte le forme di dittatura, anche quelle che usano la religione per i propri scopi mondani. Dopo la vittoria alle elezioni, il presidente Morsi (rappresentante del movimento islamico e oggi in carcere a scontare l’ergastolo, ndr) non diede prova di voler costruire una democrazia, per questo ci furono proteste di massa contro di lui. Ma la gente scesa in strada non chiedeva il ritorno dei militari al potere. Volevamo elezioni anticipate, non quello che è accaduto. Volevamo la democrazia e ora ci ritroviamo più lontani che mai.

La rivoluzione è fallita del tutto?

Da un punto di vista politico sì, ma non è fallita culturalmente perché la maggior parte dei giovani dopo piazza Tahrir ha acquisito più consapevolezza e non vuole la dittatura. Tenga presente che in Egitto il 60% dei circa 80 milioni di egiziani ha meno di 30 anni e si informa attraverso i social media che, infatti, il governo ha provato a bloccare senza però riuscirci.

Come mai si trova a New York?

Per seguire la pubblicazione del mio nuovo romanzo che per la prima volta non verrà pubblicato nel mio paese. Da quando il generale al-Sisi si è insediato alla presidenza sono stato estromesso dall’ambito mediatico.

Chi ha impedito ai suoi editori di pubblicarla in Egitto?

I servizi segreti che hanno comunicato ai miei editori di evitarne la pubblicazione. Uno degli editori ha scritto una email al mio agente in cui si legge: ‘Non sono in grado di sostenere le conseguenze di una pubblicazione del libro del suo cliente’.

Andrà a votare a marzo?

No, perché non sono elezioni vere, come ai tempi di Mubarak. E come me farà la maggior parte degli egiziani.