Un buco nero per affrontare i ricordi più dolorosi

Vi è mai capitato di avere come animale domestico un buco nero venuto dallo spazio? Se la risposta è sì, non siete gli unici: anche a Stella Rodriguez è capitato.

Siamo nel 1977 e Stella (la protagonista di “Il fantastico viaggio di Stella”, che è orfana di padre) vuole incontrare Carl Sangan, per consegnargli una registrazione, ma non ci riesce. Tornando a casa si sente osservata però non vede nessuno: chi può essere? O meglio, cosa? È un piccolissimo buco nero con due occhi che sembrano degli universi. Stella lo porta a casa e Larry (così lo ha chiamato) inizia a crescere. Cresce, cresce, cresce fino ad essere grande quanto una stanza.

Dopo che Larry mangia il suo cane, Stella con suo fratello Cosmo (che arriverà però dopo) decide una cosa: entrerà dentro il suo buco nero per affrontare la sua più grande paura, il ricordo di suo padre.

Il libro è scritto molto bene da Michelle Cuevas ed è come se la protagonista stesse parlando con suo padre. Questo romanzo fa ridere anche se l’inizio sembra un po’ triste, ma andando avanti si capisce una cosa: meglio ricordare che dimenticarsi di tutto. In questo libro Stella si deve ricordare del padre, ma non deve essere l’unica.

 

Carlo Mollino il design in ogni posa

Architetto prima di tutto, ma anche designer, scrittore, fotografo, pilota di aerei e di automobili da corsa nonché – parlandone con perdono, per usare un’antica espressione torinese – un po’ puttaniere. Lo hanno chiamato futurista, modernista, surrealista, wharoliano e molto altro.

Ma oltre a tutto ciò, Carlo Mollino (1905-1973) sarebbe piaciuto molto (e chissà che non ne conoscesse l’opera) a Stanley Kubrik. Questo almeno è ciò che colpisce il neofita passeggiando per L’occhio magico di Carlo Mollino (Camera, il Centro Italiano per la Fotografia di Torino), allestimento incentrato sulla passione di Mollino per la camera oscura e le polaroid. Oltre 500 immagini divise in tre stanze che restituiscono in pieno il talento di un genio irregolare. Perché Kubrik? Immaginate una città monocolore, squadrata nello spazio delle sue vie e cristallizzata nel tempo battuto dalle sirene delle sue fabbriche. In quella novecentesca Torino l’alta borghesia intellettuale prosperava in interni coloratissmi carichi di ardito design che non avrebbero sfigurato davanti all’occhio del maestro del cinema britannico. “Mille case” è infatti il tema della prima sezione, una galleria di scatti sull’attività del Mollino designer di abitazioni, still life di oggetti domestici e ritratti ambientati negli interni da lui stesso progettati trasformati per l’occasione in set fotografico (senza dimenticare gli edifici – Teatro Regio, Auditorium Rai e Camera di commercio di Torino – realizzati da Mollino nell’ambito della sua professione di architetto). Interni kubrikiani che ritornano nella terza sezione (la più estesa) “L’Amante del duca” dove, accanto all’arredo, compare la passione per il corpo femminile e la posa. Di fronte all’obiettivo di Mollino sfilano quarant’anni di bellezza femminile in 180 polaroid.

Modelle quasi mai professioniste, quasi sempre “madamine” della buona borghesia torinese che non disdegnavano di mostrarsi all’obiettivo di Mollino in bilico tra erotismo e voyeurismo. In mezzo, la sezione “Mistica dell’acrobazia”, quella dove la poliedricità di Mollino si fa spettacolare: c’è l’appassionato di sci ritratto sulle nevi piemontesi in pose e traiettorie da modernariato (eppure, dicono gli appassionati, il suo Manuale del discesismo del 1949 è ancora attualissimo), c’è il pilota di aerei e c’è l’inventore della “bisiluro”, autovettura da corsa disegnata apposta da Mollino per la 24 ore di Le Mans del 1955. Fece ottimi tempi, ma finì cappottata a causa dello spostamento d’aria provocato dal sorpasso di una Jaguar. Troppo bella per stare in strada.

 

L’uomo che volò rimanendo seduto

Errico Buonanno, classe 1979, è tra gli autori più poliedrici del nostro panorama: romanziere, saggista, autore tv, traduttore, giornalista. Dopo avere esplorato i falsi che hanno fatto la storia, le nuove religioni, le velleità artistiche dei dittatori e in coppia con Luca Mastrantonio attraversato il suo decennio di formazione in Notti magiche. Atlante sentimentale degli anni Novanta, pubblica ora per Sellerio Vite straordinarie di uomini volanti. Sulla scorta di una bibliografia di una trentina di volumi, Buonanno condensa in 165 pagine “il resoconto di un’arte che ha segnato un bel pezzo della storia del mondo”. In effetti la parabola del volo, sublimata già dalla mitologia greca con le figure di Dedalo e Icaro, è radicata nel nostro immaginario come superamento dei limiti della natura, come paradigma supremo di libertà.

Il libro celebra le avventure di uomini volanti, che si staccarono dal suolo e che solcarono i cieli. Circa duecento quelli attestati, fra nobili e umili, santi e miscredenti. Il nostro disincanto non può che farci sorridere a ogni aneddoto che Buonanno distilla con il suo stile brillantissimo ma almeno fino al Settecento, secolo dei Lumi, la credulità popolare ha convalidato il prodigio di sollevarsi in aria. “Venne la fisica, la materia, la scienza. I voli, scoprendosi impossibili, cessarono”. Non a caso buona parte degli episodi con “la testa tra le nuvole” è attinta dalla mistica cristiana, da Santa Teresa a San Filippo Neri. Una svelta rassegna storica che passa per la Cina del 500 con il mandarino Wan Hu che tenta di raggiungere la luna applicando razzi a una sedia, gli Stati Uniti del 1803 con il “Mito degli Africani volanti”, tribù di schiavi volati in cielo per rivolta contro i loro negrieri (in realtà suicidi annegati in un fiume) fino alla Parigi del 1932 con il “sarto volante”, eroe della Belle Èpoque che con un vestito-deltaplano tenta l’impresa per poi schiantarsi al suolo.

La letteratura devozionale annovera personaggi memorabili come Giuseppe da Copertino che volò persino sopra la testa del Papa, Simon Mago che sfidò a un duello di volo San Pietro per poi rovinare a terra grazie alle preghiere dell’apostolo, come i frati tempestarii, chierici volanti che distruggevano i campi dei contadini che si rifiutavano di pagare la decima. Il paradosso è che in vita, secondo le cronache, questi religiosi volanti furono combattuti come impostori o messaggeri del maligno. Salvo poi essere canonizzati quando la Chiesa, incalzata dalla modernità, ha avuto necessità di recuperare i fedeli alla meraviglia.

Le Vite straordinarie di Buonanno, richiamando il Peter Pan di James M. Barrie (“La ragione per cui gli uccelli volano e noi no, sta nel fatto che loro hanno una fede assoluta, e avere fede vuol dire avere ali”) si offrono come un divertito tributo alla trasgressione fantastica dell’uomo perché “se la vita, l’orrore e la Storia facevano tutto per trasportarci giù a terra, ecco, la soluzione era alzarsi. Guardare l’orribile ragionevolezza dall’alto. E giocare”.

 

La storia infinita di Julian Hirtmann, magistrato svizzero che sevizia donne

È arrivato al quarto capitolo in 7 anni, l’infinito duello tra Martin Servaz e Julian Hirtmann, folle magistrato svizzero che tortura e uccide le sue vittime donne con lenta ferocia, insomma un pm serial killer e sessuomane che farebbe la gioia degli ultrà garantisti nostrani. Detto questo, Servaz e Hirtmann sono i due protagonisti della saga del francese Bernard Minier e che hanno garantito al suo autore un boom di copie in patria. Servaz è un capitano della polizia di Tolosa, esperto nel farsi male da solo, sia sul lavoro, sia nella vita privata, e che con Hirtmann ha un conto in sospeso da quando gli ha portato via l’adorata Marianne (è viva, è morta?) nel secondo libro, Nel cerchio.

Nel terzoinvece, Non spegnere la luce, Hirtmann c’entrava solo di striscio, mentre nel quarto fresco di stampa, Notte, il crudele elvetico è di nuovo sulla scena. Tutto comincia dalla lontanissima Bergen, in Norvegia, dove viene ritrovato il cadavere squartato di una donna sull’altare di una chiesa. A indagare viene chiamata da Oslo l’austera e avvenente Kirsten Nigaard della Kripos, il dipartimento nazionale per il crimine. La ragione della sua presenza è inquietante: la vittima ha in tasca un foglietto con il nome della poliziotta. Perché? La donna uccisa lavorava su una piattaforma petrolifera e lì, nella cabina di un indiziato, saltano fuori parecchie foto di Servaz. Il collegamento con Hirtmann è immediato e la caccia al tesoro si trasferisce a Tolosa, dove Kirsten atterra per collaborare con il capitano. La trama scivola via tranquilla ma il lettore alla fine non può fare a meno di domandarsi: ma questo duello tra il Bene-Servaz e il Male-Hirtmann, entrambi amanti di Mahler, quando finisce?

 

“Venere in pelliccia”. Sabrina Impacciatore piace al Nord Un po’ meno al Sud

Questa sera si recita a soggetto “sexy dark” con Venere in pelliccia di David Ives, pièce tratta dall’opera di Sacher-Masoch, già vincitrice di un Tony Awards e trasposta al cinema da Roman Polanski.

A interpretarne la prima messinscena italiana è Sabrina Impacciatore insieme con Valter Malosti (anche regista), che chiudono la tournée, dopo tre fortunate stagioni, al Carcano di Milano, fino al 4 febbraio. “Questo personaggio (Vanda Jordan, un’attrice che si presenta al provino per Venere in pelliccia, ndr) mi ha inseguita: era destino che lo dovessi fare”, spiega Impacciatore, anche in tv con la serie Immaturi e presto al cinema con A casa tutti bene di Gabriele Muccino. “Il ruolo mi è stato proposto cinque anni fa, ma non l’ho subito apprezzato. Poi, in seguito al film di Polanski, mi sono data della cretina per altri due anni. Dopodiché il destino si è di nuovo affacciato alla mia porta”, e ora eccola qui sul palco, con un testo per certi versi controcorrente, oggi che si ciarla tanto di donne vittime, al contrario della primattrice che è volitiva, carnefice, ferina.

“Proprio in queste settimane ci siamo resi conto dell’attualità dell’opera: la protagonista è finalmente una vendicatrice, che si vendica sulla misoginia, un male molto sottile. Lei, però, da una posizione di subordinazione psicologica e fragilità, progressivamente e implacabilmente ribalta i ruoli e acquisisce potere. Anche in modo sgradevole, ma non possiamo non tifare per lei. Ci sono state manifestazioni di pubblico strabilianti: nel bresciano le donne hanno iniziato a fare la ola come allo stadio, in Emilia Romagna ci hanno fatto applausi a scena aperta che non riuscivo più a continuare, mentre nel Sud Italia alcuni uomini si sono alzati e se ne sono andati. Questo dà la misura di quanto lo spettacolo sia potente”.

 

Disastri e corna nell’era fake news

“È con la lingua che si comunica in amore: la donna lecca, l’uomo parla”: ha la forma di un vaudeville scopereccio L’angelo dell’informazione di Alberto Moravia, ma la malizia dell’autore sta proprio nell’aver dissotterrato un tema capitale – quello della verità – sotto la trama frivola e licenziosa di un banale triangolo amoroso.

Diretta da Lorenzo Loris e ora in scena nel milanese Out Off, la pièce dice di tradimenti e intanto parla di giornalismo, spiffera di corna e intanto stigmatizza le fake news, con trent’anni e passa di anticipo sul dibattito attuale (il testo è uscito nel 1986, ndr): “Ci sono solo due modi per nascondere la verità: non dare alcuna informazione oppure darne troppe”, a tutte le ore e attraverso mass-media diversi. L’angelo del titolo è Dirce, moglie di Matteo, politologo e opinionista, specializzato in Affari Esteri presso un quotidiano romano. Una mattina, mentre giunge la tragica notizia di un aereo di linea abbattuto – non si sa se dai russi o dagli americani –, Matteo apprende anche un’altra più risibile notizia: la moglie lo tradisce. È lei stessa a confessarglielo, stanca di mentire come una qualunque “donnina borghese”. Dirce se la fa da qualche tempo con Vasco, pilota intercontinentale, che, in questa messinscena, è sempre in palco e, quando non recita, suona chitarra e clarinetto, come a dire che la musica nel matrimonio ce la mette sempre l’amante: a lui infatti “va tutta la poesia della vita”, ammette sconfortato il cornuto.

Mentre l’amante preferisce le bugie e vuole rimanere all’oscuro delle tresche altrui, il marito, viceversa, pretende da Dirce una confessione integrale, sin nei dettagli sessuali più intimi: ovviamente questo gioco al massacro non porta da nessuna parte e a nessuna verità perché questa se ne “sta rifugiata come una talpa in fondo alla tana”. Moravia è un uomo del Novecento, eppure rifugge quel becero relativismo per cui “a ciascuno la sua verità”: il problema, infatti, è l’impossibilità di comunicare perché la verità non è una notizia e non si esaurisce con un’informazione in più o in meno. È la donna a cogliere il paradosso, incalzando il marito: “Mi credevi quanto ti mentivo e adesso che dico la verità non mi credi più”.

Il regista dirige con grazia, ma anche delizioso sense of humour, i tre giovani attori: Antonio Gargiulo, Silvia Valsesia e Daniele Gaggianesi, tutti in parte con grande sensibilità e intelligenza, quella sensibilità e intelligenza necessarie per recitare un drammuccio borghese ben sapendo che la trama al fondo è nerissima. La guerra fredda va in scena dentro e fuori le mura domestiche, laddove dentro è una commedia e fuori una tragedia, dentro si sguazza tra le bugie sentimentali e fuori impazzano false agenzie di stampa, dentro si consumano sceneggiate di gelosia e fuori incombono le minacce di una terza guerra mondiale. Ma se è vero che il privato è politico, il mondo può ben aspettare: scoppierà prima la bomba dentro casa, portata dall’angelo del focolare, per brevità chiamato adultera.

 

Infaticabile besson, versione thriller e “vintage”

Luc Bessondirige da qualche settimana negli studios Cité du Cinéma da lui creati sei anni fa a Saint-Denis, a nord di Parigi, il nuovo thriller al femminile Anna interpretato dall’esordiente Sasha Luss, Helen Mirren, Luke Evans e Cillian Murphy di cui è anche sceneggiatore e produttore con la sua EuropaCorp insieme alla Lionsgate. L’infaticabile cineasta parigino 58enne girerà in estate a New York per la Abc il pilot di The French Detective, una serie basata sui romanzi di James Patterson con Jean Dujardin protagonista nel ruolo di Luc Moncrie, un investigatore che si aggrega al NYPD per dar vita a una nuova fase della sua carriera e l’anno prossimo conta di realizzare il sequel del suo fortunatissimo Lucy con Scarlett Joahnsson. Besson prosegue intanto la sua intensa attività di produttore con Taxxi 5, capitolo in uscita ad aprile della celebre saga da lui creata 20 anni fa diretto da Franck Gastambide che è anche uno dei protagonisti con Malik Bentalha e con Salvatore Esposito, il Genny Savastano della serie Gomorra impegnato come sempre nel ruolo di “cattivo”.

Reduce dal grande successo di Indivisibili il regista napoletano Edoardo De Angelis tornerà sul set a febbraio per dirigere a Castel Volturno Il vizio della speranza, una storia di vendetta e di riconciliazione da lui sceneggiata con Umberto Contarello, prodotta da Pierpaolo Verga per Tramp Limited, O’ Groove e distribuita da Medusa.

Antonio Capuano ha ultimato a Napoli le riprese della commedia Achille Tarallo, con Biagio Izzo, Ascanio Celestini e Tony Tammaro e prodotto da Luciano Stella per Mad Entertainment e da Carolina Terzi per Skydancers. Un autista di mezzi pubblici compone canzoni e le canta ai matrimoni, ma detesta chi si esprime in dialetto napoletano…

 

Chi siamo noi per negare l‘Olocausto?

Come fare a oltre 70 anni dalla Shoah a renderne ancora testimonianza? Come realizzare un film sull’Olocausto che riesca ad aggiornarne la memoria? È sempre più difficile, ma non impossibile: nel 2015 abbiamo avuto Il figlio di Saul dell’ungherese László Nemes, straordinariamente capace nel tallonamento di un Sonderkommando di una prospettiva meccanica e sensoriale dello sterminio e dello smaltimento dei “pezzi” (i cadaveri nel gergo delle SS) ad Auschwitz-Birkenau; nel 2016, l’ucraino Sergei Loznitsa ha messo la camera ad altezza d’uomo nel campo di Sachsenhausen, 35 chilometri a nord di Berlino, e nel sapiente documentario Austerlitz s’è chiesto “perché una coppia di innamorati o una madre con il suo bambino vanno a far visita ai forni crematori in una giornata di sole estivo?”.

Due capolavori, per intenzioni ed esiti, che dimostrano – l’immedesimazione di Saul, gli inverecondi selfie dei turisti di Austerlitz – come la memoria non sia cristallizzata, l’abominio non sia prescritto e il consumo, ovvero l’odierna esperienza della Shoah, costituisca il vero problema. Con buona pace del filosofo tedesco Theodor W. Adorno, secondo cui “dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile”, su questa sapida e sorprendente scia si mette La testimonianza, opera prima scritta e diretta dall’israeliano Amichai Greenberg, presentato agli Orizzonti dell’ultima Mostra di Venezia, premiato ad Haifa e al Tertio Millennio Film Fest (menzione speciale). Protagonista è Yoel (Ori Pfeffer, misurato), ebreo e ricercatore sulla Shoah, impegnato in una strenua battaglia legale contro una famiglia di industriali austriaci: oggetto del contendere, il villaggio di Ledensdorf, teatro del massacro di duecento ebrei ungheresi nel 1945 e ora dell’intesa speculazione edilizia. Durante le indagini – le testimonianze sono mutuate dal documentario A Wall of Silence (1994), sull’eccidio di Rechnitz – Yoel si ritroverà, spiega Greenberg, incastrato “tra due vuoti: il silenzio di sua madre, che nasconde la propria verità, e il silenzio degli abitanti del villaggio, che negano la loro storia”. Che cos’è l’identità?

Figlio e nipote di sopravvissuti, il regista tenta una definizione sparigliando stati ontologici, dimensioni veridittive e, dunque, premesse spettatoriali: a che siamo di fronte, un memoir (auto)biografico, un resoconto storico o, per quanto verosimile, una spiccata finzione? Definizione, dunque, prismatica, indiziaria, collettiva, mai univoca né reificata, quella di identità: perché esista serve, al di là delle appartenenze (ebrei o non), darne testimonianza. Greenberg lo sa e ibridando vissuto e poetica chiede al genere che s’è coraggiosamente scelto, il thriller, di dire chi è lui, chi è Yoel e chi siamo noi. Ondivago e ambiguo, eterodosso e sfidante, memore e ineludibile, The Testament è testimonianza preziosa: contro ogni negazionismo.

 

Libri, il 2017 è stato l’anno della ripresa dopo sette anni neri

Risultato importante per il settore del libro quello ottenuto nel 2017. Stando ai primi dati diffusi dall’Associazione italiana editori, infatti, il settore nell’anno appena concluso ha fatturato 1,485 miliardi di euro nei canali trade (librerie, librerie online e grande distribuzione organizzata), vale a dire un 5,8% in più rispetto all’anno precedente. L’analisi, che verrà presentata integralmente domani a Venezia, fotografa la ripresa del mercato del libro dopo sette anni di negativi per l’editoria. Trend positivo anche per quanto riguarda le copie, pari a 88,6 milioni – cifra dalla quale sono escluse le vendite su Amazon: un aumento dell’1,2% sull’anno precedente. Cresce anche il mercato degli e-book e degli audiolibri: 64 milioni di euro nel 2017, vale a dire +3,2% sul 2016. Soddisfatto il presidente dell’Aie Ricardo Franco Levi, che ha sottolineato che “la più grande industria culturale del Paese sta ricominciando a camminare. Ci auguriamo che libro e lettura siano centrali nei programmi di queste elezioni e del nuovo governo”.

Don Matteo, un’eterna benedizione per la Rai

Il successo di Don Matteo, cappellano della Tv generalista, viene da lontano. Viene dal giovedì, il giorno benedetto della Tv che Mike Bongiorno consacrò al trionfo del quiz e di cui la serie officiata da Terence Hill è la legittima erede. Mai come quest’anno la concorrenza del giovedì è agguerrita, e mai come quest’anno Don Matteo benedice e asfalta Santoro, Formigli, Costantino della Gherardesca e Antonino Cannavacciuolo, Berlusconi, Confalonieri e Zalone. Padri, figli, unti e bisunti.

Anche questi ascolti giunti all’undicesima stagione senza il minimo segno di stanchezza vengono da lontano. Vengono dal fascino discreto di Mario Girotti alias Terence Hill, il Clint Eastwood de noantri: occhi cerulei e dizione sommessa, smozzicata, come se ci fosse sempre qualcuno da confessare. Vengono dall’intuizione avuta 17 anni fa da Enrico Oldoini, regista con qualche cinepanettone sulla coscienza da farsi perdonare.

Vengono soprattutto dalla Lux Vide fondata da Ettore Bernabei e oggi governata dai figli Matilde e Luca. Pio, paterno e censorio (in una parola: democristiano), incontrastato dg Rai nell’era Fanfani, Bernabei riteneva che il mezzo avesse due vocazioni inseparabili: creare consenso ed educare il popolo. E dopo Non è mai troppo tardi, il modo più sicuro per educare il popolo è la fiction.

Da I ragazzi di Padre Tobia a I racconti di Padre Brown, la comedy talare con il prete detective è divenuta una solida specialità nel nostro palinsesto, e Don Matteo ne è l’apoteosi.

Nessun elemento di cronaca, o ascendenza letteraria, turba il suo sorriso; don Matteo prende ordini solo dall’alto, anzi, dall’Altissimo, tutto è così finto in ogni minimo dettaglio che nulla risulta fuori posto. Il basco, la tonaca al vento, le arrampicate in bicicletta sui ripidi acciottolati di Gubbio o di Spoleto, non stiamo a sottilizzare; l’intreccio giallo zafferano con la soluzione del mistero intuita dal don dopo i primi venti minuti, mentre i carabinieri brancolano ancora nel buio durante i titoli di coda, la rivalità con il capitano dei carabinieri che non azzecca un sospetto nemmeno a morire, le sfide con il maresciallo Cecchini di Nino Frassica, che mentre Don Matteo risolve il caso riesce pure a farsi dare scacco matto, i casti amori di canonica, qualche macchietta profuga della commedia all’italiana riconvertita all’umorismo da oratorio.

Pare un fumetto allegato a Famiglia cristiana: ma se oggi come ieri la pancia dell’Italia è tutta casa, parrocchia e caserma, Don Matteo smette di essere la più improbabile delle fiction per diventare un archetipo trasversale, il nuovo Don Camillo senza nemmeno più Peppone tra le palle. Se le serie statunitensi si fanno sempre più inquiete, ambigue, bipolari; se Sky ne insegue le tracce al punto da scatenare su Gomorra polemiche targate anni Cinquanta, questa invece sprizza incenso, speranza e santità alla spina sullo sfondo di scenari da cartolina illustrata, Saluti dalla Verde Umbria, firmato la Film Commission.

Se questo ancora non bastasse, Don Matteo ha un ulteriore asso nella tonaca, il superamento della tradizionale lotta tra il bene e il male a tutto vantaggio del primo. Nei suoi gialli zafferano i buoni sono buonissimi, ma anche i cattivi, in fondo, non sono così cattivi: più che sbagliare, peccano, e se peccano è quasi sempre per infelicità, disperazione, debolezza; lo spettatore va a letto convinto che queste pecorelle smarrite, una volta pagato il loro debito con la giustizia, ritroveranno la retta via.

Interrogarsi sulle metamorfosi di tanti eroi stracult del cinema anni Settanta ci porterebbe ancora più lontano.

Nella sua prima vita Don Matteo lo chiamavano Trinità, menava sganassoni e mangiava fagioli; adesso si è fatto prete, ci dà la benedizione settimanale e la sua conversione è la stessa della gloriosa, perfida commedia all’italiana convertitasi al buonismo della fiction Tv. C’è chi pensa che ormai è fatta, non moriremo democristiani, ma forse gli converrebbe guardare meglio gli ascolti del giovedì.