“Io non voto”. Il partito degli astenuti: iscritto un italiano su tre

Saranno oltre 16 milioni gli italiani che rifiuteranno la scheda. È una marea che monta. Questo nuovo popolo di invisibili ora sembra attestarsi intorno al 35 per cento, sempre che i sondaggi raggiungano la dimensione della realtà. È una democrazia col cappio alla gola, infragilita dalle delusioni, esposta al vento della disperazione e del rifiuto. Metà e oltre degli under 25 non sa che farsene delle urne, nel senso che non rappresentano neanche una questione aperta: andare al seggio o restare a casa. Proprio non esiste questa eventualità, lontani dalla seppur minima curiosità verso chi governerà la loro vita, il loro destino, la loro salute.
I votanti, come i telespettatori, avanzano nell’età. Le file ai seggi si incanutiscono anche se l’assenza si fa visibile pure tra gli adulti, maggiormente tra coloro che hanno perso un lavoro e non lo trovano più se non trasformato in una moderna servitù a partita Iva. Alle elezioni politiche le cifre appaiono perfino mitigate rispetto alla diserzione di massa vista in alcune precedenti tornate amministrative.
La più triste campagna elettorale è dunque doppiata dalla tristezza e dalla protesta di chi – come ultima istanza – non trova che la rinuncia a scegliere, il rifiuto a farsi contare come destino possibile. Le promesse non mantenute, l’alto livello di corruzione, la cattiva reputazione che avvolge il mondo della politica producono fenomeni diffuse di eutanasia elettorale.
Per molti questa è l’ultima trincea: venute meno le bandiere e gli ideali, segnare la propria individuale scelta di diversità e di contestazione rappresenta la propria identità rispetto a quel che è e non si vorrebbe che fosse. Ne farà le spese più la sinistra che la destra e per la prima volta verificheremo come la malattia avanzi dappertutto, tra le classi sociali e nell’intero territorio nazionale.
Domanda: è questo il risultato atteso o forse, e purtroppo, sperato?

 

Gli invisibili che il 4 marzo non andranno a votare. Ecco alcune delle loro voci.

 

PAOLO ARCURI

Operaio

Io e mia moglie da soli: costretti a fare la valigia

Ero operaio edile fino a poco tempo fa, fino a quando l’artrite reumatoide mi ha colpito alle mani, lasciandomi disoccupato. Devo ringraziare mia moglie che da quaggiù, io vivo in Calabria, in provincia di Catanzaro, ha accettato il lavoro in Friuli, da precaria della scuola. Si è portata la figlia più grande, mentre io accudisco la piccola. Quali speranze ho? Cosa immagina per me la politica? Non c’è nessuno che si accorga di te, delle tue difficoltà. Chi governa ha perso anche in questi luoghi, anzi specialmente in questi, ogni relazione con la vita, le sue esigenze, la sua pratica quotidiana. La politica ha desertificato i paesi, umiliato il lavoro, distrutto l’ambiente. La sinistra non si unisce e si comporta come la destra, non è vicina ai cittadini, non discute più, non crede nella mutualità, nella solidarietà. E io che ho quella idea in testa, quella bandiera in testa cosa posso fare se non astenermi?

 

MARINELLA TEDESCHI

Funzionario pubblico

Non ci è rimasto neanche Davide contro Golia

Non è la prima volta che mi succede. Altre volte ho rinunciato a scegliere e a “contare”. Che verbo truffaldino! Non contiamo, questa è la verità. Non contiamo nulla. Vivo al Sud e so che il voto di preferenza era dominato dai soliti noti. Ma almeno c’era la possibilità di sfidarli, di sostenere Davide contro Golia, si poteva almeno tentare di far deviare i voti sul candidato degno. Hanno negato persino quella modestissima concessione, il potere ha scelto di esprimere brutalmente il suo dominio. E allora io non voto, non faccio finta di scegliere. Grazie, ma ho già dato.

 

GIOVANNI PETRONIO

Disoccupato

Che ingenuo, sognavo la sinistra (ma non c’è)

Provo un senso di disgusto. Un potere così aggressivo, intimamente corrotto e distante dalla società non s’era mai visto prima. Sarò un ingenuo, perciò ho fatto cose da ingenui. L’anno scorso ho preso la tessera del Pd, pentendomene subito dopo. Io credo che questo partito, per poter rinascere, abbia bisogno di perdere e tanto. Solo una debacle totale potrà imporgli la necessità di una pulizia da cima a fondo. Il Pd deve ritrovare l’importanza del gruppo, l’idea che il noi è meglio dell’io, anzi il noi è il nemico giurato dell’uomo solo al comando. Mi astengo perché non so chi scegliere. I Cinquestelle hanno debolezze strutturali, si comportano come un’entità chiusa, insondabile. Berlusconi è mummificato ormai, però dà l’impressione dell’usato sicuro. Mia nonna diceva che il potere, con la Costituzione, era stato dato al popolo e che bisognasse sempre votare comunista. Quel simbolo non c’è più, io lascio.

 

SILVIA SCAPELLATO

Imprenditrice agricola

Ci vorrebbe un Churchill, noi siamo asserviti

Parto da una considerazione che ho fatto dopo aver visto il film L’ora più buia. La fierezza e la dignità di un uomo come Churchill e del popolo inglese nel rifiutare ogni tipo di accordo con Hitler. Churchill che definisce Mussolini un lacchè. Ecco. Noi italiani siamo asserviti. Ho votato di tutto, dai radicali al partito dei pensionati, alla Rete di Claudio Fava – ve la ricordate? – e pure i grillini. Mi sono dovuta ricredere anche su loro, hanno mostrato poco spessore culturale e istituzionale. Roma credo lo dimostri ampiamente. Il quadro odierno è disarmante, l’Italia sembra un Paese da chiudere. Forse perché non abbiamo avuto una Rivoluzione ma solo la Resistenza. È un Paese che abbindoli con poco e la politica l’ha capito. Non c’è un’idea, una speranza. Io non voto.

 

LUIGI MANNINI

Web content

Un cenacolo di filosofi lontano dalle persone

Sono un precario a partita Iva. Credo che la sinistra sia definitivamente tramontata e questo disastro lo vivo con un’angoscia particolare. Possibile che Liberi e Uguali dopo aver fatto tutto quel bordello contro Renzi oggi parli di una possibile apertura e di una futura alleanza di governo? La politica non è una questione di simpatia personale, di invidia e di ripicche, io l’ho sempre intesa come comune senso della vita che lega me a te e a quell’altro. Così si forma un’idea e da quell’idea nasce un popolo. Ora invece vedo che la destra è molto radicata nei quartieri popolari, la sinistra pare soltanto un cenacolo di filosofi. Avevo immaginato di dare il mio voto a Potere al popolo, ma nemmeno loro mi convincono.

 

IPPOLITA LUZZO

Blogger

È solo un mercato, per questo resistiamo

Al mio paesino i voti si comprano e si vendono. È un mercato che va avanti da anni. Davanti a questo mercato credo che una forma di ultima istanza sia il rifiuto, il non voto. Come Josè Saramago scrisse nel Saggio sulla lucidità, sento amputato un mio diritto ma avverto la necessità di reagire così: non votare è l’ultima forma di resistenza possibile.

 

FRANCESCO DE SIENA

Violinista

Soffro, ma non ho altra scelta: troppo rancore

Ho sempre votato a sinistra: dal Pci fino al Pd. L’ultima volta invece ho dato il voto ai Cinquestelle. Ma sono arrivato alla conclusione che nessuno mi rappresenta. La politica è divenuta solo rancore, nessuno pensa al domani, a quel che bisogna fare per costruire una società migliore. Soffro, ma non ho altra scelta.

 

LUCIA NAITANA

Insegnante

Noi sui banchi fino a 70 anni: ho la nausea

Perché vorrei astenermi? Sono nauseata, non ci sono riconoscimenti per chi crede nei ragazzi, lavoro a scuola con scrupolo ogni santo giorno. È un lavoro che ho scelto con passione e non possa accettare che venga vilipeso così. Andrei a votare solo per chi capisse che obbligarci a stare nelle aule fino a 70 anni è una scelta incivile, indegna. Cosa si insegna a 70 anni?

 

ANDREA ANZIANI

Dirigente d’azienda

Vado al seggio e rifiuto la scheda: mi sento meglio

Ho quasi sessant’anni, e dopo aver votato più volte per i radicali, rimanendone sempre più deluso, ho scelto ogni sigla in funzione “anti destra” e ho ugualmente sempre visto disattese le mie aspettative. Quindi da qualche tornata elettorale mi reco al seggio ma rifiuto la scheda e il 4 marzo tornerò a farlo. So che è un gesto velleitario, ma mi fa stare a posto con la mia coscienza.

Il gran casino di Cateno

Riecco Cateno De Luca. È l’uomo che ha battuto ogni record: è stato arrestato per evasione fiscale appena due giorni dopo la sua elezione con l’Udc all’Assemblea regionale siciliana. Ma è tornato presto in corsa: il Tribunale del Riesame a novembre gli ha restituito i beni sequestrati e cancellato ogni interdizione. Così il nostro si è lanciato in una nuova avventura politica: vuole diventare sindaco di Messina. E non ha fatto mancare il personale contributo alla campagna elettorale, con una proposta che brilla per sobrietà e ambizione: “Se sarò eletto aprirò un casinò al posto del Comune”. La singolare battaglia alla casta politica di Cateno porterebbe innegabili benefici economici: “Vogliamo spostare la sede del Comune – spiega lui – e costruire a palazzo Zanca un casinò per le migliaia di croceristi che arrivano ogni giorno in città e per i siciliani che sono costretti ad andare a Malta o in altri luoghi per giocare”. Una vera seccatura, per gli elettori siciliani: per qualche puntatina alla roulette se ne devono andare fino a Malta. “Se dobbiamo essere una città turistica – argomenta Cateno – dobbiamo cominciare a investire in questo settore, puntando anche su strutture che siano attrattiva per i visitatori. Finalmente il Palazzo Municipale da sempre considerato un casino diventerà un casinò”.

Lorenzin minaccia ancora i democratici: “Alleanza in forse”

La ministra della Salute Beatrice Lorenzin – titolare di una delle “gambe” dell’alleanza di centrosinistra – torna a minacciare Matteo Renzi e il Partito democratico: “Se prendiamo il 3% cambia il film della prossima legislatura e il Pd avrà un alleato forte; diversamente saremmo versatori di sangue al Pd. Se le cose con Renzi vanno male valuteremo se rimanere dentro l’alleanza”. La questione candidature al Nazareno, per la Lorenzin, è ancora “tutta all’aria”. E la ministra vuole essere messa nelle condizioni – probabilmente strappando qualche candidatura nell’uninominale che possa “trainare” il risultato della lista – di poter ambire alla soglia di sbarramento. Nell’intervista con il sito di Repubblica, Lorenzin insiste su questo concetto: “Io ho sempre detto che dovevamo avere le condizioni per fare le liste e correre in modo dignitoso, per ambire al 3%. Se queste condizioni non ci sono, naturalmente questa alleanza viene meno”. È la seconda volta che la lista di Lorenzin, “Civica popolare”, evoca la possibile rottura della coalizione con i dem: era successo anche al momento della scelta del simbolo della lista; alla Lorenzin fu impedito di usare la margherita, già “occupata” dal partito che fu di Francesco Rutelli.

Boldrini contro Salvini: “Che figura, chieda scusa per il fantoccio bruciato”

“Salvini si scusi”. Laura Boldrini se la prende con il segretario della Lega, dopo che giovedì sera un gruppo di militanti del “Movimento Giovani Padani” ha dato fuoco in piazza a Busto Arsizio a un fantoccio raffigurante la presidente della Camera. Boldrini ha commentato l’episodio su Facebook: “Salvini chieda scusa. Non a me, non ne sarebbe capace, ma almeno ai cittadini di Busto Arsizio e a tutti gli italiani per la pessima figura che sta facendo fare al nostro Paese”. Il segretario leghista ha definito invece l’episodio “una sciocchezza”. E ha minimizzato: “Ho chiesto il perché, e mi hanno risposto che lì c’è l’usanza legata all’anno nuovo. Il fuoco può essere tradizione, ma bruciare è un’idiozia“. Anche il leader del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, ha stigmatizzato l’avvenimento: “Stiamo parlando di dare fuoco a un’immagine, si scende sul personale. E quando si scende sul personale non è mai una cosa buona: né per il dibattito, né per il Paese”.

Grasso chiude le liste ma non i litigi: i territori insorgono, Civati non parla

Le liste della discordia sono chiuse: tra polemiche e silenzi, Liberi e Uguali ha trovato la quadra sulle candidature per le elezioni del 4 marzo. La griglia con i nomi – in buona parte anticipati in questi giorni – sarà resa pubblica tra domenica e lunedì. Il prezzo politico dell’operazione però è piuttosto elevato: i territori dei partiti coinvolti hanno contestato vivacemente, e continuano a farlo, le decisioni sulle liste calate dagli apparati dei partiti (e dominate nella sostanza da Mdp).

Si litiga sull’abuso delle pluricandidature e la generosa distribuzione dei “paracadutati”: dirigenti ed ex parlamentari piazzati nelle poche posizioni eleggibili delle liste, anche in territori molto lontani da quelli di provenienza.

Poi c’è il caso Civati: il fondatore di Possibile – uno dei tre movimenti che compongono l’alleanza guidata da Pietro Grasso – dopo aver minacciato di mollare tutto (a causa del metodo di selezione dei candidati) e aver lasciato polemicamente uno degli ultimi tavoli della trattativa, ieri ha firmato l’accettazione delle candidature. Ma ha conservato per tutta la giornata un risentito silenzio, anche sui social network dove è solitamente molto attivo. Non esce dall’alleanza – anche perché il suo partito malgrado tutto ha portato a casa quattro parlamentari quasi sicuri (lo stesso Civati, Beatrice Brignone, Andrea Pertici e Luca Pastorino) – ma il suo malumore è una spia delle lacerazioni non superficiali prodotte nella lista di Grasso. E in Sardegna il braccio destro di Civati, Thomas Castangia, ha annunciato la rinuncia a correre dei candidati di Possibile (oltre all’ex Sel Massimo Piras): “Prendiamo atto della candidatura di Claudio Grassi nella nostra Isola come capolista nel collegio plurinominale Sardegna Sud – ha scritto su Facebook – nonostante una proposta unitaria e condivisa da parte di tutti i dirigenti di Liberi e Uguali della Sardegna, che prevedeva solo candidati sardi”.

Grasso ha provato a sedare le polemiche: “Un primo dato che posso dare, checché se ne sia detto, è che il 70% dei capilista viene dai territori. L’altro dato – ha aggiunto – è che nelle liste i capilista saranno per il 50% da parlamentari uscenti e per il 50% da persone nuove”. Il gruppo dirigente però – questo Grasso non lo dice – si è blindato con le pluricandidature in più listini proporzionali.

Non c’è pace a Repubblica: Cerno col Pd

L’uomo più contento dell’intero Gruppo Espresso ieri mattina era Mario Calabresi, guida non proprio saldissima del quotidiano Repubblica. Il motivo è semplice: il suo condirettore, Tommaso Cerno, ha deciso di candidarsi col Pd alle Politiche. Calabresi dà subito la sua benedizione via Twitter: “Ha fatto una scelta di vita personale e importante e lascia Repubblica. Un grande in bocca al lupo”.

Anche in azienda, seppure nessuno cinguetti, sono costretti ad ammettere che la “scelta di vita” di Cerno finisce per fare un bel favore anche a loro. L’esperimento iniziato a ottobre con lo spostamento da L’Espresso al giornale del prossimo deputato dem è sostanzialmente fallito: Cerno non ha avuto la forza di mettere Calabresi sotto tutela, né c’è stata la ripresa delle vendite che l’azienda, visti gli ingenti investimenti nel restyling, si aspettava. Quest’ultimo motivo rende il buonumore dell’attuale direttore di Repubblica forse eccessivo: si è certo tolto di mezzo un peso, un collega con cui non aveva legato, ma il suo posto – nonostante il sostegno di John Elkann – non è saldo come pare credere.

E torniamo a Cerno. Classe 1975, friulano, giornalista del Gruppo Espresso da oltre un decennio e già dirigente di Arcigay, bizzarramente – almeno per uno che denuncia “il pericoloso mix tra neofascismo e odio per le istituzioni” – nel suo passato c’è pure una candidatura con Alleanza nazionale alle Comunali di Udine del 1995. Ieri, confermando la sua corsa coi dem (nell’uninominale a Milano, ma col paracadute proporzionale in Friuli), ha rivendicato di aver “sempre fatto il giornalista facendo battaglie per i diritti civili e penso che nelle parole partito e democratico possano starci questi diritti. Ho chiesto la possibilità di combattere per strada le stesse battaglie che ho combattuto sulla carta. È una scelta di vita”.

Per Repubblica, invece, un condirettore che finisce direttamente in lista col Pd è un nuovo motivo di imbarazzo dopo le avventure del suo presidente onorario Carlo De Benedetti, padre – per così dire – degli attuali proprietari del Gruppo dopo esserlo stato in prima persona per decenni: il rapporto troppo intimo tra l’allora editore e Renzi – venuto fuori nell’ambito di un’indagine Consob su un presunto insider trading dell’Ingegnere – ad aver messo recentemente in imbarazzo il quotidiano costringendolo a una decisa rivendicazione della sua indipendenza. La scelta di Cerno ha forse a che fare anche col secondo terremoto causato a Repubblica da De Benedetti: gli attacchi in tv a Scalfari e al direttore. Dal giorno successivo a quella performance, Calabresi – non proprio uso alla vita di redazione – ha cominciato a presidiare il territorio fin dal mattino, esautorando di fatto il suo condirettore (e, per inciso, provando invano a far schierare la redazione per le dimissioni dell’Ingegnere da presidente onorario).

Messo in disparte,in questi giorni Cerno ha pure dovuto udire dalla viva voce dell’azienda di non essere destinato né a breve, né in futuro alla direzione di Repubblica nonostante i pessimi risultati di Calabresi. A quel punto la proposta di Renzi – contro cui aveva scritto cose dure ai tempi dell’Espresso, per poi “ravvedersi” – era forse la più allettante “scelta di vita” tra quelle disponibili.

Bressa, Costa e la Svp: il triangolo che porta la Boschi in Alto Adige

“La Madonna non è apparsa”. A Bolzano cercano di scherzarci su: Maria Elena Boschi ieri non è arrivata. Niente conferenza stampa. Se ne riparlerà lunedì. Certo, la situazione ha un po’ il sapore del paradosso: l’incontro per presentare il candidato ai giornalisti era quasi carbonaro. La notizia era filtrata all’ultimo momento per dribblare cronisti e polemiche. Che in Alto Adige continuano a montare. Tra gli oppositori di Boschi – sinistra, verdi, partiti altoatesini di minoranza – ma anche tra chi formalmente la sostiene: Pd e Süd Tiroler Volkspartei. Attacca il presidente del consiglio provinciale, Roberto Bizzo (Pd): “Gli italiani dell’Alto Adige non avranno nessun parlamentare, perché gli eletti saranno Boschi e Gianclaudio Bressa che sono di Arezzo e Belluno”. Sulla stessa lunghezza d’onda Siegfried Brugger, ex segretario Svp (grande alleato del Pd che ha puntellato i governi di centrosinistra): “È incomprensibile… un errore capitale. Comprendo che Matteo Renzi non voglia candidare la sua fidata in Toscana, ma in un collegio ‘sicuro’, come quello dell’Alto Adige. Ma è imperdonabile che il Svp si presti a questo gioco”.

Quello che forse il Pd nazionale non aveva previsto è il rischio di tracollo del partito a Bolzano. Se in città chiedi chi abbia gestito la partita Boschi, nessuno indica il segretario Alessandro Huber: “È un bravo ragazzo, ma i giochi sono in mano a Carlo Costa”, dicono avversari e alleati. Eppure, di fronte alla pioggia di polemiche, perfino Costa ieri diceva: “Boschi? È stata scelta a livello nazionale. Avremmo preferito candidature locali”. C’è la paura di restare con il cerino in mano. Ma chi è Costa? Formalmente soltanto il segretario del circolo Pd di Bressanone. Ma questo ingegnere, a detta di chi bazzica la politica bolzanina, in realtà pare essere molto di più: è il punto di contatto tra il mondo politico renziano, economia e finanza altoatesine. Autostrade, appalti e banche. Niente di illegale, per carità. Piuttosto una questione di potere e poltrone.

Costa politicamente è vicino a Bressa, l’uomo del Pd più amato dall’Svp. Ma Costa soprattutto ha una lunga sfilza di compiti nell’Autobrennero dove è stato anche sostituto dell’amministratore delegato: è direttore tecnico generale, progettista, ingegnere capo, responsabile del procedimento e altre tre righe di incarichi. Una figura chiave in una società chiave per l’economia bolzanina e il potere politico locale. Autobrennero è controllata dagli enti locali, quindi dai partiti che governano (Svp in testa). E recentemente ha ottenuto dal governo l’agognato rinnovo della concessione: 30 anni senza gara. Una vittoria di Bressa. Non basta: eccolo anche nel cda dell’Autostrada Campogalliano-Sassuolo, dell’autostrada regionale Cispadana. Non ci sono soltanto le autostrade: c’è poi la Brixner Stadtwerke di Bressanone che si occupa di luce, gas, acqua e rifiuti. Qui Costa ha ricoperto gli incarichi di membro del cda e vicepresidente.

Ma forse gli incarichi più importanti sono altri: quelli nelle banche. Nel 2011 infatti Costa viene nominato vice presidente della fondazione Cassa di Risparmio. Passano tre anni ed eccolo occupare una delle poltrone più importanti di Bolzano: vice presidente della Sudtiroler Sparkasse, la cassaforte dell’Alto Adige. Di qui lo troviamo anche nella controllata che si occupa del settore immobiliare, la Sparim. Infine c’è la Cedacri, un’azienda con 1.500 dipendenti e sede in Emilia che si occupa dello sviluppo e della manutenzione di software e di elaborazione dati per banche e fornitori di servizi finanziari.

Così a Bolzano qualcuno – come il sito salto.bz – ha fatto i conti in tasca a Costa: fanno oltre 400 mila euro l’anno. E sono fioccate polemiche e interrogazioni sul reddito che per il dirigente di una società con soci pubblici – Autobrennero – sforerebbe i limiti di legge. Costa non smentisce: “Ricevo i compensi per il mio impiego nelle Autostrade. Poi, certo, anche la banca e le controllate”.

Compensi, ma non solo. A Bolzano c’è chi sottolinea il rischio di sovrapposizioni e intrecci tra politica, banche e autostrade. “Il modello renziano”, sussurra un avversario di Costa all’interno del Pd, “che sbarca in Alto Adige e oggi impone la Boschi. Ma alle elezioni provinciali dell’autunno raccoglieranno i risultati. Vedrete che sberla”.

Nel suk del Nazareno Renzi vuol scegliere tutti gli eletti

La direzione del Pd per presentare le liste doveva esserci ieri mattina alle 10. Poi è slittata alle 16, poi alle 20, poi alle 22.30. Il Nazareno è un suk da lunedì. Tra giovedì notte e venerdì non dorme nessuno di quelli che stanno nella war room o nella stanza accanto: né Matteo Renzi, né Luca Lotti, nè Matteo Orfini o Matteo Richetti, né Lorenzo Guerini, né Maurizio Martina, né Ettore Rosato. Al gruppone ieri si sono aggiunti i preoccupati Maria Elena Boschi e Dario Franceschini.

Il segretario sta lavorando al progetto concepito fin dal giorno dopo la vittoria congressuale: la “renzizzazione” del Pd attraverso le liste. Gli altri cercano di arginarlo. L’ostacolo finale è il Guardasigilli, Andrea Orlando. Per tutta la giornata di ieri si inseguono voci su una rottura quasi definitiva tra il segretario e il ministro. Riassunto: per evitare la congiura pre-elettorale, Renzi aveva assicurato che le candidature avrebbero rispettato le proporzioni congressuali: per Orlando significa una quarantina di posti “sicuri” (il 20% preso alle Primarie dei 200 seggi su cui fa i conti il Pd). L’offerta finale di Renzi ieri era circa 15. Di fronte alle lamentele dell’interessato, Renzi lo avrebbe sfidato così: “Il problema non sono i numeri, ma i nomi. Bisogna trovare gente nuova. Togli qualche cariatide”, obiettando così anche sulla lista che gli era stata sottoposta. Un modo per scegliere pure i candidati della minoranza.

Orlando, dunque, ha dovuto valutare le mosse da fare. Prima di tutto, l’“arma fine di mondo”: decidere di non candidarsi né lui, né nessuno della sua componente, non fare campagna elettorale, sfilarsi anche dal sostegno a Giorgio Gori in Lombardia. E così far deflagrare il Pd prima del voto. A sera, la soluzione pareva scartata. A favore di una dinamica molto più ordinaria: la guerra interna per i pochi posti garantiti. “Andrea non ha il coraggio di scegliere chi deve entrare di noi e chi no”, si sfogavano i suoi. A rischio Cesare Damiano e Andrea Martella. Fuori Barbara Pollastrini e Marco Meloni, in origine della corrente “lettiana”.

Renzi ha motivato con il “bisogno di cambiare” il suo tentativo di prendere tutto (150 posti su 200, lasciando le briciole agli altri capibastone: Orlando, Emiliano, Franceschini, Orfini e Martina). Ma questi volti appetibili il segretario non li ha trovati. Entreranno nelle liste Piero De Luca, figlio di, l’ex presidente del Friuli Riccardo Illy e il capogruppo dei Socialisti e democratici Gianni Pittella. Tra i volti “nuovi” l’economista Tommaso Nannicini (che sta scrivendo il programma del Pd), l’intellettuale Giuliano da Empoli e alla fine pure Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica. In quota società civile il pediatra Paolo Siani, l’ex segretaria dello Spi-Cgil Carla Cantone; Beppe Vacca, presidente dell’Istituto Gramsci; la scienziata Anna Grassellino, l’avvocatessa sfregiata dall’acido Lucia Annibali, l’avvocatessa milanese disabile Lisa Noja. E il rettore di Messina Pietro Navarra, l’ex rettore di Camerino Flavio Corradini e il rettore di Udine Alberto Felice De Toni. E ancora: le giornaliste Federica Angeli e Annalisa Chirico.

In campo, quasi tutto il governo uscente. Bolzano ha provato a protestare contro la Boschi paracadutata, ma senza successo. La notte è lunga e la trattativa con Orlando va avanti a oltranza. Tra i renziani moltissimi sono in bilico. Roberto Giachetti ha rinunciato al paracadute del proporzionale. Tra chi dovrebbe arrivare in Parlamento Debora Serracchiani, governatrice del Friuli e Filippo Sensi, portavoce prima di Renzi, ora di Gentiloni. Riconferma anche per Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro, nonostante le proteste del Pd di casa sua, quello di Caltanissetta.

88 anni e non sentirli

Chissà se nella cosiddetta Europa qualcuno ha mai sentito parlare della trattativa Stato-mafia. Forse tanti anni fa, quando anche nei circuiti internazionali del potere B. era unfit a governare l’Italia, come titolò l’Economist nel 2001, 12 anni prima che venisse condannato definitivamente per frode fiscale e 16 anni prima che l’ormai ex direttore Bill Emmott lo definisse il possibile “salvatore politico dell’Italia”. Nel 2001 fu proprio per i suoi già stranoti rapporti con Cosa Nostra che il Caimano fu giudicato così severamente da una delle più autorevoli testate mondiali. Da allora molti fatti nuovi sono emersi sull’argomento, aggravando vieppiù la sua posizione: la condanna definitiva a 7 anni, la fuga in Libano e l’arresto del suo braccio destro Marcello Dell’Utri, tuttora in galera per mafia; il rinvio a giudizio di Dell’Utri nel maxiprocesso sulla Trattativa per violenza o minaccia a corpo politico dello Stato; e le intercettazioni in carcere dei due protagonisti delle stragi mafiose del 1992-’94, Salvatore Riina e Giuseppe Graviano, che guardacaso, rievocando la stagione dell’attacco allo Stato con i compagni di ora d’aria, parlavano entrambi di Silvio&Marcello. Ciononostante, o forse proprio per questo, non solo B. non è stato emarginato dalle classi dirigenti italiane ed europee, ma è stato addirittura riabilitato come “argine” contro non si sa bene quali pericoli peggiori di lui.

Nessuno può sapere come finirà il processo sulla trattativa, giunto ieri dopo 202 udienze di dibattimento e 8 di requisitoria alle richieste di pena dei pm per un totale di 88 anni di carcere ai 9 imputati superstiti. La sentenza che verrà emessa ad aprile dalla Corte d’assise composta dal presidente Alfredo Montalto, dalla giudice a latere Stefania Brambille e da 6 giudici popolari, è aperta a molti esiti diversi: a) la condanna di tutti gli imputati o di alcuni di essi; b) l’assoluzione perché la trattativa ci fu ma non è reato (il fatto non costituisce reato); c) l’assoluzione perché la trattativa ci fu ma non la fecero gli attuali imputati (non aver commesso il fatto: come ha già stabilito per Calogero Mannino il gup nel processo di primo grado con rito abbreviato); d) l’assoluzione perché la trattativa non è mai esistita o non ci sono prove sufficienti che sia esistita (il fatto non sussiste, magari col comma 2 dell’art. 530 Cp, cioè con la vecchia insufficienza di prove). Gli esiti a), b) e c) confermerebbero in tutto o in parte la ricostruzione della Procura di Palermo, o meglio dei pm che in questi 10 anni, contro tutto e contro tutti, han cercato coraggiosamente di illuminare uno dei buchi più neri della nostra storia.

Lo scenario e) sconfesserebbe invece la pubblica accusa e sarebbe un colpo di spugna sulla montagna di indizi raccolti nel processo più inviso al potere dopo quello ad Andreotti. A partire dalla testimonianza degli ex ufficiali del Ros Mori e De Donno che nel 1997, al processo di Firenze sulle stragi del ’93, costretti dalle rivelazioni del pentito Brusca, ammisero candidamente di aver avviato nel ’92 “una trattativa con Vito Ciancimino” per negoziare con Riina. Se la “trattativa” si chiama così è perché furono Mori e De Donno a chiamarla così: con i verbi all’indicativo e senza gli aggettivi alla vaselina – “presunta”, “supposta”, “eventuale” – sempre usati da giornalisti, giudici e politici di regime per indorare la pillola al popolo bue.

I processi, prim’ancora che a mandare in carcere i colpevoli, servono ad accertare la verità processuale, cioè quella porzione di verità storica che si riesce a dimostrare in un’aula di tribunale con documenti, testimonianze, confessioni e intercettazioni. Le prove che i pm Ingroia (prima di lasciare la toga), Teresi, Di Matteo, Del Bene e Tartaglia sono riusciti a mettere a disposizione della Corte d’assise sono impressionanti, se si pensa al quarto di secolo trascorso dai fatti e ai sistematici sabotaggi, boicottaggi e depistaggi fino ai più alti livelli istituzionali, politici e giudiziari (anche queste sono prove di una trattativa tuttora in atto 25 anni dopo). In questo caso, poi, la ricostruzione dei fatti è infinitamente più cruciale della punizione degli eventuali colpevoli: gli imputati superstiti, dopo 10 anni di indagini e udienze, sono persone molto anziane e ormai prive di cariche pubbliche.

Ma le protezioni di cui hanno goduto e godono dimostrano il loro formidabile potere intimidatorio e ricattatorio, che deriva proprio dalla loro conoscenza di quelle vicende. Sanno quello che hanno fatto, con chi e per conto di chi. E, siccome in Italia non si butta via niente, sono in grado di spaventare mandanti, complici e favoreggiatori rimasti nell’ombra. Nel 1992 Riina e i suoi complici nelle istituzioni, nella politica e negli apparati architettarono il Grande Ricatto allo Stato a suon di bombe e a costo di decine di sacrifici umani (Borsellino, la sua scorta e tanti cittadini inermi caduti a Firenze e Milano) per rimpiazzare i collusi alla Andreotti&C. con i collusi alla B.&C. Oggi un secondo Grande Ricatto, figlio del primo, grava ancora sulla vita pubblica: quello di chi sa tutto e potrà mercanteggiare a carissimo prezzo il suo silenzio fino a quando chi già comandava allora non sarà spazzato via (infatti Graviano lavorava per inviare messaggi ricattatori a B. ancora l’anno scorso, non nella preistoria). É questo è il principale merito dell’inchiesta sulla trattativa: avere fornito alla Corte d’assise tutti gli strumenti possibili per squarciare finalmente il velo dell’omertà e dell’ipocrisia sul più indicibile dei segreti di Stato. Ora tocca ai giudici, togati e popolari, trovare il coraggio di mettere nero su bianco quella verità che tutti conoscono ma nessuno vuole sentire. Vedi mai che poi ne faccia tesoro, se non l’Italia, almeno l’Europa.

Un sogno di mezza estate nella prateria, con finale tragico (ma romantico)

A un certo punto, dopo poche pagine, viene da fare un paragone con I segreti di Brokeback Mountain, il film del 2005 di Ang Lee sulla passione tra due virili cowboy in un contesto piuttosto omofobo. Eppure L’odore dei ragazzi affamati, nonostante il titolo vagamente porno-soft, non è esattamente un western di quel tipo. Cioè, ci sono parecchie passioni non convenzionali nella prateria, tra bagni nel fiume senza vestiti, confortevoli e apposite grotte, accoppiamenti clandestini. Ma il fumetto scritto da Loo Hui Phang e disegnato da Frederik Peeters ribalta molti schemi anche del sottogenere in cui si inserisce, quello del western romantico. Il formato è quello enorme del cartonato francese patinato, Frederik Peeters che è diventato famoso con il tratto sporco e in bianco e nero di Pillole blu qui si sposta verso la ligne claire ma conservando una morbida tensione nervosa nel disegno che rende tutti i suoi personaggi carichi di emotività repressa pronta a esplodere. Loo Hui Phang, scrittrice francese figlia di un vietnamita e una cinese, costruisce una trama su cui al lettore non vengono date troppe risposte, realtà e sogno si fondono, il confine è impossibile da individuare: le visioni degli indiani non sono forse più oneste delle fotografie che Oscar scatta, cercando di immortalare una natura che il suo compagno di avventura si appresta a distruggere? L’odore dei ragazzi affamati è davvero un fumetto onirico, un po’ incompiuto come tutti i sogni, che scivola via in un attimo nonostante le sue 110 pagine e lascia la sensazione di aver assistito a uno spettacolo di ombre, di fumi impalpabili e sfuggenti, come in certe commedie di Shakespeare. Un sogno di mezza estate nella prateria che, come ogni western post-moderno, deve includere l’elemento della tragedia.