Crociata contro i magistrati che “esternano”

È stata una cerimonia all’insegna della prudenza istituzionale quella che si è svolta ieri nell’aula magna della Cassazione per la consueta apertura dell’anno giudiziario. Né il neo presidente Giovanni Mammone né il neo procuratore generale Riccardo Fuzio hanno parlato di corruzione, di mafia, di una materia sensibile come le intercettazioni davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al ministro della Giustizia Andrea Orlando e al vicepresidente del Csm Giovanni Legnini. Entrambi si sono concentrati sulla deontologia dei magistrati e Fuzio, in particolare, ha chiesto un nuovo illecito disciplinare contro le esternazioni dei magistrati. Lo stesso Fuzio, ma nella relazione scritta, dedica un passaggio di “apprezzamento” per la riforma Orlando sulle intercettazioni.

È il neo Pg, come si diceva, che invoca una “tipizzazione” dell’illecito disciplinare contro magistrati non solo se parlano di indagini in corso ma anche se esprimono opinioni: “Le critiche politiche, le manifestazioni ideologiche, le dichiarazioni a commento delle iniziative del potere politico o governativo, pur se svolte in modo occasionale, possono creare un concreto pericolo di confusione dei ruoli, quello pubblico di magistrato e quello di cittadino, ed ingenerare così nella collettività il convincimento – non importa se erroneo – che l’attività istituzionale del magistrato sia stata condizionata, se non guidata, dalle opinioni personali”. Un passaggio della relazione sembra una stoccata ai pm di Napoli, Woodcock in testa: il pm deve “svolgere indagini nel modo più ampio possibile” esercitando “responsabilmente i poteri di direzione delle indagini e delle forze di polizia (instaurando con esse un rapporto istituzionale, non personale e privilegiato)” e deve archiviare “quando gli elementi acquisiti non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio”.

È sempre il Pg che ha registrato “la progressiva percezione di arretramento dei valori di deontologia che accomuna non solo le magistrature ma anche la classe forense”. Nel 2017 i magistrati finiti sotto procedimento disciplinare sono 156 (163 nel 2016). Il 47,6% delle incolpazioni è per violazioni del dovere di correttezza. Quanto alla prescrizione è “ un nervo scoperto”, la riforma è “parziale”.

Il presidente Mammone si è concentrato sugli “obblighi deontologici” dei magistrati che devono essere “di misura e moderatezza, per preservare la loro immagine di terzietà non solo nell’ambito istituzionale ma anche nella vita privata e nei rapporti con i mezzi di comunicazione”. La prima preoccupazione per Mammone è quella delle fake news, mai messe in rilievo da suoi predecessori: “Il fenomeno può essere contrastato validamente, oltre che con le tradizionali forme di tutela giudiziaria, con la prevenzione, deve incrementarsi la conoscenza delle fonti di abuso” attraverso “un appropriato monitoraggio”. Al secondo posto c’è il femminicidio “di notevole allarme sociale” e poi c’è il bullismo: “allarmante fenomeno di aggressioni violente e immotivate”.

“Così ho incassato la maxi-rata della tangente per il senatore ”

Marco Lelli, il dirigente uscente dell’Astral, società che si occupa delle strade della Regione Lazio, è stato convocato ieri dai pm romani. L’ex manager si è autodenunciato prima all’azienda e poi ai pm per avere chiesto tangenti in parte girate (a suo dire dal 2010 al 2012) al senatore Francesco Aracri di Forza Italia e a Serenella Ferrantini, compagna di Aracri e dirigente di Astral. Aracri smentisce le dichiarazioni “di una persona che conosco da anni e che, forse, mi rimprovera di non aver sostenuto politicamente le sue discutibili ragioni nei confronti dell’azienda che l’ha licenziato per gravissime condotte: tentata violenza sessuale”, processo chiuso in Cassazione con la prescrizione. Invece l’amministratore unico di Astral, Antonio Mallamo, precisa che “l’azienda ha immediatamente aperto i procedimenti disciplinari a carico dei dirigenti citati”, tra cui la compagna di Aracri. Inoltre ha provveduto il 18 gennaio, 48 ore dopo, al deposito in Procura della denuncia di Lelli.

Lelli, il senatore Aracri sostiene di non aver mai parlato di cartelli e di non aver preso un euro.

Lei ha ascoltato la registrazione e mi pare chiaro che Aracri parla di cartelli e non solo di quelli.

Le parole necessitano di chiarimenti. Lei, ad esempio, dice: “Di questi 300 ieri ne sono arrivati 97 e 5… man mano che noi facciamo le ricollocazioni… di qui a sei mesi arrivano altre due piotte”. Poi dice la frase: “Questi sono 65”. Che vuol dire?

Lo spiego nella mia autodenuncia. Dal 2010 fino a quando Serenella Ferrantini ha lavorato nella mia area in Astral, ho ricevuto tangenti che ho diviso con lei e con Aracri. Nella conversazione spiego al senatore il meccanismo della raccolta. Ero andato a chiedere a tre società del settore la prima maxi-rata di una mazzetta di 300 mila euro complessiva. Era di 97 mila e 500 e io l’ho chiesta alle società prima dell’approvazione del piano di collocamento dei cartelli da parte del Cda di Astral. Quel giorno ho dato ad Aracri 65 mila euro. Il resto l’ho tenuto io.

E cosa sono “le due piotte”?

Sono i 200 mila euro che sarebbero arrivati, in piccole rate, dopo l’installazione dei cartelli. Alla fine però le aziende hanno pagato molto meno: in tutto circa 150 mila euro. Le piccole mazzette prese dopo le ho consegnate alla collega Ferrantini fino a quando lei ha lasciato Astral, a maggio 2012.

Sono accuse gravi che tutti i protagonisti smentiscono. Perché le imprese avrebbero pagato?

Oltre allo sblocco del piano, che riguardava tutti, queste tre sarebbero state favorite nel posizionamento dei cartelli.

Dopo aver detto “questi sono 65” lei dice ad Aracri: “Se tu vai da Malcotti, sei così carino da dirgli che l’operazione l’ho fatta io eheheh”. Cosa vuol dire?

Come scrivo nella mia autodenuncia, mi era stato riferito da Aracri che lui avrebbe girato metà dei 65 mila euro all’allora assessore ai trasporti Luca Malcotti, Pdl, competente su Astral. Chiedevo ad Aracri che gli riferisse il mio ruolo nella raccolta dei soldi. Poi ho scoperto che Malcotti non c’entrava nulla. Quando gli accennai la cosa, nel 2013, cadde dalle nuvole.

Nella registrazione il discorso è poco chiaro. Aracri le risponde solo con la frase: “Lo vedi che quando le cose si fanno funzionare hai la prova di quello che t’avevamo detto mesi fa?”.

Aracri mi sta facendo capire che lui avrebbe rivendicato con Malcotti che il sistema aveva dato i suoi frutti. Ma ripeto non era vero. Malcotti non sapeva nulla.

Aracri ci ha detto che lui non si occupa delle società autonome come Astral

Però quel giorno mi spiega che aveva trattato con la componente degli ex Forza Italia le nomine di Cotral e Astral. In più usa parole dispregiative sul direttore generale di Astral, Daniele Lucci, e dice che può ‘tenere per le palle’ l’allora direttore Claudio Di Biagio. Discute con me del bilancio e persino di un piano per i distributori di benzina.

Aracri dice: “Ho acchiappato sia Cappuccino che Biava a proposito de ’sti cartelli che mi diceva Serena”. Che vuol dire?

Dice di aver parlato dei cartelli con la sua compagna e poi di essere andato a chiedere a Cappuccino, come tutti chiamano Pietro Di Paolantonio (ex An, allora assessore all’ambiente) e a Francesco Biava, allora deputato Pdl, se poteva interessare l’operazione dei cartelli. Aracri però dice anche che ‘Cappuccino’ gli aveva detto che a loro l’operazione non interessava affatto. Ed era vero. Loro non c’entrano.

Perché parla dopo 7 anni?

Sono stato trattato molto male dalla società e poi dopo il tumore non volevo andare avanti così. Ora mi sento più leggero, anche se non so se vedrò gli effetti della mia denuncia.

Bossi corre a Varese (ma tutto è in bilico fino a lunedì)

Umberto Bossi sarà capolista della Lega a Varese nel listino bloccato per la quota proporzionale di Palazzo Madama. Così avrebbe deciso Matteo Salvini ma non è detto che prima di lunedì, giorno in cui devono essere presentate le liste, il segretario non cambi idea. Sono troppi i fronti aperti tra i due. La decisione di Salvini di dare vita in gran segreto a un nuovo partito lo scorso 14 dicembre, ha esasperato i già precari equilibri interni tanto che su Salvini pende un ricorso in tribunale per la legittimità delle primarie e un esposto al Ministero dell’Interno per privarlo dei poteri di segretario della Lega Nord. Non solo. I militanti del vecchio Carroccio si sono dati appuntamento per le 11 di questa mattina davanti alla storica sede di via Bellerio a Milano per protestare contro Salvini e il suo nuovo partito “Lega per Salvini premier”. Sono già state stampate delle magliette e altri gadget contro il bisegretario considerato “traditore del Nord”. Per questo non è detto che il Senatùr riesca a placare gli animi della minoranza leghista.

E Lady Mastella si guadagna un seggio sicuro in Senato da B.

C’è anche Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella, tra le candidature di Forza Italia alle Politiche. L’ex presidente del Consiglio regionale campano, infatti, sarà in lista a Benevento (dove il marito è sindaco) all’uninominale e al proporzionale per il Senato: è il prezzo che il buon Clemente ha strappato per appoggiare “Noi con l’Italia”, cioè la quarta gamba del centrodestra con cui Mastella ha stretto un accordo ufficiale.

Altra new entry del partito berlusconiano è Fabio Franceschi, patron di Grafica Veneta, che correrà nel listino proporzionale in un collegio blindato in Veneto. Nomi che entrano ed escono dall’elenco che la task force forzista sta mettendo a punto in quel di Arcore. Ghedini, Valentini, Giacomoni, Tajani, Ronzulli, Romani e Brunetta sono alla stretta finale, le liste vanno presentate entro le ore 20 di lunedì. Ingressi e cancellazioni si susseguono vorticosamente.

A far discutere, nelle ultime ore, è la candidatura di Nicola Bruno, figlio dell’ex parlamentare Donato Bruno (morto due anni fa), in un collegio in Salento. Le polemiche riguardano l’opportunità di candidare il giovane Bruno dopo il patteggiamento a 8 mesi nel processo sulle baby squillo dei Parioli. E non è il solo nome imbarazzante: un altro di quelli sotto esame in questo momento è quello di Michaela Di Donna, cognata del sindaco di Foggia, città dov’è candidata. È di queste ore la notizia della perquisizione a casa di suo padre Massimino Di Donna, indagato per un’inchiesta su appalti truccati.

Se da una parte si regista il violento attacco di Giovanni Toti contro i candidati “paracadutati”, anche sul resto i malumori non mancano. “Si sta dando poco spazio al ricambio e a chi si è fatto il mazzo per fare largo a uscenti bolliti e traditori appena rientrati”, racconta una fonte.

In Calabria i partiti danno il peggio di sé

Nico Stumpo prende tutto e resta solo con le quarte e le quinte linee. In Calabria c’è già chi lo chiama il distruttore delle ultime speranze della sinistra. Ha imposto la sua doppia candidatura nei due listini proporzionali alla Camera. Liberi, uguali e scontenti. Gli altri candidati, infatti, si sono tirati indietro: “Faremo la fine della lista Arcobaleno – dicono – Ci stiamo suicidando. È un’operazione di bassa lega per proteggere Stumpo”.

Fuori tutti quindi. A partire da Giannetto Speranza, l’unico sindaco di Lamezia Terme a non essere sciolto per mafia, e dallo scrittore Santo Giuffré, anima della sinistra nella Piana di Gioia Tauro. Si è fatto da parte pure il professore Nicola Fiorita, che era stato candidato alle comunali di Catanzaro, e il sindaco di Cinquefrondi Michele Conia che è pure dirigente nazionale di LeU. Doveva essere lui il capolista alla Camera nel collegio “Calabria Sud” ma quel posto lo ha preteso Nico Stumpo, bersaniano di ferro e, all’attivo, nessun giorno di lavoro che non sia legato a incarichi di partito.

È un calabrese a “intermittenza”. A parte le sue origini crotonesi, più a sud di Cosenza lo si vede solo nei periodi elettorali. Cinque anni fa con il Pd, oggi con Piero Grasso: le liste le decide lui. Tutti gli altri? Sono “liberi” sì, ma di andarsene. Uguali? Neanche a parlarne. A stento, Sinistra italiana è riuscita a candidare al Senato il segretario regionale Angelo Broccolo, ma ha perso i referenti locali che si sono autosospesi per protesta contro Stumpo.

Se lui se ne è andato dal Pd, c’è chi ha visto scomparire il suo partito e si adegua. Con la Lorenzin e sotto il fiore “petaloso” del suo simbolo, infatti, correrà in Calabria l’uscente Rosanna Scopelliti che 5 anni fa aveva definito “imprudente” la scelta di sciogliere per mafia il Comune di Reggio. D’altronde era stata candidata con il Pdl per volere dell’ex sindaco Giuseppe Scopelliti. Oggi si trova nella stessa coalizione del Pd che, all’epoca, aveva auspicato il provvedimento dell’ex ministro Cancellieri. Più o meno lo stesso percorso del senatore Nico D’Ascola, capolista al senato di “Civica popolare”. Prima di presiedere la Commissione giustizia, in quota Ncd, D’Ascola è stato l’avvocato di Berlusconi e dell’ex presidente della Regione Scopelliti che, condannato in Appello a 5 anni di carcere nel processo “Fallara”, ha aderito al “Movimento nazionale per la sovranità” e ha chiuso un accordo con la Lega di Salvini per candidare al Senato il suo ex assessore comunale Tilde Minasi.

E se il Pd è ancora in alto mare con le candidature, un po’ di confusione si registra anche in casa del Movimento 5 Stelle. Ieri è uscita la notizia che Di Maio candiderà al Senato l’imprenditore e testimone di giustizia Gaetano Saffioti. Per lui è pronto il collegio Reggio-Gioia Tauro, ma lo stesso Saffioti, pur apprezzando l’offerta, sostiene di non avere ancora accettato per non dire che ha rifiutato. Da anni vive sotto scorta per aver denunciato i boss che ora lo vogliono morto. Lui resiste e resta in Calabria. “Mi ci vedi a me a chiedere i voti?”. È il suo unico commento.

M5S, mannaia sulle liste. Ed è caccia al dissidente

Te le do io le liste. Perché dove un tempo era tutto un clic, ora fioriscono esclusi ed è un discreto caos. Con candidati che non hanno presentato uno straccio di documento. E altri che, visto il piazzamento, non potranno mai entrare nei Palazzi e allora si sono ritirati. Poi ci sono loro, gli iscritti con tutte le carte in regola, ma su cui è piovuta l’accusa di essere possibili dissidenti. E allora fuori tutti, senza contraddittorio e senza spiegazioni. “Le nostre liste sono provvisorie, escluderemo le persone che non ci convincono” scandisce Luigi Di Maio, candidato premier e capo politico del M5S, che in base al nuovo regolamento può cambiare gli elenchi fino all’ultimo minuto utile, ossia fino al loro deposito al Viminale, lunedì prossimo.

Ma già ieri il suo staff ha rivoluzionato le liste in mezza Italia e anche nei collegi esteri, togliendo, spostando e aggiungendo. Un domino che ha lasciato a casa tanti candidati in prima e seconda posizione, quindi in rampa di lancio per entrare in Parlamento. Però la tagliola a 5Stelle ha colpito e colpirà ancora, perché i controlli continuano come le segnalazioni (delazioni) incrociate, sport assai praticato nel mondo grillino. Con un rischio a medio termine, quello dei ricorsi. E un altro immediato, quello di buchi negli elenchi. Anche perché c’è sempre la regola dell’alternanza di genere con cui fare i conti (non si può superare il 60 per cento di uomini o donne nei collegi). E il tempo è pochissimo. La certezza è che, dopo la robusta scrematura prima della Parlamentarie (tra i 4mila e i 5mila esclusi), la temperatura nel M5S è tornata alta. Innanzitutto a Roma, dove le liste sono cambiate parecchio.

Ne sa qualcosa l’avvocato Antonella Sassone, lucana di 37 anni, piazzatasi seconda in un collegio per la Camera della capitale. Ma mercoledì sera, racconta al Fatto, ha scoperto di non essere più in lista: “Oggi (ieri, ndr) sono andata a parlarne con uno dei due referenti romani, l’europarlamentare Fabio Massimo Castaldo e mi ha detto che a mio carico c’erano diverse segnalazioni, tra cui una che mi accusa di essermi candidata per l’Italia dei Valori. Ma io ho fatto solo attivismo per l’Idv, e l’ho scritto nel curriculum”. Dal Movimento fanno notare che Sassone è stata vice-responsabile per Roma del movimento l’Italia dei diritti. Ma non pare un fatto ostativo. Mentre è curioso il caso di Vittoria Baldino, anche lei candidata alla Camera, tolta e poi reinserita, ma in un collegio diverso.

Però contano soprattutto i nomi saltati. Come Gedorem Andreatta, consigliere a Marostica (Vicenza) estromesso dal suo collegio in Veneto (dove era secondo) perché era stato il proprietario di un albergo che accoglieva profughi. Fuori della liste per il Senato anche la calabrese Maria Pompilio, che avrebbe pagato il passato nell’Udc del marito (ma era solo quarta). Ma i cambi coinvolgono anche la Lombardia, “una delle regioni dove c’è più confusione” raccontano. E in questo a casa a saltare è stata Raffaella Loforte, candidata per Montecitorio. “Ci sono stati problemi sulla residenza” fa sapere il deputato Manlio Di Stefano, capolista sopra Loforte, che ora si trova al secondo posto l’attivista Valentina Centonze, spostata da un altro collegio. Ma tra sospetti e documenti che non sono arrivati, la falcidia ha toccato anche i collegi esteri. Così, niente candidatura nel collegio Europa per il Senato per Maria Cristina Gervasi, medico legale residente in Svizzera, e per Rosario Magro, eletto nella circoscrizione America meridionale. E nel gioco dell’oca c’è chi è stato spostato da un continente all’altro. Ma Di Maio non fa una piega, mentre filtrano altri nomi di esterni candidati nei collegi uninominali.

Al Sud il M5S punterà forte su tre testimoni di giustizia. I primi due sono imprenditori calabresi, che si ribellarono alla ‘ndrangheta: Gaetano Saffiotti, che correrà proprio in Calabria, e Pino Masciari, in lista in Piemonte. In Sicilia invece correrà Piera Aiello, che denunciò gli assassini del marito Nicolò Atria, figlio del mafioso Vito, ucciso nel ristorante della donna nel 1991. In lista con il M5S anche il chirurgo e ricercatore romano Pierpaolo Sileri, che denunciò pressioni da parte del rettore dell’università di Tor Vergata. Infine, a Ferrara sarà candidato l’ex pretore a ImolaEzio Roi, mentre a Ravenna ci sarà l’avvocato David Zanforlini, presidente dei centri di azione giuridica di Legambiente

Stipendi a rischio, le 7 domande del Cdr di Askanews ad Abete

Stipendi a rischio per i 130 l’agenzia di stampa Askanews, controllata da Luigi Abete. Il comitato di redazione ha rivolto 7 domande all’editore. 1. Che fine hanno fatto i 10 milioni della ricapitalizzazione di TMNews lasciati da Telecom nel 2008? 2. Dove sono finiti gli investimenti promessi alla fusione di Asca e TMNews? 3. Nei soli ultimi 4 anni i giornalisti sono stati chiamati a contribuire per oltre 4 milioni di euro, con accordi di solidarietà e cassa integrazione, perché l’editore non fa la sua parte? 4. Perché in una fase critica per la liquidità l’azienda ha deciso di ingessare, con un’operazione infragruppo, 2,2 milioni di euro nell’acquisizione del 19% della rivista Internazionale? 5. Le risorse impiegate negli ultimi anni per rafforzare il commerciale hanno fatto crescere il fatturato dell’agenzia o si sono rivelate unicamente un costo? 6. Come concilia l’editore la scelta di minacciare il mancato pagamento degli stipendi per i servizi già resi con le sue pubbliche prese di posizione a favore di un’imprenditoria socialmente responsabile? 7. All’editore di quella che fu l’Asca (Agenzia della stampa cattolica associata) vogliamo ricordare l’appello fatto dal Papa agli imprenditori a non “confondersi con lo speculatore”.

Milano, il convegno sulla Costituzione di Libertà e Giustizia

“Sana, robusta e più viva che mai”. Per festeggiare i 70 anni della Costituzione, mercoledì 31 gennaio Libertà e Giustizia ha organizzato un dibattito a Milano, nella sala Alessi di Palazzo Marino, la sede del Comune. Modera Albarosa Raimondi, partecipano il presidente emerito di Anpi Carlo Smuraglia, il giornalista del Fatto Gianni Barbacetto, Vittorio Agnoletto, Gino Strada, la storica dell’arte Anna Torterolo, l’ex magistrato Gherardo Colombo e la docente Roberta De Monticelli. Ognuno degli interventi sarà dedicato a una parte della Costituzione o a un suo articolo specifico – dai “principi e valori”, all’art. 21 (“La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”), all’articolo 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”), all’articolo 11 (“L’Italia ripudia la guerra”). L’obiettivo, come da titolo, è ricordare l’ “Attualità della Costituzione Repubblicana” a settant’anni dall’entrata in vigore (il 22 dicembre 1947) e a poco più di un anno dal referendum che ne ha preservato l’integrità dal tentativo di riforma del governo Renzi.

Il “paracadute”: ultimo vitalizio per smontare l’elettore

Non è un candidato ma un paracadutato. Il paracadute è il nuovo simbolo della classe dirigente: più si è in alto nella gerarchia del potere più si aprono ombrelli di riparo affinchè nessuno dei maggiorenti risulti escluso dall’elezione, fatto fuori dai giochi. Non c’è un leader finora, di nessun partito, che abbia rinunciato alla doppia candidatura, con numerosi e spassosi fenomeni di triple e quadruple esposizioni al voto finto, alla scelta che non sceglie, all’elettore che non elegge, alla conta che non conta un bel niente essendo vietata la scelta. Al massimo è concesso di votare il partito (ma con le coalizioni anche i simboli sono di carta velina). Pacchetti chiusi, prendere o lasciare. Il paracadute è dunque il nuovo vero vitalizio della politica: l’iscrizione in uno o più listini proporzionali produce – ope legis – l’elezione. Sul giornale leggete ogni mattina le cronache marziane di leader nascosti ovunque, trasferiti da Nord a Sud, celati alla vista: meno si sa e meglio è. Congiunti di forza al candidato del maggioritario, lui solo – spesso peone – a giocarsi il tutto per tutto.

Nella perfidia del Rosatellum, che promette di non far vincere nessuno, c’è anche l’odioso inganno, lo ripetiamo, di far credere libero un voto obbligato, chiedere alla gente di contare senza che la conta esista, di scegliere senza poter scegliere. In questo la nuova legge elettorale supera perfino il grado di iniquità promossa dal Porcellum che almeno nel nome mostrava il suo vero volto.

Ancora qualche ora ci separa dalla chiusura delle liste, ancora qualche ombrello da aprire, qualche altro da chiudere per il mondo nuovo che verrà. Deputati mai, solo paracadutati.

Focus: tutto cominciò negli ‘80

La prima volta della Repubblica, nel 1948, alle urne si presentò praticamente l’Italia intera: 92,23 per cento. E cinque anni dopo, si toccò quota 93,84 per cento. Il numero di cittadini che decideva di non partecipare alle elezioni è rimasto di fatto invariato (e irrisorio) nel ventennio successivo. Nel 1958 l’affluenza è del 93,83 per cento, nel 1963 tocca il 92,89 per cento, numeri confermati nelle successive tornate: nel 1968 siamo al 92,79 per cento, nel 1972 al 93,19 per cento, nel 1976 al 93,39 per cento mentre nel 1979 scende 90,62 %.

È con l’arrivo degli anni Ottanta che la curva della partecipazione al voto comincia ad invertire la rotta: nel 1983 siamo al 88,01 per cento e nel 1987 al 88,83. La tendenza prosegue nel decennio successivo, quello che comincia con Tangentopoli: nel 1992 va a votare l’87,35 per cento, nel 1994 l’86,31 fino al 1996, anno in cui c’è il balzo più significativo: 82,88 per cento. L’astensione, da allora, non accenna a diminuire. E se nel 2001 il calo è ancora contenuto (81,38%) e nel 2006 si registra una leggera inversione (l’affluenza risale al 83,62%), nel 2008 si scende al 80,51 per cento e nel 2013 si precipita addirittura al 75,20 per cento: tradotto in cifre, alle ultime elezioni politiche, ci sono stati più di dieci milioni di persone che non hanno esercitato il loro diritto/dovere.