Diritti tv, Sky e Mediaset fuori. Ci provano gli amici di Cairo

A furia di tirarla, la corda si è quasi spezzata. L’offerta delle pay-tv per i diritti della Serie A è troppo bassa e la Lega l’ha rispedita al mittente: 830 milioni di euro, a fronte 1,05 miliardi preteso dai club. Così per la prima volta dopo 15 anni di duopolio, Sky e Mediaset rischiano davvero di perdere il campionato. Ma anche il pallone italiano – che al momento già non ha un presidente – si ritrova senza una televisione e forse dovrà farsene una sua con l’aiuto degli spagnoli di MediaPro.

Da una parte i presidenti hanno chiesto tanto, forse troppo, per un prodotto sempre meno interessante. Dall’altra le emittenti, irritate da pretese secondo loro irragionevoli, hanno puntato al ribasso. Così si è arrivati alla rottura, in particolare sul pacchetto che riguarda le partite delle 12 squadre minori del campionato (in cui era stata inclusa anche la Roma, nel vano tentativo di renderlo più appetibile): Sky partiva da 80 e si è spinta a 150 milioni di euro, a fronte dei 310 richiesti; Mediaset non si è schiodata da quota 200 per i match delle 8 big sul digitale terrestre. Il totale è stato giudicato insufficiente e l’asta è fallita per la seconda volta di fila.

La gara, però, prevedeva anche un secondo bando per gli intermediari: il salvagente che l’advisor Infront ha preparato per i club (e per se stesso). In busta c’è il nome di MediaPro, società spagnola di marketing specializzata sui diritti che già lavora nella Liga, e garantisce 950 milioni più royalties per tre anni. “La tanto vituperata Serie A vale un miliardo”, rivendica il commissario Carlo Tavecchio. In questo caso, però, l’offerta è legata alla creazione di un nuovo canale della Lega: col supporto di MediaPro, la Serie A autoprodurrebbe le sue partite, da rivendere su tutte le piattaforme possibili, dal digitale al satellitare, passando per Internet. Per alcuni è un azzardo, per altri un possibile business: il presidente-editore Urbano Cairo, ad esempio, con loro ha già fatto buoni affari in Spagna, dove Rcs ha affittato a MediaPro le frequenze su cui va in onda GolTv, uno dei canali sportivi più seguiti del Paese. Di sicuro sarebbe una rivoluzione.

Quasi scontato che in questo clima la Lega non abbia trovato l’accordo sulla governance. I club dell’ala riformista (capeggiati da Roma, Juventus e Bologna) hanno incontrato i due candidati alla presidenza della Figc, Gabriele Gravina e Damiano Tommasi, chiedendo al secondo di convergere sul primo. A questo punto il n. 1 della Lega Pro pare leggermente favorito nella sfida al senatore Cosimo Sibilia, capo dei Dilettanti che in Serie A raccoglie il consenso dell’area lotitiana. Ma l’impressione è che ormai ci sia un fronte (ispirato dal ministro Luca Lotti) che giochi per il commissariamento da parte del Coni di Giovanni Malagò. Solo domenica sera, o addirittura direttamente nelle urne, si capiranno i veri rapporti di forza.

Ai presidenti della Serie A sta più a cuore risolvere il rebus dei diritti, da cui dipende la sopravvivenza del sistema. Per questo si è deciso di dare il via alle trattative private con MediaPro: i club si devono convincere dei vantaggi di creare un nuovo canale da rivendere “chiavi in mano” ai distributori. E qui rientrerebbero in gioco Mediaset e Sky, visto che al momento nel panorama italiano non ci sono grandi alternative (per il satellite, ad esempio, solo Discovery) su cui trasmettere. I due colossi probabilmente perderebbero solo la leadership editoriale, non quella distributiva. Ma è chiaro che questa situazione potrebbe forse star bene al Biscione, che ha sbaraccato Premium e si accontenterebbe di continuare ad avere le partite alle stesse condizioni dei rivali. Molto meno a Sky, che sul pallone ha investito tanto e vedrebbe neutralizzato il suo vantaggio. Per questo in Lega lavorano anche al piano B: un ulteriore bando con una componente forte di esclusiva (si parla di tutti i diritti, compresi quelli di ritrasmissione e cessione in sub licenza), per cui Sky potrebbe essere disposta a sborsare il miliardo chiesto dalla Lega. La partita non è ancora finita: si va ai supplementari.

Caro sindaco, il silenzio è d’oro

Questione di delicatezza. Quella che ti fa andare sul luogo di una tragedia ferroviaria devastante, che ha causato tre morti e decine di feriti alle porta della tua città, e ti fa dire che tutto sommato “poteva andare anche peggio”. Un concetto scandito in faccia ai familiari delle vittime e ai sopravvissuti dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, che ieri mattina, appena arrivato nei pressi della stazione di Pioltello, parlava così ai cronisti: “Qui c’erano 250 persone, e vedendo i vagoni purtroppo è brutto dire che è andata quasi bene. Le immagini sono tragiche e fanno capire che i morti potevano essere molti di più”.

Di tatto in tatto, di finezza in finezza, Sala si è ripetuto anche in serata.
Ospite da Bruno Vespa a Porta a Porta, il sindaco ci ha tenuto a far notare che ieri mattina era in casa al momento dell’incidente e stava “aspettando che arrivasse l’autista”, che nel frattempo si trovava a bordo proprio del treno coinvolto dell’incidente.

Eppure una volta c’era un proverbio. Diceva qualcosa sul silenzio e sull’oro, o qualcosa del genere. Mica si ricorda come fa, caro sindaco? Potrebbe tornare utile.

Spinta sotto il metrò. Grave una 47enne: amputata una mano

È stata questione di pochi istanti. Una spinta e la donna è finita sui binari della metro di Roma proprio mentre passava un convoglio che l’ha investita. Una sequenza che si è consumata sotto gli occhi di decine di passeggeri in attesa sulla banchina della fermata “Eur Fermi” della linea B e immortalata da una telecamera di videosorveglianza. Le condizioni della donna sono ancora gravi e instabili. È stata operata per ore all’ospedale San Camillo. Ha riportato molte lesioni, traumi e una grave emorragia. Non è stato possibile, nonostante i tentativi dell’equipe chirurgica, riattaccare la mano amputata durante l’investimento. A occuparsi del caso, la Squadra Mobile: gli investigatori fin dai primi istanti hanno ipotizzato che la 47enne peruviana possa essere stata spinta da qualcuno, magari a causa della calca. Un’ipotesi avvalorata dalle registrazioni della videosorveglianza e dal racconto di alcuni testimoni. Bisogna però capire se si sia trattato del gesto di uno squilibrato e se la vittima lo conoscesse. Intanto proseguono le indagini della Squadra Mobile per rintracciarlo. La polizia sta scavando nella vita della donna, che lavora come cameriera, e sta ricostruendo le ore precedenti.

Spada-Tour a Ostia: “La politica del clan: vietato sgarrare”

“Ma che lo fai arrivare a due scudi… C’abbiamo una politica da tene’, mo’ tu la sgarri”. Anche chi lavorava per il clan Spada doveva rispettare le regole. Come quella sui prestiti: chi autorizzava i debiti superiori a 2.000 euro era Ottavio Spada (inteso Marco), uno degli arrestati nella retata di due giorni fa che ha portato in cella 32 persone, molti appartenenti alla famiglia sinti, presente a Ostia. Per la maggior parte l’accusa è di mafia. Le regole sui prestiti, concessi a tassi usurai, definiscono, secondo i pm Michele Prestipino, Mario Palazzi e Ilaria Calò, “una vera politica che gli associati sono tenuti a osservare: non concedere prestiti ingenti che facciano lievitare gli interessi determinando poi un’insolvenza dei loro debitori”.

 

“Qua c’è la malavita, passiamo svelti”

Ma non c’era solo l’usura. Per i magistrati, gli Spada gestivano molti più affari: stabilimenti balneari, slot machine, spaccio. Tutto lungo il litorale romano, dove “il tessuto sociale – spiega un investigatore – riconosce i confini”, ossia quelle zone col timbro Spada, inaccessibili ad altre realtà criminali. Emblematica è la vicenda del chiosco bar “The One”. Si trova a Ostia lido, zona contesa tra sinti e napoletani. Secondo la ricostruzione della Squadra Mobile guidata da Luigi Silipo, alcuni titolari dell’attività di balneazione prima chiedono protezione agli Spada, poi con “la detenzione di Ottavio Spada allo stesso scopo si sono rivolti al pregiudicato Ovidiu Bali riconducibile a diversa organizzazione criminale di derivazione campana”. Il risultato: la stessa attività veniva controllata da due gruppi in contrasto. “L’attività – scrive la Squadra Mobile – si inserisce in un contesto di geografia criminale ben delineato di cui gli imprenditori sono perfettamente a conoscenza”. Come è divisa Ostia lo racconta uno di questi imprenditori mentre, in auto, mostra a un ragazzo albanese il municipio romano. La conversazione è del 16 ottobre 2016: “Vedi il sindaco di Roma… hanno fatto di tutto per mandarlo via… perché lui ha combattuto tutti. Mo’ ti faccio vedere dov’è il quartier generale di questi, quelli che comandano, però dobbiamo passare svelti (…). Qua c’è la malavita… questa è piazza Gasparri (…) spaccio, rapine, succede di tutto (…) Qua è il bronx”.

 

I traduttori hanno paura. Le difficoltà dei pm

Secondo i magistrati capitolini, il capo del clan è Carmine Spada, classe ’67, detto Romoletto. A giugno del 2016, è stato condannato in primo grado per estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un tabaccaio. L’Appello inizierà il 21 marzo. Alcune delle conversazioni in carcere con i suoi familiari sono state intercettate. Quando si trattava di argomenti sensibili si parlava in lingua sinti. Ed è stato complicato trovare qualcuno che volesse tradurre quelle conversazioni: “La ricerca di un traduttore – scrivono i pm – appartenente a quella etnia, è stata particolarmente complessa atteso il comune timore di possibili vendette”. Alla fine sono riusciti a trovare un consulente, ma solo a patto che secretassero il suo nome. Una questione che “si è riproposta in dibattimento” quando la Procura non avrebbe trovato alcun “interprete disponibile non essendo possibile garantire in quella fase processuale il suo anonimato”: “ennesimo episodio – scrivono i pm – che certifica in modo palmare la riconosciuta pericolosità degli appartenenti a tale clan”.

Traducendo alcune conversazioni in carcere, i pm scoprono però che Romoletto continuava a seguire gli affari della famiglia. Il 21 maggio 2014 dice: “Digli a Roberto che mi deve andare a prendere i soldi da quello delle macchinette. Te li ha dati?”.

 

La scorta e le bonifiche per proteggere il “capo”

Poco dopo, Carmine Spada lascia il carcere e torna a Ostia. Qui subisce due attentati, il 4 e l’8 novembre 2016. A questo punto sa che deve proteggersi e lo fa con una sorta di scorta: “Ha posto a sua protezione – scrivono i pm – un membro della propria famiglia facendolo dormire insieme a lui, probabilmente anche con compiti di bonifica ispezionando i luoghi antistanti” casa. Due giorni fa Carmine Spada è tornato in cella, con un’accusa pesante: quella di mafia. Stessa sorte per molti esponenti della famiglia, come Roberto Spada, noto per la testata inferta al giornalista di Nemo. Oggi ci saranno gli interrogatori di garanzia, ma Romoletto si avvalerà della facoltà di non rispondere. Intanto continua il lavoro degli investigatori dopo le perquisizioni di due giorni fa: 200 mila euro circa sono stati trovati a casa di un imprenditore, testa di legno di una sala giochi. Stanno cercando di capire l’origine del contante. Molto inferiori le somme sequestrate a casa degli Spada, da Romoletto meno di 5 mila euro.

Più poltrone che controlli: tutte le falle dell’Agenzia per la sicurezza ferroviaria

Un tamponamento il 2 marzo 2017, una ruota che salta il 17, deragliamenti a novembre e dicembre: l’elenco degli incidenti ferroviari viene scandito alla giornata fiorentina dell’anticorruzione di dicembre, da Marco Piagentini, sopravvissuto alla strage di Viareggio.

Destinatario delle sue parole è l’Ansf, l’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria, istituita nel 2007 per effetto di una legge europea. Vigila sulla sicurezza del sistema ferroviario, ma non ha ispettori di ruolo, si è dotata di una circolare sanzionatoria solo poche settimane fa, ha accreditato un verificatore di sicurezza che è una controllata di Ferrovie dello Stato e tollera un treno diagnostico in manutenzione da anni.

Ispettori. Piagentini accusa Ansf di avere più urgenza di coprire le posizioni dirigenziali dell’ufficio contratti che quelle dell’ufficio delle ispezioni. I controlli sulla rete da parte di Ansf (5 mila l’anno), infatti, sono random e spesso attivati mesi o settimane dopo gli incidenti. Gli uffici addetti sono formati da soli funzionari tecnico amministrativi, alcuni sono senza dirigenti. “L’Agenzia non ha obbligo di legge di condurre indagini sugli incidenti”, si legge sul sito. Così le indagini si rimpallano infatti con l’Organismo investigativo del ministero dei Trasporti che, però, le svolge solo “a seguito di incidenti gravi e altri che decida meritevoli di indagine”. A discrezione, quindi.

Sanzioni. La legge del 2007 prevedeva poi fosse stabilito per decreto dal governo un quadro sanzionatorio che Ansf avrebbe dovuto far applicare. Prima della sua emissione, sono passati dieci anni. La pubblicazione della circolare che prevede le sanzioni è arrivata solo il 27 dicembre e la loro applicazione è affidata al dirigente dell’ufficio, i funzionari che ispezionano redigono solo una proposta, proprio perché non sono ispettori. Nove uffici sui 20 che ci sono in Ansf, sono coperti da dirigenti nominati o che lo sono diventati con ricorsi. Non concorsi.

Certificazioni. L’Ansf rilascia anche le certificazioni di sicurezza di cui le imprese ferroviarie devono essere titolari per operare sulla rete. Sono emesse sulla base di quanto certificato dai Vis, i Verificatori Indipendenti di Sicurezza, organismi terzi incaricati di valutare conformità e requisiti di omologazione. A validare i Vis è la stessa Ansf. Tra i sei riconosciuti c’è però anche Italcertifer. In una interrogazione in commissione trasporti del 20 gennaio 2017, il deputato del M5s, Diego De Lorenzis rileva: “Italcertifer risulta essere una partecipata dal gruppo Ferrovie dello Stato Italiane e risulta aver fra i suoi principali clienti Rfi (Rete Ferroviaria Italiana) e Trenitalia”. Tanto che, a febbraio 2017, Italcertifer si è prima autosospesa per dieci giorni, poi ha avviato un audit con Ministero dei Trasporti, Accredia (Organismo italiano di certificazione e ispezione), la stessa Ansf e Italcertifer. La valutazione si è conclusa con l’assoluzione, qualche semplice raccomandazione (“che la figura individuata … sia attivamente coinvolta nel procedimento di salvaguardia di terzietà e indipendenza”). In caso contrario, Ansf per prima infatti avrebbe dovuto riconoscere il suo errore nell’aver validato Italcertifer.

Galileo. E la diagnostica? “Il settore che assolve a questa attività – si legge nel numero di ottobre della rivista La Vocedei Trasporti di Fit-Cisl – dovrebbe essere caratterizzato dalla piena efficienza, ma abbiamo avuto modo di constatare che nella realtà la situazione si presenta completamente diversa”, Il motivo: “Manutenzioni frequenti e laboriose che richiedono tempi di realizzazione molto lunghi”. Tanto che Rfi sta acquistando un nuovo treno, il Galileo 2, che controlla lo stato di salute delle rotaie (rilevando eventuali anomalie) con ultrasuoni e video-ispezioni digitali. Galileo 1, da anni entra ed esce dalle officine: “Non è a questo punto chiaro se, attualmente in manutenzione a Benevento – si legge sul sito ferrovie.info – venga ancora utilizzato o sia dismesso con l’arrivo del nuovo complesso”.

Convoglio speciale: il rilevatore è guasto

Nel 2014 il direttore generale di Ansf, l’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria, Alberto Chiovelli, nella sua relazione finale lanciò l’allarme. “Rfi – si leggeva – non sembra ancora in grado di far rispettare le procedure previste per lo svolgimento in sicurezza degli interventi in caso di guasti”. Tanto che non aveva rilasciato l’Autorizzazione di sicurezza definitiva.

Nella relazione veniva poi rilevata la costante disfunzione di alcuni impianti di sicurezza “risultati spesso fuori servizio per guasti per tempi prolungati”. Rfi ottenne l’autorizzazione dopo pochi mesi con il nuovo direttore Gargiulo, nominato da Maurizio Lupi (giugno 2014).

Della manutenzione fa parte anche la diagnostica, l’insieme di attività che rilevano i danni sul sistema ferroviario e le rotaie. “Il settore che assolve a questa preziosa attività – si legge nel numero di ottobre della rivista della Fit-Cisl – dovrebbe essere caratterizzato dalla piena efficienza, ma abbiamo avuto modo di constatare che la situazione si presenta in maniera completamente diversa”. La flotta diagnostica di Ferrovie dello Stato “non è sempre disponibile”, “impegnato in manutenzioni frequenti e laboriose che richiedono tempi molto lunghi”.

Rattoppo di legno sui binari. Il guasto segnalato da giorni

Il guasto c’era eccome. Non al carrello ma alla rete ferroviaria. Tradotto: le rotaie. Non solo, era stato segnalato. Di più: un intervento tampone era stato fatto. Ma il rattoppo con un banale pezzo di legno disgraziatamente non ha retto. Per comprendere le cause che giovedì mattina hanno provocato il deragliamento del treno di Trenord un chilometro dopo la stazione di Limito di Pioltello nel Milanese provocando la morte di tre donne, oltre a 47 feriti (di cui cinque ancora gravi), bisogna tornare al cosiddetto punto zero, ovvero dove sta il giunto al quale mancano 23 centimetri di acciaio.

Primo dato: gli inquirenti escludono in via quasi definitiva un mal funzionamento del carrello del treno. Gli accertamenti si concentrano sul danno alla rotaia. E le responsabilità si spostano, secondo la Procura, su Rfi e non su Trenord. Il giunto è composto da due barre di acciaio tenute assieme da quattro grossi bulloni, e poi saldate con il segmento di rotaia. Le due barre tra loro non sono unite. Il dato risulta normale. Cosa succede a questo punto? Qualche operaio nei giorni precedenti o forse anche settimane fa (la tempistica va accertata) segnala che vi è un disallineamento delle due barre. Dovuto all’assenza di un dado che doveva tenere il bullone. La cosa dunque viene comunicata a Rfi, questa è l’ipotesi investigativa. A quel punto cosa succede? Viene dato l’ordine di intervenire. L’intervento è però solo provvisorio. E questo, secondo la Procura, con buona probabilità produrrà l’incidente. La scientifica infatti ha trovato sotto al giunto un pezzo di legno messo appositamente per tenere allineate le barre. Quando è stato messo è ancora da accertare. Il dato è che però quel legno, forse per uno svuotamento della massicciata, si abbassa non reggendo più il giunto e disallineando le barre. E torniamo all’alba di giovedì, quando il treno passa. Secondo la ricostruzione, le ruote delle prime carrozze passando sopra al giunto che ha, evidentemente, una barra più alta dell’altra, strappano il pezzo di metallo. A quel punto la terza vettura o forse la quarta (non la quinta e la sesta che resteranno sui binari) sobbalzano sull’avvallamento. Le ruote del carrello però non cadono subito. In particolare quelle esterne per qualche minuto continuano a correre sullo spigolo delle rotaie. Poi scendono, ma poi tornano sopra, dando la sensazione di un sobbalzo. Quindi le ruote scendono definitivamente. E questo è provato dai segni sulla massicciata e sulle traversine. Il treno, va ricordato, corre a 140 chilometri orari. Oltre la stazione di Limito di Pioltello le ruote si allargano sempre più verso l’esterno colpendo due pali. Alla fine il deragliamento è provocato dal gancio tra un vagone e un altro che non regge più la pressione e si stacca. A quel punto una delle carrozze, la terza, si gira a novanta gradi piegandosi attorno a un palo dell’alta tensione. A quanto risulta poi il macchinista originario di Cremona non si accorge dei sobbalzi iniziali. Almeno questo ha messo a verbale due giorni fa dopo l’incidente. Anzi, ed è un’ipotesi credibile, potrebbe aver accelerato un po’ dopo aver sentito la mancanza di trazione provocata dalla discesa delle ruote. E che non si accorga di nulla lo dimostra il fatto che non è stato tirato il freno di emergenza. Se il dispositivo fosse stato azionato il treno si sarebbe fermato nello spazio di 800 metri ancora prima di entrare nella stazione. Invece il convoglio attraversa le banchine sbandando e provocando le scintille. L’indagine, dunque, prosegue in una direzione ben precisa. Anche per questo non ci sono iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di disastro ferroviario colposo. L’obiettivo adesso è capire se, come filtrato ieri, la riparazione doveva essere fatta a giorni, oppure se quel rattoppo era considerato sufficiente. E che possa essere così viene confermato dal fatto che un tale modo di agire non è per nulla raro sulla rete ferroviaria nazionale. Gli interrogatori chiariranno il quadro. Ma non vi è dubbio su una cosa, almeno questo sostengono gli investigatori: la segnalazione del guasto e l’ordine di ripararlo non partono da una decisione autonoma della ditta che ha in appalto la manutenzione, ma direttamente da Rfi. Questo in via generale e non solo per il caso di Segrate. Certo esiste anche la componente della casualità. Sul quel tratto prima del treno deragliato erano passati altri convogli e non solo quel giorno stesso.

Ancora da capire, infine, quale fosse il danno reale al giunto, un dado mancante oppure una crepa. Il fatto certo è che per tenere allineate le due barre è stato utilizzato un semplicissimo pezzo di legno.

I suoi volevano il voto “e anche la fotografia”. E FI ricandida Cesaro

“Gigino Cesaro potrebbe fare qualche cosa… si tratterebbe di prendere una trentina di voti”… Li porterebbe una famiglia in cambio della stabilizzazione alle Poste Italiane di un precario. Se ne discute. “Se io ti dico di votare una persona la devi votare…e basta… basta che facessero questa cosa… ti diamo il numero della sezione… la fotografia e tutte cose… sono una trentina di voti…”. Per gli uomini del deputato di Forza Italia Luigi Cesaro la promessa non basta. Ci vogliono le prove. Le foto nei seggi. L’intercettazione dei carabinieri del Ros di Napoli entra nel cuore del ‘sistema Cesaro’ e dei metodi della campagna elettorale delle regionali 2015: voto di scambio, secondo la Procura di Napoli Nord, che ha indagato padre, figlio, fratelli Cesaro e altre 25 persone. I Ros ascoltano al telefono due indagati ritenuti vicini a ‘Giggino ‘a Purpetta’. I due parlano di nomine Asl e poi di come convogliare preferenze sul figlio del parlamentare, Armando Cesaro (Cesaro jr risulterà il primo eletto azzurro in consiglio regionale con quasi 28.000 voti). Il virgolettato è di Luigi De Biase, dirigente del Comune di Marano, una lunga carriera nell’amministrazione locale della città del napoletano dove i fratelli del parlamentare, Aniello e Raffaele Cesaro, hanno realizzato il piano di insediamento produttivo. Coi soldi della camorra, secondo la Dda di Napoli (i due sono in carcere da maggio). De Biase parla con l’imprenditore Antonio Di Guida, amico e socio dei Cesaro che gli avrebbero assicurato una maxicommessa all’Asi di Caserta. In un’altra intercettazione, l’imprenditore si autodefinisce “l’allenatore” della squadra che deve far eleggere Cesaro jr (“Se Armando ci va alla Regione… come ci va alla Regione… io posso spingere anche per altre situazioni…”). Di Guida: “Allora io domani sera alle 9 ho appuntamento a Sant’Antimo con Armando”. De Biase: “Glielo puoi pure dire ad Armando”. Sono in arrivo altri 30 voti. Tre anni dopo per Luigi Cesaro è in arrivo la riconferma alla Camera. Senza nemmeno lo sforzo di chiedere le preferenze. Salvo sorprese, sarà il numero 2 di un collegio plurinominale blindato. Dietro a Mara Carfagna, che sarà eletta altrove.

I pm presentano il conto: “Mori 15 anni, Dell’Utri 12”

La richiesta più alta, 16 anni, è per il regista mafioso del terrore, Leoluca Bagarella; quella più bassa per Massimo Ciancimino, 5 anni per calunnia nei confronti di Gianni De Gennaro: e poi 12 anni per Marcello Dell’Utri, il messaggero della minaccia di Cosa Nostra; 6 anni all’ex presidente del Senato Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza; 12 anni per Antonino Cinà, il postino del “papello’’; 12 anni ciascuno per Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, ufficiali del Ros che avviarono i colloqui con don Vito Ciancimino; 15 anni per Mario Mori. E la richiesta di non doversi procedere per Giovanni Brusca, per intervenuta prescrizione, considerata la diminuente prevista dalla legge per i pentiti.

“Siamo convinti di aver raggiunto la prova della responsabilità degli uomini dello Stato e dei boss di Cosa Nostra che hanno condotto un’ignobile trattativa nella stagione delle stragi e per questo ne chiediamo la condanna”. In piedi, insieme a Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, in un’aula bunker raggelata dal silenzio, il pm Vittorio Teresi conclude la requisitoria-fiume della trattativa durata otto udienze, consegnando il testimone ai colleghi nisseni: “Questi fatti hanno avuto a che fare con le stragi: Capaci è l’ultima strage della Prima Repubblica, via D’Amelio la prima della Seconda Repubblica. Mi auguro che altre autorità giudiziarie competenti, magari in ossequio al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, potranno leggere questi fatti e metterli nella relazione per loro penalmente rilevante”.

Dopo quasi cinque anni di dibattimento, diluiti in 210 udienze, e la scomparsa di due tra gli imputati principali (i capi di Cosa Nostra Totò Riina e Bernardo Provenzano, deceduti in carcere), il processo che, come ha detto Di Matteo, “è destinato a portarsi dietro una scia infinita di polemiche e veleni” si avvia dunque alla conclusione.

“Hanno più volte affermato che l’azione di noi pm è stata caratterizzata persino da finalità eversive – ha detto Di Matteo –e nessuno ci ha difesi da accuse così gravi’’. Considerazioni finali di un percorso che, nel silenzio quasi assoluto dei media, ha illustrato davanti alla Corte di Assise presieduta da Alfredo Montalto la lunga ricostruzione accusatoria della strategia con la quale Cosa nostra ricattò lo Stato, grazie alla complicità di pezzi delle istituzioni: un ricatto partito nel 1991 e sviluppatosi dopo l’uccisione di Salvo Lima, sotto il governo Andreotti, proseguito sotto i governi tecnici di Amato e Ciampi, e concluso nel ’94 con il patto di “non belligeranza” siglato da Berlusconi appena insediato a Palazzo Chigi.

“Dopo aver percepito la concretezza del pericolo prospettatogli da Dell’Utri – ha detto il pm Del Bene – il premier è stato costretto a dare alla sua azione di governo la direzione imposta dai mafiosi”. E su un punto incredibilmente presente nel “papello” di Riina: il decreto firmato il 13 luglio ’94 dall’allora ministro della Giustizia Alfredo Biondi, stabiliva come la custodia in carcere per i reati di 416 bis doveva essere disposta “solo quando ogni altra misura fosse risultata inadeguata”. “È il punto 11 del papello in cui Riina chiedeva l’arresto solo in casi di flagranza di reato”, ha esclamato Del Bene. Chiosando: “Qui c’è da impazzire”.

Il decreto “salva-ladri”, così era stato ribattezzato, non fu mai convertito in legge per l’opposizione di Roberto Maroni, all’epoca ministro dell’Interno, che in un’intervista denunciò di essere stato “imbrogliato”. Ma pochi mesi dopo, il governo Berlusconi ci riprovò con un’altra riforma favorevole a Cosa Nostra: il progetto di legge promosso dall’allora presidente della Commissione giustizia Tiziana Maiolo che prevedeva ancora una volta la modifica della normativa sulla custodia cautelare. Quale? Quella di annullare per i reati di 416 bis la presunzione di pericolosità che faceva scattare l’arresto. La riforma anche stavolta non fu approvata perché a dicembre ’94 il governo Berlusconi cadde. Ma i due interventi legislativi provano, secondo il pm, “che il messaggio intimidatorio di Cosa nostra, trasmesso da Dell’Utri, è stato recepito da Berlusconi, condizionando così l’esercizio dei poteri pubblici”.

Dopo il ’94 la trattativa continua a protezione della latitanza di Provenzano. “La parte dello Stato che aveva condotto il dialogo non poteva permettersi la cattura di Provenzano, perché non doveva esser messa in discussione la strategia di sommersione che il latitante aveva imposto a Cosa nostra’’, ha detto Di Matteo, che ha ripercorso in aula le sentenze assolutorie di Mori e del colonnello Mauro Obinu, segnalando un comportamento “caratterizzato da anomalie, negligenze e slealtà nei confronti dell’autorità giudiziaria’’, e bacchettando i giudici di quei processi (“non hanno trovato il coraggio di trarre le conseguenze dovute’’). Vicende che coinvolgono la latitanza di boss a un passo dalla cattura, che però non avviene: “Riina, Santapaola e Provenzano. Il protagonista è sempre uno: Mori. Non un ufficiale qualsiasi, uno sprovveduto – ha detto Di Matteo – ma lo stesso investigatore che nel ’95 non comunicava le informazioni acquisite del confidente Luigi Ilardo alla Procura di Palermo. Nonché lo stesso ufficiale che poco tempo prima era stato oggetto di una lettera di doglianza di Caselli per la dismissione del servizio di osservazione del covo di via Bernini dopo la cattura di Riina. Si può credere che sia incorso nello stesso errore contestatogli dal procuratore di Palermo col quale era da sempre in ottimi rapporti?’’.

E alla fine Di Matteo cita la telefonata con cui De Donno, il 9 marzo 2012, si congratula con Dell’Utri per l’annullamento con rinvio del suo processo deciso dalla Cassazione: “Pronto, senatore come sta?’’. “Caro colonnello, ogni tanto qualche persona perbene si trova… mi fa piacere la sua telefonata’’. “I due si organizzano per cenare insieme – chiosa Di Matteo – e il dato dimostra un collegamento politico tra segmenti diversi della stessa trattativa”. “Costruzioni fantasiose e assolutamente sganciate dalla realtà”, replicano i difensori di Dell’Utri fuori dall’aula. Si riprende il 1° febbraio con le parti civili.

 

Marcello Dell’Utri

Trattò con Provenzano per conto dell’ex Cav.

Accusato di violenza o minaccia a corpo politico. È l’interlocutore del boss Provenzano nella seconda parte della trattativa, quando sostituisce don Vito Ciancimino nel ruolo di mediatore del dialogo Stato-mafia. Per i pm, attraverso i suoi incontri con i boss Vittorio Mangano e Giuseppe Graviano, si fa portatore degli interessi di Cosa Nostra fino al cuore delle istituzioni, veicolando il ricatto stragista a Silvio Berlusconi, che nel maggio del ’94 si insedia a Palazzo Chigi. Il risultato è il patto di “non belligeranza” dell’uomo di Arcore con la mafia che si concretizza nei provvedimenti legislativi favorevoli a Cosa Nostra che il governo Berlusconi, nella sua pur breve vita (da maggio a dicembre ’94) adotta per scongiurare il pericolo di nuove stragi.

 

Nicola Mancino

Mentì sulle notizie ricevute da Martelli

Accusato di falsa testimonianza. È il ministro dell’Interno che sostituisce Vincenzo Scotti, estromesso dal Viminale, secondo i pm, per il suo zelo antimafia. L’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, dice di averlo informato, nel ’92, delle “iniziative investigative” del Ros che rischiavano di invadere le competenze della Dia. Lui nega tutto e afferma di non aver mai saputo nulla della trattativa. Tra il 2011 e il 2012 attiva un frenetico pressing telefonico su Loris D’Ambrosio, all’epoca consigliere del capo dello Stato Giorgio Napolitano, per “sfilarsi” dall’indagine sulla trattativa. Le lamentazioni di Mancino finiscono in una lettera girata dal Quirinale
alla Procura generale della Cassazione che ipotizza l’avocazione dell’inchiesta, ma Pietro Grasso, all’epoca capo della Dna, ferma la manovra.

 

Mario Mori

Attivò la mediazione di Vito Ciancimino

Accusato di violenza o minaccia a corpo politico. Dopo il delitto Lima, si fa promotore degli incontri con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, per fermare le stragi. Per questa sua iniziativa va in cerca di coperture politiche, ma non avverte mai l’autorità giudiziaria. Nel processo è stata ricostruita la sua carriera nel Sid fino al ‘75 quando viene allontanato per motivi che la Procura di Palermo ritiene di aver individuato in un suo possibile coinvolgimento (mai provato) nell’indagine sul golpe Borghese. Protagonista di controverse vicende investigative (mancata perquisizione del covo di Riina, fuga di Santapaola da Terme Vigliatore, mancata cattura di Provenzano), viene processato e assolto due volte a Palermo. Nel 2001, sotto il governo Berlusconi, diventa capo del Sisde.

 

Leoluca Bagarella

Il più fedele interprete della linea stragista

Accusato di violenza e minaccia a corpo politico. Cognato di Totò Riina, è con Brusca il più fedele interprete della linea stragista. I pentiti raccontano che dopo l’arresto del Capo dei Capi, a Provenzano che era perplesso sul proseguimento dei piani sanguinari, disse: “Se non sei d’accordo, prendi un cartellone, afferra un pennello e ci scrivi: io non so niente”. A lui, come mandante, si deve l’iniziativa degli attentati di Firenze, Roma e Milano che nel ’93 gettarono nel caos lo Stato.

 

Antonio Cinà

Recapitò il “papello” del boss dei boss

Accusato di violenza o minaccia a corpo politico. È il cosiddetto “postino” del papello. Medico di Totò Riina, è l’uomo al quale il Capo dei Capi consegna l’elenco delle richieste da far avere al Ros. Il dichiarante Pino Lipari racconta che Cinà voleva sfilarsi dall’incarico, ma che Vito Ciancimino lo costrinse, dicendogli: “Lei è responsabile di questa cosa”. Anni dopo il pentito Giuseppe Di Giacomo, racconta che in carcere il medico gli confidò che “i suoi guai derivavano tutti dal papello”.

 

Giovanni Brusca

Per primo accennò al “dialogo” (prescritto)

Accusato di violenza o minaccia a corpo politico. Boss di San Giuseppe Jato, vicinissimo a Riina e poi a Bagarella. Fu il primo, nel ’96, a parlare di trattativa dicendo che, dopo Capaci, Riina euforico gli confidò a proposito delle istituzioni: “Si sono fatti sotto”, e gli disse: “Gli ho fatto un papello così”). Ha raccontato che “la sinistra sapeva” delle stragi, e ha detto che Mancino era il “terminale politico”. La Procura ha chiesto per lui la prescrizione date le attenuanti per la collaborazione.

 

Massimo Ciancimino

Calunniò De Gennaro, raccontò tutto ai pm

Accusato di calunnia verso l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e associazione mafiosa (quest’ultima prescritta per la Procura). Parlò ai pm della trattativa. Tra Capaci e via D’Amelio, viene contattato da De Donno desideroso di incontrare suo padre don Vito per fermare le stragi. È lui che raccoglie da Cinà il “papello” di Riina e lo consegna al padre che lo giudica “irricevibile”. È lui a consegnare ai carabinieri le mappe fornite da Provenzano per individuare Riina nel ’93.

 

Giuseppe De Donno

Mandato ad agganciare il figlio di don Vito

Accusato di violenza o minaccia a corpo politico. Ex ufficiale del Ros, ha agito sempre in base alle direttive di Mori. È il carabiniere che nel ‘92, con i gradi di capitano, aggancia Massimo Ciancimino e tramite lui ottiene il via libera agli incontri con il padre don Vito. È presente, con l’ufficiale Sergio De Caprio alias capitano Ultimo, nella vicenda della sparatoria di Terme Vigliatore, che nel ‘93 provocò la fuga di Nitto Santapaola, all’epoca latitante e nascosto nella zona. Negli anni successivi segue Mori al Sisde.

 

Antonio Subranni

Il primo capo del Ros, superiore di Mori

Accusato di violenza o minaccia a corpo politico. Generale ed ex comandante del Ros, nel ’92 è il diretto superiore di Mori. Ai pm ha detto che non fu informato della trattativa, ma in Antimafia ha ammesso di aver saputo – anche se a posteriori – che Mori, dopo Capaci, faceva la spola tra Roma e la Sicilia per incontrare Vito Ciancimino. Borsellino confidò alla moglie che era “punciuto”, per questo è stato indagato e poi archiviato dalla Procura nissena per concorso in associazione mafiosa.

Il padre andò in Bosnia e il figlio è in Siria: il jihad è di famiglia

Padre, madre e figlio maggiore, tutti accusati di una pericolosa radicalizzazione islamica a Milano. Erano esclusi solo il figlio 22enne e la figlia 20enne. Secondo Claudio Ciccimarra, capo della Digos di Milano, che ieri ha spiegato l’operazione “Talis pater…” che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Sayed Fayek Shebl Ahmed, un ex mujaheddin di 53 anni che ha combattuto in Bosnia, e del figlio 23enne Saged Sayed Fayek Shebl Ahmed, attualmente in Siria. “Durante le intercettazioni nella loro casa di Fenegrò (Como) è emerso in molte conversazioni il passaggio di testimone generazionale, con il padre che spinge il figlio a combattere in Siria per purificarlo”. In una registrazione a disposizione degli inquirenti il padre ha affermato che “un figlio combattente vale più di cento preghiere”. Il figlio maschio minore, invece, era definito dal padre “un cane” perché frequentava ragazzi italiani e voleva vivere come loro. Per la madre, Halima, è stata disposta l’espulsione per motivi di sicurezza pubblica.