La richiesta più alta, 16 anni, è per il regista mafioso del terrore, Leoluca Bagarella; quella più bassa per Massimo Ciancimino, 5 anni per calunnia nei confronti di Gianni De Gennaro: e poi 12 anni per Marcello Dell’Utri, il messaggero della minaccia di Cosa Nostra; 6 anni all’ex presidente del Senato Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza; 12 anni per Antonino Cinà, il postino del “papello’’; 12 anni ciascuno per Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, ufficiali del Ros che avviarono i colloqui con don Vito Ciancimino; 15 anni per Mario Mori. E la richiesta di non doversi procedere per Giovanni Brusca, per intervenuta prescrizione, considerata la diminuente prevista dalla legge per i pentiti.
“Siamo convinti di aver raggiunto la prova della responsabilità degli uomini dello Stato e dei boss di Cosa Nostra che hanno condotto un’ignobile trattativa nella stagione delle stragi e per questo ne chiediamo la condanna”. In piedi, insieme a Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, in un’aula bunker raggelata dal silenzio, il pm Vittorio Teresi conclude la requisitoria-fiume della trattativa durata otto udienze, consegnando il testimone ai colleghi nisseni: “Questi fatti hanno avuto a che fare con le stragi: Capaci è l’ultima strage della Prima Repubblica, via D’Amelio la prima della Seconda Repubblica. Mi auguro che altre autorità giudiziarie competenti, magari in ossequio al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, potranno leggere questi fatti e metterli nella relazione per loro penalmente rilevante”.
Dopo quasi cinque anni di dibattimento, diluiti in 210 udienze, e la scomparsa di due tra gli imputati principali (i capi di Cosa Nostra Totò Riina e Bernardo Provenzano, deceduti in carcere), il processo che, come ha detto Di Matteo, “è destinato a portarsi dietro una scia infinita di polemiche e veleni” si avvia dunque alla conclusione.
“Hanno più volte affermato che l’azione di noi pm è stata caratterizzata persino da finalità eversive – ha detto Di Matteo –e nessuno ci ha difesi da accuse così gravi’’. Considerazioni finali di un percorso che, nel silenzio quasi assoluto dei media, ha illustrato davanti alla Corte di Assise presieduta da Alfredo Montalto la lunga ricostruzione accusatoria della strategia con la quale Cosa nostra ricattò lo Stato, grazie alla complicità di pezzi delle istituzioni: un ricatto partito nel 1991 e sviluppatosi dopo l’uccisione di Salvo Lima, sotto il governo Andreotti, proseguito sotto i governi tecnici di Amato e Ciampi, e concluso nel ’94 con il patto di “non belligeranza” siglato da Berlusconi appena insediato a Palazzo Chigi.
“Dopo aver percepito la concretezza del pericolo prospettatogli da Dell’Utri – ha detto il pm Del Bene – il premier è stato costretto a dare alla sua azione di governo la direzione imposta dai mafiosi”. E su un punto incredibilmente presente nel “papello” di Riina: il decreto firmato il 13 luglio ’94 dall’allora ministro della Giustizia Alfredo Biondi, stabiliva come la custodia in carcere per i reati di 416 bis doveva essere disposta “solo quando ogni altra misura fosse risultata inadeguata”. “È il punto 11 del papello in cui Riina chiedeva l’arresto solo in casi di flagranza di reato”, ha esclamato Del Bene. Chiosando: “Qui c’è da impazzire”.
Il decreto “salva-ladri”, così era stato ribattezzato, non fu mai convertito in legge per l’opposizione di Roberto Maroni, all’epoca ministro dell’Interno, che in un’intervista denunciò di essere stato “imbrogliato”. Ma pochi mesi dopo, il governo Berlusconi ci riprovò con un’altra riforma favorevole a Cosa Nostra: il progetto di legge promosso dall’allora presidente della Commissione giustizia Tiziana Maiolo che prevedeva ancora una volta la modifica della normativa sulla custodia cautelare. Quale? Quella di annullare per i reati di 416 bis la presunzione di pericolosità che faceva scattare l’arresto. La riforma anche stavolta non fu approvata perché a dicembre ’94 il governo Berlusconi cadde. Ma i due interventi legislativi provano, secondo il pm, “che il messaggio intimidatorio di Cosa nostra, trasmesso da Dell’Utri, è stato recepito da Berlusconi, condizionando così l’esercizio dei poteri pubblici”.
Dopo il ’94 la trattativa continua a protezione della latitanza di Provenzano. “La parte dello Stato che aveva condotto il dialogo non poteva permettersi la cattura di Provenzano, perché non doveva esser messa in discussione la strategia di sommersione che il latitante aveva imposto a Cosa nostra’’, ha detto Di Matteo, che ha ripercorso in aula le sentenze assolutorie di Mori e del colonnello Mauro Obinu, segnalando un comportamento “caratterizzato da anomalie, negligenze e slealtà nei confronti dell’autorità giudiziaria’’, e bacchettando i giudici di quei processi (“non hanno trovato il coraggio di trarre le conseguenze dovute’’). Vicende che coinvolgono la latitanza di boss a un passo dalla cattura, che però non avviene: “Riina, Santapaola e Provenzano. Il protagonista è sempre uno: Mori. Non un ufficiale qualsiasi, uno sprovveduto – ha detto Di Matteo – ma lo stesso investigatore che nel ’95 non comunicava le informazioni acquisite del confidente Luigi Ilardo alla Procura di Palermo. Nonché lo stesso ufficiale che poco tempo prima era stato oggetto di una lettera di doglianza di Caselli per la dismissione del servizio di osservazione del covo di via Bernini dopo la cattura di Riina. Si può credere che sia incorso nello stesso errore contestatogli dal procuratore di Palermo col quale era da sempre in ottimi rapporti?’’.
E alla fine Di Matteo cita la telefonata con cui De Donno, il 9 marzo 2012, si congratula con Dell’Utri per l’annullamento con rinvio del suo processo deciso dalla Cassazione: “Pronto, senatore come sta?’’. “Caro colonnello, ogni tanto qualche persona perbene si trova… mi fa piacere la sua telefonata’’. “I due si organizzano per cenare insieme – chiosa Di Matteo – e il dato dimostra un collegamento politico tra segmenti diversi della stessa trattativa”. “Costruzioni fantasiose e assolutamente sganciate dalla realtà”, replicano i difensori di Dell’Utri fuori dall’aula. Si riprende il 1° febbraio con le parti civili.
Marcello Dell’Utri
Trattò con Provenzano per conto dell’ex Cav.
Accusato di violenza o minaccia a corpo politico. È l’interlocutore del boss Provenzano nella seconda parte della trattativa, quando sostituisce don Vito Ciancimino nel ruolo di mediatore del dialogo Stato-mafia. Per i pm, attraverso i suoi incontri con i boss Vittorio Mangano e Giuseppe Graviano, si fa portatore degli interessi di Cosa Nostra fino al cuore delle istituzioni, veicolando il ricatto stragista a Silvio Berlusconi, che nel maggio del ’94 si insedia a Palazzo Chigi. Il risultato è il patto di “non belligeranza” dell’uomo di Arcore con la mafia che si concretizza nei provvedimenti legislativi favorevoli a Cosa Nostra che il governo Berlusconi, nella sua pur breve vita (da maggio a dicembre ’94) adotta per scongiurare il pericolo di nuove stragi.
Nicola Mancino
Mentì sulle notizie ricevute da Martelli
Accusato di falsa testimonianza. È il ministro dell’Interno che sostituisce Vincenzo Scotti, estromesso dal Viminale, secondo i pm, per il suo zelo antimafia. L’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, dice di averlo informato, nel ’92, delle “iniziative investigative” del Ros che rischiavano di invadere le competenze della Dia. Lui nega tutto e afferma di non aver mai saputo nulla della trattativa. Tra il 2011 e il 2012 attiva un frenetico pressing telefonico su Loris D’Ambrosio, all’epoca consigliere del capo dello Stato Giorgio Napolitano, per “sfilarsi” dall’indagine sulla trattativa. Le lamentazioni di Mancino finiscono in una lettera girata dal Quirinale
alla Procura generale della Cassazione che ipotizza l’avocazione dell’inchiesta, ma Pietro Grasso, all’epoca capo della Dna, ferma la manovra.
Mario Mori
Attivò la mediazione di Vito Ciancimino
Accusato di violenza o minaccia a corpo politico. Dopo il delitto Lima, si fa promotore degli incontri con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, per fermare le stragi. Per questa sua iniziativa va in cerca di coperture politiche, ma non avverte mai l’autorità giudiziaria. Nel processo è stata ricostruita la sua carriera nel Sid fino al ‘75 quando viene allontanato per motivi che la Procura di Palermo ritiene di aver individuato in un suo possibile coinvolgimento (mai provato) nell’indagine sul golpe Borghese. Protagonista di controverse vicende investigative (mancata perquisizione del covo di Riina, fuga di Santapaola da Terme Vigliatore, mancata cattura di Provenzano), viene processato e assolto due volte a Palermo. Nel 2001, sotto il governo Berlusconi, diventa capo del Sisde.
Leoluca Bagarella
Il più fedele interprete della linea stragista
Accusato di violenza e minaccia a corpo politico. Cognato di Totò Riina, è con Brusca il più fedele interprete della linea stragista. I pentiti raccontano che dopo l’arresto del Capo dei Capi, a Provenzano che era perplesso sul proseguimento dei piani sanguinari, disse: “Se non sei d’accordo, prendi un cartellone, afferra un pennello e ci scrivi: io non so niente”. A lui, come mandante, si deve l’iniziativa degli attentati di Firenze, Roma e Milano che nel ’93 gettarono nel caos lo Stato.
Antonio Cinà
Recapitò il “papello” del boss dei boss
Accusato di violenza o minaccia a corpo politico. È il cosiddetto “postino” del papello. Medico di Totò Riina, è l’uomo al quale il Capo dei Capi consegna l’elenco delle richieste da far avere al Ros. Il dichiarante Pino Lipari racconta che Cinà voleva sfilarsi dall’incarico, ma che Vito Ciancimino lo costrinse, dicendogli: “Lei è responsabile di questa cosa”. Anni dopo il pentito Giuseppe Di Giacomo, racconta che in carcere il medico gli confidò che “i suoi guai derivavano tutti dal papello”.
Giovanni Brusca
Per primo accennò al “dialogo” (prescritto)
Accusato di violenza o minaccia a corpo politico. Boss di San Giuseppe Jato, vicinissimo a Riina e poi a Bagarella. Fu il primo, nel ’96, a parlare di trattativa dicendo che, dopo Capaci, Riina euforico gli confidò a proposito delle istituzioni: “Si sono fatti sotto”, e gli disse: “Gli ho fatto un papello così”). Ha raccontato che “la sinistra sapeva” delle stragi, e ha detto che Mancino era il “terminale politico”. La Procura ha chiesto per lui la prescrizione date le attenuanti per la collaborazione.
Massimo Ciancimino
Calunniò De Gennaro, raccontò tutto ai pm
Accusato di calunnia verso l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e associazione mafiosa (quest’ultima prescritta per la Procura). Parlò ai pm della trattativa. Tra Capaci e via D’Amelio, viene contattato da De Donno desideroso di incontrare suo padre don Vito per fermare le stragi. È lui che raccoglie da Cinà il “papello” di Riina e lo consegna al padre che lo giudica “irricevibile”. È lui a consegnare ai carabinieri le mappe fornite da Provenzano per individuare Riina nel ’93.
Giuseppe De Donno
Mandato ad agganciare il figlio di don Vito
Accusato di violenza o minaccia a corpo politico. Ex ufficiale del Ros, ha agito sempre in base alle direttive di Mori. È il carabiniere che nel ‘92, con i gradi di capitano, aggancia Massimo Ciancimino e tramite lui ottiene il via libera agli incontri con il padre don Vito. È presente, con l’ufficiale Sergio De Caprio alias capitano Ultimo, nella vicenda della sparatoria di Terme Vigliatore, che nel ‘93 provocò la fuga di Nitto Santapaola, all’epoca latitante e nascosto nella zona. Negli anni successivi segue Mori al Sisde.
Antonio Subranni
Il primo capo del Ros, superiore di Mori
Accusato di violenza o minaccia a corpo politico. Generale ed ex comandante del Ros, nel ’92 è il diretto superiore di Mori. Ai pm ha detto che non fu informato della trattativa, ma in Antimafia ha ammesso di aver saputo – anche se a posteriori – che Mori, dopo Capaci, faceva la spola tra Roma e la Sicilia per incontrare Vito Ciancimino. Borsellino confidò alla moglie che era “punciuto”, per questo è stato indagato e poi archiviato dalla Procura nissena per concorso in associazione mafiosa.