Il Cairo lo ha dimenticato. Regeni “vive” solo sul web

A mezzogiorno il Cairo si ferma per la preghiera del venerdì. Per il secondo giorno di fila, dopo l’anniversario della Rivoluzione di Piazza Tahrir, i cairoti si dedicano alle passioni festive. Uffici e il grosso dei negozi chiusi. E un tempo da cani, con pioggia, vento e temperature sotto i 10 gradi. Per trovare movimento bisogna andare nei dintorni della stazione ferroviaria di Ramses, tra le bancarelle del mercato Ahmed Helmy. Giulio Regeni era solito girare in mezzo alla confusione di uno degli spazi commerciali ambulanti più grandi della Capitale per incontrare venditori di strada con cui approfondire i temi previsti dal suo dottorato di ricerca. Mai avrebbe immaginato, a 28 anni, di essere venduto alla polizia come spia.

Al mercato Ahmed Helmy, come in molti angoli della tentacolare città egiziana, in mezzo a comuni mortali pullulano membri degli apparati di sicurezza. Il regime ha paura delle rivolte di piazza, teme di fare la fine dei suoi predecessori e così si cautela. A due anni dalla sua sparizione, gli egiziani, quelli perbene almeno, non lo hanno dimenticato, ma non resta nessun segno del suo passaggio, della sua storia tragica: immagini o foto appese, murales sulle pareti dei palazzi coloniali di Taalat Harb, Abdeen o del bazaar Khan el-Khalili. Regeni come altre vittime sacrificali. Il territorio dove le tracce di Giulio non possono essere cancellate però è la Rete: “Le foto pubblicate sui social delle manifestazioni (giovedì, ndr) nelle piazze italiane per il secondo anniversario della sua scomparsa, hanno attirato attenzioni e condivisioni. Attorno a noi abbiamo la sensazione che molti egiziani vogliano sapere la verità assoluta su quanto è successo in quei nove giorni”.

Ahmad Abdallah è il presidente di Ecrf (Egyptian commission for rights and freedom), l’organizzazione che si occupa del caso e degli interessi della famiglia Regeni al Cairo. Un attivista finito in carcere il 25 aprile 2016, liberato cinque mesi dopo.

Il mese scorso lui e i suoi collaboratori hanno, dopo tanta attesa, ricevuto le carte dell’inchiesta dalla Procura egiziana. “Le carte rappresentano un passo in avanti – spiega l’attivista, impegnato nel cambio di sede dell’associazione, dalla zona di Dokki a Garden City – forse decisivo, anche se con delle parti mancanti. Sono fiducioso, chiuderemo il caso prima o poi. La verità è dietro l’angolo, ma ci vorrà pazienza. Ci fidiamo molto degli inquirenti italiani, hanno fatto un grande lavoro sin qui”. La vita scorre al Cairo e scorre tranquilla nei dintorni di via Yanbo, dove, al civico numero 8, abitava Giulio Regeni e da dove è uscito poco prima delle 20 del 25 gennaio di due anni fa La sua stanza nell’appartamento al terzo piano è stata più volte affittata. Dei vecchi residenti, dopo l’abbandono della co-inquilina tedesca, resta soltanto l’affittuario, l’avvocato Mohamed Sayed. Sul fronte delle elezioni che si terranno a marzo, secondo il quotidiano del quotidiano Al-Ahram, potrebbe essere ufficializzata a breve la candidatura del leader del partito liberale Wafd, Al-Sayed al-Badawy. Un suo delegato ha presentato richiesta ufficiale perché il leader del Wafd sia sottoposto agli esami medici di routine propedeutici alla candidatura. Al momento l’unico in corsa è l’attuale presidente Abdel Fattah al-Sisi. Chi vuole sfidarlo dovrà decidere entro il 29 gennaio.

Doppia Difesa è risorta, ma solo per querelarci

Tre giorni fa, qui sulle pagine del Fatto, mi sono occupata della fondazione di Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker “Doppia Difesa”. Da qualche tempo, sulla pagina Facebook della fondazione, notavo critiche feroci di donne che avevano tentato di contattare “Doppia Difesa” via email e telefono e non avevano ricevuto risposta. Avevo quindi provato a telefonare in orari diversi della settimana (lunedì alle 11.06, martedì alle 16.08, mercoledì alle 11.41 e così via) quindi sempre tra le 9 e le 18 come indicato sul sito, ed effettivamente le due linee risultavano una staccata e l’altra con una segreteria fissa. Avevo anche inviato una email con una richiesta di aiuto e così aveva fatto una mia amica. Dopo giorni, non eravamo state contattate. Avevo sottolineato che sul sito c’erano pochissimi aggiornamenti e che la pagina fb era sostanzialmente inattiva, a parte i post con gli spot con le due fondatrici, con i testimonial noti e con la borsa Trussardi disegnata e venduta per raccogliere fondi.

Di attivo, c’erano anche le campagne per ottenere il 5 per mille e gli sms per finanziare la fondazione. Chiedevo, dunque, una spiegazione alle fondatrici, visto che lo slogan della campagna è “Aspettando si rischia la vita” e rivolgendosi a “Doppia Difesa” si aspettava un po’ troppo.

La reazione è stata un annuncio di querela congiunto a Il Fatto postato contemporaneamente sulla bacheca di Michelle Hunziker, Giulia Bongiorno e di “Doppia Difesa Onlus” (lieta che la bacheca di “Doppia Difesa” sia tornata attiva anche se solo per minacciare denunce, visto che era ferma dal 17 dicembre). “L’attacco sulle pagine del Fatto è gravissimo perché fornisce informazioni false che potrebbero scoraggiare altre vittime di violenza dal rivolgersi alla nostra associazione. Abbiamo pertanto deciso di presentare querela e di portare come testimoni tutte le donne che abbiamo aiutato”. Seguiva poi un ulteriore post in cui le due annunciavano di aver donato, negli anni, 299.150 euro l’una (la Bongiorno) e 273.250 l’altra (la Hunziker) alla fondazione. Ora. Mi sfugge la ragione per cui le due dovrebbero querelarci. Mi sono limitata a segnalare un oggettivo disservizio di cui si lamentano tante donne nella pagina della fondazione e da me testato (fornirò tabulati, eventualmente). Ho conservato le email senza risposta.

Le informazioni false alla base della querela quali sarebbero? Ma soprattutto: perché le due signore non rispondono al tema del pezzo? Non ho mai scritto che non hanno aiutato nessuno, né che non abbiano donato nulla. E comunque, se proprio vogliono (come sembra) scomodare cifre e numeri, sarebbe per esempio interessante e utile non tanto sapere quanto hanno donato, ma magari mostrare un bilancio, un archivio dei casi seguiti negli ultimi anni (anche solo il 2017) e un dettaglio delle attività finanziate. No, a richiesta di spiegazioni e di trasparenza (se chiedi il 5 per mille, sarebbe anche dovuta), si risponde con una querela. Che poi, a dirla tutta, spalmati nei 10 anni dall’esistenza della fondazione, 277.000 euro di donazioni (pure fiscalmente detraibili) sono 23.083 euro all’anno. Non proprio una cifra folle per due milionarie. E di sicuro non una cifra con cui si mantiene un ufficio, spese legali e personale. Veniamo poi all’altro punto. Avrei fornito “informazioni false”. Facciamo pure che io menta e non abbia mai chiamato la fondazione o inviato email. Tutte le donne che scrivono di non aver mai ricevuto risposta mentono? Saranno tutte denunciate, dunque. Volevano essere assistite dalla Bongiorno, finiranno per essere denunciate dalla Bongiorno, quindi. Perché non so se è in atto un complotto su scala nazionale, ma a parte i messaggi di tante donne che le signore Hunziker e Bongiorno possono leggere comodamente nelle loro bacheche fb e nella mia (messaggi che a centinaia dicono “Non mi avete mai risposto”), io ho ricevuto in privato decine e decine di segnalazioni di donne e di associazioni che sulle mancate risposte di “Doppia Difesa” raccontano gli aneddoti più disparati.

Il comune di Bari, in data 15 dicembre, offre uno spazio pubblicitario e dopo tre giorni “Doppia Difesa” risponde “No grazie, non abbiamo il materiale per la comunicazione” (?). “Nel 2009 li ho contattati per stalking del mio ex, mai una risposta, alla fine mi sono rivolta alla polizia”. “Nel 2011 li ho cercati per un’amica in condizioni disperate, mai avuto risposta”. “Li ho cercati dicendo che ero disperata, in una situazione orrenda, mi hanno risposto dopo un mese dicendo che stando a Matera non potevano fare nulla”. “Ho segnalato probabili abusi su una ragazza disabile, mai risposto”. “Sono stata vittima di uno stalker, sono finita all’ospedale, ho chiamato in associazione non mi hanno mai risposto”. “Volevo denunciare molestie ricevute mesi fa da mio figlio minorenne, non ho soldi per pagare un avvocato, ma non mi hanno risposto. Non ho quindi intrapreso vie legali”. “Volevo aiutare un’amica straniera, ho chiamato ma non rispondevano, quindi ho citofonato alla sede. Dopo molto tempo ha risposto una donna a cui ho detto che la mia amica era in una situazione difficile. La donna ci ha fatto aspettare 5 minuti, poi ci ha detto che non poteva farci salire e di mandare una mail. Alla fine mi ha aiutata il Telefono Rosa”. “Mi chiudeva in casa con le mie figlie, mi trascinava in casa per i capelli. ‘Doppia Difesa’ non mi ha mai risposto, alla fine ho fatto un esposto ai Carabinieri”. “Mi sono rivolta a loro nel 2012, al telefono nessuna risposta. Ho mandato una mail. Quando mi hanno risposto avevo fatto 12 denunce, un processo di sei mesi e il mio stalker stava scontando la pena di un anno”. “Nel febbraio 2016 sono scappata di casa da un marito violento che diede perfino fuoco ai miei abiti, ero nel pallone, quando stai così hai bisogno di supporto. ‘Doppia Difesa’ mi rispose 4 mesi dopo, nel frattempo mi aveva aiutata un centro antiviolenza”. “Mi sono rivolta a loro circa 10 anni fa per il mio ex marito violento. Mi chiesero se sarei stata disponibile a rilasciare un’intervista di spalle da trasmettere ai loro convegni, io rifiutai e non mi contattarono più’”. “Sono un avvocato penalista, più volte ho provato a contattare la fondazione, mai avuto risposte”. “Li abbiamo contattati un’infinità di volte per aiuto immediato a una vicina di casa…”. “Nel 2012 fui la presidente di un Club Rotaract. Volevamo donare 10.000 euro raccolti a ‘Doppia Difesa’. Chiamammo e scrivemmo un’infinità di volte e alla fine donammo la cifra a una Onlus locale”.

Franca De Candia, vittima di usura e stupro, fondatrice dell’Associazione nazionale vittime dell’usura con vari riconoscimenti alle spalle per le sue battaglie, mi dice al telefono: “Ho contattato nel 2009 ‘Doppia Difesa’. Ero in un grave stato di prostrazione psicologica perché dopo lo stupro non mi sono mai ripresa. Non mi hanno mai risposto. Tre mesi dopo, per giunta, tentai il suicidio”. E mi fermo qui. Tutte mitomani? Ora, per carità. Magari la fondazione non riesce a star dietro a tutto, ma se non rispondi neppure al telefono, vuol dire che stai sponsorizzando qualcosa che non ha mezzi per soddisfare le richieste.

Certo, il fatto che il giorno dell’uscita del mio pezzo, i telefoni di “Doppia Difesa” abbiano ripreso a funzionare e io abbia ricevuto risposta a quell’email in cui chiedevo aiuto, guarda caso, mi fa ben sperare. Nel frattempo, viste le minacce di querela per un articolo per nulla diffamatorio, suggerisco di sostituire il nome “Doppia Difesa” con “Eccesso di difesa”. E sì, siamo ancora in attesa di risposte, oltre che della notifica di querela.

Mail Box

 

Solidale con il Fatto l’unico quotidiano serio

Sono pienamente solidale con il direttore Marco Travaglio che reputo insieme agli altri liberi giornalisti del Fatto i migliori tutori della libertà di stampa e di notizie. Continuate così senza farvi condizionare da chi vi reputa di parte o vi insulta dicendo che alterate la realtà dei fatti. Vi leggo ormai da sei anni e finalmente ho scoperto un giornale serio. Vorrei, con l’occasione, ringraziarvi per la rivista Millennium e per i libri che scrivono Travaglio e i suoi collaboratori.

Gianni Guiso

 

I partiti cambiano nome per non cambiare niente

Un passo indietro. L’Italia va indietro. Non è una considerazione ma un dato di fatto. La presenza di B. alle elezioni ne è una prova. Dalla falsa rottamazione di Renzi al Vecchio che incombe di Berlusconi. E il futuro di un paese, si sa, inizia proprio dal governo e dai sui eletti. E chi paga è ancora una volta il popolo. Tra le bugie di Renzi, la sua richiesta del voto dopo il governo Letta al suo “me ne esco dalla politica” dopo il referendum costituzionale, e l’immortale presenza di Berlusconi con le sue inutili promesse ci ritroviamo davanti a una scena politica agghiacciante: partiti che cambiano nome ma non cambiano abitudini, tantomeno persone. Qualcuno ci prova a creare nuove forze politiche, si veda il grande Grasso e il suo partituccio oppure nuove e non piccole realtà come Potere al popolo che ancora non si capisce se è una versione 2.0 del M5S o del Pd. Purtroppo quelli che contano davvero in Italia sono e saranno sempre i soliti noti. Al primo posto per poca notorietà dei suoi eletti resta ancora il Movimento 5 Stelle. Meno male che esiste, dice qualcuno, ma proprio quando si tratta di voltare pagina voltano anche opinione asserendo che il candidato premier è troppo giovane, che Beppe Grillo è troppo presente o troppo assente, che forse si alleano o forse no. C’è persino chi ha sostenuto che il povero Di Maio carente di laurea e quindi di competenze, non è adatto a ricoprire cariche così importanti. Per non parlare poi del coraggioso Salvini che non sa più che pesci pigliare con questa storia degli immigrati. Sì. Qualcuno voterà anche per lui e ce lo ritroveremo, forse, a far proposte in parlamento. A questo punto meno male che esiste il Senatore uscente, e non ricandidato, Razzi. Lui e la sua unione delle due Coree quanto meno mette un pizzico di comicità in questa minestra di politici. Insomma, il quadro è chiaro. Gli italiani sono tanto confusi quanto divisi e i voti sono così dispersi quanto pilotati.

Veronica Buffone

 

Nuova categoria di elettori: quelli che “cercano”

Indecisi, scheda bianca, astenuti: oltre alle tre classiche fasce residuali di voto, i sondaggisti dovrebbero includere i “cercatori”. Quelli che riconoscono al voto un’importanza così elevata, che ricercano fino all’ultimo il partito più utile alla nazione. Sono le persone che si chiedono a vicenda “tu chi voti?” e si ritrovano a vicenda a dirsi che non lo sanno ancora. Che stanno divorando giornali, talk, web, ma appena si orientano per qualche partito, esce la banalità di un suo rappresentante che fa cadere le braccia. Sono diversi dagli indecisi, perché questi considerano più di un partito votabile, ma non sanno quale scegliere. Mentre i cercatori ancora non ne hanno trovato uno che vada bene. Sono diversi dagli astenuti e scheda bianca, perché – nonostante il travaglio – comunque voteranno. Come tanti cercatori, ho deciso di orientarmi su un valore bussola e così sceglierò chi tutela con più forza il principio più in crisi di questi anni: l’uguaglianza. In crisi perché chi ha privilegi, li rivendica come diritti acquisiti; chi dovrebbe pagare tasse per riequilibrare le diseguaglianze, le vede come un furto e si fa incantare di chi promette di tagliarle col machete; chi rispetta le regole si vede sempre superato da chi le corrompe; chi non trova lavoro, deve partire; chi lo trova, deve subire (contratti a tempo o un capo che può tornare a licenziarlo senza giusta causa); chi non ce la fa, si vede trattato da mendicante a cui si dà un bonus purché non scocci.

La politica – che deve contrastare le disuguaglianza – sta invece imitando il mercato, che le esalta. Dimenticando che il concetto di uguaglianza invera quella di sovranità. O coesistono o periscono entrambi.

Massimo Marnetto

 

Persino i direttori di giornali hanno smesso di indignarsi

Leggo molto (purtroppo ho questo vizio) e, a parte Marco Travaglio, noto che i direttori di giornali hanno smesso da molto tempo di indignarsi di fronte alle immani porcherie che stanno accadendo in Italia. Poi, per caso, leggo una frase dello scrittore André Gide (premio Nobel 1947), molto bella: “Quando smetterò di indignarmi vorrà dire che ho iniziato a invecchiare”. E a questo punto mi vien da chiedere a tutti quei direttori che hanno smesso di indignarsi, se sono vecchi, oppure se ritengono che questa società sia talmente bella e guidata da uomini talmente perfetti, che non c’è alcun motivo per indignarsi. Non credo che riceverò molte risposte, però ho voluto provarci lo stesso. Ci sono direttori che non solo non si indignano, ma evitano di pubblicare le lettere dei cittadini che si indignano. Poi dicono di essere seguaci di Voltaire.

Angelo Casamassima Annovi

Rai. Più Alberto Angela o più Formula Uno? Pur senza sprechi, non si può avere tutto

 

La Formula1 sparisce definitivamente dai canali Rai, si passa quindi da un mezzo servizio offerto finora con solo alcune gare trasmesse in diretta e le altre in replica, in sintesi, quando si sapeva già il risultato, a un servizio che non viene proprio più erogato. Il trend è quello di una progressiva riduzione dell’offerta, nel quale programmi di interesse nazionale verranno sempre più sostituiti da spettacoli di “nani e ballerine”, quiz nei quali per partecipare e vincere ci va la stessa preparazione culturale richiesta da un gratta e vinci, reality che ormai hanno fatto il loro tempo. Tutti sfornati dai signori dei format e venduti chiavi in mano alla Rai. Togliendo all’azienda in questo modo parte dell’autoproduzione di programmi, che ne faceva uno dei punti di forza.

I politici in vena di promesse elettorali che attirano facilmente voti lanciano la proposta di abolire il canone. Se queste intenzioni sono serie ho l’impressione che la Rai stia sempre più diventando una struttura che si sta avviando verso il disarmo, in un futuro caratterizzato da una televisione di Stato ridotta ai minimi termini.

Olga Tonero

 

Cara Tonero, un giorno toccherà mettersi d’accordo sul ruolo del servizio pubblico, come qui spesso ripetiamo. Vogliamo più speciali di Alberto Angela o più corse di Formula1? Oggi la Rai è un’azienda che si regge molto sul canone e poco sulla pubblicità. Nel mercato dei diritti per le trasmissioni sportive, Viale Mazzini è sempre perdente. Oltre la Nazionale e il ritorno in Rai di un pezzo di Champions League, l’offerta sportiva è parecchio ridotta. Questi prodotti – per esempio il campionato italiano – sono vitali per le televisioni commerciali, che possono vendere interi pacchetti o singole partite. Viale Mazzini, invece, dispone delle risorse del canone (1,8 miliardi, più basso di Regno Unito, Germania e Francia) e degli spot (670 milioni). Non può chiedere altri soldi ai telespettatori. Tolti gli sprechi e i difetti congeniti, cioè la gestione condizionata dalla politica, oggi la Rai non può competere sul mercato dei diritti sportivi. Poi c’è un secondo livello di lettura della questione: portare la Rai a investire bene e senza errori (o peggio). Ma per investire bene, bisogna mettersi d’accordo sull’identità che dovrà assumere la televisione pubblica, ancora ostaggio di logiche spartitorie e con la dannosa influenza dei partiti.

Carlo Tecce

Libero Céline, ovvero l’orrore del Novecento mano nella mano

Si discute autorevolmente a proposito della scelta di Gallimard di non ripubblicare i pamphlet antisemiti di Lois Ferdinand Céline. Su questo giornale è apparso il parere favorevole alla non pubblicazione di Furio Colombo e quello contrario di Daniela Ranieri. La sensazione è che, come in un vecchio Carosello dell’Olio Sasso, abbiano ragione tutti e due. Forse Bagatelle per un massacro bisogna pubblicarlo per avere la libertà, molto céliniana, di buttarlo nel cesso, cosa ben diversa dal non potervi accedere. Quei testi non meritano l’alibi della censura perché l’opera intera di Céline è un buco nero dato dal corto circuito tra grandezza letteraria e aberrazioni ideologiche, il buco dove si spegne la stella hegeliana secondo cui il reale è, se non proprio virtuoso, perlomeno razionale. Non è così, bisogna diffidare di chi vorrebbe farcelo credere: viaggiare nella notte significa scoprire l’assurdo della condizione umana e l’ipocrisia dell’esistere. Céline è un nichilista in purezza, senza idee, ma di questo vuoto si nutre il disgusto perpetuo della sua lingua straordinaria; e il suo buco nero è lo stesso del secolo che abbiamo alle spalle. È uno scrittore troppo novecentesco per questo millennio così ferocemente corretto, che forse Nardella vorrebbe rieducare come Carmen? Che cosa c’è al termine della notte, si chiede Bardamu, e come mai tocca a me di scoprirlo? Guardarlo negli occhi significa vedere l’anima del Novecento, la sua grandezza e il suo orrore mano nella mano.

Dem, giovani e pensioni: poche idee e confuse

Con i capelli bianchi, presbiti, quasi in menopausa o con la prostata ingrossata. Così sarebbero, secondo il Partito democratico, i giovani italiani. Già, perché se si dovesse dare retta allo slogan elettorale che annuncia da mesi “una pensione di garanzia per i giovani” – cioè, secondo Cesare Damiano, coloro che hanno iniziato a lavorare con il solo regime contributivo – bisognerebbe far riferimento a persone che, entrate sul mercato nel 1996, oggi avrebbero quaranta o cinquant’anni.

Generazioni doppiamente stritolate: da una delle riforme più inique della storia, quella Dini, che creò un divario tra pensionati retributivi di serie A e pensionati di serie B (ai quali fu tolto, ma in pochi lo sanno, persino il diritto alla pensione minima); e dall’arrivo dei contratti atipici, come i co.co.co., trasformatisi nel tempo – altro che flessibilità propedeutica alla stabilità – in partite Iva, lavoro a chiamata, voucher, persino lavoro nero. Giusto sarebbe intervenire a favore di questi non più giovani lavoratori che presto andranno in pensione con importi da fame vera, come ha denunciato l’Ocse, e che sono in maggioranza privi di qualsiasi ammortizzatore sociale, dalla disoccupazione a un reddito antipovertà. L’impressione, invece, è che il Pd stia utilizzando la solita, esausta, retorica giovanilista senza avere la minima idea della generazione a cui si sta riferendo, unicamente per darsi una confusa patina di modernità e di futuro. E infatti sul tema della “pensione per i giovani” ci sono dichiarazioni in libertà: il consigliere di Palazzo Chigi Stefano Patriarca ha parlato di chi “inizia a lavorare nel 2016”, il ministro Martina di chi “ha meno di 30 anni”, il ministro Poletti di chi “si trova nel regime contributivo” (e cioè? Da quanto? Dal 1996, dal 2006, dal 2016?). Insomma non è chiaro se il Pd voglia consapevolmente e iniquamente escludere le generazioni precedenti, come ha fatto d’altronde con il tetto di età messo per gli sgravi alle assunzioni, o – peggio – neanche si renda conto di chi sarebbe il destinatario di quei 650 o 700 euro che sta promettendo. Cifra che poi deriverebbe (come era stato spiegato ai sindacati in agosto, quando l’introduzione della pensione per i giovani era data per imminente) dall’aumento della cumulabilità tra la pensione e quello che si chiama oggi assegno sociale ma che vera pensione non è, visto che l’assegno è vincolato a una serie complicata di criteri. È chiaro allora che avranno la meglio slogan come quelli di Forza Italia e Salvini che promettono l’aumento di tutte le pensioni a 1.000 euro e l’abolizione della legge Fornero. Proposte senza coperture e sicure fonti di nuove iniquità, ma che almeno hanno il furbo pregio di rivolgersi a un pubblico chiaro senza usare l’irritante retorica giovanile.

C’è infine da dire che un Pd che intenda non toccare la legge Fornero dovrebbe essere ossessionato della stabilità del lavoro, così come dei sussidi di protezione per i disoccupati, senza i quali quella riforma rischia realmente di essere un massacro sociale. Peccato che gli anni di governo Renzi abbiano tragicamente contributo, soprattutto grazie al Jobs Act, a precarizzare l’ultimo scampolo di lavoro non precario, riducendo drasticamente la durata dell’indennità. Il che significa che se già oggi abbiamo centinaia di migliaia di lavoratori intermittenti o disoccupati che dovranno aspettare settant’anni per non avere neanche una pensione minima, tra venti o trenta avremo anche milioni di lavoratori semi-anziani che le aziende licenzieranno senza preoccuparsi né di scivoli né di prepensionamenti. Forse vale la pena ricordarlo, a quaranta giorni dalle elezioni.

A “Stampubblica” suona l’ora della libera uscita

“Ci sono uomini di qualità che, messi in certi posti, risultano inadatti proprio per le loro qualità all’occhi di gente che qualità non ne ha, ma in compenso fa politica”

(da “La prima indagine di Montalbano” di Andrea Camilleri – Mondadori, 2004 – pag. 126)

 

Non sarà un gran danno per Repubblica, l’uscita del condirettore Tommaso Cerno che ha deciso di candidarsi nel Pd, ma neppure un grande guadagno per la politica. E forse, i primi a tirare un sospiro di sollievo saranno i sette vicedirettori che, appena tre mesi fa, avevano accettato o subìto questa nomina, scavalcati da un’imposizione del “nuovo” editore, il gruppo Gedi, costituito dalla famiglia De Benedetti e dalla Fiat. Ma, comunque lo si voglia giudicare, questo è un altro sintomo di quella crisi d’identità e di appartenenza che ha colpito il quotidiano di Eugenio Scalfari dopo la maxi-fusione da cui è scaturito l’ircocervo chiamato “Stampubblica”: insomma, libera uscita per tutti. Con il dovuto rispetto per la persona, questo abbandono non sarà un gran danno per il giornalismo perché Cerno, già direttore del settimanale L’Espresso e prima ancora del Messaggero Veneto, non ha avuto neppure il tempo d’identificarsi con Repubblica e di lasciare – per così dire – un segno nella storia del Gruppo che fu di Carlo Caracciolo. Tant’è che lui stesso ha spiegato la sua decisione come “una scelta di vita”, quando per molti che seguirono fin dall’inizio Scalfari in questa straordinaria avventura professionale la scelta di vita fu proprio quella di andare a lavorare nel suo giornale. Bisogna anche riconoscere, tuttavia, che il condirettore era stato già delegittimato poco tempo fa dall’ex editore e ancora presidente onorario Carlo De Benedetti, con l’improvvida intervista al Corriere della Sera in cui aveva criticato la sua investitura, destabilizzando così la direzione di Repubblica.

La candidatura di Cerno nelle liste del Pd non sarà neppure un grande guadagno per il partito di Matteo Renzi, e più in generale per la politica, perché non si vede come le “battaglie culturali” che lui rivendica – dai diritti civili alla libertà di pensiero – possano ora “diventare realtà” mentre prima dovevano essere evidentemente solo teoria. Se un giornalista ai vertici di due gloriose testate come L’Espresso prima e Repubblica poi, non è riuscito a promuoverle, che cosa gli fa sperare di ottenere risultati più concreti in un Parlamento “balcanico”, instabile e turbolento, come quello che già si annuncia per la prossima mini-legislatura? A meno che Cerno, in forza dei propri dichiarati orientamenti personali, non intenda impegnarsi legittimamente in una campagna trasversale contro l’omofobia, su cui meriterebbe tutta la nostra solidarietà. Se qualcuno sospettava ancora che Repubblica fosse un giornale-partito, eccolo dunque accontentato.

È vero che ai tempi del vecchio Espresso anche Scalfari si candidò e fu eletto deputato nelle file del Psi, ma quella fu una scelta di necessità – non di vita – per difendersi con l’immunità parlamentare dai contraccolpi giudiziari del “caso Sifar”. Ed è anche vero che, dopo di lui, altri colleghi del suo giornale hanno indossato la casacca del Pci, del Pds o dei Ds per entrare nel Parlamento italiano o europeo: nessuno di loro, però, aveva incarichi di vertice o responsabilità direttive che potessero impegnare la testata.

La verità è che con la candidatura-civetta di Cerno il partito dell’ex rottamatore fa una “campagna acquisti” da calciomercato, nel disperato tentativo di non essere rottamato a sua volta. Altro che competenza ed esperienza. Dal “partito liquido” si rischia di passare ora al partito liquefatto.

Rotta, il Rosatellum e la slavina sul Pd

Due mattine fa ero a L’aria che tira. Ho accettato unicamente perché, tra gli invitati, c’era Alessia Rotta. Assieme al salumaio della Rassinata e a Jimmy Il Fenomeno, è la mia statista di riferimento. Per distacco. Lei non è solo un politico: Lei è un faro nella notte. Lei è un “carro armato a vele spiegate”, per dirla con Spillo Altobelli, che però a dirla tutta parlava non della Rotta ma dell’Inter.

Per chi non lo sapesse, e in questo caso dovrete vergognarvi, Alessia Rotta è una politica di spicco del Partito democratico. Deputata, è nata a Tregnago (Verona) nel 1975. Dopo una carriera indimenticabile come giornalista presso Telearena, si dedica per la gioia di tutti alla politica. Le sue credenziali indiscutibili le garantiscono l’attenzione di Renzi, che quando c’è da indebolire una classe dirigente non ha rivali. Il Diversamente Statista di Rignano, nel dicembre 2013, la vuole nella Direzione Nazionale del Pd. Nel settembre 2014, all’apice del renzismo, Renzi la nomina pure membro della segreteria nazionale del Pd “con delega alla comunicazione”. È un altro dei suoi atti masochistico-compulsivi. Infatti i risultati si rivelano subito straordinari: ogni volta che qualcuno del Pd parla in tivù, migliaia di elettori votano tutto tranne che il Pd. Negli anni ruggenti della Rotta le sconfitte pidine si susseguono, fino al meraviglioso golgota del 4 dicembre 2016.

Da allora la Rotta dirada le comparsate televisive, per poi essere ingiustamente defenestrata da Renzi, che la lascia sì dentro la Direzione Nazionale ma che la toglie dalla Segreteria. E le sfila pure la mitologica delega alla comunicazione. Mannaggia. Per la Rotta comincia così un mesto pascolare televisivo. Fino a due mattine fa.

Sono in collegamento da Arezzo e non vedo l’ora che Lei parli. C’è grande attesa, un po’ come quando sta per comparire Antonio Socci in tivù. Però un po’ meno. Accanto a Lei, in studio, scorgo Roberto Arditti e Nicola Fratoianni. Anche loro sono emozionati: non capita a tutti di avere accanto la nuova Nilde Iotti. La Rotta prende la parola e picchia subito giù duro: “A fare la differenza, nella prossima campagna elettorale, sarà la serietà dei politici”.

Parole forti, e ancor più a caso. Daje Alessia. Che poi, se davvero la “serietà” fosse il discrimine politico, il primo a rimetterci sarebbe proprio il Pd: in un amen passerebbe dal 20% o poco più al meno 7%. Cosa c’è di meno serio di Renzi, delle sue promesse disattese, delle sue bugie a raffica? La puntata va avanti e mi danno la parola. Ricordo che, a voler essere neanche troppo cattivi ma giusto realisti, spedire l’ineffabile Boschi a Bolzano in un seggio blindato non è granché “serio”. Ora tocca alla Rotta replicare. Solo che Alessia non ha la battuta pronta. La vedo in difficoltà: come sempre, ma più di sempre. Probabilmente la Boschi non la sopporta neanche lei e tutto vorrebbe, fuorché star lì a difendere in tivù una che i voti non li porta ma li toglie. Così, in un mirror climbing straziato e straziante, Alessia prova a dare a caso la colpa alla legge elettorale: una legge così odiata dal Pd da farla passare con 178 fiducie. Quindi, all’interno di un monologo così inefficace che in confronto Razzi è Abramo Lincoln, la Rotta arriva a dire: “Non è la nostra legge elettorale”. Così. Testuale. Myrta Merlino tradisce un accenno di svenimento, Arditti si accartoccia sulla sedia, Fratoianni sbrocca come un Trotzkij giustamente livido. La Rotta però resiste: “Noi non la volevamo. La nostra legge era l’Italicum”. Che era pure peggio. Infatti era stata pensata (parola grossa) solo per la Camera, dando comicamente per scontato il “sì” del 4 dicembre. E infatti è stata bombardata dalla Consulta.

Mentre Fratoianni bestemmia ormai in aramaico, la Rotta asserisce che loro volevano il Mattarellum e che poi si erano pure spostati democraticamente verso una legge diversa, solo che quei sudicioni dei 5Stelle l’avevano affossata. Vorrei ricordarle che il Mattarellum non lo voleva il Pd, ma solo una parte minoritaria di esso. Vorrei aggiungere che a far saltare il Tedeschellum è stato il Pd, prendendo a pretesto un emendamento sul Trentino Alto Adige. E vorrei infine rimarcare che la nuova legge elettorale (empia a volerle bene) si chiama “Rosatellum”, e non “Fratoiannum” o “Scanzinellum”, perché l’ha partorita un altro insigne luminare del Pd. Ma è tutto inutile, un po’ perché ci pensa già Trotzkij Fratoianni a sbugiardarla e un po’ perché parlare con Alessia Rotta è inutile di per sé: ontologicamente. Poveri renziani: non solo sono dentro una slavina elettorale che pare senza freni. E non solo sono la peggiore classe dirigente politica di sempre. Sono pure messi così male da doversi costantemente dissociare da loro stessi. Sia loro lieve il 4 marzo.

I risparmiatori delle Venete possono rivalersi su Intesa

Buone notizie per i soci azzerati di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Gli azionisti che hanno perso tutti i loro risparmi nelle azioni delle banche venete, vendute a prezzi gonfiati a clienti spesso ignari dei rischi che correvano, potranno rivalersi su Intesa anziché puntare agli attivi delle banche in liquidazione. Ad aprire uno spiraglio per decine di migliaia di soci è stato il gup di Roma, Lorenzo Ferri, che, nel processo su Veneto Banca, ha disposto la citazione in giudizio di Intesa come responsabile civile per i reati di ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio di cui sono accusati gli ex manager e sindaci di Montebelluna. Il giudice ha ritenuto che Intesa, acquirente per un euro delle attività ‘buone’ delle banche venete, debba farsi carico dell’eventuale risarcimento dei danni subiti da azionisti e obbligazionisti che si sono costituiti parti civili. Il gup solleva dubbi di legittimità costituzionale sul decreto legge 99/17 sulla liquidazione delle banche venete, in quanto preclude ai soci azzerati ogni speranza di ristoro. ”Se il Gup confermerà l’importante decisione si aprirà un ulteriore spiraglio per poter recuperare i risparmi investiti” afferma il Movimento Consumatori.

Voto in vista, aumenti per le forze dell’ordine

Dopo quella per i ministeriali, è arrivata l’intesa sul rinnovo contrattuale anche per Polizia e Forze armate. In piena notte tra giovedì e venerdì, il governo e i sindacati hanno messo la firma sul documento che sancisce gli aumenti di stipendio per 450 mila tra poliziotti, militari, finanzieri, carabinieri e agenti penitenziari. La pubblica amministrazione “in divisa”, insomma, che percepirà le buste paga ritoccate – e contenenti anche gli arretrati del 2016 e 2017 – a partire da marzo, a differenza di quello che succederà con le funzioni centrali, che riceveranno tutto già nel cedolino di febbraio, ovvero pochi giorni prima delle elezioni parlamentari.

Per il 2018, gli incrementi mensili ammonteranno a 125 euro per le Forze armate, 126 per i penitenziari, 132 per la Polizia di Stato, 134 per i Carabinieri e 136 per la Guardia di Finanza. La massa di arretrati riferiti ai due anni precedenti oscillerà invece tra i 517 e i 556 euro. Così ha spiegato ieri la ministra della Funzione Pubblica Marianna Madia con i colleghi Marco Minniti (Interno) e Roberta Pinotti (Difesa). Nei comparti sicurezza e difesa le retribuzioni crescono grazie alla combinazione di due fattori. Il primo è, appunto, il contratto appena sottoscritto che – nell’esempio della Polizia – riconosce aumenti lordi tra i 91 e i 120 euro al mese. Il secondo è la riforma dei ruoli e delle carriere che, sommata al rinnovo, fa in modo che gli emolumenti per i piani più alti della gerarchia crescano fino a 200 euro lordi.

C’è una ragione per cui la firma all’accordo di ieri è stata così rapida: il testo, per il momento, contiene solo la parte economica, avendo invece rimandato alle prossime settimane la discussione, pure importante, sulla componente normativa. Si è scelto in pratica di spacchettare l’intesa perché così si accontentavano tutte le parti sedute al tavolo: i sindacati hanno infatti fretta di chiudere per permettere ai lavoratori di recuperare quanto non percepito in nove anni di blocco dei rinnovi; il governo, invece, vuole presentarsi alle elezioni del 4 marzo con gli incrementi stipendiali, se non già pagati, quantomeno messi nero su bianco per tutta la pubblica amministrazione. “Abbiamo fatto una scelta pragmatica – spiega Pompeo Mannone della Fns Cisl – ovvero condividere la parte economica e poi continuare la parte normativa che è più complicata. Il governo ha aderito alla nostra richiesta e dopo sei riunioni siamo riusciti a concordarci”. “Oltre alla paga base – aggiunge Massimiliano Prestini della Fp Cgil – sono aumentate varie indennità tra le quali gli straordinari”.

Il rinnovo dei contratti degli statali non è una scelta del governo, ma una conseguenza di una sentenza del 2015 con la quale la Corte costituzionale ha imposto di superare il blocco partito nel 2011. L’esecutivo ne sta comunque approfittando per provare a trarne vantaggio nelle urne e, per questo, sta cercando di accorciare i tempi. Per il momento, sono stati firmati quello delle funzioni centrali, che riguarda 270 mila addetti, e quello del comparto Sicurezza e Difesa, con 450 mila interessati. Resta ancora fuori la gran parte del pubblico impiego, a partire dal settore scuola, università e ricerca che impiega 1,2 milioni di persone. Fino ad arrivare alla sanità e agli enti locali. Per questi ultimi due, tra l’altro, le risorse non sono garantite dallo Stato, ma devono essere reperite nei bilanci di Regioni e Comuni. Non una cosa semplice e proprio questo sta dilatando i tempi tanto che l’altro ieri i sindacati di sanità ed enti locali hanno scritto al governo lamentandosi dei ritardi e annunciato uno sciopero per il 5 febbraio.